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2026-02-10
Quegli italiani diventati profughi a casa loro
Ansa
«Erano profughi in casa loro», racconta Massimiliano Lacota, presidente dell’Unione degli istriani, l’associazione di esuli che da anni gestisce il campo, nel frattempo diventato un museo. «Vennero relegati in questi campi profughi, spesso accolti anche molto male. I primi sbarchi della nave Toscana che portava gli italiani da Pola a Venezia furono funestati da scioperi del personale portuale perché gli esuli erano considerati dei fascisti in fuga dal paradiso comunista. Nulla di più falso», conclude Lacota.
Le stanze sono enormi. Lo sembrano ancora di più ora che non c’è nessuno ad abitarle. Solo file e file di letti. Qualche asse di legno inchiodato, materassi leggeri e impolverati. Candele e vecchi comò. E teli tirati tra una postazione e l’altra per avere un minimo di privacy. Perché le famiglie istriane e dalmate vivevano così: una accanto all’altra. Senza spazio. Ammassate come bestie. Ci sono ancora le culle, perché nonostante tutto la vita, tra queste mura, continuava ad andare avanti. C’è chi ha vissuto per decenni nel campo profughi. Gli esuli eressero una chiesa, che divenne testimone di battesimi, matrimoni e funerali.
La vita era scandita da orari notturni. La colazione, i 250 grammi di pane da richiedere tramite tessera. E poi il rigoroso silenzio alle 22 e il divieto d’uscita. «La vita nel campo profughi era molto magra», racconta Lacota, «convivere era difficile e c’erano spesso malattie. Gli istriani erano abituati a una vita molto semplice e povera però avevano una propria dignità». Che gli venne strappata via. «Nel campo gli esuli diventano un numero, persone senza una identità».
Tutti si fanno forza. Ma non tutti riescono a reggere il peso di Padriciano. «Ci furono anche alcuni suicidi», prosegue Lacota, «alla fine degli anni Cinquanta si erano tolte la vita diverse donne, madri di famiglia che subito dopo la sveglia, al posto di andare a lavarsi nei bagni, raggiungevano gli alberi dove si impicciavano. Dopo queste terribili morti si decise di abbattere ogni albero». Ma non solo. Perché uno dei grandi nemici dei profughi era il freddo. «Nell’inverno del ‘56 alcuni bambini rimasero paralizzati. Quando abbiamo inaugurato il museo erano presenti due donne. Due sorelle, entrambe paralizzate perché in quel terribile inverno non era possibile scaldare le baracche con il fuoco e i loro arti si congelarono».
Si cerca di fare tanto con poco. All’interno del giardino è presente una gola profonda. Una caverna nella quale grandi e piccoli d’estate si rifugiano per cercare un po’ di refrigerio. Ma che richiama tremendamente anche le foibe in cui tanti italiani vennero gettati, spesso ancora vivi, dai comunisti titini. Un triste promemoria per chi aveva portato a casa la pelle. Ma a che prezzo? Non c’era più niente alle loro spalle. Davanti ai loro occhi un futuro incerto, tutto da costruire. Sulle masserizie, ancora conservate nel museo, si leggono i cognomi di chi è passato e il luogo da cui provenivano. Pola, Fiume, Ossero. Nomi che oggi non esistono quasi più, scavalcati da una toponomastica che dovrebbe preservare l’identità italiana di quei luoghi ma che, in realtà, preferisce cancellarla.
Oltre alle scolaresche, qualche anziano passa ancora di qui. Guarda quella che è stata la sua casa. Una casa di tanti. Forse di troppi. «Provo tanto dolore», si legge su un cippo. «In questo luogo abbiamo imparato che cosa è la vita». In un altro ancora: «Ero piccola, avevo solo cinque anni e la mia sorellina aveva 11 mesi. Vedendo tutti questi ricordi ho capito quanto hanno sofferto i miei genitori». Una nipote, di passaggio, scrive: «Orgogliosa di essere istriana. Grazie nonni per il vostro coraggio e la vostra dignità».
Sono passati ormai 80 anni dai massacri delle foibe e dall’esodo giuliano-dalmata. Come fare per continuare a ricordare? Il museo di Padriciano avrà una nuova parte multimediale. «Un passo fondamentale per trasformare la memoria in un racconto vivo, capace di parlare alle nuove generazioni con linguaggi moderni, affinché nessuno dimentichi mai il dramma dell’esodo», ha detto il governatore del Friuli Venezia-Giulia, Massimiliano Fedriga.
È una storia che si ostina ad esser ricordata. Nonostante i segni del tempo e le profondità della terra. Che oltre agli italiani hanno provato a far sparire anche il loro ricordo.
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A guerra finita, migliaia di istriani e dalmati in fuga da Tito finirono nel campo di Padriciano, alle porte di Trieste, dove vissero in condizioni misere. A torto considerati fascisti, non potevano uscire dalla struttura. Alcuni, non reggendo, si ammazzarono.Un leggero strato di brina ricopre l’erba attorno al campo profughi di Padriciano. Una sottile nebbia avvolge l’aria e sembra lasciare tutto in sospeso. Come quelle anime che sono passate da qui a guerra finita. Istriani e dalmati costretti a lasciare le loro terre mentre i titini avanzavano e attuavano una vera e propria pulizia etnica. Non restava altro che partire. Lasciare tutto in fretta e furia e dirigersi verso la città italiana più vicina e sicura: Trieste.«Erano profughi in casa loro», racconta Massimiliano Lacota, presidente dell’Unione degli istriani, l’associazione di esuli che da anni gestisce il campo, nel frattempo diventato un museo. «Vennero relegati in questi campi profughi, spesso accolti anche molto male. I primi sbarchi della nave Toscana che portava gli italiani da Pola a Venezia furono funestati da scioperi del personale portuale perché gli esuli erano considerati dei fascisti in fuga dal paradiso comunista. Nulla di più falso», conclude Lacota.Le stanze sono enormi. Lo sembrano ancora di più ora che non c’è nessuno ad abitarle. Solo file e file di letti. Qualche asse di legno inchiodato, materassi leggeri e impolverati. Candele e vecchi comò. E teli tirati tra una postazione e l’altra per avere un minimo di privacy. Perché le famiglie istriane e dalmate vivevano così: una accanto all’altra. Senza spazio. Ammassate come bestie. Ci sono ancora le culle, perché nonostante tutto la vita, tra queste mura, continuava ad andare avanti. C’è chi ha vissuto per decenni nel campo profughi. Gli esuli eressero una chiesa, che divenne testimone di battesimi, matrimoni e funerali.La vita era scandita da orari notturni. La colazione, i 250 grammi di pane da richiedere tramite tessera. E poi il rigoroso silenzio alle 22 e il divieto d’uscita. «La vita nel campo profughi era molto magra», racconta Lacota, «convivere era difficile e c’erano spesso malattie. Gli istriani erano abituati a una vita molto semplice e povera però avevano una propria dignità». Che gli venne strappata via. «Nel campo gli esuli diventano un numero, persone senza una identità».Tutti si fanno forza. Ma non tutti riescono a reggere il peso di Padriciano. «Ci furono anche alcuni suicidi», prosegue Lacota, «alla fine degli anni Cinquanta si erano tolte la vita diverse donne, madri di famiglia che subito dopo la sveglia, al posto di andare a lavarsi nei bagni, raggiungevano gli alberi dove si impicciavano. Dopo queste terribili morti si decise di abbattere ogni albero». Ma non solo. Perché uno dei grandi nemici dei profughi era il freddo. «Nell’inverno del ‘56 alcuni bambini rimasero paralizzati. Quando abbiamo inaugurato il museo erano presenti due donne. Due sorelle, entrambe paralizzate perché in quel terribile inverno non era possibile scaldare le baracche con il fuoco e i loro arti si congelarono».Si cerca di fare tanto con poco. All’interno del giardino è presente una gola profonda. Una caverna nella quale grandi e piccoli d’estate si rifugiano per cercare un po’ di refrigerio. Ma che richiama tremendamente anche le foibe in cui tanti italiani vennero gettati, spesso ancora vivi, dai comunisti titini. Un triste promemoria per chi aveva portato a casa la pelle. Ma a che prezzo? Non c’era più niente alle loro spalle. Davanti ai loro occhi un futuro incerto, tutto da costruire. Sulle masserizie, ancora conservate nel museo, si leggono i cognomi di chi è passato e il luogo da cui provenivano. Pola, Fiume, Ossero. Nomi che oggi non esistono quasi più, scavalcati da una toponomastica che dovrebbe preservare l’identità italiana di quei luoghi ma che, in realtà, preferisce cancellarla.Oltre alle scolaresche, qualche anziano passa ancora di qui. Guarda quella che è stata la sua casa. Una casa di tanti. Forse di troppi. «Provo tanto dolore», si legge su un cippo. «In questo luogo abbiamo imparato che cosa è la vita». In un altro ancora: «Ero piccola, avevo solo cinque anni e la mia sorellina aveva 11 mesi. Vedendo tutti questi ricordi ho capito quanto hanno sofferto i miei genitori». Una nipote, di passaggio, scrive: «Orgogliosa di essere istriana. Grazie nonni per il vostro coraggio e la vostra dignità».Sono passati ormai 80 anni dai massacri delle foibe e dall’esodo giuliano-dalmata. Come fare per continuare a ricordare? Il museo di Padriciano avrà una nuova parte multimediale. «Un passo fondamentale per trasformare la memoria in un racconto vivo, capace di parlare alle nuove generazioni con linguaggi moderni, affinché nessuno dimentichi mai il dramma dell’esodo», ha detto il governatore del Friuli Venezia-Giulia, Massimiliano Fedriga.È una storia che si ostina ad esser ricordata. Nonostante i segni del tempo e le profondità della terra. Che oltre agli italiani hanno provato a far sparire anche il loro ricordo.
Mario Fresa (Imagoeconomica)
Gli avvocati del consigliere di Cassazione contestano la pubblicazione degli audio e parlano di ricostruzione «incompleta e lesiva». La redazione ribatte: file integrali o omissati solo per il minore, fatti riportati correttamente e già citati i provvedimenti giudiziari.
La replica dei legali
Con riferimento agli articoli pubblicati online dal quotidiano La Verità, in data 21 e 22 marzo 2026, con allegati file audio privi di alcuna rilevanza probatoria, relativi al consigliere di Cassazione dottor Mario Fresa, si evidenzia come il contenuto degli stessi sia stato pubblicato in maniera volutamente incompleta, al fine di dare una visione distorta e strumentale degli eventi richiamati. In particolare, non viene dato atto che sui fatti richiamati sono intervenute due diverse ordinanze di archiviazione, l’ultima il 29 settembre 2025, che hanno esaminato tutti i file audio agli atti, rilevando solamente dei diverbi tra i due coniugi, frutto di un rapporto conflittuale, in assenza di circostanze penalmente rilevanti e «non una sistematica sopraffazione come richiesto dalla norma incriminatrice». Del pari, nei suddetti articoli, pubblicati con singolare coincidenza il giorno prima della votazione sul referendum, viene omessa la decisiva circostanza che il giudizio di separazione personale tra il Fresa e la moglie si è concluso con un accordo consensuale nel gennaio 2025 che prevedeva, all’esito dell’espletata Ctu, un affidamento condiviso del figlio minore, in quanto rispondente agli interessi del bambino. Accordo la cui validità è stata confermata anche con successivo provvedimento del tribunale civile di Roma in data 5 dicembre 2025, che ha evidenziato l’assenza di criticità tali da dover assumere un provvedimento di modifica delle statuizioni vigenti.In considerazione di quanto sopra, l’omissione di tali elementi essenziali della vicenda ha determinato la diffusione di una rappresentazione dei fatti gravemente lesiva dell’onore, della reputazione e dell’identità personale del dott. Fresa, in violazione dei principi di verità, completezza e continenza che devono presiedere all’esercizio del diritto di cronaca giornalistica.
Avv. Ilenia Guerrieri e Marco Meliti Roma
La risposta della redazione
Con riferimento alla richiesta di rettifica si evidenzia che sul sito della «Verità» sono stati pubblicati due file audio. Uno in formato integrale, trattandosi di conversazioni intrattenute in luogo pubblico alla presenza delle forze dell’ordine, l’altro omissato, però, soltanto nella parte in cui riproduce la voce del minore coinvolto e in cui il dottor Fresa spiega al figlio che la madre sarebbe «la classica straniera morta di fame che viene in Italia, si sposa un ricco e famoso e dopodiché gli rovina la vita e si vuole fottere pure il patrimonio». I lettori hanno quindi potuto acquisire esatta conoscenza di quanto descritto nell’articolo che ha, ovviamente, riportato soltanto i fatti ritenuti rilevanti dal cronista considerata la ben nota funzione pubblica esercitata dal dottor Fresa, il quale, peraltro, secondo quanto riferito dallo stesso magistrato, nel corso di un’ulteriore conversazione non pubblicata sul sito, ha sostenuto di essere titolare di un procedimento penale avente a oggetto violenze su numerosi minori consumate da ecclesiastici e di cui non abbiamo trovato traccia su fonti aperte. Infine, si osserva che nell’articolo, contrariamente a quanto sostenuto nella rettifica, si riportano diffusamente i provvedimenti giudiziari favorevoli al dottor Fresa adottati sia nella sede penale che nella sede civile così come la condanna riportata dal dottor Fresa in sede disciplinare per condotte violente consumate ai danni dell’ex coniuge e ammesse dallo stesso dottor Fresa davanti al Consiglio Superiore della Magistratura.
LV
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L’appuntamento era in calendario da tempo, sollecitato dalla Lega e agevolato dal senatore Claudio Borghi. Prima di diventare direttore del Nih (National Institute of Health, il più grande finanziatore pubblico di ricerca biomedica al mondo con un budget annuale di circa 48 miliardi di dollari all’anno), Bhattacharya era un autorevolissimo epidemiologo, docente di medicina e di politiche di sanità pubblica all’università di Stanford e, insieme con i professori Martin Kulldorff dell’università di Harvard e Sunetra Gupta dell’università di Oxford, cofirmatario della Great Barrington Declaration (Gbd), documento che ha segnato la controstoria della pandemia. È lui che ha dimostrato, evidenze scientifiche alla mano, che le decisioni draconiane indicate dagli Stati Uniti a tutto l’Occidente, a cominciare dall’Italia, non erano «l’unica soluzione». Ed è esattamente su queste evidenze che lo hanno audito i membri della commissione Covid, chiedendogli di smentire una volta per tutte la vastità di leggende pandemiche antiscientifiche che hanno reso l’Italia uno dei Paesi con più restrizioni e, al tempo stesso, con la più alta mortalità durante la pandemia.
Molte le domande sui lockdown, il green pass e i vaccini poste da Claudio Borghi e Alberto Bagnai della Lega, oltre che da Lucio Malan di Fratelli d’Italia. Ma il botta e risposta con l’onorevole Alfonso Colucci è stato quasi onirico: non tanto per le puntuali risposte fornite da Bhattacharya, quanto per le domande che gli sono state rivolte dall’avvocato di Giuseppe Conte, con il malcelato obiettivo di difendere le sciagurate decisioni adottate dal leader M5s quando era premier, durante la prima e la seconda ondata. Avventurandosi sul terreno impervio dei parametri epidemiologici, Colucci ha obiettato al direttore del Nih che «a suo parere» il lockdown è stata una misura efficace. «I Paesi con i lockdown più restrittivi non hanno avuto un tasso di mortalità più basso e non hanno protetto di più le vite umane», ha spiegato Bhattacharya ai membri della commissione Covid. L’avvocato di Conte ha poi tentato la carta del Nobel per impressionarlo: «Quindi lei non è d’accordo con quanto dichiarato in questa commissione dal premio Nobel Giorgio Parisi, secondo il quale senza lockdown in Italia avremmo avuto dieci volte morti in più nella prima ondata?». «No», è stata la risposta secca di Bhattacharya, per nulla impressionato. La sua replica è stata un’interessante lezione di salute pubblica da mandare a memoria: premettendo che, quando si ha un indice di trasmissibilità inferiore a uno, questo non significa che la malattia sia sparita, «la soluzione doveva essere quella di avere un lockdown permanente per tenere l’indice sotto l’uno?», ha chiesto retoricamente il direttore del Nih. «Era quello l’obiettivo, mantenere l’indice sotto l’uno? Oppure si trattava di difendere la vita al meglio possibile? Sono due obiettivi molto diversi. Se si guardano i dati reali, i lockdown non hanno protetto la vita umana. Anche se l’indice in alcuni modelli è sceso al di sotto dell’uno, non è un’evidenza sufficiente per dire che il lockdown sia stato un modo efficace per proteggere la vita umana». L’ossessione di Roberto Speranza, il «rischio zero», era insomma una bufala antiscientifica.
Rispondendo alle domande di Borghi, Bagnai e Malan, il direttore del Nih ha poi detto la sua anche sul mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali e muori»: «Già a marzo 2021 era chiaro che il vaccino non impedisse l’infezione e anzi che l’efficacia del vaccino diminuisse pochi mesi dopo averlo ricevuto». A dispetto di tutte le sentenze italiane che, condannando i non vaccinati, hanno stabilito che all’epoca le evidenze dicessero altro: non era vero. L’introduzione del green pass «ha avuto come conseguenza una riduzione della fiducia nella salute pubblica». Sui no vax, «il fatto che fossero più pericolosi e potessero diffondere la malattia più facilmente rispetto alle persone vaccinate non è corretta dal punto di vista scientifico. Sia le persone vaccinate che quelle non vaccinate potevano diffondere la malattia allo stesso modo». E il green pass? «Si è basato su un falso scientifico». Riabilitati anche i guariti: «Negli Stati Uniti si è deciso di ignorarli per poter rendere obbligatori i vaccini. Non tenere conto dell’immunità da guarigione non è stata una decisione scientificamente corretta». Stoccata anche all’Oms: «Ha fatto più male che bene durante la pandemia. Ha ignorato la situazione andando contro le evidenze scientifiche, ha elevato in modo eccessivo l’esperienza dei lockdown cinesi, quindi ha causato più danni che altro».
«Ancora oggi stiamo subendo i danni di certe misure prive di fondamento scientifico», ha dichiarato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «ed è paradossale che in quel periodo la Costituzione italiana fu calpestata da chi oggi, in nome della sua difesa, ha impedito una riforma della giustizia necessaria per modernizzare l’Italia».
«Dopo molti sforzi alla fine siamo riusciti ad avere in audizione il simbolo della scienza negata, quella scienza che era alla base della posizione della Lega su lockdown e green pass, presentata su Repubblica nel luglio del 2021, che venne distrutta da Draghi con l’infame inganno del “non ti vaccini, ti ammali, muori o fai morire”, è il commento del senatore leghista Claudio Borghi. «Oggi Bhattacharya conferma tutto. Noi avevamo ragione e Draghi e Conte non avevano capito nulla. Ma chi ci ridà quegli anni?»
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 marzo 2026. Il nostro esperto di politica Usa Stefano Graziosi ci spiega a che punto sono i negoziati per un cessate il fuoco in Iran.