True
2018-09-05
Salvini conferma quota 100 e blocca i 5 Stelle sulle pensioni
Ansa
I vertici economici della Lega si sono riuniti ieri per circa quattro ore. Matteo Salvini ha convocato al Viminale i responsabili economici del partito, da Giancarlo Giorgetti fino al viceministro Massimo Garavaglia, passando per Alberto Bagnai e Claudio Borghi. Oltre che di flat tax, reddito di cittadinanza e di infrastrutture si è discusso a lungo di pensioni.
Sono stati piantati due paletti. Il primo prevede lo smantellamento della legge Fornero, almeno attraverso lo schema di quota 100 che sicuramente è meno oneroso per i conti pubblici rispetto a una totale revisione della riforma introdotta dal governo Monti. Ieri non si è entrati nei dettagli, ma la strada potrebbe portare a un bivio tecnico. O dare il via a quota 100 come ulteriore strumento per la gestione degli esuberi, rendendo modulabili il requisito anagrafico e quello contributivo e attivando un fondo unico o più fondi. O rendere possibile l'uscita a una platea più ampia, ad esempio per alcune specifiche categorie di lavoratori oppure con vincoli rigidi (età non inferiore ai 64 anni, ricalcolo contributivo e soli due anni di contribuzione figurativa).
Secondo il calcolo effettuato da Itinerari previdenziali, guidato da Alberto Brambilla, la seconda opzione dovrebbe gravare sui conti pubblici con una somma molto vicina ai 3,5 miliardi di euro all'anno. Questa ipotesi prevede però l'abolizione almeno parziale dell'Ape social, l'anticipo pensionistico previsto dall'ex ministro al Lavoro, Giuliano Poletti. Un taglio della contribuzione pubblica a favore dell'uscita anticipata dal lavoro per una quindicina di categorie lavorative causerebbe dunque un peggioramento: o dal punto di vista dell'età pensionistica, o dal punto di vista della consistenza dell'assegno erogato al momento della pensione.
Si tratta di scelta politiche non secondarie e ancora tutte da prendere. La bozza della discussione di ieri sarà infatti fatta circolare tra i politici dei 5 stelle in modo da trovare una sorta di quadra. Probabilmente dopo una difficile mediazione. Ciò che è certo è che la riunione di ieri voluta da Salvini ha invertito la strategia del Carroccio. La scelta degli interventi di riforma non avviene più prima della trattativa con l'Europa; al contrario, ora viene prima la trattativa e poi la scelta delle misure di spesa. In pratica il fronte leghista del governo vorrebbe fissare un tetto di deficit, il più vicino possibile al 3%, ma che sia approvato anche da Bruxelles. L'accordo su una precisa percentuale di deficit comunicherà automaticamente ai mercati che si tratta di un tetto congruo e quindi il messaggio dovrebbe aiutare le agenzie e gli investitori a pesare diversamente lo spread sui nostri titoli di Stato. Si tratta, insomma, di una rivoluzione che inevitabilmente porterà, come confermato dallo stesso Salvini, a spalmare le riforme lungo l'arco della legislatura e non tutte nel 2019. Un'operazione che se riuscirà finirà con il mettere in difficoltà i grillini in sede di elezioni europee e al tempo stesso toglierà la speranza alla componente di opposizione legata all'ex ministro Carlo Calenda e a + Europa di continuare a tifare spread.
C'era poi la necessità di dare nuovi messaggi al vecchio elettorato leghista, quello dei piccoli imprenditori del Nord. Oltre alla conferma di una riduzione fiscale, che al momento viene ancora chiamata flat tax ma che sembra destinata a diventare una sorta di grande partita Iva ai minimi, anche la revisione dei tagli alle cosiddette pensioni d'oro. Ieri si è deciso che la bozza presentata alla Camera a firma Riccardo Molinari (Lega) e Francesco D'Uva (5 stelle) è da considerarsi nulla. Il testo prevedeva un taglio della parte retributiva sopra i 4.000 euro netti al mese, secondo un meccanismo che però appariva svincolato dai reali versamenti e da valutare secondo parametri che finivano per penalizzare l'età effettiva di uscita dal mondo del lavoro. In pratica, una sorta di taglio lineare almeno per coloro che si erano ritirati dal mondo del lavoro prima del Duemila.
Il Carroccio ha ritenuto l'operazione iniqua non solo sul versante elettorale (riguarderebbe molti contribuenti del Nord) ma anche illogica. Perché si finirebbe con il togliere fino al 20% a cittadini che comunque hanno lavorato per dare somme maggiori a chi non ha mai versato alcun tipo di contributo. La Lega si limita a lasciare aperto un assist ai 5 stelle. Se proprio vorranno ancora giocarsi lo slogan delle pensioni d'oro, dovranno colpire solo quelle, con una revisione della parte retributiva, ma sopra i 5.000 euro netti al mese. In pratica, qualcosa di più simile al contributo di solidarietà applicato da più governi.
La Lega vuole concordare con l’Ue la tabella di marcia sulle riforme
Continua a leggereRiduci
Per il Carroccio accettabili modifiche solo sugli assegni sopra i 5.000 euro netti e calcolati con il metodo retributivo. La Fornero verrà cambiata introducendo quota 100. Possibili la flessibilità per i disoccupati oppure condizioni ad hoc per alcune categorie.Trattative e metodo più morbido per rassicurare i mercati. Lo spread giù a 267 punti.Lo speciale contiene due articoli.I vertici economici della Lega si sono riuniti ieri per circa quattro ore. Matteo Salvini ha convocato al Viminale i responsabili economici del partito, da Giancarlo Giorgetti fino al viceministro Massimo Garavaglia, passando per Alberto Bagnai e Claudio Borghi. Oltre che di flat tax, reddito di cittadinanza e di infrastrutture si è discusso a lungo di pensioni. Sono stati piantati due paletti. Il primo prevede lo smantellamento della legge Fornero, almeno attraverso lo schema di quota 100 che sicuramente è meno oneroso per i conti pubblici rispetto a una totale revisione della riforma introdotta dal governo Monti. Ieri non si è entrati nei dettagli, ma la strada potrebbe portare a un bivio tecnico. O dare il via a quota 100 come ulteriore strumento per la gestione degli esuberi, rendendo modulabili il requisito anagrafico e quello contributivo e attivando un fondo unico o più fondi. O rendere possibile l'uscita a una platea più ampia, ad esempio per alcune specifiche categorie di lavoratori oppure con vincoli rigidi (età non inferiore ai 64 anni, ricalcolo contributivo e soli due anni di contribuzione figurativa). Secondo il calcolo effettuato da Itinerari previdenziali, guidato da Alberto Brambilla, la seconda opzione dovrebbe gravare sui conti pubblici con una somma molto vicina ai 3,5 miliardi di euro all'anno. Questa ipotesi prevede però l'abolizione almeno parziale dell'Ape social, l'anticipo pensionistico previsto dall'ex ministro al Lavoro, Giuliano Poletti. Un taglio della contribuzione pubblica a favore dell'uscita anticipata dal lavoro per una quindicina di categorie lavorative causerebbe dunque un peggioramento: o dal punto di vista dell'età pensionistica, o dal punto di vista della consistenza dell'assegno erogato al momento della pensione. Si tratta di scelta politiche non secondarie e ancora tutte da prendere. La bozza della discussione di ieri sarà infatti fatta circolare tra i politici dei 5 stelle in modo da trovare una sorta di quadra. Probabilmente dopo una difficile mediazione. Ciò che è certo è che la riunione di ieri voluta da Salvini ha invertito la strategia del Carroccio. La scelta degli interventi di riforma non avviene più prima della trattativa con l'Europa; al contrario, ora viene prima la trattativa e poi la scelta delle misure di spesa. In pratica il fronte leghista del governo vorrebbe fissare un tetto di deficit, il più vicino possibile al 3%, ma che sia approvato anche da Bruxelles. L'accordo su una precisa percentuale di deficit comunicherà automaticamente ai mercati che si tratta di un tetto congruo e quindi il messaggio dovrebbe aiutare le agenzie e gli investitori a pesare diversamente lo spread sui nostri titoli di Stato. Si tratta, insomma, di una rivoluzione che inevitabilmente porterà, come confermato dallo stesso Salvini, a spalmare le riforme lungo l'arco della legislatura e non tutte nel 2019. Un'operazione che se riuscirà finirà con il mettere in difficoltà i grillini in sede di elezioni europee e al tempo stesso toglierà la speranza alla componente di opposizione legata all'ex ministro Carlo Calenda e a + Europa di continuare a tifare spread. C'era poi la necessità di dare nuovi messaggi al vecchio elettorato leghista, quello dei piccoli imprenditori del Nord. Oltre alla conferma di una riduzione fiscale, che al momento viene ancora chiamata flat tax ma che sembra destinata a diventare una sorta di grande partita Iva ai minimi, anche la revisione dei tagli alle cosiddette pensioni d'oro. Ieri si è deciso che la bozza presentata alla Camera a firma Riccardo Molinari (Lega) e Francesco D'Uva (5 stelle) è da considerarsi nulla. Il testo prevedeva un taglio della parte retributiva sopra i 4.000 euro netti al mese, secondo un meccanismo che però appariva svincolato dai reali versamenti e da valutare secondo parametri che finivano per penalizzare l'età effettiva di uscita dal mondo del lavoro. In pratica, una sorta di taglio lineare almeno per coloro che si erano ritirati dal mondo del lavoro prima del Duemila. Il Carroccio ha ritenuto l'operazione iniqua non solo sul versante elettorale (riguarderebbe molti contribuenti del Nord) ma anche illogica. Perché si finirebbe con il togliere fino al 20% a cittadini che comunque hanno lavorato per dare somme maggiori a chi non ha mai versato alcun tipo di contributo. La Lega si limita a lasciare aperto un assist ai 5 stelle. Se proprio vorranno ancora giocarsi lo slogan delle pensioni d'oro, dovranno colpire solo quelle, con una revisione della parte retributiva, ma sopra i 5.000 euro netti al mese. In pratica, qualcosa di più simile al contributo di solidarietà applicato da più governi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-boccia-il-taglio-delle-pensioni-doro-2601977484.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-lega-vuole-concordare-con-lue-la-tabella-di-marcia-sulle-riforme" data-post-id="2601977484" data-published-at="1781347743" data-use-pagination="False"> La Lega vuole concordare con l’Ue la tabella di marcia sulle riforme Ieri il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ha riunito gli esponenti della Lega esperti in temi economici al Viminale. Al centro della riunione, la legge di bilancio in vista del vertice di governo che si terrà oggi. L'incontro di ieri, in particolare è ruotato attorno al tema dello sfioramento o meno del 3% nel rapporto deficit-Pil. Forza Italia ha chiesto al governo di comunicare subito una soglia, mail Carroccio intende aspettare la nota di aggiornamento al Def, attesa per la settimana tra il 24 e il 29 settembre. Il ministero dell'Economia e delle Finanze, d'altronde, vuole aspettare i dati Istat, in arrivo il 21 settembre. Una volta rilasciata la tabella con gli indicatori sulla finanza pubblica, dunque, la Lega potrà confermare l'intenzione di mantenere il deficit sotto il 3%. Inoltre, una volta deciso con la Bce e l'Europa a quanto fermare l'asticella del deficit, Salvini potrà finalmente capire come e quanto può muoversi su reddito di cittadinanza, flat tax e revisione della legge Fornero. niente dichiarazioni Il vertice di ieri è durato circa tre ore. I partecipanti hanno lasciato il ministero in macchina, senza rilasciare dichiarazioni. Con Salvini e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, hanno partecipato tra gli altri: Massimo Garavaglia, viceministro dell'Economia; Massimo Bitonci, sottosegretario al Tesoro; Claudio Borghi, presidente della commissione bilancio alla Camera; Armando Siri, sottosegretario alle Infrastrutture; Alberto Bagnai, presidente della commissione finanze al Senato; Dario Galli, sottosegretario allo Sviluppo economico e Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro. «Siamo persone serie», ha detto ieri Salvini, «il governo nasce per durare a lungo. Gli italiani ci premiano per chiarezza e coerenza, quello di oggi è stato il primo di una serie di incontri», ha continuato. «Abbiamo discusso su numeri, conti e tempi per realizzare nell'arco della legislatura le nostre proposte per famiglie e imprese: smantellamento della legge Fornero, flat tax, pace fiscale e chiusura delle liti con Equitalia, meno burocrazia per aziende e partite Iva, eliminazione delle accise più vecchie sulla benzina, interventi a favore dei Comuni, un grande piano nazionale di manutenzione ordinaria e straordinaria». La Lega e Salvini ieri hanno dunque voluto lanciare messaggi rassicuranti ai mercati, lasciando intendere che questo governo durerà a lungo, sebbene non si possa ancora parlare di intesa raggiunto con l'alleato Movimento 5 stelle sui nuovi obiettivi di finanza pubblica che il governo deve ufficializzare entro il 27 settembre. investitori prudenti L'obiettivo, insomma, è mettere a punto una tabella di marcia (una volta confermato il livello del rapporto deficit-Pil) per tutte le misure da portare avanti nell'arco della legislatura. Un messaggio che il mercato ha mostrato di apprezzare. Ieri il rendimento sul Btp decennale si è mostrato in calo di circa del 7% e lo spread nei confronti del Bund tedesco ha chiuso in netta contrazione a 267,7 punti base. La prudenza rimane però consigliabile secondo diversi investitori. «Il sentiment del mercato è decisamente positivo», commenta un operatore contattato dall'agenzia Mf-Dow Jones, «ma la volatilità che si è vista nei giorni scorsi, sia sui prezzi dei Btp, sia nelle dichiarazioni politiche, invita alla prudenza e a non farsi prendere dall'entusiasmo». Gli analisti sono sul chi va là. «È difficile avere una visione forte sull'Europa, perché molto dipende da quello che accadrà a Roma nelle prossime settimane», commenta Jeremy Gatto, investitore professionale che opera per Unigestion, che ha detto di essersi già messo al riparo nel caso in cui una nuova crisi politica italiana dovesse portare a ulteriori cali nel mercato obbligazionario e azionario europeo.
Donald Trump (Ansa)
I rapporti transatlantici potrebbero essere presto rimodellati. «Gli alleati europei non sono stati d’aiuto adesso, ma possono essere molto d’aiuto in futuro, dopo l’intesa con l’Iran», ha dichiarato ieri Donald Trump. Nelle stesse ore, il New York Times riferiva che gli Stati Uniti sarebbero pronti a ridurre gli aerei e le navi da guerra messe a disposizione per le operazioni militari della Nato in Europa. «I funzionari del Dipartimento della Guerra hanno comunicato agli alleati che gli Stati Uniti ridimensioneranno il proprio contributo al Modello di Forza Nato, in linea con le direttive di condivisione degli oneri previste dalla Strategia di Difesa Nazionale 2026 e con la visione del Dipartimento per una Nato 3.0», aveva del resto già dichiarato il Pentagono la settimana scorsa. Non solo. Il Comandante supremo delle Forze alleate in Europa, Alexus G. Grynkewich, ha anche annunciato ieri una graduale riduzione delle truppe Nato in Kosovo.
Sempre ieri, il ministero della Difesa di Canberra ha annunciato che, in base all’Aukus, a partire dal prossimo anno quattro sottomarini a propulsione nucleare, comandati dagli Stati Uniti, opereranno a rotazione nella costa occidentale australiana. Secondo quanto reso noto da alcuni funzionari americani, questo permetterà a Washington di avere maggiore proiezione sul Mar cinese meridionale: il che consentirà alla Casa Bianca di aumentare il proprio margine di manovra soprattutto per quanto riguarda la crescente tensione tra Pechino e Taipei. Era inoltre fine maggio, quando, nell’ambito del Quadrilateral security dialogue, i ministri degli esteri di Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno concordato di realizzare congiuntamente un porto nelle Fiji, oltre a firmare accordi in materia di minerali strategici e di sicurezza energetica.
Si tratta di mosse significative. Il Quadrilateral security dialogue è un formato che venne rilanciato nel 2017 ai tempi della prima amministrazione Trump e che, durante il primo anno della sua seconda presidenza, era sembrato finire parzialmente nel dimenticatoio a causa delle tensioni commerciali tra Washington e Nuova Delhi. L’Aukus è invece un patto di sicurezza tra Usa, Australia e Regno Unito, che fu sottoscritto da Joe Biden nel settembre 2021. Ebbene, Trump ha adesso intenzione di far leva su entrambe queste partnership per aumentare la deterrenza statunitense nei confronti di Pechino. Tutto questo, mentre, come abbiamo visto, la Casa Bianca si prepara a ridurre la propria presenza militare in Europa.
Emergono quindi almeno due considerazioni. Innanzitutto, è chiaro come, dal punto di vista strategico, per gli Stati Uniti il Vecchio continente stia sempre più diventando di secondaria importanza rispetto all’Indo-Pacifico. Parliamo di un trend che era già iniziato ai tempi della presidenza di Barack Obama e che si è rafforzato nel corso degli ultimi anni. Trump, a maggior ragione nel pieno del difficile sforzo diplomatico per porre fine al conflitto iraniano, ha bisogno di alleati proattivi, che si assumano maggiori responsabilità e che permettano di ridurre oneri e costi agli Stati Uniti. Tutto questo, in nome della priorità strategica di Washington, che è il contenimento della Cina.
In secondo luogo, il presidente americano ha intenzione di usare il sostegno militare anche come strumento di ricompensa o punizione nei rapporti altalenanti con gli alleati. Da una parte, anche a causa dei suoi rapporti non idilliaci con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Trump ha annunciato a maggio l’intenzione di ritirare 5.000 soldati americani dalla Germania; dall’altra, l’inquilino della Casa Bianca ha tuttavia detto di volerne inviare altrettanti in Polonia in nome della sua solida relazione politica con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Insomma, il Vecchio continente non può più dare nulla per scontato. E le ben note manovre filocinesi di leader, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, rischiano soltanto di complicare (anziché rilanciare) le relazioni transatlantiche.
Continua a leggereRiduci
Francesco Cafiso, sassofonista siciliano che ha conquistato il mondo da giovanissimo senza dimenticare le sue radici, presenta il suo Vittoria Jazz Festival. Ricorda l’incontro che gli ha cambiato la vita, a 13 anni, con Wynton Marsalis. E rende omaggio al concittadino Arturo Di Modica, papà del Toro di Wall Street.
(Ansa)
Dovrebbe essere Ginevra, in Svizzera e non in un Paese dell’Ue, il luogo scelto per una svolta destinata a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. Secondo Reuters e Bloomberg, un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra nel Golfo potrebbe essere firmato domenica o lunedì dal vicepresidente americano, JD Vance, e dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Ghalibaf. A rafforzare le aspettative è intervenuto il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif: «La pace non è mai stata così vicina come lo è adesso», ha scritto su X, sostenendo che è stato raggiunto un testo condiviso e che Islamabad sta lavorando con entrambe le parti per definire gli ultimi dettagli dell’intesa.
Nonostante l’ottimismo dei mediatori, attorno all’accordo continua a regnare incertezza. A generarla sono soprattutto le dichiarazioni contraddittorie provenienti da Teheran, dove le diverse anime del regime sembrano raccontare versioni differenti dello stesso memorandum. Secondo la Casa Bianca, l’Iran avrebbe accettato di smantellare il programma nucleare, distruggere il materiale fissile accumulato e riaprire immediatamente lo Stretto di Hormuz. Un alto funzionario americano ha precisato che nessun fondo iraniano congelato verrà sbloccato fino a quando Teheran non avrà dimostrato di rispettare gli impegni assunti. Le agenzie iraniane raccontano però una storia diversa. Mehr sostiene che l’accordo prevederebbe lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati durante il periodo negoziale di 60 giorni. L’agenzia ufficiale Irna afferma che l’Iran non rinuncerà al controllo di Hormuz e che la gestione futura dell’area dovrà essere concordata con l’Oman.
Le divergenze riguardano proprio i punti più delicati dell’intesa e riflettono le profonde divisioni interne alla Repubblica islamica, già emerse nelle scorse ore con la diffusione di una bozza in 14 punti attribuita agli ambienti più radicali del regime.
Le indiscrezioni provenienti da Teheran hanno provocato l’irritazione di Donald Trump. In un messaggio pubblicato su Truth, il presidente americano ha accusato il regime di diffondere informazioni false sul contenuto dell’intesa. «Le condizioni che l’Iran ha fatto trapelare ai media non hanno nulla a che vedere con quelle concordate per iscritto», ha scritto. Trump, che ha accusato gli europei di essere stati «inutili», aggiungendo però, col Corriere, che potranno aiutare gli Usa nel dopoguerra, ha definito «disonorevole» il comportamento dei negoziatori iraniani, pur continuando a sostenere che l’accordo sia vicino. Sulla stessa linea il vicepresidente Vance: «Gli iraniani non ricevono contanti e nessun fondo viene sbloccato soltanto per firmare un accordo o partecipare a un incontro», ha scritto su X, smentendo le indiscrezioni relative a un immediato rilascio di risorse finanziarie. Sul fronte iraniano, il coinvolgimento di Ghalibaf viene interpretato come un segnale politico significativo. La sua eventuale firma rappresenterebbe il sostegno di una parte importante dell’establishment iraniano all’intesa. Restano però forti dubbi sulla posizione definitiva della Guida suprema, Mojtaba Khamenei, e delle correnti più radicali del regime. Anche il dossier libanese continua a rappresentare un elemento di tensione. Hezbollah insiste affinché qualsiasi accordo comprenda la cessazione delle ostilità in Libano, una richiesta che complica il lavoro dei mediatori.
Se a Washington prevale l’ottimismo, a Gerusalemme domina la prudenza. Secondo fonti israeliane citate dalla Cnn, l’annuncio di Trump sull’accordo avrebbe colto di sorpresa lo stesso Benjamin Netanyahu durante una riunione sulla sicurezza nazionale. Secondo quanto riferito dall’emittente israeliana Channel 12, che citava una fonte americana, durante l’ultima telefonata del premier israeliano con Trump, il presidente statunitense avrebbe sostenuto che l’accordo in discussione rappresenti un passo positivo e che sia arrivato il momento di mettere fine al conflitto.
Le preoccupazioni israeliane trovano conferma negli sviluppi sul terreno. Un convoglio umanitario organizzato dal nunzio apostolico in Libano, monsignor Paolo Borgia, e diretto verso alcuni villaggi cristiani del Sud del Paese, è stato fermato dall’esercito israeliano e costretto a modificare il proprio itinerario. L’episodio si inserisce in un contesto di forte tensione. Secondo le Forze di difesa israeliane, nell’ultima settimana sono stati colpiti circa 310 obiettivi di Hezbollah e neutralizzati 80 miliziani. In questo quadro, il ministro della Difesa Israel Katz ha ribadito che Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza. Katz ha inoltre affermato che lui e Netanyahu hanno ordinato all’esercito di prepararsi all’eventualità di un’azione autonoma per impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare.
La possibile firma rappresenterebbe una svolta storica. Tuttavia, le divergenze tra Washington e Teheran sul contenuto dell’intesa, le tensioni in Libano e le molte riserve israeliane mostrano quanto il percorso verso una stabilizzazione della regione resti fragile e tutt’altro che scontato.
Continua a leggereRiduci
Giorgia Meloni (Getty Images)
Lo ha fatto sapere l’Eliseo e sono i media francesi a precisare che dall’insediamento di Meloni nel 2022 e dal trattato del Quirinale, del 2021, si tratta del primo vertice che disciplina le relazioni bilaterali. «Nove ministri di entrambe le parti» e un «forum economico franco-italiano» nella vicina Le Cannet, nonché a una visita ministeriale alla sede centrale di Thales Alenia Space, azienda franco-italiana, a Cannes.
«I due leader scambieranno inoltre opinioni sulle principali questioni europee e internazionali e discuteranno le modalità per rafforzare i legami tra la società civile francese e quella italiana, in particolare attraverso i giovani e la cultura». Un segnale quello dell’Eliseo, dopo anni di rapporti tiepidi, che lascia intendere un’apertura nei confronti delle politiche del governo Meloni. Ed è Roberta Metsola, in occasione di un’intervista con Bruno Vespa al Forum in Masseria, a sposare subito la proposta di Meloni di proporre una voce unica con Mosca. Mancano pochi giorni al Consiglio europeo, dove si parlerà di questo ma anche dei numeri del prossimo quadro finanziario pluriennale (Qfp), il programma di spesa a lungo termine dell’Ue. Meloni nel suo intervento alle Camere aveva già ribadito che l’Italia non accetterà «un bilancio in conseguenza del quale, a fronte di maggiori contributi, l’Italia rischia di avere a disposizione risorse inferiori».
Adesso anche la Germania esprime insoddisfazione e considera «assolutamente deludente» la proposta presentata dalla presidenza cipriota per il prossimo bilancio pluriennale europeo. Lo ha fatto sapere una fonte diplomatica tedesca: «Non entrerò oggi nei dettagli, ma per noi questo non può assolutamente costituire una base per arrivare a un accordo. La proposta negoziale è inaccessibile dal punto di vista finanziario e non è nemmeno stata riformata nella direzione necessaria. Abbiamo bisogno di tagli significativi al volume complessivo in tutti i settori». Per il governo tedesco, «primo, per ridurre sensibilmente le cifre complessive, il 2% è di gran lunga insufficiente. Secondo, per mantenere la corretta priorità delle politiche che la Commissione ha indicato nella sua proposta presentata un anno fa, la modernizzazione del quadro finanziario pluriennale deve essere realizzata. Non approveremo né un quadro finanziario pluriennale troppo costoso né uno privo di riforme». Berlino si dice disponibile ad arrivare un accordo già nel 2026, in quanto «riteniamo che nel 2027 sia estremamente improbabile arrivare a una conclusione, a causa delle elezioni in molti Stati membri dell’Ue» e quindi, «senza un accordo quest’anno, è poco probabile che nel 2028 possano effettivamente iniziare a essere erogati i fondi».
E c’è da immaginare che Italia e Germania non rimarranno gli unici Paesi membri ad esprimere malcontento su questo tema, a dimostrazione che le politiche europee, anche in questo campo, sono state insoddisfacenti. I socialisti (S&D) definiscono il tutto «preoccupante».
Continuano intanto i bilaterali di Meloni con i leader esteri. Ieri il premier ha ricevuto a Villa Pamphili il presidente della Repubblica di Corea, Lee Jae Myung, nel quadro della sua visita di Stato in Italia. L’incontro, che fa seguito alla missione di Meloni a Seul il 19 gennaio scorso, ha consentito di elevare le relazioni tra Italia e Corea al livello di Partenariato strategico speciale e di adottare un Piano d’Azione 2026-2030 per intensificare la collaborazione bilaterale in ambito politico, economico, scientifico-tecnologico, culturale e nel campo della sicurezza e difesa.
Continua a leggereRiduci