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2021-10-30
Ricoveri e morti stabili: il tracollo non c’è
Nessuna nuova ondata, forse un inizio di recrudescenza della pandemia. Nell'ultima settimana sono aumentate le persone positive al Covid, sono in lieve calo i decessi e si sono mantenuti praticamente stabili i ricoveri in terapia intensiva e in area medica.
Secondo il report diffuso ieri dall'Istituto superiore di sanità (Iss), a livello nazionale l'incidenza dei contagi è arrivata a 46 casi per 100.000 abitanti, vicino al valore soglia dei 50, e in crescita rispetto ai 34 di venerdì scorso. Nel periodo 6-19 ottobre 2021, la trasmissibilità (Rt) media calcolata sui casi sintomatici è stata di 0,96, appena al di sotto della soglia epidemica (che è pari a 1) e in aumento rispetto allo 0,86 della settimana precedente. In base a quanto si sta registrando, secondo l'Iss, la trasmissibilità potrebbe superare la soglia pandemica la prossima settimana, arrivando a 1,14. Sul significato di tale valore di Rt c'è un acceso dibattito tra gli epidemiologi. È infatti calcolato su «dati parzialmente completi», come dice lo stesso Iss, e considera i soli casi sintomatici e/o ospedalizzati, cioè indipendente dal numero dei positivi trovati nella popolazione in base ai tamponi che si eseguono. Com'è noto, dal 15 ottobre, quando è diventato obbligatorio il green pass anche per lavorare, il numero dei casi è aumentato in valore assoluto, ma a fronte di una crescita esponenziale dei tamponi eseguiti ogni giorno, ormai stabile sui 4-500.000.
Entrando nel merito di numeri più certi per descrivere l'andamento della pandemia, cioè i ricoveri e i decessi, si scopre che, nell'ultima settimana, i dati sono praticamente stabili. Nelle terapie intensive, il tasso di occupazione dei posti letto è stabile al 3,7% (rilevazione giornaliera ministero della Salute al 28/10). Anche nelle corsie delle aree mediche subacute la percentuale di occupazione è sostanzialmente stabile al 4,5%, contro il 4,2% della scorsa settimana. I numeri sono praticamente in linea con quanto pubblicato dalla Fondazione Gimbe. Rispetto alla settimana precedente, i nuovi casi sono passati a 25.585, da 17.870 (+43,2%) e i decessi sono diminuiti: 249 rispetto a 271 (-8,1%). Come fa notare Gimbe, la crescita dei contagiati potrebbe in parte essere legata all'incremento dei tamponi totali, ma l'aumento del tasso di positività di quelli molecolari e dei ricoveri (+181) indica comunque una maggior circolazione del virus. La risalita dei casi Covid nelle ultime settimane «è più una recrudescenza del virus che una quarta ondata. Il numero dei contagi aumenterà e dobbiamo monitorare bene la situazione ma, grazie alla copertura delle vaccinazioni, non credo che assisteremo a scenari come quelli vissuti in passato», osserva Massimo Andreoni, direttore dell'infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit), commentando l'attuale situazione epidemiologica Covid-19 in Italia.
L'attesa di nuovi contagi, quando oltre l'85% della popolazione over 12 ha ricevuto almeno una dose di vaccino, pone chiaramente la questione sul ruolo di un provvedimento come il green pass che, inizialmente sostenuto per bloccare il contagio - cosa smentita dai fatti - è diventato necessario anche per lavorare. Proprio analizzando i dati dei ricoveri ospedalieri pubblicati dall'Iss, salta subito all'occhio un'anomalia. Per esempio, nella fascia di età degli over 80, dove la copertura vaccinale è superiore al 90%, si osserva che, nell'ultimo mese, il numero di ospedalizzazioni fra vaccinati con ciclo completo è pari a 955 mentre nei non vaccinati è più basso, pari a 446. Tale dato non significa che il vaccino non funzioni, ma che il contagio avviene lo stesso. Quando infatti «le vaccinazioni nella popolazione raggiungono alti livelli di copertura», si legge nel report dell'Iss, «si verifica il cosiddetto effetto paradosso per cui il numero assoluto di infezioni, ospedalizzazioni e decessi può essere simile tra vaccinati e non vaccinati, per via della progressiva diminuzione nel numero di questi ultimi». Calcolando infatti il tasso di ospedalizzazione si evidenzia come questo sia circa otto volte più alto per i non vaccinati rispetto ai vaccinati con ciclo completo (174,6 vs 22,7 ricoveri per 100.000 abitanti). Analizzando il numero dei ricoveri in terapia intensiva e dei decessi negli over 80 si osserva che, nello stesso periodo, il tasso di ricoveri in terapia intensiva dei vaccinati con ciclo completo, è ben otto volte più basso di quello dei non vaccinati (1,0 contro 8,6 per 100.000 abitanti) mentre il tasso di decesso è 12 volte più alto nei non vaccinati rispetto agli immunizzati con due dosi (102,6 contro 8,7 per 100.000 abitanti). Anche l'efficacia nel prevenire l'infezione della variante delta è al 75% circa nei vaccinati. Il vaccino quindi funziona, ma è il green pass a essere inadeguato in questo contesto.
Un'ulteriore conferma arriva dal bollettino diffuso ieri dal ministero della Salute che registra 5.335 nuovi casi su 474.778 tamponi processati (tasso di positività dell'1,1%, era 0,85%). Ma il numero dei ricoveri è praticamente stabile: 49 in più nelle aree mediche e due nuovi ingressi in terapia intensiva (+2). In calo i decessi: 33, cioè 17 in meno rispetto al giorno precedente.
Nessuna Apocalisse nel Regno Unito. Londra ha gestito l’ultima ondata
A guardare i reportage dei media italiani sulla pandemia nel Regno Unito il quadro sembra davvero fosco. Molti immaginano una situazione tragica, magari con i camion militari impegnati a portare via le vittime, come è accaduto nel Nord Italia nei momenti peggiori. Invece al di là della Manica la vita è ripresa regolarmente: la gente va al pub, frequenta i locali e non indossa la mascherina. Anche a scuola le mascherine non sono obbligatorie. Forse è anche per questa ragione che i numeri sono più alti che in Italia, ma comunque l'immagine che italiani ed europei hanno del Regno Unito è davvero distante da quella che vivono gli inglesi.
Osservando i numeri del Regno Unito relativi alla giornata di ieri, 29 di ottobre, si scopre che i nuovi contagi sono stati 43.467 e che complessivamente tra il 23 e il 29 ottobre ci sono stati 289.718 positivi. Tanti, rispetto ad esempio ai 4.595 casi italiani, ma comunque pochi in confronto al passato, con una riduzione del 12,7% dei contagi rispetto alla settimana precedente. Se poi si considera che la popolazione del Regno unito è superiore ai 68 milioni di individui, mentre in Italia ce ne sono 55 milioni, i numeri più elevati appaiono ancora meno preoccupanti.
Sul fronte dei decessi, ieri ci sono state 186 deceduti che erano risultati positivi al test per il Covid nel mese precedente, mentre nella settimana i decessi registrati sono stati 1.066, leggermente superiori a quelli precedenti. In Italia, invece, i decessi nello stesso giorno si sono fermati a 50, il che fa pensare a un divario importante tra i due Paesi, che finisce però per ridimensionarsi nel momento in cui si considerano i dati sulla popolazione.
Quanto all'assistenza sanitaria, va messo in evidenza che il 25 ottobre, ultimo dato disponibile, 1.038 persone sono state ricoverate negli ospedali britannici per il Covid e che nella settimana fino a quella data si erano registrati 6.981 ricoverati. Un incremento del 5% rispetto al passato, ma con solo 964 persone che attualmente sono in regime di respirazione assistita. Per ciascuno di loro ci sono posti letto e assistenza senza che questo abbia conseguenze sulla gestione degli ospedali e senza che si determinino problemi per la cura degli altri pazienti. I reparti hanno riaperto a pieno, come i servizi di assistenza sul territorio e persino gli screening programmati: attività che nella fase critica erano invece state sospese. Segno che il Paese ha dati un po' più significativi dei nostri, ma non si trova di certo in una condizione di emergenza. A giustificare questi aumenti potrebbe essere anche l'approccio rilassato a cui sono stati invitati i cittadini. Non si usa appunto più la mascherina, tutte le attività sono riprese a pieno regime e senza limiti di distanziamento, anche le scuole hanno ripreso a proporre tutte le loro attività che prevedono pubblico. Forse è questo in realtà il vero limite, dal momento che la vaccinazione delle fasce più giovani è cominciata più tardi rispetto all'Italia e quindi spesso sono proprio gli studenti a portare a casa il virus ai loro familiari. Una circostanza che potrebbe spiegare l'aumento dei ricoveri che secondo alcune statistiche avrebbe raggiunto livelli elevati, i peggiori dal 21 febbraio 2021, quando la pandemia aveva messo il Paese in ginocchio. Dati che il governo sta analizzando con attenzione, ma che non hanno ancora spinto a introdurre nuove misure di sicurezza. Per rimettere le mascherine o progettare il lockdown si aspettano i rilevamenti delle prossime settimane. Senza allarme e nessuna tensione: a dispetto di quello che i media internazionali continuano a segnalare.
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Se il contagio è in lieve crescita, i decessi calano di poco e la pressione sugli ospedali è costante (con le terapie intensive occupate al 3,7%). E riguarda anche i vaccinati. L'allarme rosso non è giustificato: il siero migliora la situazione mentre il pass è inutile.Ritorno alla normalità con molti casi in Gran Bretagna, ma nella scorsa settimana sono scesi del 12,7%.Lo speciale contiene due articoli.Nessuna nuova ondata, forse un inizio di recrudescenza della pandemia. Nell'ultima settimana sono aumentate le persone positive al Covid, sono in lieve calo i decessi e si sono mantenuti praticamente stabili i ricoveri in terapia intensiva e in area medica. Secondo il report diffuso ieri dall'Istituto superiore di sanità (Iss), a livello nazionale l'incidenza dei contagi è arrivata a 46 casi per 100.000 abitanti, vicino al valore soglia dei 50, e in crescita rispetto ai 34 di venerdì scorso. Nel periodo 6-19 ottobre 2021, la trasmissibilità (Rt) media calcolata sui casi sintomatici è stata di 0,96, appena al di sotto della soglia epidemica (che è pari a 1) e in aumento rispetto allo 0,86 della settimana precedente. In base a quanto si sta registrando, secondo l'Iss, la trasmissibilità potrebbe superare la soglia pandemica la prossima settimana, arrivando a 1,14. Sul significato di tale valore di Rt c'è un acceso dibattito tra gli epidemiologi. È infatti calcolato su «dati parzialmente completi», come dice lo stesso Iss, e considera i soli casi sintomatici e/o ospedalizzati, cioè indipendente dal numero dei positivi trovati nella popolazione in base ai tamponi che si eseguono. Com'è noto, dal 15 ottobre, quando è diventato obbligatorio il green pass anche per lavorare, il numero dei casi è aumentato in valore assoluto, ma a fronte di una crescita esponenziale dei tamponi eseguiti ogni giorno, ormai stabile sui 4-500.000.Entrando nel merito di numeri più certi per descrivere l'andamento della pandemia, cioè i ricoveri e i decessi, si scopre che, nell'ultima settimana, i dati sono praticamente stabili. Nelle terapie intensive, il tasso di occupazione dei posti letto è stabile al 3,7% (rilevazione giornaliera ministero della Salute al 28/10). Anche nelle corsie delle aree mediche subacute la percentuale di occupazione è sostanzialmente stabile al 4,5%, contro il 4,2% della scorsa settimana. I numeri sono praticamente in linea con quanto pubblicato dalla Fondazione Gimbe. Rispetto alla settimana precedente, i nuovi casi sono passati a 25.585, da 17.870 (+43,2%) e i decessi sono diminuiti: 249 rispetto a 271 (-8,1%). Come fa notare Gimbe, la crescita dei contagiati potrebbe in parte essere legata all'incremento dei tamponi totali, ma l'aumento del tasso di positività di quelli molecolari e dei ricoveri (+181) indica comunque una maggior circolazione del virus. La risalita dei casi Covid nelle ultime settimane «è più una recrudescenza del virus che una quarta ondata. Il numero dei contagi aumenterà e dobbiamo monitorare bene la situazione ma, grazie alla copertura delle vaccinazioni, non credo che assisteremo a scenari come quelli vissuti in passato», osserva Massimo Andreoni, direttore dell'infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit), commentando l'attuale situazione epidemiologica Covid-19 in Italia.L'attesa di nuovi contagi, quando oltre l'85% della popolazione over 12 ha ricevuto almeno una dose di vaccino, pone chiaramente la questione sul ruolo di un provvedimento come il green pass che, inizialmente sostenuto per bloccare il contagio - cosa smentita dai fatti - è diventato necessario anche per lavorare. Proprio analizzando i dati dei ricoveri ospedalieri pubblicati dall'Iss, salta subito all'occhio un'anomalia. Per esempio, nella fascia di età degli over 80, dove la copertura vaccinale è superiore al 90%, si osserva che, nell'ultimo mese, il numero di ospedalizzazioni fra vaccinati con ciclo completo è pari a 955 mentre nei non vaccinati è più basso, pari a 446. Tale dato non significa che il vaccino non funzioni, ma che il contagio avviene lo stesso. Quando infatti «le vaccinazioni nella popolazione raggiungono alti livelli di copertura», si legge nel report dell'Iss, «si verifica il cosiddetto effetto paradosso per cui il numero assoluto di infezioni, ospedalizzazioni e decessi può essere simile tra vaccinati e non vaccinati, per via della progressiva diminuzione nel numero di questi ultimi». Calcolando infatti il tasso di ospedalizzazione si evidenzia come questo sia circa otto volte più alto per i non vaccinati rispetto ai vaccinati con ciclo completo (174,6 vs 22,7 ricoveri per 100.000 abitanti). Analizzando il numero dei ricoveri in terapia intensiva e dei decessi negli over 80 si osserva che, nello stesso periodo, il tasso di ricoveri in terapia intensiva dei vaccinati con ciclo completo, è ben otto volte più basso di quello dei non vaccinati (1,0 contro 8,6 per 100.000 abitanti) mentre il tasso di decesso è 12 volte più alto nei non vaccinati rispetto agli immunizzati con due dosi (102,6 contro 8,7 per 100.000 abitanti). Anche l'efficacia nel prevenire l'infezione della variante delta è al 75% circa nei vaccinati. Il vaccino quindi funziona, ma è il green pass a essere inadeguato in questo contesto. Un'ulteriore conferma arriva dal bollettino diffuso ieri dal ministero della Salute che registra 5.335 nuovi casi su 474.778 tamponi processati (tasso di positività dell'1,1%, era 0,85%). Ma il numero dei ricoveri è praticamente stabile: 49 in più nelle aree mediche e due nuovi ingressi in terapia intensiva (+2). In calo i decessi: 33, cioè 17 in meno rispetto al giorno precedente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricoveri-morti-stabili-2655444070.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nessuna-apocalisse-nel-regno-unito-londra-ha-gestito-lultima-ondata" data-post-id="2655444070" data-published-at="1635536254" data-use-pagination="False"> Nessuna Apocalisse nel Regno Unito. Londra ha gestito l’ultima ondata A guardare i reportage dei media italiani sulla pandemia nel Regno Unito il quadro sembra davvero fosco. Molti immaginano una situazione tragica, magari con i camion militari impegnati a portare via le vittime, come è accaduto nel Nord Italia nei momenti peggiori. Invece al di là della Manica la vita è ripresa regolarmente: la gente va al pub, frequenta i locali e non indossa la mascherina. Anche a scuola le mascherine non sono obbligatorie. Forse è anche per questa ragione che i numeri sono più alti che in Italia, ma comunque l'immagine che italiani ed europei hanno del Regno Unito è davvero distante da quella che vivono gli inglesi. Osservando i numeri del Regno Unito relativi alla giornata di ieri, 29 di ottobre, si scopre che i nuovi contagi sono stati 43.467 e che complessivamente tra il 23 e il 29 ottobre ci sono stati 289.718 positivi. Tanti, rispetto ad esempio ai 4.595 casi italiani, ma comunque pochi in confronto al passato, con una riduzione del 12,7% dei contagi rispetto alla settimana precedente. Se poi si considera che la popolazione del Regno unito è superiore ai 68 milioni di individui, mentre in Italia ce ne sono 55 milioni, i numeri più elevati appaiono ancora meno preoccupanti. Sul fronte dei decessi, ieri ci sono state 186 deceduti che erano risultati positivi al test per il Covid nel mese precedente, mentre nella settimana i decessi registrati sono stati 1.066, leggermente superiori a quelli precedenti. In Italia, invece, i decessi nello stesso giorno si sono fermati a 50, il che fa pensare a un divario importante tra i due Paesi, che finisce però per ridimensionarsi nel momento in cui si considerano i dati sulla popolazione. Quanto all'assistenza sanitaria, va messo in evidenza che il 25 ottobre, ultimo dato disponibile, 1.038 persone sono state ricoverate negli ospedali britannici per il Covid e che nella settimana fino a quella data si erano registrati 6.981 ricoverati. Un incremento del 5% rispetto al passato, ma con solo 964 persone che attualmente sono in regime di respirazione assistita. Per ciascuno di loro ci sono posti letto e assistenza senza che questo abbia conseguenze sulla gestione degli ospedali e senza che si determinino problemi per la cura degli altri pazienti. I reparti hanno riaperto a pieno, come i servizi di assistenza sul territorio e persino gli screening programmati: attività che nella fase critica erano invece state sospese. Segno che il Paese ha dati un po' più significativi dei nostri, ma non si trova di certo in una condizione di emergenza. A giustificare questi aumenti potrebbe essere anche l'approccio rilassato a cui sono stati invitati i cittadini. Non si usa appunto più la mascherina, tutte le attività sono riprese a pieno regime e senza limiti di distanziamento, anche le scuole hanno ripreso a proporre tutte le loro attività che prevedono pubblico. Forse è questo in realtà il vero limite, dal momento che la vaccinazione delle fasce più giovani è cominciata più tardi rispetto all'Italia e quindi spesso sono proprio gli studenti a portare a casa il virus ai loro familiari. Una circostanza che potrebbe spiegare l'aumento dei ricoveri che secondo alcune statistiche avrebbe raggiunto livelli elevati, i peggiori dal 21 febbraio 2021, quando la pandemia aveva messo il Paese in ginocchio. Dati che il governo sta analizzando con attenzione, ma che non hanno ancora spinto a introdurre nuove misure di sicurezza. Per rimettere le mascherine o progettare il lockdown si aspettano i rilevamenti delle prossime settimane. Senza allarme e nessuna tensione: a dispetto di quello che i media internazionali continuano a segnalare.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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