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2018-11-16
Ricambio nell’intelligence. Il piano del governo per rilanciarsi in Libia
ANSA
La stretta di mano tra il premier, Giuseppe Conte, con il generale Khalifa Haftar e il presidente libico, Fajez Serraj, alla conferenza di Palermo sulla Libia ha rappresentato per la nostra politica estera un grosso passo in avanti che però non ha cancellato del tutto le difficoltà diplomatiche e di intelligence rimaste nella Cirenaica. Proprio per questo motivo, lunedì il governo avrebbe deciso di mettere mano alle nomine sui servizi segreti. È un tema che si trascina ormai da mesi, sul ricambio o meno dei vertici di Dis, Aise e Aisi, ma che ora diventa essenziale per dare vita alla nuova politica estera in Libia dell'esecutivo gialloblù, meno vicina agli Stati Uniti ma comunque equidistante dalla Russia di Vladimir Putin.
L'obiettivo è quello di rilanciare la presenza dell'Eni nella zona, mantenendo i propri avamposti, ma in particolare mettere ordine tra le tribù libiche che in questi anni ci hanno tenuto sotto ricatto, spesso con l'invio dei migranti: un'idea sul tavolo sarebbe quella di coinvolgerle nei guadagni del petrolio facendole entrare nel Noc (National Oil Corporation). Per farlo serve un ricambio generale, non solo nell'intelligence, ma che potrebbe passare dai vertici di Eni, il nostro colosso petrolifero.
A quanto risulta alla Verità, infatti, lunedì il Consiglio dei ministri dovrebbe sostituire il numero uno dell'Aise, il servizio segreto militare o esterno, cioè Alberto Manenti, che per anni ha gestito la situazione a Tripoli, anche perché nato a Tarhuna e vanta un'ottima conoscenza dell'arabo. Manenti è dal 1980 nel Sismi, fu nominato a Forte Braschi nel 2014 dal governo di Matteo Renzi, con la benedizione di Marco Minniti, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega ai servizi segreti, poi diventato ministro dell'Interno.
I possibili sostituti di Manenti sono tre. Il primo, è Enrico Savio, attuale numero due del Dis, che vanta l'appoggio del presidente di Leonardo, Gianni De Gennaro. Poi c'è Luciano Carta, il severo e marziale generale della Guardia di finanza, che in molti avrebbero voluto al vertice della stessa Gdf. Quindi c' è Gianni Caravelli, il secondo vice dell'Aise, spinto dal ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. Ma Caravelli fu nominato all'Aise proprio da Minniti e fu delegato da Manenti a seguire il dossier libico. E oggi sembra non essere un vantaggio.
Caso vuole che in questi giorni sul tavolo di Palazzo Chigi sia arrivata una relazione dettagliata sugli ultimi anni di gestione Minniti-Manenti del dossier libico. Per anni infatti, l'Italia ha sostenuto esclusivamente il Government of national accord (Gna) con a capo Serraj, unica autorità riconosciuta dall'Onu. I motivi della decisione, a detta di fonti diplomatiche, sono da ricondursi alla vicinanza delle scelte prese in passato dagli Stati uniti, in particolare da Hillary Clinton, al tempo segretario di Stato. Minniti, non è una notizia, è sempre stato molto vicino a Washington, come hanno rivelato anche i cablogrammi di Wikileaks. Il problema è che questa gestione è stata deleteria per i nostri interessi nella zona, come dimostra l'avanzata dei francesi di Total.
Non solo. L'Italia, dopo la caduta di Muammar Gheddafi, ha disinvestito in Libia in termini di capacità di intelligence e si è ritrovata con il problema dell'immigrazione e del terrorismo, ormai già esplosi. A conferma della sottovalutazione di questi due problemi basta rileggersi le relazioni che annualmente i nostri servizi segreti forniscono al Parlamento. Dal 2011 al 2017, quasi sei anni, nei dossier inviati a Camera e Senato non si fa minimo cenno agli sbarchi sulle nostre coste. Se ne inizia a parlare l'anno scorso, quando, si fa cenno a «sbarchi “occulti", effettuati sotto costa per eludere la sorveglianza marittima aumentando con ciò, di fatto, la possibilità di infiltrazione di elementi criminali e terroristici». A questo si aggiunga una politica discutibile sulla questione, con il governo di centrosinistra che a giorni alterni ha fatto intendere che i terroristi non potessero mischiarsi ai migranti, mentre altre volte sì. A quanto pare la gestione Minniti e Manenti ha puntato molto su Eni come braccio operativo della nostra intelligence. Lo disse persino l'ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in televisione, intervistato da Lilli Gruber, scatenando le proteste dei 5 stelle. Negli ultimi anni la situazione è cambiata, l'arrivo della Russia in Siria e anche in Libia hanno modificato la geopolitica di un Medio oriente completamente destabilizzato. L'Italia si è ritrovata sola e impreparata con il governo di Tripoli. Serraj si è rivelato debolissimo, basti pensare che vive a Tripoli in un palazzo con elevatissimo livello di protezione e limita pochissimo i suoi movimenti.
Sul fronte interno invece i gialloblù non prevedono novità. Il capo del Dis, Alessandro Pansa, resterà per ora al proprio posto almeno fino all'inizio del 2019. Mentre sarà confermato nel ruolo di numero uno dell'Aisi, Mario Parente. La solidità del generale dei carabinieri piace a Conte e al resto dell'esecutivo.
Consob, su Minenna presidente c’è il veto di Mattarella
C'è un fantasma che si aggira per i palazzi della politica romana, è il nuovo presidente di Consob, l'autorità di vigilanza per i mercati finanziari, poltrona vacante da più di due mesi dopo che Mario Nava diede le dimissioni il 13 settembre. A quanto pare, nelle ultime ore, 5 stelle e Lega avrebbero trovato la quadra su Marcello Minenna, ex assessore della giunta Raggi e già con un piede dentro l'organo di controllo della Borsa. In corsa ci sono anche due professori della Bocconi, Alberto Dell'Acqua e Donato Masciandaro. Ma di date certe sull'insediamento non ce ne sono.
E c'è un motivo. La resistenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che secondo procedura, è quello che decide la nomina con decreto dopo la proposta del presidente del Consiglio, che a sua volta deve avere il parere favorevole delle commissioni Finanze di Camera e Senato. Si tratta di una procedura complessa su cui sorveglia il nostro Stato profondo, l'apparato burocratico contro cui si scagliano da mesi i grillini senza successo. Del resto al Quirinale c'è una figura che segue con attenzione la scelta sul nuovo presidente di Consob. È Giuseppe Fotia, consigliere per gli Affari finanziari al Colle dal 2006, quando si insediò per la prima volta il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano. Fotia è stato soprannominato in questi anni come il «Signor no» della copertura finanziaria delle leggi, lo è anche adesso.
Ma a parte Consob, anche sulle altre nomine, dall'Antitrust all'Agcom, fino all'Anas, c'è incertezza. A sbloccarsi è stata Consip, stazione appaltante della Pubblica amministrazione, dove è arrivato come presidente Renato Catalano, capo dipartimento del Dag, nomina benedetta dall'asse formato da Mattarella, il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, e Roberto Garofoli, capo di gabinetto del Mef. In Anas è stata rinviata al 28 novembre l'assemblea per nominare il nuovo ad. Ugo Dibennardo resta la prima scelta, grazie all'appoggio del ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli. Da giorni però i grillini sono spaccati al loro interno. E mercoledì, 20 senatori pentastellati hanno presentato un'interrogazione che si chiede: «se la ventilata nomina di Dibennardo in sostituzione di Gianni Vittorio Armani non costituisca elemento di continuità con le precedenti gestioni e se non si ritenga invece urgente attivare le procedure ispettive previste dall'ordinamento, per fugare qualsiasi ombra nella gestione delle attività di Anas».
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Carroccio e pentastellati a Tripoli vogliono ricominciare da zero. Corsa a tre per la successione al capo dell'Aise scelto da Marco Minniti. L'obiettivo è rilanciare la presenza dell'Eni nella zona, mantenendo i propri avamposti, ma in particolare mettere ordine tra le tribù libiche che in questi anni ci hanno tenuto sotto ricatto, spesso con l'invio dei migranti.I gialloblù vorrebbero alla Vigilanza dei mercati Marcallo Minenna l'ex assessore della giunta Raggi. Incertezza anche sul futuro di Anas.Lo speciale contiene due articoliLa stretta di mano tra il premier, Giuseppe Conte, con il generale Khalifa Haftar e il presidente libico, Fajez Serraj, alla conferenza di Palermo sulla Libia ha rappresentato per la nostra politica estera un grosso passo in avanti che però non ha cancellato del tutto le difficoltà diplomatiche e di intelligence rimaste nella Cirenaica. Proprio per questo motivo, lunedì il governo avrebbe deciso di mettere mano alle nomine sui servizi segreti. È un tema che si trascina ormai da mesi, sul ricambio o meno dei vertici di Dis, Aise e Aisi, ma che ora diventa essenziale per dare vita alla nuova politica estera in Libia dell'esecutivo gialloblù, meno vicina agli Stati Uniti ma comunque equidistante dalla Russia di Vladimir Putin. L'obiettivo è quello di rilanciare la presenza dell'Eni nella zona, mantenendo i propri avamposti, ma in particolare mettere ordine tra le tribù libiche che in questi anni ci hanno tenuto sotto ricatto, spesso con l'invio dei migranti: un'idea sul tavolo sarebbe quella di coinvolgerle nei guadagni del petrolio facendole entrare nel Noc (National Oil Corporation). Per farlo serve un ricambio generale, non solo nell'intelligence, ma che potrebbe passare dai vertici di Eni, il nostro colosso petrolifero. A quanto risulta alla Verità, infatti, lunedì il Consiglio dei ministri dovrebbe sostituire il numero uno dell'Aise, il servizio segreto militare o esterno, cioè Alberto Manenti, che per anni ha gestito la situazione a Tripoli, anche perché nato a Tarhuna e vanta un'ottima conoscenza dell'arabo. Manenti è dal 1980 nel Sismi, fu nominato a Forte Braschi nel 2014 dal governo di Matteo Renzi, con la benedizione di Marco Minniti, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega ai servizi segreti, poi diventato ministro dell'Interno. I possibili sostituti di Manenti sono tre. Il primo, è Enrico Savio, attuale numero due del Dis, che vanta l'appoggio del presidente di Leonardo, Gianni De Gennaro. Poi c'è Luciano Carta, il severo e marziale generale della Guardia di finanza, che in molti avrebbero voluto al vertice della stessa Gdf. Quindi c' è Gianni Caravelli, il secondo vice dell'Aise, spinto dal ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. Ma Caravelli fu nominato all'Aise proprio da Minniti e fu delegato da Manenti a seguire il dossier libico. E oggi sembra non essere un vantaggio. Caso vuole che in questi giorni sul tavolo di Palazzo Chigi sia arrivata una relazione dettagliata sugli ultimi anni di gestione Minniti-Manenti del dossier libico. Per anni infatti, l'Italia ha sostenuto esclusivamente il Government of national accord (Gna) con a capo Serraj, unica autorità riconosciuta dall'Onu. I motivi della decisione, a detta di fonti diplomatiche, sono da ricondursi alla vicinanza delle scelte prese in passato dagli Stati uniti, in particolare da Hillary Clinton, al tempo segretario di Stato. Minniti, non è una notizia, è sempre stato molto vicino a Washington, come hanno rivelato anche i cablogrammi di Wikileaks. Il problema è che questa gestione è stata deleteria per i nostri interessi nella zona, come dimostra l'avanzata dei francesi di Total. Non solo. L'Italia, dopo la caduta di Muammar Gheddafi, ha disinvestito in Libia in termini di capacità di intelligence e si è ritrovata con il problema dell'immigrazione e del terrorismo, ormai già esplosi. A conferma della sottovalutazione di questi due problemi basta rileggersi le relazioni che annualmente i nostri servizi segreti forniscono al Parlamento. Dal 2011 al 2017, quasi sei anni, nei dossier inviati a Camera e Senato non si fa minimo cenno agli sbarchi sulle nostre coste. Se ne inizia a parlare l'anno scorso, quando, si fa cenno a «sbarchi “occulti", effettuati sotto costa per eludere la sorveglianza marittima aumentando con ciò, di fatto, la possibilità di infiltrazione di elementi criminali e terroristici». A questo si aggiunga una politica discutibile sulla questione, con il governo di centrosinistra che a giorni alterni ha fatto intendere che i terroristi non potessero mischiarsi ai migranti, mentre altre volte sì. A quanto pare la gestione Minniti e Manenti ha puntato molto su Eni come braccio operativo della nostra intelligence. Lo disse persino l'ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in televisione, intervistato da Lilli Gruber, scatenando le proteste dei 5 stelle. Negli ultimi anni la situazione è cambiata, l'arrivo della Russia in Siria e anche in Libia hanno modificato la geopolitica di un Medio oriente completamente destabilizzato. L'Italia si è ritrovata sola e impreparata con il governo di Tripoli. Serraj si è rivelato debolissimo, basti pensare che vive a Tripoli in un palazzo con elevatissimo livello di protezione e limita pochissimo i suoi movimenti. Sul fronte interno invece i gialloblù non prevedono novità. Il capo del Dis, Alessandro Pansa, resterà per ora al proprio posto almeno fino all'inizio del 2019. Mentre sarà confermato nel ruolo di numero uno dell'Aisi, Mario Parente. 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In corsa ci sono anche due professori della Bocconi, Alberto Dell'Acqua e Donato Masciandaro. Ma di date certe sull'insediamento non ce ne sono. E c'è un motivo. La resistenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che secondo procedura, è quello che decide la nomina con decreto dopo la proposta del presidente del Consiglio, che a sua volta deve avere il parere favorevole delle commissioni Finanze di Camera e Senato. Si tratta di una procedura complessa su cui sorveglia il nostro Stato profondo, l'apparato burocratico contro cui si scagliano da mesi i grillini senza successo. Del resto al Quirinale c'è una figura che segue con attenzione la scelta sul nuovo presidente di Consob. È Giuseppe Fotia, consigliere per gli Affari finanziari al Colle dal 2006, quando si insediò per la prima volta il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano. Fotia è stato soprannominato in questi anni come il «Signor no» della copertura finanziaria delle leggi, lo è anche adesso. Ma a parte Consob, anche sulle altre nomine, dall'Antitrust all'Agcom, fino all'Anas, c'è incertezza. A sbloccarsi è stata Consip, stazione appaltante della Pubblica amministrazione, dove è arrivato come presidente Renato Catalano, capo dipartimento del Dag, nomina benedetta dall'asse formato da Mattarella, il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, e Roberto Garofoli, capo di gabinetto del Mef. In Anas è stata rinviata al 28 novembre l'assemblea per nominare il nuovo ad. Ugo Dibennardo resta la prima scelta, grazie all'appoggio del ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli. Da giorni però i grillini sono spaccati al loro interno. E mercoledì, 20 senatori pentastellati hanno presentato un'interrogazione che si chiede: «se la ventilata nomina di Dibennardo in sostituzione di Gianni Vittorio Armani non costituisca elemento di continuità con le precedenti gestioni e se non si ritenga invece urgente attivare le procedure ispettive previste dall'ordinamento, per fugare qualsiasi ombra nella gestione delle attività di Anas».
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e l'inviato statunitense per il Medio Oriente Steve Witkoff (Ansa)
Stando ad Axios, ciò sarebbe accaduto anche a seguito del pressing che i Paesi arabi avrebbero esercitato sulla Casa Bianca. Inoltre, ieri, Trump ha affermato che l’Iran starebbe trattando, temendo un’azione militare statunitense. «Non vogliono che li colpiamo. Stanno negoziando», ha detto più o meno mentre, stando alla Bbc, Washington stava dispiegato nuovi rinforzi aerei in Medio Oriente.
In questo quadro, secondo Al Jazeera, Qatar, Turchia ed Egitto avrebbero approntato una bozza di accordo, sulla cui base l’Iran accetterebbe di non arricchire l’uranio durante l’arco di un triennio, per poi fermarsi a una soglia inferiore all’1,5%. Teheran si impegnerebbe inoltre a non armare più i propri proxy regionali e a non utilizzare i missili balistici. Infine, il regime khomeinista sottoscriverebbe un patto di non aggressione con Washington. Almeno fino a ieri sera, né gli americani né gli iraniani avevano commentato la bozza di accordo, che contiene elementi difficili da digerire per entrambi. Gli ayatollah sono infatti restii a rinunciare all’arricchimento dell’uranio e a rompere i rapporti con i loro proxy, mentre gli Usa vorrebbero delle ferree limitazioni al numero e alla gittata dei missili balistici iraniani. A questo si aggiunga che, mentre Washington oggi punta a discutere di vari argomenti, Teheran - oltre a pretendere ieri «serietà, realismo e responsabilità» dalla Casa Bianca - ha fatto a più riprese sapere di voler parlare esclusivamente di energia atomica.
Insomma, in attesa dei colloqui, la diplomazia resta sospesa, mentre i pasdaran, da sempre fautori della linea dura nei confronti di Washington, stanno alimentando la tensione. Ieri, le Guardie della rivoluzione non solo hanno sequestrato nel Golfo Persico due petroliere (la cui nazionalità non è ancora stata resa nota) ma hanno anche dispiegato, in una base sotterranea, il nuovo missile balistico a medio raggio, Khorramshahr-4. In questo quadro, lo Stato ebraico sta diventando sempre più irrequieto. Non a caso, Benjamin Netanyahu ha riunito ieri il consiglio di sicurezza per discutere dei colloqui previsti oggi in Oman: colloqui rispetto a cui il premier israeliano si mantiene fondamentalmente guardingo, non fidandosi degli ayatollah. In particolare, Gerusalemme teme non soltanto le ambizioni nucleari di Teheran, ma anche il suo programma balistico, oltre al sostegno che la Repubblica islamica continua a fornire ai propri proxy regionali.
Dall’altra parte, Turchia, Egitto e Qatar proseguono nel tessere la loro tela diplomatica. «Stiamo facendo tutto il possibile per impedire che queste tensioni tra Stati Uniti e Iran trascinino la regione verso un nuovo conflitto e caos. Ci stiamo lavorando. Abbiamo chiaramente espresso la nostra opposizione a un intervento militare in Iran. Vedo che le parti stanno dando spazio alla diplomazia, e questo è uno sviluppo positivo», ha affermato Recep Tayyip Erdogan. Anche l’Egitto ha auspicato che l’incontro odierno in Oman possa portare a delle «soluzioni diplomatiche e politiche». Dal canto suo, il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim bin Jaber Al Thani, ha ricevuto, ieri sera, Witkoff e Kushner. Insomma, la diplomazia procede. Ma la strada appare tutt’altro che in discesa.
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Friedrich Merz (Ansa)
Difficile dire oggi se per i francesi sarebbe uno smacco oppure ciò che vogliono, stante che se sul piano finanziario sarebbe complicato affrontare da soli la creazione di un nuovo caccia, in Europa sono però quelli messi meglio sul piano tecnologico. Comunque sia, il cancelliere Friedrich Merz ne ha parlato con il presidente Meloni, che è stata possibilista in un momento nel quale si sta anche valutando l’ingresso nel progetto Gcap dell’Arabia Saudita, ben visto dagli inglesi, e non mancano questioni da risolvere con la Bae System, azienda del Regno Unito che guida il programma e che dovrebbe, nel caso, approvare l’ingresso dei tedeschi.
Se ciò accadesse, si ridurrebbe i costi del programma a carico degli attuali partecipanti e il momento è opportuno anche per Roma perché, soltanto qualche giorno fa, in Parlamento era stato discusso l’aumento di spesa da 7 a 18,6 miliardi per sviluppare quello che viene ritenuto il più moderno e complesso «sistema di sistemi» mai realizzato e per il quale è stata costituita Edgewing, la joint-venture tra Leonardo, Bae System e Mitsubishi con sede a Reading (Regno Unito).
L’intento è costruire quello che sarà il super caccia che prenderà il posto degli Eurofighter a partire dal 2035: oltre 100 gli aerei inglesi, 140 quelli tedeschi, 90 quelli italiani. Senza contare le vendite estere e la possibilità di piazzarli in Spagna. Non è facile andare d’accordo in questi grandi progetti, la storia insegna che Dassault abbandonò l’Eurofighter proprio perché gli altri partner non vollero fargli costruire il motore, così fecero il Rafale per conto loro.
Ma è altrettanto vero che oggi Londra mantiene un atteggiamento dominante sul programma e c’è chi pensa che dietro tale comportamento ci siano pressioni di Trump per sostenere il suo programma, lo Ngad (Next generation air dominance), per far nascere lo F-47 che sostituirà lo F-35.
Non a caso, nei giorni scorsi il ministro della Difesa Guido Crosetto ha affermato ai microfoni della Reuters: «Ho chiesto a Leonardo di condividere tutto con gli inglesi e con i giapponesi. L’egoismo può soltanto danneggiare la cooperazione. Nessuno può essere considerato di prima o seconda classe o può difendere le vecchie eredità, bisogna abbattere le barriere egoistiche. L’Italia le ha abbattute completamente, il Giappone quasi completamente. Mi sembra che il Regno Unito sia più riluttante e questo è un errore perché l’egoismo è il peggior nemico delle nazioni e Londra farebbe un enorme favore a russi e cinesi».
Oggi nel Regno Unito, l’ufficio governativo trinazionale Gcap sta lavorando a stretto contatto con le aziende che si occupano di sensori, propulsione e integrazione, con l’obiettivo di consegnare l’aereo nei tempi previsti. E nell’incontro del 17 gennaio tra il primo ministro italiano Giorgia Meloni e quello giapponese Takaichi Sanae, si è proprio consolidata l’importanza di sviluppare rapidamente le tecnologie necessarie al Gcap senza indugi. Un eventuale ingresso di Berlino cambierebbe totalmente gli equilibri industriali in gioco: probabilmente Airbus potrebbe entrare in Edgewing, ma oggi le strutture e i motori del nascente Gcap sono nelle mani di Londra con Bae System e Rolls-Royce. Inoltre, il tempo passa e l’esemplare dimostratore tecnologico del Gcap dovrebbe volare già nel 2027, quindi prima degli altri. Nell’agosto scorso l’autorità britannica per la Trasformazione delle infrastrutture e dei servizi (Nista), nel suo «Delivery confidence assesment» aveva etichettato il programma come «rosso», indicando così la sua notevole complessità tecnica e le scadenze serrate delle varie fasi del programma. Il ministero della Difesa inglese ha stanziato circa due miliardi di sterline finora, con una previsione di spesa di oltre 12 miliardi nei prossimi dieci anni, ma la pressione politica sul budget della Difesa rimane alta anche se, a oggi, il Gcap sostiene già oltre 3.500 posti di lavoro e 600 fornitori nel solo Regno Unito.
Se l’Italia favorisse l’ingresso di Berlino nel Gcap potrebbe anche porre sul piatto una nostra maggiore partecipazione ad altri programmi anche navali o terrestri; ma altre condizioni le può porre Londra, magari chiedendo di rientrare in programmi europei abbandonati dopo la Brexit.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 6 febbraio con Carlo Cambi