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2022-02-19
Pnrr a rischio paralisi, ci mettono un cerotto
Mario Draghi (Ansa)
Il Consiglio dei ministri ha approvato senza particolari sorprese il decreto energia. Stanziati in tutto 8 miliardi di cui 5,8 contro i rincari delle bollette. Mario Draghi ha sostanzialmente riconfermato le misure decise nei mesi precedenti, aggiungendo una visione di medio e lungo termine, che ha come obiettivo principale una maggiore produzione interna di gas, per poi venderla a un prezzo calmierato. Il decreto si occupa della revisione dei modelli per gli impianti delle rinnovabili anche nelle aree agricole, così come della semplificazione della burocrazia connessa agli impianti. Ottima cosa, va detto, anche se non sarebbe stato necessario attendere una crisi di tale portata per aiutare in modo trasparente gli investitori.
Da sottolineare però come questi ultimi interventi non potranno aiutare in alcun modo nell’immediato le imprese e le famiglie italiane, che sono alle prese con la peggiore crisi mai sperimentata dopo gli anni Settanta. Nel breve termine l’idea è quella di azzerare, per le utenze domestiche e non in bassa tensione (fino a 16,5 kilowattora) gli oneri di sistema anche per il secondo trimestre dell’anno. «A tal fine, sono trasferite alla Cassa per i servizi energetici e ambientali, entro il 31 maggio 2022, ulteriori risorse pari a 1,8 miliardi», si legge dal testo della bozza del decreto. L’annullamento degli oneri di sistema è stato applicato anche alle utenze con potenza superiore a 16,5 kilowattora. Per questo obiettivo sono invece stati trasferiti alla Cassa, entro il 31 maggio 2022, altri 1,2 miliardi. Interventi sono stati decisi anche per quanto riguarda il settore del gas. In questo caso la somministrazione di gas metano usato per usi civili e industriali è assoggettata a un’aliquota Iva del 5%. Il cdm ha anche deciso, per cercare di contenere i costi nel secondo trimestre dell’anno, di ridurre le aliquote relative agli oneri generali di sistema. Spazio è stato dato anche ai vari bonus energia e gas che sono stati rafforzati: il principale riguarda 4.000 aziende circa. Alle imprese energivore è stato confermato il contributo straordinario a parziale compensazione dei maggiori oneri sostenuti sotto forma di credito di imposta, pari al 20% delle spese per le bollette.
Insomma, la maggioranza di governo si è detta felice dell’intervento di ieri. Evidentemente nessuno in questo momento vuole aprire il fronte scostamento di bilancio. Matteo Salvini ha festeggiato l’esito, eppure soltanto giovedì Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, aveva fatto presente che i 6 miliardi a cui si aggiungono incentivi per l’automotive e sostegni per i Comuni in difficoltà non sarebbero stati sufficienti. Da un lato riferendosi al fatto che il decreto avrebbe spinto anche misure di lungo termine soprattutto nel comparto del gas, dall’altro al fatto che lo scostamento tanto non si sarebbe potuto fare. Le dichiarazioni di Giorgetti hanno per giunta ricalcato l’intervento di Daniele Franco in Aula. La scorsa settimana il titolare di Via XX Settembre aveva ricordato che senza scostamento non ci sarebbero stati particolari margini di intervento. Così, nonostante ieri in conferenza stampa il ministro dell’Economia abbia tenuto a precisare il buono stato dei nostri conti, dal decreto, almeno nella bozza visionata ieri, emerge un alert non da poco. Dal momento che riguarda la messa a terra del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza. L’inflazione galoppa non solo per le bollette, ovviamente. Tant’è che nei giorni scorsi anche il governo ha espresso preoccupazione per il futuro dei cantieri e dei progetti approvati dall’Ue. I fondi previsti per costruire l’alta velocità, ad esempio, stanziati a inizio aprile quando il Recovery plan italiano è stato inviato a Bruxelles, potrebbero non bastare più per terminare le opere. I dati più recenti, che presto saranno aggiornati, sono quelli pubblicati dal ministero dei Trasporti sul primo semestre del 2021: i tondini di ferro del cemento armato sono rincarati del 44%, i laminati in acciaio del 48, i binari ferroviari del 31. E da allora i prezzi sono saliti ancora più in alto, come ha certificato l’Ance, l’associazione dei costruttori, che ha misurato nella seconda metà del 2021 rialzi per i tondini dell’80% e per l’acciaio necessario per i ponti addirittura del 130.
Il ministro Enrico Giovannini ha rilasciato la scorsa settimana una intervista lunare garantendo che l’inflazione l’avrebbe riassorbita lo Stato. Al di là dell’assurdità in sé, il titolare dei Trasporti suggeriva che le varie stazioni appaltanti avrebbero garantito extra budget per aiutare le imprese. Alla domanda quanto?, ecco la risposta: «Si vedrà». Ecco ieri nel decreto è arrivata l’entità del salvagente. L’articolo 26 prevede a sostegno dei cantieri soltanto 100 milioni di euro. Se si pensa che le stime spannometriche degli aumenti si avvicinano ai 10 miliardi, si comprende quanto sia stata lunare l’intervista di Giovannini e, al tempo stesso, quanto stiamo rischiando con il Pnrr. Se salta il gioco ci resta solo il debito che ripagheremo due volte. Sotto forma di «cedole» e sotto forma di inflazione. A quel punto il caro bollette sarà un piacevole ricordo. Sarà forse il caso di trovare un piano B e magari cercare di lasciare libere le imprese private affinché tornino a generare Pil e ricchezza. L’unica in grado di sostenere il Paese. Non crediamo nei sussidi né nell’elemosina.
Draghi bacchetta ancora i partiti: «Bisogna tenere la barra dritta»
«Avete visto che bravi ministri che ho? È un bellissimo governo», ha detto ieri sorridendo Mario Draghi durante la conferenza stampa tenuta insieme con il ministro dell’Economia, Daniele Franco, quello della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, e quello dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti. Un «bellissimo governo» sostenuto però da una maggioranza che mercoledì notte si è spaccata sugli emendamenti al Milleproroghe (per il quale verrà infatti posta la fiducia alla Camera lunedì). Un «bellissimo governo» che litiga spesso fuori dalle sale di Palazzo Chigi. «Pensa che queste divergenze si possano superare? Pensa di vedere i leader dei partiti affrontare questo problema?», gli ha dunque chiesto una giornalista. «Sì, vedrò i leader, ma non devo fare uno sforzo particolare, il colloquio con loro è continuo», ha risposto il premier spiegando che giovedì ha «ricordato quello che è il mandato del governo, creato dal presidente della Repubblica, per affrontare certe emergenze e conseguire certi risultati. Con il massimo rispetto ho detto le cose che ho detto» e «non può che essere così. Il governo e io abbiamo sempre offerto la massima disponibilità. Possiamo rivedere le modalità di confronto, ma teniamo dritta la barra del timone». Alla conferenza stampa di ieri, dopo il cdm che ha approvato il dl bollette e il decreto anti frodi sul Superbonus, anche Giorgetti è stato chiamato in causa con una domanda politica.
Al ministro leghista è stato chiesto se si fidasse del leader del Carroccio, Matteo Salvini, visto che ogni settimana esprime critiche sui provvedimenti approvati anche dai suoi uomini. «L’importante è che il Parlamento migliori le proposte del governo e non le peggiori. L’attività del Parlamento va rispettata. La politica è l’arte di rendere possibile ciò che è desiderabile, il mio segretario esprime un desiderio, io cerco di interpretarlo e di renderlo possibile nell’attività di governo», ha risposto Giorgetti.
Un altro tema che accende il confronto interno alla maggioranza è quello del green pass e delle restrizioni. Il colpo accusato da molte attività economiche per i rincari sulle bollette è ancora più duro da sopportare perché aggravato dalle conseguenze delle chiusure, o pseudo riaperture, determinate dalla cautele pandemiche. Considerato che l’Italia è uno tra i Paesi che ha adottato le misure più restrittive, il governo ha stimato i danni derivanti agli imprenditori da un regime limitativo di cui non è stata ancora fornita un’adeguata spiegazione scientifica, soprattutto in termini di proporzionalità rispetto al rischio? La Verità ha posto la domanda a Draghi che ha però dato una risposta un po’ evasiva: «Le misure sono state prese con l’opinione degli scienziati che hanno seguito la pandemia, non sono politici che si sono inventati esperti ma scienziati che ci hanno sempre consigliato. Se usciamo così dalla pandemia è perché ci siamo vaccinati. L’Italia ha preso dei provvedimenti necessari per contenere il contagio e ci è riuscita», ha detto il presidente del Consiglio.
Quanto agli aiuti alle aziende, «la stima dell’impatto c’è e ha aiutato il governo a occuparsi dei ristori», ha aggiunto. «C’è il turismo, dobbiamo iniziare a pensare in modo proattivo: stiamo uscendo dalla fase di difesa. Ad esempio gli alberghi delle grandi città sono fra i più colpiti perché il turismo non ha ripreso lì. Abbiamo in mente tante cose, non è finito il compito». Resta da capire quali siano le evidenze scientifiche di certe misure. E quali siano i documenti scientifici in base ai quali il governo ha fondato le sue scelte. Gli Stati che hanno riaperto di più non si basano sulla scienza? E cosa c’entrano le vaccinazioni con le chiusure delle attività economiche? Perché se abbiamo vaccinato di più e più in fretta di altri continuiamo ad avere più restrizioni degli altri? Questo, Draghi, ieri non lo ha spiegato. Ha solo assicurato di voler uscire «il più presto possibile» dall’emergenza e di voler «limitare le restrizioni». Senza però avere ancora una road map specifica, «ma è questione di giorni in modo da eliminare ogni incertezza per le famiglie e le imprese». Speriamo.
Nel frattempo, incombe la crisi Ucraina. Draghi volerà presto a Mosca per un incontro con il presidente russo Vladimir Putin. «Non c’è una data, ma dovrebbe essere a breve. Il colloquio è stato richiesto da Putin», ha precisato ieri. «La cosa importante è che l’atteggiamento dell’Italia e degli altri alleati» dimostri «l’unità che c’è tra membri della Nato». Quanto alle eventuali sanzioni alla Russia, secondo Draghi «devono essere il più possibile ristrette, senza comprendere l’energia, che abbiano una applicazione proporzionata al tipo di attacco e che non siano sanzioni preventive». Al momento una valutazione «sull’impatto quantitativo» ancora non c’è ma «tutte le sanzioni che impattano indirettamente su mercato energetico impattano di più sul Paese che importa più gas. E l’Italia ha solo il gas, non ha il nucleare e il carbone ed è più esposta». Per questo «si sta anche studiando come l’Italia possa continuare a essere approvvigionata da altre fonti se dovessero venire meno quelle dalla Russia», ha aggiunto.
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In cdm 8 miliardi (senza scostamento) per caro energia e auto. Esplode la grana Recovery: fondi d’emergenza per evitare il blocco dei cantieri. Il premier smorza le tensioni: «Esecutivo bellissimo, terremo la barra dritta».Lo speciale comprende due articoli.Il Consiglio dei ministri ha approvato senza particolari sorprese il decreto energia. Stanziati in tutto 8 miliardi di cui 5,8 contro i rincari delle bollette. Mario Draghi ha sostanzialmente riconfermato le misure decise nei mesi precedenti, aggiungendo una visione di medio e lungo termine, che ha come obiettivo principale una maggiore produzione interna di gas, per poi venderla a un prezzo calmierato. Il decreto si occupa della revisione dei modelli per gli impianti delle rinnovabili anche nelle aree agricole, così come della semplificazione della burocrazia connessa agli impianti. Ottima cosa, va detto, anche se non sarebbe stato necessario attendere una crisi di tale portata per aiutare in modo trasparente gli investitori. Da sottolineare però come questi ultimi interventi non potranno aiutare in alcun modo nell’immediato le imprese e le famiglie italiane, che sono alle prese con la peggiore crisi mai sperimentata dopo gli anni Settanta. Nel breve termine l’idea è quella di azzerare, per le utenze domestiche e non in bassa tensione (fino a 16,5 kilowattora) gli oneri di sistema anche per il secondo trimestre dell’anno. «A tal fine, sono trasferite alla Cassa per i servizi energetici e ambientali, entro il 31 maggio 2022, ulteriori risorse pari a 1,8 miliardi», si legge dal testo della bozza del decreto. L’annullamento degli oneri di sistema è stato applicato anche alle utenze con potenza superiore a 16,5 kilowattora. Per questo obiettivo sono invece stati trasferiti alla Cassa, entro il 31 maggio 2022, altri 1,2 miliardi. Interventi sono stati decisi anche per quanto riguarda il settore del gas. In questo caso la somministrazione di gas metano usato per usi civili e industriali è assoggettata a un’aliquota Iva del 5%. Il cdm ha anche deciso, per cercare di contenere i costi nel secondo trimestre dell’anno, di ridurre le aliquote relative agli oneri generali di sistema. Spazio è stato dato anche ai vari bonus energia e gas che sono stati rafforzati: il principale riguarda 4.000 aziende circa. Alle imprese energivore è stato confermato il contributo straordinario a parziale compensazione dei maggiori oneri sostenuti sotto forma di credito di imposta, pari al 20% delle spese per le bollette. Insomma, la maggioranza di governo si è detta felice dell’intervento di ieri. Evidentemente nessuno in questo momento vuole aprire il fronte scostamento di bilancio. Matteo Salvini ha festeggiato l’esito, eppure soltanto giovedì Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, aveva fatto presente che i 6 miliardi a cui si aggiungono incentivi per l’automotive e sostegni per i Comuni in difficoltà non sarebbero stati sufficienti. Da un lato riferendosi al fatto che il decreto avrebbe spinto anche misure di lungo termine soprattutto nel comparto del gas, dall’altro al fatto che lo scostamento tanto non si sarebbe potuto fare. Le dichiarazioni di Giorgetti hanno per giunta ricalcato l’intervento di Daniele Franco in Aula. La scorsa settimana il titolare di Via XX Settembre aveva ricordato che senza scostamento non ci sarebbero stati particolari margini di intervento. Così, nonostante ieri in conferenza stampa il ministro dell’Economia abbia tenuto a precisare il buono stato dei nostri conti, dal decreto, almeno nella bozza visionata ieri, emerge un alert non da poco. Dal momento che riguarda la messa a terra del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza. L’inflazione galoppa non solo per le bollette, ovviamente. Tant’è che nei giorni scorsi anche il governo ha espresso preoccupazione per il futuro dei cantieri e dei progetti approvati dall’Ue. I fondi previsti per costruire l’alta velocità, ad esempio, stanziati a inizio aprile quando il Recovery plan italiano è stato inviato a Bruxelles, potrebbero non bastare più per terminare le opere. I dati più recenti, che presto saranno aggiornati, sono quelli pubblicati dal ministero dei Trasporti sul primo semestre del 2021: i tondini di ferro del cemento armato sono rincarati del 44%, i laminati in acciaio del 48, i binari ferroviari del 31. E da allora i prezzi sono saliti ancora più in alto, come ha certificato l’Ance, l’associazione dei costruttori, che ha misurato nella seconda metà del 2021 rialzi per i tondini dell’80% e per l’acciaio necessario per i ponti addirittura del 130. Il ministro Enrico Giovannini ha rilasciato la scorsa settimana una intervista lunare garantendo che l’inflazione l’avrebbe riassorbita lo Stato. Al di là dell’assurdità in sé, il titolare dei Trasporti suggeriva che le varie stazioni appaltanti avrebbero garantito extra budget per aiutare le imprese. Alla domanda quanto?, ecco la risposta: «Si vedrà». Ecco ieri nel decreto è arrivata l’entità del salvagente. L’articolo 26 prevede a sostegno dei cantieri soltanto 100 milioni di euro. Se si pensa che le stime spannometriche degli aumenti si avvicinano ai 10 miliardi, si comprende quanto sia stata lunare l’intervista di Giovannini e, al tempo stesso, quanto stiamo rischiando con il Pnrr. Se salta il gioco ci resta solo il debito che ripagheremo due volte. Sotto forma di «cedole» e sotto forma di inflazione. A quel punto il caro bollette sarà un piacevole ricordo. Sarà forse il caso di trovare un piano B e magari cercare di lasciare libere le imprese private affinché tornino a generare Pil e ricchezza. L’unica in grado di sostenere il Paese. Non crediamo nei sussidi né nell’elemosina.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/recovery-a-rischio-paralisi-solo-100-milioni-al-salvagente-per-i-cantieri-pubblici-2656725717.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="draghi-bacchetta-ancora-i-partiti-bisogna-tenere-la-barra-dritta" data-post-id="2656725717" data-published-at="1645229107" data-use-pagination="False"> Draghi bacchetta ancora i partiti: «Bisogna tenere la barra dritta» «Avete visto che bravi ministri che ho? È un bellissimo governo», ha detto ieri sorridendo Mario Draghi durante la conferenza stampa tenuta insieme con il ministro dell’Economia, Daniele Franco, quello della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, e quello dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti. Un «bellissimo governo» sostenuto però da una maggioranza che mercoledì notte si è spaccata sugli emendamenti al Milleproroghe (per il quale verrà infatti posta la fiducia alla Camera lunedì). Un «bellissimo governo» che litiga spesso fuori dalle sale di Palazzo Chigi. «Pensa che queste divergenze si possano superare? Pensa di vedere i leader dei partiti affrontare questo problema?», gli ha dunque chiesto una giornalista. «Sì, vedrò i leader, ma non devo fare uno sforzo particolare, il colloquio con loro è continuo», ha risposto il premier spiegando che giovedì ha «ricordato quello che è il mandato del governo, creato dal presidente della Repubblica, per affrontare certe emergenze e conseguire certi risultati. Con il massimo rispetto ho detto le cose che ho detto» e «non può che essere così. Il governo e io abbiamo sempre offerto la massima disponibilità. Possiamo rivedere le modalità di confronto, ma teniamo dritta la barra del timone». Alla conferenza stampa di ieri, dopo il cdm che ha approvato il dl bollette e il decreto anti frodi sul Superbonus, anche Giorgetti è stato chiamato in causa con una domanda politica. Al ministro leghista è stato chiesto se si fidasse del leader del Carroccio, Matteo Salvini, visto che ogni settimana esprime critiche sui provvedimenti approvati anche dai suoi uomini. «L’importante è che il Parlamento migliori le proposte del governo e non le peggiori. L’attività del Parlamento va rispettata. La politica è l’arte di rendere possibile ciò che è desiderabile, il mio segretario esprime un desiderio, io cerco di interpretarlo e di renderlo possibile nell’attività di governo», ha risposto Giorgetti. Un altro tema che accende il confronto interno alla maggioranza è quello del green pass e delle restrizioni. Il colpo accusato da molte attività economiche per i rincari sulle bollette è ancora più duro da sopportare perché aggravato dalle conseguenze delle chiusure, o pseudo riaperture, determinate dalla cautele pandemiche. Considerato che l’Italia è uno tra i Paesi che ha adottato le misure più restrittive, il governo ha stimato i danni derivanti agli imprenditori da un regime limitativo di cui non è stata ancora fornita un’adeguata spiegazione scientifica, soprattutto in termini di proporzionalità rispetto al rischio? La Verità ha posto la domanda a Draghi che ha però dato una risposta un po’ evasiva: «Le misure sono state prese con l’opinione degli scienziati che hanno seguito la pandemia, non sono politici che si sono inventati esperti ma scienziati che ci hanno sempre consigliato. Se usciamo così dalla pandemia è perché ci siamo vaccinati. L’Italia ha preso dei provvedimenti necessari per contenere il contagio e ci è riuscita», ha detto il presidente del Consiglio. Quanto agli aiuti alle aziende, «la stima dell’impatto c’è e ha aiutato il governo a occuparsi dei ristori», ha aggiunto. «C’è il turismo, dobbiamo iniziare a pensare in modo proattivo: stiamo uscendo dalla fase di difesa. Ad esempio gli alberghi delle grandi città sono fra i più colpiti perché il turismo non ha ripreso lì. Abbiamo in mente tante cose, non è finito il compito». Resta da capire quali siano le evidenze scientifiche di certe misure. E quali siano i documenti scientifici in base ai quali il governo ha fondato le sue scelte. Gli Stati che hanno riaperto di più non si basano sulla scienza? E cosa c’entrano le vaccinazioni con le chiusure delle attività economiche? Perché se abbiamo vaccinato di più e più in fretta di altri continuiamo ad avere più restrizioni degli altri? Questo, Draghi, ieri non lo ha spiegato. Ha solo assicurato di voler uscire «il più presto possibile» dall’emergenza e di voler «limitare le restrizioni». Senza però avere ancora una road map specifica, «ma è questione di giorni in modo da eliminare ogni incertezza per le famiglie e le imprese». Speriamo. Nel frattempo, incombe la crisi Ucraina. Draghi volerà presto a Mosca per un incontro con il presidente russo Vladimir Putin. «Non c’è una data, ma dovrebbe essere a breve. Il colloquio è stato richiesto da Putin», ha precisato ieri. «La cosa importante è che l’atteggiamento dell’Italia e degli altri alleati» dimostri «l’unità che c’è tra membri della Nato». Quanto alle eventuali sanzioni alla Russia, secondo Draghi «devono essere il più possibile ristrette, senza comprendere l’energia, che abbiano una applicazione proporzionata al tipo di attacco e che non siano sanzioni preventive». Al momento una valutazione «sull’impatto quantitativo» ancora non c’è ma «tutte le sanzioni che impattano indirettamente su mercato energetico impattano di più sul Paese che importa più gas. E l’Italia ha solo il gas, non ha il nucleare e il carbone ed è più esposta». Per questo «si sta anche studiando come l’Italia possa continuare a essere approvvigionata da altre fonti se dovessero venire meno quelle dalla Russia», ha aggiunto.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.