
Un leggero strato di brina ricopre l’erba attorno al campo profughi di Padriciano. Una sottile nebbia avvolge l’aria e sembra lasciare tutto in sospeso. Come quelle anime che sono passate da qui a guerra finita. Istriani e dalmati costretti a lasciare le loro terre mentre i titini avanzavano e attuavano una vera e propria pulizia etnica. Non restava altro che partire. Lasciare tutto in fretta e furia e dirigersi verso la città italiana più vicina e sicura: Trieste.
«Erano profughi in casa loro», racconta Massimiliano Lacota, presidente dell’Unione degli istriani, l’associazione di esuli che da anni gestisce il campo, nel frattempo diventato un museo. «Vennero relegati in questi campi profughi, spesso accolti anche molto male. I primi sbarchi della nave Toscana che portava gli italiani da Pola a Venezia furono funestati da scioperi del personale portuale perché gli esuli erano considerati dei fascisti in fuga dal paradiso comunista. Nulla di più falso», conclude Lacota.
Le stanze sono enormi. Lo sembrano ancora di più ora che non c’è nessuno ad abitarle. Solo file e file di letti. Qualche asse di legno inchiodato, materassi leggeri e impolverati. Candele e vecchi comò. E teli tirati tra una postazione e l’altra per avere un minimo di privacy. Perché le famiglie istriane e dalmate vivevano così: una accanto all’altra. Senza spazio. Ammassate come bestie. Ci sono ancora le culle, perché nonostante tutto la vita, tra queste mura, continuava ad andare avanti. C’è chi ha vissuto per decenni nel campo profughi. Gli esuli eressero una chiesa, che divenne testimone di battesimi, matrimoni e funerali.
La vita era scandita da orari notturni. La colazione, i 250 grammi di pane da richiedere tramite tessera. E poi il rigoroso silenzio alle 22 e il divieto d’uscita. «La vita nel campo profughi era molto magra», racconta Lacota, «convivere era difficile e c’erano spesso malattie. Gli istriani erano abituati a una vita molto semplice e povera però avevano una propria dignità». Che gli venne strappata via. «Nel campo gli esuli diventano un numero, persone senza una identità».
Tutti si fanno forza. Ma non tutti riescono a reggere il peso di Padriciano. «Ci furono anche alcuni suicidi», prosegue Lacota, «alla fine degli anni Cinquanta si erano tolte la vita diverse donne, madri di famiglia che subito dopo la sveglia, al posto di andare a lavarsi nei bagni, raggiungevano gli alberi dove si impicciavano. Dopo queste terribili morti si decise di abbattere ogni albero». Ma non solo. Perché uno dei grandi nemici dei profughi era il freddo. «Nell’inverno del ‘56 alcuni bambini rimasero paralizzati. Quando abbiamo inaugurato il museo erano presenti due donne. Due sorelle, entrambe paralizzate perché in quel terribile inverno non era possibile scaldare le baracche con il fuoco e i loro arti si congelarono».
Si cerca di fare tanto con poco. All’interno del giardino è presente una gola profonda. Una caverna nella quale grandi e piccoli d’estate si rifugiano per cercare un po’ di refrigerio. Ma che richiama tremendamente anche le foibe in cui tanti italiani vennero gettati, spesso ancora vivi, dai comunisti titini. Un triste promemoria per chi aveva portato a casa la pelle. Ma a che prezzo? Non c’era più niente alle loro spalle. Davanti ai loro occhi un futuro incerto, tutto da costruire. Sulle masserizie, ancora conservate nel museo, si leggono i cognomi di chi è passato e il luogo da cui provenivano. Pola, Fiume, Ossero. Nomi che oggi non esistono quasi più, scavalcati da una toponomastica che dovrebbe preservare l’identità italiana di quei luoghi ma che, in realtà, preferisce cancellarla.
Oltre alle scolaresche, qualche anziano passa ancora di qui. Guarda quella che è stata la sua casa. Una casa di tanti. Forse di troppi. «Provo tanto dolore», si legge su un cippo. «In questo luogo abbiamo imparato che cosa è la vita». In un altro ancora: «Ero piccola, avevo solo cinque anni e la mia sorellina aveva 11 mesi. Vedendo tutti questi ricordi ho capito quanto hanno sofferto i miei genitori». Una nipote, di passaggio, scrive: «Orgogliosa di essere istriana. Grazie nonni per il vostro coraggio e la vostra dignità».
Sono passati ormai 80 anni dai massacri delle foibe e dall’esodo giuliano-dalmata. Come fare per continuare a ricordare? Il museo di Padriciano avrà una nuova parte multimediale. «Un passo fondamentale per trasformare la memoria in un racconto vivo, capace di parlare alle nuove generazioni con linguaggi moderni, affinché nessuno dimentichi mai il dramma dell’esodo», ha detto il governatore del Friuli Venezia-Giulia, Massimiliano Fedriga.
È una storia che si ostina ad esser ricordata. Nonostante i segni del tempo e le profondità della terra. Che oltre agli italiani hanno provato a far sparire anche il loro ricordo.






