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2018-11-16
Ricambio nell’intelligence. Il piano del governo per rilanciarsi in Libia
ANSA
La stretta di mano tra il premier, Giuseppe Conte, con il generale Khalifa Haftar e il presidente libico, Fajez Serraj, alla conferenza di Palermo sulla Libia ha rappresentato per la nostra politica estera un grosso passo in avanti che però non ha cancellato del tutto le difficoltà diplomatiche e di intelligence rimaste nella Cirenaica. Proprio per questo motivo, lunedì il governo avrebbe deciso di mettere mano alle nomine sui servizi segreti. È un tema che si trascina ormai da mesi, sul ricambio o meno dei vertici di Dis, Aise e Aisi, ma che ora diventa essenziale per dare vita alla nuova politica estera in Libia dell'esecutivo gialloblù, meno vicina agli Stati Uniti ma comunque equidistante dalla Russia di Vladimir Putin.
L'obiettivo è quello di rilanciare la presenza dell'Eni nella zona, mantenendo i propri avamposti, ma in particolare mettere ordine tra le tribù libiche che in questi anni ci hanno tenuto sotto ricatto, spesso con l'invio dei migranti: un'idea sul tavolo sarebbe quella di coinvolgerle nei guadagni del petrolio facendole entrare nel Noc (National Oil Corporation). Per farlo serve un ricambio generale, non solo nell'intelligence, ma che potrebbe passare dai vertici di Eni, il nostro colosso petrolifero.
A quanto risulta alla Verità, infatti, lunedì il Consiglio dei ministri dovrebbe sostituire il numero uno dell'Aise, il servizio segreto militare o esterno, cioè Alberto Manenti, che per anni ha gestito la situazione a Tripoli, anche perché nato a Tarhuna e vanta un'ottima conoscenza dell'arabo. Manenti è dal 1980 nel Sismi, fu nominato a Forte Braschi nel 2014 dal governo di Matteo Renzi, con la benedizione di Marco Minniti, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega ai servizi segreti, poi diventato ministro dell'Interno.
I possibili sostituti di Manenti sono tre. Il primo, è Enrico Savio, attuale numero due del Dis, che vanta l'appoggio del presidente di Leonardo, Gianni De Gennaro. Poi c'è Luciano Carta, il severo e marziale generale della Guardia di finanza, che in molti avrebbero voluto al vertice della stessa Gdf. Quindi c' è Gianni Caravelli, il secondo vice dell'Aise, spinto dal ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. Ma Caravelli fu nominato all'Aise proprio da Minniti e fu delegato da Manenti a seguire il dossier libico. E oggi sembra non essere un vantaggio.
Caso vuole che in questi giorni sul tavolo di Palazzo Chigi sia arrivata una relazione dettagliata sugli ultimi anni di gestione Minniti-Manenti del dossier libico. Per anni infatti, l'Italia ha sostenuto esclusivamente il Government of national accord (Gna) con a capo Serraj, unica autorità riconosciuta dall'Onu. I motivi della decisione, a detta di fonti diplomatiche, sono da ricondursi alla vicinanza delle scelte prese in passato dagli Stati uniti, in particolare da Hillary Clinton, al tempo segretario di Stato. Minniti, non è una notizia, è sempre stato molto vicino a Washington, come hanno rivelato anche i cablogrammi di Wikileaks. Il problema è che questa gestione è stata deleteria per i nostri interessi nella zona, come dimostra l'avanzata dei francesi di Total.
Non solo. L'Italia, dopo la caduta di Muammar Gheddafi, ha disinvestito in Libia in termini di capacità di intelligence e si è ritrovata con il problema dell'immigrazione e del terrorismo, ormai già esplosi. A conferma della sottovalutazione di questi due problemi basta rileggersi le relazioni che annualmente i nostri servizi segreti forniscono al Parlamento. Dal 2011 al 2017, quasi sei anni, nei dossier inviati a Camera e Senato non si fa minimo cenno agli sbarchi sulle nostre coste. Se ne inizia a parlare l'anno scorso, quando, si fa cenno a «sbarchi “occulti", effettuati sotto costa per eludere la sorveglianza marittima aumentando con ciò, di fatto, la possibilità di infiltrazione di elementi criminali e terroristici». A questo si aggiunga una politica discutibile sulla questione, con il governo di centrosinistra che a giorni alterni ha fatto intendere che i terroristi non potessero mischiarsi ai migranti, mentre altre volte sì. A quanto pare la gestione Minniti e Manenti ha puntato molto su Eni come braccio operativo della nostra intelligence. Lo disse persino l'ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in televisione, intervistato da Lilli Gruber, scatenando le proteste dei 5 stelle. Negli ultimi anni la situazione è cambiata, l'arrivo della Russia in Siria e anche in Libia hanno modificato la geopolitica di un Medio oriente completamente destabilizzato. L'Italia si è ritrovata sola e impreparata con il governo di Tripoli. Serraj si è rivelato debolissimo, basti pensare che vive a Tripoli in un palazzo con elevatissimo livello di protezione e limita pochissimo i suoi movimenti.
Sul fronte interno invece i gialloblù non prevedono novità. Il capo del Dis, Alessandro Pansa, resterà per ora al proprio posto almeno fino all'inizio del 2019. Mentre sarà confermato nel ruolo di numero uno dell'Aisi, Mario Parente. La solidità del generale dei carabinieri piace a Conte e al resto dell'esecutivo.
Consob, su Minenna presidente c’è il veto di Mattarella
C'è un fantasma che si aggira per i palazzi della politica romana, è il nuovo presidente di Consob, l'autorità di vigilanza per i mercati finanziari, poltrona vacante da più di due mesi dopo che Mario Nava diede le dimissioni il 13 settembre. A quanto pare, nelle ultime ore, 5 stelle e Lega avrebbero trovato la quadra su Marcello Minenna, ex assessore della giunta Raggi e già con un piede dentro l'organo di controllo della Borsa. In corsa ci sono anche due professori della Bocconi, Alberto Dell'Acqua e Donato Masciandaro. Ma di date certe sull'insediamento non ce ne sono.
E c'è un motivo. La resistenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che secondo procedura, è quello che decide la nomina con decreto dopo la proposta del presidente del Consiglio, che a sua volta deve avere il parere favorevole delle commissioni Finanze di Camera e Senato. Si tratta di una procedura complessa su cui sorveglia il nostro Stato profondo, l'apparato burocratico contro cui si scagliano da mesi i grillini senza successo. Del resto al Quirinale c'è una figura che segue con attenzione la scelta sul nuovo presidente di Consob. È Giuseppe Fotia, consigliere per gli Affari finanziari al Colle dal 2006, quando si insediò per la prima volta il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano. Fotia è stato soprannominato in questi anni come il «Signor no» della copertura finanziaria delle leggi, lo è anche adesso.
Ma a parte Consob, anche sulle altre nomine, dall'Antitrust all'Agcom, fino all'Anas, c'è incertezza. A sbloccarsi è stata Consip, stazione appaltante della Pubblica amministrazione, dove è arrivato come presidente Renato Catalano, capo dipartimento del Dag, nomina benedetta dall'asse formato da Mattarella, il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, e Roberto Garofoli, capo di gabinetto del Mef. In Anas è stata rinviata al 28 novembre l'assemblea per nominare il nuovo ad. Ugo Dibennardo resta la prima scelta, grazie all'appoggio del ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli. Da giorni però i grillini sono spaccati al loro interno. E mercoledì, 20 senatori pentastellati hanno presentato un'interrogazione che si chiede: «se la ventilata nomina di Dibennardo in sostituzione di Gianni Vittorio Armani non costituisca elemento di continuità con le precedenti gestioni e se non si ritenga invece urgente attivare le procedure ispettive previste dall'ordinamento, per fugare qualsiasi ombra nella gestione delle attività di Anas».
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Carroccio e pentastellati a Tripoli vogliono ricominciare da zero. Corsa a tre per la successione al capo dell'Aise scelto da Marco Minniti. L'obiettivo è rilanciare la presenza dell'Eni nella zona, mantenendo i propri avamposti, ma in particolare mettere ordine tra le tribù libiche che in questi anni ci hanno tenuto sotto ricatto, spesso con l'invio dei migranti.I gialloblù vorrebbero alla Vigilanza dei mercati Marcallo Minenna l'ex assessore della giunta Raggi. Incertezza anche sul futuro di Anas.Lo speciale contiene due articoliLa stretta di mano tra il premier, Giuseppe Conte, con il generale Khalifa Haftar e il presidente libico, Fajez Serraj, alla conferenza di Palermo sulla Libia ha rappresentato per la nostra politica estera un grosso passo in avanti che però non ha cancellato del tutto le difficoltà diplomatiche e di intelligence rimaste nella Cirenaica. Proprio per questo motivo, lunedì il governo avrebbe deciso di mettere mano alle nomine sui servizi segreti. È un tema che si trascina ormai da mesi, sul ricambio o meno dei vertici di Dis, Aise e Aisi, ma che ora diventa essenziale per dare vita alla nuova politica estera in Libia dell'esecutivo gialloblù, meno vicina agli Stati Uniti ma comunque equidistante dalla Russia di Vladimir Putin. L'obiettivo è quello di rilanciare la presenza dell'Eni nella zona, mantenendo i propri avamposti, ma in particolare mettere ordine tra le tribù libiche che in questi anni ci hanno tenuto sotto ricatto, spesso con l'invio dei migranti: un'idea sul tavolo sarebbe quella di coinvolgerle nei guadagni del petrolio facendole entrare nel Noc (National Oil Corporation). Per farlo serve un ricambio generale, non solo nell'intelligence, ma che potrebbe passare dai vertici di Eni, il nostro colosso petrolifero. A quanto risulta alla Verità, infatti, lunedì il Consiglio dei ministri dovrebbe sostituire il numero uno dell'Aise, il servizio segreto militare o esterno, cioè Alberto Manenti, che per anni ha gestito la situazione a Tripoli, anche perché nato a Tarhuna e vanta un'ottima conoscenza dell'arabo. Manenti è dal 1980 nel Sismi, fu nominato a Forte Braschi nel 2014 dal governo di Matteo Renzi, con la benedizione di Marco Minniti, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega ai servizi segreti, poi diventato ministro dell'Interno. I possibili sostituti di Manenti sono tre. Il primo, è Enrico Savio, attuale numero due del Dis, che vanta l'appoggio del presidente di Leonardo, Gianni De Gennaro. Poi c'è Luciano Carta, il severo e marziale generale della Guardia di finanza, che in molti avrebbero voluto al vertice della stessa Gdf. Quindi c' è Gianni Caravelli, il secondo vice dell'Aise, spinto dal ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. Ma Caravelli fu nominato all'Aise proprio da Minniti e fu delegato da Manenti a seguire il dossier libico. E oggi sembra non essere un vantaggio. Caso vuole che in questi giorni sul tavolo di Palazzo Chigi sia arrivata una relazione dettagliata sugli ultimi anni di gestione Minniti-Manenti del dossier libico. Per anni infatti, l'Italia ha sostenuto esclusivamente il Government of national accord (Gna) con a capo Serraj, unica autorità riconosciuta dall'Onu. I motivi della decisione, a detta di fonti diplomatiche, sono da ricondursi alla vicinanza delle scelte prese in passato dagli Stati uniti, in particolare da Hillary Clinton, al tempo segretario di Stato. Minniti, non è una notizia, è sempre stato molto vicino a Washington, come hanno rivelato anche i cablogrammi di Wikileaks. Il problema è che questa gestione è stata deleteria per i nostri interessi nella zona, come dimostra l'avanzata dei francesi di Total. Non solo. L'Italia, dopo la caduta di Muammar Gheddafi, ha disinvestito in Libia in termini di capacità di intelligence e si è ritrovata con il problema dell'immigrazione e del terrorismo, ormai già esplosi. A conferma della sottovalutazione di questi due problemi basta rileggersi le relazioni che annualmente i nostri servizi segreti forniscono al Parlamento. Dal 2011 al 2017, quasi sei anni, nei dossier inviati a Camera e Senato non si fa minimo cenno agli sbarchi sulle nostre coste. Se ne inizia a parlare l'anno scorso, quando, si fa cenno a «sbarchi “occulti", effettuati sotto costa per eludere la sorveglianza marittima aumentando con ciò, di fatto, la possibilità di infiltrazione di elementi criminali e terroristici». A questo si aggiunga una politica discutibile sulla questione, con il governo di centrosinistra che a giorni alterni ha fatto intendere che i terroristi non potessero mischiarsi ai migranti, mentre altre volte sì. A quanto pare la gestione Minniti e Manenti ha puntato molto su Eni come braccio operativo della nostra intelligence. Lo disse persino l'ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in televisione, intervistato da Lilli Gruber, scatenando le proteste dei 5 stelle. Negli ultimi anni la situazione è cambiata, l'arrivo della Russia in Siria e anche in Libia hanno modificato la geopolitica di un Medio oriente completamente destabilizzato. L'Italia si è ritrovata sola e impreparata con il governo di Tripoli. Serraj si è rivelato debolissimo, basti pensare che vive a Tripoli in un palazzo con elevatissimo livello di protezione e limita pochissimo i suoi movimenti. Sul fronte interno invece i gialloblù non prevedono novità. Il capo del Dis, Alessandro Pansa, resterà per ora al proprio posto almeno fino all'inizio del 2019. Mentre sarà confermato nel ruolo di numero uno dell'Aisi, Mario Parente. 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In corsa ci sono anche due professori della Bocconi, Alberto Dell'Acqua e Donato Masciandaro. Ma di date certe sull'insediamento non ce ne sono. E c'è un motivo. La resistenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che secondo procedura, è quello che decide la nomina con decreto dopo la proposta del presidente del Consiglio, che a sua volta deve avere il parere favorevole delle commissioni Finanze di Camera e Senato. Si tratta di una procedura complessa su cui sorveglia il nostro Stato profondo, l'apparato burocratico contro cui si scagliano da mesi i grillini senza successo. Del resto al Quirinale c'è una figura che segue con attenzione la scelta sul nuovo presidente di Consob. È Giuseppe Fotia, consigliere per gli Affari finanziari al Colle dal 2006, quando si insediò per la prima volta il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano. Fotia è stato soprannominato in questi anni come il «Signor no» della copertura finanziaria delle leggi, lo è anche adesso. Ma a parte Consob, anche sulle altre nomine, dall'Antitrust all'Agcom, fino all'Anas, c'è incertezza. A sbloccarsi è stata Consip, stazione appaltante della Pubblica amministrazione, dove è arrivato come presidente Renato Catalano, capo dipartimento del Dag, nomina benedetta dall'asse formato da Mattarella, il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, e Roberto Garofoli, capo di gabinetto del Mef. In Anas è stata rinviata al 28 novembre l'assemblea per nominare il nuovo ad. Ugo Dibennardo resta la prima scelta, grazie all'appoggio del ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli. Da giorni però i grillini sono spaccati al loro interno. E mercoledì, 20 senatori pentastellati hanno presentato un'interrogazione che si chiede: «se la ventilata nomina di Dibennardo in sostituzione di Gianni Vittorio Armani non costituisca elemento di continuità con le precedenti gestioni e se non si ritenga invece urgente attivare le procedure ispettive previste dall'ordinamento, per fugare qualsiasi ombra nella gestione delle attività di Anas».
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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