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2018-09-05
Salvini conferma quota 100 e blocca i 5 Stelle sulle pensioni
Ansa
I vertici economici della Lega si sono riuniti ieri per circa quattro ore. Matteo Salvini ha convocato al Viminale i responsabili economici del partito, da Giancarlo Giorgetti fino al viceministro Massimo Garavaglia, passando per Alberto Bagnai e Claudio Borghi. Oltre che di flat tax, reddito di cittadinanza e di infrastrutture si è discusso a lungo di pensioni.
Sono stati piantati due paletti. Il primo prevede lo smantellamento della legge Fornero, almeno attraverso lo schema di quota 100 che sicuramente è meno oneroso per i conti pubblici rispetto a una totale revisione della riforma introdotta dal governo Monti. Ieri non si è entrati nei dettagli, ma la strada potrebbe portare a un bivio tecnico. O dare il via a quota 100 come ulteriore strumento per la gestione degli esuberi, rendendo modulabili il requisito anagrafico e quello contributivo e attivando un fondo unico o più fondi. O rendere possibile l'uscita a una platea più ampia, ad esempio per alcune specifiche categorie di lavoratori oppure con vincoli rigidi (età non inferiore ai 64 anni, ricalcolo contributivo e soli due anni di contribuzione figurativa).
Secondo il calcolo effettuato da Itinerari previdenziali, guidato da Alberto Brambilla, la seconda opzione dovrebbe gravare sui conti pubblici con una somma molto vicina ai 3,5 miliardi di euro all'anno. Questa ipotesi prevede però l'abolizione almeno parziale dell'Ape social, l'anticipo pensionistico previsto dall'ex ministro al Lavoro, Giuliano Poletti. Un taglio della contribuzione pubblica a favore dell'uscita anticipata dal lavoro per una quindicina di categorie lavorative causerebbe dunque un peggioramento: o dal punto di vista dell'età pensionistica, o dal punto di vista della consistenza dell'assegno erogato al momento della pensione.
Si tratta di scelta politiche non secondarie e ancora tutte da prendere. La bozza della discussione di ieri sarà infatti fatta circolare tra i politici dei 5 stelle in modo da trovare una sorta di quadra. Probabilmente dopo una difficile mediazione. Ciò che è certo è che la riunione di ieri voluta da Salvini ha invertito la strategia del Carroccio. La scelta degli interventi di riforma non avviene più prima della trattativa con l'Europa; al contrario, ora viene prima la trattativa e poi la scelta delle misure di spesa. In pratica il fronte leghista del governo vorrebbe fissare un tetto di deficit, il più vicino possibile al 3%, ma che sia approvato anche da Bruxelles. L'accordo su una precisa percentuale di deficit comunicherà automaticamente ai mercati che si tratta di un tetto congruo e quindi il messaggio dovrebbe aiutare le agenzie e gli investitori a pesare diversamente lo spread sui nostri titoli di Stato. Si tratta, insomma, di una rivoluzione che inevitabilmente porterà, come confermato dallo stesso Salvini, a spalmare le riforme lungo l'arco della legislatura e non tutte nel 2019. Un'operazione che se riuscirà finirà con il mettere in difficoltà i grillini in sede di elezioni europee e al tempo stesso toglierà la speranza alla componente di opposizione legata all'ex ministro Carlo Calenda e a + Europa di continuare a tifare spread.
C'era poi la necessità di dare nuovi messaggi al vecchio elettorato leghista, quello dei piccoli imprenditori del Nord. Oltre alla conferma di una riduzione fiscale, che al momento viene ancora chiamata flat tax ma che sembra destinata a diventare una sorta di grande partita Iva ai minimi, anche la revisione dei tagli alle cosiddette pensioni d'oro. Ieri si è deciso che la bozza presentata alla Camera a firma Riccardo Molinari (Lega) e Francesco D'Uva (5 stelle) è da considerarsi nulla. Il testo prevedeva un taglio della parte retributiva sopra i 4.000 euro netti al mese, secondo un meccanismo che però appariva svincolato dai reali versamenti e da valutare secondo parametri che finivano per penalizzare l'età effettiva di uscita dal mondo del lavoro. In pratica, una sorta di taglio lineare almeno per coloro che si erano ritirati dal mondo del lavoro prima del Duemila.
Il Carroccio ha ritenuto l'operazione iniqua non solo sul versante elettorale (riguarderebbe molti contribuenti del Nord) ma anche illogica. Perché si finirebbe con il togliere fino al 20% a cittadini che comunque hanno lavorato per dare somme maggiori a chi non ha mai versato alcun tipo di contributo. La Lega si limita a lasciare aperto un assist ai 5 stelle. Se proprio vorranno ancora giocarsi lo slogan delle pensioni d'oro, dovranno colpire solo quelle, con una revisione della parte retributiva, ma sopra i 5.000 euro netti al mese. In pratica, qualcosa di più simile al contributo di solidarietà applicato da più governi.
La Lega vuole concordare con l’Ue la tabella di marcia sulle riforme
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Per il Carroccio accettabili modifiche solo sugli assegni sopra i 5.000 euro netti e calcolati con il metodo retributivo. La Fornero verrà cambiata introducendo quota 100. Possibili la flessibilità per i disoccupati oppure condizioni ad hoc per alcune categorie.Trattative e metodo più morbido per rassicurare i mercati. Lo spread giù a 267 punti.Lo speciale contiene due articoli.I vertici economici della Lega si sono riuniti ieri per circa quattro ore. Matteo Salvini ha convocato al Viminale i responsabili economici del partito, da Giancarlo Giorgetti fino al viceministro Massimo Garavaglia, passando per Alberto Bagnai e Claudio Borghi. Oltre che di flat tax, reddito di cittadinanza e di infrastrutture si è discusso a lungo di pensioni. Sono stati piantati due paletti. Il primo prevede lo smantellamento della legge Fornero, almeno attraverso lo schema di quota 100 che sicuramente è meno oneroso per i conti pubblici rispetto a una totale revisione della riforma introdotta dal governo Monti. Ieri non si è entrati nei dettagli, ma la strada potrebbe portare a un bivio tecnico. O dare il via a quota 100 come ulteriore strumento per la gestione degli esuberi, rendendo modulabili il requisito anagrafico e quello contributivo e attivando un fondo unico o più fondi. O rendere possibile l'uscita a una platea più ampia, ad esempio per alcune specifiche categorie di lavoratori oppure con vincoli rigidi (età non inferiore ai 64 anni, ricalcolo contributivo e soli due anni di contribuzione figurativa). Secondo il calcolo effettuato da Itinerari previdenziali, guidato da Alberto Brambilla, la seconda opzione dovrebbe gravare sui conti pubblici con una somma molto vicina ai 3,5 miliardi di euro all'anno. Questa ipotesi prevede però l'abolizione almeno parziale dell'Ape social, l'anticipo pensionistico previsto dall'ex ministro al Lavoro, Giuliano Poletti. Un taglio della contribuzione pubblica a favore dell'uscita anticipata dal lavoro per una quindicina di categorie lavorative causerebbe dunque un peggioramento: o dal punto di vista dell'età pensionistica, o dal punto di vista della consistenza dell'assegno erogato al momento della pensione. Si tratta di scelta politiche non secondarie e ancora tutte da prendere. La bozza della discussione di ieri sarà infatti fatta circolare tra i politici dei 5 stelle in modo da trovare una sorta di quadra. Probabilmente dopo una difficile mediazione. Ciò che è certo è che la riunione di ieri voluta da Salvini ha invertito la strategia del Carroccio. La scelta degli interventi di riforma non avviene più prima della trattativa con l'Europa; al contrario, ora viene prima la trattativa e poi la scelta delle misure di spesa. In pratica il fronte leghista del governo vorrebbe fissare un tetto di deficit, il più vicino possibile al 3%, ma che sia approvato anche da Bruxelles. L'accordo su una precisa percentuale di deficit comunicherà automaticamente ai mercati che si tratta di un tetto congruo e quindi il messaggio dovrebbe aiutare le agenzie e gli investitori a pesare diversamente lo spread sui nostri titoli di Stato. Si tratta, insomma, di una rivoluzione che inevitabilmente porterà, come confermato dallo stesso Salvini, a spalmare le riforme lungo l'arco della legislatura e non tutte nel 2019. Un'operazione che se riuscirà finirà con il mettere in difficoltà i grillini in sede di elezioni europee e al tempo stesso toglierà la speranza alla componente di opposizione legata all'ex ministro Carlo Calenda e a + Europa di continuare a tifare spread. C'era poi la necessità di dare nuovi messaggi al vecchio elettorato leghista, quello dei piccoli imprenditori del Nord. Oltre alla conferma di una riduzione fiscale, che al momento viene ancora chiamata flat tax ma che sembra destinata a diventare una sorta di grande partita Iva ai minimi, anche la revisione dei tagli alle cosiddette pensioni d'oro. Ieri si è deciso che la bozza presentata alla Camera a firma Riccardo Molinari (Lega) e Francesco D'Uva (5 stelle) è da considerarsi nulla. Il testo prevedeva un taglio della parte retributiva sopra i 4.000 euro netti al mese, secondo un meccanismo che però appariva svincolato dai reali versamenti e da valutare secondo parametri che finivano per penalizzare l'età effettiva di uscita dal mondo del lavoro. In pratica, una sorta di taglio lineare almeno per coloro che si erano ritirati dal mondo del lavoro prima del Duemila. Il Carroccio ha ritenuto l'operazione iniqua non solo sul versante elettorale (riguarderebbe molti contribuenti del Nord) ma anche illogica. Perché si finirebbe con il togliere fino al 20% a cittadini che comunque hanno lavorato per dare somme maggiori a chi non ha mai versato alcun tipo di contributo. La Lega si limita a lasciare aperto un assist ai 5 stelle. Se proprio vorranno ancora giocarsi lo slogan delle pensioni d'oro, dovranno colpire solo quelle, con una revisione della parte retributiva, ma sopra i 5.000 euro netti al mese. In pratica, qualcosa di più simile al contributo di solidarietà applicato da più governi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-boccia-il-taglio-delle-pensioni-doro-2601977484.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-lega-vuole-concordare-con-lue-la-tabella-di-marcia-sulle-riforme" data-post-id="2601977484" data-published-at="1774143037" data-use-pagination="False"> La Lega vuole concordare con l’Ue la tabella di marcia sulle riforme Ieri il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ha riunito gli esponenti della Lega esperti in temi economici al Viminale. Al centro della riunione, la legge di bilancio in vista del vertice di governo che si terrà oggi. L'incontro di ieri, in particolare è ruotato attorno al tema dello sfioramento o meno del 3% nel rapporto deficit-Pil. Forza Italia ha chiesto al governo di comunicare subito una soglia, mail Carroccio intende aspettare la nota di aggiornamento al Def, attesa per la settimana tra il 24 e il 29 settembre. Il ministero dell'Economia e delle Finanze, d'altronde, vuole aspettare i dati Istat, in arrivo il 21 settembre. Una volta rilasciata la tabella con gli indicatori sulla finanza pubblica, dunque, la Lega potrà confermare l'intenzione di mantenere il deficit sotto il 3%. Inoltre, una volta deciso con la Bce e l'Europa a quanto fermare l'asticella del deficit, Salvini potrà finalmente capire come e quanto può muoversi su reddito di cittadinanza, flat tax e revisione della legge Fornero. niente dichiarazioni Il vertice di ieri è durato circa tre ore. I partecipanti hanno lasciato il ministero in macchina, senza rilasciare dichiarazioni. Con Salvini e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, hanno partecipato tra gli altri: Massimo Garavaglia, viceministro dell'Economia; Massimo Bitonci, sottosegretario al Tesoro; Claudio Borghi, presidente della commissione bilancio alla Camera; Armando Siri, sottosegretario alle Infrastrutture; Alberto Bagnai, presidente della commissione finanze al Senato; Dario Galli, sottosegretario allo Sviluppo economico e Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro. «Siamo persone serie», ha detto ieri Salvini, «il governo nasce per durare a lungo. Gli italiani ci premiano per chiarezza e coerenza, quello di oggi è stato il primo di una serie di incontri», ha continuato. «Abbiamo discusso su numeri, conti e tempi per realizzare nell'arco della legislatura le nostre proposte per famiglie e imprese: smantellamento della legge Fornero, flat tax, pace fiscale e chiusura delle liti con Equitalia, meno burocrazia per aziende e partite Iva, eliminazione delle accise più vecchie sulla benzina, interventi a favore dei Comuni, un grande piano nazionale di manutenzione ordinaria e straordinaria». La Lega e Salvini ieri hanno dunque voluto lanciare messaggi rassicuranti ai mercati, lasciando intendere che questo governo durerà a lungo, sebbene non si possa ancora parlare di intesa raggiunto con l'alleato Movimento 5 stelle sui nuovi obiettivi di finanza pubblica che il governo deve ufficializzare entro il 27 settembre. investitori prudenti L'obiettivo, insomma, è mettere a punto una tabella di marcia (una volta confermato il livello del rapporto deficit-Pil) per tutte le misure da portare avanti nell'arco della legislatura. Un messaggio che il mercato ha mostrato di apprezzare. Ieri il rendimento sul Btp decennale si è mostrato in calo di circa del 7% e lo spread nei confronti del Bund tedesco ha chiuso in netta contrazione a 267,7 punti base. La prudenza rimane però consigliabile secondo diversi investitori. «Il sentiment del mercato è decisamente positivo», commenta un operatore contattato dall'agenzia Mf-Dow Jones, «ma la volatilità che si è vista nei giorni scorsi, sia sui prezzi dei Btp, sia nelle dichiarazioni politiche, invita alla prudenza e a non farsi prendere dall'entusiasmo». Gli analisti sono sul chi va là. «È difficile avere una visione forte sull'Europa, perché molto dipende da quello che accadrà a Roma nelle prossime settimane», commenta Jeremy Gatto, investitore professionale che opera per Unigestion, che ha detto di essersi già messo al riparo nel caso in cui una nuova crisi politica italiana dovesse portare a ulteriori cali nel mercato obbligazionario e azionario europeo.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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