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2019-11-04
«Noi, popolo 5 stelle
ora temiamo di sparire»
Ansa
«Alleati con il Pd? Mai più»; «Chi glielo va a spiegare ai nostri elettori che per una decisione dei vertici di Roma, ora dobbiamo andare a braccetto con chi fino a ieri abbiamo contrastato»; «Già l'alleanza di governo è stata mal digerita, ma con molti mal di pancia ci siamo passati sopra in nome di alcuni obiettivi raggiunti… Però sul territorio è un'altra cosa», «Attendiamo risposte dal gruppo dirigente di Roma, le elezioni sono alle porte e non sappiamo cosa fare», «Il Movimento va riformato, bisogna tornare ai valori fondativi»; «Meglio correre da soli e magari non farcela piuttosto che matrimoni contro natura».
Sono queste le voci che si levano dalla base dei 5 stelle. Consiglieri comunali, regionali, sindaci di Comuni grandi o con poche migliaia di abitanti, convergono tutti su un punto: l'esperimento dell'Umbria non si può ripetere. L'esito elettorale ha aperto una discussione all'interno del Movimento che si è concretizzato in un documento noto come Carta di Firenze, attorno al quale stanno convergendo rappresentanti territoriali ma anche ignoti militanti, che chiedono un ripensamento della struttura del Movimento in chiave «democratica», un maggior coinvolgimento della base e soprattutto messaggi chiari sulle strategie politiche. Anche perché altre tornate elettorali sono alle porte. E la confusione sulla direzione da prendere regna sovrana.
Nella città di Trento, da sempre in mano alla sinistra, i 5 stelle sono riusciti a conquistare, nel 2015, il 9% e tre consiglieri. «A maggio 2020 ci sono le elezioni ma noi non abbiamo avuto ancora indicazioni dallo staff dirigenziale di Roma su come muoverci. Abbiamo abboccamenti da destra, da sinistra e dalle liste civiche ma finora non ci siamo mossi. Gli altri partiti si stanno organizzando, noi siamo bloccati», afferma Paolo Negroni, consigliere comunale. Di alleanza con i dem non ne vuol sentir parlare. «Per cinque anni siamo stati alternativi alla sinistra, l'abbiamo combattuta, sarebbe difficile spiegare agli elettori un cambio di marcia. La soluzione? Un accordo con le liste civiche ma stando attenti che non siano fasulle e nascondano ex rappresentanti dei vecchi partiti. La scorsa estate abbiamo inviato una lettera a Roma chiedendo come posizionarci, ma stiamo ancora aspettando. A ogni elezione cambiamo le regole e siamo disorientati. Abbiamo anche chiesto di fare una votazione sulla piattaforma Rousseau per raccogliere i pareri del territorio, ma non abbiamo avuto risposta». Poi dice fuori dai denti che «se i vertici imporranno un'alleanza, il risultato sarebbe disastroso. Non so quanti rimarrebbero nel Movimento». Il problema primario è la lontananza tra la base e Roma, quel Palazzo che i fondatori dei 5 stelle avevano demonizzato. «Manca l'ascolto a livello nazionale degli organi territoriali. Ci sentiamo abbandonati a noi stessi».
L'Emilia Romagna è il prossimo test elettorale per il M5s. A Imola, dopo le dimissioni del sindaco Manuela Sangiorgi, che aveva espugnato dopo 70 anni un feudo rosso, la base è in fermento. Il capogruppo del Movimento in consiglio comunale, Andrea Cerulli, fa da megafono al malessere dei militanti. «Se nasci come partito antisistema non puoi fare alleanze con il sistema, se nasci dal basso, dal popolo, non si può andare a braccetto con chi ha dietro i poteri forti. Bisogna essere coerenti con i propri valori e non aver paura del voto». Allora quale strada? «Bisognerebbe tornare al voto anche a livello nazionale e andare da soli. Il rischio è di farci fagocitare dal Pd». E racconta la sua esperienza: «L'ho visto in consiglio comunale come si muove la sinistra. È camaleontica, pronta a fare accordi con chiunque pur di conservare le poltrone».
Nelle Marche l'orma della sinistra, con la giunta guidata da Luca Ceriscioli, è profonda. Ma la gestione della ricostruzione post terremoto e le problematiche legate alla sanità hanno fatto esplodere il malcontento.
A Fabriano il sindaco Gabriele Santarelli non le manda a dire. «Preferisco stare cinque anni all'opposizione, come la sappiamo fare noi, piuttosto che vincere abbracciati al Pd e non riuscire a fare quello che dobbiamo fare». Poi rivela le manovre di un inciucio. «Alcuni nel Pd, insieme al nostro capogruppo in Regione, si stanno muovendo, in vista del voto nel 2020, per promuovere un accordo simile a quello in Umbria con un candidato civico appoggiato da due liste». E batte l'accento sulle riforme del sistema sanitario locale, «a colpi di tagli dei posti letto, riduzione del personale a tutto vantaggio delle strutture private, e lo svuotamento delle strutture nell'entroterra». E avverte: «In caso di alleanze con il Pd io mi tiro indietro».
Accordo con la società civile o percorso solitario, è l'opzione che vede possibile anche Romina Pergolesi, consigliere regionale Marche. «Bisogna tornare allo spirito originario, ascoltare i territori. Bisogna incontrarci più spesso approfondendo le tematiche, serve più dialogo».
Nel piccolo Comune di Castel di Lama, nell'Ascolano, il sindaco Mauro Bochicchio spiega perché «il rapporto tra M5s e Pd nelle Marche sarebbe difficilmente comprensibile da parte dell'elettorato». Ricorda il progetto dell'ospedale unico fortemente voluto dal governatore Ceriscioli, che «priverebbe i due Comuni più popolosi, Ascoli e San Benedetto, di una loro struttura ospedaliera con tutti i disagi conseguenti per gli spostamenti». Anche il sindaco di Castelfidardo, provincia di Ancona, Roberto Ascani, ritiene che «la gestione Ceriscioli della sanità abbia scavato un solco incolmabile con i 5 stelle» e reso impossibile qualsiasi accordo elettorale. «Non abbiamo ricevuto alcuna indicazione dai vertici del Movimento e penso voglia dire che andiamo da soli».
Nel Lazio, il consigliere regionale pentastellato, Davide Barillari, non usa tante diplomazie. «Abbiamo vissuto l'alleanza nazionale con il Pd con particolare sensibilità, dal momento che il segretario dem, Nicola Zingaretti, è anche presidente della Regione. L'esperienza diretta con la sinistra ci fa dire che sarebbe un abbraccio dannoso e mortale per il Movimento. Non possiamo comportarci, a livello territoriale, in un modo su alcuni temi come gli inceneritori e la Tav e poi sul piano nazionale agire diversamente». Barillari tira il sasso: «Il dialogo con il Pd è pericoloso. È un partito che ha ramificazioni ovunque, nella stampa, nella magistratura, negli enti. Noi e il Pd parliamo lingue diverse. Prendiamo la sanità. Dietro i loro discorsi si vede che i loro interessi sono la spartizione delle Asl, le nomine, non i cittadini, le liste d'attesa. Il confronto è complicato, abbiamo obiettivi diversi».
Simone Sollazzo, consigliere del comune di Milano, batte il tasto sul recupero dell'identità politica. «Bisogna tornare ai nostri valori, definire un progetto politico chiaro e allora possiamo anche correre da soli o sederci al tavolo e imporre la nostra linea». E rilancia: «Va ridata centralità agli attivisti».
In Veneto nessun dubbio. Erika Baldin, presidente del gruppo M5s in consiglio regionale, è tranchant: «Ogni alleanza con il Pd è esclusa, invece porte aperte alla società civile. A livello nazionale è diverso perché non avendo il 51% abbiamo bisogno di unirci ad altre forze. L'importante è raggiungere i nostri obiettivi. Se questa alleanza fallirà lo decideremo tra tre anni. Non si può andare ad elezioni dopo tre mesi». A Vigonovo (Venezia), 10.000 abitanti, il sindaco Andrea Danieletto ribadisce che in Veneto «non ci sono le condizioni per un accordo con il Pd» e mette in guardia dal rischio di liste civiche «camuffate». Per Roberto Castiglion, sindaco di Sarego, provincia di Vicenza, il Movimento «dovrebbe correre da solo. Abbiamo carte da giocarci. Stiamo portando avanti una battaglia contro l'inquinamento delle falde acquifere. La gente è con noi, non capirebbe un cambio di passo». Insomma, la panoramica è chiara: la classe dirigente che con fatica il M5s ha costruito sui territori è delusa. Non si fida della sinistra, ritiene che quello con il Pd sia stato un abbraccio mortale. Soffre e rimpiange lo spirito delle origini.
I meetup stanno sparendo: «Noi ininfluenti su Rousseau»
Inascoltati a Roma e ormai svuotati di presenze, i meetup degli «Amici di Grillo», le piazze virtuali in cui si è sviluppato il Movimento a partire dal 2005, sono stati abbandonati a favore dei social o perché i gruppi hanno cessato di funzionare. Nacquero quando la pressione dei commenti sul blog del leader era diventata ingestibile; il comico genovese dichiarò di averli mutuati dal democratico americano Howard Dean, che nel 2004 si servì della piattaforma per promuovere la partecipazione dal basso durante la sua campagna elettorale. Dovevano favorire le discussioni online, l'impegno sul territorio in tematiche di interesse comune, erano utili per organizzare riunioni.
Sul sito si legge che i meetup oggi sono 583, con 114.481 membri. I numeri cambiano e calano ogni giorno «ma non sono ufficiali. Moltissimi “Amici di Beppe Grillo" non esistono più da un paio d'anni», sostiene Davide G. Porro, attivista nell'Alto Milanese. «I gruppi preferiscono incontrarsi su pagine Facebook, hanno aperto un loro forum o si sono estinti. Gli attivisti, non più di 9.000 in tutto il Paese, vivono il Movimento in prima persona, ci mettono la faccia nell'impegno locale, ma il 70% è scontento della gestione pentastellata perché sulla piattaforma Rousseau, con 117.000 iscritti, loro rappresentano una minoranza. Quando le decisioni vengono votate a livello nazionale, non hanno possibilità di farsi sentire». Il malcontento diffuso per battaglie storiche abbandonate o contraddette, quali «la Gronda di Genova, il passante di Bologna, o il quadruplicamento della linea ferroviaria Rho-Gallarate, che hanno ottenuto il via libera da Roma, sconfessano la linea dei 5 stelle», aggiunge Porro.
«I meetup non esistono più. In città abbiamo i gruppi circoscrizionali, i gruppi tematici che lavorano su problemi del territorio», conferma Davide Carretto, consigliere comunale del M5s a Torino. «La partecipazione degli attivisti? A Torino saranno circa 300, ma senza una tessera è difficile contarli. Gli iscritti alla piattaforma sono poco più di 2.000. Se dobbiamo parlare di alleanza con il Pd, i problemi li abbiamo a livello locale perché ci sono troppe divergenze tra noi e i dem. La gestione condivisa sarebbe impossibile, per differenza di impostazione storica. Quello che facciamo come 5 stelle a loro non va bene».
Subito dopo la formazione del governo giallorosso, nel gruppo Facebook del M5s Acerra, l'attivista Francesco Imbaldi pubblicava questo post: «Ministri senza portafoglio a noi, e al Pd i ministri dell'Economia, quei ministeri che indirizzano la politica, quei dicasteri che sono l'essenza della politica stessa. Hanno già preso il dominio. Giuseppe Conte poi gioca per sé stesso... Speriamo bene, comunque se la Lega ci aveva dimezzato speriamo che questi non ci cancellano». Per Marco Cardillo, consigliere comunale a Cornaredo, in provincia di Milano, la colpa dei 5 stelle al governo «è che si sono estraniati dalla realtà del territorio. Bisogna tornare a parlare di temi che stanno a cuore ai cittadini, altro che far votare sì o no». Contrario all'alleanza con il Pd, «siamo corpi estranei che non possono coincidere» e tra i sostenitori della Carta di Firenze, Cardillo dichiara di «non aver voluto nemmeno l'alleanza con la Lega, comunque forza populista e con punti in comune con noi. I leghisti dovevano fare un governo di centrodestra e i 5 stelle stare all'opposizione, forti di oltre il 32% dei voti degli italiani alle politiche del 2018».
Stefano Rallo, storico attivista del M5s di Marsala, nel 2017 si era candidato alle regionali in Sicilia. Arrivò secondo per numero di preferenze nella città siciliana, la presidenza andò al centrodestra ma quello pentastellato risultò il primo partito dell'isola, con il 26,7% dei suffragi. Per la sinistra fu un tonfo. Lo scorso 12 settembre, con un post su Facebook, Rallo annunciava che si era concluso l'iter della sua cancellazione dal Movimento. «Me ne sono andato subito dopo aver votato “no" all'accordo con il Pd per formare un nuovo governo. Siamo diventati quello che non volevamo», commenta amaro. Dieci anni fa aveva accolto con entusiasmo la nascita della creatura politica di Grillo, seguendo da informatico la crescita dei meetup. «Funzionavano, agivamo da tramite tra le esigenze dei cittadini e i referenti regionali, nazionali, europei. Poi, con la scelta del capo politico, il Movimento è diventato verticistico, i portavoce sono diventati deputati e senatori, non hanno ascoltato più le richieste della base. Non ce l'ho con Luigi Di Maio, ma “l'uno vale uno" non vale più. Abbiamo fatto lo stesso errore del Pd che ha perso il contatto con il territorio e ne paga le conseguenze».
Rallo condanna «l'utilizzo della piattaforma Rousseau per fare pressione sui fan. Una propaganda, a partire dal video di Grillo, che il Movimento mai si era permesso di fare prima. Sarà per questo che in Sicilia pochissimi hanno risposto con un sì all'accordo con i dem». Conclude: «Beppe Grillo decida se vuole fare il segretario del Pd, non mescoli il Movimento con il Pd o con la Lega. Solo tornando alle origini i 5 stelle possono riacquisire quello che hanno perso».
Sul gruppo Fb del M5s Emilia Romagna, Nicola Liuzzi commenta: «Io adesso non so cosa hanno in mente i nostri strateghi politici che vanno da Beppe Grillo a Davide Casaleggio, visto che hanno voluto questa accelerazione di trasformazione del movimento. Mi pongo delle domande. Beppe l'elevato ha deciso di uccidere la propria creatura, cioè tutti noi, per rimanere nella storia da elevato come quando un campione di calcio abbandona il calcio a fine carriera a testa alta?».
«Ho sconfitto i rossi dopo 70 anni e Grillo non ha mai voluto vedermi»
«Ho toccato con mano cosa vuol dire lavorare fianco a fianco con il Pd nell'amministrazione di una città e posso dire, per esperienza diretta, che è stata un'esperienza terrificante. Sono solo preoccupati di favorire i consorzi e le cooperative, di spartirsi le poltrone alla faccia dei cittadini. E il mio Movimento, cosa fa? Continua con questa alleanza nefasta nel governo del Paese. Suvvia, ma un po' di autocoscienza quando si fa? Dobbiamo aspettare di sprofondare nei consensi? Abbiamo perso sei milioni di voti e insistiamo ad andare a braccetto con il Pd». Manuela Sangiorgi si è appena tolta la fascia tricolore, non vuole più essere il sindaco di Imola, si è «sentita tradita». È un fiume in piena e spara bordate contro i vertici del Movimento, che «mi hanno lasciata sola, come hanno fatto in tante realtà comunali» e contro «l'assurda politica» del governo con la sinistra, che «ha tradito lo spirito originario dei 5 stelle».
La prima cittadina cade dopo meno di un anno e mezzo dalle elezioni del 2018, quando al ballottaggio riuscì a strappare il 55,4% dei voti in una città roccaforte rossa. «Durante la campagna elettorale avevo metà governo qui presente ma il giorno dopo la vittoria erano tutti scomparsi. Avevo bisogno di supporto, di risposte, ma dai vertici del Movimento ho avuto solo il silenzio. Il rischio era di diventare un burattino nelle mani del Pd. Così ho deciso di lasciare».
La vittoria dei 5 stelle a Imola aveva avuto un significato simbolico. La sinistra era fortemente radicata sul territorio per la presenza di moltissime grandi cooperative che per anni sono state una forma di finanziamento e un bacino di consenso. Dopo 18 mesi la frana. Ora si attende la nomina di un commissario prefettizio.
Come si è arrivati a questo?
«Mi sono trovata da sola mentre il Pd, nonostante la sconfitta, continuava a tenere in pugno il territorio tramite la rete dei consorzi e delle coop. Avevo contro i consiglieri del Movimento che non hanno mai digerito la mia leadership, che non si presentavano in consiglio, se ne stavano a casa e io ogni volta temevo di non avere la maggioranza. Ho fatto presente la situazione a Luigi Di Maio con numerose mail ma non mi ha mai risposto. Beppe Grillo è venuto solo una volta e non è passato nemmeno a salutarmi. Forse, a Roma, i vertici del Movimento pensano che amministrare una città sia come gestire un comitato. Non ci sono competenze nell'amministrazione pubblica, manca una struttura politica».
Ma mentre lei era sola, il Pd continuava a muoversi in squadra.
«Proprio così. Nella questione del Conami ho avuto modo di vedere come agiscono i dem. Nel consorzio, che si occupa di gestire le partecipazioni nella multiservizi Hera, ma anche le farmacie, con la società pubblica Sphera e la società If, attiva nel turismo su Imola e Faenza, ci sono 10 dei 18 Comuni ravennati e Imola ha il 65% delle azioni. Però pur avendo la maggioranza, a causa della modifica dello statuto avvenuta lo scorso mandato, la mia città non può decidere da sola: serve la maggioranza dei 23 sindaci che compongono l'assemblea. Quando ho proposto una rosa di nomi per il nuovo cda mi sono trovata tutti i sindaci del Pd contro. Non solo. Non ho avuto alcun supporto dai vertici nazionali. Eppure Imola è il terzo Comune più grande amministrato dal Movimento. Allora ho capito che ero sola e il Pd ne ha approfittato».
In che modo?
«Hanno manovrato dentro il Consiglio e creato una situazione da guerra all'ultimo colpo. E con questi dovremmo continuare a governare il Paese?»
Me lo dica lei: continuare con Nicola Zingaretti o andare a elezioni?
«Meglio il voto che questa farsa. Possibile che nessuno si renda conto che più passa il tempo e più il Pd si impossessa del Movimento, gli lega le mani, gli fa perdere la sua natura originaria. L'esito elettorale in Umbria è stato un avvertimento. Se ci dovesse essere un bis in Emilia Romagna, staccare la spina diventa un passo inevitabile. A meno di non volersi consegnare mani e piedi alla sinistra».
Cosa dice la sua base, i cittadini che l'hanno votata? Quale è il sentiment dei militanti 5 stelle a Imola?
«Ho ricevuto numerose attestazioni di solidarietà. Chi mi ha votato non capisce più la linea politica dei vertici del Movimento. Mi chiedono: ma come, abbiamo sparato a zero contro il Pd, abbiamo detto mai con il partito di Bibbiano e poi finiamo al governo insieme? Poi per cosa? Per sfornare una manovra che porta il timbro della sinistra, una manovra di tasse. Nessuno capisce. Non si può continuare ad andare a braccetto con un partito che ha dietro certi poteri. Allora o io chinavo la testa, assecondando questa linea politica e facevo parte del sistema o ne uscivo».
C'è chi dice che lei ha altri progetti politici.
«Io voglio potermi guardare allo specchio la mattina e parlare con chiarezza a quanti hanno creduto in me in questi mesi. Dovrò anche cercarmi un lavoro, dal momento che al momento dell'elezione ho lasciato la mia occupazione».
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Dopo la disfatta in Umbria, sindaci e consiglieri del Movimento raccontano il loro disagio. Il referto è unanime: «Mai più a braccetto con la sinistra». I meetup stanno scomparendo: «Noi ininfluenti su Rousseau». La base protesta: «L'accordo con il Pd? Siamo diventati quello che combattevamo». I gruppi di attivisti ridotti all'osso: dimenticati dai dirigenti, si spostano su Facebook. «Ho sconfitto i rossi dopo 70 anni e Grillo non ha mai voluto vedermi». Parla il sindaco di Imola Manuela Sangiorgi, che si è dimessa in polemica con i vertici pentastellati: «I dem erano il partito di Bibbiano e oggi stiamo al governo con loro? Il risultato è questa manovra tutta tasse. Siamo finiti con i poteri forti. Ma io non chino la testa». Lo speciale comprende tre articoli. «Alleati con il Pd? Mai più»; «Chi glielo va a spiegare ai nostri elettori che per una decisione dei vertici di Roma, ora dobbiamo andare a braccetto con chi fino a ieri abbiamo contrastato»; «Già l'alleanza di governo è stata mal digerita, ma con molti mal di pancia ci siamo passati sopra in nome di alcuni obiettivi raggiunti… Però sul territorio è un'altra cosa», «Attendiamo risposte dal gruppo dirigente di Roma, le elezioni sono alle porte e non sappiamo cosa fare», «Il Movimento va riformato, bisogna tornare ai valori fondativi»; «Meglio correre da soli e magari non farcela piuttosto che matrimoni contro natura». Sono queste le voci che si levano dalla base dei 5 stelle. Consiglieri comunali, regionali, sindaci di Comuni grandi o con poche migliaia di abitanti, convergono tutti su un punto: l'esperimento dell'Umbria non si può ripetere. L'esito elettorale ha aperto una discussione all'interno del Movimento che si è concretizzato in un documento noto come Carta di Firenze, attorno al quale stanno convergendo rappresentanti territoriali ma anche ignoti militanti, che chiedono un ripensamento della struttura del Movimento in chiave «democratica», un maggior coinvolgimento della base e soprattutto messaggi chiari sulle strategie politiche. Anche perché altre tornate elettorali sono alle porte. E la confusione sulla direzione da prendere regna sovrana. Nella città di Trento, da sempre in mano alla sinistra, i 5 stelle sono riusciti a conquistare, nel 2015, il 9% e tre consiglieri. «A maggio 2020 ci sono le elezioni ma noi non abbiamo avuto ancora indicazioni dallo staff dirigenziale di Roma su come muoverci. Abbiamo abboccamenti da destra, da sinistra e dalle liste civiche ma finora non ci siamo mossi. Gli altri partiti si stanno organizzando, noi siamo bloccati», afferma Paolo Negroni, consigliere comunale. Di alleanza con i dem non ne vuol sentir parlare. «Per cinque anni siamo stati alternativi alla sinistra, l'abbiamo combattuta, sarebbe difficile spiegare agli elettori un cambio di marcia. La soluzione? Un accordo con le liste civiche ma stando attenti che non siano fasulle e nascondano ex rappresentanti dei vecchi partiti. La scorsa estate abbiamo inviato una lettera a Roma chiedendo come posizionarci, ma stiamo ancora aspettando. A ogni elezione cambiamo le regole e siamo disorientati. Abbiamo anche chiesto di fare una votazione sulla piattaforma Rousseau per raccogliere i pareri del territorio, ma non abbiamo avuto risposta». Poi dice fuori dai denti che «se i vertici imporranno un'alleanza, il risultato sarebbe disastroso. Non so quanti rimarrebbero nel Movimento». Il problema primario è la lontananza tra la base e Roma, quel Palazzo che i fondatori dei 5 stelle avevano demonizzato. «Manca l'ascolto a livello nazionale degli organi territoriali. Ci sentiamo abbandonati a noi stessi». L'Emilia Romagna è il prossimo test elettorale per il M5s. A Imola, dopo le dimissioni del sindaco Manuela Sangiorgi, che aveva espugnato dopo 70 anni un feudo rosso, la base è in fermento. Il capogruppo del Movimento in consiglio comunale, Andrea Cerulli, fa da megafono al malessere dei militanti. «Se nasci come partito antisistema non puoi fare alleanze con il sistema, se nasci dal basso, dal popolo, non si può andare a braccetto con chi ha dietro i poteri forti. Bisogna essere coerenti con i propri valori e non aver paura del voto». Allora quale strada? «Bisognerebbe tornare al voto anche a livello nazionale e andare da soli. Il rischio è di farci fagocitare dal Pd». E racconta la sua esperienza: «L'ho visto in consiglio comunale come si muove la sinistra. È camaleontica, pronta a fare accordi con chiunque pur di conservare le poltrone». Nelle Marche l'orma della sinistra, con la giunta guidata da Luca Ceriscioli, è profonda. Ma la gestione della ricostruzione post terremoto e le problematiche legate alla sanità hanno fatto esplodere il malcontento. A Fabriano il sindaco Gabriele Santarelli non le manda a dire. «Preferisco stare cinque anni all'opposizione, come la sappiamo fare noi, piuttosto che vincere abbracciati al Pd e non riuscire a fare quello che dobbiamo fare». Poi rivela le manovre di un inciucio. «Alcuni nel Pd, insieme al nostro capogruppo in Regione, si stanno muovendo, in vista del voto nel 2020, per promuovere un accordo simile a quello in Umbria con un candidato civico appoggiato da due liste». E batte l'accento sulle riforme del sistema sanitario locale, «a colpi di tagli dei posti letto, riduzione del personale a tutto vantaggio delle strutture private, e lo svuotamento delle strutture nell'entroterra». E avverte: «In caso di alleanze con il Pd io mi tiro indietro». Accordo con la società civile o percorso solitario, è l'opzione che vede possibile anche Romina Pergolesi, consigliere regionale Marche. «Bisogna tornare allo spirito originario, ascoltare i territori. Bisogna incontrarci più spesso approfondendo le tematiche, serve più dialogo». Nel piccolo Comune di Castel di Lama, nell'Ascolano, il sindaco Mauro Bochicchio spiega perché «il rapporto tra M5s e Pd nelle Marche sarebbe difficilmente comprensibile da parte dell'elettorato». Ricorda il progetto dell'ospedale unico fortemente voluto dal governatore Ceriscioli, che «priverebbe i due Comuni più popolosi, Ascoli e San Benedetto, di una loro struttura ospedaliera con tutti i disagi conseguenti per gli spostamenti». Anche il sindaco di Castelfidardo, provincia di Ancona, Roberto Ascani, ritiene che «la gestione Ceriscioli della sanità abbia scavato un solco incolmabile con i 5 stelle» e reso impossibile qualsiasi accordo elettorale. «Non abbiamo ricevuto alcuna indicazione dai vertici del Movimento e penso voglia dire che andiamo da soli». Nel Lazio, il consigliere regionale pentastellato, Davide Barillari, non usa tante diplomazie. «Abbiamo vissuto l'alleanza nazionale con il Pd con particolare sensibilità, dal momento che il segretario dem, Nicola Zingaretti, è anche presidente della Regione. L'esperienza diretta con la sinistra ci fa dire che sarebbe un abbraccio dannoso e mortale per il Movimento. Non possiamo comportarci, a livello territoriale, in un modo su alcuni temi come gli inceneritori e la Tav e poi sul piano nazionale agire diversamente». Barillari tira il sasso: «Il dialogo con il Pd è pericoloso. È un partito che ha ramificazioni ovunque, nella stampa, nella magistratura, negli enti. Noi e il Pd parliamo lingue diverse. Prendiamo la sanità. Dietro i loro discorsi si vede che i loro interessi sono la spartizione delle Asl, le nomine, non i cittadini, le liste d'attesa. Il confronto è complicato, abbiamo obiettivi diversi». Simone Sollazzo, consigliere del comune di Milano, batte il tasto sul recupero dell'identità politica. «Bisogna tornare ai nostri valori, definire un progetto politico chiaro e allora possiamo anche correre da soli o sederci al tavolo e imporre la nostra linea». E rilancia: «Va ridata centralità agli attivisti». In Veneto nessun dubbio. Erika Baldin, presidente del gruppo M5s in consiglio regionale, è tranchant: «Ogni alleanza con il Pd è esclusa, invece porte aperte alla società civile. A livello nazionale è diverso perché non avendo il 51% abbiamo bisogno di unirci ad altre forze. L'importante è raggiungere i nostri obiettivi. Se questa alleanza fallirà lo decideremo tra tre anni. Non si può andare ad elezioni dopo tre mesi». A Vigonovo (Venezia), 10.000 abitanti, il sindaco Andrea Danieletto ribadisce che in Veneto «non ci sono le condizioni per un accordo con il Pd» e mette in guardia dal rischio di liste civiche «camuffate». Per Roberto Castiglion, sindaco di Sarego, provincia di Vicenza, il Movimento «dovrebbe correre da solo. Abbiamo carte da giocarci. Stiamo portando avanti una battaglia contro l'inquinamento delle falde acquifere. La gente è con noi, non capirebbe un cambio di passo». Insomma, la panoramica è chiara: la classe dirigente che con fatica il M5s ha costruito sui territori è delusa. Non si fida della sinistra, ritiene che quello con il Pd sia stato un abbraccio mortale. 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Nacquero quando la pressione dei commenti sul blog del leader era diventata ingestibile; il comico genovese dichiarò di averli mutuati dal democratico americano Howard Dean, che nel 2004 si servì della piattaforma per promuovere la partecipazione dal basso durante la sua campagna elettorale. Dovevano favorire le discussioni online, l'impegno sul territorio in tematiche di interesse comune, erano utili per organizzare riunioni. Sul sito si legge che i meetup oggi sono 583, con 114.481 membri. I numeri cambiano e calano ogni giorno «ma non sono ufficiali. Moltissimi “Amici di Beppe Grillo" non esistono più da un paio d'anni», sostiene Davide G. Porro, attivista nell'Alto Milanese. «I gruppi preferiscono incontrarsi su pagine Facebook, hanno aperto un loro forum o si sono estinti. Gli attivisti, non più di 9.000 in tutto il Paese, vivono il Movimento in prima persona, ci mettono la faccia nell'impegno locale, ma il 70% è scontento della gestione pentastellata perché sulla piattaforma Rousseau, con 117.000 iscritti, loro rappresentano una minoranza. Quando le decisioni vengono votate a livello nazionale, non hanno possibilità di farsi sentire». Il malcontento diffuso per battaglie storiche abbandonate o contraddette, quali «la Gronda di Genova, il passante di Bologna, o il quadruplicamento della linea ferroviaria Rho-Gallarate, che hanno ottenuto il via libera da Roma, sconfessano la linea dei 5 stelle», aggiunge Porro. «I meetup non esistono più. In città abbiamo i gruppi circoscrizionali, i gruppi tematici che lavorano su problemi del territorio», conferma Davide Carretto, consigliere comunale del M5s a Torino. «La partecipazione degli attivisti? A Torino saranno circa 300, ma senza una tessera è difficile contarli. Gli iscritti alla piattaforma sono poco più di 2.000. Se dobbiamo parlare di alleanza con il Pd, i problemi li abbiamo a livello locale perché ci sono troppe divergenze tra noi e i dem. La gestione condivisa sarebbe impossibile, per differenza di impostazione storica. Quello che facciamo come 5 stelle a loro non va bene». Subito dopo la formazione del governo giallorosso, nel gruppo Facebook del M5s Acerra, l'attivista Francesco Imbaldi pubblicava questo post: «Ministri senza portafoglio a noi, e al Pd i ministri dell'Economia, quei ministeri che indirizzano la politica, quei dicasteri che sono l'essenza della politica stessa. Hanno già preso il dominio. Giuseppe Conte poi gioca per sé stesso... Speriamo bene, comunque se la Lega ci aveva dimezzato speriamo che questi non ci cancellano». Per Marco Cardillo, consigliere comunale a Cornaredo, in provincia di Milano, la colpa dei 5 stelle al governo «è che si sono estraniati dalla realtà del territorio. Bisogna tornare a parlare di temi che stanno a cuore ai cittadini, altro che far votare sì o no». Contrario all'alleanza con il Pd, «siamo corpi estranei che non possono coincidere» e tra i sostenitori della Carta di Firenze, Cardillo dichiara di «non aver voluto nemmeno l'alleanza con la Lega, comunque forza populista e con punti in comune con noi. I leghisti dovevano fare un governo di centrodestra e i 5 stelle stare all'opposizione, forti di oltre il 32% dei voti degli italiani alle politiche del 2018». Stefano Rallo, storico attivista del M5s di Marsala, nel 2017 si era candidato alle regionali in Sicilia. Arrivò secondo per numero di preferenze nella città siciliana, la presidenza andò al centrodestra ma quello pentastellato risultò il primo partito dell'isola, con il 26,7% dei suffragi. Per la sinistra fu un tonfo. Lo scorso 12 settembre, con un post su Facebook, Rallo annunciava che si era concluso l'iter della sua cancellazione dal Movimento. «Me ne sono andato subito dopo aver votato “no" all'accordo con il Pd per formare un nuovo governo. Siamo diventati quello che non volevamo», commenta amaro. Dieci anni fa aveva accolto con entusiasmo la nascita della creatura politica di Grillo, seguendo da informatico la crescita dei meetup. «Funzionavano, agivamo da tramite tra le esigenze dei cittadini e i referenti regionali, nazionali, europei. Poi, con la scelta del capo politico, il Movimento è diventato verticistico, i portavoce sono diventati deputati e senatori, non hanno ascoltato più le richieste della base. Non ce l'ho con Luigi Di Maio, ma “l'uno vale uno" non vale più. Abbiamo fatto lo stesso errore del Pd che ha perso il contatto con il territorio e ne paga le conseguenze». Rallo condanna «l'utilizzo della piattaforma Rousseau per fare pressione sui fan. Una propaganda, a partire dal video di Grillo, che il Movimento mai si era permesso di fare prima. Sarà per questo che in Sicilia pochissimi hanno risposto con un sì all'accordo con i dem». Conclude: «Beppe Grillo decida se vuole fare il segretario del Pd, non mescoli il Movimento con il Pd o con la Lega. Solo tornando alle origini i 5 stelle possono riacquisire quello che hanno perso». Sul gruppo Fb del M5s Emilia Romagna, Nicola Liuzzi commenta: «Io adesso non so cosa hanno in mente i nostri strateghi politici che vanno da Beppe Grillo a Davide Casaleggio, visto che hanno voluto questa accelerazione di trasformazione del movimento. Mi pongo delle domande. Beppe l'elevato ha deciso di uccidere la propria creatura, cioè tutti noi, per rimanere nella storia da elevato come quando un campione di calcio abbandona il calcio a fine carriera a testa alta?». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/radiografia-dei-5-stelle-2641206824.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ho-sconfitto-i-rossi-dopo-70-anni-e-grillo-non-ha-mai-voluto-vedermi" data-post-id="2641206824" data-published-at="1782052142" data-use-pagination="False"> «Ho sconfitto i rossi dopo 70 anni e Grillo non ha mai voluto vedermi» «Ho toccato con mano cosa vuol dire lavorare fianco a fianco con il Pd nell'amministrazione di una città e posso dire, per esperienza diretta, che è stata un'esperienza terrificante. Sono solo preoccupati di favorire i consorzi e le cooperative, di spartirsi le poltrone alla faccia dei cittadini. E il mio Movimento, cosa fa? Continua con questa alleanza nefasta nel governo del Paese. Suvvia, ma un po' di autocoscienza quando si fa? Dobbiamo aspettare di sprofondare nei consensi? Abbiamo perso sei milioni di voti e insistiamo ad andare a braccetto con il Pd». Manuela Sangiorgi si è appena tolta la fascia tricolore, non vuole più essere il sindaco di Imola, si è «sentita tradita». È un fiume in piena e spara bordate contro i vertici del Movimento, che «mi hanno lasciata sola, come hanno fatto in tante realtà comunali» e contro «l'assurda politica» del governo con la sinistra, che «ha tradito lo spirito originario dei 5 stelle». La prima cittadina cade dopo meno di un anno e mezzo dalle elezioni del 2018, quando al ballottaggio riuscì a strappare il 55,4% dei voti in una città roccaforte rossa. «Durante la campagna elettorale avevo metà governo qui presente ma il giorno dopo la vittoria erano tutti scomparsi. Avevo bisogno di supporto, di risposte, ma dai vertici del Movimento ho avuto solo il silenzio. Il rischio era di diventare un burattino nelle mani del Pd. Così ho deciso di lasciare». La vittoria dei 5 stelle a Imola aveva avuto un significato simbolico. La sinistra era fortemente radicata sul territorio per la presenza di moltissime grandi cooperative che per anni sono state una forma di finanziamento e un bacino di consenso. Dopo 18 mesi la frana. Ora si attende la nomina di un commissario prefettizio. Come si è arrivati a questo? «Mi sono trovata da sola mentre il Pd, nonostante la sconfitta, continuava a tenere in pugno il territorio tramite la rete dei consorzi e delle coop. Avevo contro i consiglieri del Movimento che non hanno mai digerito la mia leadership, che non si presentavano in consiglio, se ne stavano a casa e io ogni volta temevo di non avere la maggioranza. Ho fatto presente la situazione a Luigi Di Maio con numerose mail ma non mi ha mai risposto. Beppe Grillo è venuto solo una volta e non è passato nemmeno a salutarmi. Forse, a Roma, i vertici del Movimento pensano che amministrare una città sia come gestire un comitato. Non ci sono competenze nell'amministrazione pubblica, manca una struttura politica». Ma mentre lei era sola, il Pd continuava a muoversi in squadra. «Proprio così. Nella questione del Conami ho avuto modo di vedere come agiscono i dem. Nel consorzio, che si occupa di gestire le partecipazioni nella multiservizi Hera, ma anche le farmacie, con la società pubblica Sphera e la società If, attiva nel turismo su Imola e Faenza, ci sono 10 dei 18 Comuni ravennati e Imola ha il 65% delle azioni. Però pur avendo la maggioranza, a causa della modifica dello statuto avvenuta lo scorso mandato, la mia città non può decidere da sola: serve la maggioranza dei 23 sindaci che compongono l'assemblea. Quando ho proposto una rosa di nomi per il nuovo cda mi sono trovata tutti i sindaci del Pd contro. Non solo. Non ho avuto alcun supporto dai vertici nazionali. Eppure Imola è il terzo Comune più grande amministrato dal Movimento. Allora ho capito che ero sola e il Pd ne ha approfittato». In che modo? «Hanno manovrato dentro il Consiglio e creato una situazione da guerra all'ultimo colpo. E con questi dovremmo continuare a governare il Paese?» Me lo dica lei: continuare con Nicola Zingaretti o andare a elezioni? «Meglio il voto che questa farsa. Possibile che nessuno si renda conto che più passa il tempo e più il Pd si impossessa del Movimento, gli lega le mani, gli fa perdere la sua natura originaria. L'esito elettorale in Umbria è stato un avvertimento. Se ci dovesse essere un bis in Emilia Romagna, staccare la spina diventa un passo inevitabile. A meno di non volersi consegnare mani e piedi alla sinistra». Cosa dice la sua base, i cittadini che l'hanno votata? Quale è il sentiment dei militanti 5 stelle a Imola? «Ho ricevuto numerose attestazioni di solidarietà. Chi mi ha votato non capisce più la linea politica dei vertici del Movimento. Mi chiedono: ma come, abbiamo sparato a zero contro il Pd, abbiamo detto mai con il partito di Bibbiano e poi finiamo al governo insieme? Poi per cosa? Per sfornare una manovra che porta il timbro della sinistra, una manovra di tasse. Nessuno capisce. Non si può continuare ad andare a braccetto con un partito che ha dietro certi poteri. Allora o io chinavo la testa, assecondando questa linea politica e facevo parte del sistema o ne uscivo». C'è chi dice che lei ha altri progetti politici. «Io voglio potermi guardare allo specchio la mattina e parlare con chiarezza a quanti hanno creduto in me in questi mesi. Dovrò anche cercarmi un lavoro, dal momento che al momento dell'elezione ho lasciato la mia occupazione».
Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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Il carcere La Dogaia di Prato (Ansa)
Ciò che ha spinto, fondamentalmente, il tribunale di sorveglianza a intervenire per le suddette condizioni degradanti è consistito nella constatazione dello stato di sovraffollamento. Il tribunale ha accertato che l’uomo è rimasto, secondo quanto riportava ieri QN, per 2.026 giorni nella cella insieme ad altri due detenuti vivendo in spazi troppo angusti e troppo ristretti. Inoltre, come prevede la legge, ha usufruito dello sconto di un giorno in carcere ogni dieci sempre per il medesimo affollamento. In più, riceverà 288 euro a titolo di risarcimento per gli altri 16 giorni di detenzione «degradante».
Non c’è dubbio che il sovraffollamento vada contro il dettato della Costituzione che prevede il carcere come un luogo dove si viva in condizioni di dignità umana e che non sia solo un luogo di pena ma anche di riabilitazione.
Detto questo, il povero pedofilo avrà lo sconto di pena perché la cella è piccola. E la cella dalla quale per anni ha tentato di uscire il minore - non specifichiamo sesso ed età per rispetto - vittima del pedofilo? Quella è stretta o è larga? Noi pensiamo che sia stata una cella strettissima, angusta, angosciante e che, certamente, uscire da quella cella non è stato e non sarà un cammino semplice. Quel minore che risarcimento ha avuto? Non lo sappiamo, ma temiamo nessuno, come l’esperienza ci dice e ci ha insegnato per molti anni. A confronto il pedofilo piglia circa 300 euro che, per carità, sono un nulla, ma si fa un bel po’ meno di carcere perché le condizioni della sua cella, evidentemente, hanno un peso maggiore di quello della cella nella quale ha dovuto convivere quella vittima, che oggi ha più di 20 anni, insieme ai suoi amici e alle sue amiche.
Ora, è ovvio che il problema del sovraffollamento è un problema serio, ma quando senti certe notizie un po’ ti incazzi perché troppe volte assistiamo a trattamenti, in qualche modo, di favore e di risarcimento verso i carnefici e molto meno verso le vittime.
Per non essere manchevoli nell’informazione che volgiamo dare ai nostri lettori, vogliamo riportare alcuni dati pubblicati, non molto tempo fa, da Il Sole 24 Ore. In Quasi l’80% degli istituti penitenziari si superano i limiti di capienza: in alcune strutture (come, ad esempio, Lucca o Milano San Vittore) si superano per il 200-260% i limiti di capienza. Questo, naturalmente, si traduce in celle inadeguate e in spazi vitali ridotti al minimo che violano espressamente i parametri stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo provocando, ovviamente, problemi di disagio psichico e anche gesti estremi come il suicidio. Per non parlare poi del problema delle mamme detenute con bambini per i quali ci sono già delle strutture detentive appositamente studiate perché i bambini non debbano soffrire le conseguenze della pena per le malefatte della madre, ma non bastano, ce ne vogliono di più. La media nazionale del sovraffollamento supera il tasso del 138%.
Queste sono considerazioni che è d’obbligo fare e di cui si parla da troppo, ma si fa poco o niente.
Però il punto è un altro. Non può la considerazione delle condizioni «degradanti» del detenuto essere dirimente qualora quel detenuto non sia provato che, negli anni di detenzione, abbia compiuto un percorso tale che all’uscita del carcere non sia un soggetto ad alta pericolosità sociale. In particolare, nel caso dei pedofili, la malattia permane spesso nonostante il carcere e, quindi, all’uscita da esso, tendono a reiterare gli atti delinquenziali soprattutto su minorenni. Siamo sicuri che questo signore possiamo reimmetterlo nella società civile con la tranquillità di chi sa che si sta reimmettendo qualcuno che è «guarito»? Se quest’uomo è stato condannato vuol dire che quando ha compiuto quell’orrendo reato era capace di intendere e di volere: lo ha fatto deliberatamente sapendo quello che faceva e volontariamente potando a compimento il suo proposito criminale. Il carcere lo ha guarito? Uno potrebbe dire che in questo momento sto facendo un ragionamento contraddittorio ma, secondo me, contraddittorio non è. Perché se è sacrosanto il diritto di vivere in carceri «vivibili» è altrettanto sacrosanto - e ci permettiamo forse anche di più - nutrire il diritto da parte dei minorenni e, in generale di tutti, soprattutto le donne, di non aver paura di essere attaccati e distrutti psicologicamente da un pedofilo o da un maniaco sessuale.
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Il sindaco di Genova Silvia Salis e il cantante Olly
Ovvero diversi soggetti vennero chiamati a fare un’offerta. Tra gli aggiudicatari ci fu anche la storica agenzia di eventi cittadina che l’attuale amministrazione ha estromesso dal bando per l’organizzazione dell’ultimo show di San Silvestro, secondo il Tar della Liguria in modo irregolare. Ma questa volta la Procura non sembra reattiva da par suo. Nessuna indagine in tempo reale (ormai il Capodanno è passato da quasi sette mesi). E anche giornali e tv non sembrano troppo interessati alla questione.
La Concertopoli denunciata dalla Verità con analisi delle sentenze della giustizia amministrativa e delle società vincitrici del bando non sembra appassionare i segugi del giornalismo investigativo locale, che non hanno dedicato neppure una riga alla storia della Rst events e della Ops eventi, due società controllate da Nicolò Sasso e Alessandro Orlando che a Genova ottengono affidamenti su affidamenti e organizzano quasi tutti gli eventi a cui partecipa da protagonista la sindaca Silvia Salis. Stiamo parlando di centinaia di migliaia di euro consegnati a una coppia di ditte con un solo dipendente. C’è poi la questione degli impianti sportivi comunali concessi gratuitamente dall’amministrazione comunale, con conti non proprio floridi. Per esempio la consigliera Anna Orlando ha chiesto delucidazioni sull’utilizzo, quasi certamente a titolo gratuito, dello stadio Luigi Ferraris per i tre concerti di Olly. Show privati per cui 90.000 fan hanno pagato tra i 49 e gli 89 euro a biglietto. Sarebbe stato «regalato» agli organizzatori anche il palazzetto dello sport cittadino per un quadrangolare internazionale di pallavolo. In questo caso, sempre senza bando, l’amministrazione ha versato anche un contributo di 180.000 euro alla Fipav che, però, le partite le ha fatte pagare profumatamente (70 euro a biglietto, comprensivi della prevendita). Da approfondire anche la questione della lounge extralusso allestita per gli ospiti vip a margine dell’evento di Capodanno. Agli invitati sarebbe stato offerto il catering di uno chef stellato e un servizio di baby-sitting.
polemiche
Ma torniamo alla gara delle polemiche. In vista del Capodanno 2025 il Comune lancia un bando che mette sul piatto 740.000 euro per portare almeno un grande artista a Genova. La Duemilagrandieventi propone un ribasso del 7,5%, circa 55.000 euro in meno rispetto alla base d’asta e assicura di avere pronti Ghali, i Subsonica e Joan Thiel. «Tutti e tre insieme», chiarisce Paola Donati, socia e direttrice dell’azienda. La Rst dentro alla busta ha, invece, il nome dei Pinguini tattici nucleari e un ribasso dello 0,5% (il costo complessivo è di 736.000 euro). La commissione aggiudicatrice, formata dalla dirigente dell’Ufficio Grandi eventi, Monica Bocchiardo, (secondo le nostre fonti in ottimi rapporti con i titolari della Rst), da Pietro Toso e Cinzia Marino, però, prima dell’aggiudicazione, fa la cosiddetta verifica di congruità e chiede alle parti di esibire i contratti firmati dei cantanti. La Duemilagrandieventi presenta le mail intercorse con gli agenti degli artisti e si sente rispondere che tali comunicazioni «sono riconducibili a mere trattative preliminari e non a un impegno vincolante per l’artista». In mancanza del «contratto di ingaggio o di opzione», viene espresso «il giudizio di incongruità dell’offerta». E anche se, dopo l’esclusione, alla società viene concesso di presentare eventuali accordi, la Duemilagradieventi fa sapere che, a quel punto, «nessun artista ha più ritenuto di sottoscrivere impegni definitivi per un evento di incerta organizzazione».
Parte così il ricorso al Tar, che dà ragione alla Duemilagrandieventi. Secondo i giudici amministrativi «dalla piana esegesi» del disciplinare di gara «si evince chiaramente che l’esistenza dei contratti di ingaggio degli artisti era necessaria solo al momento dell’aggiudicazione e non nelle fasi anteriori, quindi neppure nell’ambito del subprocedimento di verifica di congruità dell’offerta che, notoriamente, precede l’aggiudicazione». In seguito all’annullamento della gara, il Comune ha fatto ricorso e, a ottobre, il Consiglio di Stato dovrà dire la parola definitiva sulla querelle.
scintille
La consigliera leghista Paola Bordilli chiede da tempo chiarezza: «La sindaca ha incontrato, nel corso del bando di gara, gli aggiudicatari finali? Quali problemi ha la Salis a rispondere a questa domanda che pongo da novembre? Perché, nonostante abbiamo segnalato la questione al prefetto, il sindaco tace quasi in disprezzo anche della autorità governativa?». Durante le presunte trattative, i Pinguini tattici nucleari avrebbero accettato di limare leggermente il proprio cachet e, quasi contestualmente, il Comune avrebbe garantito un contributo per favorire lo sbarco di Olly nell’impianto genovese. Che sarebbe stato concesso gratuitamente.
Visto che gli spettacoli sono stati organizzati dalle medesime società, la domanda sorge spontanea: il presunto sconto sul gruppo milanese è stato bilanciato dalla possibilità di utilizzare lo stadio? Secondo una nostra fonte, la sindaca, quando ha saputo della vittoria del pacchetto con Ghali, non avrebbe gradito la notizia e non lo avrebbe nascosto. L’esclusione della Duemilagrandieventi è una conseguenza di quel presunto mancato gradimento della prima cittadina?
veglione
Si tratta di questioni ancora tutte da verificare. Noi abbiamo provato a chiederlo agli organizzatori, ma non ci è stata data risposta. Ma se la gara di Capodanno e l’annullamento deciso dal Tar sembrano interessare stampa, politica e magistratura molto meno dell’organizzazione del Tricapodanno da parte della giunta di centrodestra, resta aperto un altro tema. Quello della presunta telefonata tra Sasso e l’agente dello spettacolo Cristina Lodi, a cui, in vista del Capodanno 2025, l’imprenditore avrebbe riferito che non sarebbe stata gradita la sua presenza alla conferenza stampa e all’evento vero e proprio per la sua vecchia candidatura nelle fila del centrodestra.
Una vicenda che Sasso non ha voluto commentare, ma su cui è intervenuta Ilaria Cavo, deputata di Noi moderati e consigliera (più votata) del Comune di Genova: «Quello capitato a Cristina Lodi è un episodio molto increscioso. Bene che sia rientrato con la posizione dell’amministrazione comunale. Visto che è diventato pubblico, sarebbe opportuna una chiara presa di posizione della sindaca, anche se sono certa che tutto sia rientrato. Nessuna figura professionale può essere penalizzata per il fatto di essersi candidata in una lista politica, che in questo caso era “Noi moderati Bucci Orgoglio Genova” da me guidata».
La Cavo ha, però, un altro appunto da fare: «Quello che non torna, in questo momento, è soprattutto la rassegna stampa del Comune di Genova. Nonostante parlino della nostra città, non sono presenti gli articoli della Verità che questa settimana ha pubblicato inchieste su accrediti, concerti, sport legati a Genova. Un giorno può capitare, ma difficile pensare a una svista ripetuta. Ne chiederemo conto con un’interrogazione perché non può esserci il minimo sospetto di censura. I concerti e i grandi eventi che riempiono piazze e attirano i giovani li abbiamo sempre sostenuti e li continueremo a sostenere insieme al rispetto per la stampa».
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