Un tempo il controllo sul lavoro aveva un volto: il caporale nei campi, il capo officina davanti alle macchine, il sorvegliante che misurava la produttività. Oggi quel controllo è affidato a un algoritmo, che assegna le mansioni, registra i movimenti, misura i tempi e incide direttamente sul salario senza presentarsi come un superiore gerarchico. È su questo mutamento della forma del comando che si innesta l’inchiesta della Procura di Milano, che ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza di Foodinho srl, la società che gestisce in Italia la piattaforma Glovo, ipotizzando il reato di caporalato aggravato nei confronti di circa 2.000 rider a Milano e 40.000 in tutta Italia. Il provvedimento, firmato dal pubblico ministero Paolo Storari, dovrà essere vagliato da un giudice per le indagini preliminari entro dieci giorni ed è stato eseguito dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro di Milano.
Nel registro degli indagati è finito l’amministratore unico della società, lo spagnolo Oscar Pierre Miquel, insieme a Foodinho ai sensi della legge sulla responsabilità amministrativa degli enti, per aver impiegato manodopera in «condizioni di sfruttamento» e «approfittando dello stato di bisogno» dei lavoratori. Secondo la Procura, a migliaia di rider sarebbero state erogate retribuzioni inferiori fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà e fino all’81,62% rispetto ai contratti collettivi, in violazione dell’articolo 36 della Costituzione. Il quadro si colloca in un contesto già critico: dati Istat indicano che 1.245 euro netti al mese rappresentano la soglia di rischio povertà per un lavoratore singolo, mentre retribuzioni annue attorno ai 12.000 euro o compensi orari sotto gli 8,5 euro definiscono il lavoro a basso reddito, livelli che nel lavoro su piattaforma vengono raggiunti solo con una elevatissima intensità lavorativa.
Dentro questa cornice giuridica si collocano le storie individuali di rider ascoltati in questi mesi in procura. Ahmed lavora nella zona della Stazione Centrale e racconta: «Resto collegato all’app anche dodici ore al giorno, dalle dieci del mattino fino alle undici di sera, faccio dieci consegne ma a volte anche venti o venticinque, e sono sempre geolocalizzato, se faccio tardi mi penalizzano», per 2,50 euro a consegna e un reddito che a fine mese arriva a malapena tra i 1.000 e i 1.200 euro lordi, insufficienti per affitto e bollette, mentre continua a mandare soldi alla famiglia in Pakistan dichiarando uno stato di bisogno; Muhammad, zona Milano Repubblica, partita Iva, quindici consegne al giorno per dieci ore senza pause, racconta: «Le consegne sono tutte tracciate, se sono in ritardo Glovo mi chiama e mi chiede perché sono fermo», e il reddito scende attorno agli 800 euro; Chowdhury lavora nel centro di Milano e ripete lo stesso schema: «Sono sempre geolocalizzato, se faccio ritardo mi chiamano e mi dicono di accelerare», mentre il guadagno mensile arriva anche solo a 600 euro; Anjam divide le sue giornate tra Glovo e Deliveroo, tra Duomo e Centrale, e spiega: «Se sono in ritardo mi chiamano subito», per circa 1.400 euro lordi che non cambiano il verdetto della precarietà; Wasim arriva a fare venti o trenta consegne al giorno e dice semplicemente «la paga non basta»; Hassan chiarisce il punto che la Procura considera decisivo, il controllo non ha un volto umano, ma una voce telefonica che arriva quando l’algoritmo rileva un’anomalia: «Se sono in ritardo Glovo mi chiama e mi dice di velocizzare»; Dhali manda soldi alla famiglia in Bangladesh e confessa che il reddito non copre le spese essenziali. C’è chi ha dovuto di tasca propria ripagare una batteria della bici rubata da 800 euro, «perché a Glovo non interessa». Zakhil racconta lo stress continuo «durante la consegna sono controllato tramite Gps e Glovo può vedere se mi fermo o se sono in ritardo»; Rauf, Duomo, undici o dodici ore al giorno, quindici o venti consegne, unico lavoro e famiglia in Pakistan, dice: «Se sono in ritardo vengo chiamato e mi dicono di consegnare più velocemente»; Sweet ricorda come le condizioni siano peggiorate nel tempo: «Prima pagavano a chilometro, ora a consegna, e guadagno meno»; Michael è diretto: «Glovo controlla tutto tramite l’app e se fai ritardo o ti fermi ti contattano per chiedere spiegazioni», poi descrive la sequenza obbligata: «Ricevo una notifica, accetto, vado al ristorante indicato, consegno seguendo il percorso indicato dall’app, durante la consegna sono sempre tracciato», per 600 euro al mese e nessuna alternativa; Appiah è collegato dalle dieci alle ventidue sette giorni su sette per 600 o 700 euro; Idrees arriva a percorrere 80 chilometri al giorno; Hussain lavora fino a dodici ore e ripete che «la paga non basta per vivere».
A questo potere di controllo digitale che incide direttamente sul reddito, la Procura oppone il controllo giudiziario. È stato nominato come amministratore il commercialista Andrea Adriano Romanò: avrà il compito di regolarizzare 40.000 rider e di intervenire sugli assetti organizzativi dell’azienda.



