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2025-05-08
Riarmo, l’Eurocamera schiaffeggia Ursula
Sarà pure il piano di riarmo destinato a rivoluzionare la difesa europea per i prossimi decenni, ma da quando Ursula von der Leyen (un paio di mesi fa) ha annunciato Urbi et Orbi il progetto da 800 miliardi e la necessità di approfittare dell’articolo 122 del Trattato sul Funzionamento dell’Ue (la procedura d’urgenza che bypassa il Parlamento), non si contano le bocciature e «gli schiaffi», solo figurati ci mancherebbe, che il rieletto presidente del governo dell’Unione ha preso. Schiaffi che lei ha incassato imperterrita, per poi tirare avanti, incurante di quello che le dicevano servizi legali, eurodeputati e presidente dell’assise di Bruxelles.
L’ultimo ceffone è arrivato dal Parlamento, in seduta plenaria, a Strasburgo. Ieri infatti, con 281 voti a favore, 260 contrari e 121 astenuti, è stato approvato un emendamento del Movimento 5 Stelle che critica la Von der Leyen e boccia la sua decisione di bypassare il Parlamento europeo nella procedura di approvazione del piano di riarmo (in realtà il riferimento è allo strumento Safe, che dovrà sostenere per 150 milioni gli sforzi economici per il riarmo degli Stati membri). Costa fatica ammetterlo, e cozza anche con la storia italiana ed europea dei Cinque stelle, ma quando in una nota congiunta gli europarlamentari M5S Pasquale Tridico e Mario Furore esprimono rammarico per «la decisione del presidente della Commissione che aggira il principio dell’equilibrio istituzionale e compromette il ruolo di colegislatore del Parlamento nella definizione delle priorità strategiche e di bilancio», è difficile dare loro torto. «Giù le mani dalla democrazia europea. Ursula Von der Leyen», spiegano ancora Tridico e Furore, «adesso deve rispettare le prerogative del Parlamento e cambiare la base legale del provvedimento, altrimenti, come annunciato ieri dalla presidente Metsola, saremo pronti a portare il caso alla Corte di giustizia europea».
Ecco appunto, Roberta Metsola. Perché il voto di Strasburgo non è stato che il logico seguito della lettera inviata dal presidente del Parlamento Ue alla parigrado della Commissione. «Il Parlamento europeo», leggiamo nella missiva, «non mette in discussione i meriti della proposta, ma è profondamente preoccupato che l’atto legislativo in questione venga proposto per l’adozione senza la base giuridica e la procedura legislativa adeguata, mettendone a rischio la legittimità democratica». Quindi? «Se il Consiglio adotterà il regolamento utilizzando l’articolo 122», si legge ancora, «il Parlamento esaminerà l’atto a norma dell’articolo 155 del suo funzionamento». Tradotto vuol dire che la Metsola è pronta a ricorrere alla Corte di giustizia Ue.
Toni troppo duri? Assolutamente no, se consideriamo che la lettera della Metsola arriva dopo che il servizio legale dell’Eurocamera aveva stroncato la procedura accelerata dando il la al voto unanime della Commissione Juri che a sua volta aveva bocciato l’iter d’emergenza adottato dalla Von der Leyen. Piano Ursula che intanto aveva anche cambiato nome. Per ammorbidire le accuse sulle velleità iper-belliciste del progetto, infatti, il Rearm si era trasformato in Readiness 2030. Non che i contenuti venissero modificati. Ci mancherebbe. Era solo un tentativo di salvare la forma rispetto alla foga pro armi che ormai anima la Commissione a vocazione franco-tedesca che «ha le visioni» sulle truppe russe pronte a invadere le capitali del Vecchio continente da un momento all’altro.
Impossibile non sospettare che dietro ai piani «accelerati» della Von der Leyen si celi l’interesse a gettare un salvagente alle economie di Berlino e Parigi. Da Dassault Aviation fino a Thales, Safran, Rheinmetall, Knds e Hensoldt, i principali colossi della difesa in Europa sono concentrati in Francia e Germania ed è evidente che le nuove commesse rappresenterebbero ossigeno puro soprattutto per il neonato governo Merz, alle prese con la gravissima crisi della manifattura e dell’automotive.
E desta ancora più sospetti il fatto che nonostante le bocciature dei tecnici e dell’Europarlamento, nonostante la lettera di minacce della Metsola, e nonostante le critiche che le arrivino addosso da tutti gli ambienti politici, anche quelli che sulla carta dovrebbero appoggiarla, la Von der Leyen continui a tirare dritto.
Il presidente ha fatto spallucce rispetto ai rimbrotti legali, se n’è infischiata delle polemiche sulla democrazia e anche al cospetto dell’ultimo palese richiamo ufficiale non ha fatto una piega. «Possiamo confermare che abbiamo ricevuto la lettera», evidenzia Paula Pinho, un portavoce della Commissione europea nel briefing quotidiano con la stampa, «nella risposta giustificheremo la scelta della base giuridica per l’uso dell’articolo 122, che viene utilizzato per circostanze eccezionali, basandoci anche sul contributo che abbiamo avuto, in particolare dal nostro servizio legale». Con buona pace di chi prima di armarsi fino ai denti fa una richiesta che appare addirittura banale: discuterne con il Parlamento, confrontarsi con gli eurodeputati votati dal popolo.
Dazi, prove di disgelo Usa-Cina: primi colloqui sabato a Ginevra
Cina e Stati Uniti hanno annunciato l’intenzione di incontrarsi questo fine settimana a Ginevra, in Svizzera, per avviare colloqui preliminari finalizzati a rilanciare i negoziati commerciali. Si tratta del primo confronto diretto dopo l’imposizione, da parte dell’amministrazione Trump, di dazi del 145% su una vasta gamma di prodotti cinesi e le successive ritorsioni di Pechino, che ha risposto con tariffe del 125% sulle importazioni statunitensi. L’incontro, organizzato «su richiesta degli Stati Uniti» secondo fonti cinesi, vedrà protagonisti il vice primo ministro cinese He Lifeng, il segretario al Tesoro americano Scott Bessent e il rappresentante commerciale Usa Jamieson Greer. In particolare, il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Lin Jian, ha detto che Washington ha di recente «espresso la disponibilità a negoziare», sottolineando che «l’opposizione della Cina all’imposizione arbitraria di dazi resta invariata».
Il ministero del Commercio cinese ha sottolineato che Pechino «non sacrificherà i suoi principi» e «difenderà la giustizia» durante i colloqui, ammonendo Washington ad «affrontare le gravi conseguenze negative dei dazi unilaterali, sia per sé che per il mondo». In un comunicato, Pechino ha precisato che qualsiasi dialogo dovrà fondarsi su «uguaglianza, rispetto e reciproco vantaggio», respingendo categoricamente pressioni o ricatti: «Se gli Stati Uniti agiranno in modo incoerente o tenteranno di imporre condizioni, la Cina non accetterà». Dal canto suo, Scott Bessent ha espresso ottimismo, dichiarando di attendersi «discussioni produttive per riequilibrare il sistema economico internazionale a vantaggio degli interessi americani». Tuttavia, in un’intervista a Fox News, ha ridimensionato le aspettative: «Parleremo di distensione, non di un accordo ampio. Serve alleviare le tensioni prima di progredire». E poi, alla Camera Usa: «È solo un inizio, non c’è alcuna trattativa avanzata».
I dazi imposti dalle due potenze - definiti «equivalenti a un embargo» dal segretario al Tesoro americano - sono considerati insostenibili dalla maggioranza degli economisti. Oltre a danneggiare direttamente le economie di Cina e Usa, rischiano di innescare un effetto domino globale: recessione e inflazione potrebbero estendersi ben oltre i confini dei due rivali, destabilizzando i mercati internazionali. I colloqui del 10-11 maggio rappresentano dunque un primo, fragile tentativo di dialogo tra le due superpotenze. Se da un lato le posizioni appaiono distanti, l’incontro segnala la consapevolezza di un pericolo comune: proseguire sulla strada dello scontro rischia di trasformare la guerra commerciale in una crisi sistemica.
«I segnali sui dazi che sono arrivati anche durante l’incontro del presidente Usa Trump e il premier canadese Carney mi sembrano leggermente positivi», ha detto il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani all’Annual meeting di Confindustria advisory board investitori esteri alla Luiss. «Mi auguro che si possa arrivare a un accordo, l’obiettivo dovrebbe essere zero tariffe da una parte e zero tariffe dall’altra. Un mercato unico Europa-Usa-Canada», ha aggiunto. «Intanto noi dobbiamo trattare, il rinvio di tre mesi è certamente un fatto positivo. E come Europa dobbiamo trattare, perché farlo da soli è impensabile da un punto di vista giuridico e anche un segno di debolezza. Daremmo un vantaggio solo al nostro interlocutore ma non a noi. O trattiamo a livello europeo o non trattiamo».
Intanto le prime navi cariche di prodotti cinesi con tariffe al 145% stanno attraccando a Los Angeles con i carichi drasticamente ridotti, se non dimezzati. «Questa settimana siamo in calo del 35% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, e queste sono le prime navi colpite dalle tariffe imposte lo scorso mese. Ecco perché il volume del carico è così ridotto», ha sottolineato Gene Seroka, direttore del porto di Los Angeles.
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Il Parlamento Ue ha approvato una mozione del M5s che censura la decisione di bypassare l’Aula nell’approvazione del piano da 800 miliardi. Pure la Metsola, in una lettera alla Von der Leyen, stigmatizza la scelta. Ed evoca ricorsi alla Corte di giustizia.Dazi, prove di disgelo Usa-Cina. Il Tesoro americano avverte: «È solo un inizio, non c’è alcuna trattativa avanzata».Lo speciale contiene due articoli.Sarà pure il piano di riarmo destinato a rivoluzionare la difesa europea per i prossimi decenni, ma da quando Ursula von der Leyen (un paio di mesi fa) ha annunciato Urbi et Orbi il progetto da 800 miliardi e la necessità di approfittare dell’articolo 122 del Trattato sul Funzionamento dell’Ue (la procedura d’urgenza che bypassa il Parlamento), non si contano le bocciature e «gli schiaffi», solo figurati ci mancherebbe, che il rieletto presidente del governo dell’Unione ha preso. Schiaffi che lei ha incassato imperterrita, per poi tirare avanti, incurante di quello che le dicevano servizi legali, eurodeputati e presidente dell’assise di Bruxelles. L’ultimo ceffone è arrivato dal Parlamento, in seduta plenaria, a Strasburgo. Ieri infatti, con 281 voti a favore, 260 contrari e 121 astenuti, è stato approvato un emendamento del Movimento 5 Stelle che critica la Von der Leyen e boccia la sua decisione di bypassare il Parlamento europeo nella procedura di approvazione del piano di riarmo (in realtà il riferimento è allo strumento Safe, che dovrà sostenere per 150 milioni gli sforzi economici per il riarmo degli Stati membri). Costa fatica ammetterlo, e cozza anche con la storia italiana ed europea dei Cinque stelle, ma quando in una nota congiunta gli europarlamentari M5S Pasquale Tridico e Mario Furore esprimono rammarico per «la decisione del presidente della Commissione che aggira il principio dell’equilibrio istituzionale e compromette il ruolo di colegislatore del Parlamento nella definizione delle priorità strategiche e di bilancio», è difficile dare loro torto. «Giù le mani dalla democrazia europea. Ursula Von der Leyen», spiegano ancora Tridico e Furore, «adesso deve rispettare le prerogative del Parlamento e cambiare la base legale del provvedimento, altrimenti, come annunciato ieri dalla presidente Metsola, saremo pronti a portare il caso alla Corte di giustizia europea».Ecco appunto, Roberta Metsola. Perché il voto di Strasburgo non è stato che il logico seguito della lettera inviata dal presidente del Parlamento Ue alla parigrado della Commissione. «Il Parlamento europeo», leggiamo nella missiva, «non mette in discussione i meriti della proposta, ma è profondamente preoccupato che l’atto legislativo in questione venga proposto per l’adozione senza la base giuridica e la procedura legislativa adeguata, mettendone a rischio la legittimità democratica». Quindi? «Se il Consiglio adotterà il regolamento utilizzando l’articolo 122», si legge ancora, «il Parlamento esaminerà l’atto a norma dell’articolo 155 del suo funzionamento». Tradotto vuol dire che la Metsola è pronta a ricorrere alla Corte di giustizia Ue.Toni troppo duri? Assolutamente no, se consideriamo che la lettera della Metsola arriva dopo che il servizio legale dell’Eurocamera aveva stroncato la procedura accelerata dando il la al voto unanime della Commissione Juri che a sua volta aveva bocciato l’iter d’emergenza adottato dalla Von der Leyen. Piano Ursula che intanto aveva anche cambiato nome. Per ammorbidire le accuse sulle velleità iper-belliciste del progetto, infatti, il Rearm si era trasformato in Readiness 2030. Non che i contenuti venissero modificati. Ci mancherebbe. Era solo un tentativo di salvare la forma rispetto alla foga pro armi che ormai anima la Commissione a vocazione franco-tedesca che «ha le visioni» sulle truppe russe pronte a invadere le capitali del Vecchio continente da un momento all’altro. Impossibile non sospettare che dietro ai piani «accelerati» della Von der Leyen si celi l’interesse a gettare un salvagente alle economie di Berlino e Parigi. Da Dassault Aviation fino a Thales, Safran, Rheinmetall, Knds e Hensoldt, i principali colossi della difesa in Europa sono concentrati in Francia e Germania ed è evidente che le nuove commesse rappresenterebbero ossigeno puro soprattutto per il neonato governo Merz, alle prese con la gravissima crisi della manifattura e dell’automotive. E desta ancora più sospetti il fatto che nonostante le bocciature dei tecnici e dell’Europarlamento, nonostante la lettera di minacce della Metsola, e nonostante le critiche che le arrivino addosso da tutti gli ambienti politici, anche quelli che sulla carta dovrebbero appoggiarla, la Von der Leyen continui a tirare dritto. Il presidente ha fatto spallucce rispetto ai rimbrotti legali, se n’è infischiata delle polemiche sulla democrazia e anche al cospetto dell’ultimo palese richiamo ufficiale non ha fatto una piega. «Possiamo confermare che abbiamo ricevuto la lettera», evidenzia Paula Pinho, un portavoce della Commissione europea nel briefing quotidiano con la stampa, «nella risposta giustificheremo la scelta della base giuridica per l’uso dell’articolo 122, che viene utilizzato per circostanze eccezionali, basandoci anche sul contributo che abbiamo avuto, in particolare dal nostro servizio legale». Con buona pace di chi prima di armarsi fino ai denti fa una richiesta che appare addirittura banale: discuterne con il Parlamento, confrontarsi con gli eurodeputati votati dal popolo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riarmo-eurocamera-schiaffeggia-ursula-2671917175.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dazi-prove-di-disgelo-usa-cina-primi-colloqui-sabato-a-ginevra" data-post-id="2671917175" data-published-at="1746694023" data-use-pagination="False"> Dazi, prove di disgelo Usa-Cina: primi colloqui sabato a Ginevra Cina e Stati Uniti hanno annunciato l’intenzione di incontrarsi questo fine settimana a Ginevra, in Svizzera, per avviare colloqui preliminari finalizzati a rilanciare i negoziati commerciali. Si tratta del primo confronto diretto dopo l’imposizione, da parte dell’amministrazione Trump, di dazi del 145% su una vasta gamma di prodotti cinesi e le successive ritorsioni di Pechino, che ha risposto con tariffe del 125% sulle importazioni statunitensi. L’incontro, organizzato «su richiesta degli Stati Uniti» secondo fonti cinesi, vedrà protagonisti il vice primo ministro cinese He Lifeng, il segretario al Tesoro americano Scott Bessent e il rappresentante commerciale Usa Jamieson Greer. In particolare, il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Lin Jian, ha detto che Washington ha di recente «espresso la disponibilità a negoziare», sottolineando che «l’opposizione della Cina all’imposizione arbitraria di dazi resta invariata». Il ministero del Commercio cinese ha sottolineato che Pechino «non sacrificherà i suoi principi» e «difenderà la giustizia» durante i colloqui, ammonendo Washington ad «affrontare le gravi conseguenze negative dei dazi unilaterali, sia per sé che per il mondo». In un comunicato, Pechino ha precisato che qualsiasi dialogo dovrà fondarsi su «uguaglianza, rispetto e reciproco vantaggio», respingendo categoricamente pressioni o ricatti: «Se gli Stati Uniti agiranno in modo incoerente o tenteranno di imporre condizioni, la Cina non accetterà». Dal canto suo, Scott Bessent ha espresso ottimismo, dichiarando di attendersi «discussioni produttive per riequilibrare il sistema economico internazionale a vantaggio degli interessi americani». Tuttavia, in un’intervista a Fox News, ha ridimensionato le aspettative: «Parleremo di distensione, non di un accordo ampio. Serve alleviare le tensioni prima di progredire». E poi, alla Camera Usa: «È solo un inizio, non c’è alcuna trattativa avanzata». I dazi imposti dalle due potenze - definiti «equivalenti a un embargo» dal segretario al Tesoro americano - sono considerati insostenibili dalla maggioranza degli economisti. Oltre a danneggiare direttamente le economie di Cina e Usa, rischiano di innescare un effetto domino globale: recessione e inflazione potrebbero estendersi ben oltre i confini dei due rivali, destabilizzando i mercati internazionali. I colloqui del 10-11 maggio rappresentano dunque un primo, fragile tentativo di dialogo tra le due superpotenze. Se da un lato le posizioni appaiono distanti, l’incontro segnala la consapevolezza di un pericolo comune: proseguire sulla strada dello scontro rischia di trasformare la guerra commerciale in una crisi sistemica. «I segnali sui dazi che sono arrivati anche durante l’incontro del presidente Usa Trump e il premier canadese Carney mi sembrano leggermente positivi», ha detto il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani all’Annual meeting di Confindustria advisory board investitori esteri alla Luiss. «Mi auguro che si possa arrivare a un accordo, l’obiettivo dovrebbe essere zero tariffe da una parte e zero tariffe dall’altra. Un mercato unico Europa-Usa-Canada», ha aggiunto. «Intanto noi dobbiamo trattare, il rinvio di tre mesi è certamente un fatto positivo. E come Europa dobbiamo trattare, perché farlo da soli è impensabile da un punto di vista giuridico e anche un segno di debolezza. Daremmo un vantaggio solo al nostro interlocutore ma non a noi. O trattiamo a livello europeo o non trattiamo». Intanto le prime navi cariche di prodotti cinesi con tariffe al 145% stanno attraccando a Los Angeles con i carichi drasticamente ridotti, se non dimezzati. «Questa settimana siamo in calo del 35% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, e queste sono le prime navi colpite dalle tariffe imposte lo scorso mese. Ecco perché il volume del carico è così ridotto», ha sottolineato Gene Seroka, direttore del porto di Los Angeles.
Ansa
Persone di ogni età - dai bimbi in carrozzina accompagnati da mamma e papà, ai nonni di diverse età - tutti accomunati dalla volontà di mostrare che il «popolo della vita» non va in pensione, anzi è più che mai vivo, vivace e determinato nella missione di promuovere e difendere la vita, dal concepimento al suo naturale tramonto.
«Una società è sana e progredita solo quando tutela la sacralità della vita umana, dal concepimento alla morte naturale, e si adopera attivamente per promuoverla» ha recentemente affermato papa Leone XIV: questo è il senso della manifestazione che si è snodata per le vie della capitale. Nel manifesto ufficiale della marcia si legge: «Il diritto alla vita è il diritto fondante ogni altro diritto umano … Se e quando viene violato il diritto alla vita, con un drammatico effetto traino, cadono tutti gli altri diritti, come stiamo vivendo nei nostri giorni, segnati da odio, violenze e guerre». Purtroppo, nel nostro Paese, già segnato dal dramma dell’aborto provocato, si stanno delineando nuove ombre di morte con il dibattito in corso sulla legalizzazione del suicidio assistito, mascherato da sollievo della sofferenza con morte dignitosa. Il «popolo della vita», per le vie di Roma, ha voluto dare una lettura opposta: la vera pietà è il rispetto assoluto della vita di ogni persona, che nel momento del dolore e della sofferenza ha bisogno di «cura totale», ricca di umanità e affetto, piuttosto che di iniezioni letali.
La manifestazione, che si è svolta con ordine, in un’atmosfera di serenità e di rispetto per chiunque, era «colorata» da numerosi striscioni inneggianti alla vita; in particolare un lungo striscione orizzontale, sostenuto da decine di partecipanti, con la scritta «Sì alla cura - No alla morte». Le decine di migliaia di partecipanti provenienti da ogni parte d’Italia sono state il segno concreto che la rassegnazione o l’indifferenza di fronte a leggi ingiuste non abita dalle parti del popolo della vita. Il grido «non ci rassegneremo mai» che echeggiò nel 1978 sulla bocca di Carlo Casini all’indomani della approvazione della legge 194 e che San Giovanni Paolo II arricchì con l’appello «Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita verrà offesa» contenuto in Evangelium Vitae (1995), non si è spento e si concretizza oggi in richieste ben precise: bloccare leggi che aprano a suicidio assistito/eutanasia; potenziare e finanziare la medicina palliativa (secondo la legge 38/2010); istituire un fondo di prevenzione dell’aborto, come vuole la stessa Legge 194, articolo 5; bloccare la liberalizzazione dell’aborto farmacologico con la pillole abortive (Circolare Speranza, agosto 2020); abolizione della norma che prevede l’acquisto delle «pillole del giorno dopo», senza ricetta medica; mantenere un rigoroso controllo sull’uso dei bloccanti lo sviluppo puberale nei casi di cosiddetta «disforia di genere». Al termine, in Piazza San Giovanni Laterano, Il popolo della vita ha lanciato dal palco un messaggio politico, forte e chiaro: ci sarà grande attenzione nel valutare chi vorrà farsi portavoce di queste precise istanze e chi, al contrario continuerà a parlare di assurdi e vergognosi «diritti» quali aborto e suicidio assistito: ai primi un convinto e forte sostegno, ai secondi una altrettanto forte e convinta opposizione. Non si può dare voto e consenso a chi legifera contro il diritto alla vita di ogni essere umano. Appuntamento a Roma fra un anno, ma il «popolo della vita» non conosce riposo: ogni giorno sarà in trincea nella difesa della vita «dal concepimento alla morte naturale».
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