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2019-10-14
Ricominciano le occupazioni
Ansa
Edifici occupati per anni, palazzine in degrado e ridotte a dormitori abusivi. Pericolose, fatiscenti, con ogni sorta di traffico illegale tollerato al loro interno. Non è facile tracciare la mappa degli alloggi diventati in Italia rifugi di extracomunitari, sistemazioni precarie sulle quali piantare il vessillo di un'impunita irregolarità.
Questioni di sicurezza, poca voglia di rendere noti dati che potrebbero diventare un caso politico rendono le prefetture restie a fornire i numeri in grado di fotografare l'emergenza nazionale. Eppure basta guardare che cosa succede nella capitale, dove sono 83 gli immobili occupati abusivamente, con costi altissimi per lo Stato, costretto a risarcire i proprietari, per capire che la questione non è solo di ordine pubblico. Il dopo Matteo Salvini ha significato sospensione degli sgomberi? Forse no, ma il rischio è che i tempi si allunghino e che gli abusivi tornino a rioccupare le strutture. Come già accade.
Tornano gli abusivi, il conto al Viminale
A Roma sono 82 gli immobili occupati abusivamente, da più di 11.000 persone. Abusivi «della più varia nazionalità», specifica la prefettura nel piano degli interventi di sgombero approvato a luglio. Il programma dà priorità a 23 stabili, stabilendo l'avvio delle operazioni entro il 31 marzo 2020. Nella pianificazione rientrano anche due sgomberi già predisposti nei mesi scorsi: quello dei due edifici gemelli in via del Caravaggio, ex sede degli uffici della Regione Lazio e quello di via Tempesta, un tempo sede della Asl. Il primo, nel quartiere di Tor Marancia, da sette anni è presidiato da circa 400 abusivi. Doveva essere sgomberato a fine agosto, la crisi di governo è risultata una buona scusa per lasciare ancora nell'illegalità questa fatiscente costruzione. Intanto il Viminale è costretto a pagare oltre 260.000 euro al mese, come ha stabilito nel 2017 il Tribunale di Roma condannando il ministero dell'Interno a risarcire la società Oriental Finance, proprietaria dell'immobile, fino a quando le due palazzine non saranno liberate. Il pignoramento dei fondi ministeriali è di 23 milioni di euro. L'altro edificio, a Tor Pignattara, rimane occupato dal 2009 da 70 persone. Per lo più nordafricani. Problemi di ordine pubblico e di sicurezza, oltre alla volontà di contrastare il fenomeno delle occupazioni abusive e di frenare l'illegalità, avevano convinto il prefetto, Gerarda Pantalone, d'intesa con l'allora capo del Viminale, Matteo Salvini, a predisporre il piano destinato a liberare in breve tempo circa un quarto degli edifici romani, sequestrati da inquilini illegittimi. Gli sgomberi erano cominciati un anno fa, a novembre, con lo smantellamento delle baracche del Baobab, la tendopoli per migranti in transito nei pressi della stazione Tiburtina. Più di 70.000 persone erano state ospitate in questo centro in meno di tre anni. «Zone franche, senza Stato e legalità, non sono più tollerate», commentava Matteo Salvini. Un mese dopo, nel dicembre 2018 era stata liberata l'ex fabbrica della Penicillina di via Tiburtina, imponente struttura industriale diventata dagli Novanta rifugio di rom e di immigrati, soprattutto nordafricani. Un ghetto vergognoso tollerato per anni, arrivato ad accogliere anche 500 extracomunitari. A gennaio di quest'anno, la polizia aveva dovuto allontanare nuovamente ex occupanti che erano tornati nei locali al piano terra dell'ex Penicillina. Pochi mesi fa, a luglio, era partito lo sgombero della palazzina di via Cardinal Capranica, nel quartiere di Primavalle alla periferia Nord di Roma, alla mercé di abusivi soprattutto stranieri per quasi vent'anni. I circa 340 occupanti che avevano trasformato le aule in miniappartamenti reagirono bruciando cassonetti, un gruppo oppose resistenza dal tetto minacciando di far scoppiare bombole di gas. Alla fine furono allontanati. Un mese dopo sarebbe toccato al Caravaggio, ma a fine agosto era arrivata la sospensione. «Non è più all'ordine del giorno questa frenesia di procedere», spiegava il dem Massimiliano Valeriani, assessore alle Politiche abitative della Regione Lazio. I giallorossi del Conte bis pensano di continuare a tollerare 82 edifici sequestrati nella capitale da abusivi, mentre si studiano «soluzioni sociali a favore delle fragilità», lasciando il conto da pagare al ministero dell'Interno, quindi a noi italiani, per il mancato sgombero. I risarcimenti chiesti dai legittimi proprietari diventano una voragine profonda di soldi pubblici. E senza un'azione coordinata nel tempo, le zone liberate tornano ad essere invase. Come è capitato all'ex Penicillina a inizio anno, come avviene nel «campo sosta» alternativo al Baobab. Smantellato il primo, migranti e irregolari sono adesso accampati in piazzale Spadolini. «Una sessantina dorme qui ogni notte, su materassi. I volontari portano loro cibo e bevande», spiega Andrea Costa, coordinatore dell'associazione Baobab experience. Le aree invase diventano luoghi di degrado, lo segnala in modo chiaro il piano approvato a luglio. Accade nello stabile di via Collatina 385, occupato il 13 ottobre 2004. All'interno ci sono circa 400 persone tra cui minori, di nazionalità eritrea, somala ed etiope e «si registrano attività di spaccio di sostanze stupefacenti, furti, lesioni e prostituzione». Furono segnalati anche otto casi di Tbc. Nell'immobile in via Mattia Battistini 113/117, con 400 persone di varie etnie presenti dal 28 giugno 2013, sono all'ordine del giorno spaccio e vendita di merce contraffatta. Poi c'è l'edificio di via Prenestina 913, occupato da circa 200 stranieri: per la mancata esecuzione del sequestro preventivo emesso nel luglio 2009, il Tribunale civile di Roma ha condannato la «presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero dell'Interno al pagamento di euro 27.914.635,84», a titolo di risarcimento danni. Ciascuno dei 23 stabili che devono essere liberati è gravato da sentenze di risarcimento danni o da sequestri preventivi. Roma è tornata a essere una giungla di occupazioni illegali? Dalla prefettura non escono dichiarazioni in polemica con il Conte bis, ma una cosa è certa: «Il piano degli sgomberi rimane quello in essere, pubblicato sul nostro sito. Non ci sono stati provvedimenti che l'abbiano corretto o revocato», è la confortante risposta. «Se ne parla quasi ogni settimana, nei comitati di ordine e sicurezza pubblica. Le priorità rimangono gli immobili di via del Caravaggio e di via Tempesta».
Sono in ritardo i lavori al Moi. E Sala glissa sui campi nomadi
Nove sgomberi sono stati effettuati da inizio anno a Torino e provincia, 1.000 le persone allontanate. La prefettura non segnala il numero degli edifici occupati abusivamente, ma lo scorso anno risultavano almeno un centinaio quelli utilizzati senza averne diritto e una quarantina le case pubbliche fatte proprie sfondando la porta d'ingresso. Come l'appartamento di via Carema, estrema periferia torinese, destinato a una vedova con tre figli e occupato invece da una famiglia rom. Dopo lo sgombero a febbraio dell'ex asilo di via Alessandria in mano degli anarchici dal 1995 e l'arresto di sette attivisti accusati di associazione sovversiva, detenzione, fabbricazione e utilizzo di ordigni esplosivi, Torino aveva accolto con un sospiro di sollievo un'altra operazione di ordine pubblico. A fine luglio, infatti, era stato ultimato lo sgombero del Moi, l'ex villaggio olimpico costruito per Torino 2006 e occupato da migranti, circa 750 persone soprattutto nordafricani. Arrivarono a essere anche più di 1.000. L'estate scorsa, dalle due ultime palazzine furono allontanati i 350 extracomunitari che ancora non si erano mossi. «Prevalentemente in possesso di titolo di soggiorno in corso di validità o di rinnovo», precisa la prefettura torinese. Però alloggiavano abusivamente. Nei sotterranei bui di questi edifici, ingombri di ogni sorta di rifiuti, nel maggio 2015 una giovane disabile fu segregata e violentata per quasi due giorni da tre giovani africani. Un somalo e un ghanese che avevano fatto richiesta di asilo politico e un nigeriano, che l'anno prima era stato espulso dal nostro Paese. La zona dovrebbe essere riqualificata, assicurava il vice sindaco Sonia Schellino, annunciando che in autunno sarebbe iniziata la realizzazione di alloggi misti. Il cantiere non è ancora aperto ma ai fuoriusciti dall'ex villaggio sono stati destinati quasi 10 milioni di euro per la ricollocazione abitativa e per un percorso formativo e di lavoro. Fondi stanziati dal ministero, dalla Regione e dalla fondazione Compagnia di San Paolo. Sono stati abusivi per anni, adesso hanno una casa e c'è chi pensa a mantenerli fin tanto che non trovano un'occupazione. A Milano, gli alloggi occupati abusivamente sono 4.098. Nei primi nove mesi del 2019 sono stati programmati 166 sgomberi, di cui 159 regolarmente eseguiti, fanno sapere dalla prefettura. Una media di poco più di 17 operazioni al mese, che a fine anno dovrebbero elevare la cifra a circa 211 sgomberi. Se qualche cosa non cambia nella pianificazione, ci vorranno più di 19 anni per restituire ai legittimi proprietari gli edifici occupati. Senza contare il problema dei campi rom. «A Milano ci sono 3.000 nomadi, Beppe Sala dice di non essere contrario alla chiusura dei campi ma intanto non lo fa», tuonava pochi mesi fa Riccardo De Corato, assessore alla Sicurezza della Regione Lombardia, ricordando come le operazioni procedano con grande lentezza.
Le baraccopoli più grandi si trovano in Campania
A Roma, secondo le stime del Viminale sugli insediamenti nomadi, sono 6 i villaggi autorizzati, per un totale di 2.606 presenze di cui 1.266 sono minori. Dieci i villaggi tollerati, con 924 persone di cui 339 minori, e 338 invece gli insediamenti spontanei non autorizzati, con una presenza stimata di circa 2.000 rom. A Napoli, 6 sono i villaggi autorizzati (per un totale di circa 925 persone di cui 377 minori) e 9 quelli non autorizzati (864 persone di cui 361 minori). Secondo l'Associazione 21 luglio, che sulla situazione dei campi ha dedicato il rapporto I margini del margine, gli insediamenti abusivi accolgono circa 25.000 persone. Il 60% di loro, circa 15.00 persone, vive in 127 insediamenti presenti in 74 Comuni mentre gli altri, tra 8.600 e le 10.600 rom, vivono «in insediamenti informali», costituiti da due o tre famiglie. L'associazione sostiene che le più grandi baraccopoli «informali» siano in Campania, mentre le aree urbane con il maggior numero di microinsediamenti di questo tipo sarebbero la capitale e Milano. Su Roma, il capo della polizia ricordava la «criticità» dei campi rom, sia di quelli autorizzati sia degli abusivi «nelle aree più degradate e isolate». A Reggio Calabria, sempre Franco Gabrielli segnalava che nel rione Arghillà «sono 110 gli alloggi popolari occupati abusivamente da famiglie rom. Fenomeni di invasioni illecite di edifici o complessi abbandonati da parte di soggetti extracomunitari si riscontrano nelle aree urbane del rione G e nel quartiere Gebbione». Dopo il rogo scoppiato in un accampamento a Lamezia Terme, lo scorso luglio Matteo Salvini aveva annunciato l'avvio del censimento dei campi rom per verificare tutte le realtà abusive presenti sul nostro territorio. L'ex capo del Viminale chiedeva ai prefetti la «presenza di reti idriche, elettriche e fognarie» compresi gli «allacci abusivi», la segnalazione di strutture mobili come roulotte e camper, di case fisse. Così pure la presenza di «episodi pregiudizievoli» per i minori e altri resoconti dettagliati. La mappatura doveva servire a predisporre piani di sgombero degli insediamenti illegali, dove il degrado ambientale mette anche a rischio la salute di tutti. Poche settimane fa, sistemando in alloggi decenti 38 rom (che finalmente pagheranno affitto e spese) il sindaco di Ferrara, Alan Fabbri, aveva chiuso un accampamento in condizioni igieniche disastrose, tollerato per trent'anni dalle amministrazioni di sinistra. Oltre a essere un insediamento vergognoso, accoglieva due minori privi di documenti.
49.000 abitazioni popolari hanno inquilini illegittimi
Il capo della polizia, Franco Gabrielli, nel suo intervento del gennaio 2017 alla Commissione parlamentare di inchiesta su sicurezza e degrado delle città, istituita a luglio 2016, aveva presentato una panoramica della situazione nelle periferie di 14 grandi città italiane. Per Roma, segnalava come «si è accentuato» il fenomeno delle occupazioni «perpetrate ai danni degli edifici dell'edilizia residenziale pubblica», ma anche di «stabili inutilizzati o di siti industriali dismessi». Edifici che «diventano il ritrovo di soggetti senza fissa dimora, di etnia rom o di nazionalità straniera». Non mancavano annotazioni sulle occupazioni gestite dai movimenti antagonisti, responsabili di avere «da tempo avviato una campagna per il diritto alla casa, nell'intento di acquisire consensi tra le fasce più deboli, non esclusi gli immigrati, che vengono incoraggiate a intraprendere percorsi di impegno politico all'interno degli stessi movimenti», dichiarava il capo della polizia.Nella relazione della Commissione compariva il numero (su elaborazione di dati Federcasa) degli alloggi che nel 2016 risultavano occupati abusivamente. Erano 3.792 a Milano, 7.011 a Roma, 668 a Bari, 172 a Venezia, 72 a Firenze, 70 a Genova, 54 a Torino, 38 a Bologna. Forte della sua esperienza di ex prefetto di Roma, Gabrielli auspicava la «messa a punto di procedure operative per un più efficace allontanamento degli stranieri irregolari» perché «è all'interno di questa cornice che possono essere testate e realizzate nuove forme volte ad affrontare i fenomeni di degrado che si riscontrano nelle periferie». La proposta di legge di una nuova Commissione di inchiesta, questa volta bicamerale, fu respinta lo scorso aprile dalla Camera. Prima responsabile dell'emendamento che l'ha soppressa è stata la deputa grillina Anna Macina. Eppure, durante la discussione in aula, il deputato di Fratelli d'Italia Federico Mollicone ne aveva sostenuto la validità, ricordando come «più di 49.000 abitazioni dell'edilizia residenziale pubblica risultano occupate abusivamente, pari al 6,4 per cento dell'intero patrimonio nazionale». La questione va seguita anche con una Commissione apposita «a costo zero: nessun gettone di presenza, nessuno stipendio aggiuntivo» e che «lavori, che cerchi di osservare, che porti all'attenzione delle istituzioni quello che non va», fece inutilmente presente ai colleghi Giorgio Silli di Forza Italia.
Palazzo d’Accursio rifiuta di monitorare gli illegali
«Da quando c'è Matteo Salvini a Firenze sono stati fatti 6 sgomberi. Da quando io sono sindaco, prima di lui, ne abbiamo fatti 41», polemizzava lo scorso febbraio il sindaco Dario Nardella. Le forze dell'ordine avevano appena allontanato un centinaio di abusivi, per lo più romeni, che dal 2015 occupavano l'ex clinica Il Pergolino. Pochi mesi prima, l'incendio scoppiato all'ex hotel Concorde riportava l'attenzione sulla cinquantina di occupanti. Poteva essere una strage. «È da anni che chiediamo lo sgombero immediato di tutti gli edifici occupati in città: non solo sono illegali, sono anche pericolosi per chi ci vive e per le abitazioni vicine», protestava il vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana, Marco Stella (Forza Italia). «Figli di papà che giocano ai rivoluzionari ospitando clandestini, in quasi cinque anni di occupazione abusiva hanno calpestato la legalità con la compiacenza del Comune», era l'accusa di Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d'Italia, contro i militanti del Movimento di lotta per la casa che avevano occupato l'ex hotel di viale Gori. Donzelli aveva voluto vederci chiaro anche dopo lo sgombero del campo rom abusivo del Poderaccio, nel luglio 2018. Il sindaco Nardella era salito sulla ruspa abbattendo le baracche abusive, ma a settembre i rom erano tornati ad accamparsi poco distante. «Gli irregolari si sono soltanto spostati» commentava ironico Donzelli. Michele Conti, primo sindaco di centrodestra di Pisa, lo scorso mese ha fatto demolire il campo nomadi non autorizzato più grande della Toscana: 280 persone. Tutti allontanati, trovando per loro alternative insediative. Poi ha fatto pulire e bonificare l'area, vigilando su possibili nuove invasioni. E a Bologna, come funziona la lotta agli irregolari? «Non abbiamo edifici occupati abusivamente», risponde sorpreso il Comune. L'ultimo sgombero sembra sia stato quello del centro sociale Xm24, ad agosto. Antagonisti asserragliati sul tetto, poi allontanati dall'ex mercato ortofrutticolo occupato dal 2002. Hanno perso la sede ma ne avranno un'altra a breve, come promesso dall'assessore alla cultura del comune di Bologna, Matteo Lepore. A non credere all'assenza di altre sistemazioni illegali è Daniele Marchetti, consigliere regionale della Lega Nord. «Esiste un osservatorio sulle politiche abitative, ma tra i suoi compiti non ha quello di monitorare le occupazioni abusive», spiega. «Ho proposto in diverse occasioni di ampliare le sue competenze, ma il centrosinistra ha sempre respinto questa mia richiesta. Credo che un ente pubblico abbia il dovere di monitorare un fenomeno del genere che ha interessato fortemente anche il territorio bolognese. Nel corso degli anni, infatti, le segnalazioni di occupazioni abusive sono state numerose, casi che dopo essere state trascurati per anni, sono stati improvvisamente risolti con l'avvicinarsi delle elezioni regionali. Sarà un caso?».
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Nella capitale è stato invaso di nuovo il primo edificio liberato da Matteo Salvini. Nel capoluogo piemontese il villaggio olimpico è ancora in degrado. I prefetti confermano i piani di sgombero. Ma sui tempi non c'è certezza. Lo speciale comprende sei articoli. Edifici occupati per anni, palazzine in degrado e ridotte a dormitori abusivi. Pericolose, fatiscenti, con ogni sorta di traffico illegale tollerato al loro interno. Non è facile tracciare la mappa degli alloggi diventati in Italia rifugi di extracomunitari, sistemazioni precarie sulle quali piantare il vessillo di un'impunita irregolarità. Questioni di sicurezza, poca voglia di rendere noti dati che potrebbero diventare un caso politico rendono le prefetture restie a fornire i numeri in grado di fotografare l'emergenza nazionale. Eppure basta guardare che cosa succede nella capitale, dove sono 83 gli immobili occupati abusivamente, con costi altissimi per lo Stato, costretto a risarcire i proprietari, per capire che la questione non è solo di ordine pubblico. Il dopo Matteo Salvini ha significato sospensione degli sgomberi? Forse no, ma il rischio è che i tempi si allunghino e che gli abusivi tornino a rioccupare le strutture. Come già accade. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="tornano-gli-abusivi-il-conto-al-viminale" data-post-id="2640957589" data-published-at="1769236931" data-use-pagination="False"> Tornano gli abusivi, il conto al Viminale A Roma sono 82 gli immobili occupati abusivamente, da più di 11.000 persone. Abusivi «della più varia nazionalità», specifica la prefettura nel piano degli interventi di sgombero approvato a luglio. Il programma dà priorità a 23 stabili, stabilendo l'avvio delle operazioni entro il 31 marzo 2020. Nella pianificazione rientrano anche due sgomberi già predisposti nei mesi scorsi: quello dei due edifici gemelli in via del Caravaggio, ex sede degli uffici della Regione Lazio e quello di via Tempesta, un tempo sede della Asl. Il primo, nel quartiere di Tor Marancia, da sette anni è presidiato da circa 400 abusivi. Doveva essere sgomberato a fine agosto, la crisi di governo è risultata una buona scusa per lasciare ancora nell'illegalità questa fatiscente costruzione. Intanto il Viminale è costretto a pagare oltre 260.000 euro al mese, come ha stabilito nel 2017 il Tribunale di Roma condannando il ministero dell'Interno a risarcire la società Oriental Finance, proprietaria dell'immobile, fino a quando le due palazzine non saranno liberate. Il pignoramento dei fondi ministeriali è di 23 milioni di euro. L'altro edificio, a Tor Pignattara, rimane occupato dal 2009 da 70 persone. Per lo più nordafricani. Problemi di ordine pubblico e di sicurezza, oltre alla volontà di contrastare il fenomeno delle occupazioni abusive e di frenare l'illegalità, avevano convinto il prefetto, Gerarda Pantalone, d'intesa con l'allora capo del Viminale, Matteo Salvini, a predisporre il piano destinato a liberare in breve tempo circa un quarto degli edifici romani, sequestrati da inquilini illegittimi. Gli sgomberi erano cominciati un anno fa, a novembre, con lo smantellamento delle baracche del Baobab, la tendopoli per migranti in transito nei pressi della stazione Tiburtina. Più di 70.000 persone erano state ospitate in questo centro in meno di tre anni. «Zone franche, senza Stato e legalità, non sono più tollerate», commentava Matteo Salvini. Un mese dopo, nel dicembre 2018 era stata liberata l'ex fabbrica della Penicillina di via Tiburtina, imponente struttura industriale diventata dagli Novanta rifugio di rom e di immigrati, soprattutto nordafricani. Un ghetto vergognoso tollerato per anni, arrivato ad accogliere anche 500 extracomunitari. A gennaio di quest'anno, la polizia aveva dovuto allontanare nuovamente ex occupanti che erano tornati nei locali al piano terra dell'ex Penicillina. Pochi mesi fa, a luglio, era partito lo sgombero della palazzina di via Cardinal Capranica, nel quartiere di Primavalle alla periferia Nord di Roma, alla mercé di abusivi soprattutto stranieri per quasi vent'anni. I circa 340 occupanti che avevano trasformato le aule in miniappartamenti reagirono bruciando cassonetti, un gruppo oppose resistenza dal tetto minacciando di far scoppiare bombole di gas. Alla fine furono allontanati. Un mese dopo sarebbe toccato al Caravaggio, ma a fine agosto era arrivata la sospensione. «Non è più all'ordine del giorno questa frenesia di procedere», spiegava il dem Massimiliano Valeriani, assessore alle Politiche abitative della Regione Lazio. I giallorossi del Conte bis pensano di continuare a tollerare 82 edifici sequestrati nella capitale da abusivi, mentre si studiano «soluzioni sociali a favore delle fragilità», lasciando il conto da pagare al ministero dell'Interno, quindi a noi italiani, per il mancato sgombero. I risarcimenti chiesti dai legittimi proprietari diventano una voragine profonda di soldi pubblici. E senza un'azione coordinata nel tempo, le zone liberate tornano ad essere invase. Come è capitato all'ex Penicillina a inizio anno, come avviene nel «campo sosta» alternativo al Baobab. Smantellato il primo, migranti e irregolari sono adesso accampati in piazzale Spadolini. «Una sessantina dorme qui ogni notte, su materassi. I volontari portano loro cibo e bevande», spiega Andrea Costa, coordinatore dell'associazione Baobab experience. Le aree invase diventano luoghi di degrado, lo segnala in modo chiaro il piano approvato a luglio. Accade nello stabile di via Collatina 385, occupato il 13 ottobre 2004. All'interno ci sono circa 400 persone tra cui minori, di nazionalità eritrea, somala ed etiope e «si registrano attività di spaccio di sostanze stupefacenti, furti, lesioni e prostituzione». Furono segnalati anche otto casi di Tbc. Nell'immobile in via Mattia Battistini 113/117, con 400 persone di varie etnie presenti dal 28 giugno 2013, sono all'ordine del giorno spaccio e vendita di merce contraffatta. Poi c'è l'edificio di via Prenestina 913, occupato da circa 200 stranieri: per la mancata esecuzione del sequestro preventivo emesso nel luglio 2009, il Tribunale civile di Roma ha condannato la «presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero dell'Interno al pagamento di euro 27.914.635,84», a titolo di risarcimento danni. Ciascuno dei 23 stabili che devono essere liberati è gravato da sentenze di risarcimento danni o da sequestri preventivi. Roma è tornata a essere una giungla di occupazioni illegali? Dalla prefettura non escono dichiarazioni in polemica con il Conte bis, ma una cosa è certa: «Il piano degli sgomberi rimane quello in essere, pubblicato sul nostro sito. Non ci sono stati provvedimenti che l'abbiano corretto o revocato», è la confortante risposta. «Se ne parla quasi ogni settimana, nei comitati di ordine e sicurezza pubblica. Le priorità rimangono gli immobili di via del Caravaggio e di via Tempesta». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="sono-in-ritardo-i-lavori-al-moi-e-sala-glissa-sui-campi-nomadi" data-post-id="2640957589" data-published-at="1769236931" data-use-pagination="False"> Sono in ritardo i lavori al Moi. E Sala glissa sui campi nomadi Nove sgomberi sono stati effettuati da inizio anno a Torino e provincia, 1.000 le persone allontanate. La prefettura non segnala il numero degli edifici occupati abusivamente, ma lo scorso anno risultavano almeno un centinaio quelli utilizzati senza averne diritto e una quarantina le case pubbliche fatte proprie sfondando la porta d'ingresso. Come l'appartamento di via Carema, estrema periferia torinese, destinato a una vedova con tre figli e occupato invece da una famiglia rom. Dopo lo sgombero a febbraio dell'ex asilo di via Alessandria in mano degli anarchici dal 1995 e l'arresto di sette attivisti accusati di associazione sovversiva, detenzione, fabbricazione e utilizzo di ordigni esplosivi, Torino aveva accolto con un sospiro di sollievo un'altra operazione di ordine pubblico. A fine luglio, infatti, era stato ultimato lo sgombero del Moi, l'ex villaggio olimpico costruito per Torino 2006 e occupato da migranti, circa 750 persone soprattutto nordafricani. Arrivarono a essere anche più di 1.000. L'estate scorsa, dalle due ultime palazzine furono allontanati i 350 extracomunitari che ancora non si erano mossi. «Prevalentemente in possesso di titolo di soggiorno in corso di validità o di rinnovo», precisa la prefettura torinese. Però alloggiavano abusivamente. Nei sotterranei bui di questi edifici, ingombri di ogni sorta di rifiuti, nel maggio 2015 una giovane disabile fu segregata e violentata per quasi due giorni da tre giovani africani. Un somalo e un ghanese che avevano fatto richiesta di asilo politico e un nigeriano, che l'anno prima era stato espulso dal nostro Paese. La zona dovrebbe essere riqualificata, assicurava il vice sindaco Sonia Schellino, annunciando che in autunno sarebbe iniziata la realizzazione di alloggi misti. Il cantiere non è ancora aperto ma ai fuoriusciti dall'ex villaggio sono stati destinati quasi 10 milioni di euro per la ricollocazione abitativa e per un percorso formativo e di lavoro. Fondi stanziati dal ministero, dalla Regione e dalla fondazione Compagnia di San Paolo. Sono stati abusivi per anni, adesso hanno una casa e c'è chi pensa a mantenerli fin tanto che non trovano un'occupazione. A Milano, gli alloggi occupati abusivamente sono 4.098. Nei primi nove mesi del 2019 sono stati programmati 166 sgomberi, di cui 159 regolarmente eseguiti, fanno sapere dalla prefettura. Una media di poco più di 17 operazioni al mese, che a fine anno dovrebbero elevare la cifra a circa 211 sgomberi. Se qualche cosa non cambia nella pianificazione, ci vorranno più di 19 anni per restituire ai legittimi proprietari gli edifici occupati. Senza contare il problema dei campi rom. «A Milano ci sono 3.000 nomadi, Beppe Sala dice di non essere contrario alla chiusura dei campi ma intanto non lo fa», tuonava pochi mesi fa Riccardo De Corato, assessore alla Sicurezza della Regione Lombardia, ricordando come le operazioni procedano con grande lentezza. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="le-baraccopoli-piu-grandi-si-trovano-in-campania" data-post-id="2640957589" data-published-at="1769236931" data-use-pagination="False"> Le baraccopoli più grandi si trovano in Campania A Roma, secondo le stime del Viminale sugli insediamenti nomadi, sono 6 i villaggi autorizzati, per un totale di 2.606 presenze di cui 1.266 sono minori. Dieci i villaggi tollerati, con 924 persone di cui 339 minori, e 338 invece gli insediamenti spontanei non autorizzati, con una presenza stimata di circa 2.000 rom. A Napoli, 6 sono i villaggi autorizzati (per un totale di circa 925 persone di cui 377 minori) e 9 quelli non autorizzati (864 persone di cui 361 minori). Secondo l'Associazione 21 luglio, che sulla situazione dei campi ha dedicato il rapporto I margini del margine, gli insediamenti abusivi accolgono circa 25.000 persone. Il 60% di loro, circa 15.00 persone, vive in 127 insediamenti presenti in 74 Comuni mentre gli altri, tra 8.600 e le 10.600 rom, vivono «in insediamenti informali», costituiti da due o tre famiglie. L'associazione sostiene che le più grandi baraccopoli «informali» siano in Campania, mentre le aree urbane con il maggior numero di microinsediamenti di questo tipo sarebbero la capitale e Milano. Su Roma, il capo della polizia ricordava la «criticità» dei campi rom, sia di quelli autorizzati sia degli abusivi «nelle aree più degradate e isolate». A Reggio Calabria, sempre Franco Gabrielli segnalava che nel rione Arghillà «sono 110 gli alloggi popolari occupati abusivamente da famiglie rom. Fenomeni di invasioni illecite di edifici o complessi abbandonati da parte di soggetti extracomunitari si riscontrano nelle aree urbane del rione G e nel quartiere Gebbione». Dopo il rogo scoppiato in un accampamento a Lamezia Terme, lo scorso luglio Matteo Salvini aveva annunciato l'avvio del censimento dei campi rom per verificare tutte le realtà abusive presenti sul nostro territorio. L'ex capo del Viminale chiedeva ai prefetti la «presenza di reti idriche, elettriche e fognarie» compresi gli «allacci abusivi», la segnalazione di strutture mobili come roulotte e camper, di case fisse. Così pure la presenza di «episodi pregiudizievoli» per i minori e altri resoconti dettagliati. La mappatura doveva servire a predisporre piani di sgombero degli insediamenti illegali, dove il degrado ambientale mette anche a rischio la salute di tutti. Poche settimane fa, sistemando in alloggi decenti 38 rom (che finalmente pagheranno affitto e spese) il sindaco di Ferrara, Alan Fabbri, aveva chiuso un accampamento in condizioni igieniche disastrose, tollerato per trent'anni dalle amministrazioni di sinistra. Oltre a essere un insediamento vergognoso, accoglieva due minori privi di documenti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="49-000-abitazioni-popolari-hanno-inquilini-illegittimi" data-post-id="2640957589" data-published-at="1769236931" data-use-pagination="False"> 49.000 abitazioni popolari hanno inquilini illegittimi Il capo della polizia, Franco Gabrielli, nel suo intervento del gennaio 2017 alla Commissione parlamentare di inchiesta su sicurezza e degrado delle città, istituita a luglio 2016, aveva presentato una panoramica della situazione nelle periferie di 14 grandi città italiane. Per Roma, segnalava come «si è accentuato» il fenomeno delle occupazioni «perpetrate ai danni degli edifici dell'edilizia residenziale pubblica», ma anche di «stabili inutilizzati o di siti industriali dismessi». Edifici che «diventano il ritrovo di soggetti senza fissa dimora, di etnia rom o di nazionalità straniera». Non mancavano annotazioni sulle occupazioni gestite dai movimenti antagonisti, responsabili di avere «da tempo avviato una campagna per il diritto alla casa, nell'intento di acquisire consensi tra le fasce più deboli, non esclusi gli immigrati, che vengono incoraggiate a intraprendere percorsi di impegno politico all'interno degli stessi movimenti», dichiarava il capo della polizia.Nella relazione della Commissione compariva il numero (su elaborazione di dati Federcasa) degli alloggi che nel 2016 risultavano occupati abusivamente. Erano 3.792 a Milano, 7.011 a Roma, 668 a Bari, 172 a Venezia, 72 a Firenze, 70 a Genova, 54 a Torino, 38 a Bologna. Forte della sua esperienza di ex prefetto di Roma, Gabrielli auspicava la «messa a punto di procedure operative per un più efficace allontanamento degli stranieri irregolari» perché «è all'interno di questa cornice che possono essere testate e realizzate nuove forme volte ad affrontare i fenomeni di degrado che si riscontrano nelle periferie». La proposta di legge di una nuova Commissione di inchiesta, questa volta bicamerale, fu respinta lo scorso aprile dalla Camera. Prima responsabile dell'emendamento che l'ha soppressa è stata la deputa grillina Anna Macina. Eppure, durante la discussione in aula, il deputato di Fratelli d'Italia Federico Mollicone ne aveva sostenuto la validità, ricordando come «più di 49.000 abitazioni dell'edilizia residenziale pubblica risultano occupate abusivamente, pari al 6,4 per cento dell'intero patrimonio nazionale». La questione va seguita anche con una Commissione apposita «a costo zero: nessun gettone di presenza, nessuno stipendio aggiuntivo» e che «lavori, che cerchi di osservare, che porti all'attenzione delle istituzioni quello che non va», fece inutilmente presente ai colleghi Giorgio Silli di Forza Italia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ricominciano-le-occupazioni-2640957589.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="palazzo-daccursio-rifiuta-di-monitorare-gli-illegali" data-post-id="2640957589" data-published-at="1769236931" data-use-pagination="False"> Palazzo d’Accursio rifiuta di monitorare gli illegali «Da quando c'è Matteo Salvini a Firenze sono stati fatti 6 sgomberi. Da quando io sono sindaco, prima di lui, ne abbiamo fatti 41», polemizzava lo scorso febbraio il sindaco Dario Nardella. Le forze dell'ordine avevano appena allontanato un centinaio di abusivi, per lo più romeni, che dal 2015 occupavano l'ex clinica Il Pergolino. Pochi mesi prima, l'incendio scoppiato all'ex hotel Concorde riportava l'attenzione sulla cinquantina di occupanti. Poteva essere una strage. «È da anni che chiediamo lo sgombero immediato di tutti gli edifici occupati in città: non solo sono illegali, sono anche pericolosi per chi ci vive e per le abitazioni vicine», protestava il vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana, Marco Stella (Forza Italia). «Figli di papà che giocano ai rivoluzionari ospitando clandestini, in quasi cinque anni di occupazione abusiva hanno calpestato la legalità con la compiacenza del Comune», era l'accusa di Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d'Italia, contro i militanti del Movimento di lotta per la casa che avevano occupato l'ex hotel di viale Gori. Donzelli aveva voluto vederci chiaro anche dopo lo sgombero del campo rom abusivo del Poderaccio, nel luglio 2018. Il sindaco Nardella era salito sulla ruspa abbattendo le baracche abusive, ma a settembre i rom erano tornati ad accamparsi poco distante. «Gli irregolari si sono soltanto spostati» commentava ironico Donzelli. Michele Conti, primo sindaco di centrodestra di Pisa, lo scorso mese ha fatto demolire il campo nomadi non autorizzato più grande della Toscana: 280 persone. Tutti allontanati, trovando per loro alternative insediative. Poi ha fatto pulire e bonificare l'area, vigilando su possibili nuove invasioni. E a Bologna, come funziona la lotta agli irregolari? «Non abbiamo edifici occupati abusivamente», risponde sorpreso il Comune. L'ultimo sgombero sembra sia stato quello del centro sociale Xm24, ad agosto. Antagonisti asserragliati sul tetto, poi allontanati dall'ex mercato ortofrutticolo occupato dal 2002. Hanno perso la sede ma ne avranno un'altra a breve, come promesso dall'assessore alla cultura del comune di Bologna, Matteo Lepore. A non credere all'assenza di altre sistemazioni illegali è Daniele Marchetti, consigliere regionale della Lega Nord. «Esiste un osservatorio sulle politiche abitative, ma tra i suoi compiti non ha quello di monitorare le occupazioni abusive», spiega. «Ho proposto in diverse occasioni di ampliare le sue competenze, ma il centrosinistra ha sempre respinto questa mia richiesta. Credo che un ente pubblico abbia il dovere di monitorare un fenomeno del genere che ha interessato fortemente anche il territorio bolognese. Nel corso degli anni, infatti, le segnalazioni di occupazioni abusive sono state numerose, casi che dopo essere state trascurati per anni, sono stati improvvisamente risolti con l'avvicinarsi delle elezioni regionali. Sarà un caso?».
A dicembre scorso nei penitenziari della penisola erano trattenute 63.198 persone, ovvero all’incirca un millesimo del totale dei residenti. Ma dalla cifra complessiva fornita dal ministero della Giustizia è necessario scorporare 20.076 carcerati stranieri. In pratica, se dovessimo guardare ai soli detenuti italiani, non soltanto saremmo in linea con la situazione di 30 anni fa, ma avremmo quasi risolto il problema del sovraffollamento.
Che un terzo dei carcerati (con condanna definitiva o in attesa di giudizio) sia straniero è ormai un dato costante nel tempo che si ripete almeno dai primi anni Duemila. Infatti, se all’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso la cifra si era assestata intorno al 15 per cento, poi, in seguito all’aumento dei flussi migratori, è raddoppiata superando il 30 e da allora oscilla sopra quella soglia di qualche punto percentuale. Fin qui nulla di nuovo e neppure di sorprendente. Però è necessario scandagliare il totale dei detenuti stranieri, perché se lo si fa si scoprono cose interessanti. Infatti, di quei 20.000 carcerati quasi 14.000 sono musulmani. Sì, avete letto bene. Nonostante la popolazione di religione islamica in Italia sia una minoranza rispetto al resto degli immigrati (si parla di poco più di un milione e mezzo rispetto a un totale di circa 5,4 milioni di stranieri), oltre i due terzi dei detenuti sono seguaci di Allah. Non solo: di quei 14.000, all’incirca la metà sono praticanti, nel senso che seguono alla lettera i dettami dell’islam. Del resto, dietro le sbarre ci sono ben 36 imam, che regolarmente intonano la preghiera all’interno dei penitenziari. In altre parole, nelle nostre carceri presto potremmo veder nascere delle piccole moschee e non escludo che sorga perfino un qualche minareto per invitare i fedeli - detenuti - a rivolgersi alla Mecca. La mia vi sembra una battuta? No, non sto scherzando, la prospettiva è tutt’altro che da scartare. Anche perché, nella relazione presentata dal ministro Carlo Nordio in Parlamento, oltre ai dati di cui sopra, emerge che nei primi nove mesi del 2025 i detenuti a rischio di radicalizzazione violenta dietro le sbarre erano complessivamente 194, dei quali 65 classificati come pericolosi per terrorismo e per atti di proselitismo, 61 per la vicinanza a movimenti fondamentalisti e altri 68 con un livello di insidiosità più basso. A ciò si aggiunge che, da gennaio a settembre, 37 persone si sono convertite all’islam in cella.
Andando al sodo, da tutto ciò si deduce che abbiamo un problema grande come una casa. Infatti, dietro alle sbarre non soltanto c’è una popolazione che è pari a circa un centesimo dei musulmani in Italia, ma nelle carceri sparse lungo la penisola si fa proselitismo per l’islam. A segnalarlo, oltre alla questione che in prigione ci sono 36 imam c’è anche il fatto che aumentano i detenuti che si convertono ad Allah. Insomma, è facile capire che, se si somma il problema del sovraffollamento con la forte presenza di musulmani, la metà dei quali praticanti e decine radicalizzati, i penitenziari italiani potrebbero trasformarsi in vere e proprie polveriere a rischio esplosione.
In Paesi che hanno avuto un’immigrazione più forte della nostra il pericolo è noto, ma da noi nessuno sembra aver intenzione di imparare la lezione dagli errori degli altri. Anzi, noi gli imam radicalizzati, invece di metterli in cella, li lasciamo liberi di predicare. Come è successo a Torino.
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Anna Rossomando, vicepresidente Pd del Senato, e Francesco Boccia (Ansa)
«Senza la parola “consenso” non voteremo mai quella legge», chiude la porta Anna Rossomando, vicepresidente piddina del Senato. «Il patto è da considerarsi infranto, così si torna al Medioevo», tuona Francesco Boccia, supportato da fluviali ma poco navigabili commenti di Repubblica e Stampa. La canea a orologeria che arriva da sinistra è sconfortante ma non sorprendente. In fondo è il precipitato ideologico di un sistema malato, improntato da chi gestisce il Nazareno alla contrapposizione permanente, costellata di trappole e distinguo lessicali per far scattare nuovi incendi. Che noia.
Il testo passato al vaglio di Montecitorio mostrava due punti deboli, entrambi contenuti nella frase «consenso libero attuale e continuato» che la commissione Giustizia del Senato ha evidenziato: la vaghezza del termine «continuato» che presupporrebbe la certificazione della volontarietà di un’effusione, prima, durante e dopo. Praticamente un Green pass dell’amore vidimato in continuazione. E l’inversione dell’onere della prova, che il Codice da sempre attribuisce all’accusa e che, in questo caso, avrebbe portato la legge sul terreno minato dell’incostituzionalità. Per questo era necessario un correttivo che non sposta di un millimetro l’impianto, lo spirito, lo scopo del provvedimento. Ma che è un appiglio meravigliosamente strumentale per chi vuole avvelenare il clima, rendere irrespirabile l’aria anche su un tema così eticamente alto come la violenza sulle donne. A riportare l’Italia al Medioevo (già di per sé un’idiozia da buvette) sarebbe Giulia Bongiorno, che da anni difende donne violentate, nel 2019 fu artefice della legge Codice rosso per la prevenzione del femminicidio e ha rimesso mano al testo con il semplice scopo di renderlo inattaccabile. In un’intervista al Corriere della Sera, la senatrice della Lega spiega che «il consenso libero e attuale non andava bene perché invertiva l’onere della prova, imponendo all’imputato una serie di prove a volte impossibili da fornire. Qui si valorizza la volontà della donna senza alterare le dinamiche processuali»
Il nuovo testo non lascia alcun dubbio, a meno che non si sia in malafede. Punto 1: «Il reato di violenza si realizza quando l’atto sessuale si compie contro la volontà di una persona». Punto 2: «L’atto è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa, ovvero approfittando dell’impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso». Tutto è migliorabile, ma non dovrebbero esserci dubbi sul perimetro giuridico a difesa delle donne, senza scadere in pulsioni boldriniane da proto femminismo. Quanto alle pene, per la violenza sessuale senza altre specificazioni c’è la reclusione da 4 a 10 anni. Per lo stupro commesso «mediante violenza o minaccia, abuso di autorità ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica», c’è la reclusione dai 6 ai 12 anni.
Anche qui l’opposizione ha trovato il modo di salire sui banchi contestando la diminuzione delle pene rispetto all’accordo della Camera che prevedeva per tutto un range da 6 a 12 anni. Bongiorno ha dovuto spiegare: «È stata accolta una richiesta di differenziazione fra la pena senza consenso e quella con minaccia e costrizione». Sapete chi aveva chiesto la differenziazione? Il Pd. Lo stesso partito che oggi grida allo scandalo e parla di patti stracciati.
Bongiorno difende l’architettura giuridica ed è costretta a sottolineare «for dummies» che dissenso significa qualcosa di contrario alla volontà. «Si tratta di un deciso ampliamento della tutela per le vittime di violenza, come quelle con minaccia o costrizione. Con il nuovo testo si garantisce una protezione delle vittime a 360 gradi. È reato ogni atto contro la loro volontà. In più viene introdotto il reato di freezing». È il superamento di un equivoco: l’assoluzione dell’imputato perché non aveva capito quale fosse la volontà della vittima, paralizzata dalla paura. Ora anche questa curva è raddrizzata: quando la donna non manifesta la volontà perché congelata (da qui freezing) dal terrore c’è dissenso. Quindi c’è reato e c’è condanna.
Sull’uso da luna park dei termini da parte dell’opposizione, Bongiorno è chiara: «Esistono le chiacchiere ed esistono i dati oggettivi. L’accordo con Schlein riguardava la sostanza, non gli aggettivi da usare». La legge sarà votata la prossima settimana. E se la sinistra le volterà le spalle, significa che ha più a cuore la bagarre permanente che il destino delle donne violentate.
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Danila Solinas, uno dei due legali della famiglia nel bosco (Getty Images)
Danila Solinas è uno dei due legali della famiglia del bosco. Da poco si è saputo che la data della perizia è stata spostata. Non le pare un’ulteriore e ingiusta perdita di tempo avvocato?
«Il problema che si era posto inizialmente è che, su nostra specifica richiesta, era stato nominato un altro interprete. Perché è evidente che un tema così personale, così impattante in un momento di indiscutibile drammaticità doveva essere fatto rigorosamente in lingua inglese. Una questione che abbiamo sollevato sin dall’inizio dell’assunzione del mandato, visto che la madre ha delle conoscenze linguistiche assolutamente limitate, e per noi assolutamente imprescindibile. Allora era stato nominato un ulteriore interprete in aggiunta a quello nominato da noi, come consulente tecnico di parte. Ma l’interprete scelto dal tribunale aveva poi rinunciato al mandato e, dunque, ne è stato nominato un altro, che tuttavia si è detto disponibile non prima del 25 di gennaio. Anche se avevamo fatto esplicita richiesta di mantenere l’incontro iniziale calendarizzato per il 23 e di portare quindi il nostro interprete, il consulente ha ritenuto che si dovesse aspettare la disponibilità fornita dal nuovo interprete e quindi slittare al 30 l’inizio delle operazioni peritali».
Però in questo modo si perde un’altra settimana, poi ci sono 120 giorni per svolgere la perizia. Insomma, questa famiglia è separata dal 20 di novembre e comincia a diventare un bel po’ di tempo.
«Guardi, io ho avuto modo di sottolinearlo e continuo a farlo oggi con ancora più forza e convinzione: non è tanto il tempo della perizia, ma come ci si arriva. È innegabile che questi due genitori si trovino in una situazione di enorme stress, che non potrà non influire poi sull’esito della consulenza psicologica e che diventa preoccupante da questo punto di vista. C’è una madre che da più di 60 giorni si trova a vivere in una struttura protetta, che sta attraversando uno stravolgimento delle sue abitudini di vita, uno stravolgimento dei suoi affetti, che vede i figli in un tempo assolutamente limitato e che rivive, ogni giorno e a più riprese, il dramma dell’abbandono dei figli. Perché a questi figli qualcuno dovrà spiegare come mai la madre non può accedere tutte le volte che loro vogliono, qualcuno avrà l’onere di spiegare le ragioni di questo distacco».
Cosa fanno i bambini durante la giornata?
«Hanno il tempo scandito dalle regole e dal programma della struttura. Incontrano la madre in tre diversi momenti della giornata per un periodo di tempo che è assolutamente limitato. Il papà li incontra tre volte a settimana per un periodo, torno a dire, estremamente limitato. Quindi i genitori vivono una situazione che potrei definire assolutamente drammatica, e non voglio usare un altro termine perché questo corrisponde meglio degli altri alla situazione attuale».
I bambini sono stati vaccinati. Comincio a pensare che l’idea delle istituzioni sia quella di tenere i bambini nella struttura il più possibile, forse per farli abituare a un nuovo modo di vita, e poi alla fine mandarli alla scuola pubblica e normalizzarli. Sbaglio?
«Io spero che lei sbagli, credo che non sia questa la strategia. Penso ci siano stati una serie di errori macroscopici, e mi riferisco evidentemente alla cosiddetta preparazione del carteggio processuale. Detto in altri termini, di ciò che è finito sulla scrivania del Collegio giudicante. Ci aspettavamo sin dall’inizio un atteggiamento che prendesse atto delle tantissime modifiche comportamentali, o comunque di approccio, di questa famiglia che comunque resta convinta della giustezza del proprio modo di vivere e di un approccio educativo diverso. Ci si è posti con una rigidità eccessiva, in un confronto che non è mai stato dialogante. E io credo che il problema di base che poi ha determinato questa situazione sia proprio la totale mancanza di un’apertura verso la cosiddetta, mi consenta il termine, alterità culturale. Se qualcosa che viene percepito come diverso dagli stereotipi a cui siamo costantemente abituati viene letto con lo stigma della diversità, inevitabilmente l’approdo può essere soltanto uno. E allora io mi chiedo, e lo faccio senza timore, quanto il ruolo dei servizi sociali in tutta questa vicenda abbia inciso. Avrebbero forse dovuto fare un passo indietro?».
Si è detto che i genitori erano conflittuali nei riguardi delle istituzioni.
«Non ci dimentichiamo che la madre ha fatto un esposto a marzo. Si è parlato a più riprese di un rapporto conflittuale dell’assistente sociale con i genitori che è durato più di 15 mesi. Ma in realtà, ed è importante sottolinearlo affinché ci sia una comprensione del percorso che ci ha portato qui, noi parliamo di un totale di cinque incontri, di cui due alla presenza delle forze dell’ordine».
Cinque incontri in tutto non è un gran dialogo.
«Ma lo Stato non è forse in dovere di dialogare con i cittadini che dovrebbe supportare anche e soprattutto laddove ravvisi delle criticità? A me pare che alzare un muro abbia determinato poi lo sradicamento, lo stravolgimento delle abitudini e della capacità di autodeterminazione di questi soggetti che poi si sono evidentemente irrigiditi di fronte all’irrigidimento dello Stato».
Quanto durerà ora l’iter della perizia?
«La Ctu ha giurato il 31 dicembre, quindi i 120 giorni sono a partire da quella data. Noi non vogliamo in alcun modo conculcare o mettere pressione sulla Ctu, ma siamo anche convinti che i tempi possano essere assolutamente abbreviati, devono essere abbreviati in ragione del vissuto di questa famiglia. Perché la Ctu potrebbe tranquillamente essere espletata anche in un diverso contesto, anzi a nostro modo di vedere il contesto più giusto è quello in cui le parti sono libere di esprimersi al netto di situazioni stressanti come quelle che continuano a vivere. Come le ho detto inizialmente, per noi non è tanto il tempo della Ctu, ma come ci si arriva a questa Ctu, qual è il tempo che passano questi due genitori lontani, qual è lo stress che vivono in questo momento e lo stress che soprattutto si riverbera inesorabilmente su tutto il nucleo familiare».
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Ansa
Prima veniamo alla cronaca di ieri. Secondo le prime stime, il ciclone Harry che si è abbattuto sulla Sicilia, devastando porti, stabilimenti balneari attività produttive e recettive, infrastrutture e strade localizzate soprattutto lungo la fascia costiera ionica e quella che si affaccia sul canale di Sicilia, ha provocato danni per oltre 1 miliardo. Ben superiori quindi alla valutazione di 741,5 milioni di euro, effettuata dalla Protezione civile regionale. A questo ammontare vanno infatti ad aggiungersi i mancati redditi delle attività produttive che dovrebbero ricevere ristori e contributi.
Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, ha spiegato che la richiesta per lo stato di emergenza «è stata deliberata. Abbiamo chiesto al governo 300 milioni per i danni alle infrastrutture e per ristorare i danni dei privati».
Il ministro della Protezione civile, Nello Musumeci durante il sopralluogo a Santa Teresa di Riva (Messina), uno dei luoghi più colpiti, ha sottolineato che grazie all’azione di prevenzione non si sono registrate vittime e neppure feriti.
Ma se si sono evitati lutti, il bilancio è ugualmente drammatico per i danni. Le attività commerciali hanno ricevuto un colpo mortale che rischia di compromettere la stagione primaverile e estiva di grande richiamo turistico. Confcommercio ha chiesto «interventi rapidi per il ripristino delle infrastrutture e per sostenere le attività economiche danneggiate affinché possano tornare quanto prima a operare in condizioni di normalità».
Piangono le attività turistiche. «Le mareggiate eccezionali che hanno colpito il litorale hanno devastato stabilimenti, danneggiato gravemente le infrastrutture e compromesso attrezzature che rappresentano il frutto di anni di investimenti e lavoro da parte degli imprenditori del settore» ha detto la Cna Sicilia. «Ci troviamo di fronte a un’emergenza che rischia di mettere in ginocchio un pilastro dell’economia turistica regionale», dice Mario Fazio, presidente di Cna balneari Sicilia.
Un aiuto a fronteggiare eventi drammatici come questi dovrebbe venire proprio dalle polizze catastrofali, lo strumento creato ad hoc per proteggere le imprese e sollevare lo Stato dall’onere dei ristori. In questa situazione però rischia di non essere efficace. Facciamo un passo indietro per capire. I decreti attuativi del provvedimento hanno stabilito una distinzione tra grandi imprese (quelle con oltre 250 dipendi e un fatturato oltre i 50 milioni di euro) e le Pmi, medie, piccole e micro. Per le grandi imprese la scadenza dell’obbligo a sottoscrivere una polizza catastrofale, è scattata il 31 marzo 2025, per le medie imprese (azienda tra 50 e 250 dipendenti) l’1 ottobre 2025 e per le piccole e micro (incluse le ditte individuali e imprese sotto i 50 addetti) l’1 gennaio scorso. La legge protegge maggiormente le piccole imprese ponendo limiti rigidi alle compagnie assicurative mentre lascia più libertà di negoziazione alle grandi.
Il tessuto imprenditoriale del Mezzogiorno è quasi interamente composto di piccole e micro realtà. Secondo le rilevazioni dell’Istat e dei rapporti di settore del Censis, nel Sud sono attive circa 1,25 milioni di imprese che rappresentano poco più del 27% del totale nazionale. Quelle micro, anche con nove addetti sono oltre il 96%. Parliamo di 1,2 milioni di ditte spesso a conduzione familiare. Le piccole, con 10-49 addetti sono circa 40.000 unità e rappresentano il 3% del tessuto produttivo meridionale. Le medie e grandi non raggiungono l’1% del totale.
I settori prevalenti delle micro e piccole imprese nel Sud sono il commercio al dettaglio e all’ingrosso (35%), i servizi e il turismo (il 25%) e l’agricoltura.
Quindi il grosso dei danni del ciclone Harry, li hanno subiti proprio quelle minuscole imprese che avevano l’obbligo di dotarsi della polizza catastrofale dal 2026. Lo avranno fatto? La normativa dice che in caso di catastrofe ambientale, l’impresa non assicurata non potrà richiedere ristori o contributi per la ricostruzione. In pratica l’imprenditore dovrà ripagare i danni mettendo mano al proprio portafoglio. Non solo. Senza polizza, l’azienda è considerata fragile e questo può portare al rifiuto di prestiti da parte delle banche. Un danno oltre il danno del maltempo. E anche per chi ha sottoscritto le polizze la strada non è sempre in discesa. «Alcuni imprenditori», ha evidenziato Musumeci, «mi hanno detto che delle compagnie di assicurazione, nonostante fossero state sottoscritte le polizze, cominciavano a fare bizantinismi. “Ma questo non è ciclone, questa è una mareggiata, mareggiata di serie A non una mareggiata di serie B”. Io questo linguaggio non lo accetto assolutamente. Lunedì ci sarà un cdm per deliberare lo stato di emergenza con un primo stanziamento per le necessità immediate.
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