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2025-05-08
Riarmo, l’Eurocamera schiaffeggia Ursula
Sarà pure il piano di riarmo destinato a rivoluzionare la difesa europea per i prossimi decenni, ma da quando Ursula von der Leyen (un paio di mesi fa) ha annunciato Urbi et Orbi il progetto da 800 miliardi e la necessità di approfittare dell’articolo 122 del Trattato sul Funzionamento dell’Ue (la procedura d’urgenza che bypassa il Parlamento), non si contano le bocciature e «gli schiaffi», solo figurati ci mancherebbe, che il rieletto presidente del governo dell’Unione ha preso. Schiaffi che lei ha incassato imperterrita, per poi tirare avanti, incurante di quello che le dicevano servizi legali, eurodeputati e presidente dell’assise di Bruxelles.
L’ultimo ceffone è arrivato dal Parlamento, in seduta plenaria, a Strasburgo. Ieri infatti, con 281 voti a favore, 260 contrari e 121 astenuti, è stato approvato un emendamento del Movimento 5 Stelle che critica la Von der Leyen e boccia la sua decisione di bypassare il Parlamento europeo nella procedura di approvazione del piano di riarmo (in realtà il riferimento è allo strumento Safe, che dovrà sostenere per 150 milioni gli sforzi economici per il riarmo degli Stati membri). Costa fatica ammetterlo, e cozza anche con la storia italiana ed europea dei Cinque stelle, ma quando in una nota congiunta gli europarlamentari M5S Pasquale Tridico e Mario Furore esprimono rammarico per «la decisione del presidente della Commissione che aggira il principio dell’equilibrio istituzionale e compromette il ruolo di colegislatore del Parlamento nella definizione delle priorità strategiche e di bilancio», è difficile dare loro torto. «Giù le mani dalla democrazia europea. Ursula Von der Leyen», spiegano ancora Tridico e Furore, «adesso deve rispettare le prerogative del Parlamento e cambiare la base legale del provvedimento, altrimenti, come annunciato ieri dalla presidente Metsola, saremo pronti a portare il caso alla Corte di giustizia europea».
Ecco appunto, Roberta Metsola. Perché il voto di Strasburgo non è stato che il logico seguito della lettera inviata dal presidente del Parlamento Ue alla parigrado della Commissione. «Il Parlamento europeo», leggiamo nella missiva, «non mette in discussione i meriti della proposta, ma è profondamente preoccupato che l’atto legislativo in questione venga proposto per l’adozione senza la base giuridica e la procedura legislativa adeguata, mettendone a rischio la legittimità democratica». Quindi? «Se il Consiglio adotterà il regolamento utilizzando l’articolo 122», si legge ancora, «il Parlamento esaminerà l’atto a norma dell’articolo 155 del suo funzionamento». Tradotto vuol dire che la Metsola è pronta a ricorrere alla Corte di giustizia Ue.
Toni troppo duri? Assolutamente no, se consideriamo che la lettera della Metsola arriva dopo che il servizio legale dell’Eurocamera aveva stroncato la procedura accelerata dando il la al voto unanime della Commissione Juri che a sua volta aveva bocciato l’iter d’emergenza adottato dalla Von der Leyen. Piano Ursula che intanto aveva anche cambiato nome. Per ammorbidire le accuse sulle velleità iper-belliciste del progetto, infatti, il Rearm si era trasformato in Readiness 2030. Non che i contenuti venissero modificati. Ci mancherebbe. Era solo un tentativo di salvare la forma rispetto alla foga pro armi che ormai anima la Commissione a vocazione franco-tedesca che «ha le visioni» sulle truppe russe pronte a invadere le capitali del Vecchio continente da un momento all’altro.
Impossibile non sospettare che dietro ai piani «accelerati» della Von der Leyen si celi l’interesse a gettare un salvagente alle economie di Berlino e Parigi. Da Dassault Aviation fino a Thales, Safran, Rheinmetall, Knds e Hensoldt, i principali colossi della difesa in Europa sono concentrati in Francia e Germania ed è evidente che le nuove commesse rappresenterebbero ossigeno puro soprattutto per il neonato governo Merz, alle prese con la gravissima crisi della manifattura e dell’automotive.
E desta ancora più sospetti il fatto che nonostante le bocciature dei tecnici e dell’Europarlamento, nonostante la lettera di minacce della Metsola, e nonostante le critiche che le arrivino addosso da tutti gli ambienti politici, anche quelli che sulla carta dovrebbero appoggiarla, la Von der Leyen continui a tirare dritto.
Il presidente ha fatto spallucce rispetto ai rimbrotti legali, se n’è infischiata delle polemiche sulla democrazia e anche al cospetto dell’ultimo palese richiamo ufficiale non ha fatto una piega. «Possiamo confermare che abbiamo ricevuto la lettera», evidenzia Paula Pinho, un portavoce della Commissione europea nel briefing quotidiano con la stampa, «nella risposta giustificheremo la scelta della base giuridica per l’uso dell’articolo 122, che viene utilizzato per circostanze eccezionali, basandoci anche sul contributo che abbiamo avuto, in particolare dal nostro servizio legale». Con buona pace di chi prima di armarsi fino ai denti fa una richiesta che appare addirittura banale: discuterne con il Parlamento, confrontarsi con gli eurodeputati votati dal popolo.
Dazi, prove di disgelo Usa-Cina: primi colloqui sabato a Ginevra
Cina e Stati Uniti hanno annunciato l’intenzione di incontrarsi questo fine settimana a Ginevra, in Svizzera, per avviare colloqui preliminari finalizzati a rilanciare i negoziati commerciali. Si tratta del primo confronto diretto dopo l’imposizione, da parte dell’amministrazione Trump, di dazi del 145% su una vasta gamma di prodotti cinesi e le successive ritorsioni di Pechino, che ha risposto con tariffe del 125% sulle importazioni statunitensi. L’incontro, organizzato «su richiesta degli Stati Uniti» secondo fonti cinesi, vedrà protagonisti il vice primo ministro cinese He Lifeng, il segretario al Tesoro americano Scott Bessent e il rappresentante commerciale Usa Jamieson Greer. In particolare, il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Lin Jian, ha detto che Washington ha di recente «espresso la disponibilità a negoziare», sottolineando che «l’opposizione della Cina all’imposizione arbitraria di dazi resta invariata».
Il ministero del Commercio cinese ha sottolineato che Pechino «non sacrificherà i suoi principi» e «difenderà la giustizia» durante i colloqui, ammonendo Washington ad «affrontare le gravi conseguenze negative dei dazi unilaterali, sia per sé che per il mondo». In un comunicato, Pechino ha precisato che qualsiasi dialogo dovrà fondarsi su «uguaglianza, rispetto e reciproco vantaggio», respingendo categoricamente pressioni o ricatti: «Se gli Stati Uniti agiranno in modo incoerente o tenteranno di imporre condizioni, la Cina non accetterà». Dal canto suo, Scott Bessent ha espresso ottimismo, dichiarando di attendersi «discussioni produttive per riequilibrare il sistema economico internazionale a vantaggio degli interessi americani». Tuttavia, in un’intervista a Fox News, ha ridimensionato le aspettative: «Parleremo di distensione, non di un accordo ampio. Serve alleviare le tensioni prima di progredire». E poi, alla Camera Usa: «È solo un inizio, non c’è alcuna trattativa avanzata».
I dazi imposti dalle due potenze - definiti «equivalenti a un embargo» dal segretario al Tesoro americano - sono considerati insostenibili dalla maggioranza degli economisti. Oltre a danneggiare direttamente le economie di Cina e Usa, rischiano di innescare un effetto domino globale: recessione e inflazione potrebbero estendersi ben oltre i confini dei due rivali, destabilizzando i mercati internazionali. I colloqui del 10-11 maggio rappresentano dunque un primo, fragile tentativo di dialogo tra le due superpotenze. Se da un lato le posizioni appaiono distanti, l’incontro segnala la consapevolezza di un pericolo comune: proseguire sulla strada dello scontro rischia di trasformare la guerra commerciale in una crisi sistemica.
«I segnali sui dazi che sono arrivati anche durante l’incontro del presidente Usa Trump e il premier canadese Carney mi sembrano leggermente positivi», ha detto il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani all’Annual meeting di Confindustria advisory board investitori esteri alla Luiss. «Mi auguro che si possa arrivare a un accordo, l’obiettivo dovrebbe essere zero tariffe da una parte e zero tariffe dall’altra. Un mercato unico Europa-Usa-Canada», ha aggiunto. «Intanto noi dobbiamo trattare, il rinvio di tre mesi è certamente un fatto positivo. E come Europa dobbiamo trattare, perché farlo da soli è impensabile da un punto di vista giuridico e anche un segno di debolezza. Daremmo un vantaggio solo al nostro interlocutore ma non a noi. O trattiamo a livello europeo o non trattiamo».
Intanto le prime navi cariche di prodotti cinesi con tariffe al 145% stanno attraccando a Los Angeles con i carichi drasticamente ridotti, se non dimezzati. «Questa settimana siamo in calo del 35% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, e queste sono le prime navi colpite dalle tariffe imposte lo scorso mese. Ecco perché il volume del carico è così ridotto», ha sottolineato Gene Seroka, direttore del porto di Los Angeles.
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Il Parlamento Ue ha approvato una mozione del M5s che censura la decisione di bypassare l’Aula nell’approvazione del piano da 800 miliardi. Pure la Metsola, in una lettera alla Von der Leyen, stigmatizza la scelta. Ed evoca ricorsi alla Corte di giustizia.Dazi, prove di disgelo Usa-Cina. Il Tesoro americano avverte: «È solo un inizio, non c’è alcuna trattativa avanzata».Lo speciale contiene due articoli.Sarà pure il piano di riarmo destinato a rivoluzionare la difesa europea per i prossimi decenni, ma da quando Ursula von der Leyen (un paio di mesi fa) ha annunciato Urbi et Orbi il progetto da 800 miliardi e la necessità di approfittare dell’articolo 122 del Trattato sul Funzionamento dell’Ue (la procedura d’urgenza che bypassa il Parlamento), non si contano le bocciature e «gli schiaffi», solo figurati ci mancherebbe, che il rieletto presidente del governo dell’Unione ha preso. Schiaffi che lei ha incassato imperterrita, per poi tirare avanti, incurante di quello che le dicevano servizi legali, eurodeputati e presidente dell’assise di Bruxelles. L’ultimo ceffone è arrivato dal Parlamento, in seduta plenaria, a Strasburgo. Ieri infatti, con 281 voti a favore, 260 contrari e 121 astenuti, è stato approvato un emendamento del Movimento 5 Stelle che critica la Von der Leyen e boccia la sua decisione di bypassare il Parlamento europeo nella procedura di approvazione del piano di riarmo (in realtà il riferimento è allo strumento Safe, che dovrà sostenere per 150 milioni gli sforzi economici per il riarmo degli Stati membri). Costa fatica ammetterlo, e cozza anche con la storia italiana ed europea dei Cinque stelle, ma quando in una nota congiunta gli europarlamentari M5S Pasquale Tridico e Mario Furore esprimono rammarico per «la decisione del presidente della Commissione che aggira il principio dell’equilibrio istituzionale e compromette il ruolo di colegislatore del Parlamento nella definizione delle priorità strategiche e di bilancio», è difficile dare loro torto. «Giù le mani dalla democrazia europea. Ursula Von der Leyen», spiegano ancora Tridico e Furore, «adesso deve rispettare le prerogative del Parlamento e cambiare la base legale del provvedimento, altrimenti, come annunciato ieri dalla presidente Metsola, saremo pronti a portare il caso alla Corte di giustizia europea».Ecco appunto, Roberta Metsola. Perché il voto di Strasburgo non è stato che il logico seguito della lettera inviata dal presidente del Parlamento Ue alla parigrado della Commissione. «Il Parlamento europeo», leggiamo nella missiva, «non mette in discussione i meriti della proposta, ma è profondamente preoccupato che l’atto legislativo in questione venga proposto per l’adozione senza la base giuridica e la procedura legislativa adeguata, mettendone a rischio la legittimità democratica». Quindi? «Se il Consiglio adotterà il regolamento utilizzando l’articolo 122», si legge ancora, «il Parlamento esaminerà l’atto a norma dell’articolo 155 del suo funzionamento». Tradotto vuol dire che la Metsola è pronta a ricorrere alla Corte di giustizia Ue.Toni troppo duri? Assolutamente no, se consideriamo che la lettera della Metsola arriva dopo che il servizio legale dell’Eurocamera aveva stroncato la procedura accelerata dando il la al voto unanime della Commissione Juri che a sua volta aveva bocciato l’iter d’emergenza adottato dalla Von der Leyen. Piano Ursula che intanto aveva anche cambiato nome. Per ammorbidire le accuse sulle velleità iper-belliciste del progetto, infatti, il Rearm si era trasformato in Readiness 2030. Non che i contenuti venissero modificati. Ci mancherebbe. Era solo un tentativo di salvare la forma rispetto alla foga pro armi che ormai anima la Commissione a vocazione franco-tedesca che «ha le visioni» sulle truppe russe pronte a invadere le capitali del Vecchio continente da un momento all’altro. Impossibile non sospettare che dietro ai piani «accelerati» della Von der Leyen si celi l’interesse a gettare un salvagente alle economie di Berlino e Parigi. Da Dassault Aviation fino a Thales, Safran, Rheinmetall, Knds e Hensoldt, i principali colossi della difesa in Europa sono concentrati in Francia e Germania ed è evidente che le nuove commesse rappresenterebbero ossigeno puro soprattutto per il neonato governo Merz, alle prese con la gravissima crisi della manifattura e dell’automotive. E desta ancora più sospetti il fatto che nonostante le bocciature dei tecnici e dell’Europarlamento, nonostante la lettera di minacce della Metsola, e nonostante le critiche che le arrivino addosso da tutti gli ambienti politici, anche quelli che sulla carta dovrebbero appoggiarla, la Von der Leyen continui a tirare dritto. Il presidente ha fatto spallucce rispetto ai rimbrotti legali, se n’è infischiata delle polemiche sulla democrazia e anche al cospetto dell’ultimo palese richiamo ufficiale non ha fatto una piega. «Possiamo confermare che abbiamo ricevuto la lettera», evidenzia Paula Pinho, un portavoce della Commissione europea nel briefing quotidiano con la stampa, «nella risposta giustificheremo la scelta della base giuridica per l’uso dell’articolo 122, che viene utilizzato per circostanze eccezionali, basandoci anche sul contributo che abbiamo avuto, in particolare dal nostro servizio legale». Con buona pace di chi prima di armarsi fino ai denti fa una richiesta che appare addirittura banale: discuterne con il Parlamento, confrontarsi con gli eurodeputati votati dal popolo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/riarmo-eurocamera-schiaffeggia-ursula-2671917175.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dazi-prove-di-disgelo-usa-cina-primi-colloqui-sabato-a-ginevra" data-post-id="2671917175" data-published-at="1746694023" data-use-pagination="False"> Dazi, prove di disgelo Usa-Cina: primi colloqui sabato a Ginevra Cina e Stati Uniti hanno annunciato l’intenzione di incontrarsi questo fine settimana a Ginevra, in Svizzera, per avviare colloqui preliminari finalizzati a rilanciare i negoziati commerciali. Si tratta del primo confronto diretto dopo l’imposizione, da parte dell’amministrazione Trump, di dazi del 145% su una vasta gamma di prodotti cinesi e le successive ritorsioni di Pechino, che ha risposto con tariffe del 125% sulle importazioni statunitensi. L’incontro, organizzato «su richiesta degli Stati Uniti» secondo fonti cinesi, vedrà protagonisti il vice primo ministro cinese He Lifeng, il segretario al Tesoro americano Scott Bessent e il rappresentante commerciale Usa Jamieson Greer. In particolare, il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Lin Jian, ha detto che Washington ha di recente «espresso la disponibilità a negoziare», sottolineando che «l’opposizione della Cina all’imposizione arbitraria di dazi resta invariata». Il ministero del Commercio cinese ha sottolineato che Pechino «non sacrificherà i suoi principi» e «difenderà la giustizia» durante i colloqui, ammonendo Washington ad «affrontare le gravi conseguenze negative dei dazi unilaterali, sia per sé che per il mondo». In un comunicato, Pechino ha precisato che qualsiasi dialogo dovrà fondarsi su «uguaglianza, rispetto e reciproco vantaggio», respingendo categoricamente pressioni o ricatti: «Se gli Stati Uniti agiranno in modo incoerente o tenteranno di imporre condizioni, la Cina non accetterà». Dal canto suo, Scott Bessent ha espresso ottimismo, dichiarando di attendersi «discussioni produttive per riequilibrare il sistema economico internazionale a vantaggio degli interessi americani». Tuttavia, in un’intervista a Fox News, ha ridimensionato le aspettative: «Parleremo di distensione, non di un accordo ampio. Serve alleviare le tensioni prima di progredire». E poi, alla Camera Usa: «È solo un inizio, non c’è alcuna trattativa avanzata». I dazi imposti dalle due potenze - definiti «equivalenti a un embargo» dal segretario al Tesoro americano - sono considerati insostenibili dalla maggioranza degli economisti. Oltre a danneggiare direttamente le economie di Cina e Usa, rischiano di innescare un effetto domino globale: recessione e inflazione potrebbero estendersi ben oltre i confini dei due rivali, destabilizzando i mercati internazionali. I colloqui del 10-11 maggio rappresentano dunque un primo, fragile tentativo di dialogo tra le due superpotenze. Se da un lato le posizioni appaiono distanti, l’incontro segnala la consapevolezza di un pericolo comune: proseguire sulla strada dello scontro rischia di trasformare la guerra commerciale in una crisi sistemica. «I segnali sui dazi che sono arrivati anche durante l’incontro del presidente Usa Trump e il premier canadese Carney mi sembrano leggermente positivi», ha detto il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani all’Annual meeting di Confindustria advisory board investitori esteri alla Luiss. «Mi auguro che si possa arrivare a un accordo, l’obiettivo dovrebbe essere zero tariffe da una parte e zero tariffe dall’altra. Un mercato unico Europa-Usa-Canada», ha aggiunto. «Intanto noi dobbiamo trattare, il rinvio di tre mesi è certamente un fatto positivo. E come Europa dobbiamo trattare, perché farlo da soli è impensabile da un punto di vista giuridico e anche un segno di debolezza. Daremmo un vantaggio solo al nostro interlocutore ma non a noi. O trattiamo a livello europeo o non trattiamo». Intanto le prime navi cariche di prodotti cinesi con tariffe al 145% stanno attraccando a Los Angeles con i carichi drasticamente ridotti, se non dimezzati. «Questa settimana siamo in calo del 35% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, e queste sono le prime navi colpite dalle tariffe imposte lo scorso mese. Ecco perché il volume del carico è così ridotto», ha sottolineato Gene Seroka, direttore del porto di Los Angeles.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara