Lo speciale comprende due articoli.
Il Consiglio dei ministri ha approvato senza particolari sorprese il decreto energia. Stanziati in tutto 8 miliardi di cui 5,8 contro i rincari delle bollette. Mario Draghi ha sostanzialmente riconfermato le misure decise nei mesi precedenti, aggiungendo una visione di medio e lungo termine, che ha come obiettivo principale una maggiore produzione interna di gas, per poi venderla a un prezzo calmierato. Il decreto si occupa della revisione dei modelli per gli impianti delle rinnovabili anche nelle aree agricole, così come della semplificazione della burocrazia connessa agli impianti. Ottima cosa, va detto, anche se non sarebbe stato necessario attendere una crisi di tale portata per aiutare in modo trasparente gli investitori.
Da sottolineare però come questi ultimi interventi non potranno aiutare in alcun modo nell’immediato le imprese e le famiglie italiane, che sono alle prese con la peggiore crisi mai sperimentata dopo gli anni Settanta. Nel breve termine l’idea è quella di azzerare, per le utenze domestiche e non in bassa tensione (fino a 16,5 kilowattora) gli oneri di sistema anche per il secondo trimestre dell’anno. «A tal fine, sono trasferite alla Cassa per i servizi energetici e ambientali, entro il 31 maggio 2022, ulteriori risorse pari a 1,8 miliardi», si legge dal testo della bozza del decreto. L’annullamento degli oneri di sistema è stato applicato anche alle utenze con potenza superiore a 16,5 kilowattora. Per questo obiettivo sono invece stati trasferiti alla Cassa, entro il 31 maggio 2022, altri 1,2 miliardi. Interventi sono stati decisi anche per quanto riguarda il settore del gas. In questo caso la somministrazione di gas metano usato per usi civili e industriali è assoggettata a un’aliquota Iva del 5%. Il cdm ha anche deciso, per cercare di contenere i costi nel secondo trimestre dell’anno, di ridurre le aliquote relative agli oneri generali di sistema. Spazio è stato dato anche ai vari bonus energia e gas che sono stati rafforzati: il principale riguarda 4.000 aziende circa. Alle imprese energivore è stato confermato il contributo straordinario a parziale compensazione dei maggiori oneri sostenuti sotto forma di credito di imposta, pari al 20% delle spese per le bollette.
Insomma, la maggioranza di governo si è detta felice dell’intervento di ieri. Evidentemente nessuno in questo momento vuole aprire il fronte scostamento di bilancio. Matteo Salvini ha festeggiato l’esito, eppure soltanto giovedì Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, aveva fatto presente che i 6 miliardi a cui si aggiungono incentivi per l’automotive e sostegni per i Comuni in difficoltà non sarebbero stati sufficienti. Da un lato riferendosi al fatto che il decreto avrebbe spinto anche misure di lungo termine soprattutto nel comparto del gas, dall’altro al fatto che lo scostamento tanto non si sarebbe potuto fare. Le dichiarazioni di Giorgetti hanno per giunta ricalcato l’intervento di Daniele Franco in Aula. La scorsa settimana il titolare di Via XX Settembre aveva ricordato che senza scostamento non ci sarebbero stati particolari margini di intervento. Così, nonostante ieri in conferenza stampa il ministro dell’Economia abbia tenuto a precisare il buono stato dei nostri conti, dal decreto, almeno nella bozza visionata ieri, emerge un alert non da poco. Dal momento che riguarda la messa a terra del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza. L’inflazione galoppa non solo per le bollette, ovviamente. Tant’è che nei giorni scorsi anche il governo ha espresso preoccupazione per il futuro dei cantieri e dei progetti approvati dall’Ue. I fondi previsti per costruire l’alta velocità, ad esempio, stanziati a inizio aprile quando il Recovery plan italiano è stato inviato a Bruxelles, potrebbero non bastare più per terminare le opere. I dati più recenti, che presto saranno aggiornati, sono quelli pubblicati dal ministero dei Trasporti sul primo semestre del 2021: i tondini di ferro del cemento armato sono rincarati del 44%, i laminati in acciaio del 48, i binari ferroviari del 31. E da allora i prezzi sono saliti ancora più in alto, come ha certificato l’Ance, l’associazione dei costruttori, che ha misurato nella seconda metà del 2021 rialzi per i tondini dell’80% e per l’acciaio necessario per i ponti addirittura del 130.
Il ministro Enrico Giovannini ha rilasciato la scorsa settimana una intervista lunare garantendo che l’inflazione l’avrebbe riassorbita lo Stato. Al di là dell’assurdità in sé, il titolare dei Trasporti suggeriva che le varie stazioni appaltanti avrebbero garantito extra budget per aiutare le imprese. Alla domanda quanto?, ecco la risposta: «Si vedrà». Ecco ieri nel decreto è arrivata l’entità del salvagente. L’articolo 26 prevede a sostegno dei cantieri soltanto 100 milioni di euro. Se si pensa che le stime spannometriche degli aumenti si avvicinano ai 10 miliardi, si comprende quanto sia stata lunare l’intervista di Giovannini e, al tempo stesso, quanto stiamo rischiando con il Pnrr. Se salta il gioco ci resta solo il debito che ripagheremo due volte. Sotto forma di «cedole» e sotto forma di inflazione. A quel punto il caro bollette sarà un piacevole ricordo. Sarà forse il caso di trovare un piano B e magari cercare di lasciare libere le imprese private affinché tornino a generare Pil e ricchezza. L’unica in grado di sostenere il Paese. Non crediamo nei sussidi né nell’elemosina.
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