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2019-11-04
«Noi, popolo 5 stelle
ora temiamo di sparire»
Ansa
«Alleati con il Pd? Mai più»; «Chi glielo va a spiegare ai nostri elettori che per una decisione dei vertici di Roma, ora dobbiamo andare a braccetto con chi fino a ieri abbiamo contrastato»; «Già l'alleanza di governo è stata mal digerita, ma con molti mal di pancia ci siamo passati sopra in nome di alcuni obiettivi raggiunti… Però sul territorio è un'altra cosa», «Attendiamo risposte dal gruppo dirigente di Roma, le elezioni sono alle porte e non sappiamo cosa fare», «Il Movimento va riformato, bisogna tornare ai valori fondativi»; «Meglio correre da soli e magari non farcela piuttosto che matrimoni contro natura».
Sono queste le voci che si levano dalla base dei 5 stelle. Consiglieri comunali, regionali, sindaci di Comuni grandi o con poche migliaia di abitanti, convergono tutti su un punto: l'esperimento dell'Umbria non si può ripetere. L'esito elettorale ha aperto una discussione all'interno del Movimento che si è concretizzato in un documento noto come Carta di Firenze, attorno al quale stanno convergendo rappresentanti territoriali ma anche ignoti militanti, che chiedono un ripensamento della struttura del Movimento in chiave «democratica», un maggior coinvolgimento della base e soprattutto messaggi chiari sulle strategie politiche. Anche perché altre tornate elettorali sono alle porte. E la confusione sulla direzione da prendere regna sovrana.
Nella città di Trento, da sempre in mano alla sinistra, i 5 stelle sono riusciti a conquistare, nel 2015, il 9% e tre consiglieri. «A maggio 2020 ci sono le elezioni ma noi non abbiamo avuto ancora indicazioni dallo staff dirigenziale di Roma su come muoverci. Abbiamo abboccamenti da destra, da sinistra e dalle liste civiche ma finora non ci siamo mossi. Gli altri partiti si stanno organizzando, noi siamo bloccati», afferma Paolo Negroni, consigliere comunale. Di alleanza con i dem non ne vuol sentir parlare. «Per cinque anni siamo stati alternativi alla sinistra, l'abbiamo combattuta, sarebbe difficile spiegare agli elettori un cambio di marcia. La soluzione? Un accordo con le liste civiche ma stando attenti che non siano fasulle e nascondano ex rappresentanti dei vecchi partiti. La scorsa estate abbiamo inviato una lettera a Roma chiedendo come posizionarci, ma stiamo ancora aspettando. A ogni elezione cambiamo le regole e siamo disorientati. Abbiamo anche chiesto di fare una votazione sulla piattaforma Rousseau per raccogliere i pareri del territorio, ma non abbiamo avuto risposta». Poi dice fuori dai denti che «se i vertici imporranno un'alleanza, il risultato sarebbe disastroso. Non so quanti rimarrebbero nel Movimento». Il problema primario è la lontananza tra la base e Roma, quel Palazzo che i fondatori dei 5 stelle avevano demonizzato. «Manca l'ascolto a livello nazionale degli organi territoriali. Ci sentiamo abbandonati a noi stessi».
L'Emilia Romagna è il prossimo test elettorale per il M5s. A Imola, dopo le dimissioni del sindaco Manuela Sangiorgi, che aveva espugnato dopo 70 anni un feudo rosso, la base è in fermento. Il capogruppo del Movimento in consiglio comunale, Andrea Cerulli, fa da megafono al malessere dei militanti. «Se nasci come partito antisistema non puoi fare alleanze con il sistema, se nasci dal basso, dal popolo, non si può andare a braccetto con chi ha dietro i poteri forti. Bisogna essere coerenti con i propri valori e non aver paura del voto». Allora quale strada? «Bisognerebbe tornare al voto anche a livello nazionale e andare da soli. Il rischio è di farci fagocitare dal Pd». E racconta la sua esperienza: «L'ho visto in consiglio comunale come si muove la sinistra. È camaleontica, pronta a fare accordi con chiunque pur di conservare le poltrone».
Nelle Marche l'orma della sinistra, con la giunta guidata da Luca Ceriscioli, è profonda. Ma la gestione della ricostruzione post terremoto e le problematiche legate alla sanità hanno fatto esplodere il malcontento.
A Fabriano il sindaco Gabriele Santarelli non le manda a dire. «Preferisco stare cinque anni all'opposizione, come la sappiamo fare noi, piuttosto che vincere abbracciati al Pd e non riuscire a fare quello che dobbiamo fare». Poi rivela le manovre di un inciucio. «Alcuni nel Pd, insieme al nostro capogruppo in Regione, si stanno muovendo, in vista del voto nel 2020, per promuovere un accordo simile a quello in Umbria con un candidato civico appoggiato da due liste». E batte l'accento sulle riforme del sistema sanitario locale, «a colpi di tagli dei posti letto, riduzione del personale a tutto vantaggio delle strutture private, e lo svuotamento delle strutture nell'entroterra». E avverte: «In caso di alleanze con il Pd io mi tiro indietro».
Accordo con la società civile o percorso solitario, è l'opzione che vede possibile anche Romina Pergolesi, consigliere regionale Marche. «Bisogna tornare allo spirito originario, ascoltare i territori. Bisogna incontrarci più spesso approfondendo le tematiche, serve più dialogo».
Nel piccolo Comune di Castel di Lama, nell'Ascolano, il sindaco Mauro Bochicchio spiega perché «il rapporto tra M5s e Pd nelle Marche sarebbe difficilmente comprensibile da parte dell'elettorato». Ricorda il progetto dell'ospedale unico fortemente voluto dal governatore Ceriscioli, che «priverebbe i due Comuni più popolosi, Ascoli e San Benedetto, di una loro struttura ospedaliera con tutti i disagi conseguenti per gli spostamenti». Anche il sindaco di Castelfidardo, provincia di Ancona, Roberto Ascani, ritiene che «la gestione Ceriscioli della sanità abbia scavato un solco incolmabile con i 5 stelle» e reso impossibile qualsiasi accordo elettorale. «Non abbiamo ricevuto alcuna indicazione dai vertici del Movimento e penso voglia dire che andiamo da soli».
Nel Lazio, il consigliere regionale pentastellato, Davide Barillari, non usa tante diplomazie. «Abbiamo vissuto l'alleanza nazionale con il Pd con particolare sensibilità, dal momento che il segretario dem, Nicola Zingaretti, è anche presidente della Regione. L'esperienza diretta con la sinistra ci fa dire che sarebbe un abbraccio dannoso e mortale per il Movimento. Non possiamo comportarci, a livello territoriale, in un modo su alcuni temi come gli inceneritori e la Tav e poi sul piano nazionale agire diversamente». Barillari tira il sasso: «Il dialogo con il Pd è pericoloso. È un partito che ha ramificazioni ovunque, nella stampa, nella magistratura, negli enti. Noi e il Pd parliamo lingue diverse. Prendiamo la sanità. Dietro i loro discorsi si vede che i loro interessi sono la spartizione delle Asl, le nomine, non i cittadini, le liste d'attesa. Il confronto è complicato, abbiamo obiettivi diversi».
Simone Sollazzo, consigliere del comune di Milano, batte il tasto sul recupero dell'identità politica. «Bisogna tornare ai nostri valori, definire un progetto politico chiaro e allora possiamo anche correre da soli o sederci al tavolo e imporre la nostra linea». E rilancia: «Va ridata centralità agli attivisti».
In Veneto nessun dubbio. Erika Baldin, presidente del gruppo M5s in consiglio regionale, è tranchant: «Ogni alleanza con il Pd è esclusa, invece porte aperte alla società civile. A livello nazionale è diverso perché non avendo il 51% abbiamo bisogno di unirci ad altre forze. L'importante è raggiungere i nostri obiettivi. Se questa alleanza fallirà lo decideremo tra tre anni. Non si può andare ad elezioni dopo tre mesi». A Vigonovo (Venezia), 10.000 abitanti, il sindaco Andrea Danieletto ribadisce che in Veneto «non ci sono le condizioni per un accordo con il Pd» e mette in guardia dal rischio di liste civiche «camuffate». Per Roberto Castiglion, sindaco di Sarego, provincia di Vicenza, il Movimento «dovrebbe correre da solo. Abbiamo carte da giocarci. Stiamo portando avanti una battaglia contro l'inquinamento delle falde acquifere. La gente è con noi, non capirebbe un cambio di passo». Insomma, la panoramica è chiara: la classe dirigente che con fatica il M5s ha costruito sui territori è delusa. Non si fida della sinistra, ritiene che quello con il Pd sia stato un abbraccio mortale. Soffre e rimpiange lo spirito delle origini.
I meetup stanno sparendo: «Noi ininfluenti su Rousseau»
Inascoltati a Roma e ormai svuotati di presenze, i meetup degli «Amici di Grillo», le piazze virtuali in cui si è sviluppato il Movimento a partire dal 2005, sono stati abbandonati a favore dei social o perché i gruppi hanno cessato di funzionare. Nacquero quando la pressione dei commenti sul blog del leader era diventata ingestibile; il comico genovese dichiarò di averli mutuati dal democratico americano Howard Dean, che nel 2004 si servì della piattaforma per promuovere la partecipazione dal basso durante la sua campagna elettorale. Dovevano favorire le discussioni online, l'impegno sul territorio in tematiche di interesse comune, erano utili per organizzare riunioni.
Sul sito si legge che i meetup oggi sono 583, con 114.481 membri. I numeri cambiano e calano ogni giorno «ma non sono ufficiali. Moltissimi “Amici di Beppe Grillo" non esistono più da un paio d'anni», sostiene Davide G. Porro, attivista nell'Alto Milanese. «I gruppi preferiscono incontrarsi su pagine Facebook, hanno aperto un loro forum o si sono estinti. Gli attivisti, non più di 9.000 in tutto il Paese, vivono il Movimento in prima persona, ci mettono la faccia nell'impegno locale, ma il 70% è scontento della gestione pentastellata perché sulla piattaforma Rousseau, con 117.000 iscritti, loro rappresentano una minoranza. Quando le decisioni vengono votate a livello nazionale, non hanno possibilità di farsi sentire». Il malcontento diffuso per battaglie storiche abbandonate o contraddette, quali «la Gronda di Genova, il passante di Bologna, o il quadruplicamento della linea ferroviaria Rho-Gallarate, che hanno ottenuto il via libera da Roma, sconfessano la linea dei 5 stelle», aggiunge Porro.
«I meetup non esistono più. In città abbiamo i gruppi circoscrizionali, i gruppi tematici che lavorano su problemi del territorio», conferma Davide Carretto, consigliere comunale del M5s a Torino. «La partecipazione degli attivisti? A Torino saranno circa 300, ma senza una tessera è difficile contarli. Gli iscritti alla piattaforma sono poco più di 2.000. Se dobbiamo parlare di alleanza con il Pd, i problemi li abbiamo a livello locale perché ci sono troppe divergenze tra noi e i dem. La gestione condivisa sarebbe impossibile, per differenza di impostazione storica. Quello che facciamo come 5 stelle a loro non va bene».
Subito dopo la formazione del governo giallorosso, nel gruppo Facebook del M5s Acerra, l'attivista Francesco Imbaldi pubblicava questo post: «Ministri senza portafoglio a noi, e al Pd i ministri dell'Economia, quei ministeri che indirizzano la politica, quei dicasteri che sono l'essenza della politica stessa. Hanno già preso il dominio. Giuseppe Conte poi gioca per sé stesso... Speriamo bene, comunque se la Lega ci aveva dimezzato speriamo che questi non ci cancellano». Per Marco Cardillo, consigliere comunale a Cornaredo, in provincia di Milano, la colpa dei 5 stelle al governo «è che si sono estraniati dalla realtà del territorio. Bisogna tornare a parlare di temi che stanno a cuore ai cittadini, altro che far votare sì o no». Contrario all'alleanza con il Pd, «siamo corpi estranei che non possono coincidere» e tra i sostenitori della Carta di Firenze, Cardillo dichiara di «non aver voluto nemmeno l'alleanza con la Lega, comunque forza populista e con punti in comune con noi. I leghisti dovevano fare un governo di centrodestra e i 5 stelle stare all'opposizione, forti di oltre il 32% dei voti degli italiani alle politiche del 2018».
Stefano Rallo, storico attivista del M5s di Marsala, nel 2017 si era candidato alle regionali in Sicilia. Arrivò secondo per numero di preferenze nella città siciliana, la presidenza andò al centrodestra ma quello pentastellato risultò il primo partito dell'isola, con il 26,7% dei suffragi. Per la sinistra fu un tonfo. Lo scorso 12 settembre, con un post su Facebook, Rallo annunciava che si era concluso l'iter della sua cancellazione dal Movimento. «Me ne sono andato subito dopo aver votato “no" all'accordo con il Pd per formare un nuovo governo. Siamo diventati quello che non volevamo», commenta amaro. Dieci anni fa aveva accolto con entusiasmo la nascita della creatura politica di Grillo, seguendo da informatico la crescita dei meetup. «Funzionavano, agivamo da tramite tra le esigenze dei cittadini e i referenti regionali, nazionali, europei. Poi, con la scelta del capo politico, il Movimento è diventato verticistico, i portavoce sono diventati deputati e senatori, non hanno ascoltato più le richieste della base. Non ce l'ho con Luigi Di Maio, ma “l'uno vale uno" non vale più. Abbiamo fatto lo stesso errore del Pd che ha perso il contatto con il territorio e ne paga le conseguenze».
Rallo condanna «l'utilizzo della piattaforma Rousseau per fare pressione sui fan. Una propaganda, a partire dal video di Grillo, che il Movimento mai si era permesso di fare prima. Sarà per questo che in Sicilia pochissimi hanno risposto con un sì all'accordo con i dem». Conclude: «Beppe Grillo decida se vuole fare il segretario del Pd, non mescoli il Movimento con il Pd o con la Lega. Solo tornando alle origini i 5 stelle possono riacquisire quello che hanno perso».
Sul gruppo Fb del M5s Emilia Romagna, Nicola Liuzzi commenta: «Io adesso non so cosa hanno in mente i nostri strateghi politici che vanno da Beppe Grillo a Davide Casaleggio, visto che hanno voluto questa accelerazione di trasformazione del movimento. Mi pongo delle domande. Beppe l'elevato ha deciso di uccidere la propria creatura, cioè tutti noi, per rimanere nella storia da elevato come quando un campione di calcio abbandona il calcio a fine carriera a testa alta?».
«Ho sconfitto i rossi dopo 70 anni e Grillo non ha mai voluto vedermi»
«Ho toccato con mano cosa vuol dire lavorare fianco a fianco con il Pd nell'amministrazione di una città e posso dire, per esperienza diretta, che è stata un'esperienza terrificante. Sono solo preoccupati di favorire i consorzi e le cooperative, di spartirsi le poltrone alla faccia dei cittadini. E il mio Movimento, cosa fa? Continua con questa alleanza nefasta nel governo del Paese. Suvvia, ma un po' di autocoscienza quando si fa? Dobbiamo aspettare di sprofondare nei consensi? Abbiamo perso sei milioni di voti e insistiamo ad andare a braccetto con il Pd». Manuela Sangiorgi si è appena tolta la fascia tricolore, non vuole più essere il sindaco di Imola, si è «sentita tradita». È un fiume in piena e spara bordate contro i vertici del Movimento, che «mi hanno lasciata sola, come hanno fatto in tante realtà comunali» e contro «l'assurda politica» del governo con la sinistra, che «ha tradito lo spirito originario dei 5 stelle».
La prima cittadina cade dopo meno di un anno e mezzo dalle elezioni del 2018, quando al ballottaggio riuscì a strappare il 55,4% dei voti in una città roccaforte rossa. «Durante la campagna elettorale avevo metà governo qui presente ma il giorno dopo la vittoria erano tutti scomparsi. Avevo bisogno di supporto, di risposte, ma dai vertici del Movimento ho avuto solo il silenzio. Il rischio era di diventare un burattino nelle mani del Pd. Così ho deciso di lasciare».
La vittoria dei 5 stelle a Imola aveva avuto un significato simbolico. La sinistra era fortemente radicata sul territorio per la presenza di moltissime grandi cooperative che per anni sono state una forma di finanziamento e un bacino di consenso. Dopo 18 mesi la frana. Ora si attende la nomina di un commissario prefettizio.
Come si è arrivati a questo?
«Mi sono trovata da sola mentre il Pd, nonostante la sconfitta, continuava a tenere in pugno il territorio tramite la rete dei consorzi e delle coop. Avevo contro i consiglieri del Movimento che non hanno mai digerito la mia leadership, che non si presentavano in consiglio, se ne stavano a casa e io ogni volta temevo di non avere la maggioranza. Ho fatto presente la situazione a Luigi Di Maio con numerose mail ma non mi ha mai risposto. Beppe Grillo è venuto solo una volta e non è passato nemmeno a salutarmi. Forse, a Roma, i vertici del Movimento pensano che amministrare una città sia come gestire un comitato. Non ci sono competenze nell'amministrazione pubblica, manca una struttura politica».
Ma mentre lei era sola, il Pd continuava a muoversi in squadra.
«Proprio così. Nella questione del Conami ho avuto modo di vedere come agiscono i dem. Nel consorzio, che si occupa di gestire le partecipazioni nella multiservizi Hera, ma anche le farmacie, con la società pubblica Sphera e la società If, attiva nel turismo su Imola e Faenza, ci sono 10 dei 18 Comuni ravennati e Imola ha il 65% delle azioni. Però pur avendo la maggioranza, a causa della modifica dello statuto avvenuta lo scorso mandato, la mia città non può decidere da sola: serve la maggioranza dei 23 sindaci che compongono l'assemblea. Quando ho proposto una rosa di nomi per il nuovo cda mi sono trovata tutti i sindaci del Pd contro. Non solo. Non ho avuto alcun supporto dai vertici nazionali. Eppure Imola è il terzo Comune più grande amministrato dal Movimento. Allora ho capito che ero sola e il Pd ne ha approfittato».
In che modo?
«Hanno manovrato dentro il Consiglio e creato una situazione da guerra all'ultimo colpo. E con questi dovremmo continuare a governare il Paese?»
Me lo dica lei: continuare con Nicola Zingaretti o andare a elezioni?
«Meglio il voto che questa farsa. Possibile che nessuno si renda conto che più passa il tempo e più il Pd si impossessa del Movimento, gli lega le mani, gli fa perdere la sua natura originaria. L'esito elettorale in Umbria è stato un avvertimento. Se ci dovesse essere un bis in Emilia Romagna, staccare la spina diventa un passo inevitabile. A meno di non volersi consegnare mani e piedi alla sinistra».
Cosa dice la sua base, i cittadini che l'hanno votata? Quale è il sentiment dei militanti 5 stelle a Imola?
«Ho ricevuto numerose attestazioni di solidarietà. Chi mi ha votato non capisce più la linea politica dei vertici del Movimento. Mi chiedono: ma come, abbiamo sparato a zero contro il Pd, abbiamo detto mai con il partito di Bibbiano e poi finiamo al governo insieme? Poi per cosa? Per sfornare una manovra che porta il timbro della sinistra, una manovra di tasse. Nessuno capisce. Non si può continuare ad andare a braccetto con un partito che ha dietro certi poteri. Allora o io chinavo la testa, assecondando questa linea politica e facevo parte del sistema o ne uscivo».
C'è chi dice che lei ha altri progetti politici.
«Io voglio potermi guardare allo specchio la mattina e parlare con chiarezza a quanti hanno creduto in me in questi mesi. Dovrò anche cercarmi un lavoro, dal momento che al momento dell'elezione ho lasciato la mia occupazione».
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Dopo la disfatta in Umbria, sindaci e consiglieri del Movimento raccontano il loro disagio. Il referto è unanime: «Mai più a braccetto con la sinistra». I meetup stanno scomparendo: «Noi ininfluenti su Rousseau». La base protesta: «L'accordo con il Pd? Siamo diventati quello che combattevamo». I gruppi di attivisti ridotti all'osso: dimenticati dai dirigenti, si spostano su Facebook. «Ho sconfitto i rossi dopo 70 anni e Grillo non ha mai voluto vedermi». Parla il sindaco di Imola Manuela Sangiorgi, che si è dimessa in polemica con i vertici pentastellati: «I dem erano il partito di Bibbiano e oggi stiamo al governo con loro? Il risultato è questa manovra tutta tasse. Siamo finiti con i poteri forti. Ma io non chino la testa». Lo speciale comprende tre articoli. «Alleati con il Pd? Mai più»; «Chi glielo va a spiegare ai nostri elettori che per una decisione dei vertici di Roma, ora dobbiamo andare a braccetto con chi fino a ieri abbiamo contrastato»; «Già l'alleanza di governo è stata mal digerita, ma con molti mal di pancia ci siamo passati sopra in nome di alcuni obiettivi raggiunti… Però sul territorio è un'altra cosa», «Attendiamo risposte dal gruppo dirigente di Roma, le elezioni sono alle porte e non sappiamo cosa fare», «Il Movimento va riformato, bisogna tornare ai valori fondativi»; «Meglio correre da soli e magari non farcela piuttosto che matrimoni contro natura». Sono queste le voci che si levano dalla base dei 5 stelle. Consiglieri comunali, regionali, sindaci di Comuni grandi o con poche migliaia di abitanti, convergono tutti su un punto: l'esperimento dell'Umbria non si può ripetere. L'esito elettorale ha aperto una discussione all'interno del Movimento che si è concretizzato in un documento noto come Carta di Firenze, attorno al quale stanno convergendo rappresentanti territoriali ma anche ignoti militanti, che chiedono un ripensamento della struttura del Movimento in chiave «democratica», un maggior coinvolgimento della base e soprattutto messaggi chiari sulle strategie politiche. Anche perché altre tornate elettorali sono alle porte. E la confusione sulla direzione da prendere regna sovrana. Nella città di Trento, da sempre in mano alla sinistra, i 5 stelle sono riusciti a conquistare, nel 2015, il 9% e tre consiglieri. «A maggio 2020 ci sono le elezioni ma noi non abbiamo avuto ancora indicazioni dallo staff dirigenziale di Roma su come muoverci. Abbiamo abboccamenti da destra, da sinistra e dalle liste civiche ma finora non ci siamo mossi. Gli altri partiti si stanno organizzando, noi siamo bloccati», afferma Paolo Negroni, consigliere comunale. Di alleanza con i dem non ne vuol sentir parlare. «Per cinque anni siamo stati alternativi alla sinistra, l'abbiamo combattuta, sarebbe difficile spiegare agli elettori un cambio di marcia. La soluzione? Un accordo con le liste civiche ma stando attenti che non siano fasulle e nascondano ex rappresentanti dei vecchi partiti. La scorsa estate abbiamo inviato una lettera a Roma chiedendo come posizionarci, ma stiamo ancora aspettando. A ogni elezione cambiamo le regole e siamo disorientati. Abbiamo anche chiesto di fare una votazione sulla piattaforma Rousseau per raccogliere i pareri del territorio, ma non abbiamo avuto risposta». Poi dice fuori dai denti che «se i vertici imporranno un'alleanza, il risultato sarebbe disastroso. Non so quanti rimarrebbero nel Movimento». Il problema primario è la lontananza tra la base e Roma, quel Palazzo che i fondatori dei 5 stelle avevano demonizzato. «Manca l'ascolto a livello nazionale degli organi territoriali. Ci sentiamo abbandonati a noi stessi». L'Emilia Romagna è il prossimo test elettorale per il M5s. A Imola, dopo le dimissioni del sindaco Manuela Sangiorgi, che aveva espugnato dopo 70 anni un feudo rosso, la base è in fermento. Il capogruppo del Movimento in consiglio comunale, Andrea Cerulli, fa da megafono al malessere dei militanti. «Se nasci come partito antisistema non puoi fare alleanze con il sistema, se nasci dal basso, dal popolo, non si può andare a braccetto con chi ha dietro i poteri forti. Bisogna essere coerenti con i propri valori e non aver paura del voto». Allora quale strada? «Bisognerebbe tornare al voto anche a livello nazionale e andare da soli. Il rischio è di farci fagocitare dal Pd». E racconta la sua esperienza: «L'ho visto in consiglio comunale come si muove la sinistra. È camaleontica, pronta a fare accordi con chiunque pur di conservare le poltrone». Nelle Marche l'orma della sinistra, con la giunta guidata da Luca Ceriscioli, è profonda. Ma la gestione della ricostruzione post terremoto e le problematiche legate alla sanità hanno fatto esplodere il malcontento. A Fabriano il sindaco Gabriele Santarelli non le manda a dire. «Preferisco stare cinque anni all'opposizione, come la sappiamo fare noi, piuttosto che vincere abbracciati al Pd e non riuscire a fare quello che dobbiamo fare». Poi rivela le manovre di un inciucio. «Alcuni nel Pd, insieme al nostro capogruppo in Regione, si stanno muovendo, in vista del voto nel 2020, per promuovere un accordo simile a quello in Umbria con un candidato civico appoggiato da due liste». E batte l'accento sulle riforme del sistema sanitario locale, «a colpi di tagli dei posti letto, riduzione del personale a tutto vantaggio delle strutture private, e lo svuotamento delle strutture nell'entroterra». E avverte: «In caso di alleanze con il Pd io mi tiro indietro». Accordo con la società civile o percorso solitario, è l'opzione che vede possibile anche Romina Pergolesi, consigliere regionale Marche. «Bisogna tornare allo spirito originario, ascoltare i territori. Bisogna incontrarci più spesso approfondendo le tematiche, serve più dialogo». Nel piccolo Comune di Castel di Lama, nell'Ascolano, il sindaco Mauro Bochicchio spiega perché «il rapporto tra M5s e Pd nelle Marche sarebbe difficilmente comprensibile da parte dell'elettorato». Ricorda il progetto dell'ospedale unico fortemente voluto dal governatore Ceriscioli, che «priverebbe i due Comuni più popolosi, Ascoli e San Benedetto, di una loro struttura ospedaliera con tutti i disagi conseguenti per gli spostamenti». Anche il sindaco di Castelfidardo, provincia di Ancona, Roberto Ascani, ritiene che «la gestione Ceriscioli della sanità abbia scavato un solco incolmabile con i 5 stelle» e reso impossibile qualsiasi accordo elettorale. «Non abbiamo ricevuto alcuna indicazione dai vertici del Movimento e penso voglia dire che andiamo da soli». Nel Lazio, il consigliere regionale pentastellato, Davide Barillari, non usa tante diplomazie. «Abbiamo vissuto l'alleanza nazionale con il Pd con particolare sensibilità, dal momento che il segretario dem, Nicola Zingaretti, è anche presidente della Regione. L'esperienza diretta con la sinistra ci fa dire che sarebbe un abbraccio dannoso e mortale per il Movimento. Non possiamo comportarci, a livello territoriale, in un modo su alcuni temi come gli inceneritori e la Tav e poi sul piano nazionale agire diversamente». Barillari tira il sasso: «Il dialogo con il Pd è pericoloso. È un partito che ha ramificazioni ovunque, nella stampa, nella magistratura, negli enti. Noi e il Pd parliamo lingue diverse. Prendiamo la sanità. Dietro i loro discorsi si vede che i loro interessi sono la spartizione delle Asl, le nomine, non i cittadini, le liste d'attesa. Il confronto è complicato, abbiamo obiettivi diversi». Simone Sollazzo, consigliere del comune di Milano, batte il tasto sul recupero dell'identità politica. «Bisogna tornare ai nostri valori, definire un progetto politico chiaro e allora possiamo anche correre da soli o sederci al tavolo e imporre la nostra linea». E rilancia: «Va ridata centralità agli attivisti». In Veneto nessun dubbio. Erika Baldin, presidente del gruppo M5s in consiglio regionale, è tranchant: «Ogni alleanza con il Pd è esclusa, invece porte aperte alla società civile. A livello nazionale è diverso perché non avendo il 51% abbiamo bisogno di unirci ad altre forze. L'importante è raggiungere i nostri obiettivi. Se questa alleanza fallirà lo decideremo tra tre anni. Non si può andare ad elezioni dopo tre mesi». A Vigonovo (Venezia), 10.000 abitanti, il sindaco Andrea Danieletto ribadisce che in Veneto «non ci sono le condizioni per un accordo con il Pd» e mette in guardia dal rischio di liste civiche «camuffate». Per Roberto Castiglion, sindaco di Sarego, provincia di Vicenza, il Movimento «dovrebbe correre da solo. Abbiamo carte da giocarci. Stiamo portando avanti una battaglia contro l'inquinamento delle falde acquifere. La gente è con noi, non capirebbe un cambio di passo». Insomma, la panoramica è chiara: la classe dirigente che con fatica il M5s ha costruito sui territori è delusa. Non si fida della sinistra, ritiene che quello con il Pd sia stato un abbraccio mortale. 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Nacquero quando la pressione dei commenti sul blog del leader era diventata ingestibile; il comico genovese dichiarò di averli mutuati dal democratico americano Howard Dean, che nel 2004 si servì della piattaforma per promuovere la partecipazione dal basso durante la sua campagna elettorale. Dovevano favorire le discussioni online, l'impegno sul territorio in tematiche di interesse comune, erano utili per organizzare riunioni. Sul sito si legge che i meetup oggi sono 583, con 114.481 membri. I numeri cambiano e calano ogni giorno «ma non sono ufficiali. Moltissimi “Amici di Beppe Grillo" non esistono più da un paio d'anni», sostiene Davide G. Porro, attivista nell'Alto Milanese. «I gruppi preferiscono incontrarsi su pagine Facebook, hanno aperto un loro forum o si sono estinti. Gli attivisti, non più di 9.000 in tutto il Paese, vivono il Movimento in prima persona, ci mettono la faccia nell'impegno locale, ma il 70% è scontento della gestione pentastellata perché sulla piattaforma Rousseau, con 117.000 iscritti, loro rappresentano una minoranza. Quando le decisioni vengono votate a livello nazionale, non hanno possibilità di farsi sentire». Il malcontento diffuso per battaglie storiche abbandonate o contraddette, quali «la Gronda di Genova, il passante di Bologna, o il quadruplicamento della linea ferroviaria Rho-Gallarate, che hanno ottenuto il via libera da Roma, sconfessano la linea dei 5 stelle», aggiunge Porro. «I meetup non esistono più. In città abbiamo i gruppi circoscrizionali, i gruppi tematici che lavorano su problemi del territorio», conferma Davide Carretto, consigliere comunale del M5s a Torino. «La partecipazione degli attivisti? A Torino saranno circa 300, ma senza una tessera è difficile contarli. Gli iscritti alla piattaforma sono poco più di 2.000. Se dobbiamo parlare di alleanza con il Pd, i problemi li abbiamo a livello locale perché ci sono troppe divergenze tra noi e i dem. La gestione condivisa sarebbe impossibile, per differenza di impostazione storica. Quello che facciamo come 5 stelle a loro non va bene». Subito dopo la formazione del governo giallorosso, nel gruppo Facebook del M5s Acerra, l'attivista Francesco Imbaldi pubblicava questo post: «Ministri senza portafoglio a noi, e al Pd i ministri dell'Economia, quei ministeri che indirizzano la politica, quei dicasteri che sono l'essenza della politica stessa. Hanno già preso il dominio. Giuseppe Conte poi gioca per sé stesso... Speriamo bene, comunque se la Lega ci aveva dimezzato speriamo che questi non ci cancellano». Per Marco Cardillo, consigliere comunale a Cornaredo, in provincia di Milano, la colpa dei 5 stelle al governo «è che si sono estraniati dalla realtà del territorio. Bisogna tornare a parlare di temi che stanno a cuore ai cittadini, altro che far votare sì o no». Contrario all'alleanza con il Pd, «siamo corpi estranei che non possono coincidere» e tra i sostenitori della Carta di Firenze, Cardillo dichiara di «non aver voluto nemmeno l'alleanza con la Lega, comunque forza populista e con punti in comune con noi. I leghisti dovevano fare un governo di centrodestra e i 5 stelle stare all'opposizione, forti di oltre il 32% dei voti degli italiani alle politiche del 2018». Stefano Rallo, storico attivista del M5s di Marsala, nel 2017 si era candidato alle regionali in Sicilia. Arrivò secondo per numero di preferenze nella città siciliana, la presidenza andò al centrodestra ma quello pentastellato risultò il primo partito dell'isola, con il 26,7% dei suffragi. Per la sinistra fu un tonfo. Lo scorso 12 settembre, con un post su Facebook, Rallo annunciava che si era concluso l'iter della sua cancellazione dal Movimento. «Me ne sono andato subito dopo aver votato “no" all'accordo con il Pd per formare un nuovo governo. Siamo diventati quello che non volevamo», commenta amaro. Dieci anni fa aveva accolto con entusiasmo la nascita della creatura politica di Grillo, seguendo da informatico la crescita dei meetup. «Funzionavano, agivamo da tramite tra le esigenze dei cittadini e i referenti regionali, nazionali, europei. Poi, con la scelta del capo politico, il Movimento è diventato verticistico, i portavoce sono diventati deputati e senatori, non hanno ascoltato più le richieste della base. Non ce l'ho con Luigi Di Maio, ma “l'uno vale uno" non vale più. Abbiamo fatto lo stesso errore del Pd che ha perso il contatto con il territorio e ne paga le conseguenze». Rallo condanna «l'utilizzo della piattaforma Rousseau per fare pressione sui fan. Una propaganda, a partire dal video di Grillo, che il Movimento mai si era permesso di fare prima. Sarà per questo che in Sicilia pochissimi hanno risposto con un sì all'accordo con i dem». Conclude: «Beppe Grillo decida se vuole fare il segretario del Pd, non mescoli il Movimento con il Pd o con la Lega. Solo tornando alle origini i 5 stelle possono riacquisire quello che hanno perso». Sul gruppo Fb del M5s Emilia Romagna, Nicola Liuzzi commenta: «Io adesso non so cosa hanno in mente i nostri strateghi politici che vanno da Beppe Grillo a Davide Casaleggio, visto che hanno voluto questa accelerazione di trasformazione del movimento. Mi pongo delle domande. Beppe l'elevato ha deciso di uccidere la propria creatura, cioè tutti noi, per rimanere nella storia da elevato come quando un campione di calcio abbandona il calcio a fine carriera a testa alta?». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/radiografia-dei-5-stelle-2641206824.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ho-sconfitto-i-rossi-dopo-70-anni-e-grillo-non-ha-mai-voluto-vedermi" data-post-id="2641206824" data-published-at="1778157889" data-use-pagination="False"> «Ho sconfitto i rossi dopo 70 anni e Grillo non ha mai voluto vedermi» «Ho toccato con mano cosa vuol dire lavorare fianco a fianco con il Pd nell'amministrazione di una città e posso dire, per esperienza diretta, che è stata un'esperienza terrificante. Sono solo preoccupati di favorire i consorzi e le cooperative, di spartirsi le poltrone alla faccia dei cittadini. E il mio Movimento, cosa fa? Continua con questa alleanza nefasta nel governo del Paese. Suvvia, ma un po' di autocoscienza quando si fa? Dobbiamo aspettare di sprofondare nei consensi? Abbiamo perso sei milioni di voti e insistiamo ad andare a braccetto con il Pd». Manuela Sangiorgi si è appena tolta la fascia tricolore, non vuole più essere il sindaco di Imola, si è «sentita tradita». È un fiume in piena e spara bordate contro i vertici del Movimento, che «mi hanno lasciata sola, come hanno fatto in tante realtà comunali» e contro «l'assurda politica» del governo con la sinistra, che «ha tradito lo spirito originario dei 5 stelle». La prima cittadina cade dopo meno di un anno e mezzo dalle elezioni del 2018, quando al ballottaggio riuscì a strappare il 55,4% dei voti in una città roccaforte rossa. «Durante la campagna elettorale avevo metà governo qui presente ma il giorno dopo la vittoria erano tutti scomparsi. Avevo bisogno di supporto, di risposte, ma dai vertici del Movimento ho avuto solo il silenzio. Il rischio era di diventare un burattino nelle mani del Pd. Così ho deciso di lasciare». La vittoria dei 5 stelle a Imola aveva avuto un significato simbolico. La sinistra era fortemente radicata sul territorio per la presenza di moltissime grandi cooperative che per anni sono state una forma di finanziamento e un bacino di consenso. Dopo 18 mesi la frana. Ora si attende la nomina di un commissario prefettizio. Come si è arrivati a questo? «Mi sono trovata da sola mentre il Pd, nonostante la sconfitta, continuava a tenere in pugno il territorio tramite la rete dei consorzi e delle coop. Avevo contro i consiglieri del Movimento che non hanno mai digerito la mia leadership, che non si presentavano in consiglio, se ne stavano a casa e io ogni volta temevo di non avere la maggioranza. Ho fatto presente la situazione a Luigi Di Maio con numerose mail ma non mi ha mai risposto. Beppe Grillo è venuto solo una volta e non è passato nemmeno a salutarmi. Forse, a Roma, i vertici del Movimento pensano che amministrare una città sia come gestire un comitato. Non ci sono competenze nell'amministrazione pubblica, manca una struttura politica». Ma mentre lei era sola, il Pd continuava a muoversi in squadra. «Proprio così. Nella questione del Conami ho avuto modo di vedere come agiscono i dem. Nel consorzio, che si occupa di gestire le partecipazioni nella multiservizi Hera, ma anche le farmacie, con la società pubblica Sphera e la società If, attiva nel turismo su Imola e Faenza, ci sono 10 dei 18 Comuni ravennati e Imola ha il 65% delle azioni. Però pur avendo la maggioranza, a causa della modifica dello statuto avvenuta lo scorso mandato, la mia città non può decidere da sola: serve la maggioranza dei 23 sindaci che compongono l'assemblea. Quando ho proposto una rosa di nomi per il nuovo cda mi sono trovata tutti i sindaci del Pd contro. Non solo. Non ho avuto alcun supporto dai vertici nazionali. Eppure Imola è il terzo Comune più grande amministrato dal Movimento. Allora ho capito che ero sola e il Pd ne ha approfittato». In che modo? «Hanno manovrato dentro il Consiglio e creato una situazione da guerra all'ultimo colpo. E con questi dovremmo continuare a governare il Paese?» Me lo dica lei: continuare con Nicola Zingaretti o andare a elezioni? «Meglio il voto che questa farsa. Possibile che nessuno si renda conto che più passa il tempo e più il Pd si impossessa del Movimento, gli lega le mani, gli fa perdere la sua natura originaria. L'esito elettorale in Umbria è stato un avvertimento. Se ci dovesse essere un bis in Emilia Romagna, staccare la spina diventa un passo inevitabile. A meno di non volersi consegnare mani e piedi alla sinistra». Cosa dice la sua base, i cittadini che l'hanno votata? Quale è il sentiment dei militanti 5 stelle a Imola? «Ho ricevuto numerose attestazioni di solidarietà. Chi mi ha votato non capisce più la linea politica dei vertici del Movimento. Mi chiedono: ma come, abbiamo sparato a zero contro il Pd, abbiamo detto mai con il partito di Bibbiano e poi finiamo al governo insieme? Poi per cosa? Per sfornare una manovra che porta il timbro della sinistra, una manovra di tasse. Nessuno capisce. Non si può continuare ad andare a braccetto con un partito che ha dietro certi poteri. Allora o io chinavo la testa, assecondando questa linea politica e facevo parte del sistema o ne uscivo». C'è chi dice che lei ha altri progetti politici. «Io voglio potermi guardare allo specchio la mattina e parlare con chiarezza a quanti hanno creduto in me in questi mesi. Dovrò anche cercarmi un lavoro, dal momento che al momento dell'elezione ho lasciato la mia occupazione».
(Ansa)
In alcune città sono stati anche affissi dei manifesti che celebrano alcune delle splendide qualità dell’Unione europea. Sono ripresi direttamente dal sito della Commissione Ue, e sono veramente formidabili. La Commissione li presenta con un comunicato commovente dal titolo «La democrazia merita di essere protetta», e già basterebbe a farsi una idea. «Che si tratti di scorrere le notizie online, guardare i tuoi programmi preferiti in streaming o discutere con gli amici al bar, la democrazia all’interno dell’Ue ci garantisce la libertà nei gesti della vita di tutti i giorni», dice il testo. «È difficile immaginare una vita senza queste forme di libertà. Tuttavia, i diritti e le libertà che abbiamo oggi non sono sempre stati garantiti, ma sono stati costruiti e difesi di generazione in generazione. Oggi», spiega la Commissione, «i principi democratici sono messi sempre più a dura prova, anche in Europa. Insieme però possiamo arginare questo fenomeno».
Viene da chiedersi chi sia il responsabile di tale scempio. Chi mette a dura prova i principi democratici? Viene il sospetto che la Commissione ce l’abbia con i suoi nemici di sempre: sovranisti, populisti, destre ed euroscettici in genere. Veramente strabiliante: l’Ue si vanta della sua democrazia producendo un comunicato che sembra una caricatura della propaganda di regime. Sentite come prosegue il documento: «Anche tu puoi aiutare a dare forma alla democrazia in Europa. Esprimendo il tuo voto nelle elezioni locali, regionali, nazionali ed europee, puoi difendere le tue idee e i tuoi valori. Puoi anche avviare un’iniziativa dei cittadini per far approvare nuove legislazioni, condividere le tue opinioni sulle politiche in atto, presentare petizioni all’Ue su questioni che ti stanno a cuore o fare volontariato nella tua comunità. Il potere è nelle tue mani. Proteggere la democrazia e rafforzare la resilienza democratica dei cittadini, delle società e delle istituzioni è uno sforzo collettivo urgente per proteggere ciò che conta per gli europei. Per proteggere i nostri valori democratici, le nostre libertà e il nostro stile di vita». Di nuovo, viene da chiedersi: proteggere da chi? Da chi dobbiamo guardarci? Da Putin? Dall’Iran? Da Trump?
I manifesti ispirati a questi sublimi concetti, dicevamo, sono memorabili. Sono tutti più o meno simili. Mostrano immagini di giovani che si suppone siano europei e hanno tre slogan diversi: stampa libera, espressione libera, scienza libera. E se non li avessimo visti nelle strade penseremmo a uno scherzo.
Il fatto è che stampa, espressione e scienza sono esattamente le cose che l’Unione Europea da anni minaccia. Riprendendo il comunicato della Commissione Ue, potremmo dire che il nostro stile di vita e i nostri valori sono sì sotto pressione e sotto attacco, ma a metterli in pericolo non sono chissà quali nemici esterni: sono semmai i burocrati di Bruxelles a costituire la principale minaccia. L’Ue ha clamorosamente cercato di controllare la libera scienza durante l’emergenza Covid, diventando il principale ostacolo alla diffusione di informazioni. Da anni cerca di porre limiti ai social network, di dare la caccia ai dissidenti e di colpire chi osa uscire dai confini del politicamente corretto. Inoltre, come ha dimostrato il ricercatore Thomas Fazi, spende milioni per farsi propaganda sui media. Se la democrazia in Europa è a rischio, occorre ringraziare Bruxelles.
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Christine Lagarde (Ansa)
Questo contrasto è apparso evidente nel confronto tra diversi report con le preoccupazioni sulla crescita economica dell’Eurozona, da una parte, e dall’altra, un intervento di Piero Cipollone, membro del consiglio esecutivo della Bce, la Banca centrale europea che tiene sotto controllo la dinamica inflazionistica.
È il dilemma con cui si stanno confrontando i diversi decisori nel tentativo di evitare una crisi pesante dell’economia reale - che richiede interventi a favore delle attività produttive e di aiuto alle famiglie - ma anche di non correre il rischio di una spirale inflazionistica che metterebbe in difficoltà non solo famiglie e consumatori ma anche i grandi numeri della finanza pubblica.
Cipollone ha parlato a Milano al Festival dello sviluppo sostenibile e, pur con la cautela propria dei banchieri centrali, non ha escluso l’eventualità di un aumento dei tassi e quindi del costo del denaro. «La situazione attuale sembra discostarsi dalle nostre proiezioni di base di marzo» - ha detto l’esponente Bce - e per questo «aumenta la probabilità che potremmo dover adeguare i nostri tassi di interesse». L’obiettivo è di contenere gli effetti a catena del caro-carburanti per evitare che l’inflazione si discosti eccessivamente dal 2% da sempre indicato come il livello auspicabile a livello europeo. Ma è altrettanto evidente che l’effetto collaterale rischia di essere un impatto pesante sulla crescita. Nulla di deciso, anche perché le implicazioni del conflitto sull’inflazione e sull’attività economica a medio termine «dipenderanno dall’intensità, dalla durata e dalla propagazione dello shock dei prezzi dell’energia».
Ma secondo Piero Cipollone, la divisione dei compiti è chiara: di fronte a uno shock come quello che si sta registrando, «la politica monetaria può ancorare le aspettative e garantire il ritorno dell’inflazione all’obiettivo nel medio termine», mentre è la politica fiscale che «può attenuare l’impatto sull’attività economica». Quindi la palla per la crescita passa ai governi e alla Ue. La preoccupazione per la scarsa crescita e i rischi di recessione sono in aumento. L’indice S&P Global Pmi della produzione composita dell’Eurozona è sceso ad aprile al 48,8 (contro il 50,7 di marzo) toccando il minimo degli ultimi 17 mesi. Anche l’indice che riguarda il terziario ha toccato il minimo degli ultimi 5 anni: al 47,6 contro il 50,2 di marzo. Poiché la soglia 50 separa la crescita dalla contrazione, siamo passati a una fase negativa. Se aggiungiamo un aumento, sempre secondo S&P, dei prezzi di vendita come non si vedeva da almeno tre anni, l’incubo è quello, temutissimo della stagflazione: prezzi in rialzo in una economia depressa. Ora, l’indagine evidenzia un andamento migliore della produzione in Italia e Irlanda (ancora positivo) mentre è negativo per Germania, Francia e Spagna, ma certo il quadro appare preoccupante, con un indice di fiducia dell’Eurozona fortemente peggiorato per i prossimi 12 mesi. Così le proposte italiane di interventi e politiche europee adeguati alla situazione appaiono non solo di buon senso ma obbligati e indispensabili.
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Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
Il pensiero ha fatto breccia persino nelle stesse stanze del Mic, da anni cornucopia di prebende e assegni pesantissimi alle opere intellettuali degli amici intellò. Solo che, dalle parti di via del Collegio Romano, devono aver trovato difficile, se non proprio impossibile, estirpare questa prassi, ormai evidentemente ben radicata, dei finanziamenti a pioggia a opere discutibili o firmati dai soliti membri del circoletto rosso. E così il dicastero guidato da Alessandro Giuli e dalla sottosegretaria con delega al Cinema, Lucia Borgonzoni, sì è visto costretto a chiedere l’intervento della Guardia di finanza dopo i risultati (leggasi: contributi e tax credit) delle commissioni preposte alla valutazione delle opere prima del sì o no definitivo al sostegno economico.
La telefonata dagli uffici del ministero in direzione delle Fiamme gialle è partita il 9 aprile scorso. I finanziari si sono presentati nella sede del Mic il successivo lunedì 13 aprile. Hanno ascoltato quello che i loro interlocutori avevano da dire e hanno acquisito la documentazione sui contributi concessi a numerosi film. La Verità è in grado di anticipare qualche nome di pellicola finita nel mirino della Finanza.
Il primo è Tradita, un «thriller sentimentale» (così è definito) diretto da Gabriele Altobelli, girato per tre settimane nelle Marche (anche se è stato bocciato dalla Film commissione regionale) e che segna il ritorno al cinema di Manuela Arcuri come protagonista. Distribuito nei cinema a marzo, è scritto e sceneggiato da Steve Della Casa, ex militante di Lotta continua e coinvolto nell’indagine sull’attentato al bar Angelo azzurro di via Po, a Torino, dove mori bruciato un giovane studente, nel 1977, dopo il lancio di una bomba Molotov. Tradita, finora, ha racimolato 26.074 euro al botteghino, «tenendo incollati» alla poltrona ben 3.631 spettatori. Per questo film che non sta proprio sbancando il box office, lo Stato ha garantito ben 1,2 milioni e rotti di euro di Tax credit, a fronte di un costo complessivo di produzione di 2,9 milioni. Il lungometraggio è stato prodotto dalla Mattia’s film, oscura srl romana di proprietà di Giovanni Di Gianfrancesco e Alfonsina Libroja, amministratrice unica della società che «vanta» un capitale sociale di 40.000 euro.
Le altre pellicole finite nel mirino della Finanza, su segnalazione del Mic, sono Solo se tu canti - L’irresistibile storia di Gigi D’Alessio, diretto da Luca Miniero, che ha portato a casa 1.050.000 milioni su un costo complessivo di 6,8, Tony Pappalardo Investigation di Pier Francesco Pingitore, che ha ottenuto 800.000 euro di sgravi, Il tempo delle mele cotte di Andrea Muzzi, con altri 400.000 euro di aiuti, e La leggenda sul Grappa, misterioso film prodotto dalla Marte Studios di Guglielmo Brancato che è valso ai produttori ben 572.000 euro di contributi.
La cronaca recente ha visto spesso gli uomini delle Fiamme gialle aggirarsi per gli uffici del ministero della Cultura: l’ultima «visita» era avvenuta a marzo, per acquisire la documentazione relativa alla produzione di alcune pellicole targate The Apartment, controllata dal colosso Fremantle: acquisiti documenti, contratti e rapporti economici legati alla produzione della prima stagione della serie M. Il figlio del secolo, diretta da Joe Wright, tratta dall’omonimo libro di Antonio Scurati e incentrata sul primo Benito Mussolini, del film del 2024 Queer, di Luca Guadagnino, con Daniel Craig, e Finalmente l’alba, pellicola sempre del 2024 scritta e diretta da Saverio Costanzo e prodotta direttamente da Fremantle. In precedenza, a ottobre 2025, i finanziari avevano acquisito altri documenti relativi al Tax credit concesso ad alcune pellicole, nell’ambito di un’inchiesta della procura di Roma sul sistema di aiuti al settore messo in piedi dall’ex ministro del Pd, Dario Franceschini: sotto la lente dei pm, erano finiti film come L’immensità di Emanuele Crialese, Siccità di Paolo Virzì e ancora Finalmente l’alba di Saverio Costanzo.
Intanto, a livello politico, le opposizioni cercano di infilarsi nelle difficoltà di Giuli nel gestire la pratica dei finanziamenti al settore. «Giuli ha rivolto un appello a non sprecare l’occasione di una riforma parlamentare condivisa che dia risposte e stabilità al mondo del cinema e dell’audiovisivo. Giova ricordare che se quell’occasione c’è è per una iniziativa delle opposizioni che, sfruttando gli spazi riservati alle minoranze, calendarizzato le proprie proposte di riforma», hanno affermato in una nota i deputati dei gruppi di Pd, M5s, Avs, talia viva e Azione della commissione Cultura della Camera. Dialogo sì, dunque, ma alle condizioni della sinistra: lo ha ribadito anche il segretario del Pd, Elly Schlein: «La disponibilità al confronto c’è, ma a partire dalle nostre proposte già calendarizzate».
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Marco Rubio (Ansa)
Secondo una nota del governo di Washington, oggi si discuterà «della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale». Inoltre, qualche dettaglio in più è stato lo stesso Rubio a fornirlo l’altro ieri sera. «C’è molto di cui parlare con il Vaticano», ha detto il segretario di Stato americano, per poi aggiungere: «Il papa è appena rientrato da un viaggio in Africa, dove la Chiesa sta crescendo in modo molto dinamico, e abbiamo condiviso le preoccupazioni sulla libertà religiosa in diverse parti del mondo. Ci piacerebbe parlarne con loro». «Siamo disposti a fornire ulteriori aiuti umanitari a Cuba, distribuiti tramite la Chiesa, ma il regime cubano deve consentircelo», ha proseguito. «Il Papa è ovviamente il Vicario di Cristo, ma è anche il capo di uno Stato nazionale, un’organizzazione presente in oltre cento Paesi in tutto il mondo, e noi collaboriamo spesso con il Vaticano proprio perché è presente in molti luoghi diversi», ha anche detto.
Insomma, Rubio ha cercato di smorzare la tensione, mentre Parolin, pur bollando ieri come «strane» le critiche di Donald Trump al pontefice, ha definito gli Usa un «interlocutore» e non ha escluso in futuro un colloquio diretto tra i due leader. Da entrambe le parti si sta quindi tentando di rasserenare il clima, dopo i recenti attriti tra il presidente americano e Leone, scoppiati soprattutto a causa della guerra in Iran: guerra rispetto a cui, ieri, Parolin ha invocato il ricorso al «negoziato». Non è del resto un mistero che la Casa Bianca sia ai ferri corti con l’episcopato cattolico statunitense su vari dossier: dalla stessa crisi iraniana all’immigrazione clandestina. Dall’altra parte, il quadro generale ha una sua complessità. Al netto degli attriti con i vescovi, Trump, nel 2024, ha conquistato la maggioranza del voto cattolico, facendo leva sull’irritazione che quel mondo nutriva verso l’ala woke del Partito democratico statunitense. La missione odierna del cattolico Rubio è quindi innanzitutto quella di ricucire i recenti strappi con la Santa Sede.
Tuttavia, è al contempo possibile che sul tavolo ci sarà anche dell’altro. E un’indicazione è arrivata dallo stesso Rubio quando ha affermato che, tra le altre cose, si parlerà di libertà religiosa. E qui torna in mente un precedente. Tra settembre e ottobre 2020, il segretario di Stato americano della prima amministrazione Trump, Mike Pompeo, si recò a Roma. Nell’occasione, tenne un discorso sulla libertà religiosa e, al contempo, ebbe delle tensioni con Parolin a causa dell’accordo che, nel 2018, la Santa Sede aveva firmato con la Cina sulla nomina dei vescovi. Pompeo cercò di convincere il cardinale a bloccare il rinnovo dell’intesa, senza riuscirci. Un’intesa che, nello stesso 2018, era stata criticata proprio da Rubio, all’epoca senatore della Florida.
Il Partito repubblicano ha sempre visto quell’accordo come il fumo negli occhi: un accordo che ha suscitato lo scetticismo anche di vari settori della stessa Chiesa statunitense. «Il mio istinto mi dice anche che non si può negoziare con queste persone. Potrebbe essere straordinariamente controproducente», affermò, nel 2021, il cardinale Timothy Dolan, riferendosi ai vertici del Partito comunista cinese. La stessa Conferenza episcopale statunitense, nel 2024, pur non criticandola apertamente, si mostrò guardinga sull’intesa tra Santa Sede e Cina. «Resta da vedere se la speranza del Vaticano di costruire fiducia e amicizia attraverso il dialogo porterà frutti concreti in miglioramenti della libertà religiosa», dichiarò.
L’accordo -rinnovato per altri quattro anni nel 2024- è stato nuovamente difeso, a ottobre scorso, da Parolin, che fu il suo principale artefice, insieme a gruppi favorevoli alla distensione con Pechino, come la Compagnia di Gesù e la Comunità di S. Egidio: tutte realtà filocinesi che erano uscite sconfitte dal conclave dell’anno scorso. E qui arriviamo al nodo. Nonostante Leone abbia parzialmente raffreddato la spinta pro Pechino del predecessore, l’amministrazione Trump si attendeva un cambio di passo più deciso nella politica estera vaticana. La Casa Bianca teme infatti che la Cina possa approfittare dell’accordo con Roma per rafforzare la propria influenza sull’America Latina, che è notoriamente a maggioranza cattolica. Il che è visto con preoccupazione da Trump, che ha rilanciato la Dottrina Monroe col chiaro intento di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Leone, dal canto suo, sa di doversi muovere con circospezione per evitare strappi traumatici in seno alla Chiesa. Dall’altra parte, però, a ottobre ha sottolineato l’estrema importanza della libertà religiosa, definendola un diritto «essenziale». È quindi su questo terreno che, forse, il Papa e Rubio cercheranno di trovare oggi una convergenza.
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