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2019-10-14
Ricominciano le occupazioni
Ansa
Edifici occupati per anni, palazzine in degrado e ridotte a dormitori abusivi. Pericolose, fatiscenti, con ogni sorta di traffico illegale tollerato al loro interno. Non è facile tracciare la mappa degli alloggi diventati in Italia rifugi di extracomunitari, sistemazioni precarie sulle quali piantare il vessillo di un'impunita irregolarità.
Questioni di sicurezza, poca voglia di rendere noti dati che potrebbero diventare un caso politico rendono le prefetture restie a fornire i numeri in grado di fotografare l'emergenza nazionale. Eppure basta guardare che cosa succede nella capitale, dove sono 83 gli immobili occupati abusivamente, con costi altissimi per lo Stato, costretto a risarcire i proprietari, per capire che la questione non è solo di ordine pubblico. Il dopo Matteo Salvini ha significato sospensione degli sgomberi? Forse no, ma il rischio è che i tempi si allunghino e che gli abusivi tornino a rioccupare le strutture. Come già accade.
Tornano gli abusivi, il conto al Viminale
A Roma sono 82 gli immobili occupati abusivamente, da più di 11.000 persone. Abusivi «della più varia nazionalità», specifica la prefettura nel piano degli interventi di sgombero approvato a luglio. Il programma dà priorità a 23 stabili, stabilendo l'avvio delle operazioni entro il 31 marzo 2020. Nella pianificazione rientrano anche due sgomberi già predisposti nei mesi scorsi: quello dei due edifici gemelli in via del Caravaggio, ex sede degli uffici della Regione Lazio e quello di via Tempesta, un tempo sede della Asl. Il primo, nel quartiere di Tor Marancia, da sette anni è presidiato da circa 400 abusivi. Doveva essere sgomberato a fine agosto, la crisi di governo è risultata una buona scusa per lasciare ancora nell'illegalità questa fatiscente costruzione. Intanto il Viminale è costretto a pagare oltre 260.000 euro al mese, come ha stabilito nel 2017 il Tribunale di Roma condannando il ministero dell'Interno a risarcire la società Oriental Finance, proprietaria dell'immobile, fino a quando le due palazzine non saranno liberate. Il pignoramento dei fondi ministeriali è di 23 milioni di euro. L'altro edificio, a Tor Pignattara, rimane occupato dal 2009 da 70 persone. Per lo più nordafricani. Problemi di ordine pubblico e di sicurezza, oltre alla volontà di contrastare il fenomeno delle occupazioni abusive e di frenare l'illegalità, avevano convinto il prefetto, Gerarda Pantalone, d'intesa con l'allora capo del Viminale, Matteo Salvini, a predisporre il piano destinato a liberare in breve tempo circa un quarto degli edifici romani, sequestrati da inquilini illegittimi. Gli sgomberi erano cominciati un anno fa, a novembre, con lo smantellamento delle baracche del Baobab, la tendopoli per migranti in transito nei pressi della stazione Tiburtina. Più di 70.000 persone erano state ospitate in questo centro in meno di tre anni. «Zone franche, senza Stato e legalità, non sono più tollerate», commentava Matteo Salvini. Un mese dopo, nel dicembre 2018 era stata liberata l'ex fabbrica della Penicillina di via Tiburtina, imponente struttura industriale diventata dagli Novanta rifugio di rom e di immigrati, soprattutto nordafricani. Un ghetto vergognoso tollerato per anni, arrivato ad accogliere anche 500 extracomunitari. A gennaio di quest'anno, la polizia aveva dovuto allontanare nuovamente ex occupanti che erano tornati nei locali al piano terra dell'ex Penicillina. Pochi mesi fa, a luglio, era partito lo sgombero della palazzina di via Cardinal Capranica, nel quartiere di Primavalle alla periferia Nord di Roma, alla mercé di abusivi soprattutto stranieri per quasi vent'anni. I circa 340 occupanti che avevano trasformato le aule in miniappartamenti reagirono bruciando cassonetti, un gruppo oppose resistenza dal tetto minacciando di far scoppiare bombole di gas. Alla fine furono allontanati. Un mese dopo sarebbe toccato al Caravaggio, ma a fine agosto era arrivata la sospensione. «Non è più all'ordine del giorno questa frenesia di procedere», spiegava il dem Massimiliano Valeriani, assessore alle Politiche abitative della Regione Lazio. I giallorossi del Conte bis pensano di continuare a tollerare 82 edifici sequestrati nella capitale da abusivi, mentre si studiano «soluzioni sociali a favore delle fragilità», lasciando il conto da pagare al ministero dell'Interno, quindi a noi italiani, per il mancato sgombero. I risarcimenti chiesti dai legittimi proprietari diventano una voragine profonda di soldi pubblici. E senza un'azione coordinata nel tempo, le zone liberate tornano ad essere invase. Come è capitato all'ex Penicillina a inizio anno, come avviene nel «campo sosta» alternativo al Baobab. Smantellato il primo, migranti e irregolari sono adesso accampati in piazzale Spadolini. «Una sessantina dorme qui ogni notte, su materassi. I volontari portano loro cibo e bevande», spiega Andrea Costa, coordinatore dell'associazione Baobab experience. Le aree invase diventano luoghi di degrado, lo segnala in modo chiaro il piano approvato a luglio. Accade nello stabile di via Collatina 385, occupato il 13 ottobre 2004. All'interno ci sono circa 400 persone tra cui minori, di nazionalità eritrea, somala ed etiope e «si registrano attività di spaccio di sostanze stupefacenti, furti, lesioni e prostituzione». Furono segnalati anche otto casi di Tbc. Nell'immobile in via Mattia Battistini 113/117, con 400 persone di varie etnie presenti dal 28 giugno 2013, sono all'ordine del giorno spaccio e vendita di merce contraffatta. Poi c'è l'edificio di via Prenestina 913, occupato da circa 200 stranieri: per la mancata esecuzione del sequestro preventivo emesso nel luglio 2009, il Tribunale civile di Roma ha condannato la «presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero dell'Interno al pagamento di euro 27.914.635,84», a titolo di risarcimento danni. Ciascuno dei 23 stabili che devono essere liberati è gravato da sentenze di risarcimento danni o da sequestri preventivi. Roma è tornata a essere una giungla di occupazioni illegali? Dalla prefettura non escono dichiarazioni in polemica con il Conte bis, ma una cosa è certa: «Il piano degli sgomberi rimane quello in essere, pubblicato sul nostro sito. Non ci sono stati provvedimenti che l'abbiano corretto o revocato», è la confortante risposta. «Se ne parla quasi ogni settimana, nei comitati di ordine e sicurezza pubblica. Le priorità rimangono gli immobili di via del Caravaggio e di via Tempesta».
Sono in ritardo i lavori al Moi. E Sala glissa sui campi nomadi
Nove sgomberi sono stati effettuati da inizio anno a Torino e provincia, 1.000 le persone allontanate. La prefettura non segnala il numero degli edifici occupati abusivamente, ma lo scorso anno risultavano almeno un centinaio quelli utilizzati senza averne diritto e una quarantina le case pubbliche fatte proprie sfondando la porta d'ingresso. Come l'appartamento di via Carema, estrema periferia torinese, destinato a una vedova con tre figli e occupato invece da una famiglia rom. Dopo lo sgombero a febbraio dell'ex asilo di via Alessandria in mano degli anarchici dal 1995 e l'arresto di sette attivisti accusati di associazione sovversiva, detenzione, fabbricazione e utilizzo di ordigni esplosivi, Torino aveva accolto con un sospiro di sollievo un'altra operazione di ordine pubblico. A fine luglio, infatti, era stato ultimato lo sgombero del Moi, l'ex villaggio olimpico costruito per Torino 2006 e occupato da migranti, circa 750 persone soprattutto nordafricani. Arrivarono a essere anche più di 1.000. L'estate scorsa, dalle due ultime palazzine furono allontanati i 350 extracomunitari che ancora non si erano mossi. «Prevalentemente in possesso di titolo di soggiorno in corso di validità o di rinnovo», precisa la prefettura torinese. Però alloggiavano abusivamente. Nei sotterranei bui di questi edifici, ingombri di ogni sorta di rifiuti, nel maggio 2015 una giovane disabile fu segregata e violentata per quasi due giorni da tre giovani africani. Un somalo e un ghanese che avevano fatto richiesta di asilo politico e un nigeriano, che l'anno prima era stato espulso dal nostro Paese. La zona dovrebbe essere riqualificata, assicurava il vice sindaco Sonia Schellino, annunciando che in autunno sarebbe iniziata la realizzazione di alloggi misti. Il cantiere non è ancora aperto ma ai fuoriusciti dall'ex villaggio sono stati destinati quasi 10 milioni di euro per la ricollocazione abitativa e per un percorso formativo e di lavoro. Fondi stanziati dal ministero, dalla Regione e dalla fondazione Compagnia di San Paolo. Sono stati abusivi per anni, adesso hanno una casa e c'è chi pensa a mantenerli fin tanto che non trovano un'occupazione. A Milano, gli alloggi occupati abusivamente sono 4.098. Nei primi nove mesi del 2019 sono stati programmati 166 sgomberi, di cui 159 regolarmente eseguiti, fanno sapere dalla prefettura. Una media di poco più di 17 operazioni al mese, che a fine anno dovrebbero elevare la cifra a circa 211 sgomberi. Se qualche cosa non cambia nella pianificazione, ci vorranno più di 19 anni per restituire ai legittimi proprietari gli edifici occupati. Senza contare il problema dei campi rom. «A Milano ci sono 3.000 nomadi, Beppe Sala dice di non essere contrario alla chiusura dei campi ma intanto non lo fa», tuonava pochi mesi fa Riccardo De Corato, assessore alla Sicurezza della Regione Lombardia, ricordando come le operazioni procedano con grande lentezza.
Le baraccopoli più grandi si trovano in Campania
A Roma, secondo le stime del Viminale sugli insediamenti nomadi, sono 6 i villaggi autorizzati, per un totale di 2.606 presenze di cui 1.266 sono minori. Dieci i villaggi tollerati, con 924 persone di cui 339 minori, e 338 invece gli insediamenti spontanei non autorizzati, con una presenza stimata di circa 2.000 rom. A Napoli, 6 sono i villaggi autorizzati (per un totale di circa 925 persone di cui 377 minori) e 9 quelli non autorizzati (864 persone di cui 361 minori). Secondo l'Associazione 21 luglio, che sulla situazione dei campi ha dedicato il rapporto I margini del margine, gli insediamenti abusivi accolgono circa 25.000 persone. Il 60% di loro, circa 15.00 persone, vive in 127 insediamenti presenti in 74 Comuni mentre gli altri, tra 8.600 e le 10.600 rom, vivono «in insediamenti informali», costituiti da due o tre famiglie. L'associazione sostiene che le più grandi baraccopoli «informali» siano in Campania, mentre le aree urbane con il maggior numero di microinsediamenti di questo tipo sarebbero la capitale e Milano. Su Roma, il capo della polizia ricordava la «criticità» dei campi rom, sia di quelli autorizzati sia degli abusivi «nelle aree più degradate e isolate». A Reggio Calabria, sempre Franco Gabrielli segnalava che nel rione Arghillà «sono 110 gli alloggi popolari occupati abusivamente da famiglie rom. Fenomeni di invasioni illecite di edifici o complessi abbandonati da parte di soggetti extracomunitari si riscontrano nelle aree urbane del rione G e nel quartiere Gebbione». Dopo il rogo scoppiato in un accampamento a Lamezia Terme, lo scorso luglio Matteo Salvini aveva annunciato l'avvio del censimento dei campi rom per verificare tutte le realtà abusive presenti sul nostro territorio. L'ex capo del Viminale chiedeva ai prefetti la «presenza di reti idriche, elettriche e fognarie» compresi gli «allacci abusivi», la segnalazione di strutture mobili come roulotte e camper, di case fisse. Così pure la presenza di «episodi pregiudizievoli» per i minori e altri resoconti dettagliati. La mappatura doveva servire a predisporre piani di sgombero degli insediamenti illegali, dove il degrado ambientale mette anche a rischio la salute di tutti. Poche settimane fa, sistemando in alloggi decenti 38 rom (che finalmente pagheranno affitto e spese) il sindaco di Ferrara, Alan Fabbri, aveva chiuso un accampamento in condizioni igieniche disastrose, tollerato per trent'anni dalle amministrazioni di sinistra. Oltre a essere un insediamento vergognoso, accoglieva due minori privi di documenti.
49.000 abitazioni popolari hanno inquilini illegittimi
Il capo della polizia, Franco Gabrielli, nel suo intervento del gennaio 2017 alla Commissione parlamentare di inchiesta su sicurezza e degrado delle città, istituita a luglio 2016, aveva presentato una panoramica della situazione nelle periferie di 14 grandi città italiane. Per Roma, segnalava come «si è accentuato» il fenomeno delle occupazioni «perpetrate ai danni degli edifici dell'edilizia residenziale pubblica», ma anche di «stabili inutilizzati o di siti industriali dismessi». Edifici che «diventano il ritrovo di soggetti senza fissa dimora, di etnia rom o di nazionalità straniera». Non mancavano annotazioni sulle occupazioni gestite dai movimenti antagonisti, responsabili di avere «da tempo avviato una campagna per il diritto alla casa, nell'intento di acquisire consensi tra le fasce più deboli, non esclusi gli immigrati, che vengono incoraggiate a intraprendere percorsi di impegno politico all'interno degli stessi movimenti», dichiarava il capo della polizia.Nella relazione della Commissione compariva il numero (su elaborazione di dati Federcasa) degli alloggi che nel 2016 risultavano occupati abusivamente. Erano 3.792 a Milano, 7.011 a Roma, 668 a Bari, 172 a Venezia, 72 a Firenze, 70 a Genova, 54 a Torino, 38 a Bologna. Forte della sua esperienza di ex prefetto di Roma, Gabrielli auspicava la «messa a punto di procedure operative per un più efficace allontanamento degli stranieri irregolari» perché «è all'interno di questa cornice che possono essere testate e realizzate nuove forme volte ad affrontare i fenomeni di degrado che si riscontrano nelle periferie». La proposta di legge di una nuova Commissione di inchiesta, questa volta bicamerale, fu respinta lo scorso aprile dalla Camera. Prima responsabile dell'emendamento che l'ha soppressa è stata la deputa grillina Anna Macina. Eppure, durante la discussione in aula, il deputato di Fratelli d'Italia Federico Mollicone ne aveva sostenuto la validità, ricordando come «più di 49.000 abitazioni dell'edilizia residenziale pubblica risultano occupate abusivamente, pari al 6,4 per cento dell'intero patrimonio nazionale». La questione va seguita anche con una Commissione apposita «a costo zero: nessun gettone di presenza, nessuno stipendio aggiuntivo» e che «lavori, che cerchi di osservare, che porti all'attenzione delle istituzioni quello che non va», fece inutilmente presente ai colleghi Giorgio Silli di Forza Italia.
Palazzo d’Accursio rifiuta di monitorare gli illegali
«Da quando c'è Matteo Salvini a Firenze sono stati fatti 6 sgomberi. Da quando io sono sindaco, prima di lui, ne abbiamo fatti 41», polemizzava lo scorso febbraio il sindaco Dario Nardella. Le forze dell'ordine avevano appena allontanato un centinaio di abusivi, per lo più romeni, che dal 2015 occupavano l'ex clinica Il Pergolino. Pochi mesi prima, l'incendio scoppiato all'ex hotel Concorde riportava l'attenzione sulla cinquantina di occupanti. Poteva essere una strage. «È da anni che chiediamo lo sgombero immediato di tutti gli edifici occupati in città: non solo sono illegali, sono anche pericolosi per chi ci vive e per le abitazioni vicine», protestava il vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana, Marco Stella (Forza Italia). «Figli di papà che giocano ai rivoluzionari ospitando clandestini, in quasi cinque anni di occupazione abusiva hanno calpestato la legalità con la compiacenza del Comune», era l'accusa di Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d'Italia, contro i militanti del Movimento di lotta per la casa che avevano occupato l'ex hotel di viale Gori. Donzelli aveva voluto vederci chiaro anche dopo lo sgombero del campo rom abusivo del Poderaccio, nel luglio 2018. Il sindaco Nardella era salito sulla ruspa abbattendo le baracche abusive, ma a settembre i rom erano tornati ad accamparsi poco distante. «Gli irregolari si sono soltanto spostati» commentava ironico Donzelli. Michele Conti, primo sindaco di centrodestra di Pisa, lo scorso mese ha fatto demolire il campo nomadi non autorizzato più grande della Toscana: 280 persone. Tutti allontanati, trovando per loro alternative insediative. Poi ha fatto pulire e bonificare l'area, vigilando su possibili nuove invasioni. E a Bologna, come funziona la lotta agli irregolari? «Non abbiamo edifici occupati abusivamente», risponde sorpreso il Comune. L'ultimo sgombero sembra sia stato quello del centro sociale Xm24, ad agosto. Antagonisti asserragliati sul tetto, poi allontanati dall'ex mercato ortofrutticolo occupato dal 2002. Hanno perso la sede ma ne avranno un'altra a breve, come promesso dall'assessore alla cultura del comune di Bologna, Matteo Lepore. A non credere all'assenza di altre sistemazioni illegali è Daniele Marchetti, consigliere regionale della Lega Nord. «Esiste un osservatorio sulle politiche abitative, ma tra i suoi compiti non ha quello di monitorare le occupazioni abusive», spiega. «Ho proposto in diverse occasioni di ampliare le sue competenze, ma il centrosinistra ha sempre respinto questa mia richiesta. Credo che un ente pubblico abbia il dovere di monitorare un fenomeno del genere che ha interessato fortemente anche il territorio bolognese. Nel corso degli anni, infatti, le segnalazioni di occupazioni abusive sono state numerose, casi che dopo essere state trascurati per anni, sono stati improvvisamente risolti con l'avvicinarsi delle elezioni regionali. Sarà un caso?».
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Nella capitale è stato invaso di nuovo il primo edificio liberato da Matteo Salvini. Nel capoluogo piemontese il villaggio olimpico è ancora in degrado. I prefetti confermano i piani di sgombero. Ma sui tempi non c'è certezza. Lo speciale comprende sei articoli. Edifici occupati per anni, palazzine in degrado e ridotte a dormitori abusivi. Pericolose, fatiscenti, con ogni sorta di traffico illegale tollerato al loro interno. Non è facile tracciare la mappa degli alloggi diventati in Italia rifugi di extracomunitari, sistemazioni precarie sulle quali piantare il vessillo di un'impunita irregolarità. Questioni di sicurezza, poca voglia di rendere noti dati che potrebbero diventare un caso politico rendono le prefetture restie a fornire i numeri in grado di fotografare l'emergenza nazionale. Eppure basta guardare che cosa succede nella capitale, dove sono 83 gli immobili occupati abusivamente, con costi altissimi per lo Stato, costretto a risarcire i proprietari, per capire che la questione non è solo di ordine pubblico. Il dopo Matteo Salvini ha significato sospensione degli sgomberi? Forse no, ma il rischio è che i tempi si allunghino e che gli abusivi tornino a rioccupare le strutture. Come già accade. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="tornano-gli-abusivi-il-conto-al-viminale" data-post-id="2640957589" data-published-at="1774142650" data-use-pagination="False"> Tornano gli abusivi, il conto al Viminale A Roma sono 82 gli immobili occupati abusivamente, da più di 11.000 persone. Abusivi «della più varia nazionalità», specifica la prefettura nel piano degli interventi di sgombero approvato a luglio. Il programma dà priorità a 23 stabili, stabilendo l'avvio delle operazioni entro il 31 marzo 2020. Nella pianificazione rientrano anche due sgomberi già predisposti nei mesi scorsi: quello dei due edifici gemelli in via del Caravaggio, ex sede degli uffici della Regione Lazio e quello di via Tempesta, un tempo sede della Asl. Il primo, nel quartiere di Tor Marancia, da sette anni è presidiato da circa 400 abusivi. Doveva essere sgomberato a fine agosto, la crisi di governo è risultata una buona scusa per lasciare ancora nell'illegalità questa fatiscente costruzione. Intanto il Viminale è costretto a pagare oltre 260.000 euro al mese, come ha stabilito nel 2017 il Tribunale di Roma condannando il ministero dell'Interno a risarcire la società Oriental Finance, proprietaria dell'immobile, fino a quando le due palazzine non saranno liberate. Il pignoramento dei fondi ministeriali è di 23 milioni di euro. L'altro edificio, a Tor Pignattara, rimane occupato dal 2009 da 70 persone. Per lo più nordafricani. Problemi di ordine pubblico e di sicurezza, oltre alla volontà di contrastare il fenomeno delle occupazioni abusive e di frenare l'illegalità, avevano convinto il prefetto, Gerarda Pantalone, d'intesa con l'allora capo del Viminale, Matteo Salvini, a predisporre il piano destinato a liberare in breve tempo circa un quarto degli edifici romani, sequestrati da inquilini illegittimi. Gli sgomberi erano cominciati un anno fa, a novembre, con lo smantellamento delle baracche del Baobab, la tendopoli per migranti in transito nei pressi della stazione Tiburtina. Più di 70.000 persone erano state ospitate in questo centro in meno di tre anni. «Zone franche, senza Stato e legalità, non sono più tollerate», commentava Matteo Salvini. Un mese dopo, nel dicembre 2018 era stata liberata l'ex fabbrica della Penicillina di via Tiburtina, imponente struttura industriale diventata dagli Novanta rifugio di rom e di immigrati, soprattutto nordafricani. Un ghetto vergognoso tollerato per anni, arrivato ad accogliere anche 500 extracomunitari. A gennaio di quest'anno, la polizia aveva dovuto allontanare nuovamente ex occupanti che erano tornati nei locali al piano terra dell'ex Penicillina. Pochi mesi fa, a luglio, era partito lo sgombero della palazzina di via Cardinal Capranica, nel quartiere di Primavalle alla periferia Nord di Roma, alla mercé di abusivi soprattutto stranieri per quasi vent'anni. I circa 340 occupanti che avevano trasformato le aule in miniappartamenti reagirono bruciando cassonetti, un gruppo oppose resistenza dal tetto minacciando di far scoppiare bombole di gas. Alla fine furono allontanati. Un mese dopo sarebbe toccato al Caravaggio, ma a fine agosto era arrivata la sospensione. «Non è più all'ordine del giorno questa frenesia di procedere», spiegava il dem Massimiliano Valeriani, assessore alle Politiche abitative della Regione Lazio. I giallorossi del Conte bis pensano di continuare a tollerare 82 edifici sequestrati nella capitale da abusivi, mentre si studiano «soluzioni sociali a favore delle fragilità», lasciando il conto da pagare al ministero dell'Interno, quindi a noi italiani, per il mancato sgombero. I risarcimenti chiesti dai legittimi proprietari diventano una voragine profonda di soldi pubblici. E senza un'azione coordinata nel tempo, le zone liberate tornano ad essere invase. Come è capitato all'ex Penicillina a inizio anno, come avviene nel «campo sosta» alternativo al Baobab. Smantellato il primo, migranti e irregolari sono adesso accampati in piazzale Spadolini. «Una sessantina dorme qui ogni notte, su materassi. I volontari portano loro cibo e bevande», spiega Andrea Costa, coordinatore dell'associazione Baobab experience. Le aree invase diventano luoghi di degrado, lo segnala in modo chiaro il piano approvato a luglio. Accade nello stabile di via Collatina 385, occupato il 13 ottobre 2004. All'interno ci sono circa 400 persone tra cui minori, di nazionalità eritrea, somala ed etiope e «si registrano attività di spaccio di sostanze stupefacenti, furti, lesioni e prostituzione». Furono segnalati anche otto casi di Tbc. Nell'immobile in via Mattia Battistini 113/117, con 400 persone di varie etnie presenti dal 28 giugno 2013, sono all'ordine del giorno spaccio e vendita di merce contraffatta. Poi c'è l'edificio di via Prenestina 913, occupato da circa 200 stranieri: per la mancata esecuzione del sequestro preventivo emesso nel luglio 2009, il Tribunale civile di Roma ha condannato la «presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero dell'Interno al pagamento di euro 27.914.635,84», a titolo di risarcimento danni. Ciascuno dei 23 stabili che devono essere liberati è gravato da sentenze di risarcimento danni o da sequestri preventivi. Roma è tornata a essere una giungla di occupazioni illegali? Dalla prefettura non escono dichiarazioni in polemica con il Conte bis, ma una cosa è certa: «Il piano degli sgomberi rimane quello in essere, pubblicato sul nostro sito. Non ci sono stati provvedimenti che l'abbiano corretto o revocato», è la confortante risposta. «Se ne parla quasi ogni settimana, nei comitati di ordine e sicurezza pubblica. Le priorità rimangono gli immobili di via del Caravaggio e di via Tempesta». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="sono-in-ritardo-i-lavori-al-moi-e-sala-glissa-sui-campi-nomadi" data-post-id="2640957589" data-published-at="1774142650" data-use-pagination="False"> Sono in ritardo i lavori al Moi. E Sala glissa sui campi nomadi Nove sgomberi sono stati effettuati da inizio anno a Torino e provincia, 1.000 le persone allontanate. La prefettura non segnala il numero degli edifici occupati abusivamente, ma lo scorso anno risultavano almeno un centinaio quelli utilizzati senza averne diritto e una quarantina le case pubbliche fatte proprie sfondando la porta d'ingresso. Come l'appartamento di via Carema, estrema periferia torinese, destinato a una vedova con tre figli e occupato invece da una famiglia rom. Dopo lo sgombero a febbraio dell'ex asilo di via Alessandria in mano degli anarchici dal 1995 e l'arresto di sette attivisti accusati di associazione sovversiva, detenzione, fabbricazione e utilizzo di ordigni esplosivi, Torino aveva accolto con un sospiro di sollievo un'altra operazione di ordine pubblico. A fine luglio, infatti, era stato ultimato lo sgombero del Moi, l'ex villaggio olimpico costruito per Torino 2006 e occupato da migranti, circa 750 persone soprattutto nordafricani. Arrivarono a essere anche più di 1.000. L'estate scorsa, dalle due ultime palazzine furono allontanati i 350 extracomunitari che ancora non si erano mossi. «Prevalentemente in possesso di titolo di soggiorno in corso di validità o di rinnovo», precisa la prefettura torinese. Però alloggiavano abusivamente. Nei sotterranei bui di questi edifici, ingombri di ogni sorta di rifiuti, nel maggio 2015 una giovane disabile fu segregata e violentata per quasi due giorni da tre giovani africani. Un somalo e un ghanese che avevano fatto richiesta di asilo politico e un nigeriano, che l'anno prima era stato espulso dal nostro Paese. La zona dovrebbe essere riqualificata, assicurava il vice sindaco Sonia Schellino, annunciando che in autunno sarebbe iniziata la realizzazione di alloggi misti. Il cantiere non è ancora aperto ma ai fuoriusciti dall'ex villaggio sono stati destinati quasi 10 milioni di euro per la ricollocazione abitativa e per un percorso formativo e di lavoro. Fondi stanziati dal ministero, dalla Regione e dalla fondazione Compagnia di San Paolo. Sono stati abusivi per anni, adesso hanno una casa e c'è chi pensa a mantenerli fin tanto che non trovano un'occupazione. A Milano, gli alloggi occupati abusivamente sono 4.098. Nei primi nove mesi del 2019 sono stati programmati 166 sgomberi, di cui 159 regolarmente eseguiti, fanno sapere dalla prefettura. Una media di poco più di 17 operazioni al mese, che a fine anno dovrebbero elevare la cifra a circa 211 sgomberi. Se qualche cosa non cambia nella pianificazione, ci vorranno più di 19 anni per restituire ai legittimi proprietari gli edifici occupati. Senza contare il problema dei campi rom. «A Milano ci sono 3.000 nomadi, Beppe Sala dice di non essere contrario alla chiusura dei campi ma intanto non lo fa», tuonava pochi mesi fa Riccardo De Corato, assessore alla Sicurezza della Regione Lombardia, ricordando come le operazioni procedano con grande lentezza. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="le-baraccopoli-piu-grandi-si-trovano-in-campania" data-post-id="2640957589" data-published-at="1774142650" data-use-pagination="False"> Le baraccopoli più grandi si trovano in Campania A Roma, secondo le stime del Viminale sugli insediamenti nomadi, sono 6 i villaggi autorizzati, per un totale di 2.606 presenze di cui 1.266 sono minori. Dieci i villaggi tollerati, con 924 persone di cui 339 minori, e 338 invece gli insediamenti spontanei non autorizzati, con una presenza stimata di circa 2.000 rom. A Napoli, 6 sono i villaggi autorizzati (per un totale di circa 925 persone di cui 377 minori) e 9 quelli non autorizzati (864 persone di cui 361 minori). Secondo l'Associazione 21 luglio, che sulla situazione dei campi ha dedicato il rapporto I margini del margine, gli insediamenti abusivi accolgono circa 25.000 persone. Il 60% di loro, circa 15.00 persone, vive in 127 insediamenti presenti in 74 Comuni mentre gli altri, tra 8.600 e le 10.600 rom, vivono «in insediamenti informali», costituiti da due o tre famiglie. L'associazione sostiene che le più grandi baraccopoli «informali» siano in Campania, mentre le aree urbane con il maggior numero di microinsediamenti di questo tipo sarebbero la capitale e Milano. Su Roma, il capo della polizia ricordava la «criticità» dei campi rom, sia di quelli autorizzati sia degli abusivi «nelle aree più degradate e isolate». A Reggio Calabria, sempre Franco Gabrielli segnalava che nel rione Arghillà «sono 110 gli alloggi popolari occupati abusivamente da famiglie rom. Fenomeni di invasioni illecite di edifici o complessi abbandonati da parte di soggetti extracomunitari si riscontrano nelle aree urbane del rione G e nel quartiere Gebbione». Dopo il rogo scoppiato in un accampamento a Lamezia Terme, lo scorso luglio Matteo Salvini aveva annunciato l'avvio del censimento dei campi rom per verificare tutte le realtà abusive presenti sul nostro territorio. L'ex capo del Viminale chiedeva ai prefetti la «presenza di reti idriche, elettriche e fognarie» compresi gli «allacci abusivi», la segnalazione di strutture mobili come roulotte e camper, di case fisse. Così pure la presenza di «episodi pregiudizievoli» per i minori e altri resoconti dettagliati. La mappatura doveva servire a predisporre piani di sgombero degli insediamenti illegali, dove il degrado ambientale mette anche a rischio la salute di tutti. Poche settimane fa, sistemando in alloggi decenti 38 rom (che finalmente pagheranno affitto e spese) il sindaco di Ferrara, Alan Fabbri, aveva chiuso un accampamento in condizioni igieniche disastrose, tollerato per trent'anni dalle amministrazioni di sinistra. Oltre a essere un insediamento vergognoso, accoglieva due minori privi di documenti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="49-000-abitazioni-popolari-hanno-inquilini-illegittimi" data-post-id="2640957589" data-published-at="1774142650" data-use-pagination="False"> 49.000 abitazioni popolari hanno inquilini illegittimi Il capo della polizia, Franco Gabrielli, nel suo intervento del gennaio 2017 alla Commissione parlamentare di inchiesta su sicurezza e degrado delle città, istituita a luglio 2016, aveva presentato una panoramica della situazione nelle periferie di 14 grandi città italiane. Per Roma, segnalava come «si è accentuato» il fenomeno delle occupazioni «perpetrate ai danni degli edifici dell'edilizia residenziale pubblica», ma anche di «stabili inutilizzati o di siti industriali dismessi». Edifici che «diventano il ritrovo di soggetti senza fissa dimora, di etnia rom o di nazionalità straniera». Non mancavano annotazioni sulle occupazioni gestite dai movimenti antagonisti, responsabili di avere «da tempo avviato una campagna per il diritto alla casa, nell'intento di acquisire consensi tra le fasce più deboli, non esclusi gli immigrati, che vengono incoraggiate a intraprendere percorsi di impegno politico all'interno degli stessi movimenti», dichiarava il capo della polizia.Nella relazione della Commissione compariva il numero (su elaborazione di dati Federcasa) degli alloggi che nel 2016 risultavano occupati abusivamente. Erano 3.792 a Milano, 7.011 a Roma, 668 a Bari, 172 a Venezia, 72 a Firenze, 70 a Genova, 54 a Torino, 38 a Bologna. Forte della sua esperienza di ex prefetto di Roma, Gabrielli auspicava la «messa a punto di procedure operative per un più efficace allontanamento degli stranieri irregolari» perché «è all'interno di questa cornice che possono essere testate e realizzate nuove forme volte ad affrontare i fenomeni di degrado che si riscontrano nelle periferie». La proposta di legge di una nuova Commissione di inchiesta, questa volta bicamerale, fu respinta lo scorso aprile dalla Camera. Prima responsabile dell'emendamento che l'ha soppressa è stata la deputa grillina Anna Macina. Eppure, durante la discussione in aula, il deputato di Fratelli d'Italia Federico Mollicone ne aveva sostenuto la validità, ricordando come «più di 49.000 abitazioni dell'edilizia residenziale pubblica risultano occupate abusivamente, pari al 6,4 per cento dell'intero patrimonio nazionale». La questione va seguita anche con una Commissione apposita «a costo zero: nessun gettone di presenza, nessuno stipendio aggiuntivo» e che «lavori, che cerchi di osservare, che porti all'attenzione delle istituzioni quello che non va», fece inutilmente presente ai colleghi Giorgio Silli di Forza Italia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="palazzo-daccursio-rifiuta-di-monitorare-gli-illegali" data-post-id="2640957589" data-published-at="1774142650" data-use-pagination="False"> Palazzo d’Accursio rifiuta di monitorare gli illegali «Da quando c'è Matteo Salvini a Firenze sono stati fatti 6 sgomberi. Da quando io sono sindaco, prima di lui, ne abbiamo fatti 41», polemizzava lo scorso febbraio il sindaco Dario Nardella. Le forze dell'ordine avevano appena allontanato un centinaio di abusivi, per lo più romeni, che dal 2015 occupavano l'ex clinica Il Pergolino. Pochi mesi prima, l'incendio scoppiato all'ex hotel Concorde riportava l'attenzione sulla cinquantina di occupanti. Poteva essere una strage. «È da anni che chiediamo lo sgombero immediato di tutti gli edifici occupati in città: non solo sono illegali, sono anche pericolosi per chi ci vive e per le abitazioni vicine», protestava il vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana, Marco Stella (Forza Italia). «Figli di papà che giocano ai rivoluzionari ospitando clandestini, in quasi cinque anni di occupazione abusiva hanno calpestato la legalità con la compiacenza del Comune», era l'accusa di Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d'Italia, contro i militanti del Movimento di lotta per la casa che avevano occupato l'ex hotel di viale Gori. Donzelli aveva voluto vederci chiaro anche dopo lo sgombero del campo rom abusivo del Poderaccio, nel luglio 2018. Il sindaco Nardella era salito sulla ruspa abbattendo le baracche abusive, ma a settembre i rom erano tornati ad accamparsi poco distante. «Gli irregolari si sono soltanto spostati» commentava ironico Donzelli. Michele Conti, primo sindaco di centrodestra di Pisa, lo scorso mese ha fatto demolire il campo nomadi non autorizzato più grande della Toscana: 280 persone. Tutti allontanati, trovando per loro alternative insediative. Poi ha fatto pulire e bonificare l'area, vigilando su possibili nuove invasioni. E a Bologna, come funziona la lotta agli irregolari? «Non abbiamo edifici occupati abusivamente», risponde sorpreso il Comune. L'ultimo sgombero sembra sia stato quello del centro sociale Xm24, ad agosto. Antagonisti asserragliati sul tetto, poi allontanati dall'ex mercato ortofrutticolo occupato dal 2002. Hanno perso la sede ma ne avranno un'altra a breve, come promesso dall'assessore alla cultura del comune di Bologna, Matteo Lepore. A non credere all'assenza di altre sistemazioni illegali è Daniele Marchetti, consigliere regionale della Lega Nord. «Esiste un osservatorio sulle politiche abitative, ma tra i suoi compiti non ha quello di monitorare le occupazioni abusive», spiega. «Ho proposto in diverse occasioni di ampliare le sue competenze, ma il centrosinistra ha sempre respinto questa mia richiesta. Credo che un ente pubblico abbia il dovere di monitorare un fenomeno del genere che ha interessato fortemente anche il territorio bolognese. Nel corso degli anni, infatti, le segnalazioni di occupazioni abusive sono state numerose, casi che dopo essere state trascurati per anni, sono stati improvvisamente risolti con l'avvicinarsi delle elezioni regionali. Sarà un caso?».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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