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2024-10-24
Incarichi al compagno gay. Si è dimesso l’uomo di Giuli
Francesco Spano (Imaoeconomica)
Chissà se le dimissioni del nuovo capo di gabinetto del ministero dei Beni culturali fanno parte del cambiamento di paradigma della quarta rivoluzione epocale. O se si tratta di una ontologia intonata alla rivoluzione permanente dell’infosfera globale dal rischio duplice e speculare. Che sia l’una o l’altra cosa, sta di fatto che «l’apocalittismo difensivo che rimpiange un’immagine del mondo trascorsa impugnando una ideologia della crisi che si percepisce come processo alla tecnica e al futuro» ha fatto piazza pulita per la seconda volta, e per di più in appena dieci giorni, del braccio destro del ministro della Cultura. Lo so, qualcuno penserà che io maramaldeggi, usando i discorsi incomprensibili di Alessandro Giuli per infierire a cadavere ancora caldo sul traumatico addio del suo principale collaboratore. Ma io non provo alcun godimento nell’assistere alla rimozione di Francesco Spano. Semmai l’unico mio sentimento è la rabbia, ovvero l’irritazione di chi oggi, di fronte all’ennesimo passo falso del ministero della Cultura, dicastero che dovrebbe contribuire a smontare i pezzi di un sistema da sempre in mano alla sinistra, può dire: ve lo avevo detto. E non perché, come qualcuno vorrebbe far credere, l’ormai ex capo di gabinetto di Alessandro Giuli sia dichiaratamente gay, ma perché già nel passato aveva dato prova di mischiare le faccende private con gli affari pubblici. Se si è un funzionario dello Stato e si maneggiano quattrini dei contribuenti bisogna essere al di sopra di ogni sospetto ed evitare in ogni modo l’accusa di usare i fondi con discrezionalità. Non c’entrano le preferenze sessuali, le frequentazioni di certi ambienti, c’entra il fatto che la separazione delle carriere non riguarda soltanto i magistrati ma, nell’amministrazione dello Stato, anche i fidanzati e gli sposati.
Nel passato, Spano era stato costretto a gettare la spugna perché l’ufficio da lui guidato - l’Unar, ente contro le discriminazioni razziali - aveva finanziato un’associazione Lgbt di cui lo stesso capo di gabinetto era tesserato e nei cui circoli si tenevano anche serate a base di sesso a pagamento. Che cosa avevano a che fare le ammucchiate con le intemerate contro le segregazioni in base alla razza? Niente e infatti quando le Iene scoperchiarono lo scandalo, Spano fu costretto a mollare la poltrona. Da lì il futuro capo di gabinetto del ministro dei Beni culturali tornò al Maxxi, il museo guidato per anni dall’ex ministro veltroniano Giovanna Melandri e poi affidato nel dicembre del 2022 ad Alessandro Giuli. In quei mesi il funzionario sarebbe stato talmente brillante da indurre il numero uno dei Beni culturali a portarlo con sé anche nel palazzo di via del Collegio Romano. Anzi, di più. Giuli lo ha messo accanto al suo ufficio, nominandolo principale collaboratore. Non senza prima aver rimosso il capo di gabinetto che gli aveva lasciato in eredità Gennaro Sangiuliano. Intendiamoci: ognuno è libero di circondarsi dei collaboratori che più desidera. Tuttavia, quando divenuto ministro Giuli decise di rimuovere Francesco Gilioli per sostituirlo con Spano, la prima cosa che mi sono chiesto è stata: perché? Capisco che ognuno voglia avere intorno uomini fidati, ma perché cacciare in malo modo, licenziandolo su due piedi, il capo di gabinetto che c’era prima? Le voci di corridoio attribuiscono al ministro frasi poco simpatiche, tipo «l’abbiamo preso con le mani nella marmellata». Non sappiamo se le parole corrispondano al vero, ma nel caso fosse così, il ministro avrebbe l’obbligo di chiarire, dato che la marmellata è nostra.
Così come forse sarebbe necessario spendesse due parole per spiegarci perché ha voluto a tutti i costi avere intorno a sé Spano e perché fino a ieri, dopo che la faccenda rischiava di essere rivelata da Report, non si fosse accorto che al Maxxi era stato ingaggiato anche il «marito» del suo braccio destro. Spano non gliene aveva mai parlato? E lui non si era mai reso conto del rapporto personale che univa il futuro capo di gabinetto al collaboratore messo a libro paga dello stesso museo? Insomma, qui non siamo di fronte a un clima di mostrificazione, come ha detto Giuli, commentando le dimissioni, non so se spontanee o spintanee, del suo capo di gabinetto. Siamo davanti a un sistema, dove l’iscritto finanzia l’associazione che frequenta e poi paga o fa pagare il compagno senza curarsi di rendere conto del rapporto personale. Per anni ci hanno frantumato gli zebedei con il conflitto d’interessi, ma come si vede non c’è solo quello di Berlusconi, ci sono anche quelli di chi, all’interno delle strutture dello Stato, coltiva le proprie relazioni e confonde il proprio ruolo con le proprie passioni.
Detto ciò, la cultura è una cosa seria e vorremmo che si evitasse di trascinarla nel ridicolo, con vicende personali che abbiano per protagonisti consulenti o dirigenti. Abbiamo criticato spesso i ministri precedenti per un sistema che premiava gli amici: siamo pronti a continuare a farlo anche ora.
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Salta Francesco Spano, imposto come capo di gabinetto 10 giorni fa, contro ogni buon senso e senza spiegazioni, dal neo ministro: avrebbe mischiato soldi pubblici e affari privati, come nel 2017. Una figuraccia che si poteva evitare.Chissà se le dimissioni del nuovo capo di gabinetto del ministero dei Beni culturali fanno parte del cambiamento di paradigma della quarta rivoluzione epocale. O se si tratta di una ontologia intonata alla rivoluzione permanente dell’infosfera globale dal rischio duplice e speculare. Che sia l’una o l’altra cosa, sta di fatto che «l’apocalittismo difensivo che rimpiange un’immagine del mondo trascorsa impugnando una ideologia della crisi che si percepisce come processo alla tecnica e al futuro» ha fatto piazza pulita per la seconda volta, e per di più in appena dieci giorni, del braccio destro del ministro della Cultura. Lo so, qualcuno penserà che io maramaldeggi, usando i discorsi incomprensibili di Alessandro Giuli per infierire a cadavere ancora caldo sul traumatico addio del suo principale collaboratore. Ma io non provo alcun godimento nell’assistere alla rimozione di Francesco Spano. Semmai l’unico mio sentimento è la rabbia, ovvero l’irritazione di chi oggi, di fronte all’ennesimo passo falso del ministero della Cultura, dicastero che dovrebbe contribuire a smontare i pezzi di un sistema da sempre in mano alla sinistra, può dire: ve lo avevo detto. E non perché, come qualcuno vorrebbe far credere, l’ormai ex capo di gabinetto di Alessandro Giuli sia dichiaratamente gay, ma perché già nel passato aveva dato prova di mischiare le faccende private con gli affari pubblici. Se si è un funzionario dello Stato e si maneggiano quattrini dei contribuenti bisogna essere al di sopra di ogni sospetto ed evitare in ogni modo l’accusa di usare i fondi con discrezionalità. Non c’entrano le preferenze sessuali, le frequentazioni di certi ambienti, c’entra il fatto che la separazione delle carriere non riguarda soltanto i magistrati ma, nell’amministrazione dello Stato, anche i fidanzati e gli sposati.Nel passato, Spano era stato costretto a gettare la spugna perché l’ufficio da lui guidato - l’Unar, ente contro le discriminazioni razziali - aveva finanziato un’associazione Lgbt di cui lo stesso capo di gabinetto era tesserato e nei cui circoli si tenevano anche serate a base di sesso a pagamento. Che cosa avevano a che fare le ammucchiate con le intemerate contro le segregazioni in base alla razza? Niente e infatti quando le Iene scoperchiarono lo scandalo, Spano fu costretto a mollare la poltrona. Da lì il futuro capo di gabinetto del ministro dei Beni culturali tornò al Maxxi, il museo guidato per anni dall’ex ministro veltroniano Giovanna Melandri e poi affidato nel dicembre del 2022 ad Alessandro Giuli. In quei mesi il funzionario sarebbe stato talmente brillante da indurre il numero uno dei Beni culturali a portarlo con sé anche nel palazzo di via del Collegio Romano. Anzi, di più. Giuli lo ha messo accanto al suo ufficio, nominandolo principale collaboratore. Non senza prima aver rimosso il capo di gabinetto che gli aveva lasciato in eredità Gennaro Sangiuliano. Intendiamoci: ognuno è libero di circondarsi dei collaboratori che più desidera. Tuttavia, quando divenuto ministro Giuli decise di rimuovere Francesco Gilioli per sostituirlo con Spano, la prima cosa che mi sono chiesto è stata: perché? Capisco che ognuno voglia avere intorno uomini fidati, ma perché cacciare in malo modo, licenziandolo su due piedi, il capo di gabinetto che c’era prima? Le voci di corridoio attribuiscono al ministro frasi poco simpatiche, tipo «l’abbiamo preso con le mani nella marmellata». Non sappiamo se le parole corrispondano al vero, ma nel caso fosse così, il ministro avrebbe l’obbligo di chiarire, dato che la marmellata è nostra. Così come forse sarebbe necessario spendesse due parole per spiegarci perché ha voluto a tutti i costi avere intorno a sé Spano e perché fino a ieri, dopo che la faccenda rischiava di essere rivelata da Report, non si fosse accorto che al Maxxi era stato ingaggiato anche il «marito» del suo braccio destro. Spano non gliene aveva mai parlato? E lui non si era mai reso conto del rapporto personale che univa il futuro capo di gabinetto al collaboratore messo a libro paga dello stesso museo? Insomma, qui non siamo di fronte a un clima di mostrificazione, come ha detto Giuli, commentando le dimissioni, non so se spontanee o spintanee, del suo capo di gabinetto. Siamo davanti a un sistema, dove l’iscritto finanzia l’associazione che frequenta e poi paga o fa pagare il compagno senza curarsi di rendere conto del rapporto personale. Per anni ci hanno frantumato gli zebedei con il conflitto d’interessi, ma come si vede non c’è solo quello di Berlusconi, ci sono anche quelli di chi, all’interno delle strutture dello Stato, coltiva le proprie relazioni e confonde il proprio ruolo con le proprie passioni.Detto ciò, la cultura è una cosa seria e vorremmo che si evitasse di trascinarla nel ridicolo, con vicende personali che abbiano per protagonisti consulenti o dirigenti. Abbiamo criticato spesso i ministri precedenti per un sistema che premiava gli amici: siamo pronti a continuare a farlo anche ora.
«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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Il rischio da qui al 2035, dice il report, è di avere città meno illuminate, alcuni quartieri-dormitorio, popolazione anziana con difficoltà a fare la spesa e un maggior degrado del tessuto urbano. Il fenomeno è il risultato di una tempesta perfetta di fattori economici e sociali. In primo luogo, il cambiamento profondo nei modelli di acquisto: tra il 2015 e il 2025, mentre le vendite totali al dettaglio sono cresciute del 14,4%, quelle delle piccole superfici sono rimaste al palo (0,0%). Al contrario, il commercio online è quasi triplicato (+187%), passando da un valore di 31,4 miliardi nel 2019 ai 62,3 miliardi previsti per il 2025. Oggi l’e-commerce incide per l’11,3% sui consumi di beni e per il 18,4% sui servizi. Ha grande impatto sulle chiusure dei negozi la «turistificazione» dei centri storici. Gli affitti brevi e i B&B sono aumentati del 184,4%. Questo boom è particolarmente evidente nelle località del Mezzogiorno, dove i B&B sono quasi quadruplicati. Se da un lato questo alimenta l’indotto turistico, dall’altro sottrae spazi alla residenzialità e ai servizi di prossimità, modificando l’identità dei quartieri. Questa mutazione si esprime anche con una modifica del tessuto imprenditoriale: calano le imprese a titolarità italiana (-290.000) e aumentano quelle straniere (+134.000), che svolgono una funzione di «supplenza» commerciale, pur rimanendo spesso piccole e frammentate. Si nota inoltre un processo di professionalizzazione: crescono le società di capitale (passate dal 9% al 17% nel commercio al dettaglio e dal 14,2% al 30,6% nell’alloggio e ristorazione) mentre diminuiscono tutte le altre forme (ditte individuali, società di persone, cooperative, consorzi), segno che chi resta sul mercato cerca una struttura organizzativa più solida per resistere alla crisi. In molti casi la crescita degli alloggi turistici avviene a scapito delle strutture alberghiere tradizionali, mentre parte dei bar si riclassifica nella ristorazione.
Il fenomeno non colpisce l’Italia in modo uniforme. Il Nord è più sofferente, con perdite di negozi che in città come Belluno, Vercelli, Trieste e Alessandria superano il 33%. Al contrario, il Sud mostra una maggiore resilienza, sebbene fortemente dipendente dalla spinta turistica. Tra le città che hanno perso più imprese spiccano Agrigento (-37,5%) e Ancona (-35,9%).
Il bilancio sullo stato di salute delle varie categorie merceologiche è impietoso. In forte calo le edicole (-51,9%), l’abbigliamento e le calzature (-36,9%), i mobili e ferramenta (-35,9%) e i libri e giocattoli (-32,6%). In crescita invece ristorazione (+35%), rosticcerie e pasticcerie (+14,4%), farmacie e negozi di tecnologia. Il comparto alloggio e ristorazione è l’unico con segno positivo (+19.000 imprese totali).
Confcommercio azzarda una stima al 2035 che è a tinte fosche: città meno illuminate, aumento del degrado urbano, quartieri che diventano «dormitori» e crescenti difficoltà per la popolazione anziana, che perderebbe i punti di riferimento per la spesa quotidiana.
Per contrastare questo scenario, l’associazione del commercio, attraverso il progetto Cities, sottolinea l’urgenza di provvedimenti di rigenerazione urbana. Non si tratta solo di sostenere il commercio, ma di ripensare l’equilibrio tra residenti, turisti e servizi. È necessario passare da una crescita disordinata a una pianificazione che valorizzi i negozi di vicinato come presidi di sicurezza, socialità e vivibilità delle città italiane.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 marzo 2026. Il capogruppo della Lega in Campidoglio Fabrizio Santori spiega lo scandalo dell'acquisto di immobili da parte del Comune di Roma.
Il petrolio è arrivato a 100 dollari ma prima o dopo si troverà una soluzione al blocco di Hormuz. Preoccupa di più la fuga degli investitori dai fondi di private credit americani. Grandi nomi in ballo e centinaia di miliardi che ballano. Uno scricchiolio a Wall Street vale 10 crisi del petrolio.