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2019-11-04
«Noi, popolo 5 stelle
ora temiamo di sparire»
Ansa
«Alleati con il Pd? Mai più»; «Chi glielo va a spiegare ai nostri elettori che per una decisione dei vertici di Roma, ora dobbiamo andare a braccetto con chi fino a ieri abbiamo contrastato»; «Già l'alleanza di governo è stata mal digerita, ma con molti mal di pancia ci siamo passati sopra in nome di alcuni obiettivi raggiunti… Però sul territorio è un'altra cosa», «Attendiamo risposte dal gruppo dirigente di Roma, le elezioni sono alle porte e non sappiamo cosa fare», «Il Movimento va riformato, bisogna tornare ai valori fondativi»; «Meglio correre da soli e magari non farcela piuttosto che matrimoni contro natura».
Sono queste le voci che si levano dalla base dei 5 stelle. Consiglieri comunali, regionali, sindaci di Comuni grandi o con poche migliaia di abitanti, convergono tutti su un punto: l'esperimento dell'Umbria non si può ripetere. L'esito elettorale ha aperto una discussione all'interno del Movimento che si è concretizzato in un documento noto come Carta di Firenze, attorno al quale stanno convergendo rappresentanti territoriali ma anche ignoti militanti, che chiedono un ripensamento della struttura del Movimento in chiave «democratica», un maggior coinvolgimento della base e soprattutto messaggi chiari sulle strategie politiche. Anche perché altre tornate elettorali sono alle porte. E la confusione sulla direzione da prendere regna sovrana.
Nella città di Trento, da sempre in mano alla sinistra, i 5 stelle sono riusciti a conquistare, nel 2015, il 9% e tre consiglieri. «A maggio 2020 ci sono le elezioni ma noi non abbiamo avuto ancora indicazioni dallo staff dirigenziale di Roma su come muoverci. Abbiamo abboccamenti da destra, da sinistra e dalle liste civiche ma finora non ci siamo mossi. Gli altri partiti si stanno organizzando, noi siamo bloccati», afferma Paolo Negroni, consigliere comunale. Di alleanza con i dem non ne vuol sentir parlare. «Per cinque anni siamo stati alternativi alla sinistra, l'abbiamo combattuta, sarebbe difficile spiegare agli elettori un cambio di marcia. La soluzione? Un accordo con le liste civiche ma stando attenti che non siano fasulle e nascondano ex rappresentanti dei vecchi partiti. La scorsa estate abbiamo inviato una lettera a Roma chiedendo come posizionarci, ma stiamo ancora aspettando. A ogni elezione cambiamo le regole e siamo disorientati. Abbiamo anche chiesto di fare una votazione sulla piattaforma Rousseau per raccogliere i pareri del territorio, ma non abbiamo avuto risposta». Poi dice fuori dai denti che «se i vertici imporranno un'alleanza, il risultato sarebbe disastroso. Non so quanti rimarrebbero nel Movimento». Il problema primario è la lontananza tra la base e Roma, quel Palazzo che i fondatori dei 5 stelle avevano demonizzato. «Manca l'ascolto a livello nazionale degli organi territoriali. Ci sentiamo abbandonati a noi stessi».
L'Emilia Romagna è il prossimo test elettorale per il M5s. A Imola, dopo le dimissioni del sindaco Manuela Sangiorgi, che aveva espugnato dopo 70 anni un feudo rosso, la base è in fermento. Il capogruppo del Movimento in consiglio comunale, Andrea Cerulli, fa da megafono al malessere dei militanti. «Se nasci come partito antisistema non puoi fare alleanze con il sistema, se nasci dal basso, dal popolo, non si può andare a braccetto con chi ha dietro i poteri forti. Bisogna essere coerenti con i propri valori e non aver paura del voto». Allora quale strada? «Bisognerebbe tornare al voto anche a livello nazionale e andare da soli. Il rischio è di farci fagocitare dal Pd». E racconta la sua esperienza: «L'ho visto in consiglio comunale come si muove la sinistra. È camaleontica, pronta a fare accordi con chiunque pur di conservare le poltrone».
Nelle Marche l'orma della sinistra, con la giunta guidata da Luca Ceriscioli, è profonda. Ma la gestione della ricostruzione post terremoto e le problematiche legate alla sanità hanno fatto esplodere il malcontento.
A Fabriano il sindaco Gabriele Santarelli non le manda a dire. «Preferisco stare cinque anni all'opposizione, come la sappiamo fare noi, piuttosto che vincere abbracciati al Pd e non riuscire a fare quello che dobbiamo fare». Poi rivela le manovre di un inciucio. «Alcuni nel Pd, insieme al nostro capogruppo in Regione, si stanno muovendo, in vista del voto nel 2020, per promuovere un accordo simile a quello in Umbria con un candidato civico appoggiato da due liste». E batte l'accento sulle riforme del sistema sanitario locale, «a colpi di tagli dei posti letto, riduzione del personale a tutto vantaggio delle strutture private, e lo svuotamento delle strutture nell'entroterra». E avverte: «In caso di alleanze con il Pd io mi tiro indietro».
Accordo con la società civile o percorso solitario, è l'opzione che vede possibile anche Romina Pergolesi, consigliere regionale Marche. «Bisogna tornare allo spirito originario, ascoltare i territori. Bisogna incontrarci più spesso approfondendo le tematiche, serve più dialogo».
Nel piccolo Comune di Castel di Lama, nell'Ascolano, il sindaco Mauro Bochicchio spiega perché «il rapporto tra M5s e Pd nelle Marche sarebbe difficilmente comprensibile da parte dell'elettorato». Ricorda il progetto dell'ospedale unico fortemente voluto dal governatore Ceriscioli, che «priverebbe i due Comuni più popolosi, Ascoli e San Benedetto, di una loro struttura ospedaliera con tutti i disagi conseguenti per gli spostamenti». Anche il sindaco di Castelfidardo, provincia di Ancona, Roberto Ascani, ritiene che «la gestione Ceriscioli della sanità abbia scavato un solco incolmabile con i 5 stelle» e reso impossibile qualsiasi accordo elettorale. «Non abbiamo ricevuto alcuna indicazione dai vertici del Movimento e penso voglia dire che andiamo da soli».
Nel Lazio, il consigliere regionale pentastellato, Davide Barillari, non usa tante diplomazie. «Abbiamo vissuto l'alleanza nazionale con il Pd con particolare sensibilità, dal momento che il segretario dem, Nicola Zingaretti, è anche presidente della Regione. L'esperienza diretta con la sinistra ci fa dire che sarebbe un abbraccio dannoso e mortale per il Movimento. Non possiamo comportarci, a livello territoriale, in un modo su alcuni temi come gli inceneritori e la Tav e poi sul piano nazionale agire diversamente». Barillari tira il sasso: «Il dialogo con il Pd è pericoloso. È un partito che ha ramificazioni ovunque, nella stampa, nella magistratura, negli enti. Noi e il Pd parliamo lingue diverse. Prendiamo la sanità. Dietro i loro discorsi si vede che i loro interessi sono la spartizione delle Asl, le nomine, non i cittadini, le liste d'attesa. Il confronto è complicato, abbiamo obiettivi diversi».
Simone Sollazzo, consigliere del comune di Milano, batte il tasto sul recupero dell'identità politica. «Bisogna tornare ai nostri valori, definire un progetto politico chiaro e allora possiamo anche correre da soli o sederci al tavolo e imporre la nostra linea». E rilancia: «Va ridata centralità agli attivisti».
In Veneto nessun dubbio. Erika Baldin, presidente del gruppo M5s in consiglio regionale, è tranchant: «Ogni alleanza con il Pd è esclusa, invece porte aperte alla società civile. A livello nazionale è diverso perché non avendo il 51% abbiamo bisogno di unirci ad altre forze. L'importante è raggiungere i nostri obiettivi. Se questa alleanza fallirà lo decideremo tra tre anni. Non si può andare ad elezioni dopo tre mesi». A Vigonovo (Venezia), 10.000 abitanti, il sindaco Andrea Danieletto ribadisce che in Veneto «non ci sono le condizioni per un accordo con il Pd» e mette in guardia dal rischio di liste civiche «camuffate». Per Roberto Castiglion, sindaco di Sarego, provincia di Vicenza, il Movimento «dovrebbe correre da solo. Abbiamo carte da giocarci. Stiamo portando avanti una battaglia contro l'inquinamento delle falde acquifere. La gente è con noi, non capirebbe un cambio di passo». Insomma, la panoramica è chiara: la classe dirigente che con fatica il M5s ha costruito sui territori è delusa. Non si fida della sinistra, ritiene che quello con il Pd sia stato un abbraccio mortale. Soffre e rimpiange lo spirito delle origini.
I meetup stanno sparendo: «Noi ininfluenti su Rousseau»
Inascoltati a Roma e ormai svuotati di presenze, i meetup degli «Amici di Grillo», le piazze virtuali in cui si è sviluppato il Movimento a partire dal 2005, sono stati abbandonati a favore dei social o perché i gruppi hanno cessato di funzionare. Nacquero quando la pressione dei commenti sul blog del leader era diventata ingestibile; il comico genovese dichiarò di averli mutuati dal democratico americano Howard Dean, che nel 2004 si servì della piattaforma per promuovere la partecipazione dal basso durante la sua campagna elettorale. Dovevano favorire le discussioni online, l'impegno sul territorio in tematiche di interesse comune, erano utili per organizzare riunioni.
Sul sito si legge che i meetup oggi sono 583, con 114.481 membri. I numeri cambiano e calano ogni giorno «ma non sono ufficiali. Moltissimi “Amici di Beppe Grillo" non esistono più da un paio d'anni», sostiene Davide G. Porro, attivista nell'Alto Milanese. «I gruppi preferiscono incontrarsi su pagine Facebook, hanno aperto un loro forum o si sono estinti. Gli attivisti, non più di 9.000 in tutto il Paese, vivono il Movimento in prima persona, ci mettono la faccia nell'impegno locale, ma il 70% è scontento della gestione pentastellata perché sulla piattaforma Rousseau, con 117.000 iscritti, loro rappresentano una minoranza. Quando le decisioni vengono votate a livello nazionale, non hanno possibilità di farsi sentire». Il malcontento diffuso per battaglie storiche abbandonate o contraddette, quali «la Gronda di Genova, il passante di Bologna, o il quadruplicamento della linea ferroviaria Rho-Gallarate, che hanno ottenuto il via libera da Roma, sconfessano la linea dei 5 stelle», aggiunge Porro.
«I meetup non esistono più. In città abbiamo i gruppi circoscrizionali, i gruppi tematici che lavorano su problemi del territorio», conferma Davide Carretto, consigliere comunale del M5s a Torino. «La partecipazione degli attivisti? A Torino saranno circa 300, ma senza una tessera è difficile contarli. Gli iscritti alla piattaforma sono poco più di 2.000. Se dobbiamo parlare di alleanza con il Pd, i problemi li abbiamo a livello locale perché ci sono troppe divergenze tra noi e i dem. La gestione condivisa sarebbe impossibile, per differenza di impostazione storica. Quello che facciamo come 5 stelle a loro non va bene».
Subito dopo la formazione del governo giallorosso, nel gruppo Facebook del M5s Acerra, l'attivista Francesco Imbaldi pubblicava questo post: «Ministri senza portafoglio a noi, e al Pd i ministri dell'Economia, quei ministeri che indirizzano la politica, quei dicasteri che sono l'essenza della politica stessa. Hanno già preso il dominio. Giuseppe Conte poi gioca per sé stesso... Speriamo bene, comunque se la Lega ci aveva dimezzato speriamo che questi non ci cancellano». Per Marco Cardillo, consigliere comunale a Cornaredo, in provincia di Milano, la colpa dei 5 stelle al governo «è che si sono estraniati dalla realtà del territorio. Bisogna tornare a parlare di temi che stanno a cuore ai cittadini, altro che far votare sì o no». Contrario all'alleanza con il Pd, «siamo corpi estranei che non possono coincidere» e tra i sostenitori della Carta di Firenze, Cardillo dichiara di «non aver voluto nemmeno l'alleanza con la Lega, comunque forza populista e con punti in comune con noi. I leghisti dovevano fare un governo di centrodestra e i 5 stelle stare all'opposizione, forti di oltre il 32% dei voti degli italiani alle politiche del 2018».
Stefano Rallo, storico attivista del M5s di Marsala, nel 2017 si era candidato alle regionali in Sicilia. Arrivò secondo per numero di preferenze nella città siciliana, la presidenza andò al centrodestra ma quello pentastellato risultò il primo partito dell'isola, con il 26,7% dei suffragi. Per la sinistra fu un tonfo. Lo scorso 12 settembre, con un post su Facebook, Rallo annunciava che si era concluso l'iter della sua cancellazione dal Movimento. «Me ne sono andato subito dopo aver votato “no" all'accordo con il Pd per formare un nuovo governo. Siamo diventati quello che non volevamo», commenta amaro. Dieci anni fa aveva accolto con entusiasmo la nascita della creatura politica di Grillo, seguendo da informatico la crescita dei meetup. «Funzionavano, agivamo da tramite tra le esigenze dei cittadini e i referenti regionali, nazionali, europei. Poi, con la scelta del capo politico, il Movimento è diventato verticistico, i portavoce sono diventati deputati e senatori, non hanno ascoltato più le richieste della base. Non ce l'ho con Luigi Di Maio, ma “l'uno vale uno" non vale più. Abbiamo fatto lo stesso errore del Pd che ha perso il contatto con il territorio e ne paga le conseguenze».
Rallo condanna «l'utilizzo della piattaforma Rousseau per fare pressione sui fan. Una propaganda, a partire dal video di Grillo, che il Movimento mai si era permesso di fare prima. Sarà per questo che in Sicilia pochissimi hanno risposto con un sì all'accordo con i dem». Conclude: «Beppe Grillo decida se vuole fare il segretario del Pd, non mescoli il Movimento con il Pd o con la Lega. Solo tornando alle origini i 5 stelle possono riacquisire quello che hanno perso».
Sul gruppo Fb del M5s Emilia Romagna, Nicola Liuzzi commenta: «Io adesso non so cosa hanno in mente i nostri strateghi politici che vanno da Beppe Grillo a Davide Casaleggio, visto che hanno voluto questa accelerazione di trasformazione del movimento. Mi pongo delle domande. Beppe l'elevato ha deciso di uccidere la propria creatura, cioè tutti noi, per rimanere nella storia da elevato come quando un campione di calcio abbandona il calcio a fine carriera a testa alta?».
«Ho sconfitto i rossi dopo 70 anni e Grillo non ha mai voluto vedermi»
«Ho toccato con mano cosa vuol dire lavorare fianco a fianco con il Pd nell'amministrazione di una città e posso dire, per esperienza diretta, che è stata un'esperienza terrificante. Sono solo preoccupati di favorire i consorzi e le cooperative, di spartirsi le poltrone alla faccia dei cittadini. E il mio Movimento, cosa fa? Continua con questa alleanza nefasta nel governo del Paese. Suvvia, ma un po' di autocoscienza quando si fa? Dobbiamo aspettare di sprofondare nei consensi? Abbiamo perso sei milioni di voti e insistiamo ad andare a braccetto con il Pd». Manuela Sangiorgi si è appena tolta la fascia tricolore, non vuole più essere il sindaco di Imola, si è «sentita tradita». È un fiume in piena e spara bordate contro i vertici del Movimento, che «mi hanno lasciata sola, come hanno fatto in tante realtà comunali» e contro «l'assurda politica» del governo con la sinistra, che «ha tradito lo spirito originario dei 5 stelle».
La prima cittadina cade dopo meno di un anno e mezzo dalle elezioni del 2018, quando al ballottaggio riuscì a strappare il 55,4% dei voti in una città roccaforte rossa. «Durante la campagna elettorale avevo metà governo qui presente ma il giorno dopo la vittoria erano tutti scomparsi. Avevo bisogno di supporto, di risposte, ma dai vertici del Movimento ho avuto solo il silenzio. Il rischio era di diventare un burattino nelle mani del Pd. Così ho deciso di lasciare».
La vittoria dei 5 stelle a Imola aveva avuto un significato simbolico. La sinistra era fortemente radicata sul territorio per la presenza di moltissime grandi cooperative che per anni sono state una forma di finanziamento e un bacino di consenso. Dopo 18 mesi la frana. Ora si attende la nomina di un commissario prefettizio.
Come si è arrivati a questo?
«Mi sono trovata da sola mentre il Pd, nonostante la sconfitta, continuava a tenere in pugno il territorio tramite la rete dei consorzi e delle coop. Avevo contro i consiglieri del Movimento che non hanno mai digerito la mia leadership, che non si presentavano in consiglio, se ne stavano a casa e io ogni volta temevo di non avere la maggioranza. Ho fatto presente la situazione a Luigi Di Maio con numerose mail ma non mi ha mai risposto. Beppe Grillo è venuto solo una volta e non è passato nemmeno a salutarmi. Forse, a Roma, i vertici del Movimento pensano che amministrare una città sia come gestire un comitato. Non ci sono competenze nell'amministrazione pubblica, manca una struttura politica».
Ma mentre lei era sola, il Pd continuava a muoversi in squadra.
«Proprio così. Nella questione del Conami ho avuto modo di vedere come agiscono i dem. Nel consorzio, che si occupa di gestire le partecipazioni nella multiservizi Hera, ma anche le farmacie, con la società pubblica Sphera e la società If, attiva nel turismo su Imola e Faenza, ci sono 10 dei 18 Comuni ravennati e Imola ha il 65% delle azioni. Però pur avendo la maggioranza, a causa della modifica dello statuto avvenuta lo scorso mandato, la mia città non può decidere da sola: serve la maggioranza dei 23 sindaci che compongono l'assemblea. Quando ho proposto una rosa di nomi per il nuovo cda mi sono trovata tutti i sindaci del Pd contro. Non solo. Non ho avuto alcun supporto dai vertici nazionali. Eppure Imola è il terzo Comune più grande amministrato dal Movimento. Allora ho capito che ero sola e il Pd ne ha approfittato».
In che modo?
«Hanno manovrato dentro il Consiglio e creato una situazione da guerra all'ultimo colpo. E con questi dovremmo continuare a governare il Paese?»
Me lo dica lei: continuare con Nicola Zingaretti o andare a elezioni?
«Meglio il voto che questa farsa. Possibile che nessuno si renda conto che più passa il tempo e più il Pd si impossessa del Movimento, gli lega le mani, gli fa perdere la sua natura originaria. L'esito elettorale in Umbria è stato un avvertimento. Se ci dovesse essere un bis in Emilia Romagna, staccare la spina diventa un passo inevitabile. A meno di non volersi consegnare mani e piedi alla sinistra».
Cosa dice la sua base, i cittadini che l'hanno votata? Quale è il sentiment dei militanti 5 stelle a Imola?
«Ho ricevuto numerose attestazioni di solidarietà. Chi mi ha votato non capisce più la linea politica dei vertici del Movimento. Mi chiedono: ma come, abbiamo sparato a zero contro il Pd, abbiamo detto mai con il partito di Bibbiano e poi finiamo al governo insieme? Poi per cosa? Per sfornare una manovra che porta il timbro della sinistra, una manovra di tasse. Nessuno capisce. Non si può continuare ad andare a braccetto con un partito che ha dietro certi poteri. Allora o io chinavo la testa, assecondando questa linea politica e facevo parte del sistema o ne uscivo».
C'è chi dice che lei ha altri progetti politici.
«Io voglio potermi guardare allo specchio la mattina e parlare con chiarezza a quanti hanno creduto in me in questi mesi. Dovrò anche cercarmi un lavoro, dal momento che al momento dell'elezione ho lasciato la mia occupazione».
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Dopo la disfatta in Umbria, sindaci e consiglieri del Movimento raccontano il loro disagio. Il referto è unanime: «Mai più a braccetto con la sinistra». I meetup stanno scomparendo: «Noi ininfluenti su Rousseau». La base protesta: «L'accordo con il Pd? Siamo diventati quello che combattevamo». I gruppi di attivisti ridotti all'osso: dimenticati dai dirigenti, si spostano su Facebook. «Ho sconfitto i rossi dopo 70 anni e Grillo non ha mai voluto vedermi». Parla il sindaco di Imola Manuela Sangiorgi, che si è dimessa in polemica con i vertici pentastellati: «I dem erano il partito di Bibbiano e oggi stiamo al governo con loro? Il risultato è questa manovra tutta tasse. Siamo finiti con i poteri forti. Ma io non chino la testa». Lo speciale comprende tre articoli. «Alleati con il Pd? Mai più»; «Chi glielo va a spiegare ai nostri elettori che per una decisione dei vertici di Roma, ora dobbiamo andare a braccetto con chi fino a ieri abbiamo contrastato»; «Già l'alleanza di governo è stata mal digerita, ma con molti mal di pancia ci siamo passati sopra in nome di alcuni obiettivi raggiunti… Però sul territorio è un'altra cosa», «Attendiamo risposte dal gruppo dirigente di Roma, le elezioni sono alle porte e non sappiamo cosa fare», «Il Movimento va riformato, bisogna tornare ai valori fondativi»; «Meglio correre da soli e magari non farcela piuttosto che matrimoni contro natura». Sono queste le voci che si levano dalla base dei 5 stelle. Consiglieri comunali, regionali, sindaci di Comuni grandi o con poche migliaia di abitanti, convergono tutti su un punto: l'esperimento dell'Umbria non si può ripetere. L'esito elettorale ha aperto una discussione all'interno del Movimento che si è concretizzato in un documento noto come Carta di Firenze, attorno al quale stanno convergendo rappresentanti territoriali ma anche ignoti militanti, che chiedono un ripensamento della struttura del Movimento in chiave «democratica», un maggior coinvolgimento della base e soprattutto messaggi chiari sulle strategie politiche. Anche perché altre tornate elettorali sono alle porte. E la confusione sulla direzione da prendere regna sovrana. Nella città di Trento, da sempre in mano alla sinistra, i 5 stelle sono riusciti a conquistare, nel 2015, il 9% e tre consiglieri. «A maggio 2020 ci sono le elezioni ma noi non abbiamo avuto ancora indicazioni dallo staff dirigenziale di Roma su come muoverci. Abbiamo abboccamenti da destra, da sinistra e dalle liste civiche ma finora non ci siamo mossi. Gli altri partiti si stanno organizzando, noi siamo bloccati», afferma Paolo Negroni, consigliere comunale. Di alleanza con i dem non ne vuol sentir parlare. «Per cinque anni siamo stati alternativi alla sinistra, l'abbiamo combattuta, sarebbe difficile spiegare agli elettori un cambio di marcia. La soluzione? Un accordo con le liste civiche ma stando attenti che non siano fasulle e nascondano ex rappresentanti dei vecchi partiti. La scorsa estate abbiamo inviato una lettera a Roma chiedendo come posizionarci, ma stiamo ancora aspettando. A ogni elezione cambiamo le regole e siamo disorientati. Abbiamo anche chiesto di fare una votazione sulla piattaforma Rousseau per raccogliere i pareri del territorio, ma non abbiamo avuto risposta». Poi dice fuori dai denti che «se i vertici imporranno un'alleanza, il risultato sarebbe disastroso. Non so quanti rimarrebbero nel Movimento». Il problema primario è la lontananza tra la base e Roma, quel Palazzo che i fondatori dei 5 stelle avevano demonizzato. «Manca l'ascolto a livello nazionale degli organi territoriali. Ci sentiamo abbandonati a noi stessi». L'Emilia Romagna è il prossimo test elettorale per il M5s. A Imola, dopo le dimissioni del sindaco Manuela Sangiorgi, che aveva espugnato dopo 70 anni un feudo rosso, la base è in fermento. Il capogruppo del Movimento in consiglio comunale, Andrea Cerulli, fa da megafono al malessere dei militanti. «Se nasci come partito antisistema non puoi fare alleanze con il sistema, se nasci dal basso, dal popolo, non si può andare a braccetto con chi ha dietro i poteri forti. Bisogna essere coerenti con i propri valori e non aver paura del voto». Allora quale strada? «Bisognerebbe tornare al voto anche a livello nazionale e andare da soli. Il rischio è di farci fagocitare dal Pd». E racconta la sua esperienza: «L'ho visto in consiglio comunale come si muove la sinistra. È camaleontica, pronta a fare accordi con chiunque pur di conservare le poltrone». Nelle Marche l'orma della sinistra, con la giunta guidata da Luca Ceriscioli, è profonda. Ma la gestione della ricostruzione post terremoto e le problematiche legate alla sanità hanno fatto esplodere il malcontento. A Fabriano il sindaco Gabriele Santarelli non le manda a dire. «Preferisco stare cinque anni all'opposizione, come la sappiamo fare noi, piuttosto che vincere abbracciati al Pd e non riuscire a fare quello che dobbiamo fare». Poi rivela le manovre di un inciucio. «Alcuni nel Pd, insieme al nostro capogruppo in Regione, si stanno muovendo, in vista del voto nel 2020, per promuovere un accordo simile a quello in Umbria con un candidato civico appoggiato da due liste». E batte l'accento sulle riforme del sistema sanitario locale, «a colpi di tagli dei posti letto, riduzione del personale a tutto vantaggio delle strutture private, e lo svuotamento delle strutture nell'entroterra». E avverte: «In caso di alleanze con il Pd io mi tiro indietro». Accordo con la società civile o percorso solitario, è l'opzione che vede possibile anche Romina Pergolesi, consigliere regionale Marche. «Bisogna tornare allo spirito originario, ascoltare i territori. Bisogna incontrarci più spesso approfondendo le tematiche, serve più dialogo». Nel piccolo Comune di Castel di Lama, nell'Ascolano, il sindaco Mauro Bochicchio spiega perché «il rapporto tra M5s e Pd nelle Marche sarebbe difficilmente comprensibile da parte dell'elettorato». Ricorda il progetto dell'ospedale unico fortemente voluto dal governatore Ceriscioli, che «priverebbe i due Comuni più popolosi, Ascoli e San Benedetto, di una loro struttura ospedaliera con tutti i disagi conseguenti per gli spostamenti». Anche il sindaco di Castelfidardo, provincia di Ancona, Roberto Ascani, ritiene che «la gestione Ceriscioli della sanità abbia scavato un solco incolmabile con i 5 stelle» e reso impossibile qualsiasi accordo elettorale. «Non abbiamo ricevuto alcuna indicazione dai vertici del Movimento e penso voglia dire che andiamo da soli». Nel Lazio, il consigliere regionale pentastellato, Davide Barillari, non usa tante diplomazie. «Abbiamo vissuto l'alleanza nazionale con il Pd con particolare sensibilità, dal momento che il segretario dem, Nicola Zingaretti, è anche presidente della Regione. L'esperienza diretta con la sinistra ci fa dire che sarebbe un abbraccio dannoso e mortale per il Movimento. Non possiamo comportarci, a livello territoriale, in un modo su alcuni temi come gli inceneritori e la Tav e poi sul piano nazionale agire diversamente». Barillari tira il sasso: «Il dialogo con il Pd è pericoloso. È un partito che ha ramificazioni ovunque, nella stampa, nella magistratura, negli enti. Noi e il Pd parliamo lingue diverse. Prendiamo la sanità. Dietro i loro discorsi si vede che i loro interessi sono la spartizione delle Asl, le nomine, non i cittadini, le liste d'attesa. Il confronto è complicato, abbiamo obiettivi diversi». Simone Sollazzo, consigliere del comune di Milano, batte il tasto sul recupero dell'identità politica. «Bisogna tornare ai nostri valori, definire un progetto politico chiaro e allora possiamo anche correre da soli o sederci al tavolo e imporre la nostra linea». E rilancia: «Va ridata centralità agli attivisti». In Veneto nessun dubbio. Erika Baldin, presidente del gruppo M5s in consiglio regionale, è tranchant: «Ogni alleanza con il Pd è esclusa, invece porte aperte alla società civile. A livello nazionale è diverso perché non avendo il 51% abbiamo bisogno di unirci ad altre forze. L'importante è raggiungere i nostri obiettivi. Se questa alleanza fallirà lo decideremo tra tre anni. Non si può andare ad elezioni dopo tre mesi». A Vigonovo (Venezia), 10.000 abitanti, il sindaco Andrea Danieletto ribadisce che in Veneto «non ci sono le condizioni per un accordo con il Pd» e mette in guardia dal rischio di liste civiche «camuffate». Per Roberto Castiglion, sindaco di Sarego, provincia di Vicenza, il Movimento «dovrebbe correre da solo. Abbiamo carte da giocarci. Stiamo portando avanti una battaglia contro l'inquinamento delle falde acquifere. La gente è con noi, non capirebbe un cambio di passo». Insomma, la panoramica è chiara: la classe dirigente che con fatica il M5s ha costruito sui territori è delusa. Non si fida della sinistra, ritiene che quello con il Pd sia stato un abbraccio mortale. 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Nacquero quando la pressione dei commenti sul blog del leader era diventata ingestibile; il comico genovese dichiarò di averli mutuati dal democratico americano Howard Dean, che nel 2004 si servì della piattaforma per promuovere la partecipazione dal basso durante la sua campagna elettorale. Dovevano favorire le discussioni online, l'impegno sul territorio in tematiche di interesse comune, erano utili per organizzare riunioni. Sul sito si legge che i meetup oggi sono 583, con 114.481 membri. I numeri cambiano e calano ogni giorno «ma non sono ufficiali. Moltissimi “Amici di Beppe Grillo" non esistono più da un paio d'anni», sostiene Davide G. Porro, attivista nell'Alto Milanese. «I gruppi preferiscono incontrarsi su pagine Facebook, hanno aperto un loro forum o si sono estinti. Gli attivisti, non più di 9.000 in tutto il Paese, vivono il Movimento in prima persona, ci mettono la faccia nell'impegno locale, ma il 70% è scontento della gestione pentastellata perché sulla piattaforma Rousseau, con 117.000 iscritti, loro rappresentano una minoranza. Quando le decisioni vengono votate a livello nazionale, non hanno possibilità di farsi sentire». Il malcontento diffuso per battaglie storiche abbandonate o contraddette, quali «la Gronda di Genova, il passante di Bologna, o il quadruplicamento della linea ferroviaria Rho-Gallarate, che hanno ottenuto il via libera da Roma, sconfessano la linea dei 5 stelle», aggiunge Porro. «I meetup non esistono più. In città abbiamo i gruppi circoscrizionali, i gruppi tematici che lavorano su problemi del territorio», conferma Davide Carretto, consigliere comunale del M5s a Torino. «La partecipazione degli attivisti? A Torino saranno circa 300, ma senza una tessera è difficile contarli. Gli iscritti alla piattaforma sono poco più di 2.000. Se dobbiamo parlare di alleanza con il Pd, i problemi li abbiamo a livello locale perché ci sono troppe divergenze tra noi e i dem. La gestione condivisa sarebbe impossibile, per differenza di impostazione storica. Quello che facciamo come 5 stelle a loro non va bene». Subito dopo la formazione del governo giallorosso, nel gruppo Facebook del M5s Acerra, l'attivista Francesco Imbaldi pubblicava questo post: «Ministri senza portafoglio a noi, e al Pd i ministri dell'Economia, quei ministeri che indirizzano la politica, quei dicasteri che sono l'essenza della politica stessa. Hanno già preso il dominio. Giuseppe Conte poi gioca per sé stesso... Speriamo bene, comunque se la Lega ci aveva dimezzato speriamo che questi non ci cancellano». Per Marco Cardillo, consigliere comunale a Cornaredo, in provincia di Milano, la colpa dei 5 stelle al governo «è che si sono estraniati dalla realtà del territorio. Bisogna tornare a parlare di temi che stanno a cuore ai cittadini, altro che far votare sì o no». Contrario all'alleanza con il Pd, «siamo corpi estranei che non possono coincidere» e tra i sostenitori della Carta di Firenze, Cardillo dichiara di «non aver voluto nemmeno l'alleanza con la Lega, comunque forza populista e con punti in comune con noi. I leghisti dovevano fare un governo di centrodestra e i 5 stelle stare all'opposizione, forti di oltre il 32% dei voti degli italiani alle politiche del 2018». Stefano Rallo, storico attivista del M5s di Marsala, nel 2017 si era candidato alle regionali in Sicilia. Arrivò secondo per numero di preferenze nella città siciliana, la presidenza andò al centrodestra ma quello pentastellato risultò il primo partito dell'isola, con il 26,7% dei suffragi. Per la sinistra fu un tonfo. Lo scorso 12 settembre, con un post su Facebook, Rallo annunciava che si era concluso l'iter della sua cancellazione dal Movimento. «Me ne sono andato subito dopo aver votato “no" all'accordo con il Pd per formare un nuovo governo. Siamo diventati quello che non volevamo», commenta amaro. Dieci anni fa aveva accolto con entusiasmo la nascita della creatura politica di Grillo, seguendo da informatico la crescita dei meetup. «Funzionavano, agivamo da tramite tra le esigenze dei cittadini e i referenti regionali, nazionali, europei. Poi, con la scelta del capo politico, il Movimento è diventato verticistico, i portavoce sono diventati deputati e senatori, non hanno ascoltato più le richieste della base. Non ce l'ho con Luigi Di Maio, ma “l'uno vale uno" non vale più. Abbiamo fatto lo stesso errore del Pd che ha perso il contatto con il territorio e ne paga le conseguenze». Rallo condanna «l'utilizzo della piattaforma Rousseau per fare pressione sui fan. Una propaganda, a partire dal video di Grillo, che il Movimento mai si era permesso di fare prima. Sarà per questo che in Sicilia pochissimi hanno risposto con un sì all'accordo con i dem». Conclude: «Beppe Grillo decida se vuole fare il segretario del Pd, non mescoli il Movimento con il Pd o con la Lega. Solo tornando alle origini i 5 stelle possono riacquisire quello che hanno perso». Sul gruppo Fb del M5s Emilia Romagna, Nicola Liuzzi commenta: «Io adesso non so cosa hanno in mente i nostri strateghi politici che vanno da Beppe Grillo a Davide Casaleggio, visto che hanno voluto questa accelerazione di trasformazione del movimento. Mi pongo delle domande. Beppe l'elevato ha deciso di uccidere la propria creatura, cioè tutti noi, per rimanere nella storia da elevato come quando un campione di calcio abbandona il calcio a fine carriera a testa alta?». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/radiografia-dei-5-stelle-2641206824.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ho-sconfitto-i-rossi-dopo-70-anni-e-grillo-non-ha-mai-voluto-vedermi" data-post-id="2641206824" data-published-at="1770943167" data-use-pagination="False"> «Ho sconfitto i rossi dopo 70 anni e Grillo non ha mai voluto vedermi» «Ho toccato con mano cosa vuol dire lavorare fianco a fianco con il Pd nell'amministrazione di una città e posso dire, per esperienza diretta, che è stata un'esperienza terrificante. Sono solo preoccupati di favorire i consorzi e le cooperative, di spartirsi le poltrone alla faccia dei cittadini. E il mio Movimento, cosa fa? Continua con questa alleanza nefasta nel governo del Paese. Suvvia, ma un po' di autocoscienza quando si fa? Dobbiamo aspettare di sprofondare nei consensi? Abbiamo perso sei milioni di voti e insistiamo ad andare a braccetto con il Pd». Manuela Sangiorgi si è appena tolta la fascia tricolore, non vuole più essere il sindaco di Imola, si è «sentita tradita». È un fiume in piena e spara bordate contro i vertici del Movimento, che «mi hanno lasciata sola, come hanno fatto in tante realtà comunali» e contro «l'assurda politica» del governo con la sinistra, che «ha tradito lo spirito originario dei 5 stelle». La prima cittadina cade dopo meno di un anno e mezzo dalle elezioni del 2018, quando al ballottaggio riuscì a strappare il 55,4% dei voti in una città roccaforte rossa. «Durante la campagna elettorale avevo metà governo qui presente ma il giorno dopo la vittoria erano tutti scomparsi. Avevo bisogno di supporto, di risposte, ma dai vertici del Movimento ho avuto solo il silenzio. Il rischio era di diventare un burattino nelle mani del Pd. Così ho deciso di lasciare». La vittoria dei 5 stelle a Imola aveva avuto un significato simbolico. La sinistra era fortemente radicata sul territorio per la presenza di moltissime grandi cooperative che per anni sono state una forma di finanziamento e un bacino di consenso. Dopo 18 mesi la frana. Ora si attende la nomina di un commissario prefettizio. Come si è arrivati a questo? «Mi sono trovata da sola mentre il Pd, nonostante la sconfitta, continuava a tenere in pugno il territorio tramite la rete dei consorzi e delle coop. Avevo contro i consiglieri del Movimento che non hanno mai digerito la mia leadership, che non si presentavano in consiglio, se ne stavano a casa e io ogni volta temevo di non avere la maggioranza. Ho fatto presente la situazione a Luigi Di Maio con numerose mail ma non mi ha mai risposto. Beppe Grillo è venuto solo una volta e non è passato nemmeno a salutarmi. Forse, a Roma, i vertici del Movimento pensano che amministrare una città sia come gestire un comitato. Non ci sono competenze nell'amministrazione pubblica, manca una struttura politica». Ma mentre lei era sola, il Pd continuava a muoversi in squadra. «Proprio così. Nella questione del Conami ho avuto modo di vedere come agiscono i dem. Nel consorzio, che si occupa di gestire le partecipazioni nella multiservizi Hera, ma anche le farmacie, con la società pubblica Sphera e la società If, attiva nel turismo su Imola e Faenza, ci sono 10 dei 18 Comuni ravennati e Imola ha il 65% delle azioni. Però pur avendo la maggioranza, a causa della modifica dello statuto avvenuta lo scorso mandato, la mia città non può decidere da sola: serve la maggioranza dei 23 sindaci che compongono l'assemblea. Quando ho proposto una rosa di nomi per il nuovo cda mi sono trovata tutti i sindaci del Pd contro. Non solo. Non ho avuto alcun supporto dai vertici nazionali. Eppure Imola è il terzo Comune più grande amministrato dal Movimento. Allora ho capito che ero sola e il Pd ne ha approfittato». In che modo? «Hanno manovrato dentro il Consiglio e creato una situazione da guerra all'ultimo colpo. E con questi dovremmo continuare a governare il Paese?» Me lo dica lei: continuare con Nicola Zingaretti o andare a elezioni? «Meglio il voto che questa farsa. Possibile che nessuno si renda conto che più passa il tempo e più il Pd si impossessa del Movimento, gli lega le mani, gli fa perdere la sua natura originaria. L'esito elettorale in Umbria è stato un avvertimento. Se ci dovesse essere un bis in Emilia Romagna, staccare la spina diventa un passo inevitabile. A meno di non volersi consegnare mani e piedi alla sinistra». Cosa dice la sua base, i cittadini che l'hanno votata? Quale è il sentiment dei militanti 5 stelle a Imola? «Ho ricevuto numerose attestazioni di solidarietà. Chi mi ha votato non capisce più la linea politica dei vertici del Movimento. Mi chiedono: ma come, abbiamo sparato a zero contro il Pd, abbiamo detto mai con il partito di Bibbiano e poi finiamo al governo insieme? Poi per cosa? Per sfornare una manovra che porta il timbro della sinistra, una manovra di tasse. Nessuno capisce. Non si può continuare ad andare a braccetto con un partito che ha dietro certi poteri. Allora o io chinavo la testa, assecondando questa linea politica e facevo parte del sistema o ne uscivo». C'è chi dice che lei ha altri progetti politici. «Io voglio potermi guardare allo specchio la mattina e parlare con chiarezza a quanti hanno creduto in me in questi mesi. Dovrò anche cercarmi un lavoro, dal momento che al momento dell'elezione ho lasciato la mia occupazione».
Arianna Fontana medaglia d'argento nei 500 metri femminili di pattinaggio di velocità su pista corta ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Con ridicolo zelo woke, Cio e Rai avranno pure tagliato i genitali all’Uomo Vitruviano, ma quanto a «huevos» (i puristi lo chiamino pure carattere) atlete e atleti azzurri non sono secondi neppure a Leonardo da Vinci. Nel sesto giorno di Giochi la grande messe continua: un oro e un bronzo oltre l’impresa di Federica Brignone. E un medagliere stratosferico con 17 podi (6 ori, 3 argenti, 8 bronzi), a un tiro di schioppo dal record delle 20 medaglie di Lillehammer. Sulla spinta della formidabile sciatrice rinata, sale su tetto del mondo anche Francesca Lollobrigida, lo sfiora Arianna Fontana con l’argento, mentre la staffetta mista di slittino agguanta la terza piazza dietro Germania e Austria. Non siamo ancora a metà strada e l’Olimpiade italiana è già uno storico trionfo.
La metà femminile del cielo è quella vincente. E Arianna Fontana prova a completare l’opera: questa volta è argento, ecco un’altra donna italiana con lo sguardo da tigre nell’Ice skating arena di Milano. Tredici medaglie vinte. Nei 500 la campionessa valtellinese deve lasciare il passo all’olandese Xandra Velzeboer, primatista del mondo, inavvicinabile. Nei 1000 maschili squalificato Pietro Sighel, il favorito già oro in staffetta, che preferisce guardare avanti: «È andata, ma c’è ancora parecchio lavoro da fare». Era stato lui a rivelare una curiosità in modo un po’ ruvido: «Arianna Fontana, chi la conosce? Lei si allena sempre all’estero, ci vediamo solo in gara». Con questi risultati meglio sconosciuti che compagnoni.
La mamma volante ha fatto il bis. Francesca Lollobrigida plana sul secondo oro e si gode il giro d’onore avvolta nella bandiera tricolore dentro la voliera di Rho Fiera impazzita di italianità. Non c’è niente di meglio per scacciare le gastriti dei contestatori, per zittire chi non voleva le Olimpiadi e stoltamente continua a boicottarle con infantilismo criminale. Nel Pattinaggio di velocità siamo meglio degli olandesi, incredibile solo a immaginarlo qualche mese fa. Merito di questa signora di Frascati di 35 anni che nei 5000 metri ha raddoppiato il metallo prezioso dei 3000; velocissima e determinata in una gara mozzafiato, più forte dell’orange Merel Conijn (2ª a un solo decimo) e della norvegese Ragne Wiklund (3ª).
La pronipote della Bersagliera Lollo è di nuovo sul gradino più alto «grazie al pubblico che mi ha spinto», ha migliorato l’argento conquistato a Pechino, questa volta senza il piccolo Tommaso in tribuna. Lo ha salutato via smartphone. Lui, tre anni, è rimasto a casa con papà Matteo, che ha promesso di riportarlo a bordo pista per le prossime sfide iridate, domani i 1500 e dopodomani la Start. Se il livello è questo, all’orizzonte c’è la leggenda. Nella storia Francesca c’è già, ha contribuito con il secondo exploit a eguagliare il primato di Torino che resisteva da 20 anni grazie a Enrico Fabris e ai suoi boys. E allora è bello pensare a quando lei si allenava con il pancione: «Partorivo il venerdì e il lunedì seguente ero già di nuovo in pista».
Determinazione, fatica, programmi studiati al millimetro. E il bonus mamme voluto dal ministro dello Sport, Andrea Abodi; un contributo di 1000 euro al mese per un anno. Perché la maternità è un valore sempre e la parità di genere non è solo una chiacchiera femminista. Così Lollobrigida sprintava sul ghiaccio con Tommaso nella carrozzina a qualche metro, per consentirle di cogliere il primo accenno di pianto. Un esempio per chi ritiene che i figli siano una palla al piede, un accessorio che deprime le carriere.
Se c’era un giorno sbagliato per prendere un bronzo era proprio questo. Ma nessuno può dimenticare il sacrificio e la felicità dei sei azzurri della staffetta mista sullo slittino col turbo. I doppi Voetter-Oberhofer e Rieder-Kainzwaldner, i singoli Dominik Fischnaller e Verena Hofer sono nomi da scandire piano e con ammirazione: sulla storica pista di Cortina riescono nell’impresa di rimanere in scia agli assi tedeschi e austriaci. Dopo gli ori di mercoledì, il bronzo è il punto esclamativo di una specialità che fa sempre la differenza.
Come è destinato a farla, quanto a spettacolo, il torneo di hockey su ghiaccio partito oggi al Forum di Milano con un testa a testa Stati Uniti-Canada destinato a risolversi in finale. Ruggiti e scontri in balaustra, tecnica da supermen e cambi volanti: ci sono i fuoriclasse della NHL a illuminare i Giochi da guerrieri. Oggi l’Italia ha fatto tremare la fortissima Svezia per poi crollare e perdere 5-2. Niente di male, a quei livelli possiamo starci solo per un tempo.
Domani è venerdì, pausa di magro? Non è detto perché nella sprint del Biathlon Tommaso Giacomel ha i numeri per stupire e nel Pattinaggio velocità ormai ci siamo presi l’abitudine al podio. E Davide Ghiotto è lì per questo con i favori del pronostico. Uno spavento nello snowboard: Michela Moioli è caduta in allenamento e ha riportato un trauma facciale. È in dubbio per la gara che comincia stamane ma c’è speranza. Di questi tempi, ragazze azzurre che rinunciano alla lotta non se ne vedono.
Brignone SuperGold. Dal letto di ospedale alla gloria di Cortina

Federica Brignone festeggia dopo la vittoria nel Super G femminile ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
«È già tanto se torno a camminare». E invece decolla dalla pista di Cortina mentre il monte Cristallo osserva. Vola nell’universo parallelo e rarefatto dei fuoriclasse, accarezza l’impresa della vita e alla fine Federica Brignone danza. Danza, bellissima, sul traguardo come non ha mai danzato. Dieci mesi dopo il dramma, tibia e perone tornano di tungsteno, in armonia col resto. E il mondo è ai piedi di questa fenomenale atleta di 35 anni che in un magico mattino abbraccia l’oro più luminoso perché insperato, miracoloso delle Olimpiadi italiane.
L’anatema dei giorni della disperazione si sgretola davanti alla resurrezione sportiva: pettorale numero 6, SuperG perfetto, 1’23’’41 il tempo. Federica osserva il tabellone come a dire alle altre: «Adesso battetelo». Non ci riesce nessuno. Non la ruggente austriaca Cornelia Hutter (3ª), non la dolce francese Romane Miradoli (2ª). Non la wonder woman americana Breezy Johnson e le tostissime tedesche Emma Aicher e Kira Weidle, che cadono. Anche Sofia Goggia salta a metà gara quando è velocissima (7 decimi di vantaggio), con la grinta della tigre; destino amaro per lei ma meraviglioso per l’epica della rivale azzurra di sempre. Allora Brignone si copre il volto con i guanti, non c’è più bisogno di vedere. Ora quel battito bisogna solo sentirlo.
Il resto si coglie dal pubblico sulle Tofane: i boati scandiscono i tempi più alti delle altre. Lei ride e piange, poi torna sulla terra per andare oltre le emozioni. «In partenza ho detto: o la va o la spacca. Non pensavo di poter vincere l’oro. Non me lo sarei aspettata, mai nella vita. Forse ce l’ho fatta oggi perché questo oro non mi mancava. Sapevo di aver fatto il massimo, è stata la mia forza, mi valutavo un’outsider. È incredibile, sento l’adrenalina scorrere nelle vene». È la forza della leggerezza, la socratica serenità di chi non ha mai nulla da dimostrare. Niente sovrastrutture, solo il vento che spazza via la nebbia e il rumore degli sci in derapata sulla neve.
Mentre lo dice, Federica un po’ mente a se stessa. Non c’è niente di casuale in ciò che è accaduto. Domenica aveva partecipato alla discesa libera proprio per testare se stessa, le articolazioni, i legamenti: decimo posto e check up positivo confermato da quel sorriso disarmante, allora inspiegabile, per un piazzamento modesto. Good sensations, la prova generale era riuscita, dopo 315 giorni di calvario la regina sapeva di essere tornata. E allora vale la pena ricordare, ora che tutto è più facile: 3 aprile 2025, Val di Fassa, campionati italiani. Prima manche del gigante, curva verso destra: Brignone infila un braccio nella porta (dinamica simile a quella della caduta di Lindsey Vonn) e si rompe.
La diagnosi è una Caporetto fisica: frattura scomposta pluriframmentaria del piatto tibiale e della testa del perone della gamba sinistra. Ma non è finita: salta anche il crociato anteriore della stessa gamba. Due interventi chirurgici, una rieducazione tutta da inventare, una carriera spezzata. Lei sembra arrendersi: «Devo pensare alla salute. Vediamo se tornerò a camminare bene, mi sono procurata un danno permanente, non recupererò mai la piena funzionalità del ginocchio». Invece ha scalato la montagna, centimetro dopo centimetro, dolore dopo dolore, fatica dopo fatica, per tornare a vedere il cielo e a toccare l’oro.
È tempo di ricapitolare. Giù dal podio le altre azzurre, quinta Laura Pirovano, settima Elena Curtoni. Sofia Goggia s’è rialzata, pensa al futuro, il bronzo nella libera non le basta. «Sono dispiaciuta. Sapevo che bisognava fare attenzione tra la Grande Curva e lo Scarpadon. Ho sciato fortissimo e non pensavo di essere davanti, ma le gare vanno portate in fondo. Per Federica, con tutto quello che ha passato, non era facile tornare così. Questo SuperG è nelle sue corde, onore e merito a lei». Onesta, misurata, sa che tutti stanno pensando alle loro diatribe passate, a una rivalità spesso sconfinata nella rissa verbale. Un dualismo qualche volta tossico, una competitività che ha comunque contribuito a costruire due carriere eccezionali.
Federica Brignone scruta i volti di parenti e amici. Piangono tutti, anche il fratello Davide, ex sciatore e suo allenatore. Mamma Ninna Quario, fenomenale slalomista della valanga rosa e giornalista, ha la voce che trema: «È fantastica. Credevo che sarebbe tornata ma vincere l’oro in SuperG è incredibile. Grazie a tutti quelli che ci sono stati vicini in questo periodo, spero che oggi siano felici come noi». Poi dipinge una frase da donna di montagna con i valori non negoziabili in tasca. «Come festeggiamo? Come sempre, a dirle brava quando è brava e sbagli quando sbaglia». La famiglia è stata il segreto di una carriera da sogno per la valdostana di La Salle: argento in gigante e bronzo in combinata ai Giochi di Pechino, bronzo in gigante a quelli di PyeongChang. Più due ori e tre argenti mondiali, due Coppe del Mondo, 37 successi. Un monolocale di cimeli.
Quando il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, le stringe la mano, lei vacilla. Non sciogliersi adesso è più difficile che affrontare le Tofane. Ancora Federica, ancora dettagli mentre fuori è il delirio: «Sembra impossibile, con quello che ho passato in questi 10 mesi. Ho camminato dopo tre mesi, ho combattuto ogni mattina per tornare me stessa. Due giorni fa sono andata a Pozza in elicottero, mi sono messa gli scarponi ed era impossibile sciare. Avevo male alla gamba, peggio del solito. Ma bisognava stringere i denti. Dopo l’infortunio il momento più bello è stato quando ho rimesso gli sci da gigante: ho capito che riuscivo a fare le curve e ad appoggiare la gamba».
Ora Federica ha un pensiero anche per la sua splendida famiglia. «Sono orgogliosa di avere un fratello e una famiglia così. Abbiamo fatto qualcosa di speciale. Ripenso a mio fratello da bambini, ci siamo sempre divertiti e continuiamo a farlo. È la cosa più bella». Arrivano i complimenti della Vonn, dall’ospedale: «Grande, che incredibile ritorno». Nessuno osa ricordare alla Brignone risorta che le Olimpiadi continuano. Ci pensa lei. «Arriverò al gigante più leggera, ma non ci ho ancora messo la testa. Spero di riuscire ad appoggiarmi bene alla gamba, ho le mie chance. È la gara di un giorno, tutto può succedere». La regina è già lassù, davanti al cancelletto.
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A sorpresa, i dati diffusi martedì da Kering hanno dato una scossa al mercato. Nonostante un calo delle vendite del 10%, il risultato è stato accolto con un balzo del titolo dell’11% a Parigi: un paradosso solo apparente, spiegato dal fatto che gli analisti temevano un tracollo ben peggiore. «Kering ha sorpreso il mercato con risultati migliori delle attese, confermando che il turnaround di Gucci, seppur fragile, sta iniziando a muovere i primi passi», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Il miglioramento nell’area Asia-Pacifico è un segnale incoraggiante dopo dieci trimestri consecutivi di calo. Tuttavia, la redditività di Gucci, oggi al 16%, resta lontana dai fasti del passato. La strategia di Luca de Meo di pulire i bilanci e chiudere decine di boutique è una “cura da cavallo” necessaria, ma la vera sfida per il 2026 sarà trasformare questi segnali di stabilizzazione in crescita reale dei margini».
Se Kering prova a risalire la china, il leader mondiale Lvmh sceglie la via del rigore estremo. Bernard Arnault ha descritto il 2025 come un anno «solido in un contesto turbolento», ma ha già avvertito che il 2026 non sarà una passeggiata. Un elemento tecnico, spesso trascurato, sta infatti pesando enormemente sui profitti: la valuta.
«Il dato più eclatante emerso dai conti di Lvmh riguarda l’impatto dei tassi di cambio», osserva lo strategist di SoldiExpert Scf e co-autore di LetteraSettimanale.it. «Degli 1,8 miliardi di euro di calo dell’utile operativo, ben un miliardo è imputabile alle fluttuazioni valutarie. Senza questo effetto, la discesa sarebbe stata solo del 4%. Questo ci dice che la capacità di gestire il rischio di cambio è oggi determinante quanto il lancio di una nuova collezione».
Il problema strutturale che le Maison devono affrontare è però più profondo di un semplice ciclo economico negativo. Si chiama «luxury fatigue» (stanchezza da lusso), ma nasconde una crisi di fiducia del consumatore. Dal 2019 a oggi, i prezzi di molti beni di lusso sono saliti del 40-50%, spesso senza un corrispondente aumento della qualità o dell’esclusività. «Il settore si trova in una trappola autoinflitta: i prezzi eccessivi hanno allontanato la classe media, che costituiva la base delle vendite», continua l’esperto. Oggi i consumatori, specialmente i più giovani della Gen Z, cercano autenticità e valore reale, non più solo un logo che funga da status symbol. Il 2026 sarà l’anno in cui i brand dovranno riconnettersi con i propri codici originali, offrendo qualcosa che giustifichi i listini attuali, altrimenti il divario tra marchi resilienti e marchi in declino continuerà ad ampliarsi».
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Presentato il Disegno di legge sull’illuminazione pubblica intelligente. I dati Assil-Politecnico parlano chiaro: milioni di impianti da aggiornare e risparmi possibili fino all’80%, con benefici su costi, consumi ed emissioni.
Al Senato si è tornato a parlare di luce, ma non solo in senso figurato. Al centro del confronto, questa volta, c’è l’illuminazione pubblica e il suo possibile ruolo nella transizione energetica e digitale del Paese. Nella Sala Caduti di Nassirya si è tenuta la conferenza stampa dedicata allo «smart lighting», promossa dalla senatrice Clotilde Minasi, partendo dai dati di uno studio di Assil, l’associazione dei produttori di illuminazione, realizzato con il Politecnico di Milano.
Il tema è tutt’altro che tecnico per addetti ai lavori. In Italia ci sono circa 10 milioni di punti luce pubblici e, anche se il 65% è già passato al LED, restano ancora circa 3,5 milioni di impianti da aggiornare. Ed è proprio su questo fronte che si gioca una partita importante, sia in termini di risparmio energetico sia di modernizzazione delle città.
In questo contesto si inserisce il Disegno di legge n. 1700, depositato in Senato, che punta a dare un quadro di riferimento per rendere più efficienti l’illuminazione pubblica e quella degli edifici pubblici attraverso sistemi digitalizzati di ultima generazione. L’obiettivo è chiaro: ridurre consumi ed emissioni, ma anche migliorare la gestione degli impianti, la sicurezza e la qualità del servizio.
La proposta guarda a soluzioni basate su Led, sensori di luminosità e piattaforme di gestione da remoto, capaci di integrare funzioni di monitoraggio, automazione e manutenzione predittiva. In pratica, un’illuminazione che non si limita ad accendersi e spegnersi, ma che può essere controllata in modo intelligente e centralizzato, con benefici anche sui costi di gestione per le amministrazioni.
Lo studio di Assil e Politecnico di Milano disegna tre possibili scenari. Il più prudente prevede la semplice sostituzione degli impianti obsoleti con corpi illuminanti a Led. Quello più avanzato, invece, immagina una vera evoluzione tecnologica, con una diffusione capillare di sistemi intelligenti in linea con l’idea di smart city e con gli obiettivi della direttiva europea Epbd.
I numeri danno la misura dell’impatto. Nello scenario base, il risparmio energetico stimato è di 1,7 GWh, pari a circa 11.950 alberi «equivalenti» piantati ogni anno e a una riduzione di 424 tonnellate di CO2. Nello scenario più avanzato si arriverebbe a 2,4 GWh, con l’equivalente di 17.435 alberi e 619 tonnellate di CO2 in meno.
E non si parla solo di lampioni. L’illuminazione pubblica esterna è un esempio di un approccio che potrebbe estendersi anche alla gestione del patrimonio pubblico. Secondo i dati, l’introduzione di sistemi di smart lighting può portare a risparmi energetici fino al 70-80% rispetto agli impianti tradizionali, a seconda dei contesti.
Il disegno di legge viene presentato come a costo zero per le finanze pubbliche e inserito nel percorso di transizione digitale ed ecologica delle infrastrutture urbane. L’idea è costruire una rete nazionale di illuminazione «intelligente», in linea con gli obiettivi del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima, che punta a una forte riduzione delle emissioni entro il 2030. Se il testo verrà approvato, entro sei mesi la Conferenza Stato-Regioni dovrà adottare le linee guida nazionali, che saranno poi aggiornate ogni tre anni per restare al passo con l’evoluzione tecnologica e le pratiche europee.
Per il settore, si tratta di un passaggio considerato decisivo. «La presentazione di questo Disegno di Legge rappresenta un punto importante per la diffusione delle tecnologie di illuminazione di qualità», ha detto Carlo Comandini, presidente di Assil, sottolineando come il provvedimento possa trasformare l’illuminazione pubblica da semplice voce di spesa a leva strategica per la transizione digitale ed ecologica del Paese.
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Imagoeconomica
È stato confermato che sono in corso le operazioni preliminari per la ripartenza dell’altoforno 2 dopo importanti lavori di ripristino partiti ad agosto e conclusi nei giorni scorsi. L’altoforno 2 dovrebbe riavviarsi intorno al 20 febbraio dopo essere stato fermo due anni e con la sua stabilizzazione, si provvederà a fermare il 4 per lavori di manutenzione che si protrarranno sino a fine aprile. Al termine di questo mese saranno riattivate anche le batterie delle cokerie che intorno al 20 gennaio l’azienda ha bloccato mettendole in preriscaldo, dovendo intervenire sull’impianto di trattamento del gas della cokeria con l’installazione di un nuovo reattore catalitico. In sostanza con le batterie riaccese e due altiforni su tre operativi, da maggio l’azienda raggiungerà una conduzione produttiva migliore. Infine si attende la decisione del Gip di Taranto sulla istanza di dissequestro dell'altoforno 1 presentata dall’azienda. Dall’incidente dello scorso maggio ad Afo1 la Procura non ha ancora assunto una decisione sul dissequestro ma i commissari hanno già acquistato i pezzi necessari per la ripartenza, operazione che potrebbe essere completata in 8-9 mesi (qualche mese in più rispetto al tempo necessario per far ripartire Afo2, danneggiato dalla precedente gestione ArcelorMittal/Morselli).
I commissari straordinari hanno trovato, al loro arrivo, un solo altoforno funzionante e 7 miliardi di danni documentati e periziati, causati dalla precedente gestione.
A partire da febbraio 2024 sono stati destinati oltre 997 milioni alla manutenzione e agli investimenti industriali, a conferma dell’impegno dell’amministrazione straordinaria nel garantire la piena funzionalità degli impianti. Difficile sostenere quindi che non abbia rappresentato una svolta nel corso di questa azienda, fondamentale per l’industria nazionale.
Nel 2025 inoltre il sito industriale ha registrato il più alto numero di ore lavorate negli ultimi anni, sia da parte del personale diretto sia delle imprese terze. Quindi nessuna chiusura imminente, nessuna fine dell’Ilva, come paventato dai sindacati.
Eppure proprio qualche mese fa, a novembre scorso, dopo un vertice a Roma, il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, dichiarando la rottura delle trattative, affermava che il piano presentato dal governo avrebbe portato alla «chiusura definitiva» di tutti gli stabilimenti entro il marzo successivo, con la cassa integrazione di migliaia di lavoratori. Poi criticava il cosiddetto «piano corto» del governo, sostenendo che fosse «corto» non per la durata temporale ma perché «il tempo che rimane alla chiusura totale è molto breve».
Invece il «piano corto» del governo è servito a consentire le necessarie manutenzioni (investimenti da un miliardo nella manutenzioni) per tornare a produrre acciaio, come era sempre stato chiarito dai commissari.
Palombella poi diceva che senza una seria decarbonizzazione, ovvero il passaggio ai forni elettrici, l’azienda sarebbe destinata a sparire, definendo la situazione una «tragedia industriale e umana».
Non meno fosco lo scenario prospettato dalla Cgil, sia a livello nazionale che territoriale. Per Giovanni D’Arcangelo della Cgil Taranto, il governo Meloni era responsabile di «una lenta agonia».
Il leader della Cgil, Maurizio Landini, ha più volte denunciato la mancanza di una strategia pubblica chiara e il rischio di «spezzatino», ovvero la vendita separata dei siti. In generale la Cgil aveva chiesto la nazionalizzazione, unica formula, diceva per garantire la continuità produttiva e la tutela ambientale.
C’è da aprire il capitolo Flacks: il fondo che sta trattando con le amministrazioni straordinarie di Ilva e di Acciaierie d’Italia l’acquisto dell’intera azienda con tutti i suoi stabilimenti, dopo che l’offerta presentata nelle scorse settimane è stata reputata, sia dai commissari che dai comitati di sorveglianza, la migliore.
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