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2019-10-14
Ricominciano le occupazioni
Ansa
Edifici occupati per anni, palazzine in degrado e ridotte a dormitori abusivi. Pericolose, fatiscenti, con ogni sorta di traffico illegale tollerato al loro interno. Non è facile tracciare la mappa degli alloggi diventati in Italia rifugi di extracomunitari, sistemazioni precarie sulle quali piantare il vessillo di un'impunita irregolarità.
Questioni di sicurezza, poca voglia di rendere noti dati che potrebbero diventare un caso politico rendono le prefetture restie a fornire i numeri in grado di fotografare l'emergenza nazionale. Eppure basta guardare che cosa succede nella capitale, dove sono 83 gli immobili occupati abusivamente, con costi altissimi per lo Stato, costretto a risarcire i proprietari, per capire che la questione non è solo di ordine pubblico. Il dopo Matteo Salvini ha significato sospensione degli sgomberi? Forse no, ma il rischio è che i tempi si allunghino e che gli abusivi tornino a rioccupare le strutture. Come già accade.
Tornano gli abusivi, il conto al Viminale
A Roma sono 82 gli immobili occupati abusivamente, da più di 11.000 persone. Abusivi «della più varia nazionalità», specifica la prefettura nel piano degli interventi di sgombero approvato a luglio. Il programma dà priorità a 23 stabili, stabilendo l'avvio delle operazioni entro il 31 marzo 2020. Nella pianificazione rientrano anche due sgomberi già predisposti nei mesi scorsi: quello dei due edifici gemelli in via del Caravaggio, ex sede degli uffici della Regione Lazio e quello di via Tempesta, un tempo sede della Asl. Il primo, nel quartiere di Tor Marancia, da sette anni è presidiato da circa 400 abusivi. Doveva essere sgomberato a fine agosto, la crisi di governo è risultata una buona scusa per lasciare ancora nell'illegalità questa fatiscente costruzione. Intanto il Viminale è costretto a pagare oltre 260.000 euro al mese, come ha stabilito nel 2017 il Tribunale di Roma condannando il ministero dell'Interno a risarcire la società Oriental Finance, proprietaria dell'immobile, fino a quando le due palazzine non saranno liberate. Il pignoramento dei fondi ministeriali è di 23 milioni di euro. L'altro edificio, a Tor Pignattara, rimane occupato dal 2009 da 70 persone. Per lo più nordafricani. Problemi di ordine pubblico e di sicurezza, oltre alla volontà di contrastare il fenomeno delle occupazioni abusive e di frenare l'illegalità, avevano convinto il prefetto, Gerarda Pantalone, d'intesa con l'allora capo del Viminale, Matteo Salvini, a predisporre il piano destinato a liberare in breve tempo circa un quarto degli edifici romani, sequestrati da inquilini illegittimi. Gli sgomberi erano cominciati un anno fa, a novembre, con lo smantellamento delle baracche del Baobab, la tendopoli per migranti in transito nei pressi della stazione Tiburtina. Più di 70.000 persone erano state ospitate in questo centro in meno di tre anni. «Zone franche, senza Stato e legalità, non sono più tollerate», commentava Matteo Salvini. Un mese dopo, nel dicembre 2018 era stata liberata l'ex fabbrica della Penicillina di via Tiburtina, imponente struttura industriale diventata dagli Novanta rifugio di rom e di immigrati, soprattutto nordafricani. Un ghetto vergognoso tollerato per anni, arrivato ad accogliere anche 500 extracomunitari. A gennaio di quest'anno, la polizia aveva dovuto allontanare nuovamente ex occupanti che erano tornati nei locali al piano terra dell'ex Penicillina. Pochi mesi fa, a luglio, era partito lo sgombero della palazzina di via Cardinal Capranica, nel quartiere di Primavalle alla periferia Nord di Roma, alla mercé di abusivi soprattutto stranieri per quasi vent'anni. I circa 340 occupanti che avevano trasformato le aule in miniappartamenti reagirono bruciando cassonetti, un gruppo oppose resistenza dal tetto minacciando di far scoppiare bombole di gas. Alla fine furono allontanati. Un mese dopo sarebbe toccato al Caravaggio, ma a fine agosto era arrivata la sospensione. «Non è più all'ordine del giorno questa frenesia di procedere», spiegava il dem Massimiliano Valeriani, assessore alle Politiche abitative della Regione Lazio. I giallorossi del Conte bis pensano di continuare a tollerare 82 edifici sequestrati nella capitale da abusivi, mentre si studiano «soluzioni sociali a favore delle fragilità», lasciando il conto da pagare al ministero dell'Interno, quindi a noi italiani, per il mancato sgombero. I risarcimenti chiesti dai legittimi proprietari diventano una voragine profonda di soldi pubblici. E senza un'azione coordinata nel tempo, le zone liberate tornano ad essere invase. Come è capitato all'ex Penicillina a inizio anno, come avviene nel «campo sosta» alternativo al Baobab. Smantellato il primo, migranti e irregolari sono adesso accampati in piazzale Spadolini. «Una sessantina dorme qui ogni notte, su materassi. I volontari portano loro cibo e bevande», spiega Andrea Costa, coordinatore dell'associazione Baobab experience. Le aree invase diventano luoghi di degrado, lo segnala in modo chiaro il piano approvato a luglio. Accade nello stabile di via Collatina 385, occupato il 13 ottobre 2004. All'interno ci sono circa 400 persone tra cui minori, di nazionalità eritrea, somala ed etiope e «si registrano attività di spaccio di sostanze stupefacenti, furti, lesioni e prostituzione». Furono segnalati anche otto casi di Tbc. Nell'immobile in via Mattia Battistini 113/117, con 400 persone di varie etnie presenti dal 28 giugno 2013, sono all'ordine del giorno spaccio e vendita di merce contraffatta. Poi c'è l'edificio di via Prenestina 913, occupato da circa 200 stranieri: per la mancata esecuzione del sequestro preventivo emesso nel luglio 2009, il Tribunale civile di Roma ha condannato la «presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero dell'Interno al pagamento di euro 27.914.635,84», a titolo di risarcimento danni. Ciascuno dei 23 stabili che devono essere liberati è gravato da sentenze di risarcimento danni o da sequestri preventivi. Roma è tornata a essere una giungla di occupazioni illegali? Dalla prefettura non escono dichiarazioni in polemica con il Conte bis, ma una cosa è certa: «Il piano degli sgomberi rimane quello in essere, pubblicato sul nostro sito. Non ci sono stati provvedimenti che l'abbiano corretto o revocato», è la confortante risposta. «Se ne parla quasi ogni settimana, nei comitati di ordine e sicurezza pubblica. Le priorità rimangono gli immobili di via del Caravaggio e di via Tempesta».
Sono in ritardo i lavori al Moi. E Sala glissa sui campi nomadi
Nove sgomberi sono stati effettuati da inizio anno a Torino e provincia, 1.000 le persone allontanate. La prefettura non segnala il numero degli edifici occupati abusivamente, ma lo scorso anno risultavano almeno un centinaio quelli utilizzati senza averne diritto e una quarantina le case pubbliche fatte proprie sfondando la porta d'ingresso. Come l'appartamento di via Carema, estrema periferia torinese, destinato a una vedova con tre figli e occupato invece da una famiglia rom. Dopo lo sgombero a febbraio dell'ex asilo di via Alessandria in mano degli anarchici dal 1995 e l'arresto di sette attivisti accusati di associazione sovversiva, detenzione, fabbricazione e utilizzo di ordigni esplosivi, Torino aveva accolto con un sospiro di sollievo un'altra operazione di ordine pubblico. A fine luglio, infatti, era stato ultimato lo sgombero del Moi, l'ex villaggio olimpico costruito per Torino 2006 e occupato da migranti, circa 750 persone soprattutto nordafricani. Arrivarono a essere anche più di 1.000. L'estate scorsa, dalle due ultime palazzine furono allontanati i 350 extracomunitari che ancora non si erano mossi. «Prevalentemente in possesso di titolo di soggiorno in corso di validità o di rinnovo», precisa la prefettura torinese. Però alloggiavano abusivamente. Nei sotterranei bui di questi edifici, ingombri di ogni sorta di rifiuti, nel maggio 2015 una giovane disabile fu segregata e violentata per quasi due giorni da tre giovani africani. Un somalo e un ghanese che avevano fatto richiesta di asilo politico e un nigeriano, che l'anno prima era stato espulso dal nostro Paese. La zona dovrebbe essere riqualificata, assicurava il vice sindaco Sonia Schellino, annunciando che in autunno sarebbe iniziata la realizzazione di alloggi misti. Il cantiere non è ancora aperto ma ai fuoriusciti dall'ex villaggio sono stati destinati quasi 10 milioni di euro per la ricollocazione abitativa e per un percorso formativo e di lavoro. Fondi stanziati dal ministero, dalla Regione e dalla fondazione Compagnia di San Paolo. Sono stati abusivi per anni, adesso hanno una casa e c'è chi pensa a mantenerli fin tanto che non trovano un'occupazione. A Milano, gli alloggi occupati abusivamente sono 4.098. Nei primi nove mesi del 2019 sono stati programmati 166 sgomberi, di cui 159 regolarmente eseguiti, fanno sapere dalla prefettura. Una media di poco più di 17 operazioni al mese, che a fine anno dovrebbero elevare la cifra a circa 211 sgomberi. Se qualche cosa non cambia nella pianificazione, ci vorranno più di 19 anni per restituire ai legittimi proprietari gli edifici occupati. Senza contare il problema dei campi rom. «A Milano ci sono 3.000 nomadi, Beppe Sala dice di non essere contrario alla chiusura dei campi ma intanto non lo fa», tuonava pochi mesi fa Riccardo De Corato, assessore alla Sicurezza della Regione Lombardia, ricordando come le operazioni procedano con grande lentezza.
Le baraccopoli più grandi si trovano in Campania
A Roma, secondo le stime del Viminale sugli insediamenti nomadi, sono 6 i villaggi autorizzati, per un totale di 2.606 presenze di cui 1.266 sono minori. Dieci i villaggi tollerati, con 924 persone di cui 339 minori, e 338 invece gli insediamenti spontanei non autorizzati, con una presenza stimata di circa 2.000 rom. A Napoli, 6 sono i villaggi autorizzati (per un totale di circa 925 persone di cui 377 minori) e 9 quelli non autorizzati (864 persone di cui 361 minori). Secondo l'Associazione 21 luglio, che sulla situazione dei campi ha dedicato il rapporto I margini del margine, gli insediamenti abusivi accolgono circa 25.000 persone. Il 60% di loro, circa 15.00 persone, vive in 127 insediamenti presenti in 74 Comuni mentre gli altri, tra 8.600 e le 10.600 rom, vivono «in insediamenti informali», costituiti da due o tre famiglie. L'associazione sostiene che le più grandi baraccopoli «informali» siano in Campania, mentre le aree urbane con il maggior numero di microinsediamenti di questo tipo sarebbero la capitale e Milano. Su Roma, il capo della polizia ricordava la «criticità» dei campi rom, sia di quelli autorizzati sia degli abusivi «nelle aree più degradate e isolate». A Reggio Calabria, sempre Franco Gabrielli segnalava che nel rione Arghillà «sono 110 gli alloggi popolari occupati abusivamente da famiglie rom. Fenomeni di invasioni illecite di edifici o complessi abbandonati da parte di soggetti extracomunitari si riscontrano nelle aree urbane del rione G e nel quartiere Gebbione». Dopo il rogo scoppiato in un accampamento a Lamezia Terme, lo scorso luglio Matteo Salvini aveva annunciato l'avvio del censimento dei campi rom per verificare tutte le realtà abusive presenti sul nostro territorio. L'ex capo del Viminale chiedeva ai prefetti la «presenza di reti idriche, elettriche e fognarie» compresi gli «allacci abusivi», la segnalazione di strutture mobili come roulotte e camper, di case fisse. Così pure la presenza di «episodi pregiudizievoli» per i minori e altri resoconti dettagliati. La mappatura doveva servire a predisporre piani di sgombero degli insediamenti illegali, dove il degrado ambientale mette anche a rischio la salute di tutti. Poche settimane fa, sistemando in alloggi decenti 38 rom (che finalmente pagheranno affitto e spese) il sindaco di Ferrara, Alan Fabbri, aveva chiuso un accampamento in condizioni igieniche disastrose, tollerato per trent'anni dalle amministrazioni di sinistra. Oltre a essere un insediamento vergognoso, accoglieva due minori privi di documenti.
49.000 abitazioni popolari hanno inquilini illegittimi
Il capo della polizia, Franco Gabrielli, nel suo intervento del gennaio 2017 alla Commissione parlamentare di inchiesta su sicurezza e degrado delle città, istituita a luglio 2016, aveva presentato una panoramica della situazione nelle periferie di 14 grandi città italiane. Per Roma, segnalava come «si è accentuato» il fenomeno delle occupazioni «perpetrate ai danni degli edifici dell'edilizia residenziale pubblica», ma anche di «stabili inutilizzati o di siti industriali dismessi». Edifici che «diventano il ritrovo di soggetti senza fissa dimora, di etnia rom o di nazionalità straniera». Non mancavano annotazioni sulle occupazioni gestite dai movimenti antagonisti, responsabili di avere «da tempo avviato una campagna per il diritto alla casa, nell'intento di acquisire consensi tra le fasce più deboli, non esclusi gli immigrati, che vengono incoraggiate a intraprendere percorsi di impegno politico all'interno degli stessi movimenti», dichiarava il capo della polizia.Nella relazione della Commissione compariva il numero (su elaborazione di dati Federcasa) degli alloggi che nel 2016 risultavano occupati abusivamente. Erano 3.792 a Milano, 7.011 a Roma, 668 a Bari, 172 a Venezia, 72 a Firenze, 70 a Genova, 54 a Torino, 38 a Bologna. Forte della sua esperienza di ex prefetto di Roma, Gabrielli auspicava la «messa a punto di procedure operative per un più efficace allontanamento degli stranieri irregolari» perché «è all'interno di questa cornice che possono essere testate e realizzate nuove forme volte ad affrontare i fenomeni di degrado che si riscontrano nelle periferie». La proposta di legge di una nuova Commissione di inchiesta, questa volta bicamerale, fu respinta lo scorso aprile dalla Camera. Prima responsabile dell'emendamento che l'ha soppressa è stata la deputa grillina Anna Macina. Eppure, durante la discussione in aula, il deputato di Fratelli d'Italia Federico Mollicone ne aveva sostenuto la validità, ricordando come «più di 49.000 abitazioni dell'edilizia residenziale pubblica risultano occupate abusivamente, pari al 6,4 per cento dell'intero patrimonio nazionale». La questione va seguita anche con una Commissione apposita «a costo zero: nessun gettone di presenza, nessuno stipendio aggiuntivo» e che «lavori, che cerchi di osservare, che porti all'attenzione delle istituzioni quello che non va», fece inutilmente presente ai colleghi Giorgio Silli di Forza Italia.
Palazzo d’Accursio rifiuta di monitorare gli illegali
«Da quando c'è Matteo Salvini a Firenze sono stati fatti 6 sgomberi. Da quando io sono sindaco, prima di lui, ne abbiamo fatti 41», polemizzava lo scorso febbraio il sindaco Dario Nardella. Le forze dell'ordine avevano appena allontanato un centinaio di abusivi, per lo più romeni, che dal 2015 occupavano l'ex clinica Il Pergolino. Pochi mesi prima, l'incendio scoppiato all'ex hotel Concorde riportava l'attenzione sulla cinquantina di occupanti. Poteva essere una strage. «È da anni che chiediamo lo sgombero immediato di tutti gli edifici occupati in città: non solo sono illegali, sono anche pericolosi per chi ci vive e per le abitazioni vicine», protestava il vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana, Marco Stella (Forza Italia). «Figli di papà che giocano ai rivoluzionari ospitando clandestini, in quasi cinque anni di occupazione abusiva hanno calpestato la legalità con la compiacenza del Comune», era l'accusa di Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d'Italia, contro i militanti del Movimento di lotta per la casa che avevano occupato l'ex hotel di viale Gori. Donzelli aveva voluto vederci chiaro anche dopo lo sgombero del campo rom abusivo del Poderaccio, nel luglio 2018. Il sindaco Nardella era salito sulla ruspa abbattendo le baracche abusive, ma a settembre i rom erano tornati ad accamparsi poco distante. «Gli irregolari si sono soltanto spostati» commentava ironico Donzelli. Michele Conti, primo sindaco di centrodestra di Pisa, lo scorso mese ha fatto demolire il campo nomadi non autorizzato più grande della Toscana: 280 persone. Tutti allontanati, trovando per loro alternative insediative. Poi ha fatto pulire e bonificare l'area, vigilando su possibili nuove invasioni. E a Bologna, come funziona la lotta agli irregolari? «Non abbiamo edifici occupati abusivamente», risponde sorpreso il Comune. L'ultimo sgombero sembra sia stato quello del centro sociale Xm24, ad agosto. Antagonisti asserragliati sul tetto, poi allontanati dall'ex mercato ortofrutticolo occupato dal 2002. Hanno perso la sede ma ne avranno un'altra a breve, come promesso dall'assessore alla cultura del comune di Bologna, Matteo Lepore. A non credere all'assenza di altre sistemazioni illegali è Daniele Marchetti, consigliere regionale della Lega Nord. «Esiste un osservatorio sulle politiche abitative, ma tra i suoi compiti non ha quello di monitorare le occupazioni abusive», spiega. «Ho proposto in diverse occasioni di ampliare le sue competenze, ma il centrosinistra ha sempre respinto questa mia richiesta. Credo che un ente pubblico abbia il dovere di monitorare un fenomeno del genere che ha interessato fortemente anche il territorio bolognese. Nel corso degli anni, infatti, le segnalazioni di occupazioni abusive sono state numerose, casi che dopo essere state trascurati per anni, sono stati improvvisamente risolti con l'avvicinarsi delle elezioni regionali. Sarà un caso?».
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Nella capitale è stato invaso di nuovo il primo edificio liberato da Matteo Salvini. Nel capoluogo piemontese il villaggio olimpico è ancora in degrado. I prefetti confermano i piani di sgombero. Ma sui tempi non c'è certezza. Lo speciale comprende sei articoli. Edifici occupati per anni, palazzine in degrado e ridotte a dormitori abusivi. Pericolose, fatiscenti, con ogni sorta di traffico illegale tollerato al loro interno. Non è facile tracciare la mappa degli alloggi diventati in Italia rifugi di extracomunitari, sistemazioni precarie sulle quali piantare il vessillo di un'impunita irregolarità. Questioni di sicurezza, poca voglia di rendere noti dati che potrebbero diventare un caso politico rendono le prefetture restie a fornire i numeri in grado di fotografare l'emergenza nazionale. Eppure basta guardare che cosa succede nella capitale, dove sono 83 gli immobili occupati abusivamente, con costi altissimi per lo Stato, costretto a risarcire i proprietari, per capire che la questione non è solo di ordine pubblico. Il dopo Matteo Salvini ha significato sospensione degli sgomberi? Forse no, ma il rischio è che i tempi si allunghino e che gli abusivi tornino a rioccupare le strutture. Come già accade. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="tornano-gli-abusivi-il-conto-al-viminale" data-post-id="2640957589" data-published-at="1768523029" data-use-pagination="False"> Tornano gli abusivi, il conto al Viminale A Roma sono 82 gli immobili occupati abusivamente, da più di 11.000 persone. Abusivi «della più varia nazionalità», specifica la prefettura nel piano degli interventi di sgombero approvato a luglio. Il programma dà priorità a 23 stabili, stabilendo l'avvio delle operazioni entro il 31 marzo 2020. Nella pianificazione rientrano anche due sgomberi già predisposti nei mesi scorsi: quello dei due edifici gemelli in via del Caravaggio, ex sede degli uffici della Regione Lazio e quello di via Tempesta, un tempo sede della Asl. Il primo, nel quartiere di Tor Marancia, da sette anni è presidiato da circa 400 abusivi. Doveva essere sgomberato a fine agosto, la crisi di governo è risultata una buona scusa per lasciare ancora nell'illegalità questa fatiscente costruzione. Intanto il Viminale è costretto a pagare oltre 260.000 euro al mese, come ha stabilito nel 2017 il Tribunale di Roma condannando il ministero dell'Interno a risarcire la società Oriental Finance, proprietaria dell'immobile, fino a quando le due palazzine non saranno liberate. Il pignoramento dei fondi ministeriali è di 23 milioni di euro. L'altro edificio, a Tor Pignattara, rimane occupato dal 2009 da 70 persone. Per lo più nordafricani. Problemi di ordine pubblico e di sicurezza, oltre alla volontà di contrastare il fenomeno delle occupazioni abusive e di frenare l'illegalità, avevano convinto il prefetto, Gerarda Pantalone, d'intesa con l'allora capo del Viminale, Matteo Salvini, a predisporre il piano destinato a liberare in breve tempo circa un quarto degli edifici romani, sequestrati da inquilini illegittimi. Gli sgomberi erano cominciati un anno fa, a novembre, con lo smantellamento delle baracche del Baobab, la tendopoli per migranti in transito nei pressi della stazione Tiburtina. Più di 70.000 persone erano state ospitate in questo centro in meno di tre anni. «Zone franche, senza Stato e legalità, non sono più tollerate», commentava Matteo Salvini. Un mese dopo, nel dicembre 2018 era stata liberata l'ex fabbrica della Penicillina di via Tiburtina, imponente struttura industriale diventata dagli Novanta rifugio di rom e di immigrati, soprattutto nordafricani. Un ghetto vergognoso tollerato per anni, arrivato ad accogliere anche 500 extracomunitari. A gennaio di quest'anno, la polizia aveva dovuto allontanare nuovamente ex occupanti che erano tornati nei locali al piano terra dell'ex Penicillina. Pochi mesi fa, a luglio, era partito lo sgombero della palazzina di via Cardinal Capranica, nel quartiere di Primavalle alla periferia Nord di Roma, alla mercé di abusivi soprattutto stranieri per quasi vent'anni. I circa 340 occupanti che avevano trasformato le aule in miniappartamenti reagirono bruciando cassonetti, un gruppo oppose resistenza dal tetto minacciando di far scoppiare bombole di gas. Alla fine furono allontanati. Un mese dopo sarebbe toccato al Caravaggio, ma a fine agosto era arrivata la sospensione. «Non è più all'ordine del giorno questa frenesia di procedere», spiegava il dem Massimiliano Valeriani, assessore alle Politiche abitative della Regione Lazio. I giallorossi del Conte bis pensano di continuare a tollerare 82 edifici sequestrati nella capitale da abusivi, mentre si studiano «soluzioni sociali a favore delle fragilità», lasciando il conto da pagare al ministero dell'Interno, quindi a noi italiani, per il mancato sgombero. I risarcimenti chiesti dai legittimi proprietari diventano una voragine profonda di soldi pubblici. E senza un'azione coordinata nel tempo, le zone liberate tornano ad essere invase. Come è capitato all'ex Penicillina a inizio anno, come avviene nel «campo sosta» alternativo al Baobab. Smantellato il primo, migranti e irregolari sono adesso accampati in piazzale Spadolini. «Una sessantina dorme qui ogni notte, su materassi. I volontari portano loro cibo e bevande», spiega Andrea Costa, coordinatore dell'associazione Baobab experience. Le aree invase diventano luoghi di degrado, lo segnala in modo chiaro il piano approvato a luglio. Accade nello stabile di via Collatina 385, occupato il 13 ottobre 2004. All'interno ci sono circa 400 persone tra cui minori, di nazionalità eritrea, somala ed etiope e «si registrano attività di spaccio di sostanze stupefacenti, furti, lesioni e prostituzione». Furono segnalati anche otto casi di Tbc. Nell'immobile in via Mattia Battistini 113/117, con 400 persone di varie etnie presenti dal 28 giugno 2013, sono all'ordine del giorno spaccio e vendita di merce contraffatta. Poi c'è l'edificio di via Prenestina 913, occupato da circa 200 stranieri: per la mancata esecuzione del sequestro preventivo emesso nel luglio 2009, il Tribunale civile di Roma ha condannato la «presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero dell'Interno al pagamento di euro 27.914.635,84», a titolo di risarcimento danni. Ciascuno dei 23 stabili che devono essere liberati è gravato da sentenze di risarcimento danni o da sequestri preventivi. Roma è tornata a essere una giungla di occupazioni illegali? Dalla prefettura non escono dichiarazioni in polemica con il Conte bis, ma una cosa è certa: «Il piano degli sgomberi rimane quello in essere, pubblicato sul nostro sito. Non ci sono stati provvedimenti che l'abbiano corretto o revocato», è la confortante risposta. «Se ne parla quasi ogni settimana, nei comitati di ordine e sicurezza pubblica. Le priorità rimangono gli immobili di via del Caravaggio e di via Tempesta». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="sono-in-ritardo-i-lavori-al-moi-e-sala-glissa-sui-campi-nomadi" data-post-id="2640957589" data-published-at="1768523029" data-use-pagination="False"> Sono in ritardo i lavori al Moi. E Sala glissa sui campi nomadi Nove sgomberi sono stati effettuati da inizio anno a Torino e provincia, 1.000 le persone allontanate. La prefettura non segnala il numero degli edifici occupati abusivamente, ma lo scorso anno risultavano almeno un centinaio quelli utilizzati senza averne diritto e una quarantina le case pubbliche fatte proprie sfondando la porta d'ingresso. Come l'appartamento di via Carema, estrema periferia torinese, destinato a una vedova con tre figli e occupato invece da una famiglia rom. Dopo lo sgombero a febbraio dell'ex asilo di via Alessandria in mano degli anarchici dal 1995 e l'arresto di sette attivisti accusati di associazione sovversiva, detenzione, fabbricazione e utilizzo di ordigni esplosivi, Torino aveva accolto con un sospiro di sollievo un'altra operazione di ordine pubblico. A fine luglio, infatti, era stato ultimato lo sgombero del Moi, l'ex villaggio olimpico costruito per Torino 2006 e occupato da migranti, circa 750 persone soprattutto nordafricani. Arrivarono a essere anche più di 1.000. L'estate scorsa, dalle due ultime palazzine furono allontanati i 350 extracomunitari che ancora non si erano mossi. «Prevalentemente in possesso di titolo di soggiorno in corso di validità o di rinnovo», precisa la prefettura torinese. Però alloggiavano abusivamente. Nei sotterranei bui di questi edifici, ingombri di ogni sorta di rifiuti, nel maggio 2015 una giovane disabile fu segregata e violentata per quasi due giorni da tre giovani africani. Un somalo e un ghanese che avevano fatto richiesta di asilo politico e un nigeriano, che l'anno prima era stato espulso dal nostro Paese. La zona dovrebbe essere riqualificata, assicurava il vice sindaco Sonia Schellino, annunciando che in autunno sarebbe iniziata la realizzazione di alloggi misti. Il cantiere non è ancora aperto ma ai fuoriusciti dall'ex villaggio sono stati destinati quasi 10 milioni di euro per la ricollocazione abitativa e per un percorso formativo e di lavoro. Fondi stanziati dal ministero, dalla Regione e dalla fondazione Compagnia di San Paolo. Sono stati abusivi per anni, adesso hanno una casa e c'è chi pensa a mantenerli fin tanto che non trovano un'occupazione. A Milano, gli alloggi occupati abusivamente sono 4.098. Nei primi nove mesi del 2019 sono stati programmati 166 sgomberi, di cui 159 regolarmente eseguiti, fanno sapere dalla prefettura. Una media di poco più di 17 operazioni al mese, che a fine anno dovrebbero elevare la cifra a circa 211 sgomberi. Se qualche cosa non cambia nella pianificazione, ci vorranno più di 19 anni per restituire ai legittimi proprietari gli edifici occupati. Senza contare il problema dei campi rom. «A Milano ci sono 3.000 nomadi, Beppe Sala dice di non essere contrario alla chiusura dei campi ma intanto non lo fa», tuonava pochi mesi fa Riccardo De Corato, assessore alla Sicurezza della Regione Lombardia, ricordando come le operazioni procedano con grande lentezza. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="le-baraccopoli-piu-grandi-si-trovano-in-campania" data-post-id="2640957589" data-published-at="1768523029" data-use-pagination="False"> Le baraccopoli più grandi si trovano in Campania A Roma, secondo le stime del Viminale sugli insediamenti nomadi, sono 6 i villaggi autorizzati, per un totale di 2.606 presenze di cui 1.266 sono minori. Dieci i villaggi tollerati, con 924 persone di cui 339 minori, e 338 invece gli insediamenti spontanei non autorizzati, con una presenza stimata di circa 2.000 rom. A Napoli, 6 sono i villaggi autorizzati (per un totale di circa 925 persone di cui 377 minori) e 9 quelli non autorizzati (864 persone di cui 361 minori). Secondo l'Associazione 21 luglio, che sulla situazione dei campi ha dedicato il rapporto I margini del margine, gli insediamenti abusivi accolgono circa 25.000 persone. Il 60% di loro, circa 15.00 persone, vive in 127 insediamenti presenti in 74 Comuni mentre gli altri, tra 8.600 e le 10.600 rom, vivono «in insediamenti informali», costituiti da due o tre famiglie. L'associazione sostiene che le più grandi baraccopoli «informali» siano in Campania, mentre le aree urbane con il maggior numero di microinsediamenti di questo tipo sarebbero la capitale e Milano. Su Roma, il capo della polizia ricordava la «criticità» dei campi rom, sia di quelli autorizzati sia degli abusivi «nelle aree più degradate e isolate». A Reggio Calabria, sempre Franco Gabrielli segnalava che nel rione Arghillà «sono 110 gli alloggi popolari occupati abusivamente da famiglie rom. Fenomeni di invasioni illecite di edifici o complessi abbandonati da parte di soggetti extracomunitari si riscontrano nelle aree urbane del rione G e nel quartiere Gebbione». Dopo il rogo scoppiato in un accampamento a Lamezia Terme, lo scorso luglio Matteo Salvini aveva annunciato l'avvio del censimento dei campi rom per verificare tutte le realtà abusive presenti sul nostro territorio. L'ex capo del Viminale chiedeva ai prefetti la «presenza di reti idriche, elettriche e fognarie» compresi gli «allacci abusivi», la segnalazione di strutture mobili come roulotte e camper, di case fisse. Così pure la presenza di «episodi pregiudizievoli» per i minori e altri resoconti dettagliati. La mappatura doveva servire a predisporre piani di sgombero degli insediamenti illegali, dove il degrado ambientale mette anche a rischio la salute di tutti. Poche settimane fa, sistemando in alloggi decenti 38 rom (che finalmente pagheranno affitto e spese) il sindaco di Ferrara, Alan Fabbri, aveva chiuso un accampamento in condizioni igieniche disastrose, tollerato per trent'anni dalle amministrazioni di sinistra. Oltre a essere un insediamento vergognoso, accoglieva due minori privi di documenti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="49-000-abitazioni-popolari-hanno-inquilini-illegittimi" data-post-id="2640957589" data-published-at="1768523029" data-use-pagination="False"> 49.000 abitazioni popolari hanno inquilini illegittimi Il capo della polizia, Franco Gabrielli, nel suo intervento del gennaio 2017 alla Commissione parlamentare di inchiesta su sicurezza e degrado delle città, istituita a luglio 2016, aveva presentato una panoramica della situazione nelle periferie di 14 grandi città italiane. Per Roma, segnalava come «si è accentuato» il fenomeno delle occupazioni «perpetrate ai danni degli edifici dell'edilizia residenziale pubblica», ma anche di «stabili inutilizzati o di siti industriali dismessi». Edifici che «diventano il ritrovo di soggetti senza fissa dimora, di etnia rom o di nazionalità straniera». Non mancavano annotazioni sulle occupazioni gestite dai movimenti antagonisti, responsabili di avere «da tempo avviato una campagna per il diritto alla casa, nell'intento di acquisire consensi tra le fasce più deboli, non esclusi gli immigrati, che vengono incoraggiate a intraprendere percorsi di impegno politico all'interno degli stessi movimenti», dichiarava il capo della polizia.Nella relazione della Commissione compariva il numero (su elaborazione di dati Federcasa) degli alloggi che nel 2016 risultavano occupati abusivamente. Erano 3.792 a Milano, 7.011 a Roma, 668 a Bari, 172 a Venezia, 72 a Firenze, 70 a Genova, 54 a Torino, 38 a Bologna. Forte della sua esperienza di ex prefetto di Roma, Gabrielli auspicava la «messa a punto di procedure operative per un più efficace allontanamento degli stranieri irregolari» perché «è all'interno di questa cornice che possono essere testate e realizzate nuove forme volte ad affrontare i fenomeni di degrado che si riscontrano nelle periferie». La proposta di legge di una nuova Commissione di inchiesta, questa volta bicamerale, fu respinta lo scorso aprile dalla Camera. Prima responsabile dell'emendamento che l'ha soppressa è stata la deputa grillina Anna Macina. Eppure, durante la discussione in aula, il deputato di Fratelli d'Italia Federico Mollicone ne aveva sostenuto la validità, ricordando come «più di 49.000 abitazioni dell'edilizia residenziale pubblica risultano occupate abusivamente, pari al 6,4 per cento dell'intero patrimonio nazionale». La questione va seguita anche con una Commissione apposita «a costo zero: nessun gettone di presenza, nessuno stipendio aggiuntivo» e che «lavori, che cerchi di osservare, che porti all'attenzione delle istituzioni quello che non va», fece inutilmente presente ai colleghi Giorgio Silli di Forza Italia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="palazzo-daccursio-rifiuta-di-monitorare-gli-illegali" data-post-id="2640957589" data-published-at="1768523029" data-use-pagination="False"> Palazzo d’Accursio rifiuta di monitorare gli illegali «Da quando c'è Matteo Salvini a Firenze sono stati fatti 6 sgomberi. Da quando io sono sindaco, prima di lui, ne abbiamo fatti 41», polemizzava lo scorso febbraio il sindaco Dario Nardella. Le forze dell'ordine avevano appena allontanato un centinaio di abusivi, per lo più romeni, che dal 2015 occupavano l'ex clinica Il Pergolino. Pochi mesi prima, l'incendio scoppiato all'ex hotel Concorde riportava l'attenzione sulla cinquantina di occupanti. Poteva essere una strage. «È da anni che chiediamo lo sgombero immediato di tutti gli edifici occupati in città: non solo sono illegali, sono anche pericolosi per chi ci vive e per le abitazioni vicine», protestava il vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana, Marco Stella (Forza Italia). «Figli di papà che giocano ai rivoluzionari ospitando clandestini, in quasi cinque anni di occupazione abusiva hanno calpestato la legalità con la compiacenza del Comune», era l'accusa di Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d'Italia, contro i militanti del Movimento di lotta per la casa che avevano occupato l'ex hotel di viale Gori. Donzelli aveva voluto vederci chiaro anche dopo lo sgombero del campo rom abusivo del Poderaccio, nel luglio 2018. Il sindaco Nardella era salito sulla ruspa abbattendo le baracche abusive, ma a settembre i rom erano tornati ad accamparsi poco distante. «Gli irregolari si sono soltanto spostati» commentava ironico Donzelli. Michele Conti, primo sindaco di centrodestra di Pisa, lo scorso mese ha fatto demolire il campo nomadi non autorizzato più grande della Toscana: 280 persone. Tutti allontanati, trovando per loro alternative insediative. Poi ha fatto pulire e bonificare l'area, vigilando su possibili nuove invasioni. E a Bologna, come funziona la lotta agli irregolari? «Non abbiamo edifici occupati abusivamente», risponde sorpreso il Comune. L'ultimo sgombero sembra sia stato quello del centro sociale Xm24, ad agosto. Antagonisti asserragliati sul tetto, poi allontanati dall'ex mercato ortofrutticolo occupato dal 2002. Hanno perso la sede ma ne avranno un'altra a breve, come promesso dall'assessore alla cultura del comune di Bologna, Matteo Lepore. A non credere all'assenza di altre sistemazioni illegali è Daniele Marchetti, consigliere regionale della Lega Nord. «Esiste un osservatorio sulle politiche abitative, ma tra i suoi compiti non ha quello di monitorare le occupazioni abusive», spiega. «Ho proposto in diverse occasioni di ampliare le sue competenze, ma il centrosinistra ha sempre respinto questa mia richiesta. Credo che un ente pubblico abbia il dovere di monitorare un fenomeno del genere che ha interessato fortemente anche il territorio bolognese. Nel corso degli anni, infatti, le segnalazioni di occupazioni abusive sono state numerose, casi che dopo essere state trascurati per anni, sono stati improvvisamente risolti con l'avvicinarsi delle elezioni regionali. Sarà un caso?».
Monsignor Antonio Suetta
E in effetti, Suetta è risultato politicamente scorretto forse anche al di là delle sue intenzioni. Ogni giorno fa suonare una campana per i bambini non nati e per questo è stato ferocemente attaccato da sinistra, in particolare dalla Cgil.
«L’iniziativa risale a qualche anno fa», dice il vescovo. «Noi ogni anno, da un po' di tempo, ci prepariamo alla Giornata della vita, che è sempre la prima domenica di febbraio, con una nostra iniziativa: i 40 giorni per la vita, che iniziano il 28 dicembre, giorno della memoria liturgica dei santi innocenti martiri. Nel 2021 abbiamo pensato a questa campana, l’abbiamo fatta fondere e l’abbiamo benedetta e presentata il 5 febbraio 2022. Perciò di per sé non è una novità, solo che probabilmente è caduta nel dimenticatoio. Avevamo dei lavori in corso qui nella villa dove ora è stata collocata, ma ora finalmente abbiamo potuto metterla in funzione. Lo abbiamo fatto appunto il 28 dicembre. Lo scopo è quello che ho scritto: prima di tutto, richiamare alla preghiera per tutti coloro che sono coinvolti nel grande dramma dell’aborto. In primis, naturalmente, i bambini che non hanno potuto nascere - mi riferisco tanto agli aborti volontari quanto agli aborti spontanei, quindi è un atto di pietà e di comunione dei santi - e poi tutte le altre persone che sono coinvolte. Certamente le donne, le mamme in primo luogo, e poi le famiglie, i medici, gli operatori sanitari e la società tutta. In secondo luogo, la campana suona come un monito per la coscienza. Non vuol dire puntare il dito, ma richiamare il principio sacrosanto del non uccidere».
La Cgil l’ha invitata a fare risuonare la campana per i morti palestinesi, ucraini, russi, per i giovani di Teheran, per René Nicole Goode uccisa dall’Ice.
«Condivido poco il benaltrismo. Ma al di là di questo io aderisco volentieri, personalmente e come diocesi, a tutte le iniziative di solidarietà, di preghiera, di sensibilizzazione che di quando in quando attraversano la vita della nostra società e soprattutto quelle che sono suggerite dal Santo Padre e dalla Conferenza episcopale italiana. Perciò la maggior parte di queste cose che sono state citate dai comunicati della Cgil non mi trovano estraneo, non mi trovano insensibile e tantomeno mi trovano contrario. Perché ho scelto un tema particolare? Perché sul discorso dell’aborto è calata, volutamente, la congiura del silenzio. Mentre per tutte le altre cose no. Sui migranti, essendo qui in una zona di frontiera, io personalmente tante volte mi sono speso. Ma è un tema che grazie a Dio è adeguatamente trattato ed è all’ordine del giorno. Mentre dell’aborto non si vuole parlare e tutte le polemiche che questa campana ha fatto nascere, che tra parentesi a me fanno piacere perché ne amplificano la voce, stanno a dimostrarlo».
Infatti il problema nasce proprio sull’aborto. Sempre la Cgil dice che «nel 2026 mentre le donne cercano ancora di sottrarsi alla violenza della cultura patriarcale, il vescovo la celebra colpevolizzandole e imponendo a un’intera comunità e al Paese il proprio pensiero che poco ha a che vedere con l’umana misericordia predicata dalle religioni».
«Dal mio punto di vista la cultura patriarcale non c’entra esattamente niente, almeno dalla prospettiva in cui io considero la cosa e in cui la considera la Chiesa. Anzi, ritengo che tutte le volte che parlando di aborto si sposta l’attenzione su argomenti che possono essere più o meno connessi si rischia di non considerare adeguatamente il tema. Bisogna considerare primariamente colui che è abortito, che è un essere umano. Questo è il fulcro della questione. Poi si capisce che intorno a questo tema vi sono tante altre prospettive e dimensioni che vanno tenute in giusta considerazione, ma che non possono prevalere sul principio che la vita è sacra, inviolabile e non è nella disponibilità di nessuno. Quindi questo è il tema che ho voluto sottolineare e portare all’attenzione. Quanto alla misericordia...».
Dica.
«La più grande misericordia la dovremmo avere nei confronti della vita innocente e indifesa che viene soppressa. E in secondo luogo la Chiesa ha sempre e in mille modi teso la mano alle donne che sono in difficoltà: a quelle che sono in difficoltà nell’accogliere una maternità e a quelle che purtroppo hanno abortito e portano il peso grande di un rimorso e spesso anche di traumi molto gravi».
Secondo lei l’aborto è un diritto?
«L’aborto non è un diritto ma un delitto. Però, come abbiamo visto con il recente inserimento dell’aborto come diritto nella Costituzione francese e poi con tutte le politiche europee sul tema, c’è questa tendenza a spostare il concetto di aborto: da fatto di estrema necessità a diritto nel segno della assoluta emancipazione e promozione della donna. Nonostante i numeri drammatici dell’aborto - che sono esorbitanti in Italia e nel mondo e che purtroppo stanno a dimostrare che non ci sia alcun impedimento ad abortire - trovo che ci sia una sorta di accanimento. Che rivela non tanto un approccio maldestro a una situazione di emergenza, ma qualcosa di peggio».
Cioè?
«Una antropologia sbagliata, una destrutturazione dell’uomo, un rifiuto dei valori, dei principi cristiani. Ma anche senza scomodare la fede, dei principi normali di una ragione sana. E ci vedo qualcosa di degradante, bestiale, posto che le bestie non fanno questo. E ci vedo, da un punto di vista religioso e teologico, qualcosa di diabolico».
Papa Leone XIV, pochi giorni fa, ha preso posizione molto netta: «È deplorevole usare risorse pubbliche per l’aborto».
«Ho accolto quel discorso con grande condivisione, con tanta gratitudine al Santo Padre per aver detto queste cose e soprattutto per averle dette in quel contesto, perché ha parlato al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede e di conseguenza ha mandato direttamente un messaggio a tutti gli stati del mondo».
La politica secondo lei dovrebbe discutere di più dell’aborto?
«Sì, dovrebbe discuterne di più. Capisco che per la politica sia difficile: da una parte questo argomento viene utilizzato come una bandiera ideologica. Dall’altra parte, anche se magari singolarmente gli esponenti politici condividono i principi cristiani, forse sono un po' timidi o sono scoraggiati dal fatto che un approccio diverso da quello oggi prevalente circa l’aborto non sarebbe capito, non avrebbe numeri, non avrebbe possibilità di successo. Ma questo discorso, ovviamente in maniera seria, va riportato alla ribalta perché è necessario. E lo ripeto, sono i numeri che ce lo dicono. Chi si ostina a difendere l’aborto cita sempre i cosiddetti casi estremi per giustificarlo, ma i numeri ci dicono che l’aborto non riguarda principalmente casi estremi. L’aborto purtroppo riguarda una concezione ormai decaduta, sbagliata e insufficiente della vita umana».
La campana fino a quando continuerà a suonare?
«La faremo suonare sempre, tutti i giorni. Sempre è una parola grande... Diciamo stabilmente».
Non sembra poi un gesto così violento. E nemmeno lei sembra violento.
«No, io non sono un violento, però mi piace essere, per usare un termine evangelico, franco. È quello che la Bibbia chiama parresia. Le cose vanno chiamate con il loro nome e vanno dette con chiarezza, senza paura. Io devo essere sincero, in questi giorni certo ho sentito il vento delle polemiche, talvolta davvero violente e sbagliate. Soprattutto mi hanno fatto un po' tenerezza i tanti giovani indottrinati e i loro slogan. Però ho ricevuto tante condivisioni e tante belle testimonianze personali. Il che vuol dire, sempre per citare la Bibbia, che il Signore ha un popolo numeroso in questa città e la campana suona per questo».
Alla Chiesa manca o è mancata la franchezza a cui ha fatto riferimento?
«Penso che magari l’intenzione sia buona, è quella di accostarsi a tutti, cercando di accompagnarsi al passo di ciascuno per orientare adeguatamente il cammino. Questo sicuramente è un atteggiamento previo, indispensabile per l’attività pastorale. Però poi cammin facendo, mi sembra che ce lo insegni proprio l’ultimo film di Checco Zalone, la direzione si deve chiarire. E quindi è il cammino stesso che davanti a certi bivi chiede di dire se si debba andare da una parte o dall’altra ed è compito del pastore indicare la strada sicura».
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Ecco #DimmiLaVerità del 15 gennaio 2026. Il deputato della Lega Eugenio Zoffili ci spiega perché l'operazione Strade Sicure dei nostri militari andrà avanti e sarà potenziata.
Si avvia alla fase finale Energie per il futuro dell’export, il Roadshow itinerante di SACE, l’Export Credit Agency italiana partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, nato come percorso di ascolto strutturato del tessuto produttivo italiano e come strumento di dialogo diretto con le imprese sui territori.
Un viaggio che, in poco più di due mesi, ha attraversato l’Italia da Nord a Sud – Milano, Venezia, Napoli, Bari, Bologna, Firenze – ed è volato a Dubai, unica tappa internazionale del Roadshow, dedicata al confronto con le imprese italiane attive nei mercati del Golfo e le controparti locali. Oltre 1.300 chilometri percorsi nella Penisola e più di 300 imprese incontrate, trasformando le sedi territoriali di SACE in vere e proprie Case delle Imprese, luoghi di confronto operativo, raccolta di idee e costruzione di soluzioni.
Un ascolto che ha coinvolto aziende di tutte le dimensioni e dei principali settori produttivi – dalla manifattura alla meccanica strumentale, dal tessile-abbigliamento all’agroalimentare, dalla farmaceutica ai servizi – e che ha posto le imprese al centro di ogni tappa del Roadshow. Non semplici partecipanti, ma protagoniste attive del confronto, chiamate a condividere esperienze di crescita internazionale, testimonianze concrete e momenti di scambio operativo con altre aziende. Un dialogo aperto e partecipato, arricchito anche da sessioni di speed thinking, pensate per favorire il confronto rapido, la contaminazione di idee e la circolazione di soluzioni tra imprese che affrontano sfide simili sui mercati esteri.
Questo percorso di ascolto trova ora il suo momento di sintesi e restituzione a gennaio a Roma, tappa finale del Roadshow. Un appuntamento che rappresenta non solo la chiusura del viaggio, ma soprattutto un punto di messa a sistema degli spunti emersi, delle priorità individuate e delle traiettorie di sviluppo su cui SACE intende rafforzare il proprio impegno a fianco delle imprese italiane.
Supporto all’export: la missione di SACE
Il Roadshow è stato anche un’occasione per ribadire la missione di SACE: sostenere l’export e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, valorizzando un fattore chiave della crescita economica del Paese. Un percorso che ha riaffermato il ruolo strategico dell’export come leva di sviluppo e competitività e ha posto al centro l’esigenza di una maggiore diversificazione dei mercati di sbocco, elemento essenziale per ridurre i rischi legati alla concentrazione geografica e cogliere nuove opportunità di crescita.
In un contesto globale complesso, l’export continua a rappresentare uno dei pilastri della tenuta e dello sviluppo dell’economia italiana. Le imprese attive sui mercati esteri mostrano livelli più elevati di produttività, capacità innovativa e resilienza, e l’esperienza internazionale contribuisce ad accelerarne i percorsi di crescita, rafforzando la competitività complessiva del Sistema Paese.
Dal confronto diretto con le imprese sono emerse le direttrici prioritarie che orienteranno l’azione futura di SACE, in particolare: competitività, per consolidare la presenza del Made in Italy sui mercati esteri e diversificazione geografica, per intercettare le opportunità dei mercati ad alto potenziale e rafforzare la resilienza dell’export italiano.
La tappa conclusiva di Roma rappresenterà quindi un momento di sintesi e indirizzo, in cui SACE condividerà le evidenze emerse lungo il Roadshow e ribadirà il proprio ruolo a supporto dell’export, al fianco delle imprese italiane, in Italia e nel mondo.
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Federico Cafiero De Raho (Ansa)
In questo quadro si colloca il rapporto tra Pasquale Striano, tenente della Guardia di finanza in servizio alla Direzione nazionale antimafia, e il quotidiano Domani, fondato e controllato da Carlo De Benedetti, indicato come uno degli snodi attraverso cui quel sistema avrebbe prodotto effetti concreti, con informazioni riservate confluite in articoli di stampa. L’origine dell’indagine viene ricondotta all’ottobre del 2022, quando il ministro Guido Crosetto presenta denuncia dopo la pubblicazione di articoli basati su dati «non acquisibili da fonti aperte», dando avvio agli accertamenti sugli accessi alle banche dati. È da qui che emerge la figura di Striano e, soprattutto, l’anomalia quantitativa delle sue consultazioni: nel periodo analizzato, secondo quanto riportato, il militare avrebbe effettuato oltre 400.000 interrogazioni di banche dati riservate, un volume definito dalla commissione «oggettivamente abnorme» e tale da escludere qualsiasi ricostruzione episodica o casuale. Questo dato diventa centrale non solo per attribuire le singole condotte, ma per chiamare in causa i vertici dell’Antimafia. La relazione, pur escludendo profili di responsabilità penale diretta, parla apertamente di gravi carenze nei sistemi di controllo interno della Dna.
La relazione poi evidenzia il collegamento con l’attività giornalistica. Attraverso il raffronto sistematico tra articoli pubblicati e segnalazioni di operazioni sospette, la commissione richiama atti della Procura di Perugia che parlano di 57 pezzi contenenti informazioni tratte da Sos consultate da Striano prima della pubblicazione, di cui ben 27, editi per lo più tra il 2019 e il 2021, riguardanti la Lega (e un’altra ventina su soggetti legati agli altri partiti del centrodestra). Un dato che, nel documento, non è presentato come neutro o casuale, ma come indice di un metodo.
Secondo quanto riportato negli atti richiamati dalla commissione, questi articoli contenevano dati riconducibili a segnalazioni di operazioni sospette relative a movimentazioni finanziarie e profili patrimoniali di soggetti collegati al partito. Il raffronto tra il contenuto degli articoli e le informazioni estraibili dalle banche dati consultate da Striano porta gli inquirenti a ritenere che «la fonte non possa essere di altri, se non Striano», in assenza di «qualsivoglia interesse istituzionale» della Direzione nazionale antimafia che giustificasse quelle consultazioni.
La relazione non colloca questa vicenda in un vuoto istituzionale. Al contrario, ricostruisce anche le tensioni interne alla magistratura che accompagnano la vicenda. In particolare, viene richiamato il contrasto tra la Procura di Milano, guidata all’epoca da Francesco Greco, e la Direzione nazionale antimafia, allora diretta da Federico Cafiero De Raho. La Commissione ricorda come, già prima dell’esplosione del caso Striano, vi fossero stati attriti e divergenze sul perimetro delle competenze e sull’uso delle informazioni antimafia, culminati in uno scontro istituzionale che evidenziava una frattura tra livelli diversi dell’azione giudiziaria. I nomi dei giornalisti coinvolti sono quelli di Giovanni Tizian, Stefano Vergine e Nello Trocchia. Vengono descritti come interlocutori diretti di Striano, protagonisti di una relazione che la Commissione definisce strutturale e consolidata nel tempo.
La relazione riferisce che «in plurime occasioni» Tizian si sarebbe attivato «nel richiedere i dati dei quali aveva bisogno per collazionare i suoi articoli», indicando in modo mirato i soggetti e l’utilizzo successivo delle informazioni. Non una ricezione passiva, dunque, ma una sollecitazione mirata. In alcuni casi Striano e Tizian «si erano accordati per incontrarsi di persona» per la consegna dei dati, in altri il trasferimento sarebbe avvenuto via email. Il caso Crosetto segna il punto di massima tensione. Dopo la denuncia, secondo la commissione, i giornalisti avrebbero tentato di costruire una giustificazione a posteriori: la relazione parla di una memoria redatta «proprio al fine di dare una veste di liceità all’attività invece illecita per la quale oggi si procede», attribuendone la paternità a Vergine e Tizian.
In questo passaggio del documento si legge: «Sono stati dunque i due giornalisti a “vestire” le visure su Crosetto collegandole a quelle con i fratelli Mangione», e aggiunge che «il Vergine ed il Tizian si sono attivati per assicurare protezione alla loro fonte, cercando di elaborare una giustificazione per quegli accessi illegittimi che hanno consentito la redazione degli articoli oggetto di denuncia». La relazione richiama anche l’audizione di Emiliano Fittipaldi, direttore di Domani, che ha affermato «con vigore» che il giornalismo deve pubblicare notizie vere e di interesse pubblico, «indipendentemente dalla natura della fonte», precisando di aver assunto la direzione solo nel 2023 e negando qualsiasi ingerenza dell’editore Carlo De Benedetti nella linea editoriale. Nelle conclusioni, tuttavia, la Commissione giudica queste affermazioni «quantomeno allarmanti», richiamando i limiti posti dalla giurisprudenza alla libertà di stampa quando si traduce nell’utilizzazione consapevole di condotte illecite di pubblici ufficiali.
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