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2019-10-14
Ricominciano le occupazioni
Ansa
Edifici occupati per anni, palazzine in degrado e ridotte a dormitori abusivi. Pericolose, fatiscenti, con ogni sorta di traffico illegale tollerato al loro interno. Non è facile tracciare la mappa degli alloggi diventati in Italia rifugi di extracomunitari, sistemazioni precarie sulle quali piantare il vessillo di un'impunita irregolarità.
Questioni di sicurezza, poca voglia di rendere noti dati che potrebbero diventare un caso politico rendono le prefetture restie a fornire i numeri in grado di fotografare l'emergenza nazionale. Eppure basta guardare che cosa succede nella capitale, dove sono 83 gli immobili occupati abusivamente, con costi altissimi per lo Stato, costretto a risarcire i proprietari, per capire che la questione non è solo di ordine pubblico. Il dopo Matteo Salvini ha significato sospensione degli sgomberi? Forse no, ma il rischio è che i tempi si allunghino e che gli abusivi tornino a rioccupare le strutture. Come già accade.
Tornano gli abusivi, il conto al Viminale
A Roma sono 82 gli immobili occupati abusivamente, da più di 11.000 persone. Abusivi «della più varia nazionalità», specifica la prefettura nel piano degli interventi di sgombero approvato a luglio. Il programma dà priorità a 23 stabili, stabilendo l'avvio delle operazioni entro il 31 marzo 2020. Nella pianificazione rientrano anche due sgomberi già predisposti nei mesi scorsi: quello dei due edifici gemelli in via del Caravaggio, ex sede degli uffici della Regione Lazio e quello di via Tempesta, un tempo sede della Asl. Il primo, nel quartiere di Tor Marancia, da sette anni è presidiato da circa 400 abusivi. Doveva essere sgomberato a fine agosto, la crisi di governo è risultata una buona scusa per lasciare ancora nell'illegalità questa fatiscente costruzione. Intanto il Viminale è costretto a pagare oltre 260.000 euro al mese, come ha stabilito nel 2017 il Tribunale di Roma condannando il ministero dell'Interno a risarcire la società Oriental Finance, proprietaria dell'immobile, fino a quando le due palazzine non saranno liberate. Il pignoramento dei fondi ministeriali è di 23 milioni di euro. L'altro edificio, a Tor Pignattara, rimane occupato dal 2009 da 70 persone. Per lo più nordafricani. Problemi di ordine pubblico e di sicurezza, oltre alla volontà di contrastare il fenomeno delle occupazioni abusive e di frenare l'illegalità, avevano convinto il prefetto, Gerarda Pantalone, d'intesa con l'allora capo del Viminale, Matteo Salvini, a predisporre il piano destinato a liberare in breve tempo circa un quarto degli edifici romani, sequestrati da inquilini illegittimi. Gli sgomberi erano cominciati un anno fa, a novembre, con lo smantellamento delle baracche del Baobab, la tendopoli per migranti in transito nei pressi della stazione Tiburtina. Più di 70.000 persone erano state ospitate in questo centro in meno di tre anni. «Zone franche, senza Stato e legalità, non sono più tollerate», commentava Matteo Salvini. Un mese dopo, nel dicembre 2018 era stata liberata l'ex fabbrica della Penicillina di via Tiburtina, imponente struttura industriale diventata dagli Novanta rifugio di rom e di immigrati, soprattutto nordafricani. Un ghetto vergognoso tollerato per anni, arrivato ad accogliere anche 500 extracomunitari. A gennaio di quest'anno, la polizia aveva dovuto allontanare nuovamente ex occupanti che erano tornati nei locali al piano terra dell'ex Penicillina. Pochi mesi fa, a luglio, era partito lo sgombero della palazzina di via Cardinal Capranica, nel quartiere di Primavalle alla periferia Nord di Roma, alla mercé di abusivi soprattutto stranieri per quasi vent'anni. I circa 340 occupanti che avevano trasformato le aule in miniappartamenti reagirono bruciando cassonetti, un gruppo oppose resistenza dal tetto minacciando di far scoppiare bombole di gas. Alla fine furono allontanati. Un mese dopo sarebbe toccato al Caravaggio, ma a fine agosto era arrivata la sospensione. «Non è più all'ordine del giorno questa frenesia di procedere», spiegava il dem Massimiliano Valeriani, assessore alle Politiche abitative della Regione Lazio. I giallorossi del Conte bis pensano di continuare a tollerare 82 edifici sequestrati nella capitale da abusivi, mentre si studiano «soluzioni sociali a favore delle fragilità», lasciando il conto da pagare al ministero dell'Interno, quindi a noi italiani, per il mancato sgombero. I risarcimenti chiesti dai legittimi proprietari diventano una voragine profonda di soldi pubblici. E senza un'azione coordinata nel tempo, le zone liberate tornano ad essere invase. Come è capitato all'ex Penicillina a inizio anno, come avviene nel «campo sosta» alternativo al Baobab. Smantellato il primo, migranti e irregolari sono adesso accampati in piazzale Spadolini. «Una sessantina dorme qui ogni notte, su materassi. I volontari portano loro cibo e bevande», spiega Andrea Costa, coordinatore dell'associazione Baobab experience. Le aree invase diventano luoghi di degrado, lo segnala in modo chiaro il piano approvato a luglio. Accade nello stabile di via Collatina 385, occupato il 13 ottobre 2004. All'interno ci sono circa 400 persone tra cui minori, di nazionalità eritrea, somala ed etiope e «si registrano attività di spaccio di sostanze stupefacenti, furti, lesioni e prostituzione». Furono segnalati anche otto casi di Tbc. Nell'immobile in via Mattia Battistini 113/117, con 400 persone di varie etnie presenti dal 28 giugno 2013, sono all'ordine del giorno spaccio e vendita di merce contraffatta. Poi c'è l'edificio di via Prenestina 913, occupato da circa 200 stranieri: per la mancata esecuzione del sequestro preventivo emesso nel luglio 2009, il Tribunale civile di Roma ha condannato la «presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero dell'Interno al pagamento di euro 27.914.635,84», a titolo di risarcimento danni. Ciascuno dei 23 stabili che devono essere liberati è gravato da sentenze di risarcimento danni o da sequestri preventivi. Roma è tornata a essere una giungla di occupazioni illegali? Dalla prefettura non escono dichiarazioni in polemica con il Conte bis, ma una cosa è certa: «Il piano degli sgomberi rimane quello in essere, pubblicato sul nostro sito. Non ci sono stati provvedimenti che l'abbiano corretto o revocato», è la confortante risposta. «Se ne parla quasi ogni settimana, nei comitati di ordine e sicurezza pubblica. Le priorità rimangono gli immobili di via del Caravaggio e di via Tempesta».
Sono in ritardo i lavori al Moi. E Sala glissa sui campi nomadi
Nove sgomberi sono stati effettuati da inizio anno a Torino e provincia, 1.000 le persone allontanate. La prefettura non segnala il numero degli edifici occupati abusivamente, ma lo scorso anno risultavano almeno un centinaio quelli utilizzati senza averne diritto e una quarantina le case pubbliche fatte proprie sfondando la porta d'ingresso. Come l'appartamento di via Carema, estrema periferia torinese, destinato a una vedova con tre figli e occupato invece da una famiglia rom. Dopo lo sgombero a febbraio dell'ex asilo di via Alessandria in mano degli anarchici dal 1995 e l'arresto di sette attivisti accusati di associazione sovversiva, detenzione, fabbricazione e utilizzo di ordigni esplosivi, Torino aveva accolto con un sospiro di sollievo un'altra operazione di ordine pubblico. A fine luglio, infatti, era stato ultimato lo sgombero del Moi, l'ex villaggio olimpico costruito per Torino 2006 e occupato da migranti, circa 750 persone soprattutto nordafricani. Arrivarono a essere anche più di 1.000. L'estate scorsa, dalle due ultime palazzine furono allontanati i 350 extracomunitari che ancora non si erano mossi. «Prevalentemente in possesso di titolo di soggiorno in corso di validità o di rinnovo», precisa la prefettura torinese. Però alloggiavano abusivamente. Nei sotterranei bui di questi edifici, ingombri di ogni sorta di rifiuti, nel maggio 2015 una giovane disabile fu segregata e violentata per quasi due giorni da tre giovani africani. Un somalo e un ghanese che avevano fatto richiesta di asilo politico e un nigeriano, che l'anno prima era stato espulso dal nostro Paese. La zona dovrebbe essere riqualificata, assicurava il vice sindaco Sonia Schellino, annunciando che in autunno sarebbe iniziata la realizzazione di alloggi misti. Il cantiere non è ancora aperto ma ai fuoriusciti dall'ex villaggio sono stati destinati quasi 10 milioni di euro per la ricollocazione abitativa e per un percorso formativo e di lavoro. Fondi stanziati dal ministero, dalla Regione e dalla fondazione Compagnia di San Paolo. Sono stati abusivi per anni, adesso hanno una casa e c'è chi pensa a mantenerli fin tanto che non trovano un'occupazione. A Milano, gli alloggi occupati abusivamente sono 4.098. Nei primi nove mesi del 2019 sono stati programmati 166 sgomberi, di cui 159 regolarmente eseguiti, fanno sapere dalla prefettura. Una media di poco più di 17 operazioni al mese, che a fine anno dovrebbero elevare la cifra a circa 211 sgomberi. Se qualche cosa non cambia nella pianificazione, ci vorranno più di 19 anni per restituire ai legittimi proprietari gli edifici occupati. Senza contare il problema dei campi rom. «A Milano ci sono 3.000 nomadi, Beppe Sala dice di non essere contrario alla chiusura dei campi ma intanto non lo fa», tuonava pochi mesi fa Riccardo De Corato, assessore alla Sicurezza della Regione Lombardia, ricordando come le operazioni procedano con grande lentezza.
Le baraccopoli più grandi si trovano in Campania
A Roma, secondo le stime del Viminale sugli insediamenti nomadi, sono 6 i villaggi autorizzati, per un totale di 2.606 presenze di cui 1.266 sono minori. Dieci i villaggi tollerati, con 924 persone di cui 339 minori, e 338 invece gli insediamenti spontanei non autorizzati, con una presenza stimata di circa 2.000 rom. A Napoli, 6 sono i villaggi autorizzati (per un totale di circa 925 persone di cui 377 minori) e 9 quelli non autorizzati (864 persone di cui 361 minori). Secondo l'Associazione 21 luglio, che sulla situazione dei campi ha dedicato il rapporto I margini del margine, gli insediamenti abusivi accolgono circa 25.000 persone. Il 60% di loro, circa 15.00 persone, vive in 127 insediamenti presenti in 74 Comuni mentre gli altri, tra 8.600 e le 10.600 rom, vivono «in insediamenti informali», costituiti da due o tre famiglie. L'associazione sostiene che le più grandi baraccopoli «informali» siano in Campania, mentre le aree urbane con il maggior numero di microinsediamenti di questo tipo sarebbero la capitale e Milano. Su Roma, il capo della polizia ricordava la «criticità» dei campi rom, sia di quelli autorizzati sia degli abusivi «nelle aree più degradate e isolate». A Reggio Calabria, sempre Franco Gabrielli segnalava che nel rione Arghillà «sono 110 gli alloggi popolari occupati abusivamente da famiglie rom. Fenomeni di invasioni illecite di edifici o complessi abbandonati da parte di soggetti extracomunitari si riscontrano nelle aree urbane del rione G e nel quartiere Gebbione». Dopo il rogo scoppiato in un accampamento a Lamezia Terme, lo scorso luglio Matteo Salvini aveva annunciato l'avvio del censimento dei campi rom per verificare tutte le realtà abusive presenti sul nostro territorio. L'ex capo del Viminale chiedeva ai prefetti la «presenza di reti idriche, elettriche e fognarie» compresi gli «allacci abusivi», la segnalazione di strutture mobili come roulotte e camper, di case fisse. Così pure la presenza di «episodi pregiudizievoli» per i minori e altri resoconti dettagliati. La mappatura doveva servire a predisporre piani di sgombero degli insediamenti illegali, dove il degrado ambientale mette anche a rischio la salute di tutti. Poche settimane fa, sistemando in alloggi decenti 38 rom (che finalmente pagheranno affitto e spese) il sindaco di Ferrara, Alan Fabbri, aveva chiuso un accampamento in condizioni igieniche disastrose, tollerato per trent'anni dalle amministrazioni di sinistra. Oltre a essere un insediamento vergognoso, accoglieva due minori privi di documenti.
49.000 abitazioni popolari hanno inquilini illegittimi
Il capo della polizia, Franco Gabrielli, nel suo intervento del gennaio 2017 alla Commissione parlamentare di inchiesta su sicurezza e degrado delle città, istituita a luglio 2016, aveva presentato una panoramica della situazione nelle periferie di 14 grandi città italiane. Per Roma, segnalava come «si è accentuato» il fenomeno delle occupazioni «perpetrate ai danni degli edifici dell'edilizia residenziale pubblica», ma anche di «stabili inutilizzati o di siti industriali dismessi». Edifici che «diventano il ritrovo di soggetti senza fissa dimora, di etnia rom o di nazionalità straniera». Non mancavano annotazioni sulle occupazioni gestite dai movimenti antagonisti, responsabili di avere «da tempo avviato una campagna per il diritto alla casa, nell'intento di acquisire consensi tra le fasce più deboli, non esclusi gli immigrati, che vengono incoraggiate a intraprendere percorsi di impegno politico all'interno degli stessi movimenti», dichiarava il capo della polizia.Nella relazione della Commissione compariva il numero (su elaborazione di dati Federcasa) degli alloggi che nel 2016 risultavano occupati abusivamente. Erano 3.792 a Milano, 7.011 a Roma, 668 a Bari, 172 a Venezia, 72 a Firenze, 70 a Genova, 54 a Torino, 38 a Bologna. Forte della sua esperienza di ex prefetto di Roma, Gabrielli auspicava la «messa a punto di procedure operative per un più efficace allontanamento degli stranieri irregolari» perché «è all'interno di questa cornice che possono essere testate e realizzate nuove forme volte ad affrontare i fenomeni di degrado che si riscontrano nelle periferie». La proposta di legge di una nuova Commissione di inchiesta, questa volta bicamerale, fu respinta lo scorso aprile dalla Camera. Prima responsabile dell'emendamento che l'ha soppressa è stata la deputa grillina Anna Macina. Eppure, durante la discussione in aula, il deputato di Fratelli d'Italia Federico Mollicone ne aveva sostenuto la validità, ricordando come «più di 49.000 abitazioni dell'edilizia residenziale pubblica risultano occupate abusivamente, pari al 6,4 per cento dell'intero patrimonio nazionale». La questione va seguita anche con una Commissione apposita «a costo zero: nessun gettone di presenza, nessuno stipendio aggiuntivo» e che «lavori, che cerchi di osservare, che porti all'attenzione delle istituzioni quello che non va», fece inutilmente presente ai colleghi Giorgio Silli di Forza Italia.
Palazzo d’Accursio rifiuta di monitorare gli illegali
«Da quando c'è Matteo Salvini a Firenze sono stati fatti 6 sgomberi. Da quando io sono sindaco, prima di lui, ne abbiamo fatti 41», polemizzava lo scorso febbraio il sindaco Dario Nardella. Le forze dell'ordine avevano appena allontanato un centinaio di abusivi, per lo più romeni, che dal 2015 occupavano l'ex clinica Il Pergolino. Pochi mesi prima, l'incendio scoppiato all'ex hotel Concorde riportava l'attenzione sulla cinquantina di occupanti. Poteva essere una strage. «È da anni che chiediamo lo sgombero immediato di tutti gli edifici occupati in città: non solo sono illegali, sono anche pericolosi per chi ci vive e per le abitazioni vicine», protestava il vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana, Marco Stella (Forza Italia). «Figli di papà che giocano ai rivoluzionari ospitando clandestini, in quasi cinque anni di occupazione abusiva hanno calpestato la legalità con la compiacenza del Comune», era l'accusa di Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d'Italia, contro i militanti del Movimento di lotta per la casa che avevano occupato l'ex hotel di viale Gori. Donzelli aveva voluto vederci chiaro anche dopo lo sgombero del campo rom abusivo del Poderaccio, nel luglio 2018. Il sindaco Nardella era salito sulla ruspa abbattendo le baracche abusive, ma a settembre i rom erano tornati ad accamparsi poco distante. «Gli irregolari si sono soltanto spostati» commentava ironico Donzelli. Michele Conti, primo sindaco di centrodestra di Pisa, lo scorso mese ha fatto demolire il campo nomadi non autorizzato più grande della Toscana: 280 persone. Tutti allontanati, trovando per loro alternative insediative. Poi ha fatto pulire e bonificare l'area, vigilando su possibili nuove invasioni. E a Bologna, come funziona la lotta agli irregolari? «Non abbiamo edifici occupati abusivamente», risponde sorpreso il Comune. L'ultimo sgombero sembra sia stato quello del centro sociale Xm24, ad agosto. Antagonisti asserragliati sul tetto, poi allontanati dall'ex mercato ortofrutticolo occupato dal 2002. Hanno perso la sede ma ne avranno un'altra a breve, come promesso dall'assessore alla cultura del comune di Bologna, Matteo Lepore. A non credere all'assenza di altre sistemazioni illegali è Daniele Marchetti, consigliere regionale della Lega Nord. «Esiste un osservatorio sulle politiche abitative, ma tra i suoi compiti non ha quello di monitorare le occupazioni abusive», spiega. «Ho proposto in diverse occasioni di ampliare le sue competenze, ma il centrosinistra ha sempre respinto questa mia richiesta. Credo che un ente pubblico abbia il dovere di monitorare un fenomeno del genere che ha interessato fortemente anche il territorio bolognese. Nel corso degli anni, infatti, le segnalazioni di occupazioni abusive sono state numerose, casi che dopo essere state trascurati per anni, sono stati improvvisamente risolti con l'avvicinarsi delle elezioni regionali. Sarà un caso?».
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Nella capitale è stato invaso di nuovo il primo edificio liberato da Matteo Salvini. Nel capoluogo piemontese il villaggio olimpico è ancora in degrado. I prefetti confermano i piani di sgombero. Ma sui tempi non c'è certezza. Lo speciale comprende sei articoli. Edifici occupati per anni, palazzine in degrado e ridotte a dormitori abusivi. Pericolose, fatiscenti, con ogni sorta di traffico illegale tollerato al loro interno. Non è facile tracciare la mappa degli alloggi diventati in Italia rifugi di extracomunitari, sistemazioni precarie sulle quali piantare il vessillo di un'impunita irregolarità. Questioni di sicurezza, poca voglia di rendere noti dati che potrebbero diventare un caso politico rendono le prefetture restie a fornire i numeri in grado di fotografare l'emergenza nazionale. Eppure basta guardare che cosa succede nella capitale, dove sono 83 gli immobili occupati abusivamente, con costi altissimi per lo Stato, costretto a risarcire i proprietari, per capire che la questione non è solo di ordine pubblico. Il dopo Matteo Salvini ha significato sospensione degli sgomberi? Forse no, ma il rischio è che i tempi si allunghino e che gli abusivi tornino a rioccupare le strutture. Come già accade. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="tornano-gli-abusivi-il-conto-al-viminale" data-post-id="2640957589" data-published-at="1778897734" data-use-pagination="False"> Tornano gli abusivi, il conto al Viminale A Roma sono 82 gli immobili occupati abusivamente, da più di 11.000 persone. Abusivi «della più varia nazionalità», specifica la prefettura nel piano degli interventi di sgombero approvato a luglio. Il programma dà priorità a 23 stabili, stabilendo l'avvio delle operazioni entro il 31 marzo 2020. Nella pianificazione rientrano anche due sgomberi già predisposti nei mesi scorsi: quello dei due edifici gemelli in via del Caravaggio, ex sede degli uffici della Regione Lazio e quello di via Tempesta, un tempo sede della Asl. Il primo, nel quartiere di Tor Marancia, da sette anni è presidiato da circa 400 abusivi. Doveva essere sgomberato a fine agosto, la crisi di governo è risultata una buona scusa per lasciare ancora nell'illegalità questa fatiscente costruzione. Intanto il Viminale è costretto a pagare oltre 260.000 euro al mese, come ha stabilito nel 2017 il Tribunale di Roma condannando il ministero dell'Interno a risarcire la società Oriental Finance, proprietaria dell'immobile, fino a quando le due palazzine non saranno liberate. Il pignoramento dei fondi ministeriali è di 23 milioni di euro. L'altro edificio, a Tor Pignattara, rimane occupato dal 2009 da 70 persone. Per lo più nordafricani. Problemi di ordine pubblico e di sicurezza, oltre alla volontà di contrastare il fenomeno delle occupazioni abusive e di frenare l'illegalità, avevano convinto il prefetto, Gerarda Pantalone, d'intesa con l'allora capo del Viminale, Matteo Salvini, a predisporre il piano destinato a liberare in breve tempo circa un quarto degli edifici romani, sequestrati da inquilini illegittimi. Gli sgomberi erano cominciati un anno fa, a novembre, con lo smantellamento delle baracche del Baobab, la tendopoli per migranti in transito nei pressi della stazione Tiburtina. Più di 70.000 persone erano state ospitate in questo centro in meno di tre anni. «Zone franche, senza Stato e legalità, non sono più tollerate», commentava Matteo Salvini. Un mese dopo, nel dicembre 2018 era stata liberata l'ex fabbrica della Penicillina di via Tiburtina, imponente struttura industriale diventata dagli Novanta rifugio di rom e di immigrati, soprattutto nordafricani. Un ghetto vergognoso tollerato per anni, arrivato ad accogliere anche 500 extracomunitari. A gennaio di quest'anno, la polizia aveva dovuto allontanare nuovamente ex occupanti che erano tornati nei locali al piano terra dell'ex Penicillina. Pochi mesi fa, a luglio, era partito lo sgombero della palazzina di via Cardinal Capranica, nel quartiere di Primavalle alla periferia Nord di Roma, alla mercé di abusivi soprattutto stranieri per quasi vent'anni. I circa 340 occupanti che avevano trasformato le aule in miniappartamenti reagirono bruciando cassonetti, un gruppo oppose resistenza dal tetto minacciando di far scoppiare bombole di gas. Alla fine furono allontanati. Un mese dopo sarebbe toccato al Caravaggio, ma a fine agosto era arrivata la sospensione. «Non è più all'ordine del giorno questa frenesia di procedere», spiegava il dem Massimiliano Valeriani, assessore alle Politiche abitative della Regione Lazio. I giallorossi del Conte bis pensano di continuare a tollerare 82 edifici sequestrati nella capitale da abusivi, mentre si studiano «soluzioni sociali a favore delle fragilità», lasciando il conto da pagare al ministero dell'Interno, quindi a noi italiani, per il mancato sgombero. I risarcimenti chiesti dai legittimi proprietari diventano una voragine profonda di soldi pubblici. E senza un'azione coordinata nel tempo, le zone liberate tornano ad essere invase. Come è capitato all'ex Penicillina a inizio anno, come avviene nel «campo sosta» alternativo al Baobab. Smantellato il primo, migranti e irregolari sono adesso accampati in piazzale Spadolini. «Una sessantina dorme qui ogni notte, su materassi. I volontari portano loro cibo e bevande», spiega Andrea Costa, coordinatore dell'associazione Baobab experience. Le aree invase diventano luoghi di degrado, lo segnala in modo chiaro il piano approvato a luglio. Accade nello stabile di via Collatina 385, occupato il 13 ottobre 2004. All'interno ci sono circa 400 persone tra cui minori, di nazionalità eritrea, somala ed etiope e «si registrano attività di spaccio di sostanze stupefacenti, furti, lesioni e prostituzione». Furono segnalati anche otto casi di Tbc. Nell'immobile in via Mattia Battistini 113/117, con 400 persone di varie etnie presenti dal 28 giugno 2013, sono all'ordine del giorno spaccio e vendita di merce contraffatta. Poi c'è l'edificio di via Prenestina 913, occupato da circa 200 stranieri: per la mancata esecuzione del sequestro preventivo emesso nel luglio 2009, il Tribunale civile di Roma ha condannato la «presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero dell'Interno al pagamento di euro 27.914.635,84», a titolo di risarcimento danni. Ciascuno dei 23 stabili che devono essere liberati è gravato da sentenze di risarcimento danni o da sequestri preventivi. Roma è tornata a essere una giungla di occupazioni illegali? Dalla prefettura non escono dichiarazioni in polemica con il Conte bis, ma una cosa è certa: «Il piano degli sgomberi rimane quello in essere, pubblicato sul nostro sito. Non ci sono stati provvedimenti che l'abbiano corretto o revocato», è la confortante risposta. «Se ne parla quasi ogni settimana, nei comitati di ordine e sicurezza pubblica. Le priorità rimangono gli immobili di via del Caravaggio e di via Tempesta». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="sono-in-ritardo-i-lavori-al-moi-e-sala-glissa-sui-campi-nomadi" data-post-id="2640957589" data-published-at="1778897734" data-use-pagination="False"> Sono in ritardo i lavori al Moi. E Sala glissa sui campi nomadi Nove sgomberi sono stati effettuati da inizio anno a Torino e provincia, 1.000 le persone allontanate. La prefettura non segnala il numero degli edifici occupati abusivamente, ma lo scorso anno risultavano almeno un centinaio quelli utilizzati senza averne diritto e una quarantina le case pubbliche fatte proprie sfondando la porta d'ingresso. Come l'appartamento di via Carema, estrema periferia torinese, destinato a una vedova con tre figli e occupato invece da una famiglia rom. Dopo lo sgombero a febbraio dell'ex asilo di via Alessandria in mano degli anarchici dal 1995 e l'arresto di sette attivisti accusati di associazione sovversiva, detenzione, fabbricazione e utilizzo di ordigni esplosivi, Torino aveva accolto con un sospiro di sollievo un'altra operazione di ordine pubblico. A fine luglio, infatti, era stato ultimato lo sgombero del Moi, l'ex villaggio olimpico costruito per Torino 2006 e occupato da migranti, circa 750 persone soprattutto nordafricani. Arrivarono a essere anche più di 1.000. L'estate scorsa, dalle due ultime palazzine furono allontanati i 350 extracomunitari che ancora non si erano mossi. «Prevalentemente in possesso di titolo di soggiorno in corso di validità o di rinnovo», precisa la prefettura torinese. Però alloggiavano abusivamente. Nei sotterranei bui di questi edifici, ingombri di ogni sorta di rifiuti, nel maggio 2015 una giovane disabile fu segregata e violentata per quasi due giorni da tre giovani africani. Un somalo e un ghanese che avevano fatto richiesta di asilo politico e un nigeriano, che l'anno prima era stato espulso dal nostro Paese. La zona dovrebbe essere riqualificata, assicurava il vice sindaco Sonia Schellino, annunciando che in autunno sarebbe iniziata la realizzazione di alloggi misti. Il cantiere non è ancora aperto ma ai fuoriusciti dall'ex villaggio sono stati destinati quasi 10 milioni di euro per la ricollocazione abitativa e per un percorso formativo e di lavoro. Fondi stanziati dal ministero, dalla Regione e dalla fondazione Compagnia di San Paolo. Sono stati abusivi per anni, adesso hanno una casa e c'è chi pensa a mantenerli fin tanto che non trovano un'occupazione. A Milano, gli alloggi occupati abusivamente sono 4.098. Nei primi nove mesi del 2019 sono stati programmati 166 sgomberi, di cui 159 regolarmente eseguiti, fanno sapere dalla prefettura. Una media di poco più di 17 operazioni al mese, che a fine anno dovrebbero elevare la cifra a circa 211 sgomberi. Se qualche cosa non cambia nella pianificazione, ci vorranno più di 19 anni per restituire ai legittimi proprietari gli edifici occupati. Senza contare il problema dei campi rom. «A Milano ci sono 3.000 nomadi, Beppe Sala dice di non essere contrario alla chiusura dei campi ma intanto non lo fa», tuonava pochi mesi fa Riccardo De Corato, assessore alla Sicurezza della Regione Lombardia, ricordando come le operazioni procedano con grande lentezza. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="le-baraccopoli-piu-grandi-si-trovano-in-campania" data-post-id="2640957589" data-published-at="1778897734" data-use-pagination="False"> Le baraccopoli più grandi si trovano in Campania A Roma, secondo le stime del Viminale sugli insediamenti nomadi, sono 6 i villaggi autorizzati, per un totale di 2.606 presenze di cui 1.266 sono minori. Dieci i villaggi tollerati, con 924 persone di cui 339 minori, e 338 invece gli insediamenti spontanei non autorizzati, con una presenza stimata di circa 2.000 rom. A Napoli, 6 sono i villaggi autorizzati (per un totale di circa 925 persone di cui 377 minori) e 9 quelli non autorizzati (864 persone di cui 361 minori). Secondo l'Associazione 21 luglio, che sulla situazione dei campi ha dedicato il rapporto I margini del margine, gli insediamenti abusivi accolgono circa 25.000 persone. Il 60% di loro, circa 15.00 persone, vive in 127 insediamenti presenti in 74 Comuni mentre gli altri, tra 8.600 e le 10.600 rom, vivono «in insediamenti informali», costituiti da due o tre famiglie. L'associazione sostiene che le più grandi baraccopoli «informali» siano in Campania, mentre le aree urbane con il maggior numero di microinsediamenti di questo tipo sarebbero la capitale e Milano. Su Roma, il capo della polizia ricordava la «criticità» dei campi rom, sia di quelli autorizzati sia degli abusivi «nelle aree più degradate e isolate». A Reggio Calabria, sempre Franco Gabrielli segnalava che nel rione Arghillà «sono 110 gli alloggi popolari occupati abusivamente da famiglie rom. Fenomeni di invasioni illecite di edifici o complessi abbandonati da parte di soggetti extracomunitari si riscontrano nelle aree urbane del rione G e nel quartiere Gebbione». Dopo il rogo scoppiato in un accampamento a Lamezia Terme, lo scorso luglio Matteo Salvini aveva annunciato l'avvio del censimento dei campi rom per verificare tutte le realtà abusive presenti sul nostro territorio. L'ex capo del Viminale chiedeva ai prefetti la «presenza di reti idriche, elettriche e fognarie» compresi gli «allacci abusivi», la segnalazione di strutture mobili come roulotte e camper, di case fisse. Così pure la presenza di «episodi pregiudizievoli» per i minori e altri resoconti dettagliati. La mappatura doveva servire a predisporre piani di sgombero degli insediamenti illegali, dove il degrado ambientale mette anche a rischio la salute di tutti. Poche settimane fa, sistemando in alloggi decenti 38 rom (che finalmente pagheranno affitto e spese) il sindaco di Ferrara, Alan Fabbri, aveva chiuso un accampamento in condizioni igieniche disastrose, tollerato per trent'anni dalle amministrazioni di sinistra. Oltre a essere un insediamento vergognoso, accoglieva due minori privi di documenti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="49-000-abitazioni-popolari-hanno-inquilini-illegittimi" data-post-id="2640957589" data-published-at="1778897734" data-use-pagination="False"> 49.000 abitazioni popolari hanno inquilini illegittimi Il capo della polizia, Franco Gabrielli, nel suo intervento del gennaio 2017 alla Commissione parlamentare di inchiesta su sicurezza e degrado delle città, istituita a luglio 2016, aveva presentato una panoramica della situazione nelle periferie di 14 grandi città italiane. Per Roma, segnalava come «si è accentuato» il fenomeno delle occupazioni «perpetrate ai danni degli edifici dell'edilizia residenziale pubblica», ma anche di «stabili inutilizzati o di siti industriali dismessi». Edifici che «diventano il ritrovo di soggetti senza fissa dimora, di etnia rom o di nazionalità straniera». Non mancavano annotazioni sulle occupazioni gestite dai movimenti antagonisti, responsabili di avere «da tempo avviato una campagna per il diritto alla casa, nell'intento di acquisire consensi tra le fasce più deboli, non esclusi gli immigrati, che vengono incoraggiate a intraprendere percorsi di impegno politico all'interno degli stessi movimenti», dichiarava il capo della polizia.Nella relazione della Commissione compariva il numero (su elaborazione di dati Federcasa) degli alloggi che nel 2016 risultavano occupati abusivamente. Erano 3.792 a Milano, 7.011 a Roma, 668 a Bari, 172 a Venezia, 72 a Firenze, 70 a Genova, 54 a Torino, 38 a Bologna. Forte della sua esperienza di ex prefetto di Roma, Gabrielli auspicava la «messa a punto di procedure operative per un più efficace allontanamento degli stranieri irregolari» perché «è all'interno di questa cornice che possono essere testate e realizzate nuove forme volte ad affrontare i fenomeni di degrado che si riscontrano nelle periferie». La proposta di legge di una nuova Commissione di inchiesta, questa volta bicamerale, fu respinta lo scorso aprile dalla Camera. Prima responsabile dell'emendamento che l'ha soppressa è stata la deputa grillina Anna Macina. Eppure, durante la discussione in aula, il deputato di Fratelli d'Italia Federico Mollicone ne aveva sostenuto la validità, ricordando come «più di 49.000 abitazioni dell'edilizia residenziale pubblica risultano occupate abusivamente, pari al 6,4 per cento dell'intero patrimonio nazionale». La questione va seguita anche con una Commissione apposita «a costo zero: nessun gettone di presenza, nessuno stipendio aggiuntivo» e che «lavori, che cerchi di osservare, che porti all'attenzione delle istituzioni quello che non va», fece inutilmente presente ai colleghi Giorgio Silli di Forza Italia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="palazzo-daccursio-rifiuta-di-monitorare-gli-illegali" data-post-id="2640957589" data-published-at="1778897734" data-use-pagination="False"> Palazzo d’Accursio rifiuta di monitorare gli illegali «Da quando c'è Matteo Salvini a Firenze sono stati fatti 6 sgomberi. Da quando io sono sindaco, prima di lui, ne abbiamo fatti 41», polemizzava lo scorso febbraio il sindaco Dario Nardella. Le forze dell'ordine avevano appena allontanato un centinaio di abusivi, per lo più romeni, che dal 2015 occupavano l'ex clinica Il Pergolino. Pochi mesi prima, l'incendio scoppiato all'ex hotel Concorde riportava l'attenzione sulla cinquantina di occupanti. Poteva essere una strage. «È da anni che chiediamo lo sgombero immediato di tutti gli edifici occupati in città: non solo sono illegali, sono anche pericolosi per chi ci vive e per le abitazioni vicine», protestava il vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana, Marco Stella (Forza Italia). «Figli di papà che giocano ai rivoluzionari ospitando clandestini, in quasi cinque anni di occupazione abusiva hanno calpestato la legalità con la compiacenza del Comune», era l'accusa di Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d'Italia, contro i militanti del Movimento di lotta per la casa che avevano occupato l'ex hotel di viale Gori. Donzelli aveva voluto vederci chiaro anche dopo lo sgombero del campo rom abusivo del Poderaccio, nel luglio 2018. Il sindaco Nardella era salito sulla ruspa abbattendo le baracche abusive, ma a settembre i rom erano tornati ad accamparsi poco distante. «Gli irregolari si sono soltanto spostati» commentava ironico Donzelli. Michele Conti, primo sindaco di centrodestra di Pisa, lo scorso mese ha fatto demolire il campo nomadi non autorizzato più grande della Toscana: 280 persone. Tutti allontanati, trovando per loro alternative insediative. Poi ha fatto pulire e bonificare l'area, vigilando su possibili nuove invasioni. E a Bologna, come funziona la lotta agli irregolari? «Non abbiamo edifici occupati abusivamente», risponde sorpreso il Comune. L'ultimo sgombero sembra sia stato quello del centro sociale Xm24, ad agosto. Antagonisti asserragliati sul tetto, poi allontanati dall'ex mercato ortofrutticolo occupato dal 2002. Hanno perso la sede ma ne avranno un'altra a breve, come promesso dall'assessore alla cultura del comune di Bologna, Matteo Lepore. A non credere all'assenza di altre sistemazioni illegali è Daniele Marchetti, consigliere regionale della Lega Nord. «Esiste un osservatorio sulle politiche abitative, ma tra i suoi compiti non ha quello di monitorare le occupazioni abusive», spiega. «Ho proposto in diverse occasioni di ampliare le sue competenze, ma il centrosinistra ha sempre respinto questa mia richiesta. Credo che un ente pubblico abbia il dovere di monitorare un fenomeno del genere che ha interessato fortemente anche il territorio bolognese. Nel corso degli anni, infatti, le segnalazioni di occupazioni abusive sono state numerose, casi che dopo essere state trascurati per anni, sono stati improvvisamente risolti con l'avvicinarsi delle elezioni regionali. Sarà un caso?».
Monica Montefalcone (Ansa)
Ieri le squadre di soccorso nell’arcipelago hanno recuperato il primo corpo, quello di Gianluca Benedetti. Ancora disperse, invece, le altre quattro vittime di quello che le autorità locali hanno definito il più grave incidente subacqueo nella storia del Paese. Le immersioni di soccorso, considerate di per sé ad alto rischio, sono state interrotte per il maltempo dopo l’una di ieri e riprenderanno oggi.
Dopo il ritrovamento del corpo di Benedetti, il presidente delle Maldive Mohamed Muizzu, ha espresso su X «le nostre più sentite condoglianze a Sergio Mattarella e al popolo italiano per il tragico incidente». «Siamo profondamente addolorati per questa tragedia», ha detto Muizzu, «e i nostri pensieri e le nostre preghiere sono rivolti alle famiglie del cittadino italiano deceduto, ai quattro italiani dispersi e a tutti coloro che sono stati colpiti da questo evento. La ricerca dei quattro subacquei ancora dispersi rimane la nostra massima priorità e il governo delle Maldive ringrazia l’Italia per il supporto fornito alle vaste operazioni di recupero in corso».
Sui dettagli delle ricerche è intervenuto portavoce del governo, Mohamed Hussain Shareef, che ha dichiarato che le autorità hanno delimitato l’area di ricerca e che riprenderanno le operazioni non appena le condizioni meteorologiche miglioreranno. Si ritiene che le vittime siano intrappolate all’interno di una grotta a una profondità di 62 metri. «Le condizioni meteorologiche non sono ideali per le immersioni e il mare è molto agitato. Abbiamo inviato nella zona la nostra nave più grande della Guardia costiera e anche i diplomatici italiani sono sul posto», ha dichiarato Shareef. Ha aggiunto che ai turisti non è consentito immergersi al di sotto dei 30 metri. «Verrà avviata un’indagine separata per accertare come questi subacquei siano finiti al di sotto della profondità consentita, ma al momento la nostra priorità è la ricerca e il salvataggio», ha concluso Shareef.
Intanto, anche la Procura di Roma ha fatto sapere che aprirà un fascicolo di indagine in relazione al decesso di cinque cittadini italiani durante un’immersione nel mare delle Maldive. Formalmente i pm capitolini attendono la comunicazione del consolato e, a quel punto, affideranno una delega di indagine per compiere tutti gli accertamenti necessari a stabilire le cause dei decessi. «Il tempo ieri (giovedì, ndr) al momento dell’immersione era bello, il mare non era perturbato e la visibilità ottima», ha raccontato all’Ansa una delle persone a bordo della safari boat Duke of York da cui si sono tuffati i cinque italiani morti durante l’immersione alle grotte di Alimathà. «Non abbiamo idea di cosa possa essere successo in quegli antri», ha aggiunto, «è presto per fare ipotesi. Bisogna ancora recuperare quattro corpi. Stiamo bene ma sotto choc».
«Io non so cosa sia successo là sotto. Ma è davvero strano che siano morti in cinque. Mia moglie ha fatto 5.000 immersioni. È una esperta, sa cosa fare anche in caso di difficoltà»: Carlo Sommacal, marito di Monica Montefalcone, ha appena finito di parlare con l’ambasciata. La figlia Giorgia si doveva laureare tra un mese, laurea triennale di Ingegneria biomedica. Quando ieri ha ricevuto la telefonata dall’ambasciata «mi sono crollate le gambe. E da lì non mi sono fermato un attimo. Ho dovuto dirlo a mio figlio, al fidanzato di Giorgia, ai miei suoceri che abitano poco lontano da qui». Il marito spera che ritrovino i corpi anche perché «di solito Monica quando si immergeva aveva una GoPro. Non so se l’avesse anche l’altro giorno. Se la trovano magari da lì si potrà capire cosa è successo».
In una nota, la Farnesina ha rassicurato sulle condizioni degli altri 20 italiani a bordo del Duke of York che hanno partecipato alla spedizione insieme ai cinque connazionali deceduti. L’ambasciata d’Italia a Colombo sta offrendo loro assistenza e ha preso contatto con la Mezzaluna rossa che si è offerta di inviare volontari addestrati a offrire primo soccorso psicologico per gli italiani ancora a bordo del battello tra cui non si registrano feriti.
Tuttavia, a causa del maltempo, non è chiaro se i soccorritori potranno raggiungere la barca, che intanto si è spostata in cerca di un approdo sicuro, in attesa dl miglioramento delle condizioni meteo per poter fare rientro a Malè. La sede diplomatica è anche in contatto con il gruppo Dan, compagnia assicurativa specializzata in copertura dei subacquei. Dan ha in programma di coordinarsi con le autorità locali per dare supporto sia alle operazioni di recupero delle salme, sia per il rimpatrio delle stesse.
Nel frattempo, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, segue da vicino situazione connazionali alle Maldive e ha dato indicazioni all’ambasciata e al consolato di tenersi in stretto contatto con le autorità locali. L’isola Alimathà, il luogo delle Maldive dove sono morti i cinque italiani, fa parte dell’atollo di Vaavu, a circa un’ora di motoscafo o 20 minuti di idrovolante dalla capitale Malè.
L’ambasciatore Italiano alle Maldive, Damiano Francovigh, intervistato dalla trasmissione di Rete 4 Diario del giorno, ha spiegato: «La grotta consiste in tre ambienti successivi: sono riusciti (i soccorritori, ndr) a raggiungere i primi due ma non il terzo. Nei primi due non sono riusciti a intravedere i corpi dei connazionali. Anche domani (oggi, ndr) cercheranno di fare un’ulteriore immersione, hanno garantito che domani dovrebbero riuscire a raggiungere l’ultimo degli ambienti quindi verosimilmente vedere i corpi dei nostri connazionali».
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Impossibile quindi? Non proprio. Ed è qui che entra in gioco, anche se sarebbe meglio dire in scena, la nuova Sv Ultra, che rappresenta l’apice del lusso e della distinzione Range Rover, fondendo con eleganza finiture di altissimo livello con tecnologie audio uniche al mondo, per arricchire il legame tra comfort, benessere ed esperienza d’ascolto.
Quest’auto, nella storia di Range Rover, rappresenta un vero e proprio primato visto che si tratta dell’auto più lussuosa e tecnologicamente avanzata di sempre realizzata da questa casa automobilistica. La gamma di tecnologie audio coinvolgenti della Range Rover Sv Ultra, infatti, include il rivoluzionario sistema Sv Electrostatic Sound, che trasforma l’abitacolo in una sala da concerto, affiancato dai Body and Soul Seats (Bass) e dal Sensory Haptic Floor.
Uno dei tanti punti forti di quest’auto è il design. La carrozzeria della Range Rover SV Ultra è disponibile in una vasta scelta di colori e introduce il Titan Silver, esclusivo della Sv Ultra, grazie alla sua formulazione dedicata. Come spiega la casa automobilistica, «questa nuova tinta incarna una rappresentazione sofisticata dell’autentico metallo in forma liquida». Ma come si realizza questo colore così particolare? Il Titan Silver utilizza fini lamelle di alluminio reale e una tecnologia avanzata dei pigmenti per creare una superficie luminosa e altamente riflettente, con una qualità iridescente e simile a uno specchio. Il risultato? Una finitura che si distingue per la sua unicità e la sua lavorazione meticolosa. Gli accenti Satin Platinum Atlas e Silver Chrome valorizzano poi la finitura esterna Titan Silver, esaltando la griglia e la grafica laterale, mentre i cerchi in lega da 23" sono rifiniti con inserti Satin Platinum e nuovi coprimozzi Range Rover.
C’è poi l’interno, dove la Sv Ultra svela un nuovo ed esclusivo abitacolo bicolore nelle tonalità chiare in Ultrafabrics™ Orchid White e Cinder Grey, che coniuga l’innovazione avanzata dei materiali con un’atmosfera serena e improntata al design. I sedili presentano per la prima volta un intricato nuovo motivo a mosaico lavorato al laser, applicato sulle sezioni superiori sagomate e ripreso negli inserti e negli schienali per creare un trattamento superficiale unitario e altamente dettagliato.
Un nuovo intarsio in palma di rattan introduce nell’abitacolo una texture delicata e una profondità materica attraverso la sua naturale armonia strutturale. Grazie poi a una tecnica brevettata che ne preserva le caratteristiche naturali, la venatura unica dell’intarsio è valorizzata da una tinta Orchid White che ne esalta la texture a poro aperto e la forma lineare. La sua struttura cellulare tubolare consente tagli precisi in sezione trasversale che assorbono il colorante, creando una tonalità calda derivata dalle resine naturali del materiale. Per la SV Ultra, l’intarsio è rifinito in una tonalità più chiara per conferire un aspetto più contemporaneo. Si estende sotto il singolo touchscreen e prosegue nell’abitacolo fino al Club Table elettrico nella parte posteriore, nonché allo sportello motorizzato del vano refrigerante integrato.
La caratteristica finitura in ceramica bianco lucido di Range Rover SV prosegue il tema chiaro, affiancata da altoparlanti SV Orchid Pearl abbinati al colore, cinture di sicurezza Orchid White e pedane con marchio SV Ultra.
Un nuovo cuscino decorativo allungato incorpora il tessile Kvadrat remix, un’alternativa alla pelle realizzata con un mix durevole di lana e poliestere riciclato, che offre una forma morbida e contemporanea accuratamente ottimizzata per il comfort.
Phoebe Lindsay, Range Rover Materiality Manager, ha dichiarato: «Sv Ultra rappresenta la nostra interpretazione più modernista della materialità, coniugando linee pulite con una palette neutra attentamente bilanciata e un uso disciplinato dei materiali naturali. La scelta di Ultrafabrics™ rispetto alla pelle è stata intenzionale: la sua morbidezza ingegnerizzata consente il raffinato motivo lavorato al laser e la complessa perforazione che caratterizzano l’interno. L’intarsio in palma di rattan introduce nell’abitacolo un’espressione materica completamente nuova, con il suo poro aperto naturale e il rivestimento chiaro che aumentano la luminosità visiva e rafforzano un senso di design calmo e coerente».
Infine, la Range Rover Sv Ultra porta alla perfezione acustica dei migliori posti di una sala da concerto, introducendo per la prima volta in assoluto la tecnologia audio elettrostatica ad alta fedeltà a bordo di un veicolo. Il nuovo sistema SV Electrostatic Sound (disponibile come optional esclusivamente sui modelli SV) garantisce che ogni nota armoniosa e ogni dettaglio nitido pongano l’occupante al cuore di ogni performance, riproducendo la musica fedelmente come l’artista aveva concepito.
La Range Rover Sv Ultra sarà disponibile con una scelta tra la motorizzazione ibrida plug-in P550e e il V8 P540”. Una versione completamente elettrica arriverà entro la fine dell’anno.
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Alla fiera di Rho del 19 e 20 maggio Compagnia delle Opere presenterà l’Innovation Hub, area dedicata al confronto tra aziende e professionisti sull’uso concreto dell’intelligenza artificiale. Al centro del dibattito etica, scuola, lavoro e gestione aziendale.
Compagnia delle Opere torna all’AI Week di Rho Fiera, il grande evento europeo dedicato all’intelligenza artificiale in programma il 19 e 20 maggio, e lo fa portando al centro della manifestazione un nuovo spazio dedicato alle aziende. Si chiama Innovation Hub ed è un’area di oltre 200 metri quadrati pensata per favorire l’incontro tra imprese, professionisti e innovatori attraverso casi concreti, confronto operativo e networking.
All’interno dell’hub saranno presenti 23 aziende associate a Cdo, chiamate a raccontare esperienze e applicazioni pratiche dell’intelligenza artificiale nei diversi settori produttivi. Attesi in fiera anche circa 500 associati, segno di una partecipazione che l’associazione interpreta come la costruzione di un ecosistema capace di accompagnare le imprese nella trasformazione tecnologica.
L’AI Week, giunta alla settima edizione, ogni anno richiama migliaia di imprenditori, manager e professionisti, oltre a centinaia di speaker internazionali, attraverso incontri, masterclass e sessioni formative dedicate ai nuovi scenari dell’intelligenza artificiale. Nel programma promosso da Cdo troveranno spazio anche alcuni dei temi oggi più discussi nel dibattito pubblico. Una delle direttrici principali riguarderà il rapporto tra etica e intelligenza artificiale, con l’intervento di Padre Natale Brescianini, mentre un altro focus sarà dedicato al ruolo dell’AI nelle piccole e medie imprese italiane grazie al contributo di Emanuele Frontoni, presidente di Cdo Marche Sud e co-director del VRAI Lab. «L’intelligenza artificiale rappresenta una delle grandi sfide del nostro tempo, perché non ci chiede soltanto di imparare a utilizzare nuove tecnologie, ma ci interroga sul modo in cui comprendiamo l’esperienza umana, il lavoro, la conoscenza e il futuro della società», ha dichiarato Andrea Dellabianca, presidente nazionale di Compagnia delle Opere. «Ogni giorno emergono opportunità straordinarie insieme a interrogativi profondi: per questo è necessario costruire luoghi di confronto in cui imprese, professionisti, ricercatori ed esperti possano condividere competenze, esperienze e soluzioni concrete».
Tra gli appuntamenti previsti ci sarà anche un approfondimento sul rapporto tra scuola e intelligenza artificiale dal titolo «Essere uomini nell’Era dell’IA: la Scuola come laboratorio di libertà e conoscenza». Al centro dell’incontro il ruolo della tecnologia nella didattica, nei sistemi di valutazione e nei percorsi di inclusione degli studenti con bisogni educativi speciali. Un confronto che partirà dall’idea che l’intelligenza artificiale possa affiancare il lavoro dell’insegnante senza sostituirlo, rafforzando il pensiero critico e la relazione educativa.
Spazio poi ai cambiamenti che l’AI sta introducendo nella gestione aziendale, nelle risorse umane e nel settore immobiliare, fino al rapporto tra innovazione tecnologica e transizione ecologica. Non mancherà infine una riflessione sul mondo del non profit con l’evento Agent Coding for Good, dedicato all’utilizzo dell’intelligenza artificiale per aumentare l’efficacia e l’impatto delle organizzazioni sociali. «L’innovazione è davvero tale quando resta al servizio della persona e contribuisce a far crescere una comunità più consapevole», ha aggiunto Dellabianca. «Per questo Cdo vuole scommettere su spazi d’avanguardia come l’Innovation Hub: luoghi di dialogo, ma anche laboratori di pensiero e di ricerca».
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Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.