True
2026-02-10
Rider sfruttati: Glovo accusata di caporalato
Ansa
Nel registro degli indagati è finito l’amministratore unico della società, lo spagnolo Oscar Pierre Miquel, insieme a Foodinho ai sensi della legge sulla responsabilità amministrativa degli enti, per aver impiegato manodopera in «condizioni di sfruttamento» e «approfittando dello stato di bisogno» dei lavoratori. Secondo la Procura, a migliaia di rider sarebbero state erogate retribuzioni inferiori fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà e fino all’81,62% rispetto ai contratti collettivi, in violazione dell’articolo 36 della Costituzione. Il quadro si colloca in un contesto già critico: dati Istat indicano che 1.245 euro netti al mese rappresentano la soglia di rischio povertà per un lavoratore singolo, mentre retribuzioni annue attorno ai 12.000 euro o compensi orari sotto gli 8,5 euro definiscono il lavoro a basso reddito, livelli che nel lavoro su piattaforma vengono raggiunti solo con una elevatissima intensità lavorativa.
Dentro questa cornice giuridica si collocano le storie individuali di rider ascoltati in questi mesi in procura. Ahmed lavora nella zona della Stazione Centrale e racconta: «Resto collegato all’app anche dodici ore al giorno, dalle dieci del mattino fino alle undici di sera, faccio dieci consegne ma a volte anche venti o venticinque, e sono sempre geolocalizzato, se faccio tardi mi penalizzano», per 2,50 euro a consegna e un reddito che a fine mese arriva a malapena tra i 1.000 e i 1.200 euro lordi, insufficienti per affitto e bollette, mentre continua a mandare soldi alla famiglia in Pakistan dichiarando uno stato di bisogno; Muhammad, zona Milano Repubblica, partita Iva, quindici consegne al giorno per dieci ore senza pause, racconta: «Le consegne sono tutte tracciate, se sono in ritardo Glovo mi chiama e mi chiede perché sono fermo», e il reddito scende attorno agli 800 euro; Chowdhury lavora nel centro di Milano e ripete lo stesso schema: «Sono sempre geolocalizzato, se faccio ritardo mi chiamano e mi dicono di accelerare», mentre il guadagno mensile arriva anche solo a 600 euro; Anjam divide le sue giornate tra Glovo e Deliveroo, tra Duomo e Centrale, e spiega: «Se sono in ritardo mi chiamano subito», per circa 1.400 euro lordi che non cambiano il verdetto della precarietà; Wasim arriva a fare venti o trenta consegne al giorno e dice semplicemente «la paga non basta»; Hassan chiarisce il punto che la Procura considera decisivo, il controllo non ha un volto umano, ma una voce telefonica che arriva quando l’algoritmo rileva un’anomalia: «Se sono in ritardo Glovo mi chiama e mi dice di velocizzare»; Dhali manda soldi alla famiglia in Bangladesh e confessa che il reddito non copre le spese essenziali. C’è chi ha dovuto di tasca propria ripagare una batteria della bici rubata da 800 euro, «perché a Glovo non interessa». Zakhil racconta lo stress continuo «durante la consegna sono controllato tramite Gps e Glovo può vedere se mi fermo o se sono in ritardo»; Rauf, Duomo, undici o dodici ore al giorno, quindici o venti consegne, unico lavoro e famiglia in Pakistan, dice: «Se sono in ritardo vengo chiamato e mi dicono di consegnare più velocemente»; Sweet ricorda come le condizioni siano peggiorate nel tempo: «Prima pagavano a chilometro, ora a consegna, e guadagno meno»; Michael è diretto: «Glovo controlla tutto tramite l’app e se fai ritardo o ti fermi ti contattano per chiedere spiegazioni», poi descrive la sequenza obbligata: «Ricevo una notifica, accetto, vado al ristorante indicato, consegno seguendo il percorso indicato dall’app, durante la consegna sono sempre tracciato», per 600 euro al mese e nessuna alternativa; Appiah è collegato dalle dieci alle ventidue sette giorni su sette per 600 o 700 euro; Idrees arriva a percorrere 80 chilometri al giorno; Hussain lavora fino a dodici ore e ripete che «la paga non basta per vivere».
A questo potere di controllo digitale che incide direttamente sul reddito, la Procura oppone il controllo giudiziario. È stato nominato come amministratore il commercialista Andrea Adriano Romanò: avrà il compito di regolarizzare 40.000 rider e di intervenire sugli assetti organizzativi dell’azienda.
Continua a leggereRiduci
La Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario per Foodinho, società che gestisce la piattaforma. I 40.000 fattorini in Italia sarebbero costretti a lavorare fino a 12 ore al giorno per 2,50 euro a consegna: retribuzioni da fame in contrasto con la Costituzione.Un tempo il controllo sul lavoro aveva un volto: il caporale nei campi, il capo officina davanti alle macchine, il sorvegliante che misurava la produttività. Oggi quel controllo è affidato a un algoritmo, che assegna le mansioni, registra i movimenti, misura i tempi e incide direttamente sul salario senza presentarsi come un superiore gerarchico. È su questo mutamento della forma del comando che si innesta l’inchiesta della Procura di Milano, che ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza di Foodinho srl, la società che gestisce in Italia la piattaforma Glovo, ipotizzando il reato di caporalato aggravato nei confronti di circa 2.000 rider a Milano e 40.000 in tutta Italia. Il provvedimento, firmato dal pubblico ministero Paolo Storari, dovrà essere vagliato da un giudice per le indagini preliminari entro dieci giorni ed è stato eseguito dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro di Milano. Nel registro degli indagati è finito l’amministratore unico della società, lo spagnolo Oscar Pierre Miquel, insieme a Foodinho ai sensi della legge sulla responsabilità amministrativa degli enti, per aver impiegato manodopera in «condizioni di sfruttamento» e «approfittando dello stato di bisogno» dei lavoratori. Secondo la Procura, a migliaia di rider sarebbero state erogate retribuzioni inferiori fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà e fino all’81,62% rispetto ai contratti collettivi, in violazione dell’articolo 36 della Costituzione. Il quadro si colloca in un contesto già critico: dati Istat indicano che 1.245 euro netti al mese rappresentano la soglia di rischio povertà per un lavoratore singolo, mentre retribuzioni annue attorno ai 12.000 euro o compensi orari sotto gli 8,5 euro definiscono il lavoro a basso reddito, livelli che nel lavoro su piattaforma vengono raggiunti solo con una elevatissima intensità lavorativa. Dentro questa cornice giuridica si collocano le storie individuali di rider ascoltati in questi mesi in procura. Ahmed lavora nella zona della Stazione Centrale e racconta: «Resto collegato all’app anche dodici ore al giorno, dalle dieci del mattino fino alle undici di sera, faccio dieci consegne ma a volte anche venti o venticinque, e sono sempre geolocalizzato, se faccio tardi mi penalizzano», per 2,50 euro a consegna e un reddito che a fine mese arriva a malapena tra i 1.000 e i 1.200 euro lordi, insufficienti per affitto e bollette, mentre continua a mandare soldi alla famiglia in Pakistan dichiarando uno stato di bisogno; Muhammad, zona Milano Repubblica, partita Iva, quindici consegne al giorno per dieci ore senza pause, racconta: «Le consegne sono tutte tracciate, se sono in ritardo Glovo mi chiama e mi chiede perché sono fermo», e il reddito scende attorno agli 800 euro; Chowdhury lavora nel centro di Milano e ripete lo stesso schema: «Sono sempre geolocalizzato, se faccio ritardo mi chiamano e mi dicono di accelerare», mentre il guadagno mensile arriva anche solo a 600 euro; Anjam divide le sue giornate tra Glovo e Deliveroo, tra Duomo e Centrale, e spiega: «Se sono in ritardo mi chiamano subito», per circa 1.400 euro lordi che non cambiano il verdetto della precarietà; Wasim arriva a fare venti o trenta consegne al giorno e dice semplicemente «la paga non basta»; Hassan chiarisce il punto che la Procura considera decisivo, il controllo non ha un volto umano, ma una voce telefonica che arriva quando l’algoritmo rileva un’anomalia: «Se sono in ritardo Glovo mi chiama e mi dice di velocizzare»; Dhali manda soldi alla famiglia in Bangladesh e confessa che il reddito non copre le spese essenziali. C’è chi ha dovuto di tasca propria ripagare una batteria della bici rubata da 800 euro, «perché a Glovo non interessa». Zakhil racconta lo stress continuo «durante la consegna sono controllato tramite Gps e Glovo può vedere se mi fermo o se sono in ritardo»; Rauf, Duomo, undici o dodici ore al giorno, quindici o venti consegne, unico lavoro e famiglia in Pakistan, dice: «Se sono in ritardo vengo chiamato e mi dicono di consegnare più velocemente»; Sweet ricorda come le condizioni siano peggiorate nel tempo: «Prima pagavano a chilometro, ora a consegna, e guadagno meno»; Michael è diretto: «Glovo controlla tutto tramite l’app e se fai ritardo o ti fermi ti contattano per chiedere spiegazioni», poi descrive la sequenza obbligata: «Ricevo una notifica, accetto, vado al ristorante indicato, consegno seguendo il percorso indicato dall’app, durante la consegna sono sempre tracciato», per 600 euro al mese e nessuna alternativa; Appiah è collegato dalle dieci alle ventidue sette giorni su sette per 600 o 700 euro; Idrees arriva a percorrere 80 chilometri al giorno; Hussain lavora fino a dodici ore e ripete che «la paga non basta per vivere». A questo potere di controllo digitale che incide direttamente sul reddito, la Procura oppone il controllo giudiziario. È stato nominato come amministratore il commercialista Andrea Adriano Romanò: avrà il compito di regolarizzare 40.000 rider e di intervenire sugli assetti organizzativi dell’azienda.
Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi (Ansa)
«Nei gruppi di antagonisti ci sono veri e propri “esperti del disordine” che si macchiano di violenze gravissime da decenni. Sono sempre in cerca di nuovi pretesti per mobilitarsi: Tav, Tap, Medio Oriente, alternanza scuola lavoro, il Ponte, l’Expo, l’ambiente e adesso perfino le Olimpiadi invernali. Ora si mobiliteranno anche per il pacchetto sicurezza? Io credo che, se non avessimo varato le norme, questi soggetti sarebbero comunque all’opera. Basta leggere i loro comunicati per capire le loro intenzioni deliranti».
Per Maurizio Gasparri, capo dei senatori di Forza Italia «hanno ragione quelli di Askatasuna quando dicono che il loro non è un edificio, ma è una proposta, un’attitudine e un atteggiamento. In effetti, è la proposta di praticare il metodo della violenza mettendo a ferro e fuoco le città. È un metodo, quello della prevaricazione, dell’intolleranza, dello stalinismo. È un’attitudine, quella di avere atteggiamenti contrari ai principi fondamentali della legge. Pertanto, Askatasuna non è un edificio e forse non è neanche soltanto una proposta, un metodo, un’attitudine. È semplicemente una tragedia che si è abbattuta sul nostro Paese, che ha prodotto centinaia e centinaia di poliziotti, carabinieri e esponenti della guardia di finanza, feriti in questi anni. Non bisogna soltanto togliergli la sede, bisogna anche infliggergli le giuste condanne che la magistratura ha sin qui esitato a definire nella proporzione adeguata». Insomma il 28 marzo sarà il banco di prova per capire se queste nuove norme potranno realmente limitare i danni e le violenze di queste guerriglie urbane.
Rispetto alla misura del fermo preventivo, si contesta che per gli arrestati di Torino non si poteva applicare perché i violenti risultavano tutti incensurati. Piantedosi però ha chiarito che non si valuteranno solo i precedenti ma anche tutte quelle azioni che possano portare a pensare la predisposizione allo scontro: «Si valuteranno anche altri comportamenti univoci ed eloquenti, ad esempio proprio quelli di essersi predisposti agli scontri, rilevabile da oggetti trovati addosso». Altri strumenti da valutare potrebbero essere le conversazioni delle chat oppure il monitoraggio dei social.
Per quanto riguarda l’organico delle forze dell’ordine, anche quello è destinato a crescere. Negli ultimi 3 anni sono stati assunti 40.000 tra uomini e donne in uniforme, nell’ultimo anno 3.500 unità e a giugno ci sarà un’altra tornata. Sino al 2027 avremo altre 30.000 unità: «Dobbiamo coprire il turn over che abbiamo trovato dei pensionamenti, ma soprattutto adeguare le forze di polizia anche alle strumentazioni: dai guanti anti-taglio che non c’erano ai mezzi per bloccare dei cortei violenti come quelli che abbiamo visto», ha spiegato il sottosegretario all’Interno Wanda Ferro, aggiungendo: «Abbiamo dovuto rafforzare i presidi nelle grandi stazioni e nei pronto soccorso. Vediamo quello che avviene nelle tante piazze italiane. Quello che chiede il cittadino è sicurezza che purtroppo si avverte spesso essere traballante. Ma parliamo anche di nuovi pericoli, di forme eversive. Ciò che è avvenuto ad Askatasuna è una forma eversiva. Noi siamo il Paese che ha concesso in Europa più libere manifestazioni».
Sul decreto, Ferro spiega che queste nuove misure rispondono a nuove urgenze come «il fermo preventivo di 12 ore in occasioni di manifestazioni dove le forze di polizia hanno elementi per essere preoccupate».
Continua a leggereRiduci
Ansa
Una decisione, quella di sgomberare lo storico edificio in corso Regina Margherita, che Askatasuna stigmatizza alla stregua «di un attacco al centro e un attacco alla città». E se di offensiva si tratta, stando alla logica, è giusto rispondere. Anche con la violenza. Perché anche se qualcuno ad Askatasuna ci prova a prendere le distanze dall’uso della forza, poi contestualizzando e complessificando alla fine si finisce sempre per giustificarla. «Aggredire un agente è grave ma voi ignorate la rabbia sociale», ha ammesso Andrea Bonadonna, storico leader e fondatore del centro sociale a La Stampa. Rabbia sociale contro il governo Meloni e chi mette a repentaglio gli spazi sociali. Parlando con i media, ieri i portavoce di Askatasuna hanno ribadito che l’obiettivo è ridare lo stabile a tutte le realtà che l’hanno sempre attraversato dal basso resistendo alle logiche del terzo settore o di pubblico-privato che lo andrebbero a snaturare. «Lo stabile deve continuare ad essere a disposizione dei cittadini con spazi mantenuti gratuiti a libero accesso». Tema, quello degli spazi sociali, di cui si potrebbe anche discutere. L’immagine presentabile a favore di telecamere fa però a pugni con quella sempre troppo pronta a strizzare l’occhio alla violenza. Lo lascia intendere Bonadonna. «Adesso credo che il governo ci penserà tre volte prima di sgombrare un altro centro sociale». Come a dire che alla fine gli scontri hanno fatto gioco agli autonomi. Altro che black block infiltrati. Con buona pace delle teorie cospirative secondo cui gli scontri sarebbero stati un assist al governo.
Ne sa qualcosa uno degli assalitori del poliziotto, come riportato ieri da La Verità. Tale Leonardo, di vent’anni e immortalato nel video che ha scosso il Paese intero con l’immagine del poliziotto Calista accerchiato e salvato dal collega Lorenzo Virgulti cui proprio ieri è stata riconosciuta la benemerenza civica dall’amministrazione di Ascoli Piceno. «Se vai a manifestare per lo sgombero di Askatasuna ovviamente un minimo di lotta la devi fare» ha dichiarato il picchiatore. «I compagni vogliono una rivolta seria, non vogliono fare la passeggiata del sabato». Arrestato dopo gli scontri è già stato rilasciato. Libero di tornare «a combattere» contro lo Stato, contro i poliziotti e di dare man forte ai militanti che ora Askatasuna chiama nuovamente a raccolta. Prima una due giorni a Livorno «per un confronto sulle modalità di lotta» e poi il 28 marzo a Roma. Nel tentativo di non disperdere l’opposizione sociale che a suo dire si sarebbe consolidata con «il grande successo» del 31 gennaio e 50.000 manifestanti. Ci sono fatti gravi ma Torino non è mai stata avulsa dai conflitti sociali, ripetono quelli del centro sociale. «Voi guardate il dito e non la luna». Insomma, questione di prospettive. E di capacità interpretative, visto che Askatasuna motiva l’appuntamento nella capitale con l’esigenza «di costruire un confronto a partire dalle modalità che si sono date, ossia quelle del blocchiamo tutto». Strano modo di cercare un dialogo.
In vista di Roma, Askatasuna continua con gli ammiccamenti alla linea dura conditi da un po’ di diplomazia. Equilibrismi che sembrano andare a nozze con quell’area grigia di supporter di matrice colta e borghese evocata dal Procuratore generale di Torino Lucia Musti. Una linea sottile tra legalità e illegalità dove gli ossimori non si escludono. Come nel solito refrain già proposto a Torino. «Continueremo a portare in piazza l’opposizione sociale al governo e contro le guerre». Strano modo di chiedere la pace
Tutto questo proprio mentre nelle scorse ore, gli atti di sabotaggio sulle linee ferroviarie di Bologna e Pesaro di sabato scorso vengono rivendicati dai movimenti anarchici. Con un documento che alza ancora di più il livello dello scontro. «Pare necessario armarsi degli strumenti della clandestinità, della decentralizzazione del conflitto e la moltiplicazione dei suoi fronti, dell’autodifesa e del sabotaggio per sopravvivere ai tempi cui andiamo incontro». E poi «fuoco alla Olimpiadi e a chi le produce», con tanto di collegamento con quanto accaduto due anni fa quando prima dei Gioghi di Parigi vennero vandalizzate cinque infrastrutture attorno alla capitale francese. Dura la reazione del ministro dei Trasporti Matteo Salvini che promette di «inseguire e stanare questi delinquenti ovunque si nascondano».
Continua a leggereRiduci