Ex legali di Sempio sentiti a Brescia. Oggi è il turno di Massimo Lovati

A Brescia gli investigatori stanno cercando di ricostruire il percorso dei soldi che, secondo l’ipotesi della Procura, sarebbero serviti per oliare ingranaggi e comprare l’archiviazione dell’inchiesta del 2017 su Andrea Sempio, l’amico di Marco Poggi finito nel mirino per l’omicidio di Chiara e ora di nuovo indagato. Il sospetto è pesante: quei flussi di denaro, versati, prelevati e ridistribuiti in contanti dai Sempio, sarebbero stati impiegati per ottenere atti riservati dell’indagine, notizie utili per l’interrogatorio e anche l’archiviazione.
E, così, ieri, per quattro ore di fila, sono stati sentiti a sommarie informazioni dalla pm bresciana, Claudia Moregola, gli avvocati Federico Soldani e Simone Grassi. Mentre oggi verrà ascoltato Massimo Lovati, che ora ha addirittura dato incarico a un portavoce e che per non aver avvisato il suo difensore, l’avvocato Massimo Gallo, si è beccato le invettive di quest’ultimo: «Non sono qui a fare il pupazzo». Gallo ha, però, anche specificato di essere stato nominato da Lovati solo per la querela per diffamazione che lo vede indagato per le frasi pronunciate sui colleghi dello studio legale Giarda (ex difensori di Alberto Stasi) e che né Lovati né la Procura di Brescia erano tenuti a dargli notizia dell’invito a comparire. Il fascicolo è quello in cui l’ex procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti, è indagato in concorso con Giuseppe, il papà di Sempio, per l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari. I tre legali sono chiamati a chiarire quanto della girandola di denaro movimentata dai Sempio sia arrivata a loro.
Lovati ha dichiarato più volte in tv che era il collega Soldani a consegnargli il contante per il suo onorario. Grassi, invece, ha dichiarato al Tg1 che sia lui, sia Soldani, avrebbero lavorato «pro bono». Un passaggio che non è sfuggito agli investigatori. E siccome la mamma di Sempio, Daniela Ferrari, aveva messo a verbale che gli avvocati «dicevano che (i soldi, ndr) servivano per avere le carte», gli inquirenti si sono determinati a convocare i difensori. C’è poi un’informativa che, come ha ricostruito La Verità, ha individuato nell’avvocato Soldani la persona che avrebbe «intrattenuto […] i rapporti con Sapone (Silvio, ex comandante dell’aliquota dei carabinieri di Pavia, ndr)» e si sarebbe fatto «consegnare il contante per prendere le carte». Una ricostruzione che porta in scena Sapone. Il quale, a verbale, ha dichiarato: «Io non ho mai parlato con Sempio. Non conosco nessuno della famiglia».
Per i carabinieri, «le dichiarazioni del luogotenente vengono smentite» da alcuni «dati oggettivi». Nel telefono di Sempio, infatti, è emerso che era «rubricata un’utenza telefonica sotto il nome di Sapone». Dall’analisi dei tabulati telefonici, inoltre, «emerge», scrivono gli investigatori, «che in data 21 gennaio 2017 dalle ore 10.33 alle ore 12.46 l’utenza di Sapone prova a contattare per quattro volte l’utenza di Sempio». «Queste evidenze oggettive», segnalano gli investigatori, «non solo dimostrano che il contatto tra Sapone e Sempio c’era stato, ma che Sapone nel corso della sua escussione testimoniale l’ha oggettivamente taciuto».






