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2018-11-16
Ricambio nell’intelligence. Il piano del governo per rilanciarsi in Libia
ANSA
La stretta di mano tra il premier, Giuseppe Conte, con il generale Khalifa Haftar e il presidente libico, Fajez Serraj, alla conferenza di Palermo sulla Libia ha rappresentato per la nostra politica estera un grosso passo in avanti che però non ha cancellato del tutto le difficoltà diplomatiche e di intelligence rimaste nella Cirenaica. Proprio per questo motivo, lunedì il governo avrebbe deciso di mettere mano alle nomine sui servizi segreti. È un tema che si trascina ormai da mesi, sul ricambio o meno dei vertici di Dis, Aise e Aisi, ma che ora diventa essenziale per dare vita alla nuova politica estera in Libia dell'esecutivo gialloblù, meno vicina agli Stati Uniti ma comunque equidistante dalla Russia di Vladimir Putin.
L'obiettivo è quello di rilanciare la presenza dell'Eni nella zona, mantenendo i propri avamposti, ma in particolare mettere ordine tra le tribù libiche che in questi anni ci hanno tenuto sotto ricatto, spesso con l'invio dei migranti: un'idea sul tavolo sarebbe quella di coinvolgerle nei guadagni del petrolio facendole entrare nel Noc (National Oil Corporation). Per farlo serve un ricambio generale, non solo nell'intelligence, ma che potrebbe passare dai vertici di Eni, il nostro colosso petrolifero.
A quanto risulta alla Verità, infatti, lunedì il Consiglio dei ministri dovrebbe sostituire il numero uno dell'Aise, il servizio segreto militare o esterno, cioè Alberto Manenti, che per anni ha gestito la situazione a Tripoli, anche perché nato a Tarhuna e vanta un'ottima conoscenza dell'arabo. Manenti è dal 1980 nel Sismi, fu nominato a Forte Braschi nel 2014 dal governo di Matteo Renzi, con la benedizione di Marco Minniti, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega ai servizi segreti, poi diventato ministro dell'Interno.
I possibili sostituti di Manenti sono tre. Il primo, è Enrico Savio, attuale numero due del Dis, che vanta l'appoggio del presidente di Leonardo, Gianni De Gennaro. Poi c'è Luciano Carta, il severo e marziale generale della Guardia di finanza, che in molti avrebbero voluto al vertice della stessa Gdf. Quindi c' è Gianni Caravelli, il secondo vice dell'Aise, spinto dal ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. Ma Caravelli fu nominato all'Aise proprio da Minniti e fu delegato da Manenti a seguire il dossier libico. E oggi sembra non essere un vantaggio.
Caso vuole che in questi giorni sul tavolo di Palazzo Chigi sia arrivata una relazione dettagliata sugli ultimi anni di gestione Minniti-Manenti del dossier libico. Per anni infatti, l'Italia ha sostenuto esclusivamente il Government of national accord (Gna) con a capo Serraj, unica autorità riconosciuta dall'Onu. I motivi della decisione, a detta di fonti diplomatiche, sono da ricondursi alla vicinanza delle scelte prese in passato dagli Stati uniti, in particolare da Hillary Clinton, al tempo segretario di Stato. Minniti, non è una notizia, è sempre stato molto vicino a Washington, come hanno rivelato anche i cablogrammi di Wikileaks. Il problema è che questa gestione è stata deleteria per i nostri interessi nella zona, come dimostra l'avanzata dei francesi di Total.
Non solo. L'Italia, dopo la caduta di Muammar Gheddafi, ha disinvestito in Libia in termini di capacità di intelligence e si è ritrovata con il problema dell'immigrazione e del terrorismo, ormai già esplosi. A conferma della sottovalutazione di questi due problemi basta rileggersi le relazioni che annualmente i nostri servizi segreti forniscono al Parlamento. Dal 2011 al 2017, quasi sei anni, nei dossier inviati a Camera e Senato non si fa minimo cenno agli sbarchi sulle nostre coste. Se ne inizia a parlare l'anno scorso, quando, si fa cenno a «sbarchi “occulti", effettuati sotto costa per eludere la sorveglianza marittima aumentando con ciò, di fatto, la possibilità di infiltrazione di elementi criminali e terroristici». A questo si aggiunga una politica discutibile sulla questione, con il governo di centrosinistra che a giorni alterni ha fatto intendere che i terroristi non potessero mischiarsi ai migranti, mentre altre volte sì. A quanto pare la gestione Minniti e Manenti ha puntato molto su Eni come braccio operativo della nostra intelligence. Lo disse persino l'ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in televisione, intervistato da Lilli Gruber, scatenando le proteste dei 5 stelle. Negli ultimi anni la situazione è cambiata, l'arrivo della Russia in Siria e anche in Libia hanno modificato la geopolitica di un Medio oriente completamente destabilizzato. L'Italia si è ritrovata sola e impreparata con il governo di Tripoli. Serraj si è rivelato debolissimo, basti pensare che vive a Tripoli in un palazzo con elevatissimo livello di protezione e limita pochissimo i suoi movimenti.
Sul fronte interno invece i gialloblù non prevedono novità. Il capo del Dis, Alessandro Pansa, resterà per ora al proprio posto almeno fino all'inizio del 2019. Mentre sarà confermato nel ruolo di numero uno dell'Aisi, Mario Parente. La solidità del generale dei carabinieri piace a Conte e al resto dell'esecutivo.
Consob, su Minenna presidente c’è il veto di Mattarella
C'è un fantasma che si aggira per i palazzi della politica romana, è il nuovo presidente di Consob, l'autorità di vigilanza per i mercati finanziari, poltrona vacante da più di due mesi dopo che Mario Nava diede le dimissioni il 13 settembre. A quanto pare, nelle ultime ore, 5 stelle e Lega avrebbero trovato la quadra su Marcello Minenna, ex assessore della giunta Raggi e già con un piede dentro l'organo di controllo della Borsa. In corsa ci sono anche due professori della Bocconi, Alberto Dell'Acqua e Donato Masciandaro. Ma di date certe sull'insediamento non ce ne sono.
E c'è un motivo. La resistenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che secondo procedura, è quello che decide la nomina con decreto dopo la proposta del presidente del Consiglio, che a sua volta deve avere il parere favorevole delle commissioni Finanze di Camera e Senato. Si tratta di una procedura complessa su cui sorveglia il nostro Stato profondo, l'apparato burocratico contro cui si scagliano da mesi i grillini senza successo. Del resto al Quirinale c'è una figura che segue con attenzione la scelta sul nuovo presidente di Consob. È Giuseppe Fotia, consigliere per gli Affari finanziari al Colle dal 2006, quando si insediò per la prima volta il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano. Fotia è stato soprannominato in questi anni come il «Signor no» della copertura finanziaria delle leggi, lo è anche adesso.
Ma a parte Consob, anche sulle altre nomine, dall'Antitrust all'Agcom, fino all'Anas, c'è incertezza. A sbloccarsi è stata Consip, stazione appaltante della Pubblica amministrazione, dove è arrivato come presidente Renato Catalano, capo dipartimento del Dag, nomina benedetta dall'asse formato da Mattarella, il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, e Roberto Garofoli, capo di gabinetto del Mef. In Anas è stata rinviata al 28 novembre l'assemblea per nominare il nuovo ad. Ugo Dibennardo resta la prima scelta, grazie all'appoggio del ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli. Da giorni però i grillini sono spaccati al loro interno. E mercoledì, 20 senatori pentastellati hanno presentato un'interrogazione che si chiede: «se la ventilata nomina di Dibennardo in sostituzione di Gianni Vittorio Armani non costituisca elemento di continuità con le precedenti gestioni e se non si ritenga invece urgente attivare le procedure ispettive previste dall'ordinamento, per fugare qualsiasi ombra nella gestione delle attività di Anas».
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Carroccio e pentastellati a Tripoli vogliono ricominciare da zero. Corsa a tre per la successione al capo dell'Aise scelto da Marco Minniti. L'obiettivo è rilanciare la presenza dell'Eni nella zona, mantenendo i propri avamposti, ma in particolare mettere ordine tra le tribù libiche che in questi anni ci hanno tenuto sotto ricatto, spesso con l'invio dei migranti.I gialloblù vorrebbero alla Vigilanza dei mercati Marcallo Minenna l'ex assessore della giunta Raggi. Incertezza anche sul futuro di Anas.Lo speciale contiene due articoliLa stretta di mano tra il premier, Giuseppe Conte, con il generale Khalifa Haftar e il presidente libico, Fajez Serraj, alla conferenza di Palermo sulla Libia ha rappresentato per la nostra politica estera un grosso passo in avanti che però non ha cancellato del tutto le difficoltà diplomatiche e di intelligence rimaste nella Cirenaica. Proprio per questo motivo, lunedì il governo avrebbe deciso di mettere mano alle nomine sui servizi segreti. È un tema che si trascina ormai da mesi, sul ricambio o meno dei vertici di Dis, Aise e Aisi, ma che ora diventa essenziale per dare vita alla nuova politica estera in Libia dell'esecutivo gialloblù, meno vicina agli Stati Uniti ma comunque equidistante dalla Russia di Vladimir Putin. L'obiettivo è quello di rilanciare la presenza dell'Eni nella zona, mantenendo i propri avamposti, ma in particolare mettere ordine tra le tribù libiche che in questi anni ci hanno tenuto sotto ricatto, spesso con l'invio dei migranti: un'idea sul tavolo sarebbe quella di coinvolgerle nei guadagni del petrolio facendole entrare nel Noc (National Oil Corporation). Per farlo serve un ricambio generale, non solo nell'intelligence, ma che potrebbe passare dai vertici di Eni, il nostro colosso petrolifero. A quanto risulta alla Verità, infatti, lunedì il Consiglio dei ministri dovrebbe sostituire il numero uno dell'Aise, il servizio segreto militare o esterno, cioè Alberto Manenti, che per anni ha gestito la situazione a Tripoli, anche perché nato a Tarhuna e vanta un'ottima conoscenza dell'arabo. Manenti è dal 1980 nel Sismi, fu nominato a Forte Braschi nel 2014 dal governo di Matteo Renzi, con la benedizione di Marco Minniti, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega ai servizi segreti, poi diventato ministro dell'Interno. I possibili sostituti di Manenti sono tre. Il primo, è Enrico Savio, attuale numero due del Dis, che vanta l'appoggio del presidente di Leonardo, Gianni De Gennaro. Poi c'è Luciano Carta, il severo e marziale generale della Guardia di finanza, che in molti avrebbero voluto al vertice della stessa Gdf. Quindi c' è Gianni Caravelli, il secondo vice dell'Aise, spinto dal ministro della Difesa, Elisabetta Trenta. Ma Caravelli fu nominato all'Aise proprio da Minniti e fu delegato da Manenti a seguire il dossier libico. E oggi sembra non essere un vantaggio. Caso vuole che in questi giorni sul tavolo di Palazzo Chigi sia arrivata una relazione dettagliata sugli ultimi anni di gestione Minniti-Manenti del dossier libico. Per anni infatti, l'Italia ha sostenuto esclusivamente il Government of national accord (Gna) con a capo Serraj, unica autorità riconosciuta dall'Onu. I motivi della decisione, a detta di fonti diplomatiche, sono da ricondursi alla vicinanza delle scelte prese in passato dagli Stati uniti, in particolare da Hillary Clinton, al tempo segretario di Stato. Minniti, non è una notizia, è sempre stato molto vicino a Washington, come hanno rivelato anche i cablogrammi di Wikileaks. Il problema è che questa gestione è stata deleteria per i nostri interessi nella zona, come dimostra l'avanzata dei francesi di Total. Non solo. L'Italia, dopo la caduta di Muammar Gheddafi, ha disinvestito in Libia in termini di capacità di intelligence e si è ritrovata con il problema dell'immigrazione e del terrorismo, ormai già esplosi. A conferma della sottovalutazione di questi due problemi basta rileggersi le relazioni che annualmente i nostri servizi segreti forniscono al Parlamento. Dal 2011 al 2017, quasi sei anni, nei dossier inviati a Camera e Senato non si fa minimo cenno agli sbarchi sulle nostre coste. Se ne inizia a parlare l'anno scorso, quando, si fa cenno a «sbarchi “occulti", effettuati sotto costa per eludere la sorveglianza marittima aumentando con ciò, di fatto, la possibilità di infiltrazione di elementi criminali e terroristici». A questo si aggiunga una politica discutibile sulla questione, con il governo di centrosinistra che a giorni alterni ha fatto intendere che i terroristi non potessero mischiarsi ai migranti, mentre altre volte sì. A quanto pare la gestione Minniti e Manenti ha puntato molto su Eni come braccio operativo della nostra intelligence. Lo disse persino l'ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in televisione, intervistato da Lilli Gruber, scatenando le proteste dei 5 stelle. Negli ultimi anni la situazione è cambiata, l'arrivo della Russia in Siria e anche in Libia hanno modificato la geopolitica di un Medio oriente completamente destabilizzato. L'Italia si è ritrovata sola e impreparata con il governo di Tripoli. Serraj si è rivelato debolissimo, basti pensare che vive a Tripoli in un palazzo con elevatissimo livello di protezione e limita pochissimo i suoi movimenti. Sul fronte interno invece i gialloblù non prevedono novità. Il capo del Dis, Alessandro Pansa, resterà per ora al proprio posto almeno fino all'inizio del 2019. Mentre sarà confermato nel ruolo di numero uno dell'Aisi, Mario Parente. 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In corsa ci sono anche due professori della Bocconi, Alberto Dell'Acqua e Donato Masciandaro. Ma di date certe sull'insediamento non ce ne sono. E c'è un motivo. La resistenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che secondo procedura, è quello che decide la nomina con decreto dopo la proposta del presidente del Consiglio, che a sua volta deve avere il parere favorevole delle commissioni Finanze di Camera e Senato. Si tratta di una procedura complessa su cui sorveglia il nostro Stato profondo, l'apparato burocratico contro cui si scagliano da mesi i grillini senza successo. Del resto al Quirinale c'è una figura che segue con attenzione la scelta sul nuovo presidente di Consob. È Giuseppe Fotia, consigliere per gli Affari finanziari al Colle dal 2006, quando si insediò per la prima volta il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano. Fotia è stato soprannominato in questi anni come il «Signor no» della copertura finanziaria delle leggi, lo è anche adesso. Ma a parte Consob, anche sulle altre nomine, dall'Antitrust all'Agcom, fino all'Anas, c'è incertezza. A sbloccarsi è stata Consip, stazione appaltante della Pubblica amministrazione, dove è arrivato come presidente Renato Catalano, capo dipartimento del Dag, nomina benedetta dall'asse formato da Mattarella, il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, e Roberto Garofoli, capo di gabinetto del Mef. In Anas è stata rinviata al 28 novembre l'assemblea per nominare il nuovo ad. Ugo Dibennardo resta la prima scelta, grazie all'appoggio del ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli. Da giorni però i grillini sono spaccati al loro interno. E mercoledì, 20 senatori pentastellati hanno presentato un'interrogazione che si chiede: «se la ventilata nomina di Dibennardo in sostituzione di Gianni Vittorio Armani non costituisca elemento di continuità con le precedenti gestioni e se non si ritenga invece urgente attivare le procedure ispettive previste dall'ordinamento, per fugare qualsiasi ombra nella gestione delle attività di Anas».
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».