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2021-01-28
Responsabili in fuga. Il calciomercato di Giuseppi è un flop
Roberto Fico (Alessandro Di Meo/AM POOL/Getty Images)
Mai dire Maie: la crisi nera di Giuseppi è ben simboleggiata dalla tragicomica nascita, ieri in Senato, del famoso gruppo di muratori, carpentieri, costruttori e affini che avrebbe dovuto rappresentare la quarta gamba della maggioranza, portando dal centrodestra alla corte di Conte i senatori necessari a sostituire Italia viva. Bene (anzi, malissimo): i senatori del neonato gruppo «Europeisti-Maie-Centro democratico» hanno votato tutti la fiducia già lo scorso 19 gennaio, quando la maggioranza si fermò a quota 156, e ieri sono pure stati elegantemente scaricati dalla senatrice Sandra Lonardo Mastella, responsabile della prima ora. «Ricevo una telefonata da Renata Polverini», racconta la Lonardo alla Verità, «e vado a questa riunione. Trovo i senatori che mi danno un foglio per l'adesione. Neanche uno straccio di programma, di contenuti. Poi guardo il simbolo e vedo che non c'è solo quello del Maie, neutrale, ma anche quello di Centro democratico». E lei? «Chiedo: ma che ci azzecca? A quel punto ho detto niente da fare. Tra l'altro», infierisce la Lonardo, «questi sono tutti senatori che hanno già votato la fiducia, come continuerò a fare anch'io: nessuno in più. Conte farebbe bene a essere lui responsabile, a sedersi con Matteo Renzi, come facevano i big della Dc, a litigare tutta la notte e trovare una quadra. C'è un'Italia che sta morendo».
Dopo il «no grazie» della Mastella, per raggiungere il numero di dieci e costituire il gruppo, i costruttori camaleonti hanno dovuto chiedere in prestito al Pd la senatrice Tatiana Roijc. Gli altri nove componenti di questa insalata mista sono due ex Fi (Maria Rosaria Rossi e Andrea Causin), un ex membro delle Autonomie (Gianni Marilotti) e altri sei provenienti dal Misto: Raffaele Fantetti, Maurizio Buccarella, Adriano Cario, Saverio De Bonis, Ricardo Merlo e Gregorio De Falco. Alla Camera, Centro democratico ieri è arrivato a 15 deputati, con l'ingresso dal Misto di Piera Aiello e Alessandra Ermellino, elette nel M5.
Tornando a Palazzo Madama, la Rossi ieri ha fatto circolare la voce di due senatori di Forza Italia sul punto di aderire già ieri mattina all'allegra brigata, ma manco a dirlo fino a ieri sera non ce n'era traccia. Il leader carismatico di questo variopinto gruppo contiano è Ricardo Merlo, fondatore del Maie (Movimento associativo italiani all'estero) eletto nella circoscrizione America meridionale. Su Merlo già piomba una grana. «Il sottosegretario Merlo», attacca il senatore di Fratelli d'Italia Giovanbattista Fazzolari, «sarebbe coinvolto in un gravissimo caso di conflitto di interessi che potrebbe aver esposto l'Italia a ingerenze straniere. Risulta infatti che il dottor Daniel Oscar Ramundo avrebbe ricoperto contemporaneamente il ruolo di segretario particolare del sottosegretario Merlo, e di deputato del Parlamento del Mercato comune dell'America meridionale. Dal curriculum di Ramundo pubblicato sul sito Mae risulta che si è dimesso dalla carica di deputato, ma sul sito del Mercosur si evince che sia rimasto deputato fino al 31 dicembre del 2020. Insomma, Merlo e Ramundo, oltre ad aver dichiarato il falso», aggiunge Fazzolari, «avrebbero esposto la nostra nazione a possibili ingerenze e interferenze straniere».
Traballa addirittura uno dei pilastri del neocontismo, il famoso senatore Lello Ciampolillo, trascinato al voto di fiducia in extremis la scorsa settimana: «Bisogna capire da chi sarà formato e sostenuto un eventuale Conte ter», spiega Ciampolillo a Un giorno da pecora, su Rai Radio 1, «deciderò tra oggi (ieri, ndr) e domani». Insomma, a Conte i conti non tornano, e anche per questo avanzano prepotentemente ipotesi alternative, come quelle di un incarico a Roberto Fico o Luigi Di Maio, con quest'ultimo che smentisce dissidi con Giuseppi e annuncia che il M5s alle consultazioni farà come «unico nome quello di Conte».
Se questo è l'avanzamento dei lavori dei costruttori, non resta che tornare a Canossa da Matteo Renzi. La senatrice Barbara Lezzi esplode su Facebook: «Non ci sto. Renzi deve restare fuori dal nuovo governo», scrive la Lezzi, «che deve essere presieduto da Conte. Abbiamo detto mai più con Renzi e questo deve avere un valore. Avanti con Conte e fuori Renzi. Altrimenti il M5s non ci sta». «Chapeau», commenta Alessandro Di Battista. Ovviamente, la stragrande maggioranza dei parlamentari pentastellati non è sulla stessa linea: pur di non tornare al voto, farebbero pace anche con Matteo Salvini. Renzi aspetta una mossa di Conte, che per ora non arriva, e su Facebook fa il vago: «Non è un problema delle singole persone», dice in un video l'ex Rottamatore, «in Parlamento assistiamo a un autentico scandalo, una gestione opaca, la creazione di gruppi improvvisati». Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, nel suo intervento in direzione (che poi approverà la sua proposta), sostiene Conte: «Io chiedo il mandato», dice Zingaretti, «sulla proposta a Mattarella di un incarico a Conte per dare vita a un governo che raccolga il suo appello a un nuovo governo europeista che possa contare su ampia base parlamentare. Il tema del rapporto con Iv non ha nulla a che vedere con il risentimento per il passato, ma di legittimi dubbi fondati per il futuro».
In questo caos, ha buon gioco il leader del centrodestra, Matteo Salvini, a tenere tutte le porte aperte per non terrorizzare con la prospettiva del voto anticipato eventuali transfughi: «Diremo a Mattarella no a questo teatrino», argomenta Salvini, «al mercato delle vacche. E no a un reincarico a Conte. Quando non ci sarà più questo signore a Palazzo Chigi ragioneremo di tutto il resto».
Dalla Dc alla Bonino senza problemi. Tabacci è il re dei cambiacasacca
Prima ancora che esistesse il noleggio a lunga durata, quella meravigliosa invenzione che consente di andare dappertutto su una bella macchina senza pagare bollo, assicurazione e manutenzione, esisteva solo Bruno Tabacci. Il regista dei «Costruttori per Giuseppi», presidente della formazione semiclandestina «Centro democratico», capace di prestare il simbolo a Emma Bonino come a Maria Rosaria Rossi, unico debole conosciuto le belle signore e il buon vino, non è solo un voltagabbana che fa la spola tra centrosinistra e centrodestra da almeno 20 anni. Non lo è per il semplice fatto che dopo Tangentopoli e la caduta della sua amata Dc, nulla è più stato serio, per uno come Tabacci. Tutti «nani politici», questi parvenu della seconda e terza Repubblica. Solo così, con questa alta opinione di sé, e con un'indiscussa onestà pecuniaria, si può capire il fenomeno «Sali e Tabacci», il bene indispensabile per ogni stagione politica.
Nato a Quistello, nel Mantovano, nel 1946, presidente della Regione Lombardia a soli 41 anni, Tabacci non ha la fluente e compatta chioma bianca da cavallo di razza democristiano, come Sergio Mattarella o Arnaldo Forlani, ma possiede una caratteristica ancora più tipica della vecchia Dc: è uguale identico a 25 anni fa. Però in un modo ambiguo, nel senso che quando lo guardi addentare i suoi amati ravioli con il tovagliolo bianco a coprire la cravatta rossa, alla maniera dei vecchi forchettoni dc, non capisci se aveva già 70 anni a 50, o viceversa.
È stato tutto, Tabacci. Fare un elenco scrupoloso delle sue poltrone e dei suoi andirivieni da un partitino all'altro sarebbe cadere nell'ipnosi. Basti dire che è stato nel centrodestra con Silvio Berlusconi e nel centrosinistra con Romano Prodi. Che ha fatto girare la testa a Francesco Rutelli e Pier Ferdinando Casini, con le sue piroette. Che è stato il Torquemada anti banche ai tempi delle scalate del 2006 e del governatore Antonio Fazio, che non sopportava. E quando sembrava scomparso, è andato a fare l'assessore al Bilancio a Milano nella giunta di Giuliano Pisapia.
Più interessante ricordare che è stato allievo di Giovanni Marcora, ministro dell'Agricoltura al quale ha fatto, giovanissimo, anche da addetto stampa. Una capacità che ha messo a frutto per mezzo secolo, perché «Brunone» è amico di tutti i cronisti, ha un senso della notizia innato e un'analisi raffinata e puntuale per ogni linea editoriale.
Più interessanti i rapporti di Tabacci con gli editori e con quel che resta dei poteri forti italiani, visto che nel 2007 è stato capace di presentare un disegno di legge per impedire alle banche di avere partecipazioni nei giornali. Nella sua lunga carriera, oltre a essere stato consigliere di Eni, Snam ed Efibanca, nonché presidente di AutoCisa, ha saputo intrattenere buoni rapporti con la finanza cattolica come con quella laica. È sempre stato in amicizia con Giovanni Bazoli, fondatore di Intesa, Alessandro Profumo, Romano Prodi, Carlo De Benedetti e perfino con Francesco Gaetano Caltagirone. Mentre non ha mai nascosto una scarsa simpatia per Silvio Berlusconi e Cesare Geronzi. Il primo sempre trattato come un parvenue della politica. Il secondo individuato come il suggeritore dell'ex governatore Fazio.
Due anni fa, quando ha concesso l'uso di simbolo e firme del suo Centro democratico a un'anticlericale come Emma Bonino, i suoi nemici ne hanno ricavato che non sia cattolico come ha sempre detto. Lui alza le spalle e mantiene una «dottrina Tabacci» anche sui diritti civili: è favorevole ai matrimoni gay, ma non alle adozioni. Del resto, non è poi un tema che lo riguardi da vicino. Separato da molti anni, Tabacci ha avuto una lunga relazione con Angiola Armellini, figlia del costruttore romano Renato, che poco dopo la fine della storia con lui è stata accusata dal Fisco di aver nascosto la bellezza di 1.243 appartamenti. Sicuramente non si era consigliata con l'ex fidanzato, capace di uscire immacolato da Mani pulite dopo sette anni di calvario giudiziario. Se davvero è l'ideologo dei Costruttori per Giuseppi, con la scusa del Recovery da arraffare, gli toccherà armarsi di tanta pazienza. I nuovi compagni di viaggio, nella sua amata prima Repubblica, sarebbe rimasti al consorzio agrario.
Il Colle scalda i motori con Fico e la Casellati. Il bello però viene oggi
Nel primo giorno delle consultazioni, l'impegno maggiore per il capo dello Stato non è arrivato dal confronto con gli interlocutori in calendario, bensì dalla definizione del calendario stesso. Ad aprire il nutrito programma degli incontri, come da prassi, sono stati i presidenti del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, e della Camera, Roberto Fico, oltre al presidente emerito, Giorgio Napolitano, via telefono.
Di norma, si tratta di colloqui improntati al galateo istituzionale e non al merito delle questioni politiche: ieri mezz'ora con ciascuno, al termine del quale la Casellati ha preferito non rilasciare dichiarazioni ufficiali, mentre Fico (considerato uno dei «papabili» per un eventuale mandato esplorativo) si è limitato a salutare i presenti, augurando loro buon lavoro e affermando che «siamo tutti al lavoro per il bene dell'Italia». Ma mentre si apprestava ad aprire il suo nono giro di consultazioni, Sergio Mattarella ha dovuto ancora una volta mettere in pratica le riconosciute doti di pazienza, attendendo la conclusione della sofferta gestazione del nuovo gruppo di Responsabili-Europeisti, voluto a tutti i costi dal premier, Giuseppe Conte, per far affluire in maggioranza eventuali transfughi dei gruppi d'opposizione. Si è trattato, però, di un travaglio talmente duro e per il momento infruttuoso, che al Senato il nuovo gruppo ha potuto vedere la luce in extremis e solo grazie a un trasloco forzato della senatrice dem Tatjana Rojc. Tanto che gli uffici del Quirinale hanno dovuto inserire il gruppo «Eu-Maie-Cd» in agenda, quando in realtà il quadro degli incontri era stato già definito. In ogni caso, gli aspiranti salvatori di Conte esordiranno stamani alle 11.50, nel mezzo della pletora delle componenti del gruppo Misto di Montecitorio e Palazzo Madama.
È chiaro a tutti, in ogni caso, che l'ora X delle consultazioni scoccherà alle 17.30 di oggi quando al Colle salirà Matteo Renzi con i suoi e (forse) scoprirà le carte sulle sue intenzioni riguardo al futuro del premier dimissionario. Quanto a ieri, l'attenzione dei più è stata catturata non tanto dagli esiti degli incontri istituzionali, bensì dall'inedito contesto in cui cronisti, fotografi e operatori si sono dovuti muovere a causa del Covid: non più la consueta Sala alla Vetrata, con la famigerata porta da cui escono i leader politici e lo stesso presidente per informare degli esiti delle riunioni, ma il grande Salone delle Feste, che normalmente ospita i giuramenti dei governi. Sempre per motivi di distanziamento, l'accesso dei giornalisti è stato regolato con l'altrettanto inedita e bizzarra formula del sorteggio e della successiva rotazione. E proprio i pochi giornalisti presenti sono stati l'oggetto di un fuori programma, quando Mattarella, prima di aprire ufficialmente gli incontri, ha fatto capolino per salutarli e ha parlato di una «situazione particolare», forse alludendo non solo alla pandemia ma anche al contesto politico.
Dopo Iv, oggi a salire al Colle saranno i parlamentari del Pd, mentre domani pomeriggio sarà il turno della delegazione unitaria del centrodestra e, a chiudere, di M5s.
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Pure Lady Mastella dà buca agli Europeisti. Matteo Renzi: «Scandalo gruppi improvvisati». Matteo Salvini: «Via l'avvocato e ragioniamo».Il leader di Centro democratico è riuscito a stare col Cav e con Romano Prodi. Ora tesse per i 5s.Sergio Mattarella dà il via alle consultazioni e il pentastellato non si trattiene: «Al lavoro per l'Italia». Attesa per Iv.Lo speciale contiene tre articoli.Mai dire Maie: la crisi nera di Giuseppi è ben simboleggiata dalla tragicomica nascita, ieri in Senato, del famoso gruppo di muratori, carpentieri, costruttori e affini che avrebbe dovuto rappresentare la quarta gamba della maggioranza, portando dal centrodestra alla corte di Conte i senatori necessari a sostituire Italia viva. Bene (anzi, malissimo): i senatori del neonato gruppo «Europeisti-Maie-Centro democratico» hanno votato tutti la fiducia già lo scorso 19 gennaio, quando la maggioranza si fermò a quota 156, e ieri sono pure stati elegantemente scaricati dalla senatrice Sandra Lonardo Mastella, responsabile della prima ora. «Ricevo una telefonata da Renata Polverini», racconta la Lonardo alla Verità, «e vado a questa riunione. Trovo i senatori che mi danno un foglio per l'adesione. Neanche uno straccio di programma, di contenuti. Poi guardo il simbolo e vedo che non c'è solo quello del Maie, neutrale, ma anche quello di Centro democratico». E lei? «Chiedo: ma che ci azzecca? A quel punto ho detto niente da fare. Tra l'altro», infierisce la Lonardo, «questi sono tutti senatori che hanno già votato la fiducia, come continuerò a fare anch'io: nessuno in più. Conte farebbe bene a essere lui responsabile, a sedersi con Matteo Renzi, come facevano i big della Dc, a litigare tutta la notte e trovare una quadra. C'è un'Italia che sta morendo». Dopo il «no grazie» della Mastella, per raggiungere il numero di dieci e costituire il gruppo, i costruttori camaleonti hanno dovuto chiedere in prestito al Pd la senatrice Tatiana Roijc. Gli altri nove componenti di questa insalata mista sono due ex Fi (Maria Rosaria Rossi e Andrea Causin), un ex membro delle Autonomie (Gianni Marilotti) e altri sei provenienti dal Misto: Raffaele Fantetti, Maurizio Buccarella, Adriano Cario, Saverio De Bonis, Ricardo Merlo e Gregorio De Falco. Alla Camera, Centro democratico ieri è arrivato a 15 deputati, con l'ingresso dal Misto di Piera Aiello e Alessandra Ermellino, elette nel M5. Tornando a Palazzo Madama, la Rossi ieri ha fatto circolare la voce di due senatori di Forza Italia sul punto di aderire già ieri mattina all'allegra brigata, ma manco a dirlo fino a ieri sera non ce n'era traccia. Il leader carismatico di questo variopinto gruppo contiano è Ricardo Merlo, fondatore del Maie (Movimento associativo italiani all'estero) eletto nella circoscrizione America meridionale. Su Merlo già piomba una grana. «Il sottosegretario Merlo», attacca il senatore di Fratelli d'Italia Giovanbattista Fazzolari, «sarebbe coinvolto in un gravissimo caso di conflitto di interessi che potrebbe aver esposto l'Italia a ingerenze straniere. Risulta infatti che il dottor Daniel Oscar Ramundo avrebbe ricoperto contemporaneamente il ruolo di segretario particolare del sottosegretario Merlo, e di deputato del Parlamento del Mercato comune dell'America meridionale. Dal curriculum di Ramundo pubblicato sul sito Mae risulta che si è dimesso dalla carica di deputato, ma sul sito del Mercosur si evince che sia rimasto deputato fino al 31 dicembre del 2020. Insomma, Merlo e Ramundo, oltre ad aver dichiarato il falso», aggiunge Fazzolari, «avrebbero esposto la nostra nazione a possibili ingerenze e interferenze straniere». Traballa addirittura uno dei pilastri del neocontismo, il famoso senatore Lello Ciampolillo, trascinato al voto di fiducia in extremis la scorsa settimana: «Bisogna capire da chi sarà formato e sostenuto un eventuale Conte ter», spiega Ciampolillo a Un giorno da pecora, su Rai Radio 1, «deciderò tra oggi (ieri, ndr) e domani». Insomma, a Conte i conti non tornano, e anche per questo avanzano prepotentemente ipotesi alternative, come quelle di un incarico a Roberto Fico o Luigi Di Maio, con quest'ultimo che smentisce dissidi con Giuseppi e annuncia che il M5s alle consultazioni farà come «unico nome quello di Conte». Se questo è l'avanzamento dei lavori dei costruttori, non resta che tornare a Canossa da Matteo Renzi. La senatrice Barbara Lezzi esplode su Facebook: «Non ci sto. Renzi deve restare fuori dal nuovo governo», scrive la Lezzi, «che deve essere presieduto da Conte. Abbiamo detto mai più con Renzi e questo deve avere un valore. Avanti con Conte e fuori Renzi. Altrimenti il M5s non ci sta». «Chapeau», commenta Alessandro Di Battista. Ovviamente, la stragrande maggioranza dei parlamentari pentastellati non è sulla stessa linea: pur di non tornare al voto, farebbero pace anche con Matteo Salvini. Renzi aspetta una mossa di Conte, che per ora non arriva, e su Facebook fa il vago: «Non è un problema delle singole persone», dice in un video l'ex Rottamatore, «in Parlamento assistiamo a un autentico scandalo, una gestione opaca, la creazione di gruppi improvvisati». Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, nel suo intervento in direzione (che poi approverà la sua proposta), sostiene Conte: «Io chiedo il mandato», dice Zingaretti, «sulla proposta a Mattarella di un incarico a Conte per dare vita a un governo che raccolga il suo appello a un nuovo governo europeista che possa contare su ampia base parlamentare. Il tema del rapporto con Iv non ha nulla a che vedere con il risentimento per il passato, ma di legittimi dubbi fondati per il futuro». In questo caos, ha buon gioco il leader del centrodestra, Matteo Salvini, a tenere tutte le porte aperte per non terrorizzare con la prospettiva del voto anticipato eventuali transfughi: «Diremo a Mattarella no a questo teatrino», argomenta Salvini, «al mercato delle vacche. E no a un reincarico a Conte. 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Nato a Quistello, nel Mantovano, nel 1946, presidente della Regione Lombardia a soli 41 anni, Tabacci non ha la fluente e compatta chioma bianca da cavallo di razza democristiano, come Sergio Mattarella o Arnaldo Forlani, ma possiede una caratteristica ancora più tipica della vecchia Dc: è uguale identico a 25 anni fa. Però in un modo ambiguo, nel senso che quando lo guardi addentare i suoi amati ravioli con il tovagliolo bianco a coprire la cravatta rossa, alla maniera dei vecchi forchettoni dc, non capisci se aveva già 70 anni a 50, o viceversa. È stato tutto, Tabacci. Fare un elenco scrupoloso delle sue poltrone e dei suoi andirivieni da un partitino all'altro sarebbe cadere nell'ipnosi. Basti dire che è stato nel centrodestra con Silvio Berlusconi e nel centrosinistra con Romano Prodi. Che ha fatto girare la testa a Francesco Rutelli e Pier Ferdinando Casini, con le sue piroette. Che è stato il Torquemada anti banche ai tempi delle scalate del 2006 e del governatore Antonio Fazio, che non sopportava. E quando sembrava scomparso, è andato a fare l'assessore al Bilancio a Milano nella giunta di Giuliano Pisapia. Più interessante ricordare che è stato allievo di Giovanni Marcora, ministro dell'Agricoltura al quale ha fatto, giovanissimo, anche da addetto stampa. Una capacità che ha messo a frutto per mezzo secolo, perché «Brunone» è amico di tutti i cronisti, ha un senso della notizia innato e un'analisi raffinata e puntuale per ogni linea editoriale. Più interessanti i rapporti di Tabacci con gli editori e con quel che resta dei poteri forti italiani, visto che nel 2007 è stato capace di presentare un disegno di legge per impedire alle banche di avere partecipazioni nei giornali. Nella sua lunga carriera, oltre a essere stato consigliere di Eni, Snam ed Efibanca, nonché presidente di AutoCisa, ha saputo intrattenere buoni rapporti con la finanza cattolica come con quella laica. È sempre stato in amicizia con Giovanni Bazoli, fondatore di Intesa, Alessandro Profumo, Romano Prodi, Carlo De Benedetti e perfino con Francesco Gaetano Caltagirone. Mentre non ha mai nascosto una scarsa simpatia per Silvio Berlusconi e Cesare Geronzi. Il primo sempre trattato come un parvenue della politica. Il secondo individuato come il suggeritore dell'ex governatore Fazio. Due anni fa, quando ha concesso l'uso di simbolo e firme del suo Centro democratico a un'anticlericale come Emma Bonino, i suoi nemici ne hanno ricavato che non sia cattolico come ha sempre detto. Lui alza le spalle e mantiene una «dottrina Tabacci» anche sui diritti civili: è favorevole ai matrimoni gay, ma non alle adozioni. Del resto, non è poi un tema che lo riguardi da vicino. Separato da molti anni, Tabacci ha avuto una lunga relazione con Angiola Armellini, figlia del costruttore romano Renato, che poco dopo la fine della storia con lui è stata accusata dal Fisco di aver nascosto la bellezza di 1.243 appartamenti. Sicuramente non si era consigliata con l'ex fidanzato, capace di uscire immacolato da Mani pulite dopo sette anni di calvario giudiziario. Se davvero è l'ideologo dei Costruttori per Giuseppi, con la scusa del Recovery da arraffare, gli toccherà armarsi di tanta pazienza. 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Ad aprire il nutrito programma degli incontri, come da prassi, sono stati i presidenti del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, e della Camera, Roberto Fico, oltre al presidente emerito, Giorgio Napolitano, via telefono. Di norma, si tratta di colloqui improntati al galateo istituzionale e non al merito delle questioni politiche: ieri mezz'ora con ciascuno, al termine del quale la Casellati ha preferito non rilasciare dichiarazioni ufficiali, mentre Fico (considerato uno dei «papabili» per un eventuale mandato esplorativo) si è limitato a salutare i presenti, augurando loro buon lavoro e affermando che «siamo tutti al lavoro per il bene dell'Italia». Ma mentre si apprestava ad aprire il suo nono giro di consultazioni, Sergio Mattarella ha dovuto ancora una volta mettere in pratica le riconosciute doti di pazienza, attendendo la conclusione della sofferta gestazione del nuovo gruppo di Responsabili-Europeisti, voluto a tutti i costi dal premier, Giuseppe Conte, per far affluire in maggioranza eventuali transfughi dei gruppi d'opposizione. Si è trattato, però, di un travaglio talmente duro e per il momento infruttuoso, che al Senato il nuovo gruppo ha potuto vedere la luce in extremis e solo grazie a un trasloco forzato della senatrice dem Tatjana Rojc. Tanto che gli uffici del Quirinale hanno dovuto inserire il gruppo «Eu-Maie-Cd» in agenda, quando in realtà il quadro degli incontri era stato già definito. In ogni caso, gli aspiranti salvatori di Conte esordiranno stamani alle 11.50, nel mezzo della pletora delle componenti del gruppo Misto di Montecitorio e Palazzo Madama. È chiaro a tutti, in ogni caso, che l'ora X delle consultazioni scoccherà alle 17.30 di oggi quando al Colle salirà Matteo Renzi con i suoi e (forse) scoprirà le carte sulle sue intenzioni riguardo al futuro del premier dimissionario. Quanto a ieri, l'attenzione dei più è stata catturata non tanto dagli esiti degli incontri istituzionali, bensì dall'inedito contesto in cui cronisti, fotografi e operatori si sono dovuti muovere a causa del Covid: non più la consueta Sala alla Vetrata, con la famigerata porta da cui escono i leader politici e lo stesso presidente per informare degli esiti delle riunioni, ma il grande Salone delle Feste, che normalmente ospita i giuramenti dei governi. Sempre per motivi di distanziamento, l'accesso dei giornalisti è stato regolato con l'altrettanto inedita e bizzarra formula del sorteggio e della successiva rotazione. E proprio i pochi giornalisti presenti sono stati l'oggetto di un fuori programma, quando Mattarella, prima di aprire ufficialmente gli incontri, ha fatto capolino per salutarli e ha parlato di una «situazione particolare», forse alludendo non solo alla pandemia ma anche al contesto politico. Dopo Iv, oggi a salire al Colle saranno i parlamentari del Pd, mentre domani pomeriggio sarà il turno della delegazione unitaria del centrodestra e, a chiudere, di M5s.
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L’esperto confronta il trentennio 1960-1990, connotato dalla «crescita travolgente dell’industria farmaceutica con un solo obiettivo comune, la quantità e la qualità di vita dell’uomo - il risultato furono 52 nuove classi di farmaci con il 90% delle patologie guarite o cronicizzate» -, con quanto accadde dopo la nascita del marketing farmacologico. «L’obiettivo viene stravolto, diventa fare il massimo fatturato possibile. Parallelamente la politica capisce che la salute è una grande opportunità per rafforzare il potere e acquistare consenso, per cui trasforma il settore in azienda (nascono le Asl), mettendo a capo delle aziende non un medico ma un politico che per incapacità e clientelismo riesce a sopravvivere grazie a tagli feroci di posti letto, di personale medico e attrezzature».
Il risultato è che da allora il malato diventa per i secondi un potenziale elettore, per i primi un consumatore. «In questo contesto la finanza crea le Big Pharma, attraverso fusioni e acquisizioni delle classiche aziende farmaceutiche», interviene Franco Stocco, 35 anni trascorsi nel settore oncologico e poi nelle aree dell’immunologia di colossi quali Farmitalia Carlo Erba, Aventis Pharma, Sanofi. Aggiunge: «Non si limita a questo, ha un obiettivo ben preciso ovvero creare e raggiungere il nuovo enorme mercato, cioè la popolazione sana». Se per un farmaco il mercato non c’è, basta crearlo.
Il terreno di coltura che ha permesso l’evoluzione del pensiero scientifico verso il presente «risiede nella medicalizzazione della società umana, resa possibile dall’elencare un numero pressoché infinito di malattie le quali descrivono non solo una condizione di rischio, ma una specie di allontanamento più o meno marcato da un archetipo di perfezione. Ogni anomalia o devianza o disfunzione sono in definitiva riconducibili a una patologia o a una sindrome».
Per realizzare il progetto di trasformare le persone sane in potenziali malati, l’industria della salute «vende quindi anche “fattori di rischio”». In quest’ottica i vaccini ricoprono un ruolo chiave. Sfruttando il concetto che prevenire è meglio che curare, radicato nell’opinione comune, sono stati proposti o imposti nuovi prodotti «che non sono antigeni ma approcci genici», sottolinea Stocco.
Se la prevenzione è l’imperativo strategico dettato dalla grande industria farmacologica, che margine di azione ci può essere per impedire che a farne le spese sia il cittadino, non paziente afflitto da patologie, ma anche un servizio sanitario inutilmente gravato da diagnosi non necessarie? «Da un lato c’è il problema sociale di far passare il concetto di una sana sanità, non quella di stare bene subito con qualsiasi mezzo, e per questo obiettivo serve tanta informazione. Dall’altro, è necessario che le associazioni scientifiche siano meno influenzabili dalle case farmaceutiche», osserva Maria Rita Gismondo, già direttrice del laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano.
L’iper prevenzione «è una tendenza generalizzata», prosegue la professoressa, «basti vede quello che accade quando si consiglia una Rx e il paziente con un minimo di conoscenza chiede: “Ma non è meglio che faccia una risonanza magnetica o una Tac?”. Si chiede una cosa sempre più sofisticata. Sicuramente questo è dovuto alla pressione da parte delle case farmaceutiche che devono vendere sempre più strumenti, test e servizi, ma si fonda anche su un fatto sociale, su un concetto di salute che è cambiato. Se oggi mi alzo con il mal di testa o il mal di schiena non dico aspetto, mi passerà; c’è un abuso di antidolorifici e anti infiammatori. Su questo atteggiamento si fonda la speculazione della Big Pharma, che trova terreno fertile».
Un protocollo di prevenzione deve partire da una possibilità di ricadute positive superiori a quello che è il rischio della falsa diagnosi. Se lo aggiungiamo alla psicosi di un benessere estremizzato, «le conseguenze sono un dispendio di energie economiche e molto stress da parte del paziente».
Per Gismondo, occorre dunque «interrompere la catena deleteria sponsor-sperimentatore. Dall’altra, il ministero della Salute dovrebbe esercitare un controllo maggiore sulle linee guida date dalle associazioni scientifiche perché non si ecceda con i percorsi diagnostici, che rischiano di diventare inutili se non dannosi».
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Roberto Fico (Ansa)
Il partito di Matteo Renzi, a ieri sera, al momento in cui siamo andati in stampa, non aveva ancora raggiunto l’accordo al suo interno sul nome da proporre a Fico; solito marasma nel Pd, dove alla fine due posti su tre in giunta sono stati decisi (Mario Casillo ed Enzo Cuomo) mentre sul terzo è andato in scena lo psicodramma, con Elly Schlein che ha rotto lo schema che prevedeva almeno una donna e ha deciso, a quanto ci risulta, di nominare un terzo uomo (in pole Andrea Morniroli). Per il M5s in pole c’è la deputata Gilda Sportiello, fedelissima di Fico, mentre Vincenzo De Luca dovrebbe riuscire a vincere il braccio di ferro con Fico e ottenere una delega di peso per il suo ex vicepresidente, Fulvio Buonavitacola. Per il Psi certo l’ingresso in giunta di Enzo Maraio, per Avs Fiorella Zabatta, mentre Noi di centro, lista di Clemente Mastella, dovrebbe indicare Maria Carmela Serluca.
«Siamo agli sgoccioli», ha commentato Fico al termine della seduta, «a breve la giunta sarà annunciata. Non ci sono ritardi, la legge ci dice che possono passare fino a dieci giorni dall’insediamento del Consiglio per la nomina della giunta, siamo perfettamente nei tempi. Ci prendiamo il tempo giusto per la migliore giunta possibile. Penso che sia normale che ogni forza politica metta sul tavolo anche le proprie competenze, le proprie volontà e quindi si sta cercando solo un equilibrio giusto nell’interesse dei cittadini campani. Ma se devo dire che ci sono particolari discussioni, no».
Manco a dirlo a centrare il bersaglio al primo colpo è stato invece il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, il cui fratello Massimiliano è stato eletto presidente del Consiglio regionale con 41 voti su 51 presenti. Considerato che il centrodestra ha votato per lui, a Manfredi jr sono mancati una decina di voti della maggioranza. I sospetti si addensano sui consiglieri della lista di Vincenzo De Luca, A testa alta, e su qualche mal di pancia in altre liste. «Nessun soccorso alla maggioranza, ma una scelta politica netta e motivata dal rispetto delle istituzioni e dagli interessi della Campania». Forza Italia, in una nota, «chiarisce» il senso del voto espresso per l’elezione del presidente del Consiglio regionale. «Non abbiamo votato Manfredi per far dispetto a qualcuno», hanno dichiarato capogruppo e vice di Fi, Massimo Pelliccia e Roberto Celano, «ma perché riteniamo che il presidente del Consiglio regionale debba essere la più alta espressione del Consiglio stesso. Una decisione che nasce da una valutazione autonoma e istituzionale. Non abbiamo guardato a quello che faceva De Luca, non ci interessavano dinamiche o contrapposizioni personali. Abbiamo guardato esclusivamente agli interessi dei campani». «A fronte di un’apertura istituzionale del centrodestra che ha votato compatto Manfredi», hanno poi precisato tutti i capigruppo del centrodestra, «dimostrando rigore istituzionale e collaborazione nell’interesse dei cittadini campani, la maggioranza di centrosinistra si lacera nelle sue divisioni interne. I fatti sono chiari nella loro oggettività, il centrosinistra parte male». In realtà anche la Lega è partita con un passo falso: caso più unico che raro un consigliere appena eletto, Mimì Minella, ha abbandonato alla prima seduta il Carroccio e si è iscritto al Misto. I problemi del centrosinistra si sono manifestati plasticamente quando, dopo una sospensione, i cinque consiglieri regionali del gruppo congiunto Casa riformista-Noi di centro non si sono ripresentati in aula. Clamorosa poi la protesta pubblica di Avs che con un comunicato durissimo in serata parla addirittura di «atti di forza che mortificano il confronto democratico e alterano gli equilibri della coalizione» e chiede al governatore di intervenire immediatamente.
Fico ha annunciato il ritiro da parte della Regione della querela contro la trasmissione Rai Report, presentata da Vincenzo De Luca e relativa a un servizio sulla sanità campana: «Per dare un segnale di distensione da subito», ha detto Fico, «annuncio il ritiro della querela. Sosterremo un’informazione locale plurale e di qualità, gli organi di stampa del territorio sono presidi di democrazia. Ognuno deve naturalmente fare il proprio mestiere, ma deve farlo liberamente e senza condizionamenti».
Da parte sua, il candidato del centrodestra sconfitto da Fico, il viceministro degli Esteri, Edmondo Cirielli, non ha sciolto l’interrogativo sulla sua permanenza in Consiglio come capo dell’opposizione: «Sto qua, sto bene, farò la mia parte», ha detto Cirielli, «poi si prenderanno decisioni ad alto livello istituzionale per garantire il miglior funzionamento del Consiglio regionale».
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Alfonso Signorini (Ansa)
I due avvocati hanno assunto da poco la difesa di Signorini sia in sede civile che penale «nell’ambito della complessa vicenda che lo vede vittima di gravi e continuate condotte criminose». Il riferimento è alle «accuse» sollevate dall’ex paparazzo che nella puntata dello scorso 15 novembre del suo format «Falsissimo» aveva parlato di un «sistema Grande Fratello» che sarebbe stato creato dallo stesso Signorini. Secondo Corona, chi voleva accedere al reality show doveva cedere alle avances sessuali del direttore di Chi: questo «sistema» sarebbe andato avanti per circa dieci anni coinvolgendo oltre 500 persone.
Nell’immediatezza delle accuse, Signorini aveva subito presentato una querela in Procura a seguito della quale è stata poi aperta un’inchiesta. E la Procura aveva iscritto Fabrizio Corona nel registro degli indagati per diffusione di immagini a contenuto sessualmente esplicito. Da questa indagine è scaturita una perquisizione a casa di Corona, avvenuta sabato scorso. L’ex fotoreporter, a quel punto, ha deciso di essere sentito dai pm ai quali per oltre due ore ha raccontato «il sistema». All’indomani delle festività natalizie è emerso che il direttore di Chi avrebbe deciso di prendere una pausa dai social dal momento che il suo profilo Instagram è stato «rimosso». I legali di Signorini hanno motivato la sua scelta: «Per fronteggiare queste gravissime condotte illecite, a tutti evidenti, e soprattutto il capillare riverbero che trovano su alcuni disinvolti media, il dottor Alfonso Signorini, professionista che ha costruito con scrupolo, serietà e abnegazione un’intera carriera di giornalista, autore, regista e conduttore televisivo, si vede costretto a sospendere in via cautelativa ogni suo impegno editoriale in corso con Mediaset».
Secondo gli avvocati Missaglia e Aiello, «è noto il principale responsabile di questa surreale e virulenta aggressione, soggetto che, nonostante le precedenti condanne penali, oggi vorrebbe assumere le vesti di giudice e pubblico ministero, imponendo proprie regole per un tornaconto personale e non certo per l’interesse di giustizia. Il tutto al costo di danni irreparabili ed enormi per le vittime designate».
Mediaset «agirà con determinazione in tutte le sedi sulla base esclusiva di elementi oggettivi e fatti verificati per contrastare la diffusione di contenuti e ricostruzioni diffamatorie o calunniose, a tutela del rispetto delle persone, dei fatti e dei propri interessi», ha reso l’azienda in un comunicato. Per Mediaset «chi opera per l’azienda è tenuto ad attenersi a chiari principi di correttezza, responsabilità e trasparenza, come definiti dal codice etico, che viene applicato senza eccezioni. Sono in corso tutti gli accertamenti e verifiche per garantirne il suo rispetto». L’azienda ha accolto la decisione di Signorini di autosospendersi «stante l’esigenza di tutelare sé stesso e le persone interessate nella vicenda mediatica in cui è rimasto suo malgrado coinvolto».
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Una sottrazione di ricchezza che nel 2025 ha raggiunto la cifra di 9 miliardi. Nel primo semestre dell’anno che sta per chiudersi, le rimesse verso l’estero sono cresciute del 6,4%. Dal 2005 al 2024, in vent’anni, il valore complessivo è passato da 3,9 a quasi 8,3 miliardi di euro, segnando un aumento del 40%, al netto dell’inflazione (a prezzi costanti).
È una sottrazione di ricchezza pari allo 0,38% del Pil italiano e anche se è una percentuale contenuta rispetto al contributo del lavoro straniero all’economia nazionale (8,8%) sono pur sempre soldi che se ne vanno e che non contribuiscono al benessere della comunità. Va considerato anche che le rimesse tracciate rappresentano una parte di quelle che sfuggono alle statistiche perché frutto di attività in nero. Secondo i dati Istat del 2024 oltre 1,8 milioni di immigrati risultano in povertà assoluta. Difficile verificare se questa sia una condizione reale o se risultano tali solo al fisco. In sostanza uno su tre non paga le tasse.
Bankitalia nel suo report, ci dice che considerando i trasferimenti in contanti che non avvengono tramite banche, Poste e altri canali tenuti a registrare gli spostamenti finanziari verso l’estero, l’incidenza sul Pil sale a circa lo 0,5%. Le autorità monetarie stimano che per tenere conto anche delle varie forme di invii di denaro si debbano aumentare di un 30% le cifre ufficiali. I trasferimenti verso il Paese d’origine sono tanto maggiori quanto più la località di destinazione è vicina e quanto più alto è il numero dei suoi cittadini in Italia. Parliamo comunque di cifre risultanti da moltiplicazioni ipotetiche. Il contante che varca il confine potrebbe essere di gran lunga superiore alle stime più larghe, considerata la diffusione del sommerso per numerose attività svolte dagli immigrati. Basta pensare alle colf, alle badanti o alle attività artigiane o nell’edilizia dove gli immigrati sono più presenti.
In vent’anni, dal 2005-2024 gli stranieri registrati all’anagrafe in Italia sono passati da 2,27 a 5,25 milioni (+131%), con un trend di crescita ben più marcato rispetto a quello dei trasferimenti. Di conseguenza l’importo medio trasferito è passato da 1.719 euro a 1.577 euro (-8% a valori correnti). Il che non vuol dire che hanno iniziato a spendere e a investire nel nostro Paese ma solo che sono aumentati i ricongiungimenti familiari. Pertanto, invece di mandare i soldi all’estero, questi sarebbero serviti al sostegno economico dei parenti venuti in Italia. Questi, secondo le statistiche, sono oltre 100.000 l’anno. Va sottolineato che i visti per lavoro sono appena 39mila nel 2023, circa l’11% dei 330.730 totali.
Bankitalia ha analizzato anche la distinzione geografica dei flussi delle rimesse. Il Bangladesh è la prima destinazione con 1,4 miliardi di euro inviati nel 2024, pari allo 0,34% del Pil nazionale. Seguono Pakistan (600 milioni), Marocco (575 milioni), Filippine (570 milioni), Georgia, India, Romania, Perù, Sri Lanka, Senegal. Questi dieci Paesi ricevono i due terzi delle rimesse complessive. Se si aggiungono le dieci successive posizioni nella graduatoria si supera l’85% del totale dei valori trasferiti. Ai restanti 100 Paesi, sono arrivati circa 500.000 euro complessivi nel 2024.
I trasferimenti di denaro più consistenti vengono da Roma (1,1 miliardi) e Milano (900 milioni). Seguono Napoli, Torino, Firenze, Brescia, Bologna, Genova, Venezia e Verona. Complessivamente da queste città partono 3,9 miliardi di euro pari al 47% del totale.
Guardando alla media per singolo straniero i flussi maggiori si hanno ad Aosta (3.465 euro) e Napoli (3.211 euro), mentre i valori più bassi si registrano a Rieti (497 euro) ed Enna (682 euro).
Oltre al fenomeno delle rimesse, c’è anche quello dell’alta spesa per assistenza sociale che gli immigrati assorbono essendo destinatari di misure contro la povertà e dei vari bonus famiglia per 1,3 miliardi su 5,9 miliardi complessivi.
Secondo un’analisi di Itinerari Previdenziali, con 3 milioni e mezzo di dipendenti privati nel 2024 e una retribuzione media annua di 16.693 euro, gli stranieri appartengono a quella fascia di reddito che versa solo il 23% dell’Irpef complessiva. Quindi gravano sulle voci principali del welfare. L’80% del peso fiscale italiano si regge su un ristretto 27,41% di lavoratori con redditi oltre 29.000 euro e in questa fascia non rientra la maggioranza degli immigrati.
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