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2021-01-28
Responsabili in fuga. Il calciomercato di Giuseppi è un flop
Roberto Fico (Alessandro Di Meo/AM POOL/Getty Images)
Mai dire Maie: la crisi nera di Giuseppi è ben simboleggiata dalla tragicomica nascita, ieri in Senato, del famoso gruppo di muratori, carpentieri, costruttori e affini che avrebbe dovuto rappresentare la quarta gamba della maggioranza, portando dal centrodestra alla corte di Conte i senatori necessari a sostituire Italia viva. Bene (anzi, malissimo): i senatori del neonato gruppo «Europeisti-Maie-Centro democratico» hanno votato tutti la fiducia già lo scorso 19 gennaio, quando la maggioranza si fermò a quota 156, e ieri sono pure stati elegantemente scaricati dalla senatrice Sandra Lonardo Mastella, responsabile della prima ora. «Ricevo una telefonata da Renata Polverini», racconta la Lonardo alla Verità, «e vado a questa riunione. Trovo i senatori che mi danno un foglio per l'adesione. Neanche uno straccio di programma, di contenuti. Poi guardo il simbolo e vedo che non c'è solo quello del Maie, neutrale, ma anche quello di Centro democratico». E lei? «Chiedo: ma che ci azzecca? A quel punto ho detto niente da fare. Tra l'altro», infierisce la Lonardo, «questi sono tutti senatori che hanno già votato la fiducia, come continuerò a fare anch'io: nessuno in più. Conte farebbe bene a essere lui responsabile, a sedersi con Matteo Renzi, come facevano i big della Dc, a litigare tutta la notte e trovare una quadra. C'è un'Italia che sta morendo».
Dopo il «no grazie» della Mastella, per raggiungere il numero di dieci e costituire il gruppo, i costruttori camaleonti hanno dovuto chiedere in prestito al Pd la senatrice Tatiana Roijc. Gli altri nove componenti di questa insalata mista sono due ex Fi (Maria Rosaria Rossi e Andrea Causin), un ex membro delle Autonomie (Gianni Marilotti) e altri sei provenienti dal Misto: Raffaele Fantetti, Maurizio Buccarella, Adriano Cario, Saverio De Bonis, Ricardo Merlo e Gregorio De Falco. Alla Camera, Centro democratico ieri è arrivato a 15 deputati, con l'ingresso dal Misto di Piera Aiello e Alessandra Ermellino, elette nel M5.
Tornando a Palazzo Madama, la Rossi ieri ha fatto circolare la voce di due senatori di Forza Italia sul punto di aderire già ieri mattina all'allegra brigata, ma manco a dirlo fino a ieri sera non ce n'era traccia. Il leader carismatico di questo variopinto gruppo contiano è Ricardo Merlo, fondatore del Maie (Movimento associativo italiani all'estero) eletto nella circoscrizione America meridionale. Su Merlo già piomba una grana. «Il sottosegretario Merlo», attacca il senatore di Fratelli d'Italia Giovanbattista Fazzolari, «sarebbe coinvolto in un gravissimo caso di conflitto di interessi che potrebbe aver esposto l'Italia a ingerenze straniere. Risulta infatti che il dottor Daniel Oscar Ramundo avrebbe ricoperto contemporaneamente il ruolo di segretario particolare del sottosegretario Merlo, e di deputato del Parlamento del Mercato comune dell'America meridionale. Dal curriculum di Ramundo pubblicato sul sito Mae risulta che si è dimesso dalla carica di deputato, ma sul sito del Mercosur si evince che sia rimasto deputato fino al 31 dicembre del 2020. Insomma, Merlo e Ramundo, oltre ad aver dichiarato il falso», aggiunge Fazzolari, «avrebbero esposto la nostra nazione a possibili ingerenze e interferenze straniere».
Traballa addirittura uno dei pilastri del neocontismo, il famoso senatore Lello Ciampolillo, trascinato al voto di fiducia in extremis la scorsa settimana: «Bisogna capire da chi sarà formato e sostenuto un eventuale Conte ter», spiega Ciampolillo a Un giorno da pecora, su Rai Radio 1, «deciderò tra oggi (ieri, ndr) e domani». Insomma, a Conte i conti non tornano, e anche per questo avanzano prepotentemente ipotesi alternative, come quelle di un incarico a Roberto Fico o Luigi Di Maio, con quest'ultimo che smentisce dissidi con Giuseppi e annuncia che il M5s alle consultazioni farà come «unico nome quello di Conte».
Se questo è l'avanzamento dei lavori dei costruttori, non resta che tornare a Canossa da Matteo Renzi. La senatrice Barbara Lezzi esplode su Facebook: «Non ci sto. Renzi deve restare fuori dal nuovo governo», scrive la Lezzi, «che deve essere presieduto da Conte. Abbiamo detto mai più con Renzi e questo deve avere un valore. Avanti con Conte e fuori Renzi. Altrimenti il M5s non ci sta». «Chapeau», commenta Alessandro Di Battista. Ovviamente, la stragrande maggioranza dei parlamentari pentastellati non è sulla stessa linea: pur di non tornare al voto, farebbero pace anche con Matteo Salvini. Renzi aspetta una mossa di Conte, che per ora non arriva, e su Facebook fa il vago: «Non è un problema delle singole persone», dice in un video l'ex Rottamatore, «in Parlamento assistiamo a un autentico scandalo, una gestione opaca, la creazione di gruppi improvvisati». Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, nel suo intervento in direzione (che poi approverà la sua proposta), sostiene Conte: «Io chiedo il mandato», dice Zingaretti, «sulla proposta a Mattarella di un incarico a Conte per dare vita a un governo che raccolga il suo appello a un nuovo governo europeista che possa contare su ampia base parlamentare. Il tema del rapporto con Iv non ha nulla a che vedere con il risentimento per il passato, ma di legittimi dubbi fondati per il futuro».
In questo caos, ha buon gioco il leader del centrodestra, Matteo Salvini, a tenere tutte le porte aperte per non terrorizzare con la prospettiva del voto anticipato eventuali transfughi: «Diremo a Mattarella no a questo teatrino», argomenta Salvini, «al mercato delle vacche. E no a un reincarico a Conte. Quando non ci sarà più questo signore a Palazzo Chigi ragioneremo di tutto il resto».
Dalla Dc alla Bonino senza problemi. Tabacci è il re dei cambiacasacca
Prima ancora che esistesse il noleggio a lunga durata, quella meravigliosa invenzione che consente di andare dappertutto su una bella macchina senza pagare bollo, assicurazione e manutenzione, esisteva solo Bruno Tabacci. Il regista dei «Costruttori per Giuseppi», presidente della formazione semiclandestina «Centro democratico», capace di prestare il simbolo a Emma Bonino come a Maria Rosaria Rossi, unico debole conosciuto le belle signore e il buon vino, non è solo un voltagabbana che fa la spola tra centrosinistra e centrodestra da almeno 20 anni. Non lo è per il semplice fatto che dopo Tangentopoli e la caduta della sua amata Dc, nulla è più stato serio, per uno come Tabacci. Tutti «nani politici», questi parvenu della seconda e terza Repubblica. Solo così, con questa alta opinione di sé, e con un'indiscussa onestà pecuniaria, si può capire il fenomeno «Sali e Tabacci», il bene indispensabile per ogni stagione politica.
Nato a Quistello, nel Mantovano, nel 1946, presidente della Regione Lombardia a soli 41 anni, Tabacci non ha la fluente e compatta chioma bianca da cavallo di razza democristiano, come Sergio Mattarella o Arnaldo Forlani, ma possiede una caratteristica ancora più tipica della vecchia Dc: è uguale identico a 25 anni fa. Però in un modo ambiguo, nel senso che quando lo guardi addentare i suoi amati ravioli con il tovagliolo bianco a coprire la cravatta rossa, alla maniera dei vecchi forchettoni dc, non capisci se aveva già 70 anni a 50, o viceversa.
È stato tutto, Tabacci. Fare un elenco scrupoloso delle sue poltrone e dei suoi andirivieni da un partitino all'altro sarebbe cadere nell'ipnosi. Basti dire che è stato nel centrodestra con Silvio Berlusconi e nel centrosinistra con Romano Prodi. Che ha fatto girare la testa a Francesco Rutelli e Pier Ferdinando Casini, con le sue piroette. Che è stato il Torquemada anti banche ai tempi delle scalate del 2006 e del governatore Antonio Fazio, che non sopportava. E quando sembrava scomparso, è andato a fare l'assessore al Bilancio a Milano nella giunta di Giuliano Pisapia.
Più interessante ricordare che è stato allievo di Giovanni Marcora, ministro dell'Agricoltura al quale ha fatto, giovanissimo, anche da addetto stampa. Una capacità che ha messo a frutto per mezzo secolo, perché «Brunone» è amico di tutti i cronisti, ha un senso della notizia innato e un'analisi raffinata e puntuale per ogni linea editoriale.
Più interessanti i rapporti di Tabacci con gli editori e con quel che resta dei poteri forti italiani, visto che nel 2007 è stato capace di presentare un disegno di legge per impedire alle banche di avere partecipazioni nei giornali. Nella sua lunga carriera, oltre a essere stato consigliere di Eni, Snam ed Efibanca, nonché presidente di AutoCisa, ha saputo intrattenere buoni rapporti con la finanza cattolica come con quella laica. È sempre stato in amicizia con Giovanni Bazoli, fondatore di Intesa, Alessandro Profumo, Romano Prodi, Carlo De Benedetti e perfino con Francesco Gaetano Caltagirone. Mentre non ha mai nascosto una scarsa simpatia per Silvio Berlusconi e Cesare Geronzi. Il primo sempre trattato come un parvenue della politica. Il secondo individuato come il suggeritore dell'ex governatore Fazio.
Due anni fa, quando ha concesso l'uso di simbolo e firme del suo Centro democratico a un'anticlericale come Emma Bonino, i suoi nemici ne hanno ricavato che non sia cattolico come ha sempre detto. Lui alza le spalle e mantiene una «dottrina Tabacci» anche sui diritti civili: è favorevole ai matrimoni gay, ma non alle adozioni. Del resto, non è poi un tema che lo riguardi da vicino. Separato da molti anni, Tabacci ha avuto una lunga relazione con Angiola Armellini, figlia del costruttore romano Renato, che poco dopo la fine della storia con lui è stata accusata dal Fisco di aver nascosto la bellezza di 1.243 appartamenti. Sicuramente non si era consigliata con l'ex fidanzato, capace di uscire immacolato da Mani pulite dopo sette anni di calvario giudiziario. Se davvero è l'ideologo dei Costruttori per Giuseppi, con la scusa del Recovery da arraffare, gli toccherà armarsi di tanta pazienza. I nuovi compagni di viaggio, nella sua amata prima Repubblica, sarebbe rimasti al consorzio agrario.
Il Colle scalda i motori con Fico e la Casellati. Il bello però viene oggi
Nel primo giorno delle consultazioni, l'impegno maggiore per il capo dello Stato non è arrivato dal confronto con gli interlocutori in calendario, bensì dalla definizione del calendario stesso. Ad aprire il nutrito programma degli incontri, come da prassi, sono stati i presidenti del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, e della Camera, Roberto Fico, oltre al presidente emerito, Giorgio Napolitano, via telefono.
Di norma, si tratta di colloqui improntati al galateo istituzionale e non al merito delle questioni politiche: ieri mezz'ora con ciascuno, al termine del quale la Casellati ha preferito non rilasciare dichiarazioni ufficiali, mentre Fico (considerato uno dei «papabili» per un eventuale mandato esplorativo) si è limitato a salutare i presenti, augurando loro buon lavoro e affermando che «siamo tutti al lavoro per il bene dell'Italia». Ma mentre si apprestava ad aprire il suo nono giro di consultazioni, Sergio Mattarella ha dovuto ancora una volta mettere in pratica le riconosciute doti di pazienza, attendendo la conclusione della sofferta gestazione del nuovo gruppo di Responsabili-Europeisti, voluto a tutti i costi dal premier, Giuseppe Conte, per far affluire in maggioranza eventuali transfughi dei gruppi d'opposizione. Si è trattato, però, di un travaglio talmente duro e per il momento infruttuoso, che al Senato il nuovo gruppo ha potuto vedere la luce in extremis e solo grazie a un trasloco forzato della senatrice dem Tatjana Rojc. Tanto che gli uffici del Quirinale hanno dovuto inserire il gruppo «Eu-Maie-Cd» in agenda, quando in realtà il quadro degli incontri era stato già definito. In ogni caso, gli aspiranti salvatori di Conte esordiranno stamani alle 11.50, nel mezzo della pletora delle componenti del gruppo Misto di Montecitorio e Palazzo Madama.
È chiaro a tutti, in ogni caso, che l'ora X delle consultazioni scoccherà alle 17.30 di oggi quando al Colle salirà Matteo Renzi con i suoi e (forse) scoprirà le carte sulle sue intenzioni riguardo al futuro del premier dimissionario. Quanto a ieri, l'attenzione dei più è stata catturata non tanto dagli esiti degli incontri istituzionali, bensì dall'inedito contesto in cui cronisti, fotografi e operatori si sono dovuti muovere a causa del Covid: non più la consueta Sala alla Vetrata, con la famigerata porta da cui escono i leader politici e lo stesso presidente per informare degli esiti delle riunioni, ma il grande Salone delle Feste, che normalmente ospita i giuramenti dei governi. Sempre per motivi di distanziamento, l'accesso dei giornalisti è stato regolato con l'altrettanto inedita e bizzarra formula del sorteggio e della successiva rotazione. E proprio i pochi giornalisti presenti sono stati l'oggetto di un fuori programma, quando Mattarella, prima di aprire ufficialmente gli incontri, ha fatto capolino per salutarli e ha parlato di una «situazione particolare», forse alludendo non solo alla pandemia ma anche al contesto politico.
Dopo Iv, oggi a salire al Colle saranno i parlamentari del Pd, mentre domani pomeriggio sarà il turno della delegazione unitaria del centrodestra e, a chiudere, di M5s.
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Pure Lady Mastella dà buca agli Europeisti. Matteo Renzi: «Scandalo gruppi improvvisati». Matteo Salvini: «Via l'avvocato e ragioniamo».Il leader di Centro democratico è riuscito a stare col Cav e con Romano Prodi. Ora tesse per i 5s.Sergio Mattarella dà il via alle consultazioni e il pentastellato non si trattiene: «Al lavoro per l'Italia». Attesa per Iv.Lo speciale contiene tre articoli.Mai dire Maie: la crisi nera di Giuseppi è ben simboleggiata dalla tragicomica nascita, ieri in Senato, del famoso gruppo di muratori, carpentieri, costruttori e affini che avrebbe dovuto rappresentare la quarta gamba della maggioranza, portando dal centrodestra alla corte di Conte i senatori necessari a sostituire Italia viva. Bene (anzi, malissimo): i senatori del neonato gruppo «Europeisti-Maie-Centro democratico» hanno votato tutti la fiducia già lo scorso 19 gennaio, quando la maggioranza si fermò a quota 156, e ieri sono pure stati elegantemente scaricati dalla senatrice Sandra Lonardo Mastella, responsabile della prima ora. «Ricevo una telefonata da Renata Polverini», racconta la Lonardo alla Verità, «e vado a questa riunione. Trovo i senatori che mi danno un foglio per l'adesione. Neanche uno straccio di programma, di contenuti. Poi guardo il simbolo e vedo che non c'è solo quello del Maie, neutrale, ma anche quello di Centro democratico». E lei? «Chiedo: ma che ci azzecca? A quel punto ho detto niente da fare. Tra l'altro», infierisce la Lonardo, «questi sono tutti senatori che hanno già votato la fiducia, come continuerò a fare anch'io: nessuno in più. Conte farebbe bene a essere lui responsabile, a sedersi con Matteo Renzi, come facevano i big della Dc, a litigare tutta la notte e trovare una quadra. C'è un'Italia che sta morendo». Dopo il «no grazie» della Mastella, per raggiungere il numero di dieci e costituire il gruppo, i costruttori camaleonti hanno dovuto chiedere in prestito al Pd la senatrice Tatiana Roijc. Gli altri nove componenti di questa insalata mista sono due ex Fi (Maria Rosaria Rossi e Andrea Causin), un ex membro delle Autonomie (Gianni Marilotti) e altri sei provenienti dal Misto: Raffaele Fantetti, Maurizio Buccarella, Adriano Cario, Saverio De Bonis, Ricardo Merlo e Gregorio De Falco. Alla Camera, Centro democratico ieri è arrivato a 15 deputati, con l'ingresso dal Misto di Piera Aiello e Alessandra Ermellino, elette nel M5. Tornando a Palazzo Madama, la Rossi ieri ha fatto circolare la voce di due senatori di Forza Italia sul punto di aderire già ieri mattina all'allegra brigata, ma manco a dirlo fino a ieri sera non ce n'era traccia. Il leader carismatico di questo variopinto gruppo contiano è Ricardo Merlo, fondatore del Maie (Movimento associativo italiani all'estero) eletto nella circoscrizione America meridionale. Su Merlo già piomba una grana. «Il sottosegretario Merlo», attacca il senatore di Fratelli d'Italia Giovanbattista Fazzolari, «sarebbe coinvolto in un gravissimo caso di conflitto di interessi che potrebbe aver esposto l'Italia a ingerenze straniere. Risulta infatti che il dottor Daniel Oscar Ramundo avrebbe ricoperto contemporaneamente il ruolo di segretario particolare del sottosegretario Merlo, e di deputato del Parlamento del Mercato comune dell'America meridionale. Dal curriculum di Ramundo pubblicato sul sito Mae risulta che si è dimesso dalla carica di deputato, ma sul sito del Mercosur si evince che sia rimasto deputato fino al 31 dicembre del 2020. Insomma, Merlo e Ramundo, oltre ad aver dichiarato il falso», aggiunge Fazzolari, «avrebbero esposto la nostra nazione a possibili ingerenze e interferenze straniere». Traballa addirittura uno dei pilastri del neocontismo, il famoso senatore Lello Ciampolillo, trascinato al voto di fiducia in extremis la scorsa settimana: «Bisogna capire da chi sarà formato e sostenuto un eventuale Conte ter», spiega Ciampolillo a Un giorno da pecora, su Rai Radio 1, «deciderò tra oggi (ieri, ndr) e domani». Insomma, a Conte i conti non tornano, e anche per questo avanzano prepotentemente ipotesi alternative, come quelle di un incarico a Roberto Fico o Luigi Di Maio, con quest'ultimo che smentisce dissidi con Giuseppi e annuncia che il M5s alle consultazioni farà come «unico nome quello di Conte». Se questo è l'avanzamento dei lavori dei costruttori, non resta che tornare a Canossa da Matteo Renzi. La senatrice Barbara Lezzi esplode su Facebook: «Non ci sto. Renzi deve restare fuori dal nuovo governo», scrive la Lezzi, «che deve essere presieduto da Conte. Abbiamo detto mai più con Renzi e questo deve avere un valore. Avanti con Conte e fuori Renzi. Altrimenti il M5s non ci sta». «Chapeau», commenta Alessandro Di Battista. Ovviamente, la stragrande maggioranza dei parlamentari pentastellati non è sulla stessa linea: pur di non tornare al voto, farebbero pace anche con Matteo Salvini. Renzi aspetta una mossa di Conte, che per ora non arriva, e su Facebook fa il vago: «Non è un problema delle singole persone», dice in un video l'ex Rottamatore, «in Parlamento assistiamo a un autentico scandalo, una gestione opaca, la creazione di gruppi improvvisati». Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, nel suo intervento in direzione (che poi approverà la sua proposta), sostiene Conte: «Io chiedo il mandato», dice Zingaretti, «sulla proposta a Mattarella di un incarico a Conte per dare vita a un governo che raccolga il suo appello a un nuovo governo europeista che possa contare su ampia base parlamentare. Il tema del rapporto con Iv non ha nulla a che vedere con il risentimento per il passato, ma di legittimi dubbi fondati per il futuro». In questo caos, ha buon gioco il leader del centrodestra, Matteo Salvini, a tenere tutte le porte aperte per non terrorizzare con la prospettiva del voto anticipato eventuali transfughi: «Diremo a Mattarella no a questo teatrino», argomenta Salvini, «al mercato delle vacche. E no a un reincarico a Conte. 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Nato a Quistello, nel Mantovano, nel 1946, presidente della Regione Lombardia a soli 41 anni, Tabacci non ha la fluente e compatta chioma bianca da cavallo di razza democristiano, come Sergio Mattarella o Arnaldo Forlani, ma possiede una caratteristica ancora più tipica della vecchia Dc: è uguale identico a 25 anni fa. Però in un modo ambiguo, nel senso che quando lo guardi addentare i suoi amati ravioli con il tovagliolo bianco a coprire la cravatta rossa, alla maniera dei vecchi forchettoni dc, non capisci se aveva già 70 anni a 50, o viceversa. È stato tutto, Tabacci. Fare un elenco scrupoloso delle sue poltrone e dei suoi andirivieni da un partitino all'altro sarebbe cadere nell'ipnosi. Basti dire che è stato nel centrodestra con Silvio Berlusconi e nel centrosinistra con Romano Prodi. Che ha fatto girare la testa a Francesco Rutelli e Pier Ferdinando Casini, con le sue piroette. Che è stato il Torquemada anti banche ai tempi delle scalate del 2006 e del governatore Antonio Fazio, che non sopportava. E quando sembrava scomparso, è andato a fare l'assessore al Bilancio a Milano nella giunta di Giuliano Pisapia. Più interessante ricordare che è stato allievo di Giovanni Marcora, ministro dell'Agricoltura al quale ha fatto, giovanissimo, anche da addetto stampa. Una capacità che ha messo a frutto per mezzo secolo, perché «Brunone» è amico di tutti i cronisti, ha un senso della notizia innato e un'analisi raffinata e puntuale per ogni linea editoriale. Più interessanti i rapporti di Tabacci con gli editori e con quel che resta dei poteri forti italiani, visto che nel 2007 è stato capace di presentare un disegno di legge per impedire alle banche di avere partecipazioni nei giornali. Nella sua lunga carriera, oltre a essere stato consigliere di Eni, Snam ed Efibanca, nonché presidente di AutoCisa, ha saputo intrattenere buoni rapporti con la finanza cattolica come con quella laica. È sempre stato in amicizia con Giovanni Bazoli, fondatore di Intesa, Alessandro Profumo, Romano Prodi, Carlo De Benedetti e perfino con Francesco Gaetano Caltagirone. Mentre non ha mai nascosto una scarsa simpatia per Silvio Berlusconi e Cesare Geronzi. Il primo sempre trattato come un parvenue della politica. Il secondo individuato come il suggeritore dell'ex governatore Fazio. Due anni fa, quando ha concesso l'uso di simbolo e firme del suo Centro democratico a un'anticlericale come Emma Bonino, i suoi nemici ne hanno ricavato che non sia cattolico come ha sempre detto. Lui alza le spalle e mantiene una «dottrina Tabacci» anche sui diritti civili: è favorevole ai matrimoni gay, ma non alle adozioni. Del resto, non è poi un tema che lo riguardi da vicino. Separato da molti anni, Tabacci ha avuto una lunga relazione con Angiola Armellini, figlia del costruttore romano Renato, che poco dopo la fine della storia con lui è stata accusata dal Fisco di aver nascosto la bellezza di 1.243 appartamenti. Sicuramente non si era consigliata con l'ex fidanzato, capace di uscire immacolato da Mani pulite dopo sette anni di calvario giudiziario. Se davvero è l'ideologo dei Costruttori per Giuseppi, con la scusa del Recovery da arraffare, gli toccherà armarsi di tanta pazienza. 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Ad aprire il nutrito programma degli incontri, come da prassi, sono stati i presidenti del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, e della Camera, Roberto Fico, oltre al presidente emerito, Giorgio Napolitano, via telefono. Di norma, si tratta di colloqui improntati al galateo istituzionale e non al merito delle questioni politiche: ieri mezz'ora con ciascuno, al termine del quale la Casellati ha preferito non rilasciare dichiarazioni ufficiali, mentre Fico (considerato uno dei «papabili» per un eventuale mandato esplorativo) si è limitato a salutare i presenti, augurando loro buon lavoro e affermando che «siamo tutti al lavoro per il bene dell'Italia». Ma mentre si apprestava ad aprire il suo nono giro di consultazioni, Sergio Mattarella ha dovuto ancora una volta mettere in pratica le riconosciute doti di pazienza, attendendo la conclusione della sofferta gestazione del nuovo gruppo di Responsabili-Europeisti, voluto a tutti i costi dal premier, Giuseppe Conte, per far affluire in maggioranza eventuali transfughi dei gruppi d'opposizione. Si è trattato, però, di un travaglio talmente duro e per il momento infruttuoso, che al Senato il nuovo gruppo ha potuto vedere la luce in extremis e solo grazie a un trasloco forzato della senatrice dem Tatjana Rojc. Tanto che gli uffici del Quirinale hanno dovuto inserire il gruppo «Eu-Maie-Cd» in agenda, quando in realtà il quadro degli incontri era stato già definito. In ogni caso, gli aspiranti salvatori di Conte esordiranno stamani alle 11.50, nel mezzo della pletora delle componenti del gruppo Misto di Montecitorio e Palazzo Madama. È chiaro a tutti, in ogni caso, che l'ora X delle consultazioni scoccherà alle 17.30 di oggi quando al Colle salirà Matteo Renzi con i suoi e (forse) scoprirà le carte sulle sue intenzioni riguardo al futuro del premier dimissionario. Quanto a ieri, l'attenzione dei più è stata catturata non tanto dagli esiti degli incontri istituzionali, bensì dall'inedito contesto in cui cronisti, fotografi e operatori si sono dovuti muovere a causa del Covid: non più la consueta Sala alla Vetrata, con la famigerata porta da cui escono i leader politici e lo stesso presidente per informare degli esiti delle riunioni, ma il grande Salone delle Feste, che normalmente ospita i giuramenti dei governi. Sempre per motivi di distanziamento, l'accesso dei giornalisti è stato regolato con l'altrettanto inedita e bizzarra formula del sorteggio e della successiva rotazione. E proprio i pochi giornalisti presenti sono stati l'oggetto di un fuori programma, quando Mattarella, prima di aprire ufficialmente gli incontri, ha fatto capolino per salutarli e ha parlato di una «situazione particolare», forse alludendo non solo alla pandemia ma anche al contesto politico. Dopo Iv, oggi a salire al Colle saranno i parlamentari del Pd, mentre domani pomeriggio sarà il turno della delegazione unitaria del centrodestra e, a chiudere, di M5s.
Elly Schlein (Imagoeconomica)
Che cosa c’entri con la riforma della giustizia, su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi il 22 e 23 marzo, non è dato sapere. Neppure si capiscono le frasi del segretario della Cgil, il quale ieri, partecipando alla manifestazione del Comitato del No, ha detto che «siamo di fronte non solo all’attacco esplicito all’indipendenza della magistratura» e che esiste un «disegno politico del governo per mettere in discussione l’esistenza stessa della democrazia e della Costituzione». Il meglio però lo ha dato Giuseppe Conte, il quale, forse nel tentativo di rifarsi alle origini del Movimento 5 stelle, ha parlato di una riforma che punta a scardinare lo stato di diritto e a ripristinare la casta della politica, con una classe di intoccabili.
Che cosa giustifichi questo allarme di fronte a una legge che, come nella maggioranza dei Paesi occidentali, introduce la separazione delle carriere tra pubblica accusa e giudici, prevedendo due diversi consigli di autogoverno (cioè dove le toghe sono maggioranza), i cui componenti sono eletti dagli stessi magistrati con la formula del sorteggio, non è chiarissimo. Nel dettaglio sono certo che né Schlein, né i suoi compagni saprebbero spiegare che cosa della riforma li preoccupi così tanto. Tuttavia, non è nella separazione delle carriere o negli altri provvedimenti previsti dalla legge Nordio che vanno cercate le ragioni dell’improvvisa alzata di scudi. Se la segretaria del Pd insieme a Conte, Landini e altri paventano un ritorno del fascismo è perché intendono esortare alla mobilitazione il proprio elettorato, nella speranza di usare il referendum per mandare a casa Giorgia Meloni.
Purtroppo - per loro, ovviamente - i sondaggi dicono un’altra cosa e cioè che gli italiani non sono affatto preoccupati dalla separazione delle carriere e la maggioranza pare essere determinata a votare a favore. Ma a mettere la croce sul Sì al quesito non sarebbero solo gli elettori di centrodestra, bensì anche quelli di sinistra. Del resto, lo ha svelato pure Clemente Mastella, che in una recente intervista ha raccontato che la maggioranza del Pd voterà a favore della riforma, invitando Schlein a non scendere in campo, evitando di schierare il partito. In effetti una serie di pezzi grossi del Pd stanno dicendo, o facendo capire, che la loro scelta sarà per il Sì. Non ci sono solo l’ex presidente della Corte costituzionale (ed ex ministro) Augusto Barbera o l’uomo che sussurra ai segretari Goffredo Bettini. A favore c’è l’intera area riformista del partito, da Enzo Bianco a Enrico Morando, a cui si aggiungono nomi pesanti come Cesare Salvi, Claudio Petruccioli, Giovanni Pellegrino, oltre al gruppo di professori che va da Tommaso Nannicini a Stefano Ceccanti. Se poi si considera che Italia viva al referendum ha scelto di lasciare libertà di voto (il che significa che in molti diranno sì) e i radicali per non far rivoltare Pannella nella tomba si schiereranno dalla parte della riforma, si capisce che Schlein rischia di trovarsi sola, oppure in compagnia dei grillini e dell’estrema sinistra, mentre il suo partito le volta le spalle.
Altro che spallata al governo. Qui la spallata rischiano di prenderla la segretaria e i suoi compagni di viaggio, da Landini a Conte, cioè quella stessa armata Brancaleone che la scorsa estate è stata sconfitta sull’articolo 18. La segretaria dovrebbe rileggersi la storia di 40 anni fa, quando il Pci di Enrico Berlinguer si intestò insieme alla Cgil l’abrogazione della legge sulla scala mobile. Nel giugno del 1985 il partito si mobilitò contro Bettino Craxi, che però tenne duro e vinse. Fu una brutta botta per i compagni, da cui si ripresero con difficoltà. Anche il referendum sulla giustizia potrebbe essere una brutta botta, ma soprattutto minaccia di dare una spallata a una segretaria che qualcuno, all’interno del suo stesso partito, sogna di mandare a casa. Sì, il referendum non è su Meloni ma su Schlein.
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Cesare Parodi, presidente dell’Anm (Ansa)
Beata incoerenza. Come sappiamo, la vera, rilevantissima, posta in gioco nella contesa referendaria sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e magistratura giudicante e sulla modifica delle norme per la composizione del Csm, è il sorteggio dei membri togati di quest’ultimo, perché la riforma Nordio, se approvata, farebbe venir meno il, fino a oggi incontrastato, dominio delle correnti che consentono il controllo della magistratura e quindi della giustizia tutta da parte di precisi settori della politica.
Ma quello che probabilmente in molti non ricordano è che, mentre oggi l’Associazione nazionale magistrati è scatenata contro quel sorteggio, opponendovisi con le unghie e con i denti, ci fu un tempo nel quale buona parte era a favore. Lo rileva, su X, l’avvocato Gian Domenico Caiazza, ex presidente dell’Unione delle Camere penali italiane dal 2018 a 2023, noto per essere stato tra i difensori di Enzo Tortora e oggi sostenitore del Sì alla riforma. «Il 27 e 28 gennaio 2022», ci ricorda Caiazza, «l’Anm convocò un referendum tra gli iscritti sul metodo del sorteggio per i membri del Csm. Risultato: più o meno il 40% dei magistrati partecipanti al voto disse Sì al sorteggio; il quale oggi sarebbe, sempre secondo Anm, lo strumento del diavolo attraverso il quale, misteriosamente, accadrà che il giudice dipende dalla politica. Ripeto, 40% di Sì. Mi limito a parafrasare Marzullo: fatevi qualche domanda e datevi qualche risposta». In effetti, su 7.872 elettori espressero la loro preferenza 4.275 magistrati, con un’affluenza pari al 54,31%. Per il No al sorteggio ci furono 2.475 voti, mentre per il Sì le preferenze furono 1.787.
«Evidentemente nessuno meglio degli stessi magistrati comprende le ragioni per le quali la soluzione del sorteggio è apparsa necessaria», continua Caiazza, «sono i magistrati che meglio di chiunque altro conoscono le dinamiche distorte del potere correntizio sulle carriere e quindi sulla qualità della giurisdizione. Oggi parlare di sorteggio sembra una bestemmia, è un tema intoccabile; invece, come dimostrato dal referendum di Anm, appena quattro anni fa, la si pensava diversamente. Qui non è tanto il fatto di cambiare idea o meno, questo è un dato statistico, non il comportamento di una persona».
Un bel numero 1.787, soprattutto se si considera anche il periodo storico: eravamo in piena bufera Palamara. Come molti ricorderanno, Luca Palamara, oltre a essere stato membro del Csm, è stato il più giovane presidente dell’Anm (39 anni), dal maggio 2008 al marzo 2012 e dal 19 settembre 2020 è stato il primo presidente nella storia dell’Anm a esserne stato espulso. Nel 2021 scrisse insieme ad Alessandro Sallusti il libro Il Sistema sulle magagne del modello giudiziario italiano, che scatenò un clamore incredibile. «È curioso che proprio sulla scia del Sistema», ragiona Caiazzo, «l’Anm indisse quel referendum tra gli iscritti. Perché pose quel quesito? Forse perché se lo era posto come dubbio, come soluzione possibile e voleva sapere dai propri iscritti cosa ne pensassero».
Ma oggi hanno repentinamente cambiato idea. Il fronte del No, tra cui l’Anm appunto, si oppone alla nomina dei membri togati del Csm per estrazione a sorte, obiettando che in questo modo non si avrebbero garanzie sufficienti sulla loro idoneità al ruolo. Per il fronte del No la partecipazione al Csm non può essere scelta per sorteggio. Per far parte del Csm occorre necessariamente la benedizione delle correnti.
Eppure, le correnti sono da sempre una deriva che nel tempo ha tradito l’idea originaria di terzietà e, come dimostra quel referendum, anche nell’Anm lo sanno. Per questo il sorteggio dei componenti del Csm potrebbe rafforzare in modo significativo la terzietà nelle nomine più delicate, che oggi risultano spesso dall’equilibrio tra correnti e assumono inevitabilmente una connotazione politica. Solo così la dea della giustizia Temi (Themis), rappresentata con la bilancia (equità) e la spada (potere punitivo), potrà continuare a tenere sul volto la sua benda (imparzialità).
Riformisti, democratici e moderati. A sinistra c’è chi ha sempre detto Sì
C’è una sinistra che voterà sì al referendum sulla riforma della giustizia di fine marzo. Una minoranza, certo, ma che appare sempre meno silenziosa: soprattutto sempre più trasversale. Mentre il Partito democratico ufficiale resta schierato per il no, nelle ultime settimane - tra fine dicembre e inizio gennaio - si sta consolidando un fronte riformista che rivendica il diritto di giudicare la riforma nel merito, sottraendola alla logica del puro schieramento.
La segretaria Elly Schlein, che rischia di restare isolata, continua a evocare il rischio di una magistratura sottoposta al controllo dell’esecutivo. Ma è proprio su questo punto che si apre la faglia interna. Perché per una parte della sinistra la separazione delle carriere non rappresenta una minaccia all’indipendenza della magistratura, bensì uno strumento per rafforzare la terzietà del giudice e la fiducia dei cittadini nel processo penale.
A rimettere ordine nel dibattito è stato, nelle ultime settimane, Stefano Ceccanti. Il costituzionalista ed ex deputato dem ha spiegato che «al referendum arriveranno dei sì anche da chi oggi sta con Schlein», rompendo l’idea di una disciplina di partito automatica su una materia che riguarda l’assetto costituzionale dello Stato. Per Ceccanti la separazione delle carriere è coerente con l’articolo 111 della Costituzione, quello che sancisce il giusto processo e la parità tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo. E soprattutto - insiste - non implica alcuna subordinazione del pubblico ministero al potere politico: confondere i due piani significa alimentare un equivoco giuridico prima ancora che politico.
Il vero nodo, secondo Ceccanti, non è l’autonomia del pm, che resta garantita, ma il sistema di autogoverno e il peso delle correnti nel Csm, che hanno finito per politicizzare la magistratura dall’interno. Il referendum, in questa chiave, non è un voto pro o contro l’esecutivo di Giorgia Meloni, ma una scelta di merito su un’anomalia italiana che dura da decenni.
Una linea che trova sponda nell’area riformista del Pd. Claudio Petruccioli parla di una riforma «coerente con la cultura della sinistra», mentre Enrico Morando la definisce «un passaggio utile per superare un tabù politico». È la stessa area che guarda alla separazione delle carriere come al completamento di un processo penale realmente accusatorio.
Su questo terreno si muovono anche figure storiche del riformismo democratico, da Enzo Bianco a Cesare Salvi, fino a Giovanni Pellegrino, accomunate dall’idea che la terzietà del giudice sia un principio non negoziabile. Studiosi come Tommaso Nannicini condividono l’idea che la riforma non alteri gli equilibri costituzionali, ma intervenga su una commistione che indebolisce la percezione di imparzialità della giurisdizione. L’ex presidente della Corte costituzionale Augusto Barbera ha richiamato la necessità di rafforzare la terzietà del giudice come cardine dello Stato di diritto. Goffredo Bettini invita a valutare la riforma «senza riflessi identitari», richiamando la tradizione garantista della sinistra.
Sul versante opposto, l’ex ministro Clemente Mastella, pur schierandosi per il no, ha osservato che «mezzo Pd voterà sì». Una frase che restituisce meglio di molte analisi il clima che attraversa il centrosinistra: una linea ufficiale compatta, ma una base culturale divisa. Sul piano politico, il sì trova una sponda anche fuori dal Pd. Carlo Calenda ha confermato che Azione voterà a favore della separazione delle carriere, richiamando la necessità di ridurre il peso della politica nella magistratura e il ruolo delle correnti nel Csm.
Se poi si considera che Italia viva ha scelto di lasciare libertà di voto e che l’area radicale difficilmente potrebbe schierarsi contro una riforma che fu una storica battaglia di Marco Pannella, il quadro si completa.
In filigrana poi riemerge una storia più lunga. Quando Carlo Nordio era ancora magistrato a Venezia, scrisse nel 2008 con Giuliano Pisapia un libro, In attesa giustizia. Dialogo sulle riforme possibili. Lì si sosteneva che un giudice chiamato talvolta a giudicare e talvolta ad accusare rischia di apparire non imparziale, come un arbitro che cambia maglia. Pisapia oggi tace, ma «scripta manent».
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Al vicebrigadiere negate anche le attenuanti generiche. In sede penale, oltre ai 36 mesi di carcere per aver ucciso l’aggressore, gli è stato inflitto pure l’obbligo di risarcire 125.000 euro. Ma il processo civile potrebbe aumentare ancora la cifra fino a 1 milione.
La Verità apre una sottoscrizione in favore del militare ingiustamente condannato e offre a tutti i lettori la possibilità di far sentire la propria vicinanza concreta a Emanuele Marroccella.
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Ieri, infatti, dalle Procure di competenza territoriale, è stato disposto e fissato per il 20 gennaio prossimo l’esame autoptico per il corpo di Emanuele Galeppini, è stata ordinata la riesumazione di Giovanni Tamburi e sono state bloccate le tumulazioni di Chiara Costanzo e di Achille Barosi che sarebbero dovute avvenire nei prossimi giorni.
Per poter attribuire le responsabilità che spettano ad ogni singolo attore di questa vicenda, costruita, pezzo per pezzo, tra omissioni, abusi e mancati controlli, è necessario chiarire esattamente come sono andate le cose e non accontentarsi di ricostruzioni ipotetiche che potrebbero alleggerire i giudizi. I dubbi più importanti sono emersi dal caso di Emanuele Galeppini, 16 anni, genovese, promessa del golf. Ai genitori chiamati in Svizzera dopo il rogo era stato comunicato che il ragazzo era stato riconosciuto, come tanti, grazie al test del Dna. Mamma e papà si aspettavano di dover piangere il loro bambino su resti irriconoscibili, mentre quando si sono visti riconsegnare il corpo sono rimasti senza parole: nessun segno di ustioni, nemmeno una bruciatura, la figura del giovane perfettamente integra, così come intatti erano il cellulare e il portafoglio.
Invano hanno posto domande su come fosse possibile, sempre invano hanno chiesto che venisse ordinata l’autopsia per conoscere la verità. Dalle autorità svizzere nessuna risposta. Ora la procura di Genova ha disposto l’esame, anzi gli esami: sul corpo di Emanuele verrà prima eseguita una Tac per verificare possibili lesioni da schiacciamento e poi l’autopsia vera e propria per capire cosa ha provocato il decesso.
Stessa linea anche per la procura di Bologna che ha deciso di far riesumare le spoglie di Giovanni Tamburi, 16 anni, bolognese, anche in questo caso la riesumazione è necessaria per eseguire le verifiche che in Svizzera non sono state fatte. Uno dei punti più importanti da stabilire per accertare le responsabilità è quale sia stata la dinamica esatta, non solo dell’incendio ma anche del tentativo di fuga dei ragazzi. E cosa lo abbia reso inutile. Delle 40 vittime, infatti, tre sono state trovate fuori dal locale mentre le altre 37 erano all’interno, la maggior parte sulle scale.
Proprio ieri, a tal proposito, anche dall’inchiesta svizzera è emerso un particolare importante: la porta di servizio della terrazza del locale era chiusa dall’interno e decine di corpi sono stati trovati dietro di essa, privi di sensi o ustionati. La certezza è arrivata durante il secondo interrogatorio di Jacques Moretti e Jessica Maric, i due gestori del locale indagati per incendio, lesioni e omicidio colposi e in carcere (lui) e ai domiciliari (lei) per evitare il pericolo di fuga. È stato lo stesso Jacques ad ammettere l’ennesima mancanza in termini di sicurezza all’interno del bar che, è bene sempre ricordarlo, si trovava in un seminterrato di un vecchio palazzo, era frequentato da giovanissimi, non aveva le licenze da discoteca, non era stato controllato per le norme antincendio negli ultimi cinque anni e aveva il soffitto completamente rivestito di materiale plastico altamente infiammabile.
Rispondendo alle domande degli inquirenti l’uomo ha raccontato di essere corso a Le Constellation la notte del rogo, di aver «raggiunto la porta di servizio dall’esterno» e di averla «trovata chiusa», senza sapere il perché. Nello stesso interrogatorio l’uomo ha ammesso anche di aver montato personalmente i pannelli di schiuma insonorizzante sul soffitto del seminterrato del locale, quella che ha preso fuoco a causa delle candele pirotecniche posizionate sulle bottiglie di champagne, dopo averla acquistata - attenzione all’ennesimo macabro dettaglio - a poco prezzo, nel noto negozio di bricolage per famiglie Hornbach. Altro che «tragedia inimmaginabile» come l’ha definita Jessica Maric, due giorni fa, piangendo davanti alle telecamere, appena uscita dalla procura di Lens, con il braccialetto elettronico ad attenderla a casa. Anche alla luce di queste ammissioni diventa impossibile pensare che i due gestori non si rendessero conto del pericolo che facevano correre ai loro clienti, da anni, ogni sera.
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