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2025-05-08
Riarmo, l’Eurocamera schiaffeggia Ursula
Sarà pure il piano di riarmo destinato a rivoluzionare la difesa europea per i prossimi decenni, ma da quando Ursula von der Leyen (un paio di mesi fa) ha annunciato Urbi et Orbi il progetto da 800 miliardi e la necessità di approfittare dell’articolo 122 del Trattato sul Funzionamento dell’Ue (la procedura d’urgenza che bypassa il Parlamento), non si contano le bocciature e «gli schiaffi», solo figurati ci mancherebbe, che il rieletto presidente del governo dell’Unione ha preso. Schiaffi che lei ha incassato imperterrita, per poi tirare avanti, incurante di quello che le dicevano servizi legali, eurodeputati e presidente dell’assise di Bruxelles.
L’ultimo ceffone è arrivato dal Parlamento, in seduta plenaria, a Strasburgo. Ieri infatti, con 281 voti a favore, 260 contrari e 121 astenuti, è stato approvato un emendamento del Movimento 5 Stelle che critica la Von der Leyen e boccia la sua decisione di bypassare il Parlamento europeo nella procedura di approvazione del piano di riarmo (in realtà il riferimento è allo strumento Safe, che dovrà sostenere per 150 milioni gli sforzi economici per il riarmo degli Stati membri). Costa fatica ammetterlo, e cozza anche con la storia italiana ed europea dei Cinque stelle, ma quando in una nota congiunta gli europarlamentari M5S Pasquale Tridico e Mario Furore esprimono rammarico per «la decisione del presidente della Commissione che aggira il principio dell’equilibrio istituzionale e compromette il ruolo di colegislatore del Parlamento nella definizione delle priorità strategiche e di bilancio», è difficile dare loro torto. «Giù le mani dalla democrazia europea. Ursula Von der Leyen», spiegano ancora Tridico e Furore, «adesso deve rispettare le prerogative del Parlamento e cambiare la base legale del provvedimento, altrimenti, come annunciato ieri dalla presidente Metsola, saremo pronti a portare il caso alla Corte di giustizia europea».
Ecco appunto, Roberta Metsola. Perché il voto di Strasburgo non è stato che il logico seguito della lettera inviata dal presidente del Parlamento Ue alla parigrado della Commissione. «Il Parlamento europeo», leggiamo nella missiva, «non mette in discussione i meriti della proposta, ma è profondamente preoccupato che l’atto legislativo in questione venga proposto per l’adozione senza la base giuridica e la procedura legislativa adeguata, mettendone a rischio la legittimità democratica». Quindi? «Se il Consiglio adotterà il regolamento utilizzando l’articolo 122», si legge ancora, «il Parlamento esaminerà l’atto a norma dell’articolo 155 del suo funzionamento». Tradotto vuol dire che la Metsola è pronta a ricorrere alla Corte di giustizia Ue.
Toni troppo duri? Assolutamente no, se consideriamo che la lettera della Metsola arriva dopo che il servizio legale dell’Eurocamera aveva stroncato la procedura accelerata dando il la al voto unanime della Commissione Juri che a sua volta aveva bocciato l’iter d’emergenza adottato dalla Von der Leyen. Piano Ursula che intanto aveva anche cambiato nome. Per ammorbidire le accuse sulle velleità iper-belliciste del progetto, infatti, il Rearm si era trasformato in Readiness 2030. Non che i contenuti venissero modificati. Ci mancherebbe. Era solo un tentativo di salvare la forma rispetto alla foga pro armi che ormai anima la Commissione a vocazione franco-tedesca che «ha le visioni» sulle truppe russe pronte a invadere le capitali del Vecchio continente da un momento all’altro.
Impossibile non sospettare che dietro ai piani «accelerati» della Von der Leyen si celi l’interesse a gettare un salvagente alle economie di Berlino e Parigi. Da Dassault Aviation fino a Thales, Safran, Rheinmetall, Knds e Hensoldt, i principali colossi della difesa in Europa sono concentrati in Francia e Germania ed è evidente che le nuove commesse rappresenterebbero ossigeno puro soprattutto per il neonato governo Merz, alle prese con la gravissima crisi della manifattura e dell’automotive.
E desta ancora più sospetti il fatto che nonostante le bocciature dei tecnici e dell’Europarlamento, nonostante la lettera di minacce della Metsola, e nonostante le critiche che le arrivino addosso da tutti gli ambienti politici, anche quelli che sulla carta dovrebbero appoggiarla, la Von der Leyen continui a tirare dritto.
Il presidente ha fatto spallucce rispetto ai rimbrotti legali, se n’è infischiata delle polemiche sulla democrazia e anche al cospetto dell’ultimo palese richiamo ufficiale non ha fatto una piega. «Possiamo confermare che abbiamo ricevuto la lettera», evidenzia Paula Pinho, un portavoce della Commissione europea nel briefing quotidiano con la stampa, «nella risposta giustificheremo la scelta della base giuridica per l’uso dell’articolo 122, che viene utilizzato per circostanze eccezionali, basandoci anche sul contributo che abbiamo avuto, in particolare dal nostro servizio legale». Con buona pace di chi prima di armarsi fino ai denti fa una richiesta che appare addirittura banale: discuterne con il Parlamento, confrontarsi con gli eurodeputati votati dal popolo.
Dazi, prove di disgelo Usa-Cina: primi colloqui sabato a Ginevra
Cina e Stati Uniti hanno annunciato l’intenzione di incontrarsi questo fine settimana a Ginevra, in Svizzera, per avviare colloqui preliminari finalizzati a rilanciare i negoziati commerciali. Si tratta del primo confronto diretto dopo l’imposizione, da parte dell’amministrazione Trump, di dazi del 145% su una vasta gamma di prodotti cinesi e le successive ritorsioni di Pechino, che ha risposto con tariffe del 125% sulle importazioni statunitensi. L’incontro, organizzato «su richiesta degli Stati Uniti» secondo fonti cinesi, vedrà protagonisti il vice primo ministro cinese He Lifeng, il segretario al Tesoro americano Scott Bessent e il rappresentante commerciale Usa Jamieson Greer. In particolare, il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Lin Jian, ha detto che Washington ha di recente «espresso la disponibilità a negoziare», sottolineando che «l’opposizione della Cina all’imposizione arbitraria di dazi resta invariata».
Il ministero del Commercio cinese ha sottolineato che Pechino «non sacrificherà i suoi principi» e «difenderà la giustizia» durante i colloqui, ammonendo Washington ad «affrontare le gravi conseguenze negative dei dazi unilaterali, sia per sé che per il mondo». In un comunicato, Pechino ha precisato che qualsiasi dialogo dovrà fondarsi su «uguaglianza, rispetto e reciproco vantaggio», respingendo categoricamente pressioni o ricatti: «Se gli Stati Uniti agiranno in modo incoerente o tenteranno di imporre condizioni, la Cina non accetterà». Dal canto suo, Scott Bessent ha espresso ottimismo, dichiarando di attendersi «discussioni produttive per riequilibrare il sistema economico internazionale a vantaggio degli interessi americani». Tuttavia, in un’intervista a Fox News, ha ridimensionato le aspettative: «Parleremo di distensione, non di un accordo ampio. Serve alleviare le tensioni prima di progredire». E poi, alla Camera Usa: «È solo un inizio, non c’è alcuna trattativa avanzata».
I dazi imposti dalle due potenze - definiti «equivalenti a un embargo» dal segretario al Tesoro americano - sono considerati insostenibili dalla maggioranza degli economisti. Oltre a danneggiare direttamente le economie di Cina e Usa, rischiano di innescare un effetto domino globale: recessione e inflazione potrebbero estendersi ben oltre i confini dei due rivali, destabilizzando i mercati internazionali. I colloqui del 10-11 maggio rappresentano dunque un primo, fragile tentativo di dialogo tra le due superpotenze. Se da un lato le posizioni appaiono distanti, l’incontro segnala la consapevolezza di un pericolo comune: proseguire sulla strada dello scontro rischia di trasformare la guerra commerciale in una crisi sistemica.
«I segnali sui dazi che sono arrivati anche durante l’incontro del presidente Usa Trump e il premier canadese Carney mi sembrano leggermente positivi», ha detto il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani all’Annual meeting di Confindustria advisory board investitori esteri alla Luiss. «Mi auguro che si possa arrivare a un accordo, l’obiettivo dovrebbe essere zero tariffe da una parte e zero tariffe dall’altra. Un mercato unico Europa-Usa-Canada», ha aggiunto. «Intanto noi dobbiamo trattare, il rinvio di tre mesi è certamente un fatto positivo. E come Europa dobbiamo trattare, perché farlo da soli è impensabile da un punto di vista giuridico e anche un segno di debolezza. Daremmo un vantaggio solo al nostro interlocutore ma non a noi. O trattiamo a livello europeo o non trattiamo».
Intanto le prime navi cariche di prodotti cinesi con tariffe al 145% stanno attraccando a Los Angeles con i carichi drasticamente ridotti, se non dimezzati. «Questa settimana siamo in calo del 35% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, e queste sono le prime navi colpite dalle tariffe imposte lo scorso mese. Ecco perché il volume del carico è così ridotto», ha sottolineato Gene Seroka, direttore del porto di Los Angeles.
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Il Parlamento Ue ha approvato una mozione del M5s che censura la decisione di bypassare l’Aula nell’approvazione del piano da 800 miliardi. Pure la Metsola, in una lettera alla Von der Leyen, stigmatizza la scelta. Ed evoca ricorsi alla Corte di giustizia.Dazi, prove di disgelo Usa-Cina. Il Tesoro americano avverte: «È solo un inizio, non c’è alcuna trattativa avanzata».Lo speciale contiene due articoli.Sarà pure il piano di riarmo destinato a rivoluzionare la difesa europea per i prossimi decenni, ma da quando Ursula von der Leyen (un paio di mesi fa) ha annunciato Urbi et Orbi il progetto da 800 miliardi e la necessità di approfittare dell’articolo 122 del Trattato sul Funzionamento dell’Ue (la procedura d’urgenza che bypassa il Parlamento), non si contano le bocciature e «gli schiaffi», solo figurati ci mancherebbe, che il rieletto presidente del governo dell’Unione ha preso. Schiaffi che lei ha incassato imperterrita, per poi tirare avanti, incurante di quello che le dicevano servizi legali, eurodeputati e presidente dell’assise di Bruxelles. L’ultimo ceffone è arrivato dal Parlamento, in seduta plenaria, a Strasburgo. Ieri infatti, con 281 voti a favore, 260 contrari e 121 astenuti, è stato approvato un emendamento del Movimento 5 Stelle che critica la Von der Leyen e boccia la sua decisione di bypassare il Parlamento europeo nella procedura di approvazione del piano di riarmo (in realtà il riferimento è allo strumento Safe, che dovrà sostenere per 150 milioni gli sforzi economici per il riarmo degli Stati membri). Costa fatica ammetterlo, e cozza anche con la storia italiana ed europea dei Cinque stelle, ma quando in una nota congiunta gli europarlamentari M5S Pasquale Tridico e Mario Furore esprimono rammarico per «la decisione del presidente della Commissione che aggira il principio dell’equilibrio istituzionale e compromette il ruolo di colegislatore del Parlamento nella definizione delle priorità strategiche e di bilancio», è difficile dare loro torto. «Giù le mani dalla democrazia europea. Ursula Von der Leyen», spiegano ancora Tridico e Furore, «adesso deve rispettare le prerogative del Parlamento e cambiare la base legale del provvedimento, altrimenti, come annunciato ieri dalla presidente Metsola, saremo pronti a portare il caso alla Corte di giustizia europea».Ecco appunto, Roberta Metsola. Perché il voto di Strasburgo non è stato che il logico seguito della lettera inviata dal presidente del Parlamento Ue alla parigrado della Commissione. «Il Parlamento europeo», leggiamo nella missiva, «non mette in discussione i meriti della proposta, ma è profondamente preoccupato che l’atto legislativo in questione venga proposto per l’adozione senza la base giuridica e la procedura legislativa adeguata, mettendone a rischio la legittimità democratica». Quindi? «Se il Consiglio adotterà il regolamento utilizzando l’articolo 122», si legge ancora, «il Parlamento esaminerà l’atto a norma dell’articolo 155 del suo funzionamento». Tradotto vuol dire che la Metsola è pronta a ricorrere alla Corte di giustizia Ue.Toni troppo duri? Assolutamente no, se consideriamo che la lettera della Metsola arriva dopo che il servizio legale dell’Eurocamera aveva stroncato la procedura accelerata dando il la al voto unanime della Commissione Juri che a sua volta aveva bocciato l’iter d’emergenza adottato dalla Von der Leyen. Piano Ursula che intanto aveva anche cambiato nome. Per ammorbidire le accuse sulle velleità iper-belliciste del progetto, infatti, il Rearm si era trasformato in Readiness 2030. Non che i contenuti venissero modificati. Ci mancherebbe. Era solo un tentativo di salvare la forma rispetto alla foga pro armi che ormai anima la Commissione a vocazione franco-tedesca che «ha le visioni» sulle truppe russe pronte a invadere le capitali del Vecchio continente da un momento all’altro. Impossibile non sospettare che dietro ai piani «accelerati» della Von der Leyen si celi l’interesse a gettare un salvagente alle economie di Berlino e Parigi. Da Dassault Aviation fino a Thales, Safran, Rheinmetall, Knds e Hensoldt, i principali colossi della difesa in Europa sono concentrati in Francia e Germania ed è evidente che le nuove commesse rappresenterebbero ossigeno puro soprattutto per il neonato governo Merz, alle prese con la gravissima crisi della manifattura e dell’automotive. E desta ancora più sospetti il fatto che nonostante le bocciature dei tecnici e dell’Europarlamento, nonostante la lettera di minacce della Metsola, e nonostante le critiche che le arrivino addosso da tutti gli ambienti politici, anche quelli che sulla carta dovrebbero appoggiarla, la Von der Leyen continui a tirare dritto. Il presidente ha fatto spallucce rispetto ai rimbrotti legali, se n’è infischiata delle polemiche sulla democrazia e anche al cospetto dell’ultimo palese richiamo ufficiale non ha fatto una piega. «Possiamo confermare che abbiamo ricevuto la lettera», evidenzia Paula Pinho, un portavoce della Commissione europea nel briefing quotidiano con la stampa, «nella risposta giustificheremo la scelta della base giuridica per l’uso dell’articolo 122, che viene utilizzato per circostanze eccezionali, basandoci anche sul contributo che abbiamo avuto, in particolare dal nostro servizio legale». Con buona pace di chi prima di armarsi fino ai denti fa una richiesta che appare addirittura banale: discuterne con il Parlamento, confrontarsi con gli eurodeputati votati dal popolo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riarmo-eurocamera-schiaffeggia-ursula-2671917175.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dazi-prove-di-disgelo-usa-cina-primi-colloqui-sabato-a-ginevra" data-post-id="2671917175" data-published-at="1746694023" data-use-pagination="False"> Dazi, prove di disgelo Usa-Cina: primi colloqui sabato a Ginevra Cina e Stati Uniti hanno annunciato l’intenzione di incontrarsi questo fine settimana a Ginevra, in Svizzera, per avviare colloqui preliminari finalizzati a rilanciare i negoziati commerciali. Si tratta del primo confronto diretto dopo l’imposizione, da parte dell’amministrazione Trump, di dazi del 145% su una vasta gamma di prodotti cinesi e le successive ritorsioni di Pechino, che ha risposto con tariffe del 125% sulle importazioni statunitensi. L’incontro, organizzato «su richiesta degli Stati Uniti» secondo fonti cinesi, vedrà protagonisti il vice primo ministro cinese He Lifeng, il segretario al Tesoro americano Scott Bessent e il rappresentante commerciale Usa Jamieson Greer. In particolare, il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Lin Jian, ha detto che Washington ha di recente «espresso la disponibilità a negoziare», sottolineando che «l’opposizione della Cina all’imposizione arbitraria di dazi resta invariata». Il ministero del Commercio cinese ha sottolineato che Pechino «non sacrificherà i suoi principi» e «difenderà la giustizia» durante i colloqui, ammonendo Washington ad «affrontare le gravi conseguenze negative dei dazi unilaterali, sia per sé che per il mondo». In un comunicato, Pechino ha precisato che qualsiasi dialogo dovrà fondarsi su «uguaglianza, rispetto e reciproco vantaggio», respingendo categoricamente pressioni o ricatti: «Se gli Stati Uniti agiranno in modo incoerente o tenteranno di imporre condizioni, la Cina non accetterà». Dal canto suo, Scott Bessent ha espresso ottimismo, dichiarando di attendersi «discussioni produttive per riequilibrare il sistema economico internazionale a vantaggio degli interessi americani». Tuttavia, in un’intervista a Fox News, ha ridimensionato le aspettative: «Parleremo di distensione, non di un accordo ampio. Serve alleviare le tensioni prima di progredire». E poi, alla Camera Usa: «È solo un inizio, non c’è alcuna trattativa avanzata». I dazi imposti dalle due potenze - definiti «equivalenti a un embargo» dal segretario al Tesoro americano - sono considerati insostenibili dalla maggioranza degli economisti. Oltre a danneggiare direttamente le economie di Cina e Usa, rischiano di innescare un effetto domino globale: recessione e inflazione potrebbero estendersi ben oltre i confini dei due rivali, destabilizzando i mercati internazionali. I colloqui del 10-11 maggio rappresentano dunque un primo, fragile tentativo di dialogo tra le due superpotenze. Se da un lato le posizioni appaiono distanti, l’incontro segnala la consapevolezza di un pericolo comune: proseguire sulla strada dello scontro rischia di trasformare la guerra commerciale in una crisi sistemica. «I segnali sui dazi che sono arrivati anche durante l’incontro del presidente Usa Trump e il premier canadese Carney mi sembrano leggermente positivi», ha detto il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani all’Annual meeting di Confindustria advisory board investitori esteri alla Luiss. «Mi auguro che si possa arrivare a un accordo, l’obiettivo dovrebbe essere zero tariffe da una parte e zero tariffe dall’altra. Un mercato unico Europa-Usa-Canada», ha aggiunto. «Intanto noi dobbiamo trattare, il rinvio di tre mesi è certamente un fatto positivo. E come Europa dobbiamo trattare, perché farlo da soli è impensabile da un punto di vista giuridico e anche un segno di debolezza. Daremmo un vantaggio solo al nostro interlocutore ma non a noi. O trattiamo a livello europeo o non trattiamo». Intanto le prime navi cariche di prodotti cinesi con tariffe al 145% stanno attraccando a Los Angeles con i carichi drasticamente ridotti, se non dimezzati. «Questa settimana siamo in calo del 35% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, e queste sono le prime navi colpite dalle tariffe imposte lo scorso mese. Ecco perché il volume del carico è così ridotto», ha sottolineato Gene Seroka, direttore del porto di Los Angeles.
L'amministratore delegato e direttore generale di Simest Regina Corradini D'Arienzo
Al «Giorno della Verità» nel dialogo L’energia del potere – La partita decisiva per l’Europa è intervenuta Regina Corradini D’Arienzo, amministratore delegato e direttore generale di Simest. Al centro del confronto il sostegno alle imprese colpite dallo shock energetico, il ruolo delle Pmi, la filiera produttiva e le prospettive dell’export italiano.
Un miliardo di euro per sostenere le imprese che hanno subito lo shock energetico e il rischio di un rallentamento degli investimenti, soprattutto per le piccole e medie imprese. È uno dei passaggi chiave del dialogo andato in scena al «Giorno della Verità» nel panel L’energia del potere – La partita decisiva per l’Europa, con protagonista Regina Corradini D’Arienzo, amministratore delegato e direttore generale di Simest, intervistata dal vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin.
L’intervento ha messo al centro la necessità di evitare un freno alla crescita delle imprese dopo la fase di shock energetico. Le risorse stanziate, è stato spiegato, nascono dalla volontà di sostenere la continuità degli investimenti attraverso un’iniezione immediata di liquidità e un contributo a fondo perduto fino al 30%.
Nel ragionamento, un ruolo centrale è stato attribuito al concetto di filiera, indicato come elemento chiave per la tenuta del sistema produttivo italiano. L’eventuale blocco degli investimenti, è stato sottolineato, rappresenterebbe infatti un rischio significativo per la competitività complessiva.
Ampio spazio anche al tema dell’export italiano e alla sua evoluzione. Secondo quanto illustrato, la forza delle imprese italiane risiede nella diversificazione settoriale e nella struttura familiare delle aziende, considerata un punto di forza nella capacità di resistere agli shock esterni, anche in contesti geopolitici complessi.
Tra i dati citati, la prospettiva di un export italiano in crescita fino a 700 miliardi di euro entro il 2027. Un obiettivo che, è stato osservato, richiede un sistema in grado non solo di sostenere ma anche di incentivare l’internazionalizzazione delle imprese.
Attualmente, meno del 9% delle aziende italiane esporta: un dato che, secondo quanto emerso dal confronto, evidenzia la necessità di ampliare la platea delle imprese attive sui mercati esteri. Per questo motivo, è stato spiegato, gli strumenti di sostegno sono stati estesi anche alle piccole e medie imprese, con l’obiettivo di rafforzare l’intera filiera produttiva.
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Francesco Lollobrigida e Massimo De Manzoni
«Le Tecniche di Evoluzione Assistita non sono OGM. Con la Tea la scienza non modifica la natura ma la mette in condizione di affrontare nuove sfide. L'intervista di Massimo De Manzoni al ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida.
L'agricoltura italiana è la prima per valore aggiunto in Europa. Sono dati del 2024, confermati nel 2025. Il nostro export tocca quasi i 73 miliardi. Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura e delle Foreste Francesco Lollobrigida intervistato dal codirettore della Verità Massimo De Manzoni. Frutto di un governo che ha investito 16, 8 miliardi di euro nel settore. «Mai nessun governo ha impegnato così tanto in un settore primario e noi abbiamo investito non speso» ha spiegato Lollobrigida. Investimenti che secondo uno studio di Ambrosetti genereranno 245 miliardi di euro di impatto nel settore.
Lollobrigida ha l'occasione di rivendicare il lavoro fatto per normare la commercializzazione della carne sintetica: «Una poltiglia cellulare che qualcuno ambiva a chiamare carne. Un alimento pensato per i poveri, non per tutti. Noi abbiamo chiesto di normare il prodotto. In Parlamento la legge è passata con il centrodestra, l’appoggio di altri e l’astensione di parte del Pd. Ci accusarono di restare isolati in Europa, ma poi in molti invece con noi. Così anche nel resto del mondo, dove qualcuno ha ripreso la nostra legge. Una vittoria che ha dimostrato che avevamo ragione. Non si potrà chiamare carne ma l’obiettivo è bannarla». Sulle Tecniche di Evoluzione Assistita risponde: «non sono OGM. Gli OGM intervengono tra specie diverse forzando la natura, mentre le TEA sono operazioni intraspecie: si accelera con la scienza qualcosa che la natura potrebbe realizzare da sola». Il Ministro fa un esempio: «Grazie alle TEA, la scienza non modifica la natura ma la mette in condizione di affrontare nuove sfide. Tra le sperimentazioni che stiamo conducendo come Italia, c'è il riso senza acqua. Sembra una cosa impossibile, ma stiamo sperimentando per raggiungere questo risultato». Sull'energia solare chiarisce: «Non siamo contro energia solare, ma siamo contro la speculazione dei terreni agricoli». Interrogato dal codirettore sulla possibilità di ricadute nel settore dovute al duro scambio tra Trump e Meloni, Lollobrigida risponde: «La rappresaglia di Trump è un rischio che vedo relativamente perché c’è una grande richiesta da parte del mercato americano».
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Il presidente esecutivo di BF Spa (Bonifiche Ferraresi) Federico Vecchioni
Il presidente esecutivo di BF Spa, intervistato dal condirettore Massimo de' Manzoni sul palco del Giorno della Verità, spiega perché il mondo agricolo rappresenta una priorità nazionale e non può essere separato dall'economia e dalla politica.
Cibo, filiere e sovranità. Intervistato dal condirettore Massimo de’ Manzoni in occasione de il Giorno della Verità, il presidente esecutivo di BF Spa (Bonifiche Ferraresi) Federico Vecchioni ha fatto il punto sull'importanza del mondo agricolo e sulle sue potenzialità palco nazionale (e non solo).
In vista della complessità dell'attuale contesto mondiale, afferma Vecchioni, si potrebbe dire che l'agricoltura abbia finalmente riacquistato il suo reale valore, acquisendo persino un importante ruolo geostrategico. «C’è una percezione internazionale che quello agricolo sia un tema di rilevanza non solo economica, ma anche sociale. Basti pensare che l’emergenza alimentare in aree di scarsità agricola abbia causato tensioni preoccupanti e strutturali in ambito planetario. Per questo, il mondo agroalimentare è tornato a un’attenzione non più solo di settore. «Il ministero dell'Agricoltura è politico. E l’agricoltura non può essere collocata ai margini dell’economia: sarebbe un grave errore di tipo politico».
«Ma se da un lato la rilevanza del cibo è tornata di tutti i Paesi (non solo quelli più poveri), dall’altra» sostiene il presidente esecutivo di BF Spa «abbiamo il dovere quasi morale di dare al comparto della produzione agricola una priorità di allenza tra governi, in primis l’Europa e le scelte fatte dal 1957. Allora si pensava al reddito agricolo, poi lo si è a lungo dimenticato».
Bonifiche Ferraresi, nella visione di Vecchioni, «è un ecosistema molto flessibile di imprese che hanno deciso di creare un’infrastuttura industriale con natura privata ma con la consapevolezza di una rilevanza istituzionale. Dobbiamo quindi intervenire sul tessuto sociale: con un sano tessuto sociale ci sarà un sano tessuto produttivo. In caso contrario no».
De' Manzoni concentra quindi l'attenzione sul modo in cui creare un sano tessuto sociale, in questo mondo di scarse risorse e di un'intelligenza artificiale che le assorbe ulteriormente, mentre al contrario diminuiscono le terre coltivabili. Vecchioni spiega tuttavia che, fortunatamente, «in realtà nel mondo esiste ancora molta terra da preservare e restituire alle future generazioni». Inoltre, afferma, «BF Spa non compra terreni, ma gestisce valore per realizzare un'infrastruttura che può essere replicata anche in altri contesti (le cosiddette model farm), ma che al tempo stesso opera con la comunità (dai piccoli agricoltori alle istituzioni).
Nella fase finale dell'intervento, Vecchioni ha ricordato l'importanza di tornare a investire sui giovani: «Nel 2022 gli iscritti alla facoltà universitaria di Scienze agrarie erano 4.200, mentre oggi sono meno di 2.000. Eppure, nello stesso momento, aumentano gli iscritti a Ingegneria agraria. La differenza la fa proprio la parola "ingegneria", che nell'immaginario dei giovani li fa pensare di avere un lavoro più sicuro se si iscrivono a questa facoltà rispetto a quella di agronomia». Con la consapevolezza rassicurante che «l’ia non sostituirà mai la professione dell’agricoltore».
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Al «Giorno della Verità» sono intervenuti Georg Gufler, Chief Executive Officer di Doppelmayr Italia; Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Interporto Rivers; e Stefano Paggi, Chief Technology & Operation Officer di FiberCop, in un confronto moderato dal vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin. Al centro del dibattito la trasformazione della competitività italiana tra mobilità sostenibile, infrastrutture digitali e logistica integrata.
Georg Gufler, Chief Executive Officer di Doppelmayr Italia; Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Interporto Rivers; e Stefano Paggi, Chief Technology & Operation Officer di FiberCop, insieme al vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin che ha moderato il panel. Sono i protagonisti del confronto La fabbrica del futuro, andato in scena al «Giorno della Verità», dedicato alla sfida della competitività nella rivoluzione digitale italiana.
Al centro del dibattito l’idea di una fabbrica del futuro più veloce, connessa e integrata tra sistemi di trasporto, logistica e infrastrutture digitali. Un modello in cui, è stato sottolineato, la circolazione delle merci e delle informazioni diventa elemento decisivo di sviluppo.
Gufler ha descritto la mobilità come una sfida centrale per lo sviluppo sostenibile dei territori, illustrando l’attività di Doppelmayr Italia, società attiva da oltre 130 anni e con più di 600 installazioni realizzate in Italia tra impianti turistici e urbani. Tra i punti chiave del suo intervento, il ruolo dei sistemi a fune come soluzione complementare alle infrastrutture tradizionali, con tempi di realizzazione più rapidi e costi inferiori rispetto ad altre opere, oltre a benefici in termini di impatto ambientale e consumo di suolo.
Nel panel è stato inoltre citato un progetto realizzato a Parigi, con cinque stazioni collegate alla rete metropolitana e ferroviaria, che avrebbe consentito una riduzione dei tempi di percorrenza di circa 22 minuti.
Ampio spazio anche alla digitalizzazione delle infrastrutture. Paggi ha richiamato il ruolo di FiberCop e l’obiettivo di estendere la connessione veloce a circa 20 milioni di unità tra famiglie e imprese, sottolineando la centralità della rete come infrastruttura strategica per la competitività del Paese.
Sul fronte logistico, Giuliani ha illustrato il ruolo degli interporti come nodi fondamentali per lo smistamento delle merci. In Italia ne esistono circa trenta, ha ricordato, e rappresentano una componente ancora poco conosciuta ma strategica della catena logistica nazionale. L’interporto di Marghera è stato indicato come esempio di crescita recente, con oltre un milione e mezzo di tonnellate movimentate nell’anno.
Nel dibattito è emersa anche la necessità di rafforzare il trasporto intermodale e le connessioni con i traffici marittimi e le direttrici europee, così come la possibilità di utilizzare sistemi innovativi anche per il cosiddetto «ultimo miglio» urbano.
Infine, è stato affrontato il tema delle tecnologie avanzate, dall’intelligenza artificiale alla crittografia quantistica, considerate strumenti destinati a incidere sia sull’elaborazione dei dati sia sulla sicurezza delle reti digitali.
In chiusura, una riflessione sul bisogno di accelerare il cambiamento infrastrutturale e produttivo del Paese, tra investimenti, innovazione e superamento delle resistenze alla trasformazione.
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