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2025-05-08
Riarmo, l’Eurocamera schiaffeggia Ursula
Sarà pure il piano di riarmo destinato a rivoluzionare la difesa europea per i prossimi decenni, ma da quando Ursula von der Leyen (un paio di mesi fa) ha annunciato Urbi et Orbi il progetto da 800 miliardi e la necessità di approfittare dell’articolo 122 del Trattato sul Funzionamento dell’Ue (la procedura d’urgenza che bypassa il Parlamento), non si contano le bocciature e «gli schiaffi», solo figurati ci mancherebbe, che il rieletto presidente del governo dell’Unione ha preso. Schiaffi che lei ha incassato imperterrita, per poi tirare avanti, incurante di quello che le dicevano servizi legali, eurodeputati e presidente dell’assise di Bruxelles.
L’ultimo ceffone è arrivato dal Parlamento, in seduta plenaria, a Strasburgo. Ieri infatti, con 281 voti a favore, 260 contrari e 121 astenuti, è stato approvato un emendamento del Movimento 5 Stelle che critica la Von der Leyen e boccia la sua decisione di bypassare il Parlamento europeo nella procedura di approvazione del piano di riarmo (in realtà il riferimento è allo strumento Safe, che dovrà sostenere per 150 milioni gli sforzi economici per il riarmo degli Stati membri). Costa fatica ammetterlo, e cozza anche con la storia italiana ed europea dei Cinque stelle, ma quando in una nota congiunta gli europarlamentari M5S Pasquale Tridico e Mario Furore esprimono rammarico per «la decisione del presidente della Commissione che aggira il principio dell’equilibrio istituzionale e compromette il ruolo di colegislatore del Parlamento nella definizione delle priorità strategiche e di bilancio», è difficile dare loro torto. «Giù le mani dalla democrazia europea. Ursula Von der Leyen», spiegano ancora Tridico e Furore, «adesso deve rispettare le prerogative del Parlamento e cambiare la base legale del provvedimento, altrimenti, come annunciato ieri dalla presidente Metsola, saremo pronti a portare il caso alla Corte di giustizia europea».
Ecco appunto, Roberta Metsola. Perché il voto di Strasburgo non è stato che il logico seguito della lettera inviata dal presidente del Parlamento Ue alla parigrado della Commissione. «Il Parlamento europeo», leggiamo nella missiva, «non mette in discussione i meriti della proposta, ma è profondamente preoccupato che l’atto legislativo in questione venga proposto per l’adozione senza la base giuridica e la procedura legislativa adeguata, mettendone a rischio la legittimità democratica». Quindi? «Se il Consiglio adotterà il regolamento utilizzando l’articolo 122», si legge ancora, «il Parlamento esaminerà l’atto a norma dell’articolo 155 del suo funzionamento». Tradotto vuol dire che la Metsola è pronta a ricorrere alla Corte di giustizia Ue.
Toni troppo duri? Assolutamente no, se consideriamo che la lettera della Metsola arriva dopo che il servizio legale dell’Eurocamera aveva stroncato la procedura accelerata dando il la al voto unanime della Commissione Juri che a sua volta aveva bocciato l’iter d’emergenza adottato dalla Von der Leyen. Piano Ursula che intanto aveva anche cambiato nome. Per ammorbidire le accuse sulle velleità iper-belliciste del progetto, infatti, il Rearm si era trasformato in Readiness 2030. Non che i contenuti venissero modificati. Ci mancherebbe. Era solo un tentativo di salvare la forma rispetto alla foga pro armi che ormai anima la Commissione a vocazione franco-tedesca che «ha le visioni» sulle truppe russe pronte a invadere le capitali del Vecchio continente da un momento all’altro.
Impossibile non sospettare che dietro ai piani «accelerati» della Von der Leyen si celi l’interesse a gettare un salvagente alle economie di Berlino e Parigi. Da Dassault Aviation fino a Thales, Safran, Rheinmetall, Knds e Hensoldt, i principali colossi della difesa in Europa sono concentrati in Francia e Germania ed è evidente che le nuove commesse rappresenterebbero ossigeno puro soprattutto per il neonato governo Merz, alle prese con la gravissima crisi della manifattura e dell’automotive.
E desta ancora più sospetti il fatto che nonostante le bocciature dei tecnici e dell’Europarlamento, nonostante la lettera di minacce della Metsola, e nonostante le critiche che le arrivino addosso da tutti gli ambienti politici, anche quelli che sulla carta dovrebbero appoggiarla, la Von der Leyen continui a tirare dritto.
Il presidente ha fatto spallucce rispetto ai rimbrotti legali, se n’è infischiata delle polemiche sulla democrazia e anche al cospetto dell’ultimo palese richiamo ufficiale non ha fatto una piega. «Possiamo confermare che abbiamo ricevuto la lettera», evidenzia Paula Pinho, un portavoce della Commissione europea nel briefing quotidiano con la stampa, «nella risposta giustificheremo la scelta della base giuridica per l’uso dell’articolo 122, che viene utilizzato per circostanze eccezionali, basandoci anche sul contributo che abbiamo avuto, in particolare dal nostro servizio legale». Con buona pace di chi prima di armarsi fino ai denti fa una richiesta che appare addirittura banale: discuterne con il Parlamento, confrontarsi con gli eurodeputati votati dal popolo.
Dazi, prove di disgelo Usa-Cina: primi colloqui sabato a Ginevra
Cina e Stati Uniti hanno annunciato l’intenzione di incontrarsi questo fine settimana a Ginevra, in Svizzera, per avviare colloqui preliminari finalizzati a rilanciare i negoziati commerciali. Si tratta del primo confronto diretto dopo l’imposizione, da parte dell’amministrazione Trump, di dazi del 145% su una vasta gamma di prodotti cinesi e le successive ritorsioni di Pechino, che ha risposto con tariffe del 125% sulle importazioni statunitensi. L’incontro, organizzato «su richiesta degli Stati Uniti» secondo fonti cinesi, vedrà protagonisti il vice primo ministro cinese He Lifeng, il segretario al Tesoro americano Scott Bessent e il rappresentante commerciale Usa Jamieson Greer. In particolare, il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Lin Jian, ha detto che Washington ha di recente «espresso la disponibilità a negoziare», sottolineando che «l’opposizione della Cina all’imposizione arbitraria di dazi resta invariata».
Il ministero del Commercio cinese ha sottolineato che Pechino «non sacrificherà i suoi principi» e «difenderà la giustizia» durante i colloqui, ammonendo Washington ad «affrontare le gravi conseguenze negative dei dazi unilaterali, sia per sé che per il mondo». In un comunicato, Pechino ha precisato che qualsiasi dialogo dovrà fondarsi su «uguaglianza, rispetto e reciproco vantaggio», respingendo categoricamente pressioni o ricatti: «Se gli Stati Uniti agiranno in modo incoerente o tenteranno di imporre condizioni, la Cina non accetterà». Dal canto suo, Scott Bessent ha espresso ottimismo, dichiarando di attendersi «discussioni produttive per riequilibrare il sistema economico internazionale a vantaggio degli interessi americani». Tuttavia, in un’intervista a Fox News, ha ridimensionato le aspettative: «Parleremo di distensione, non di un accordo ampio. Serve alleviare le tensioni prima di progredire». E poi, alla Camera Usa: «È solo un inizio, non c’è alcuna trattativa avanzata».
I dazi imposti dalle due potenze - definiti «equivalenti a un embargo» dal segretario al Tesoro americano - sono considerati insostenibili dalla maggioranza degli economisti. Oltre a danneggiare direttamente le economie di Cina e Usa, rischiano di innescare un effetto domino globale: recessione e inflazione potrebbero estendersi ben oltre i confini dei due rivali, destabilizzando i mercati internazionali. I colloqui del 10-11 maggio rappresentano dunque un primo, fragile tentativo di dialogo tra le due superpotenze. Se da un lato le posizioni appaiono distanti, l’incontro segnala la consapevolezza di un pericolo comune: proseguire sulla strada dello scontro rischia di trasformare la guerra commerciale in una crisi sistemica.
«I segnali sui dazi che sono arrivati anche durante l’incontro del presidente Usa Trump e il premier canadese Carney mi sembrano leggermente positivi», ha detto il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani all’Annual meeting di Confindustria advisory board investitori esteri alla Luiss. «Mi auguro che si possa arrivare a un accordo, l’obiettivo dovrebbe essere zero tariffe da una parte e zero tariffe dall’altra. Un mercato unico Europa-Usa-Canada», ha aggiunto. «Intanto noi dobbiamo trattare, il rinvio di tre mesi è certamente un fatto positivo. E come Europa dobbiamo trattare, perché farlo da soli è impensabile da un punto di vista giuridico e anche un segno di debolezza. Daremmo un vantaggio solo al nostro interlocutore ma non a noi. O trattiamo a livello europeo o non trattiamo».
Intanto le prime navi cariche di prodotti cinesi con tariffe al 145% stanno attraccando a Los Angeles con i carichi drasticamente ridotti, se non dimezzati. «Questa settimana siamo in calo del 35% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, e queste sono le prime navi colpite dalle tariffe imposte lo scorso mese. Ecco perché il volume del carico è così ridotto», ha sottolineato Gene Seroka, direttore del porto di Los Angeles.
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Il Parlamento Ue ha approvato una mozione del M5s che censura la decisione di bypassare l’Aula nell’approvazione del piano da 800 miliardi. Pure la Metsola, in una lettera alla Von der Leyen, stigmatizza la scelta. Ed evoca ricorsi alla Corte di giustizia.Dazi, prove di disgelo Usa-Cina. Il Tesoro americano avverte: «È solo un inizio, non c’è alcuna trattativa avanzata».Lo speciale contiene due articoli.Sarà pure il piano di riarmo destinato a rivoluzionare la difesa europea per i prossimi decenni, ma da quando Ursula von der Leyen (un paio di mesi fa) ha annunciato Urbi et Orbi il progetto da 800 miliardi e la necessità di approfittare dell’articolo 122 del Trattato sul Funzionamento dell’Ue (la procedura d’urgenza che bypassa il Parlamento), non si contano le bocciature e «gli schiaffi», solo figurati ci mancherebbe, che il rieletto presidente del governo dell’Unione ha preso. Schiaffi che lei ha incassato imperterrita, per poi tirare avanti, incurante di quello che le dicevano servizi legali, eurodeputati e presidente dell’assise di Bruxelles. L’ultimo ceffone è arrivato dal Parlamento, in seduta plenaria, a Strasburgo. Ieri infatti, con 281 voti a favore, 260 contrari e 121 astenuti, è stato approvato un emendamento del Movimento 5 Stelle che critica la Von der Leyen e boccia la sua decisione di bypassare il Parlamento europeo nella procedura di approvazione del piano di riarmo (in realtà il riferimento è allo strumento Safe, che dovrà sostenere per 150 milioni gli sforzi economici per il riarmo degli Stati membri). Costa fatica ammetterlo, e cozza anche con la storia italiana ed europea dei Cinque stelle, ma quando in una nota congiunta gli europarlamentari M5S Pasquale Tridico e Mario Furore esprimono rammarico per «la decisione del presidente della Commissione che aggira il principio dell’equilibrio istituzionale e compromette il ruolo di colegislatore del Parlamento nella definizione delle priorità strategiche e di bilancio», è difficile dare loro torto. «Giù le mani dalla democrazia europea. Ursula Von der Leyen», spiegano ancora Tridico e Furore, «adesso deve rispettare le prerogative del Parlamento e cambiare la base legale del provvedimento, altrimenti, come annunciato ieri dalla presidente Metsola, saremo pronti a portare il caso alla Corte di giustizia europea».Ecco appunto, Roberta Metsola. Perché il voto di Strasburgo non è stato che il logico seguito della lettera inviata dal presidente del Parlamento Ue alla parigrado della Commissione. «Il Parlamento europeo», leggiamo nella missiva, «non mette in discussione i meriti della proposta, ma è profondamente preoccupato che l’atto legislativo in questione venga proposto per l’adozione senza la base giuridica e la procedura legislativa adeguata, mettendone a rischio la legittimità democratica». Quindi? «Se il Consiglio adotterà il regolamento utilizzando l’articolo 122», si legge ancora, «il Parlamento esaminerà l’atto a norma dell’articolo 155 del suo funzionamento». Tradotto vuol dire che la Metsola è pronta a ricorrere alla Corte di giustizia Ue.Toni troppo duri? Assolutamente no, se consideriamo che la lettera della Metsola arriva dopo che il servizio legale dell’Eurocamera aveva stroncato la procedura accelerata dando il la al voto unanime della Commissione Juri che a sua volta aveva bocciato l’iter d’emergenza adottato dalla Von der Leyen. Piano Ursula che intanto aveva anche cambiato nome. Per ammorbidire le accuse sulle velleità iper-belliciste del progetto, infatti, il Rearm si era trasformato in Readiness 2030. Non che i contenuti venissero modificati. Ci mancherebbe. Era solo un tentativo di salvare la forma rispetto alla foga pro armi che ormai anima la Commissione a vocazione franco-tedesca che «ha le visioni» sulle truppe russe pronte a invadere le capitali del Vecchio continente da un momento all’altro. Impossibile non sospettare che dietro ai piani «accelerati» della Von der Leyen si celi l’interesse a gettare un salvagente alle economie di Berlino e Parigi. Da Dassault Aviation fino a Thales, Safran, Rheinmetall, Knds e Hensoldt, i principali colossi della difesa in Europa sono concentrati in Francia e Germania ed è evidente che le nuove commesse rappresenterebbero ossigeno puro soprattutto per il neonato governo Merz, alle prese con la gravissima crisi della manifattura e dell’automotive. E desta ancora più sospetti il fatto che nonostante le bocciature dei tecnici e dell’Europarlamento, nonostante la lettera di minacce della Metsola, e nonostante le critiche che le arrivino addosso da tutti gli ambienti politici, anche quelli che sulla carta dovrebbero appoggiarla, la Von der Leyen continui a tirare dritto. Il presidente ha fatto spallucce rispetto ai rimbrotti legali, se n’è infischiata delle polemiche sulla democrazia e anche al cospetto dell’ultimo palese richiamo ufficiale non ha fatto una piega. «Possiamo confermare che abbiamo ricevuto la lettera», evidenzia Paula Pinho, un portavoce della Commissione europea nel briefing quotidiano con la stampa, «nella risposta giustificheremo la scelta della base giuridica per l’uso dell’articolo 122, che viene utilizzato per circostanze eccezionali, basandoci anche sul contributo che abbiamo avuto, in particolare dal nostro servizio legale». Con buona pace di chi prima di armarsi fino ai denti fa una richiesta che appare addirittura banale: discuterne con il Parlamento, confrontarsi con gli eurodeputati votati dal popolo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riarmo-eurocamera-schiaffeggia-ursula-2671917175.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dazi-prove-di-disgelo-usa-cina-primi-colloqui-sabato-a-ginevra" data-post-id="2671917175" data-published-at="1746694023" data-use-pagination="False"> Dazi, prove di disgelo Usa-Cina: primi colloqui sabato a Ginevra Cina e Stati Uniti hanno annunciato l’intenzione di incontrarsi questo fine settimana a Ginevra, in Svizzera, per avviare colloqui preliminari finalizzati a rilanciare i negoziati commerciali. Si tratta del primo confronto diretto dopo l’imposizione, da parte dell’amministrazione Trump, di dazi del 145% su una vasta gamma di prodotti cinesi e le successive ritorsioni di Pechino, che ha risposto con tariffe del 125% sulle importazioni statunitensi. L’incontro, organizzato «su richiesta degli Stati Uniti» secondo fonti cinesi, vedrà protagonisti il vice primo ministro cinese He Lifeng, il segretario al Tesoro americano Scott Bessent e il rappresentante commerciale Usa Jamieson Greer. In particolare, il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Lin Jian, ha detto che Washington ha di recente «espresso la disponibilità a negoziare», sottolineando che «l’opposizione della Cina all’imposizione arbitraria di dazi resta invariata». Il ministero del Commercio cinese ha sottolineato che Pechino «non sacrificherà i suoi principi» e «difenderà la giustizia» durante i colloqui, ammonendo Washington ad «affrontare le gravi conseguenze negative dei dazi unilaterali, sia per sé che per il mondo». In un comunicato, Pechino ha precisato che qualsiasi dialogo dovrà fondarsi su «uguaglianza, rispetto e reciproco vantaggio», respingendo categoricamente pressioni o ricatti: «Se gli Stati Uniti agiranno in modo incoerente o tenteranno di imporre condizioni, la Cina non accetterà». Dal canto suo, Scott Bessent ha espresso ottimismo, dichiarando di attendersi «discussioni produttive per riequilibrare il sistema economico internazionale a vantaggio degli interessi americani». Tuttavia, in un’intervista a Fox News, ha ridimensionato le aspettative: «Parleremo di distensione, non di un accordo ampio. Serve alleviare le tensioni prima di progredire». E poi, alla Camera Usa: «È solo un inizio, non c’è alcuna trattativa avanzata». I dazi imposti dalle due potenze - definiti «equivalenti a un embargo» dal segretario al Tesoro americano - sono considerati insostenibili dalla maggioranza degli economisti. Oltre a danneggiare direttamente le economie di Cina e Usa, rischiano di innescare un effetto domino globale: recessione e inflazione potrebbero estendersi ben oltre i confini dei due rivali, destabilizzando i mercati internazionali. I colloqui del 10-11 maggio rappresentano dunque un primo, fragile tentativo di dialogo tra le due superpotenze. Se da un lato le posizioni appaiono distanti, l’incontro segnala la consapevolezza di un pericolo comune: proseguire sulla strada dello scontro rischia di trasformare la guerra commerciale in una crisi sistemica. «I segnali sui dazi che sono arrivati anche durante l’incontro del presidente Usa Trump e il premier canadese Carney mi sembrano leggermente positivi», ha detto il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani all’Annual meeting di Confindustria advisory board investitori esteri alla Luiss. «Mi auguro che si possa arrivare a un accordo, l’obiettivo dovrebbe essere zero tariffe da una parte e zero tariffe dall’altra. Un mercato unico Europa-Usa-Canada», ha aggiunto. «Intanto noi dobbiamo trattare, il rinvio di tre mesi è certamente un fatto positivo. E come Europa dobbiamo trattare, perché farlo da soli è impensabile da un punto di vista giuridico e anche un segno di debolezza. Daremmo un vantaggio solo al nostro interlocutore ma non a noi. O trattiamo a livello europeo o non trattiamo». Intanto le prime navi cariche di prodotti cinesi con tariffe al 145% stanno attraccando a Los Angeles con i carichi drasticamente ridotti, se non dimezzati. «Questa settimana siamo in calo del 35% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, e queste sono le prime navi colpite dalle tariffe imposte lo scorso mese. Ecco perché il volume del carico è così ridotto», ha sottolineato Gene Seroka, direttore del porto di Los Angeles.
Elon Musk (Ansa)
Ieri SpaceX ha debuttato contemporaneamente al Nasdaq e al nuovo listino del Texas, una prima assoluta per i mercati americani. Lo ha fatto con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. L’offerta ha attribuito alla società spaziale una valutazione iniziale di 1.780 miliardi di dollari, la più alta mai registrata per una quotazione. Vuol dire che la società di Musk vale quanto il Pil annuale dell’Italia. Gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori si sono letteralmente gettati sull’operazione acquistando 555,6 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna. Ma il mercato ha immediatamente deciso che quel prezzo era troppo basso. Nelle prime contrattazioni il titolo è schizzato fino a 175 dollari. E non importa se al momento il gruppo aerospaziale è solo una costosissima promessa: ha un fatturato di 18,7 miliardi e ne perde 4,9. Ma Wall Street voleva SpaceX a qualunque costo.
Il principale beneficiario dell’entusiasmo è stato naturalmente Elon Musk. Già uomo più ricco del pianeta prima della quotazione, con un patrimonio stimato da Forbes in 981 miliardi di dollari, il fondatore della società è diventato il primo individuo della storia a superare la soglia psicologica dei 1.000 miliardi. Vuol dire che da solo vale metà del Pil dell’Italia. Un traguardo che fino a ieri apparteneva alla categoria delle fantasie futuristiche. La raccolta complessiva dell’offerta ha sfiorato i 75 miliardi di dollari, altro record assoluto. Ma sarebbe un errore leggere questa operazione soltanto come una gigantesca operazione di Borsa.
Per Musk il mercato azionario rappresenta soprattutto un gigantesco serbatoio di capitale per alimentare la sua vera ossessione: Marte. Perché, come emerge dai documenti societari, una parte della futura remunerazione del fondatore è legata a un obiettivo che nessun consiglio di amministrazione aveva mai osato scrivere. Non fatturato. Non utili. Non dividendi. Una colonia permanente di almeno un milione di persone su Marte. In pratica, mentre i manager tradizionali sono premiati se aumentano i margini operativi, Musk potrà incassare se riuscirà a trasformare Marte in un nuovo continente abitato. È la differenza che passa tra gestire una società e tentare di riscrivere il sistema solare. Durante una conversazione trasmessa sulla piattaforma X con Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, Musk ha raccontato che da circa dieci anni amici, consulenti e banchieri gli ripetevano sempre la stessa frase: «Quota SpaceX». Per anni ha resistito. Ora invece ha cambiato idea. Il motivo è semplice. O meglio: semplice secondo gli standard di Musk. SpaceX intende mettere in orbita 100.000 satelliti Starlink di nuova generazione. Non qualche centinaio. Non qualche migliaio. Centomila. A questo si aggiunge un progetto ancora più ambizioso: la costruzione di grandi data center di Intelligenza artificiale direttamente nello spazio.
Secondo Musk, questa potrebbe diventare una gigantesca fonte di ricavi. Secondo i suoi banchieri, potrebbe soprattutto richiedere una quantità di capitale mai vista prima.
Ecco perché la Borsa è diventata improvvisamente necessaria. Anche dopo la quotazione, grazie a una speciale categoria di azioni con diritti di voto rafforzati, il fondatore manterrà il controllo assoluto delle decisioni strategiche, finanziarie e manageriali. Ma il dettaglio più sorprendente è un altro.
Nei documenti si scopre infatti che l’unica persona che può licenziare Elon Musk dal ruolo di amministratore delegato è... Elon Musk. Per la sua dimensione colossale, SpaceX potrebbe entrare nel Nasdaq 100 (l’élite della Silicon Valley) dopo appena 15 giorni di contrattazione. Sarebbe un passaggio fondamentale perché costringerebbe una miriade di fondi indicizzati ad acquistare automaticamente il titolo.
L’ingresso nello S&P 500 (il listino di eccellenza di Wall Street) richiederà invece tempi più lunghi. Ma dopo aver conquistato lo spazio, superato il trilione personale e realizzato la più grande quotazione della storia, attendere un po’ potrebbe sembrare il problema meno complicato.
Soprattutto per un uomo che non misura il successo in trimestri o in esercizi fiscali. Lo misura in pianeti.
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Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».
iStock. Nel riquadro, la locandina dell'evento
Nell’area «Bimb*», con la schwa (che storpia ogni parola pur di risultare linguaggio inclusivo e non binario) al posto dell’asterisco, sabato 20 giugno a partire dalle 15 ci saranno intrattenimenti vari, come il momento «Letture» a cura delle famiglie Arcobaleno.
Stiamo parlando dell’associazione «genitori Lgbtqi+, in coppia, single o separati che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo», e che purtroppo suggeriscono perfino quali libri far leggere a innocenti creature. Un campionario delle loro scelte si può trovare sul sito ufficiale.
Da Perché hai due mamme? e Perché hai due papà di Francesca Pardi, «nato per aiutare i bambini con due genitori dello stesso sesso nel rispondere alle curiosità degli altri», a un altro libro della stessa autrice dal titolo Qual è il segreto di papà?, spiegato come «un racconto che parla di omosessualità con parole semplici e dirette». Età di lettura consigliata: «Dai 4 anni». Certo, perché a 48 mesi si è già in grado di comprendere temi delicatissimi quali sessualità e identità di genere.
Per non parlare del Giorno specialissimo di Marlon Bundo, di Jill Twiss, storia gay di un coniglietto «che si innamora di un altro coniglietto di nome Wesley e decide di sposarsi con lui», e di cui già si è occupata La Verità. Consigliato ai piccoli dai 5 ai 10 anni, come L’importante è che siamo amici, dove l’orsacchiotto Thomas preferisce essere Tilly. L’autrice, Jessica Walton, voleva scrivere una storia con un protagonista transgender per raccontare al figlio l’esperienza del padre diventato trans e aveva cercato finanziamenti su un sito crowdfunding, ricevendo montagne di soldi.
Ecco un campionario di buone letture con le quali intrattenere dei bimbi, che già dovranno assistere a sfilate di personaggi dall’apparenza affatto normale. Sul palco pomeridiano «spazio di resistenza intersezionale, transfemminismo ed arte, all’insegna di interventi politici, DJ set e performance», saliranno infatti personaggi come Sofia Mehiel, in arte «la papessa», responsabile del progetto per la sezione trans del carcere di Reggio Emilia e che «ha guidato la carovana di genere per l’Ucraina».
E ci sarà Bianca Bonzagni, attivista transgender, classificatasi al secondo posto nel concorso Miss Trans Europa 2025. Soprattutto non mancheranno i «Bear gay», gli «orsi» omosessuali, «sottocultura gay», come la definisce gay.it, in cui si riconosce il soggetto «abbastanza grosso o robusto, con i peli sul petto e una barba lunga, incolta, generalmente un estimatore del cuoio e dei collari».
Sono richiamati dal collettivo Lgbtqi+ Discorso Bear Party, nato nella periferia di Carpi e con base principale al Circolo Mattatoyo. «Al centro del loro percorso c’è la cura e la valorizzazione dei corpi che escono dai canoni estetici imposti: uno spazio libero da etichette rigide per combattere lo stigma grassofobico ed estetico che colpisce tuttə* noi», informano gli organizzatori del Pride a Modena.
I bambini li vedranno, poveretti loro. Respireranno l’atmosfera di questo raduno e ascolteranno gli slogan che verranno ripetuti. Lo dichiara il manifesto politico del Pride modenese, quello che verrà urlato durante la sfilata: «È sin dall’insediamento di questo governo fascista, nel 2022, che è iniziata una vera e propria offensiva nei confronti delle famiglie omogenitoriali, con il preciso intento di delegittimare la genitorialità delle persone Lgbtqia+. Dapprima con la circolare del ministro dell’Interno Piantedosi, che poneva di fatto divieto a sindac* di registrare il genitore intenzionale all’anagrafe, […] ed è culminata con l’approvazione, nell’ottobre 2024, della legge Varchi, che ha reso la gestazione per altre persone reato universale […]. Una legge dal chiaro impianto ideologico, studiata e fortemente voluta dalla maggioranza per punire le coppie di aspiranti padri».
Già, perché sarebbe normale essere due mamme o due papà per una creatura, magari ottenuta servendosi di un utero in affitto? Le famiglie Arcobaleno che porteranno al Pride i bimbi, nati con il seme di un donatore sconosciuto e attraverso la procreazione medicalmente assistita, o con la pratica della maternità surrogata, li faranno assistere a tutto il repertorio in programma? Magari anche alla sosta degli adulti allo stand salute, dove sarà possibile testarsi «in maniera rapida e gratuita» per Hiv e sifilide «con l’aiuto del reparto malattie infettive dell’ospedale di Modena». Terminata la sfilata, lo stand invece si trasformerà in una sala giochi «per poter vincere gadget, sex toys, preservativi femminili e maschili e tanti lubrificanti».
Ma non pensiate che sia solo esibizione di muscoli e altro. Ci sono contenuti anticipati con orgoglio: «Il Modena Pride 2026 è antifascista, contro il razzismo, il colonialismo e i genocidi presenti e passati, antimilitarista, solidale con il popolo palestinese, per la giustizia climatica antiabilista».
Per fortuna, a metà pomeriggio per i bimbi è prevista una non precisata area «sgambamento», immaginiamo riservata a esercizi fisici. O per darsela a gambe, anche solo con la fantasia.
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