True
2021-10-30
Ricoveri e morti stabili: il tracollo non c’è
Nessuna nuova ondata, forse un inizio di recrudescenza della pandemia. Nell'ultima settimana sono aumentate le persone positive al Covid, sono in lieve calo i decessi e si sono mantenuti praticamente stabili i ricoveri in terapia intensiva e in area medica.
Secondo il report diffuso ieri dall'Istituto superiore di sanità (Iss), a livello nazionale l'incidenza dei contagi è arrivata a 46 casi per 100.000 abitanti, vicino al valore soglia dei 50, e in crescita rispetto ai 34 di venerdì scorso. Nel periodo 6-19 ottobre 2021, la trasmissibilità (Rt) media calcolata sui casi sintomatici è stata di 0,96, appena al di sotto della soglia epidemica (che è pari a 1) e in aumento rispetto allo 0,86 della settimana precedente. In base a quanto si sta registrando, secondo l'Iss, la trasmissibilità potrebbe superare la soglia pandemica la prossima settimana, arrivando a 1,14. Sul significato di tale valore di Rt c'è un acceso dibattito tra gli epidemiologi. È infatti calcolato su «dati parzialmente completi», come dice lo stesso Iss, e considera i soli casi sintomatici e/o ospedalizzati, cioè indipendente dal numero dei positivi trovati nella popolazione in base ai tamponi che si eseguono. Com'è noto, dal 15 ottobre, quando è diventato obbligatorio il green pass anche per lavorare, il numero dei casi è aumentato in valore assoluto, ma a fronte di una crescita esponenziale dei tamponi eseguiti ogni giorno, ormai stabile sui 4-500.000.
Entrando nel merito di numeri più certi per descrivere l'andamento della pandemia, cioè i ricoveri e i decessi, si scopre che, nell'ultima settimana, i dati sono praticamente stabili. Nelle terapie intensive, il tasso di occupazione dei posti letto è stabile al 3,7% (rilevazione giornaliera ministero della Salute al 28/10). Anche nelle corsie delle aree mediche subacute la percentuale di occupazione è sostanzialmente stabile al 4,5%, contro il 4,2% della scorsa settimana. I numeri sono praticamente in linea con quanto pubblicato dalla Fondazione Gimbe. Rispetto alla settimana precedente, i nuovi casi sono passati a 25.585, da 17.870 (+43,2%) e i decessi sono diminuiti: 249 rispetto a 271 (-8,1%). Come fa notare Gimbe, la crescita dei contagiati potrebbe in parte essere legata all'incremento dei tamponi totali, ma l'aumento del tasso di positività di quelli molecolari e dei ricoveri (+181) indica comunque una maggior circolazione del virus. La risalita dei casi Covid nelle ultime settimane «è più una recrudescenza del virus che una quarta ondata. Il numero dei contagi aumenterà e dobbiamo monitorare bene la situazione ma, grazie alla copertura delle vaccinazioni, non credo che assisteremo a scenari come quelli vissuti in passato», osserva Massimo Andreoni, direttore dell'infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit), commentando l'attuale situazione epidemiologica Covid-19 in Italia.
L'attesa di nuovi contagi, quando oltre l'85% della popolazione over 12 ha ricevuto almeno una dose di vaccino, pone chiaramente la questione sul ruolo di un provvedimento come il green pass che, inizialmente sostenuto per bloccare il contagio - cosa smentita dai fatti - è diventato necessario anche per lavorare. Proprio analizzando i dati dei ricoveri ospedalieri pubblicati dall'Iss, salta subito all'occhio un'anomalia. Per esempio, nella fascia di età degli over 80, dove la copertura vaccinale è superiore al 90%, si osserva che, nell'ultimo mese, il numero di ospedalizzazioni fra vaccinati con ciclo completo è pari a 955 mentre nei non vaccinati è più basso, pari a 446. Tale dato non significa che il vaccino non funzioni, ma che il contagio avviene lo stesso. Quando infatti «le vaccinazioni nella popolazione raggiungono alti livelli di copertura», si legge nel report dell'Iss, «si verifica il cosiddetto effetto paradosso per cui il numero assoluto di infezioni, ospedalizzazioni e decessi può essere simile tra vaccinati e non vaccinati, per via della progressiva diminuzione nel numero di questi ultimi». Calcolando infatti il tasso di ospedalizzazione si evidenzia come questo sia circa otto volte più alto per i non vaccinati rispetto ai vaccinati con ciclo completo (174,6 vs 22,7 ricoveri per 100.000 abitanti). Analizzando il numero dei ricoveri in terapia intensiva e dei decessi negli over 80 si osserva che, nello stesso periodo, il tasso di ricoveri in terapia intensiva dei vaccinati con ciclo completo, è ben otto volte più basso di quello dei non vaccinati (1,0 contro 8,6 per 100.000 abitanti) mentre il tasso di decesso è 12 volte più alto nei non vaccinati rispetto agli immunizzati con due dosi (102,6 contro 8,7 per 100.000 abitanti). Anche l'efficacia nel prevenire l'infezione della variante delta è al 75% circa nei vaccinati. Il vaccino quindi funziona, ma è il green pass a essere inadeguato in questo contesto.
Un'ulteriore conferma arriva dal bollettino diffuso ieri dal ministero della Salute che registra 5.335 nuovi casi su 474.778 tamponi processati (tasso di positività dell'1,1%, era 0,85%). Ma il numero dei ricoveri è praticamente stabile: 49 in più nelle aree mediche e due nuovi ingressi in terapia intensiva (+2). In calo i decessi: 33, cioè 17 in meno rispetto al giorno precedente.
Nessuna Apocalisse nel Regno Unito. Londra ha gestito l’ultima ondata
A guardare i reportage dei media italiani sulla pandemia nel Regno Unito il quadro sembra davvero fosco. Molti immaginano una situazione tragica, magari con i camion militari impegnati a portare via le vittime, come è accaduto nel Nord Italia nei momenti peggiori. Invece al di là della Manica la vita è ripresa regolarmente: la gente va al pub, frequenta i locali e non indossa la mascherina. Anche a scuola le mascherine non sono obbligatorie. Forse è anche per questa ragione che i numeri sono più alti che in Italia, ma comunque l'immagine che italiani ed europei hanno del Regno Unito è davvero distante da quella che vivono gli inglesi.
Osservando i numeri del Regno Unito relativi alla giornata di ieri, 29 di ottobre, si scopre che i nuovi contagi sono stati 43.467 e che complessivamente tra il 23 e il 29 ottobre ci sono stati 289.718 positivi. Tanti, rispetto ad esempio ai 4.595 casi italiani, ma comunque pochi in confronto al passato, con una riduzione del 12,7% dei contagi rispetto alla settimana precedente. Se poi si considera che la popolazione del Regno unito è superiore ai 68 milioni di individui, mentre in Italia ce ne sono 55 milioni, i numeri più elevati appaiono ancora meno preoccupanti.
Sul fronte dei decessi, ieri ci sono state 186 deceduti che erano risultati positivi al test per il Covid nel mese precedente, mentre nella settimana i decessi registrati sono stati 1.066, leggermente superiori a quelli precedenti. In Italia, invece, i decessi nello stesso giorno si sono fermati a 50, il che fa pensare a un divario importante tra i due Paesi, che finisce però per ridimensionarsi nel momento in cui si considerano i dati sulla popolazione.
Quanto all'assistenza sanitaria, va messo in evidenza che il 25 ottobre, ultimo dato disponibile, 1.038 persone sono state ricoverate negli ospedali britannici per il Covid e che nella settimana fino a quella data si erano registrati 6.981 ricoverati. Un incremento del 5% rispetto al passato, ma con solo 964 persone che attualmente sono in regime di respirazione assistita. Per ciascuno di loro ci sono posti letto e assistenza senza che questo abbia conseguenze sulla gestione degli ospedali e senza che si determinino problemi per la cura degli altri pazienti. I reparti hanno riaperto a pieno, come i servizi di assistenza sul territorio e persino gli screening programmati: attività che nella fase critica erano invece state sospese. Segno che il Paese ha dati un po' più significativi dei nostri, ma non si trova di certo in una condizione di emergenza. A giustificare questi aumenti potrebbe essere anche l'approccio rilassato a cui sono stati invitati i cittadini. Non si usa appunto più la mascherina, tutte le attività sono riprese a pieno regime e senza limiti di distanziamento, anche le scuole hanno ripreso a proporre tutte le loro attività che prevedono pubblico. Forse è questo in realtà il vero limite, dal momento che la vaccinazione delle fasce più giovani è cominciata più tardi rispetto all'Italia e quindi spesso sono proprio gli studenti a portare a casa il virus ai loro familiari. Una circostanza che potrebbe spiegare l'aumento dei ricoveri che secondo alcune statistiche avrebbe raggiunto livelli elevati, i peggiori dal 21 febbraio 2021, quando la pandemia aveva messo il Paese in ginocchio. Dati che il governo sta analizzando con attenzione, ma che non hanno ancora spinto a introdurre nuove misure di sicurezza. Per rimettere le mascherine o progettare il lockdown si aspettano i rilevamenti delle prossime settimane. Senza allarme e nessuna tensione: a dispetto di quello che i media internazionali continuano a segnalare.
Continua a leggereRiduci
Se il contagio è in lieve crescita, i decessi calano di poco e la pressione sugli ospedali è costante (con le terapie intensive occupate al 3,7%). E riguarda anche i vaccinati. L'allarme rosso non è giustificato: il siero migliora la situazione mentre il pass è inutile.Ritorno alla normalità con molti casi in Gran Bretagna, ma nella scorsa settimana sono scesi del 12,7%.Lo speciale contiene due articoli.Nessuna nuova ondata, forse un inizio di recrudescenza della pandemia. Nell'ultima settimana sono aumentate le persone positive al Covid, sono in lieve calo i decessi e si sono mantenuti praticamente stabili i ricoveri in terapia intensiva e in area medica. Secondo il report diffuso ieri dall'Istituto superiore di sanità (Iss), a livello nazionale l'incidenza dei contagi è arrivata a 46 casi per 100.000 abitanti, vicino al valore soglia dei 50, e in crescita rispetto ai 34 di venerdì scorso. Nel periodo 6-19 ottobre 2021, la trasmissibilità (Rt) media calcolata sui casi sintomatici è stata di 0,96, appena al di sotto della soglia epidemica (che è pari a 1) e in aumento rispetto allo 0,86 della settimana precedente. In base a quanto si sta registrando, secondo l'Iss, la trasmissibilità potrebbe superare la soglia pandemica la prossima settimana, arrivando a 1,14. Sul significato di tale valore di Rt c'è un acceso dibattito tra gli epidemiologi. È infatti calcolato su «dati parzialmente completi», come dice lo stesso Iss, e considera i soli casi sintomatici e/o ospedalizzati, cioè indipendente dal numero dei positivi trovati nella popolazione in base ai tamponi che si eseguono. Com'è noto, dal 15 ottobre, quando è diventato obbligatorio il green pass anche per lavorare, il numero dei casi è aumentato in valore assoluto, ma a fronte di una crescita esponenziale dei tamponi eseguiti ogni giorno, ormai stabile sui 4-500.000.Entrando nel merito di numeri più certi per descrivere l'andamento della pandemia, cioè i ricoveri e i decessi, si scopre che, nell'ultima settimana, i dati sono praticamente stabili. Nelle terapie intensive, il tasso di occupazione dei posti letto è stabile al 3,7% (rilevazione giornaliera ministero della Salute al 28/10). Anche nelle corsie delle aree mediche subacute la percentuale di occupazione è sostanzialmente stabile al 4,5%, contro il 4,2% della scorsa settimana. I numeri sono praticamente in linea con quanto pubblicato dalla Fondazione Gimbe. Rispetto alla settimana precedente, i nuovi casi sono passati a 25.585, da 17.870 (+43,2%) e i decessi sono diminuiti: 249 rispetto a 271 (-8,1%). Come fa notare Gimbe, la crescita dei contagiati potrebbe in parte essere legata all'incremento dei tamponi totali, ma l'aumento del tasso di positività di quelli molecolari e dei ricoveri (+181) indica comunque una maggior circolazione del virus. La risalita dei casi Covid nelle ultime settimane «è più una recrudescenza del virus che una quarta ondata. Il numero dei contagi aumenterà e dobbiamo monitorare bene la situazione ma, grazie alla copertura delle vaccinazioni, non credo che assisteremo a scenari come quelli vissuti in passato», osserva Massimo Andreoni, direttore dell'infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit), commentando l'attuale situazione epidemiologica Covid-19 in Italia.L'attesa di nuovi contagi, quando oltre l'85% della popolazione over 12 ha ricevuto almeno una dose di vaccino, pone chiaramente la questione sul ruolo di un provvedimento come il green pass che, inizialmente sostenuto per bloccare il contagio - cosa smentita dai fatti - è diventato necessario anche per lavorare. Proprio analizzando i dati dei ricoveri ospedalieri pubblicati dall'Iss, salta subito all'occhio un'anomalia. Per esempio, nella fascia di età degli over 80, dove la copertura vaccinale è superiore al 90%, si osserva che, nell'ultimo mese, il numero di ospedalizzazioni fra vaccinati con ciclo completo è pari a 955 mentre nei non vaccinati è più basso, pari a 446. Tale dato non significa che il vaccino non funzioni, ma che il contagio avviene lo stesso. Quando infatti «le vaccinazioni nella popolazione raggiungono alti livelli di copertura», si legge nel report dell'Iss, «si verifica il cosiddetto effetto paradosso per cui il numero assoluto di infezioni, ospedalizzazioni e decessi può essere simile tra vaccinati e non vaccinati, per via della progressiva diminuzione nel numero di questi ultimi». Calcolando infatti il tasso di ospedalizzazione si evidenzia come questo sia circa otto volte più alto per i non vaccinati rispetto ai vaccinati con ciclo completo (174,6 vs 22,7 ricoveri per 100.000 abitanti). Analizzando il numero dei ricoveri in terapia intensiva e dei decessi negli over 80 si osserva che, nello stesso periodo, il tasso di ricoveri in terapia intensiva dei vaccinati con ciclo completo, è ben otto volte più basso di quello dei non vaccinati (1,0 contro 8,6 per 100.000 abitanti) mentre il tasso di decesso è 12 volte più alto nei non vaccinati rispetto agli immunizzati con due dosi (102,6 contro 8,7 per 100.000 abitanti). Anche l'efficacia nel prevenire l'infezione della variante delta è al 75% circa nei vaccinati. Il vaccino quindi funziona, ma è il green pass a essere inadeguato in questo contesto. Un'ulteriore conferma arriva dal bollettino diffuso ieri dal ministero della Salute che registra 5.335 nuovi casi su 474.778 tamponi processati (tasso di positività dell'1,1%, era 0,85%). Ma il numero dei ricoveri è praticamente stabile: 49 in più nelle aree mediche e due nuovi ingressi in terapia intensiva (+2). In calo i decessi: 33, cioè 17 in meno rispetto al giorno precedente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricoveri-morti-stabili-2655444070.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nessuna-apocalisse-nel-regno-unito-londra-ha-gestito-lultima-ondata" data-post-id="2655444070" data-published-at="1635536254" data-use-pagination="False"> Nessuna Apocalisse nel Regno Unito. Londra ha gestito l’ultima ondata A guardare i reportage dei media italiani sulla pandemia nel Regno Unito il quadro sembra davvero fosco. Molti immaginano una situazione tragica, magari con i camion militari impegnati a portare via le vittime, come è accaduto nel Nord Italia nei momenti peggiori. Invece al di là della Manica la vita è ripresa regolarmente: la gente va al pub, frequenta i locali e non indossa la mascherina. Anche a scuola le mascherine non sono obbligatorie. Forse è anche per questa ragione che i numeri sono più alti che in Italia, ma comunque l'immagine che italiani ed europei hanno del Regno Unito è davvero distante da quella che vivono gli inglesi. Osservando i numeri del Regno Unito relativi alla giornata di ieri, 29 di ottobre, si scopre che i nuovi contagi sono stati 43.467 e che complessivamente tra il 23 e il 29 ottobre ci sono stati 289.718 positivi. Tanti, rispetto ad esempio ai 4.595 casi italiani, ma comunque pochi in confronto al passato, con una riduzione del 12,7% dei contagi rispetto alla settimana precedente. Se poi si considera che la popolazione del Regno unito è superiore ai 68 milioni di individui, mentre in Italia ce ne sono 55 milioni, i numeri più elevati appaiono ancora meno preoccupanti. Sul fronte dei decessi, ieri ci sono state 186 deceduti che erano risultati positivi al test per il Covid nel mese precedente, mentre nella settimana i decessi registrati sono stati 1.066, leggermente superiori a quelli precedenti. In Italia, invece, i decessi nello stesso giorno si sono fermati a 50, il che fa pensare a un divario importante tra i due Paesi, che finisce però per ridimensionarsi nel momento in cui si considerano i dati sulla popolazione. Quanto all'assistenza sanitaria, va messo in evidenza che il 25 ottobre, ultimo dato disponibile, 1.038 persone sono state ricoverate negli ospedali britannici per il Covid e che nella settimana fino a quella data si erano registrati 6.981 ricoverati. Un incremento del 5% rispetto al passato, ma con solo 964 persone che attualmente sono in regime di respirazione assistita. Per ciascuno di loro ci sono posti letto e assistenza senza che questo abbia conseguenze sulla gestione degli ospedali e senza che si determinino problemi per la cura degli altri pazienti. I reparti hanno riaperto a pieno, come i servizi di assistenza sul territorio e persino gli screening programmati: attività che nella fase critica erano invece state sospese. Segno che il Paese ha dati un po' più significativi dei nostri, ma non si trova di certo in una condizione di emergenza. A giustificare questi aumenti potrebbe essere anche l'approccio rilassato a cui sono stati invitati i cittadini. Non si usa appunto più la mascherina, tutte le attività sono riprese a pieno regime e senza limiti di distanziamento, anche le scuole hanno ripreso a proporre tutte le loro attività che prevedono pubblico. Forse è questo in realtà il vero limite, dal momento che la vaccinazione delle fasce più giovani è cominciata più tardi rispetto all'Italia e quindi spesso sono proprio gli studenti a portare a casa il virus ai loro familiari. Una circostanza che potrebbe spiegare l'aumento dei ricoveri che secondo alcune statistiche avrebbe raggiunto livelli elevati, i peggiori dal 21 febbraio 2021, quando la pandemia aveva messo il Paese in ginocchio. Dati che il governo sta analizzando con attenzione, ma che non hanno ancora spinto a introdurre nuove misure di sicurezza. Per rimettere le mascherine o progettare il lockdown si aspettano i rilevamenti delle prossime settimane. Senza allarme e nessuna tensione: a dispetto di quello che i media internazionali continuano a segnalare.
Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
Continua a leggereRiduci
Getty Images
L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.
Alessandro Zan (Getty Images)
Il testo, ha riferito Alessandro Zan, sancirà «tutele speciali per chi è oggetto di stalking, violenza domestica, crimini d’odio». «Il giudice», ha aggiunto l’onorevole, «dovrà tenere conto delle motivazioni discriminatorie di un reato», il che rafforzerà la posizione di chi subisce abusi «dal momento della denuncia al risarcimento dei danni. I dati della vittima, come la residenza, non saranno disponibili all’imputato, salvo decisione del giudice. Verrà introdotta la possibilità di denuncia anche attraverso organizzazioni riconosciute», qualora la persona offesa abbia paura di procedere da sola; e nascerà «un numero unico europeo per le vittime. Ci sarà una formazione obbligatoria per gli operatori, dalla polizia al personale sanitario. Sostegno alla denuncia anche per migranti con status irregolare».
Vista in questa chiave, la direttiva Ue, cui Roma dovrebbe poi conformarsi, riporterebbe in vita soltanto la parte giuridicamente meno discussa del ddl Zan: l’idea originaria di estendere ad altre categorie protette le disposizioni della legge Mancino del 1993. In realtà, i motivi principali per cui quell’iniziativa normativa creò scompiglio erano più seri. Innanzitutto, l’articolo 1 del testo avrebbe introdotto la definizione legale di identità di genere, intesa come «autopercezione», a prescindere dal dato biologico. Zan, così, tentava un’operazione subdola: imporre e blindare l’ideologia Lgbt, sfruttando il potere di una maggioranza politica.
Ancora peggio era il combinato degli articoli 2 e 3, contenenti le modifiche al Codice penale che avrebbero creato fattispecie basate sull’omotransfobia, e dell’articolo 4, che avrebbe dovuto salvaguardare la libertà di espressione, ma si fondava su una formulazione vaga e insidiosa: garantendo la legittimità delle opinioni solo fintantoché non fossero state «idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti», il cavillo spalancava le porte all’arbitrio dei magistrati nel determinare un eventuale collegamento tra manifestazione delle idee e condotte delittuose altrui. Per intenderci: pubblico un libro in cui difendo la famiglia tradizionale; un invasato picchia un omosessuale dichiarando di essersi sentito ispirato da quel volume; potrei essere condannato, perché ciò che ho scritto si sarebbe rivelato «idoneo» a indurre un’altra persona a commettere un reato?
Era controverso anche l’articolo 7, che istituiva la Giornata nazionale contro omofobia, lesbofobia, bifobia e transfobia, con l’obbligo per le scuole di predisporre attività di sensibilizzazione. Il lavaggio del cervello tra i banchi.
A parte l’odore di incostituzionalità del ddl, contro quell’iniziativa si schierò apertamente la Chiesa, evocando addirittura potenziali violazioni del Concordato. Si spiega la freddezza con cui lo accolsero gli esponenti cattolici del Pd. Alla fine, il progetto sfumò in Aula, vittima della tagliola e di uno scrutinio segreto.
Ora, archiviata la delusione, il signor Pride, l’uomo la cui società era arrivata a incassare oltre un milione di euro l’anno grazie alla carnevalata sull’orgoglio gay che organizzava a Padova, torna alla carica. Riesumando il bavaglio e rilanciando la crociata per le nozze omosex, in occasione del decennale dall’approvazione delle unioni civili.
Ieri, anche Matteo Renzi, all’epoca presidente del Consiglio, sui social ha celebrato la ricorrenza, rivendicando di aver posto la fiducia sul provvedimento: «Era un azzardo politico, ma era anche un dovere morale», ha twittato. «Chi si ama non è mai un problema per la società». Oggi, però, quel traguardo - che non ha portato benissimo alla sua madrina, Monica Cirinnà, ormai sparita dai radar - viene considerato «insufficiente». Avs ha ricordato, ad esempio, che la maggioranza «non ebbe il coraggio di mettere nero su bianco che quelle stesse coppie potessero essere anche genitori». Per dirla con Zan, la battaglia del futuro dovrà essere quella «per il matrimonio egualitario». Un altro motivo per mobilitare le masse di attivisti e tenere aperto un circo redditizio.
Le unioni civili, dunque, non bastano più: «È importante andare oltre», ha proclamato l’onorevole dem. Bisogna «approvare il matrimonio egualitario e riformare il diritto di famiglia». Di più: «Serve garantire l’adozione alle persone single e alle coppie dello stesso sesso e consentire l’accesso alla procreazione medicalmente assistita. Su questo», ha insistito Zan, «esiste una proposta di legge a mia firma insieme a Elly Schlein».
Pure stavolta, ci sarebbe un ostacolo: una Costituzione che «riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». E non proprio sul matrimonio arcobaleno. Certo, i magistrati già stanno contribuendo a smontarla: la Corte d’Appello di Bari ha appena riconosciuto che un bimbo di 4 anni, nato in Germania da una donna e un uomo, è figlio anche del marito di costui. Genitore 1, genitore 2, genitore 3.
Schlein e compagni avevano arruolato la Carta «più bella del mondo» per fermare la riforma della giustizia; adesso, la fanno ridiventare carta straccia.
Continua a leggereRiduci