Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 10 febbraio con Carlo Cambi
Ansa
A guerra finita, migliaia di istriani e dalmati in fuga da Tito finirono nel campo di Padriciano, alle porte di Trieste, dove vissero in condizioni misere. A torto considerati fascisti, non potevano uscire dalla struttura. Alcuni, non reggendo, si ammazzarono.
Un leggero strato di brina ricopre l’erba attorno al campo profughi di Padriciano. Una sottile nebbia avvolge l’aria e sembra lasciare tutto in sospeso. Come quelle anime che sono passate da qui a guerra finita. Istriani e dalmati costretti a lasciare le loro terre mentre i titini avanzavano e attuavano una vera e propria pulizia etnica. Non restava altro che partire. Lasciare tutto in fretta e furia e dirigersi verso la città italiana più vicina e sicura: Trieste.
«Erano profughi in casa loro», racconta Massimiliano Lacota, presidente dell’Unione degli istriani, l’associazione di esuli che da anni gestisce il campo, nel frattempo diventato un museo. «Vennero relegati in questi campi profughi, spesso accolti anche molto male. I primi sbarchi della nave Toscana che portava gli italiani da Pola a Venezia furono funestati da scioperi del personale portuale perché gli esuli erano considerati dei fascisti in fuga dal paradiso comunista. Nulla di più falso», conclude Lacota.
Le stanze sono enormi. Lo sembrano ancora di più ora che non c’è nessuno ad abitarle. Solo file e file di letti. Qualche asse di legno inchiodato, materassi leggeri e impolverati. Candele e vecchi comò. E teli tirati tra una postazione e l’altra per avere un minimo di privacy. Perché le famiglie istriane e dalmate vivevano così: una accanto all’altra. Senza spazio. Ammassate come bestie. Ci sono ancora le culle, perché nonostante tutto la vita, tra queste mura, continuava ad andare avanti. C’è chi ha vissuto per decenni nel campo profughi. Gli esuli eressero una chiesa, che divenne testimone di battesimi, matrimoni e funerali.
La vita era scandita da orari notturni. La colazione, i 250 grammi di pane da richiedere tramite tessera. E poi il rigoroso silenzio alle 22 e il divieto d’uscita. «La vita nel campo profughi era molto magra», racconta Lacota, «convivere era difficile e c’erano spesso malattie. Gli istriani erano abituati a una vita molto semplice e povera però avevano una propria dignità». Che gli venne strappata via. «Nel campo gli esuli diventano un numero, persone senza una identità».
Tutti si fanno forza. Ma non tutti riescono a reggere il peso di Padriciano. «Ci furono anche alcuni suicidi», prosegue Lacota, «alla fine degli anni Cinquanta si erano tolte la vita diverse donne, madri di famiglia che subito dopo la sveglia, al posto di andare a lavarsi nei bagni, raggiungevano gli alberi dove si impicciavano. Dopo queste terribili morti si decise di abbattere ogni albero». Ma non solo. Perché uno dei grandi nemici dei profughi era il freddo. «Nell’inverno del ‘56 alcuni bambini rimasero paralizzati. Quando abbiamo inaugurato il museo erano presenti due donne. Due sorelle, entrambe paralizzate perché in quel terribile inverno non era possibile scaldare le baracche con il fuoco e i loro arti si congelarono».
Si cerca di fare tanto con poco. All’interno del giardino è presente una gola profonda. Una caverna nella quale grandi e piccoli d’estate si rifugiano per cercare un po’ di refrigerio. Ma che richiama tremendamente anche le foibe in cui tanti italiani vennero gettati, spesso ancora vivi, dai comunisti titini. Un triste promemoria per chi aveva portato a casa la pelle. Ma a che prezzo? Non c’era più niente alle loro spalle. Davanti ai loro occhi un futuro incerto, tutto da costruire. Sulle masserizie, ancora conservate nel museo, si leggono i cognomi di chi è passato e il luogo da cui provenivano. Pola, Fiume, Ossero. Nomi che oggi non esistono quasi più, scavalcati da una toponomastica che dovrebbe preservare l’identità italiana di quei luoghi ma che, in realtà, preferisce cancellarla.
Oltre alle scolaresche, qualche anziano passa ancora di qui. Guarda quella che è stata la sua casa. Una casa di tanti. Forse di troppi. «Provo tanto dolore», si legge su un cippo. «In questo luogo abbiamo imparato che cosa è la vita». In un altro ancora: «Ero piccola, avevo solo cinque anni e la mia sorellina aveva 11 mesi. Vedendo tutti questi ricordi ho capito quanto hanno sofferto i miei genitori». Una nipote, di passaggio, scrive: «Orgogliosa di essere istriana. Grazie nonni per il vostro coraggio e la vostra dignità».
Sono passati ormai 80 anni dai massacri delle foibe e dall’esodo giuliano-dalmata. Come fare per continuare a ricordare? Il museo di Padriciano avrà una nuova parte multimediale. «Un passo fondamentale per trasformare la memoria in un racconto vivo, capace di parlare alle nuove generazioni con linguaggi moderni, affinché nessuno dimentichi mai il dramma dell’esodo», ha detto il governatore del Friuli Venezia-Giulia, Massimiliano Fedriga.
È una storia che si ostina ad esser ricordata. Nonostante i segni del tempo e le profondità della terra. Che oltre agli italiani hanno provato a far sparire anche il loro ricordo.
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Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi (Ansa)
Il prossimo corteo del centro sociale Askatasuna potrebbe essere il battesimo delle nuove norme. Gasparri: «Oltre a togliere loro la sede, speriamo arrivino le giuste condanne».
Torino, Milano e ancora Torino. Askatasuna rilancia e convoca una nuova piazza per il 28 marzo nel capoluogo piemontese. Un attacco allo Stato lo aveva definito gran parte dell’esecutivo, che, evidentemente, prosegue. L’annuncio è stato preceduto da un’intervista del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al Corriere della Sera (ieri a Tripoli per una nuova missione dedicata al dossier migratorio e alla cooperazione in materia di sicurezza) che prevedeva nuove mobilitazioni.
«Nei gruppi di antagonisti ci sono veri e propri “esperti del disordine” che si macchiano di violenze gravissime da decenni. Sono sempre in cerca di nuovi pretesti per mobilitarsi: Tav, Tap, Medio Oriente, alternanza scuola lavoro, il Ponte, l’Expo, l’ambiente e adesso perfino le Olimpiadi invernali. Ora si mobiliteranno anche per il pacchetto sicurezza? Io credo che, se non avessimo varato le norme, questi soggetti sarebbero comunque all’opera. Basta leggere i loro comunicati per capire le loro intenzioni deliranti».
Per Maurizio Gasparri, capo dei senatori di Forza Italia «hanno ragione quelli di Askatasuna quando dicono che il loro non è un edificio, ma è una proposta, un’attitudine e un atteggiamento. In effetti, è la proposta di praticare il metodo della violenza mettendo a ferro e fuoco le città. È un metodo, quello della prevaricazione, dell’intolleranza, dello stalinismo. È un’attitudine, quella di avere atteggiamenti contrari ai principi fondamentali della legge. Pertanto, Askatasuna non è un edificio e forse non è neanche soltanto una proposta, un metodo, un’attitudine. È semplicemente una tragedia che si è abbattuta sul nostro Paese, che ha prodotto centinaia e centinaia di poliziotti, carabinieri e esponenti della guardia di finanza, feriti in questi anni. Non bisogna soltanto togliergli la sede, bisogna anche infliggergli le giuste condanne che la magistratura ha sin qui esitato a definire nella proporzione adeguata». Insomma il 28 marzo sarà il banco di prova per capire se queste nuove norme potranno realmente limitare i danni e le violenze di queste guerriglie urbane.
Rispetto alla misura del fermo preventivo, si contesta che per gli arrestati di Torino non si poteva applicare perché i violenti risultavano tutti incensurati. Piantedosi però ha chiarito che non si valuteranno solo i precedenti ma anche tutte quelle azioni che possano portare a pensare la predisposizione allo scontro: «Si valuteranno anche altri comportamenti univoci ed eloquenti, ad esempio proprio quelli di essersi predisposti agli scontri, rilevabile da oggetti trovati addosso». Altri strumenti da valutare potrebbero essere le conversazioni delle chat oppure il monitoraggio dei social.
Per quanto riguarda l’organico delle forze dell’ordine, anche quello è destinato a crescere. Negli ultimi 3 anni sono stati assunti 40.000 tra uomini e donne in uniforme, nell’ultimo anno 3.500 unità e a giugno ci sarà un’altra tornata. Sino al 2027 avremo altre 30.000 unità: «Dobbiamo coprire il turn over che abbiamo trovato dei pensionamenti, ma soprattutto adeguare le forze di polizia anche alle strumentazioni: dai guanti anti-taglio che non c’erano ai mezzi per bloccare dei cortei violenti come quelli che abbiamo visto», ha spiegato il sottosegretario all’Interno Wanda Ferro, aggiungendo: «Abbiamo dovuto rafforzare i presidi nelle grandi stazioni e nei pronto soccorso. Vediamo quello che avviene nelle tante piazze italiane. Quello che chiede il cittadino è sicurezza che purtroppo si avverte spesso essere traballante. Ma parliamo anche di nuovi pericoli, di forme eversive. Ciò che è avvenuto ad Askatasuna è una forma eversiva. Noi siamo il Paese che ha concesso in Europa più libere manifestazioni».
Sul decreto, Ferro spiega che queste nuove misure rispondono a nuove urgenze come «il fermo preventivo di 12 ore in occasioni di manifestazioni dove le forze di polizia hanno elementi per essere preoccupate».
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Gli attivisti alzano il tiro e si danno appuntamento a Roma. Obbiettivo: la Meloni. Un blog anarchico rivendica il sabotaggio dei treni: «Fuoco alle Olimpiadi».
Una nuova manifestazione contro il governo. Appuntamento il 28 marzo, stavolta a Roma. Perché a detta di Askatasuna la questione va «complessificata». Parola degli autonomi. Dunque pazienza se lo scorso 31 gennaio la città di Torino è stata messa a ferro e fuoco, se decine di negozi sono stati distrutti e le vetrine sfondate. Pazienza per i 103 feriti oltre al poliziotto Alessandro Calista colpito con il martello. Chi ha innalzato il livello dello scontro, dichiara una portavoce del centro sociale a margine di un incontro con i media, «è chi ha ordinato lo sgombero. Un governo nemico del popolo».
Una decisione, quella di sgomberare lo storico edificio in corso Regina Margherita, che Askatasuna stigmatizza alla stregua «di un attacco al centro e un attacco alla città». E se di offensiva si tratta, stando alla logica, è giusto rispondere. Anche con la violenza. Perché anche se qualcuno ad Askatasuna ci prova a prendere le distanze dall’uso della forza, poi contestualizzando e complessificando alla fine si finisce sempre per giustificarla. «Aggredire un agente è grave ma voi ignorate la rabbia sociale», ha ammesso Andrea Bonadonna, storico leader e fondatore del centro sociale a La Stampa. Rabbia sociale contro il governo Meloni e chi mette a repentaglio gli spazi sociali. Parlando con i media, ieri i portavoce di Askatasuna hanno ribadito che l’obiettivo è ridare lo stabile a tutte le realtà che l’hanno sempre attraversato dal basso resistendo alle logiche del terzo settore o di pubblico-privato che lo andrebbero a snaturare. «Lo stabile deve continuare ad essere a disposizione dei cittadini con spazi mantenuti gratuiti a libero accesso». Tema, quello degli spazi sociali, di cui si potrebbe anche discutere. L’immagine presentabile a favore di telecamere fa però a pugni con quella sempre troppo pronta a strizzare l’occhio alla violenza. Lo lascia intendere Bonadonna. «Adesso credo che il governo ci penserà tre volte prima di sgombrare un altro centro sociale». Come a dire che alla fine gli scontri hanno fatto gioco agli autonomi. Altro che black block infiltrati. Con buona pace delle teorie cospirative secondo cui gli scontri sarebbero stati un assist al governo.
Ne sa qualcosa uno degli assalitori del poliziotto, come riportato ieri da La Verità. Tale Leonardo, di vent’anni e immortalato nel video che ha scosso il Paese intero con l’immagine del poliziotto Calista accerchiato e salvato dal collega Lorenzo Virgulti cui proprio ieri è stata riconosciuta la benemerenza civica dall’amministrazione di Ascoli Piceno. «Se vai a manifestare per lo sgombero di Askatasuna ovviamente un minimo di lotta la devi fare» ha dichiarato il picchiatore. «I compagni vogliono una rivolta seria, non vogliono fare la passeggiata del sabato». Arrestato dopo gli scontri è già stato rilasciato. Libero di tornare «a combattere» contro lo Stato, contro i poliziotti e di dare man forte ai militanti che ora Askatasuna chiama nuovamente a raccolta. Prima una due giorni a Livorno «per un confronto sulle modalità di lotta» e poi il 28 marzo a Roma. Nel tentativo di non disperdere l’opposizione sociale che a suo dire si sarebbe consolidata con «il grande successo» del 31 gennaio e 50.000 manifestanti. Ci sono fatti gravi ma Torino non è mai stata avulsa dai conflitti sociali, ripetono quelli del centro sociale. «Voi guardate il dito e non la luna». Insomma, questione di prospettive. E di capacità interpretative, visto che Askatasuna motiva l’appuntamento nella capitale con l’esigenza «di costruire un confronto a partire dalle modalità che si sono date, ossia quelle del blocchiamo tutto». Strano modo di cercare un dialogo.
In vista di Roma, Askatasuna continua con gli ammiccamenti alla linea dura conditi da un po’ di diplomazia. Equilibrismi che sembrano andare a nozze con quell’area grigia di supporter di matrice colta e borghese evocata dal Procuratore generale di Torino Lucia Musti. Una linea sottile tra legalità e illegalità dove gli ossimori non si escludono. Come nel solito refrain già proposto a Torino. «Continueremo a portare in piazza l’opposizione sociale al governo e contro le guerre». Strano modo di chiedere la pace
Tutto questo proprio mentre nelle scorse ore, gli atti di sabotaggio sulle linee ferroviarie di Bologna e Pesaro di sabato scorso vengono rivendicati dai movimenti anarchici. Con un documento che alza ancora di più il livello dello scontro. «Pare necessario armarsi degli strumenti della clandestinità, della decentralizzazione del conflitto e la moltiplicazione dei suoi fronti, dell’autodifesa e del sabotaggio per sopravvivere ai tempi cui andiamo incontro». E poi «fuoco alla Olimpiadi e a chi le produce», con tanto di collegamento con quanto accaduto due anni fa quando prima dei Gioghi di Parigi vennero vandalizzate cinque infrastrutture attorno alla capitale francese. Dura la reazione del ministro dei Trasporti Matteo Salvini che promette di «inseguire e stanare questi delinquenti ovunque si nascondano».
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Oltre 140.000 persone sono state punite dalla giustizia ma restano fuori dal carcere, o per aver commesso reati cosiddetti lievi o perché non c’era posto nelle strutture. Il 20% di questi soggetti non è nato in Italia: un esercito di «invisibili» pronti a delinquere.
Ci sono trentamila stranieri condannati per reati più o meno gravi che non stanno in prigione ma sono lasciati liberi di circolare nelle nostre città e, spesso, di tornare a delinquere. Il ministero della Giustizia li classifica con una dicitura un po’ oscura, ossia «adulti in area penale esterna», un modo burocratico-ministeriale per dire che semplicemente non sono rinchiusi in una cella.
In pratica, si tratta di persone alle quali sono concessi il beneficio della sospensione dell’esecuzione della pena o misure alternative alla detenzione. In Italia, per finire in galera, ci si deve impegnare molto, perché grazie alla legge Cartabia solo con una condanna superiore a quattro anni si finisce al fresco. Così, migliaia di ladri, spacciatori, ma anche di attaccabrighe che si sono resi responsabili di minacce, lesioni e danneggiamenti, oppure balordi che si sono macchiati del reato di violazione di domicilio o di appropriazione indebita, sono lasciati liberi di continuare a fare i propri comodi e, in qualche caso, anche di commettere gravi delitti.
La notizia vi stupisce? In effetti, il mondo «sommerso» dei condannati rimessi in circolazione non è noto all’opinione pubblica. In genere, quando si parla di delinquenza d’importazione si fa riferimento a chi sta in carcere. E, come si sa perché ne abbiamo scritto spesso, su circa 60.000 detenuti presenti nei nostri reclusori, un terzo (vale a dire 20.000 persone) è costituito da immigrati. La percentuale è già altissima, in quanto gli stranieri in Italia non sono il 30 per cento della popolazione. E anche se raffrontato ai 5,5 milioni di immigrati, il dato rimane comunque allarmante. Tuttavia, le considerazioni di cui sopra non tengono conto della realtà nascosta, ovvero dei condannati che non stanno in prigione perché devono scontare pene cosiddette lievi. In totale, appunto, fanno 30.000, che sommati ai 20.000 già dentro fanno 50.000 stranieri con problemi di giustizia, all’incirca come gli abitanti di una media città, tipo Mantova o Chieti. Ma chi sono questi «fantasmi» della cronaca giudiziaria che dalle statistiche ufficiali non emergono? Leggendo il rapporto del ministero di Giustizia si scopre che i soggetti di nazionalità straniera censiti al 15 gennaio di quest’anno erano: 4.571 marocchini, 4.147 albanesi, 3.890 tunisini, 1.824 nigeriani, 1.464 senegalesi. Seguono egiziani, peruviani, ucraini, moldavi eccetera. Insomma, la provenienza ricalca la percentuale di chi sta in carcere, con la sola differenza che gli «adulti in area penale esterna» non hanno commesso reati ritenuti gravissimi o, per lo meno, sono stati condannati a pene inferiori ai 4 anni o a periodi di cura da trascorrere in una Rems, struttura che si occupa di persone affette da malattie mentali. Secondo uno studio che risale a un paio di anni fa, nelle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza il 25 per cento degli ospiti era straniero e il 30 per cento dei rifugiati e richiedenti asilo era soggetto a disturbi da stress post traumatico. In altre parole, si trattava di soggetti bisognosi di cure che però non sempre potevano ricevere assistenza a causa del sovraffollamento delle stesse Rems. Così, come nel caso dell’immigrato che nel quartiere San Lorenzo di Roma ha preso a pugni diverse donne (l’ultima aggredita - a cui è stato rotto il setto nasale - è una mamma che transitava in bicicletta con il figlio), lo straniero resta libero.
Alle misure alternative al carcere o alla sospensione della pena dovrebbero avere accesso solo i condannati senza precedenti o che si preveda non reiterino il reato. Ma così non è. Come i due stranieri uccisi a Rogoredo, spesso hanno un curriculum delinquenziale che dovrebbe portare al trattenimento dietro le sbarre. Oppure al ricovero in centri specializzati per disturbi mentali. In realtà, questo mondo sommerso - un esercito di «invisibili» - resta tale senza che nessuno se ne accorga. Per lo meno fino a quando, come nel caso di Roma o di Milano, non accadano fatti gravi. Senza quelli, però, «l’adulto in area penale esterna» come lo chiama il ministero è libero di continuare la sua vita ai margini e anche la sua attività criminale.
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