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2019-10-14
Ricominciano le occupazioni
Ansa
Edifici occupati per anni, palazzine in degrado e ridotte a dormitori abusivi. Pericolose, fatiscenti, con ogni sorta di traffico illegale tollerato al loro interno. Non è facile tracciare la mappa degli alloggi diventati in Italia rifugi di extracomunitari, sistemazioni precarie sulle quali piantare il vessillo di un'impunita irregolarità.
Questioni di sicurezza, poca voglia di rendere noti dati che potrebbero diventare un caso politico rendono le prefetture restie a fornire i numeri in grado di fotografare l'emergenza nazionale. Eppure basta guardare che cosa succede nella capitale, dove sono 83 gli immobili occupati abusivamente, con costi altissimi per lo Stato, costretto a risarcire i proprietari, per capire che la questione non è solo di ordine pubblico. Il dopo Matteo Salvini ha significato sospensione degli sgomberi? Forse no, ma il rischio è che i tempi si allunghino e che gli abusivi tornino a rioccupare le strutture. Come già accade.
Tornano gli abusivi, il conto al Viminale
A Roma sono 82 gli immobili occupati abusivamente, da più di 11.000 persone. Abusivi «della più varia nazionalità», specifica la prefettura nel piano degli interventi di sgombero approvato a luglio. Il programma dà priorità a 23 stabili, stabilendo l'avvio delle operazioni entro il 31 marzo 2020. Nella pianificazione rientrano anche due sgomberi già predisposti nei mesi scorsi: quello dei due edifici gemelli in via del Caravaggio, ex sede degli uffici della Regione Lazio e quello di via Tempesta, un tempo sede della Asl. Il primo, nel quartiere di Tor Marancia, da sette anni è presidiato da circa 400 abusivi. Doveva essere sgomberato a fine agosto, la crisi di governo è risultata una buona scusa per lasciare ancora nell'illegalità questa fatiscente costruzione. Intanto il Viminale è costretto a pagare oltre 260.000 euro al mese, come ha stabilito nel 2017 il Tribunale di Roma condannando il ministero dell'Interno a risarcire la società Oriental Finance, proprietaria dell'immobile, fino a quando le due palazzine non saranno liberate. Il pignoramento dei fondi ministeriali è di 23 milioni di euro. L'altro edificio, a Tor Pignattara, rimane occupato dal 2009 da 70 persone. Per lo più nordafricani. Problemi di ordine pubblico e di sicurezza, oltre alla volontà di contrastare il fenomeno delle occupazioni abusive e di frenare l'illegalità, avevano convinto il prefetto, Gerarda Pantalone, d'intesa con l'allora capo del Viminale, Matteo Salvini, a predisporre il piano destinato a liberare in breve tempo circa un quarto degli edifici romani, sequestrati da inquilini illegittimi. Gli sgomberi erano cominciati un anno fa, a novembre, con lo smantellamento delle baracche del Baobab, la tendopoli per migranti in transito nei pressi della stazione Tiburtina. Più di 70.000 persone erano state ospitate in questo centro in meno di tre anni. «Zone franche, senza Stato e legalità, non sono più tollerate», commentava Matteo Salvini. Un mese dopo, nel dicembre 2018 era stata liberata l'ex fabbrica della Penicillina di via Tiburtina, imponente struttura industriale diventata dagli Novanta rifugio di rom e di immigrati, soprattutto nordafricani. Un ghetto vergognoso tollerato per anni, arrivato ad accogliere anche 500 extracomunitari. A gennaio di quest'anno, la polizia aveva dovuto allontanare nuovamente ex occupanti che erano tornati nei locali al piano terra dell'ex Penicillina. Pochi mesi fa, a luglio, era partito lo sgombero della palazzina di via Cardinal Capranica, nel quartiere di Primavalle alla periferia Nord di Roma, alla mercé di abusivi soprattutto stranieri per quasi vent'anni. I circa 340 occupanti che avevano trasformato le aule in miniappartamenti reagirono bruciando cassonetti, un gruppo oppose resistenza dal tetto minacciando di far scoppiare bombole di gas. Alla fine furono allontanati. Un mese dopo sarebbe toccato al Caravaggio, ma a fine agosto era arrivata la sospensione. «Non è più all'ordine del giorno questa frenesia di procedere», spiegava il dem Massimiliano Valeriani, assessore alle Politiche abitative della Regione Lazio. I giallorossi del Conte bis pensano di continuare a tollerare 82 edifici sequestrati nella capitale da abusivi, mentre si studiano «soluzioni sociali a favore delle fragilità», lasciando il conto da pagare al ministero dell'Interno, quindi a noi italiani, per il mancato sgombero. I risarcimenti chiesti dai legittimi proprietari diventano una voragine profonda di soldi pubblici. E senza un'azione coordinata nel tempo, le zone liberate tornano ad essere invase. Come è capitato all'ex Penicillina a inizio anno, come avviene nel «campo sosta» alternativo al Baobab. Smantellato il primo, migranti e irregolari sono adesso accampati in piazzale Spadolini. «Una sessantina dorme qui ogni notte, su materassi. I volontari portano loro cibo e bevande», spiega Andrea Costa, coordinatore dell'associazione Baobab experience. Le aree invase diventano luoghi di degrado, lo segnala in modo chiaro il piano approvato a luglio. Accade nello stabile di via Collatina 385, occupato il 13 ottobre 2004. All'interno ci sono circa 400 persone tra cui minori, di nazionalità eritrea, somala ed etiope e «si registrano attività di spaccio di sostanze stupefacenti, furti, lesioni e prostituzione». Furono segnalati anche otto casi di Tbc. Nell'immobile in via Mattia Battistini 113/117, con 400 persone di varie etnie presenti dal 28 giugno 2013, sono all'ordine del giorno spaccio e vendita di merce contraffatta. Poi c'è l'edificio di via Prenestina 913, occupato da circa 200 stranieri: per la mancata esecuzione del sequestro preventivo emesso nel luglio 2009, il Tribunale civile di Roma ha condannato la «presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero dell'Interno al pagamento di euro 27.914.635,84», a titolo di risarcimento danni. Ciascuno dei 23 stabili che devono essere liberati è gravato da sentenze di risarcimento danni o da sequestri preventivi. Roma è tornata a essere una giungla di occupazioni illegali? Dalla prefettura non escono dichiarazioni in polemica con il Conte bis, ma una cosa è certa: «Il piano degli sgomberi rimane quello in essere, pubblicato sul nostro sito. Non ci sono stati provvedimenti che l'abbiano corretto o revocato», è la confortante risposta. «Se ne parla quasi ogni settimana, nei comitati di ordine e sicurezza pubblica. Le priorità rimangono gli immobili di via del Caravaggio e di via Tempesta».
Sono in ritardo i lavori al Moi. E Sala glissa sui campi nomadi
Nove sgomberi sono stati effettuati da inizio anno a Torino e provincia, 1.000 le persone allontanate. La prefettura non segnala il numero degli edifici occupati abusivamente, ma lo scorso anno risultavano almeno un centinaio quelli utilizzati senza averne diritto e una quarantina le case pubbliche fatte proprie sfondando la porta d'ingresso. Come l'appartamento di via Carema, estrema periferia torinese, destinato a una vedova con tre figli e occupato invece da una famiglia rom. Dopo lo sgombero a febbraio dell'ex asilo di via Alessandria in mano degli anarchici dal 1995 e l'arresto di sette attivisti accusati di associazione sovversiva, detenzione, fabbricazione e utilizzo di ordigni esplosivi, Torino aveva accolto con un sospiro di sollievo un'altra operazione di ordine pubblico. A fine luglio, infatti, era stato ultimato lo sgombero del Moi, l'ex villaggio olimpico costruito per Torino 2006 e occupato da migranti, circa 750 persone soprattutto nordafricani. Arrivarono a essere anche più di 1.000. L'estate scorsa, dalle due ultime palazzine furono allontanati i 350 extracomunitari che ancora non si erano mossi. «Prevalentemente in possesso di titolo di soggiorno in corso di validità o di rinnovo», precisa la prefettura torinese. Però alloggiavano abusivamente. Nei sotterranei bui di questi edifici, ingombri di ogni sorta di rifiuti, nel maggio 2015 una giovane disabile fu segregata e violentata per quasi due giorni da tre giovani africani. Un somalo e un ghanese che avevano fatto richiesta di asilo politico e un nigeriano, che l'anno prima era stato espulso dal nostro Paese. La zona dovrebbe essere riqualificata, assicurava il vice sindaco Sonia Schellino, annunciando che in autunno sarebbe iniziata la realizzazione di alloggi misti. Il cantiere non è ancora aperto ma ai fuoriusciti dall'ex villaggio sono stati destinati quasi 10 milioni di euro per la ricollocazione abitativa e per un percorso formativo e di lavoro. Fondi stanziati dal ministero, dalla Regione e dalla fondazione Compagnia di San Paolo. Sono stati abusivi per anni, adesso hanno una casa e c'è chi pensa a mantenerli fin tanto che non trovano un'occupazione. A Milano, gli alloggi occupati abusivamente sono 4.098. Nei primi nove mesi del 2019 sono stati programmati 166 sgomberi, di cui 159 regolarmente eseguiti, fanno sapere dalla prefettura. Una media di poco più di 17 operazioni al mese, che a fine anno dovrebbero elevare la cifra a circa 211 sgomberi. Se qualche cosa non cambia nella pianificazione, ci vorranno più di 19 anni per restituire ai legittimi proprietari gli edifici occupati. Senza contare il problema dei campi rom. «A Milano ci sono 3.000 nomadi, Beppe Sala dice di non essere contrario alla chiusura dei campi ma intanto non lo fa», tuonava pochi mesi fa Riccardo De Corato, assessore alla Sicurezza della Regione Lombardia, ricordando come le operazioni procedano con grande lentezza.
Le baraccopoli più grandi si trovano in Campania
A Roma, secondo le stime del Viminale sugli insediamenti nomadi, sono 6 i villaggi autorizzati, per un totale di 2.606 presenze di cui 1.266 sono minori. Dieci i villaggi tollerati, con 924 persone di cui 339 minori, e 338 invece gli insediamenti spontanei non autorizzati, con una presenza stimata di circa 2.000 rom. A Napoli, 6 sono i villaggi autorizzati (per un totale di circa 925 persone di cui 377 minori) e 9 quelli non autorizzati (864 persone di cui 361 minori). Secondo l'Associazione 21 luglio, che sulla situazione dei campi ha dedicato il rapporto I margini del margine, gli insediamenti abusivi accolgono circa 25.000 persone. Il 60% di loro, circa 15.00 persone, vive in 127 insediamenti presenti in 74 Comuni mentre gli altri, tra 8.600 e le 10.600 rom, vivono «in insediamenti informali», costituiti da due o tre famiglie. L'associazione sostiene che le più grandi baraccopoli «informali» siano in Campania, mentre le aree urbane con il maggior numero di microinsediamenti di questo tipo sarebbero la capitale e Milano. Su Roma, il capo della polizia ricordava la «criticità» dei campi rom, sia di quelli autorizzati sia degli abusivi «nelle aree più degradate e isolate». A Reggio Calabria, sempre Franco Gabrielli segnalava che nel rione Arghillà «sono 110 gli alloggi popolari occupati abusivamente da famiglie rom. Fenomeni di invasioni illecite di edifici o complessi abbandonati da parte di soggetti extracomunitari si riscontrano nelle aree urbane del rione G e nel quartiere Gebbione». Dopo il rogo scoppiato in un accampamento a Lamezia Terme, lo scorso luglio Matteo Salvini aveva annunciato l'avvio del censimento dei campi rom per verificare tutte le realtà abusive presenti sul nostro territorio. L'ex capo del Viminale chiedeva ai prefetti la «presenza di reti idriche, elettriche e fognarie» compresi gli «allacci abusivi», la segnalazione di strutture mobili come roulotte e camper, di case fisse. Così pure la presenza di «episodi pregiudizievoli» per i minori e altri resoconti dettagliati. La mappatura doveva servire a predisporre piani di sgombero degli insediamenti illegali, dove il degrado ambientale mette anche a rischio la salute di tutti. Poche settimane fa, sistemando in alloggi decenti 38 rom (che finalmente pagheranno affitto e spese) il sindaco di Ferrara, Alan Fabbri, aveva chiuso un accampamento in condizioni igieniche disastrose, tollerato per trent'anni dalle amministrazioni di sinistra. Oltre a essere un insediamento vergognoso, accoglieva due minori privi di documenti.
49.000 abitazioni popolari hanno inquilini illegittimi
Il capo della polizia, Franco Gabrielli, nel suo intervento del gennaio 2017 alla Commissione parlamentare di inchiesta su sicurezza e degrado delle città, istituita a luglio 2016, aveva presentato una panoramica della situazione nelle periferie di 14 grandi città italiane. Per Roma, segnalava come «si è accentuato» il fenomeno delle occupazioni «perpetrate ai danni degli edifici dell'edilizia residenziale pubblica», ma anche di «stabili inutilizzati o di siti industriali dismessi». Edifici che «diventano il ritrovo di soggetti senza fissa dimora, di etnia rom o di nazionalità straniera». Non mancavano annotazioni sulle occupazioni gestite dai movimenti antagonisti, responsabili di avere «da tempo avviato una campagna per il diritto alla casa, nell'intento di acquisire consensi tra le fasce più deboli, non esclusi gli immigrati, che vengono incoraggiate a intraprendere percorsi di impegno politico all'interno degli stessi movimenti», dichiarava il capo della polizia.Nella relazione della Commissione compariva il numero (su elaborazione di dati Federcasa) degli alloggi che nel 2016 risultavano occupati abusivamente. Erano 3.792 a Milano, 7.011 a Roma, 668 a Bari, 172 a Venezia, 72 a Firenze, 70 a Genova, 54 a Torino, 38 a Bologna. Forte della sua esperienza di ex prefetto di Roma, Gabrielli auspicava la «messa a punto di procedure operative per un più efficace allontanamento degli stranieri irregolari» perché «è all'interno di questa cornice che possono essere testate e realizzate nuove forme volte ad affrontare i fenomeni di degrado che si riscontrano nelle periferie». La proposta di legge di una nuova Commissione di inchiesta, questa volta bicamerale, fu respinta lo scorso aprile dalla Camera. Prima responsabile dell'emendamento che l'ha soppressa è stata la deputa grillina Anna Macina. Eppure, durante la discussione in aula, il deputato di Fratelli d'Italia Federico Mollicone ne aveva sostenuto la validità, ricordando come «più di 49.000 abitazioni dell'edilizia residenziale pubblica risultano occupate abusivamente, pari al 6,4 per cento dell'intero patrimonio nazionale». La questione va seguita anche con una Commissione apposita «a costo zero: nessun gettone di presenza, nessuno stipendio aggiuntivo» e che «lavori, che cerchi di osservare, che porti all'attenzione delle istituzioni quello che non va», fece inutilmente presente ai colleghi Giorgio Silli di Forza Italia.
Palazzo d’Accursio rifiuta di monitorare gli illegali
«Da quando c'è Matteo Salvini a Firenze sono stati fatti 6 sgomberi. Da quando io sono sindaco, prima di lui, ne abbiamo fatti 41», polemizzava lo scorso febbraio il sindaco Dario Nardella. Le forze dell'ordine avevano appena allontanato un centinaio di abusivi, per lo più romeni, che dal 2015 occupavano l'ex clinica Il Pergolino. Pochi mesi prima, l'incendio scoppiato all'ex hotel Concorde riportava l'attenzione sulla cinquantina di occupanti. Poteva essere una strage. «È da anni che chiediamo lo sgombero immediato di tutti gli edifici occupati in città: non solo sono illegali, sono anche pericolosi per chi ci vive e per le abitazioni vicine», protestava il vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana, Marco Stella (Forza Italia). «Figli di papà che giocano ai rivoluzionari ospitando clandestini, in quasi cinque anni di occupazione abusiva hanno calpestato la legalità con la compiacenza del Comune», era l'accusa di Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d'Italia, contro i militanti del Movimento di lotta per la casa che avevano occupato l'ex hotel di viale Gori. Donzelli aveva voluto vederci chiaro anche dopo lo sgombero del campo rom abusivo del Poderaccio, nel luglio 2018. Il sindaco Nardella era salito sulla ruspa abbattendo le baracche abusive, ma a settembre i rom erano tornati ad accamparsi poco distante. «Gli irregolari si sono soltanto spostati» commentava ironico Donzelli. Michele Conti, primo sindaco di centrodestra di Pisa, lo scorso mese ha fatto demolire il campo nomadi non autorizzato più grande della Toscana: 280 persone. Tutti allontanati, trovando per loro alternative insediative. Poi ha fatto pulire e bonificare l'area, vigilando su possibili nuove invasioni. E a Bologna, come funziona la lotta agli irregolari? «Non abbiamo edifici occupati abusivamente», risponde sorpreso il Comune. L'ultimo sgombero sembra sia stato quello del centro sociale Xm24, ad agosto. Antagonisti asserragliati sul tetto, poi allontanati dall'ex mercato ortofrutticolo occupato dal 2002. Hanno perso la sede ma ne avranno un'altra a breve, come promesso dall'assessore alla cultura del comune di Bologna, Matteo Lepore. A non credere all'assenza di altre sistemazioni illegali è Daniele Marchetti, consigliere regionale della Lega Nord. «Esiste un osservatorio sulle politiche abitative, ma tra i suoi compiti non ha quello di monitorare le occupazioni abusive», spiega. «Ho proposto in diverse occasioni di ampliare le sue competenze, ma il centrosinistra ha sempre respinto questa mia richiesta. Credo che un ente pubblico abbia il dovere di monitorare un fenomeno del genere che ha interessato fortemente anche il territorio bolognese. Nel corso degli anni, infatti, le segnalazioni di occupazioni abusive sono state numerose, casi che dopo essere state trascurati per anni, sono stati improvvisamente risolti con l'avvicinarsi delle elezioni regionali. Sarà un caso?».
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Nella capitale è stato invaso di nuovo il primo edificio liberato da Matteo Salvini. Nel capoluogo piemontese il villaggio olimpico è ancora in degrado. I prefetti confermano i piani di sgombero. Ma sui tempi non c'è certezza. Lo speciale comprende sei articoli. Edifici occupati per anni, palazzine in degrado e ridotte a dormitori abusivi. Pericolose, fatiscenti, con ogni sorta di traffico illegale tollerato al loro interno. Non è facile tracciare la mappa degli alloggi diventati in Italia rifugi di extracomunitari, sistemazioni precarie sulle quali piantare il vessillo di un'impunita irregolarità. Questioni di sicurezza, poca voglia di rendere noti dati che potrebbero diventare un caso politico rendono le prefetture restie a fornire i numeri in grado di fotografare l'emergenza nazionale. Eppure basta guardare che cosa succede nella capitale, dove sono 83 gli immobili occupati abusivamente, con costi altissimi per lo Stato, costretto a risarcire i proprietari, per capire che la questione non è solo di ordine pubblico. Il dopo Matteo Salvini ha significato sospensione degli sgomberi? Forse no, ma il rischio è che i tempi si allunghino e che gli abusivi tornino a rioccupare le strutture. Come già accade. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="tornano-gli-abusivi-il-conto-al-viminale" data-post-id="2640957589" data-published-at="1781920853" data-use-pagination="False"> Tornano gli abusivi, il conto al Viminale A Roma sono 82 gli immobili occupati abusivamente, da più di 11.000 persone. Abusivi «della più varia nazionalità», specifica la prefettura nel piano degli interventi di sgombero approvato a luglio. Il programma dà priorità a 23 stabili, stabilendo l'avvio delle operazioni entro il 31 marzo 2020. Nella pianificazione rientrano anche due sgomberi già predisposti nei mesi scorsi: quello dei due edifici gemelli in via del Caravaggio, ex sede degli uffici della Regione Lazio e quello di via Tempesta, un tempo sede della Asl. Il primo, nel quartiere di Tor Marancia, da sette anni è presidiato da circa 400 abusivi. Doveva essere sgomberato a fine agosto, la crisi di governo è risultata una buona scusa per lasciare ancora nell'illegalità questa fatiscente costruzione. Intanto il Viminale è costretto a pagare oltre 260.000 euro al mese, come ha stabilito nel 2017 il Tribunale di Roma condannando il ministero dell'Interno a risarcire la società Oriental Finance, proprietaria dell'immobile, fino a quando le due palazzine non saranno liberate. Il pignoramento dei fondi ministeriali è di 23 milioni di euro. L'altro edificio, a Tor Pignattara, rimane occupato dal 2009 da 70 persone. Per lo più nordafricani. Problemi di ordine pubblico e di sicurezza, oltre alla volontà di contrastare il fenomeno delle occupazioni abusive e di frenare l'illegalità, avevano convinto il prefetto, Gerarda Pantalone, d'intesa con l'allora capo del Viminale, Matteo Salvini, a predisporre il piano destinato a liberare in breve tempo circa un quarto degli edifici romani, sequestrati da inquilini illegittimi. Gli sgomberi erano cominciati un anno fa, a novembre, con lo smantellamento delle baracche del Baobab, la tendopoli per migranti in transito nei pressi della stazione Tiburtina. Più di 70.000 persone erano state ospitate in questo centro in meno di tre anni. «Zone franche, senza Stato e legalità, non sono più tollerate», commentava Matteo Salvini. Un mese dopo, nel dicembre 2018 era stata liberata l'ex fabbrica della Penicillina di via Tiburtina, imponente struttura industriale diventata dagli Novanta rifugio di rom e di immigrati, soprattutto nordafricani. Un ghetto vergognoso tollerato per anni, arrivato ad accogliere anche 500 extracomunitari. A gennaio di quest'anno, la polizia aveva dovuto allontanare nuovamente ex occupanti che erano tornati nei locali al piano terra dell'ex Penicillina. Pochi mesi fa, a luglio, era partito lo sgombero della palazzina di via Cardinal Capranica, nel quartiere di Primavalle alla periferia Nord di Roma, alla mercé di abusivi soprattutto stranieri per quasi vent'anni. I circa 340 occupanti che avevano trasformato le aule in miniappartamenti reagirono bruciando cassonetti, un gruppo oppose resistenza dal tetto minacciando di far scoppiare bombole di gas. Alla fine furono allontanati. Un mese dopo sarebbe toccato al Caravaggio, ma a fine agosto era arrivata la sospensione. «Non è più all'ordine del giorno questa frenesia di procedere», spiegava il dem Massimiliano Valeriani, assessore alle Politiche abitative della Regione Lazio. I giallorossi del Conte bis pensano di continuare a tollerare 82 edifici sequestrati nella capitale da abusivi, mentre si studiano «soluzioni sociali a favore delle fragilità», lasciando il conto da pagare al ministero dell'Interno, quindi a noi italiani, per il mancato sgombero. I risarcimenti chiesti dai legittimi proprietari diventano una voragine profonda di soldi pubblici. E senza un'azione coordinata nel tempo, le zone liberate tornano ad essere invase. Come è capitato all'ex Penicillina a inizio anno, come avviene nel «campo sosta» alternativo al Baobab. Smantellato il primo, migranti e irregolari sono adesso accampati in piazzale Spadolini. «Una sessantina dorme qui ogni notte, su materassi. I volontari portano loro cibo e bevande», spiega Andrea Costa, coordinatore dell'associazione Baobab experience. Le aree invase diventano luoghi di degrado, lo segnala in modo chiaro il piano approvato a luglio. Accade nello stabile di via Collatina 385, occupato il 13 ottobre 2004. All'interno ci sono circa 400 persone tra cui minori, di nazionalità eritrea, somala ed etiope e «si registrano attività di spaccio di sostanze stupefacenti, furti, lesioni e prostituzione». Furono segnalati anche otto casi di Tbc. Nell'immobile in via Mattia Battistini 113/117, con 400 persone di varie etnie presenti dal 28 giugno 2013, sono all'ordine del giorno spaccio e vendita di merce contraffatta. Poi c'è l'edificio di via Prenestina 913, occupato da circa 200 stranieri: per la mancata esecuzione del sequestro preventivo emesso nel luglio 2009, il Tribunale civile di Roma ha condannato la «presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero dell'Interno al pagamento di euro 27.914.635,84», a titolo di risarcimento danni. Ciascuno dei 23 stabili che devono essere liberati è gravato da sentenze di risarcimento danni o da sequestri preventivi. Roma è tornata a essere una giungla di occupazioni illegali? Dalla prefettura non escono dichiarazioni in polemica con il Conte bis, ma una cosa è certa: «Il piano degli sgomberi rimane quello in essere, pubblicato sul nostro sito. Non ci sono stati provvedimenti che l'abbiano corretto o revocato», è la confortante risposta. «Se ne parla quasi ogni settimana, nei comitati di ordine e sicurezza pubblica. Le priorità rimangono gli immobili di via del Caravaggio e di via Tempesta». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="sono-in-ritardo-i-lavori-al-moi-e-sala-glissa-sui-campi-nomadi" data-post-id="2640957589" data-published-at="1781920853" data-use-pagination="False"> Sono in ritardo i lavori al Moi. E Sala glissa sui campi nomadi Nove sgomberi sono stati effettuati da inizio anno a Torino e provincia, 1.000 le persone allontanate. La prefettura non segnala il numero degli edifici occupati abusivamente, ma lo scorso anno risultavano almeno un centinaio quelli utilizzati senza averne diritto e una quarantina le case pubbliche fatte proprie sfondando la porta d'ingresso. Come l'appartamento di via Carema, estrema periferia torinese, destinato a una vedova con tre figli e occupato invece da una famiglia rom. Dopo lo sgombero a febbraio dell'ex asilo di via Alessandria in mano degli anarchici dal 1995 e l'arresto di sette attivisti accusati di associazione sovversiva, detenzione, fabbricazione e utilizzo di ordigni esplosivi, Torino aveva accolto con un sospiro di sollievo un'altra operazione di ordine pubblico. A fine luglio, infatti, era stato ultimato lo sgombero del Moi, l'ex villaggio olimpico costruito per Torino 2006 e occupato da migranti, circa 750 persone soprattutto nordafricani. Arrivarono a essere anche più di 1.000. L'estate scorsa, dalle due ultime palazzine furono allontanati i 350 extracomunitari che ancora non si erano mossi. «Prevalentemente in possesso di titolo di soggiorno in corso di validità o di rinnovo», precisa la prefettura torinese. Però alloggiavano abusivamente. Nei sotterranei bui di questi edifici, ingombri di ogni sorta di rifiuti, nel maggio 2015 una giovane disabile fu segregata e violentata per quasi due giorni da tre giovani africani. Un somalo e un ghanese che avevano fatto richiesta di asilo politico e un nigeriano, che l'anno prima era stato espulso dal nostro Paese. La zona dovrebbe essere riqualificata, assicurava il vice sindaco Sonia Schellino, annunciando che in autunno sarebbe iniziata la realizzazione di alloggi misti. Il cantiere non è ancora aperto ma ai fuoriusciti dall'ex villaggio sono stati destinati quasi 10 milioni di euro per la ricollocazione abitativa e per un percorso formativo e di lavoro. Fondi stanziati dal ministero, dalla Regione e dalla fondazione Compagnia di San Paolo. Sono stati abusivi per anni, adesso hanno una casa e c'è chi pensa a mantenerli fin tanto che non trovano un'occupazione. A Milano, gli alloggi occupati abusivamente sono 4.098. Nei primi nove mesi del 2019 sono stati programmati 166 sgomberi, di cui 159 regolarmente eseguiti, fanno sapere dalla prefettura. Una media di poco più di 17 operazioni al mese, che a fine anno dovrebbero elevare la cifra a circa 211 sgomberi. Se qualche cosa non cambia nella pianificazione, ci vorranno più di 19 anni per restituire ai legittimi proprietari gli edifici occupati. Senza contare il problema dei campi rom. «A Milano ci sono 3.000 nomadi, Beppe Sala dice di non essere contrario alla chiusura dei campi ma intanto non lo fa», tuonava pochi mesi fa Riccardo De Corato, assessore alla Sicurezza della Regione Lombardia, ricordando come le operazioni procedano con grande lentezza. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="le-baraccopoli-piu-grandi-si-trovano-in-campania" data-post-id="2640957589" data-published-at="1781920853" data-use-pagination="False"> Le baraccopoli più grandi si trovano in Campania A Roma, secondo le stime del Viminale sugli insediamenti nomadi, sono 6 i villaggi autorizzati, per un totale di 2.606 presenze di cui 1.266 sono minori. Dieci i villaggi tollerati, con 924 persone di cui 339 minori, e 338 invece gli insediamenti spontanei non autorizzati, con una presenza stimata di circa 2.000 rom. A Napoli, 6 sono i villaggi autorizzati (per un totale di circa 925 persone di cui 377 minori) e 9 quelli non autorizzati (864 persone di cui 361 minori). Secondo l'Associazione 21 luglio, che sulla situazione dei campi ha dedicato il rapporto I margini del margine, gli insediamenti abusivi accolgono circa 25.000 persone. Il 60% di loro, circa 15.00 persone, vive in 127 insediamenti presenti in 74 Comuni mentre gli altri, tra 8.600 e le 10.600 rom, vivono «in insediamenti informali», costituiti da due o tre famiglie. L'associazione sostiene che le più grandi baraccopoli «informali» siano in Campania, mentre le aree urbane con il maggior numero di microinsediamenti di questo tipo sarebbero la capitale e Milano. Su Roma, il capo della polizia ricordava la «criticità» dei campi rom, sia di quelli autorizzati sia degli abusivi «nelle aree più degradate e isolate». A Reggio Calabria, sempre Franco Gabrielli segnalava che nel rione Arghillà «sono 110 gli alloggi popolari occupati abusivamente da famiglie rom. Fenomeni di invasioni illecite di edifici o complessi abbandonati da parte di soggetti extracomunitari si riscontrano nelle aree urbane del rione G e nel quartiere Gebbione». Dopo il rogo scoppiato in un accampamento a Lamezia Terme, lo scorso luglio Matteo Salvini aveva annunciato l'avvio del censimento dei campi rom per verificare tutte le realtà abusive presenti sul nostro territorio. L'ex capo del Viminale chiedeva ai prefetti la «presenza di reti idriche, elettriche e fognarie» compresi gli «allacci abusivi», la segnalazione di strutture mobili come roulotte e camper, di case fisse. Così pure la presenza di «episodi pregiudizievoli» per i minori e altri resoconti dettagliati. La mappatura doveva servire a predisporre piani di sgombero degli insediamenti illegali, dove il degrado ambientale mette anche a rischio la salute di tutti. Poche settimane fa, sistemando in alloggi decenti 38 rom (che finalmente pagheranno affitto e spese) il sindaco di Ferrara, Alan Fabbri, aveva chiuso un accampamento in condizioni igieniche disastrose, tollerato per trent'anni dalle amministrazioni di sinistra. Oltre a essere un insediamento vergognoso, accoglieva due minori privi di documenti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="49-000-abitazioni-popolari-hanno-inquilini-illegittimi" data-post-id="2640957589" data-published-at="1781920853" data-use-pagination="False"> 49.000 abitazioni popolari hanno inquilini illegittimi Il capo della polizia, Franco Gabrielli, nel suo intervento del gennaio 2017 alla Commissione parlamentare di inchiesta su sicurezza e degrado delle città, istituita a luglio 2016, aveva presentato una panoramica della situazione nelle periferie di 14 grandi città italiane. Per Roma, segnalava come «si è accentuato» il fenomeno delle occupazioni «perpetrate ai danni degli edifici dell'edilizia residenziale pubblica», ma anche di «stabili inutilizzati o di siti industriali dismessi». Edifici che «diventano il ritrovo di soggetti senza fissa dimora, di etnia rom o di nazionalità straniera». Non mancavano annotazioni sulle occupazioni gestite dai movimenti antagonisti, responsabili di avere «da tempo avviato una campagna per il diritto alla casa, nell'intento di acquisire consensi tra le fasce più deboli, non esclusi gli immigrati, che vengono incoraggiate a intraprendere percorsi di impegno politico all'interno degli stessi movimenti», dichiarava il capo della polizia.Nella relazione della Commissione compariva il numero (su elaborazione di dati Federcasa) degli alloggi che nel 2016 risultavano occupati abusivamente. Erano 3.792 a Milano, 7.011 a Roma, 668 a Bari, 172 a Venezia, 72 a Firenze, 70 a Genova, 54 a Torino, 38 a Bologna. Forte della sua esperienza di ex prefetto di Roma, Gabrielli auspicava la «messa a punto di procedure operative per un più efficace allontanamento degli stranieri irregolari» perché «è all'interno di questa cornice che possono essere testate e realizzate nuove forme volte ad affrontare i fenomeni di degrado che si riscontrano nelle periferie». La proposta di legge di una nuova Commissione di inchiesta, questa volta bicamerale, fu respinta lo scorso aprile dalla Camera. Prima responsabile dell'emendamento che l'ha soppressa è stata la deputa grillina Anna Macina. Eppure, durante la discussione in aula, il deputato di Fratelli d'Italia Federico Mollicone ne aveva sostenuto la validità, ricordando come «più di 49.000 abitazioni dell'edilizia residenziale pubblica risultano occupate abusivamente, pari al 6,4 per cento dell'intero patrimonio nazionale». La questione va seguita anche con una Commissione apposita «a costo zero: nessun gettone di presenza, nessuno stipendio aggiuntivo» e che «lavori, che cerchi di osservare, che porti all'attenzione delle istituzioni quello che non va», fece inutilmente presente ai colleghi Giorgio Silli di Forza Italia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="palazzo-daccursio-rifiuta-di-monitorare-gli-illegali" data-post-id="2640957589" data-published-at="1781920853" data-use-pagination="False"> Palazzo d’Accursio rifiuta di monitorare gli illegali «Da quando c'è Matteo Salvini a Firenze sono stati fatti 6 sgomberi. Da quando io sono sindaco, prima di lui, ne abbiamo fatti 41», polemizzava lo scorso febbraio il sindaco Dario Nardella. Le forze dell'ordine avevano appena allontanato un centinaio di abusivi, per lo più romeni, che dal 2015 occupavano l'ex clinica Il Pergolino. Pochi mesi prima, l'incendio scoppiato all'ex hotel Concorde riportava l'attenzione sulla cinquantina di occupanti. Poteva essere una strage. «È da anni che chiediamo lo sgombero immediato di tutti gli edifici occupati in città: non solo sono illegali, sono anche pericolosi per chi ci vive e per le abitazioni vicine», protestava il vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana, Marco Stella (Forza Italia). «Figli di papà che giocano ai rivoluzionari ospitando clandestini, in quasi cinque anni di occupazione abusiva hanno calpestato la legalità con la compiacenza del Comune», era l'accusa di Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d'Italia, contro i militanti del Movimento di lotta per la casa che avevano occupato l'ex hotel di viale Gori. Donzelli aveva voluto vederci chiaro anche dopo lo sgombero del campo rom abusivo del Poderaccio, nel luglio 2018. Il sindaco Nardella era salito sulla ruspa abbattendo le baracche abusive, ma a settembre i rom erano tornati ad accamparsi poco distante. «Gli irregolari si sono soltanto spostati» commentava ironico Donzelli. Michele Conti, primo sindaco di centrodestra di Pisa, lo scorso mese ha fatto demolire il campo nomadi non autorizzato più grande della Toscana: 280 persone. Tutti allontanati, trovando per loro alternative insediative. Poi ha fatto pulire e bonificare l'area, vigilando su possibili nuove invasioni. E a Bologna, come funziona la lotta agli irregolari? «Non abbiamo edifici occupati abusivamente», risponde sorpreso il Comune. L'ultimo sgombero sembra sia stato quello del centro sociale Xm24, ad agosto. Antagonisti asserragliati sul tetto, poi allontanati dall'ex mercato ortofrutticolo occupato dal 2002. Hanno perso la sede ma ne avranno un'altra a breve, come promesso dall'assessore alla cultura del comune di Bologna, Matteo Lepore. A non credere all'assenza di altre sistemazioni illegali è Daniele Marchetti, consigliere regionale della Lega Nord. «Esiste un osservatorio sulle politiche abitative, ma tra i suoi compiti non ha quello di monitorare le occupazioni abusive», spiega. «Ho proposto in diverse occasioni di ampliare le sue competenze, ma il centrosinistra ha sempre respinto questa mia richiesta. Credo che un ente pubblico abbia il dovere di monitorare un fenomeno del genere che ha interessato fortemente anche il territorio bolognese. Nel corso degli anni, infatti, le segnalazioni di occupazioni abusive sono state numerose, casi che dopo essere state trascurati per anni, sono stati improvvisamente risolti con l'avvicinarsi delle elezioni regionali. Sarà un caso?».
Igor Protti (Getty Images)
È accaduto a Igor Protti, bomber di popolo, non benedetto dalle stelle come Maradona o Gianni Rivera - suo idolo di ragazzino - ma con una carriera costruita a suon di sgroppate da record: 669 gare e 257 gol, unico calciatore diventato capocannoniere della Serie A militando in una squadra poi retrocessa, il Bari, e unico, assieme a quel Dario Hubner che con lui incarna la cifra stilistica dei centravanti identitari degli anni Novanta, ad aver vinto la classifica dei goleador nella massima serie, ma anche in B e in C1. «Oggi sarebbe capitano della nazionale», dice Paolo Di Canio, quasi a sottolineare la differenza tra l’epoca in cui gli azzurri potevano permettersi di non convocare un super-bomber e la triste attualità in cui sono costretti a elemosinare i servigi di un Moise Kean qualunque. Protti è morto ieri a 58 anni, rosicchiato da un tumore al colon diagnosticato nel luglio 2025, dieci giorni dopo aver terminato di girare Igor, l’eroe romantico del calcio, documentario di Luca Dal Canto sulla sua parabola da eroe di tre mondi: Rimini, città dove è nato il 24 settembre 1967, Livorno, dove è sbocciato e poi ha concluso la carriera, oltre a Bari, in cui si è guadagnato il soprannome di «Zar», un tutt’uno con la vocazione del capoluogo pugliese a dominare il levante. «Questo splendido viaggio, come ogni partita, è arrivato al fischio finale, sperando sia un arrivederci e non un addio», ha sospirato nel suo ultimo messaggio. Il tempo per rivederlo ci sarà: domani la salma sarà esposta allo stadio Romeo Neri di Rimini, poi al Picchi di Livorno, dopodiché verrà cremata, le ceneri raggiungeranno lo stadio San Nicola di Bari prima di essere disperse nel suo mar Adriatico. Lo stesso mare che lo ha visto debuttare a 17 anni in prima squadra con la casacca del Rimini, sfidando in C1 la Spal.
A schierarlo titolare è Arrigo Sacchi, ma Igor, ai tempi centrocampista offensivo con inventiva autonoma, non convince il vate di Fusignano. Troppo anarchico, muscoli fragili (un anno dopo lo chiameranno «bimbo»), mal si adatta al rigore dogmatico con cui il futuro allenatore del Milan addestra gli adepti del suo calcio oracolare. Lui non si scoraggia. Ha già imparato che non si servono pasti gratis il giorno in cui papà Flavio - è il 1978 - lo porta con sé in cantiere. Igor desidera un pallone modello Tango, quello dei Mondiali d’Argentina, il padre glielo regala dopo qualche giornata di lavoro simbolica, «sufficiente a impartirmi la prima lezione di vita». Dopo Rimini, approda al Livorno, tre campionati in C1 e lo spostamento un po’ più avanti nello scacchiere di gioco. Arriva la Virescit di Bergamo, e il Messina, in cui riceve l’eredità del goleador delle Notti Magiche, Totò Schillaci: 113 presenze e 35 reti in serie B coi siciliani. La fama di predatore d’area, caratteristica di atleti come lui, come Hubner, come Beppe Signori, Sandro Tovalieri, la prolifica schiatta di attaccanti nostrani forgiati col lavoro nei vivai e gli incoraggiamenti di una comunità, si diffonde. Lo cerca il Bari, è il 1992. Protti rimane lì per quattro campionati, due in serie cadetta, due in A.
Coi compagni, il brasiliano Gerson, il colombiano Guerrero, inventa l’esultanza del trenino («Fu un’idea di Guerrero», ricordava), rimasta nell’immaginario collettivo per decenni. I pugliesi di Fascetti vengono retrocessi, ma lo Zar è capocannoniere del campionato superando Weah e Batistuta. La sua fame di gol contagia gli appetiti dell’Inter, i nerazzurri quell’estate non riescono a liberarsi del fardello Zamorano, e Protti approda alla Lazio di Zdenek Zeman. Segna la rete dell’1-1 nel derby con la Roma, e però il rapporto col tecnico boemo non decolla: come Sacchi, il tabagista mistagogo del miracolo foggiano pretende devozione ascetica al modulo. «A stagione in corso arrivò Dino Zoff, grande personaggio, grande umanità», spiega Igor. Tuttavia nella rosa biancoceleste la concorrenza è sfiancante. L’anno successivo fa una capatina a Napoli: i partenopei sono in piena disgrazia societaria post-Maradona e post-Ferlaino, la squadra cambia quattro allenatori in una stagione, Igor si fa male a una caviglia, riesce comunque a indossare la maglia numero 10 del genio argentino prima che venga ritirata definitivamente. Dieci come Maradona e Rivera, il sogno di bimbo si concretizza con la stessa ostinazione con cui anelava al pallone Tango.
A 32 anni si imbarca nella sua nuova giovinezza: inizia il sodalizio con mister Mazzarri a Livorno, assieme a Cristiano Lucarelli forma una coppia offensiva da cineteca e vince due volte la classifica bomber di serie C (nel 2001 con 20 gol e nel 2002 con 27), poi quella di B, infine, dopo 55 anni, gli amaranto tornano in A. A festeggiarli c’è Carlo Azeglio Ciampi, ultrà aristocratico di una curva barricadiera, arcigna, rossissima, che come tutte le curve delle città di provincia, di qualsiasi colore siano, rappresenta l’ontologia di un essere sociale prosciugato dal mercatismo globale. Si ritira a 38 anni, si dedica per un po’ al beach soccer, fa il dirigente societario nell’amata Livorno che domani esporrà il lutto cittadino. L’ultimo suo grande gol: aver accompagnato la figlia Noemi all’altare. «Oggi il calcio è diventato uno sport individuale all’interno di un gruppo, prima invece era uno sport di gruppo», ha ricordato lui in un’intervista recente. Prendano nota in Figc.
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@Renault
Prima dell’occupazione nel secondo conflitto bellico globale, le fabbriche producevano veicoli da ricognizione e carri come l’R35. Dopo il crollo della linea Maginot e lo sventolio della svastica sulla Tour Eiffel, gli stabilimenti Renault di Billancourt furono requisiti dai nazisti. Louis Renault fu costretto a convertire la produzione industriale per costruire veicoli militari, autocarri e componenti destinati alla Germania.
Nel 2026 la storia si ripete. La conversione dell’industria automotive in settore bellico è una strategia intrapresa da governi e costruttori per fronteggiare la crisi di sovrapproduzione (dovuta alla concorrenza cinese), il calo del mercato (segnato dalle illogiche disposizioni green di Bruxelles) e le esigenze di riarmo europeo patrocinate sempre dalla Commissione, visto che la spinta verso l’economia di guerra è guidata da piani di investimento comunitari. In Germania, per esempio, Volkswagen ha avviato trattative per convertire lo stabilimento di Osnabrück alla produzione di sistemi missilistici, mentre il governo tedesco valuta l’acquisizione di altri impianti tramite colossi della Difesa come Rheinmetall.
Se la linea italiana, per ora, rifugge da uno simile scenario, in Francia non la pensano così. Seguendo un po’ le smanie militare del presidente uscente, Emmanuel Macron, in settimana Renault insieme a Thales (colosso della Difesa francese, la Leonardo transalpina) entra nel settore della mobilità militare con 4Troop, un prototipo di veicolo civile multi-ruolo sviluppato per rispondere alle nuove esigenze operative delle forze armate terrestri.
Il mezzo è stato presentato al salone Eurosatory 2026 e combina una piattaforma derivata dalla produzione di serie Renault con le tecnologie di comunicazione, comando e supporto decisionale di Thales. «Il progetto punta a sfruttare la rapidità produttiva e le economie di scala dell’industria automobilistica civile per offrire alle forze armate una soluzione più flessibile e meno costosa rispetto ai tradizionali programmi militari. Il veicolo integra comunicazioni sicure, connettività tattica, coordinamento multi-sensore e strumenti di supporto alle decisioni potenziati dall’intelligenza artificiale», hanno comunicato le due società in una nota stampa.
Non più carri armati dalle linee produttive della Régie, dunque, ma auto «ibride»: metà vettura normale, metà mezzo militare. Presentato in versione ibrida a trazione integrale, 4Troop è in grado di gestire droni e robot, elaborare grandi quantità di dati e operare come centro di comando mobile configurabile in funzione della missione. Tra gli impieghi previsti figurano ricognizione, coordinamento sul campo, scorta, supporto logistico e controllo di aree sensibili. Il sistema vehicle-to-load consente, inoltre, di alimentare apparecchiature elettriche direttamente sul teatro operativo. Insomma, da auto a power bank il passo è breve. Secondo Renault, la soluzione può essere adattata a diversi veicoli della gamma, dai Suv ai veicoli commerciali, garantendo tempi rapidi di implementazione e sfruttando la rete post-vendita del gruppo per manutenzione e supporto logistico.
Ma non solo auto militari. Renault e Thales hanno firmato anche un accordo per la produzione di droni. Pardon, di un «sistema di munizioni telecomandate a corto raggio» chiamato Toutatis. Può «essere utilizzato dalle truppe sbarcate e lanciato da varie piattaforme (veicoli da combattimento, velivoli o piattaforme navali). Resistente alle interferenze elettromagnetiche e dotato di testata militare intercambiabile in funzione della missione, è in grado di neutralizzare bersagli come veicoli da combattimento, continuando a conferire potere decisionale all’uomo. In grado di funzionare anche tra gli sciami di droni, Toutatis è un sistema che si adatta alle evoluzioni delle esigenze operative», spiegano da Boulogne-Billancourt, sede storica di Renault. La produzione di queste munizioni telecomandate potrebbe cominciare dal 2027, con una capacità di 1.000 unità al mese fin dal primo anno.
In Francia un po’ tutti si stanno mettendo l’elmetto. Patrice Caine, ceo di Thales, spiega che la partnership «risponde alle esigenze delle forze armate e ai requisiti di un’economia di guerra». Proprio così: «economia di guerra». Al posto della giardinetta, dunque, anche Parigi sceglie il veicolo tattico innovativo. Che non si troverà in alcun autosalone. Non ancora.
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Don D'Avino e Papa Leone XIV (Ansa)
Aveva solo due anni quando, nel 1988, Lefebvre ordinò quattro nuovi vescovi, venendo scomunicato. Tra due settimane la storia si ripeterà. E, forse, i vescovi della Fsspx saranno nuovamente scomunicati. «Sto considerando di fare ancora un altro appello, a dire non fate questo, cerchiamo di vivere la comunione nella Chiesa ma è la loro scelta, bisogna rendersi conto di ciò che significa per loro e per la Chiesa, certamente la divisione fra i cristiani è sempre dolorosa», ha detto recentemente papa Leone XIV.
Don Gabriele, come mai la Fsspx è arrivata a questo?
«A causa di un processo molto lungo che non è una sorpresa per noi e per il mondo tradizionalista che ci conosce. La necessità viene dalla situazione grave in cui versa la Chiesa ormai da più di 60 anni, quindi dal Concilio Vaticano II. Le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio si iscrivono perfettamente nella logica delle scelte del nostro fondatore, monsignor Lefebvre, che, nel 1988, aveva fatto lo stesso. Non sono una novità e, anzi, costituiscono semplicemente la continuazione della nostra opera. Lo stato di necessità grave in cui versa la Chiesa è la causa delle nostre scelte. Di tutte le nostre scelte. Quella non solo di compiere le consacrazioni episcopali il prossimo primo luglio, ma anche quella di celebrare la messa nelle cappelle dove si riuniscono dei fedeli che ci chiamano per celebrare in rito antico, dare loro i sacramenti, il catechismo, eccetera. Tutte cose che noi facciamo senza chiedere il permesso agli ordinari del luogo: perché ce lo rifiuterebbero come qualche volta è successo. E poi c’è una necessità interna: i nostri vescovi, che attualmente sono ridotti a due, sono diventati un po’ anziani, e chiaramente non potranno a lungo sostenere il ministero delle cresime e delle ordinazioni in giro per il mondo».
Però rispetto al pontificato di Bergoglio qualcosa è cambiato in meglio oppure no?
«Sì, anche se siamo ancora in una fase un po’ prematura del pontificato di Papa Leone per dare dei giudizi completi su tutto il pensiero e la linea del pontificato. Adesso lo possiamo fare per papa Francesco, con un po’ di distanza temporale. Per Leone è ancora un po’ difficile da fare. Però è anche vero che abbiamo già tanti segnali in questo primo anno di pontificato».
Per esempio?
«Una prosecuzione della pastorale in favore dell’ecologismo e dei migranti, temi che erano comunque cari a papa Francesco. Ma poi anche certe scelte ecclesiologiche come la nomina delle donne nei ruoli chiave di certi dicasteri, o addirittura alla testa dei dicasteri, come per esempio alla vita consacrata dove c’è una suora. Cose che sono perfettamente nella linea di Francesco. Non dobbiamo inoltre considerare solo le scelte personali di un Pontefice, ma anche la situazione generale qui verso la Chiesa, che è la cosa che a noi sta particolarmente a cuore. Quindi tutte le deviazioni concrete della pastorale, che derivano dalle nuove dottrine del Vaticano II, che vengono costantemente applicate. L’attenzione per esempio al mondo Lgbt. Penso solo al fatto che qualche giorno fa il cardinale Delpini ha celebrato una messa nel quartiere dei gay di Milano per la comunità gay, con tanti manifesti che annunciavano l’evento. Tutto questo è la pastorale quotidiana incarnata nelle diocesi ed è estremamente grave».
Ci sono dei gruppi, penso ad esempio alla Fraternità san Pietro, che sono in piena comunione con la Chiesa e che riescono a portare avanti la pastorale tradizionale. Perché con voi il caso è diverso?
«È molto semplice. Bisogna considerare la pastorale degli istituti Ecclesia Dei nel loro complesso, quindi non nella loro singola celebrazione domenicale. Ci sono chiaramente tanti ottimi sacerdoti, sicuramente la celebrazione della messa è la stessa che facciamo noi, questo è chiaro. Ma l’origine di queste comunità, specialmente la Fraternità san Pietro, si riscontra proprio in quel gesto del 1988 di monsignor Lefebvre. La Fraternità san Pietro è nata quando alcuni sacerdoti, che erano membri della Fraternità san Pio X, decisero di non seguire monsignor Lefebvre perché non ritenevano che lo stato in cui versava la Chiesa giustificasse fino a tal punto un gesto del genere. È una valutazione che però ha dato luogo a un sistema, quello dell’istituto Ecclesia Dei, per cui è vero che si viene riconosciuti e che si ricevono anche chiese per celebrare la messa, però a un prezzo molto caro: quello del silenzio. La differenza è proprio questa: a loro è imposto il silenzio sulla predicazione integrale della fede, che comprende anche la condanna degli errori».
Che errori vede lei nella predicazione attuale?
«Penso per esempio alla Mater Populi Fidelis, il documento che relativizza certe dottrine tradizionali come la corredenzione e la mediazione universale. Anzi: non le relativizza, le nega proprio. E l’Ecclesia Dei non ha minimamente levato la voce per difenderle. Ecco, noi riteniamo che invece i cattolici debbano avere la piena libertà di professare integralmente la fede e di condannare gli errori».
Da qui al primo luglio sperate che ci sia un intervento diplomatico o di altro tipo per provare a comporre la situazione?
«Credo che non ci sia più niente da aspettarsi. Il superiore generale, don Davide Pagliarani, ha ribadito anche recentemente che il suo grande desiderio sarebbe sempre quello di poter incontrare personalmente papa Leone, al posto di continuare a procedere con una serie di dialoghi senza fine, che era la proposta del Cardinal Fernandez. Lui invece ha detto: intavoliamo prima una serie di dialoghi, sospendete le consacrazioni episcopali e poi se ne parla. Noi riteniamo però che ci sia una vera urgenza e che non sia più il tempo del dialogo».
Lo volevate davvero?
«Già nel 2018, quando don Pagliarani divenne il superiore generale. Però si interruppe proprio per la volontà della Santa Sede perché il dicastero della Dottrina della Fede rifiutò di continuare il dialogo visto che non c’era in vista nessuna regolarizzazione canonica. Speriamo sempre di poter incontrare il Papa, però verosimilmente credo che i giochi siano ormai fatti».
Ma chi è il vostro interlocutore oggi in Vaticano?
«Per volere stesso della Santa Sede l’unico incontro che ha avuto luogo, dopo l’annuncio pubblico delle consacrazioni, è stato tra il Cardinal Fernandez e il superiore generale, don Pagliarani. Questo per volontà della Santa Sede, che non ha voluto che ci fossero altri interlocutori né da una parte né dall’altra, ma che ci interfacciassimo in questo modo. È stato un loro volere esplicito, a cui noi ovviamente abbiamo ottemperato. Quindi non abbiamo contatti neanche ufficiosi».
Voi vi sentite in comunione con la Chiesa? Siete fedeli al successore di Pietro?
«Noi ci sentiamo pienamente in comunione con la Chiesa nella misura in cui questo significa aderire perfettamente a tutta la fede cattolica integrale all’insegnamento di sempre, quindi in continuità cronologica con tutti i Papi del passato e ugualmente nel pieno riconoscimento dell’autorità, dei pastori che guidano attualmente la Chiesa, quindi il Papa, i vescovi. Questo deve essere chiaro e noi l’abbiamo detto più e più volte, ma è bene sempre ribadirlo. Noi nominiamo il Papa regnante nel canone della Messa e il vescovo locale nel luogo in cui ci troviamo quando celebriamo. Ciò però non toglie che rifiutiamo di aderire alla nuova pastorale, alle nuove dottrine, alla nuova morale. E quindi, pur riconoscendo l’autorità, non ne seguiamo gli insegnamenti che possono essere perniciosi per la fede o per la morale».
I quattro futuri vescovi vengono da Stati Uniti, Svizzera e Francia. C’è anche un’indicazione di apostolato, di zone in cui la fraternità punta particolarmente, dietro questa scelta?
«Si possono individuare vari punti in questa selezione: prima di tutto l’età. Tranne nel caso di uno di loro che è già più maturo, gli altri tre sono molto giovani. Poi c’è la differenza di nazionalità, che si spiega con la necessità per noi di svolgere il ministero nei cinque continenti dove siamo presenti, quindi anche la differenza linguistica e culturale è importante. Tutti e quattro i vescovi, come già all’epoca, saranno chiamati a conferire le cresime e le ordinazioni sacerdotali, diaconali e gli altri ordini in tutto il mondo».
Che la Chiesa sia in crisi di vocazioni è palese. Quali sono i numeri della Fsspx?
«Dal 1970, quando siamo stati fondati, la Fraternità è sempre stata costantemente in crescita. Non abbiamo numeri esplosivi però sono sempre stati costanti e in aumento: la nostra congregazione conta ad oggi circa 730 sacerdoti. Poi abbiamo circa 200 suore, 200 seminaristi e altrettanti frati. Il dato dei sacerdoti è quello che colpisce di più perché chiaramente sono loro che sono chiamati a svolgere il ministero. Siamo presenti in 70 Paesi del mondo e circa 700 luoghi in cui diciamo messa».
Quindi, se ho ben capito, ormai il dato è tratto, non si torna più indietro, ci saranno le consacrazioni e, di fatto, si tornerà alla situazione pre-Benedetto XVI con le scomuniche?
«Non sappiamo con certezza come reagirà la Santa Sede. Il 13 maggio il Cardinal Fernandez aveva mandato una nota dal Dicastero della dottrina della fede, ricordando che le consacrazioni episcopali determineranno una scomunica, come fu nel 1988. Perché dirlo con diversi mesi d’anticipo? Forse c’è l’idea di non fare qualcosa di eclatante perché penso che la Santa Sede si renda conto che parlare di scomunica e di scisma per il mondo della tradizione quando poi nello stesso momento il Papa riceve in gran pompa una donna anglicana vestita da vescovo e che rappresenta una delle comunità scismatiche per eccellenza, è veramente una cosa troppo contraddittoria. Può darsi che vogliano mantenere un profilo non troppo alto. Ma tutto è possibile. In ogni caso, dal loro punto di vista, dal punto di vista della Santa Sede, si ritornerà alla situazione analoga a quella prima di Benedetto XVI mentre dal nostro punto di vista, semplicemente, continuerà sulla stessa linea di sempre».
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(Stellantis)
Lo Smart compact van (Smc) sarà dotato di un sistema di propulsione flessibile che offrirà sia un nuovo motore elettrico, con un’autonomia fino a 270 km, sia tre motori endotermici (due diesel e uno a benzina). L’apertura degli ordini è prevista per settembre, con il lancio sul mercato previsto a partire da novembre, mentre una versione mild-hybrid sarà disponibile a partire dal prossimo anno. I nuovi modelli si chiameranno Citroën Berlingo van first, Fiat professional Doblò Easypro, Opel Combo start, Peugeot Partner active. Come spiegato da Eric Laforge, global senior vice president di Stellantis Pro One, «essere leader implica una grande responsabilità: i clienti si aspettano l’eccellenza, inclusi quelli che dobbiamo ancora conquistare. Per questo, ascoltando attentamente i loro feedback, abbiamo sviluppato un veicolo razionale, confortevole e modulare, capace di offrire soluzioni originali che rappresentano una vera unique selling proposition».
Pur mantenendo la medesima architettura di base, il design esterno introduce un ampio, distintivo paraurti anteriore, studiato per migliorare la protezione del veicolo. All’interno, pannelli porta e plancia sono stati completamente riprogettati per ottimizzare l’utilizzo degli spazi e l’ergonomia dei comandi.
Secondo le analisi di Stellantis, il 40% dei clienti non è interessato a una configurazione a tre posti e che i professionisti viaggiano da soli per circa l’90% del tempo lavorativo. Da qui la decisione di introdurre una dotazione di serie rivoluzionaria nel nuovo compact van unica nel segmento e in grado di offrire più spazio, maggiore funzionalità e un valore superiore: il Flexiseat. Quest’ultimo è un sedile passeggero modulare ribaltabile che consente di aumentare il volume di carico. Può essere abbinato al Modutable, ideale come supporto pratico per un ufficio mobile o per una superficie d’appoggio durante le pause. La nuova versione introduce anche una gamma di ulteriori soluzioni innovative, tra cui: Moduconsole, una console centrale removibile istantaneamente e facilmente riponibile nell’area di carico, dotata di portabicchieri e vano chiuso, adattabile a diversi utilizzi (piccoli attrezzi, tablet, smartphone e caricatore, documenti...); Dashbox, plancia con due vani portaoggetti chiusi e portabicchieri; Drivedrawer, cassetto sotto il sedile per riporre in modo discreto notebook, laptop o tablet; Moduwork, configurazione con terzo sedile centrale che consente di ospitare fino a tre persone. Quando non necessario, il sedile centrale si trasforma per aumentare la funzionalità: integra un vano chiuso e può essere combinato con sedile passeggero e tavolino ribaltabile, oppure sfruttare lo spazio per il trasporto di oggetti lunghi.
Le dimensioni esterne e interne restano invariate, con due lunghezze disponibili, una portata utile da 750 kg a 1 tonnellata e un volume di carico compreso tra 3,3 e 4,4 metri cubi. Tornando alle motorizzazioni, Stellantis si è ancora una volta basata sui feedback dei clienti, adottando una strategia multi-energia finalizzata a facilitare la transizione verso l’elettrificazione, garantendo al contempo l’accessibilità economica. Da qui la decisione di puntare ancora sul diesel, indispensabile per chi lavora su strada.
Il tutto sarà proposto a un livello di prezzo altamente competitivo, assicura Stellantis, inferiore rispetto al resto della gamma sia per i motori termici sia per quelli Bev, grazie alle economie di scala e a una forte attenzione all’efficienza dei costi.
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