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2019-11-04
«Noi, popolo 5 stelle
ora temiamo di sparire»
Ansa
«Alleati con il Pd? Mai più»; «Chi glielo va a spiegare ai nostri elettori che per una decisione dei vertici di Roma, ora dobbiamo andare a braccetto con chi fino a ieri abbiamo contrastato»; «Già l'alleanza di governo è stata mal digerita, ma con molti mal di pancia ci siamo passati sopra in nome di alcuni obiettivi raggiunti… Però sul territorio è un'altra cosa», «Attendiamo risposte dal gruppo dirigente di Roma, le elezioni sono alle porte e non sappiamo cosa fare», «Il Movimento va riformato, bisogna tornare ai valori fondativi»; «Meglio correre da soli e magari non farcela piuttosto che matrimoni contro natura».
Sono queste le voci che si levano dalla base dei 5 stelle. Consiglieri comunali, regionali, sindaci di Comuni grandi o con poche migliaia di abitanti, convergono tutti su un punto: l'esperimento dell'Umbria non si può ripetere. L'esito elettorale ha aperto una discussione all'interno del Movimento che si è concretizzato in un documento noto come Carta di Firenze, attorno al quale stanno convergendo rappresentanti territoriali ma anche ignoti militanti, che chiedono un ripensamento della struttura del Movimento in chiave «democratica», un maggior coinvolgimento della base e soprattutto messaggi chiari sulle strategie politiche. Anche perché altre tornate elettorali sono alle porte. E la confusione sulla direzione da prendere regna sovrana.
Nella città di Trento, da sempre in mano alla sinistra, i 5 stelle sono riusciti a conquistare, nel 2015, il 9% e tre consiglieri. «A maggio 2020 ci sono le elezioni ma noi non abbiamo avuto ancora indicazioni dallo staff dirigenziale di Roma su come muoverci. Abbiamo abboccamenti da destra, da sinistra e dalle liste civiche ma finora non ci siamo mossi. Gli altri partiti si stanno organizzando, noi siamo bloccati», afferma Paolo Negroni, consigliere comunale. Di alleanza con i dem non ne vuol sentir parlare. «Per cinque anni siamo stati alternativi alla sinistra, l'abbiamo combattuta, sarebbe difficile spiegare agli elettori un cambio di marcia. La soluzione? Un accordo con le liste civiche ma stando attenti che non siano fasulle e nascondano ex rappresentanti dei vecchi partiti. La scorsa estate abbiamo inviato una lettera a Roma chiedendo come posizionarci, ma stiamo ancora aspettando. A ogni elezione cambiamo le regole e siamo disorientati. Abbiamo anche chiesto di fare una votazione sulla piattaforma Rousseau per raccogliere i pareri del territorio, ma non abbiamo avuto risposta». Poi dice fuori dai denti che «se i vertici imporranno un'alleanza, il risultato sarebbe disastroso. Non so quanti rimarrebbero nel Movimento». Il problema primario è la lontananza tra la base e Roma, quel Palazzo che i fondatori dei 5 stelle avevano demonizzato. «Manca l'ascolto a livello nazionale degli organi territoriali. Ci sentiamo abbandonati a noi stessi».
L'Emilia Romagna è il prossimo test elettorale per il M5s. A Imola, dopo le dimissioni del sindaco Manuela Sangiorgi, che aveva espugnato dopo 70 anni un feudo rosso, la base è in fermento. Il capogruppo del Movimento in consiglio comunale, Andrea Cerulli, fa da megafono al malessere dei militanti. «Se nasci come partito antisistema non puoi fare alleanze con il sistema, se nasci dal basso, dal popolo, non si può andare a braccetto con chi ha dietro i poteri forti. Bisogna essere coerenti con i propri valori e non aver paura del voto». Allora quale strada? «Bisognerebbe tornare al voto anche a livello nazionale e andare da soli. Il rischio è di farci fagocitare dal Pd». E racconta la sua esperienza: «L'ho visto in consiglio comunale come si muove la sinistra. È camaleontica, pronta a fare accordi con chiunque pur di conservare le poltrone».
Nelle Marche l'orma della sinistra, con la giunta guidata da Luca Ceriscioli, è profonda. Ma la gestione della ricostruzione post terremoto e le problematiche legate alla sanità hanno fatto esplodere il malcontento.
A Fabriano il sindaco Gabriele Santarelli non le manda a dire. «Preferisco stare cinque anni all'opposizione, come la sappiamo fare noi, piuttosto che vincere abbracciati al Pd e non riuscire a fare quello che dobbiamo fare». Poi rivela le manovre di un inciucio. «Alcuni nel Pd, insieme al nostro capogruppo in Regione, si stanno muovendo, in vista del voto nel 2020, per promuovere un accordo simile a quello in Umbria con un candidato civico appoggiato da due liste». E batte l'accento sulle riforme del sistema sanitario locale, «a colpi di tagli dei posti letto, riduzione del personale a tutto vantaggio delle strutture private, e lo svuotamento delle strutture nell'entroterra». E avverte: «In caso di alleanze con il Pd io mi tiro indietro».
Accordo con la società civile o percorso solitario, è l'opzione che vede possibile anche Romina Pergolesi, consigliere regionale Marche. «Bisogna tornare allo spirito originario, ascoltare i territori. Bisogna incontrarci più spesso approfondendo le tematiche, serve più dialogo».
Nel piccolo Comune di Castel di Lama, nell'Ascolano, il sindaco Mauro Bochicchio spiega perché «il rapporto tra M5s e Pd nelle Marche sarebbe difficilmente comprensibile da parte dell'elettorato». Ricorda il progetto dell'ospedale unico fortemente voluto dal governatore Ceriscioli, che «priverebbe i due Comuni più popolosi, Ascoli e San Benedetto, di una loro struttura ospedaliera con tutti i disagi conseguenti per gli spostamenti». Anche il sindaco di Castelfidardo, provincia di Ancona, Roberto Ascani, ritiene che «la gestione Ceriscioli della sanità abbia scavato un solco incolmabile con i 5 stelle» e reso impossibile qualsiasi accordo elettorale. «Non abbiamo ricevuto alcuna indicazione dai vertici del Movimento e penso voglia dire che andiamo da soli».
Nel Lazio, il consigliere regionale pentastellato, Davide Barillari, non usa tante diplomazie. «Abbiamo vissuto l'alleanza nazionale con il Pd con particolare sensibilità, dal momento che il segretario dem, Nicola Zingaretti, è anche presidente della Regione. L'esperienza diretta con la sinistra ci fa dire che sarebbe un abbraccio dannoso e mortale per il Movimento. Non possiamo comportarci, a livello territoriale, in un modo su alcuni temi come gli inceneritori e la Tav e poi sul piano nazionale agire diversamente». Barillari tira il sasso: «Il dialogo con il Pd è pericoloso. È un partito che ha ramificazioni ovunque, nella stampa, nella magistratura, negli enti. Noi e il Pd parliamo lingue diverse. Prendiamo la sanità. Dietro i loro discorsi si vede che i loro interessi sono la spartizione delle Asl, le nomine, non i cittadini, le liste d'attesa. Il confronto è complicato, abbiamo obiettivi diversi».
Simone Sollazzo, consigliere del comune di Milano, batte il tasto sul recupero dell'identità politica. «Bisogna tornare ai nostri valori, definire un progetto politico chiaro e allora possiamo anche correre da soli o sederci al tavolo e imporre la nostra linea». E rilancia: «Va ridata centralità agli attivisti».
In Veneto nessun dubbio. Erika Baldin, presidente del gruppo M5s in consiglio regionale, è tranchant: «Ogni alleanza con il Pd è esclusa, invece porte aperte alla società civile. A livello nazionale è diverso perché non avendo il 51% abbiamo bisogno di unirci ad altre forze. L'importante è raggiungere i nostri obiettivi. Se questa alleanza fallirà lo decideremo tra tre anni. Non si può andare ad elezioni dopo tre mesi». A Vigonovo (Venezia), 10.000 abitanti, il sindaco Andrea Danieletto ribadisce che in Veneto «non ci sono le condizioni per un accordo con il Pd» e mette in guardia dal rischio di liste civiche «camuffate». Per Roberto Castiglion, sindaco di Sarego, provincia di Vicenza, il Movimento «dovrebbe correre da solo. Abbiamo carte da giocarci. Stiamo portando avanti una battaglia contro l'inquinamento delle falde acquifere. La gente è con noi, non capirebbe un cambio di passo». Insomma, la panoramica è chiara: la classe dirigente che con fatica il M5s ha costruito sui territori è delusa. Non si fida della sinistra, ritiene che quello con il Pd sia stato un abbraccio mortale. Soffre e rimpiange lo spirito delle origini.
I meetup stanno sparendo: «Noi ininfluenti su Rousseau»
Inascoltati a Roma e ormai svuotati di presenze, i meetup degli «Amici di Grillo», le piazze virtuali in cui si è sviluppato il Movimento a partire dal 2005, sono stati abbandonati a favore dei social o perché i gruppi hanno cessato di funzionare. Nacquero quando la pressione dei commenti sul blog del leader era diventata ingestibile; il comico genovese dichiarò di averli mutuati dal democratico americano Howard Dean, che nel 2004 si servì della piattaforma per promuovere la partecipazione dal basso durante la sua campagna elettorale. Dovevano favorire le discussioni online, l'impegno sul territorio in tematiche di interesse comune, erano utili per organizzare riunioni.
Sul sito si legge che i meetup oggi sono 583, con 114.481 membri. I numeri cambiano e calano ogni giorno «ma non sono ufficiali. Moltissimi “Amici di Beppe Grillo" non esistono più da un paio d'anni», sostiene Davide G. Porro, attivista nell'Alto Milanese. «I gruppi preferiscono incontrarsi su pagine Facebook, hanno aperto un loro forum o si sono estinti. Gli attivisti, non più di 9.000 in tutto il Paese, vivono il Movimento in prima persona, ci mettono la faccia nell'impegno locale, ma il 70% è scontento della gestione pentastellata perché sulla piattaforma Rousseau, con 117.000 iscritti, loro rappresentano una minoranza. Quando le decisioni vengono votate a livello nazionale, non hanno possibilità di farsi sentire». Il malcontento diffuso per battaglie storiche abbandonate o contraddette, quali «la Gronda di Genova, il passante di Bologna, o il quadruplicamento della linea ferroviaria Rho-Gallarate, che hanno ottenuto il via libera da Roma, sconfessano la linea dei 5 stelle», aggiunge Porro.
«I meetup non esistono più. In città abbiamo i gruppi circoscrizionali, i gruppi tematici che lavorano su problemi del territorio», conferma Davide Carretto, consigliere comunale del M5s a Torino. «La partecipazione degli attivisti? A Torino saranno circa 300, ma senza una tessera è difficile contarli. Gli iscritti alla piattaforma sono poco più di 2.000. Se dobbiamo parlare di alleanza con il Pd, i problemi li abbiamo a livello locale perché ci sono troppe divergenze tra noi e i dem. La gestione condivisa sarebbe impossibile, per differenza di impostazione storica. Quello che facciamo come 5 stelle a loro non va bene».
Subito dopo la formazione del governo giallorosso, nel gruppo Facebook del M5s Acerra, l'attivista Francesco Imbaldi pubblicava questo post: «Ministri senza portafoglio a noi, e al Pd i ministri dell'Economia, quei ministeri che indirizzano la politica, quei dicasteri che sono l'essenza della politica stessa. Hanno già preso il dominio. Giuseppe Conte poi gioca per sé stesso... Speriamo bene, comunque se la Lega ci aveva dimezzato speriamo che questi non ci cancellano». Per Marco Cardillo, consigliere comunale a Cornaredo, in provincia di Milano, la colpa dei 5 stelle al governo «è che si sono estraniati dalla realtà del territorio. Bisogna tornare a parlare di temi che stanno a cuore ai cittadini, altro che far votare sì o no». Contrario all'alleanza con il Pd, «siamo corpi estranei che non possono coincidere» e tra i sostenitori della Carta di Firenze, Cardillo dichiara di «non aver voluto nemmeno l'alleanza con la Lega, comunque forza populista e con punti in comune con noi. I leghisti dovevano fare un governo di centrodestra e i 5 stelle stare all'opposizione, forti di oltre il 32% dei voti degli italiani alle politiche del 2018».
Stefano Rallo, storico attivista del M5s di Marsala, nel 2017 si era candidato alle regionali in Sicilia. Arrivò secondo per numero di preferenze nella città siciliana, la presidenza andò al centrodestra ma quello pentastellato risultò il primo partito dell'isola, con il 26,7% dei suffragi. Per la sinistra fu un tonfo. Lo scorso 12 settembre, con un post su Facebook, Rallo annunciava che si era concluso l'iter della sua cancellazione dal Movimento. «Me ne sono andato subito dopo aver votato “no" all'accordo con il Pd per formare un nuovo governo. Siamo diventati quello che non volevamo», commenta amaro. Dieci anni fa aveva accolto con entusiasmo la nascita della creatura politica di Grillo, seguendo da informatico la crescita dei meetup. «Funzionavano, agivamo da tramite tra le esigenze dei cittadini e i referenti regionali, nazionali, europei. Poi, con la scelta del capo politico, il Movimento è diventato verticistico, i portavoce sono diventati deputati e senatori, non hanno ascoltato più le richieste della base. Non ce l'ho con Luigi Di Maio, ma “l'uno vale uno" non vale più. Abbiamo fatto lo stesso errore del Pd che ha perso il contatto con il territorio e ne paga le conseguenze».
Rallo condanna «l'utilizzo della piattaforma Rousseau per fare pressione sui fan. Una propaganda, a partire dal video di Grillo, che il Movimento mai si era permesso di fare prima. Sarà per questo che in Sicilia pochissimi hanno risposto con un sì all'accordo con i dem». Conclude: «Beppe Grillo decida se vuole fare il segretario del Pd, non mescoli il Movimento con il Pd o con la Lega. Solo tornando alle origini i 5 stelle possono riacquisire quello che hanno perso».
Sul gruppo Fb del M5s Emilia Romagna, Nicola Liuzzi commenta: «Io adesso non so cosa hanno in mente i nostri strateghi politici che vanno da Beppe Grillo a Davide Casaleggio, visto che hanno voluto questa accelerazione di trasformazione del movimento. Mi pongo delle domande. Beppe l'elevato ha deciso di uccidere la propria creatura, cioè tutti noi, per rimanere nella storia da elevato come quando un campione di calcio abbandona il calcio a fine carriera a testa alta?».
«Ho sconfitto i rossi dopo 70 anni e Grillo non ha mai voluto vedermi»
«Ho toccato con mano cosa vuol dire lavorare fianco a fianco con il Pd nell'amministrazione di una città e posso dire, per esperienza diretta, che è stata un'esperienza terrificante. Sono solo preoccupati di favorire i consorzi e le cooperative, di spartirsi le poltrone alla faccia dei cittadini. E il mio Movimento, cosa fa? Continua con questa alleanza nefasta nel governo del Paese. Suvvia, ma un po' di autocoscienza quando si fa? Dobbiamo aspettare di sprofondare nei consensi? Abbiamo perso sei milioni di voti e insistiamo ad andare a braccetto con il Pd». Manuela Sangiorgi si è appena tolta la fascia tricolore, non vuole più essere il sindaco di Imola, si è «sentita tradita». È un fiume in piena e spara bordate contro i vertici del Movimento, che «mi hanno lasciata sola, come hanno fatto in tante realtà comunali» e contro «l'assurda politica» del governo con la sinistra, che «ha tradito lo spirito originario dei 5 stelle».
La prima cittadina cade dopo meno di un anno e mezzo dalle elezioni del 2018, quando al ballottaggio riuscì a strappare il 55,4% dei voti in una città roccaforte rossa. «Durante la campagna elettorale avevo metà governo qui presente ma il giorno dopo la vittoria erano tutti scomparsi. Avevo bisogno di supporto, di risposte, ma dai vertici del Movimento ho avuto solo il silenzio. Il rischio era di diventare un burattino nelle mani del Pd. Così ho deciso di lasciare».
La vittoria dei 5 stelle a Imola aveva avuto un significato simbolico. La sinistra era fortemente radicata sul territorio per la presenza di moltissime grandi cooperative che per anni sono state una forma di finanziamento e un bacino di consenso. Dopo 18 mesi la frana. Ora si attende la nomina di un commissario prefettizio.
Come si è arrivati a questo?
«Mi sono trovata da sola mentre il Pd, nonostante la sconfitta, continuava a tenere in pugno il territorio tramite la rete dei consorzi e delle coop. Avevo contro i consiglieri del Movimento che non hanno mai digerito la mia leadership, che non si presentavano in consiglio, se ne stavano a casa e io ogni volta temevo di non avere la maggioranza. Ho fatto presente la situazione a Luigi Di Maio con numerose mail ma non mi ha mai risposto. Beppe Grillo è venuto solo una volta e non è passato nemmeno a salutarmi. Forse, a Roma, i vertici del Movimento pensano che amministrare una città sia come gestire un comitato. Non ci sono competenze nell'amministrazione pubblica, manca una struttura politica».
Ma mentre lei era sola, il Pd continuava a muoversi in squadra.
«Proprio così. Nella questione del Conami ho avuto modo di vedere come agiscono i dem. Nel consorzio, che si occupa di gestire le partecipazioni nella multiservizi Hera, ma anche le farmacie, con la società pubblica Sphera e la società If, attiva nel turismo su Imola e Faenza, ci sono 10 dei 18 Comuni ravennati e Imola ha il 65% delle azioni. Però pur avendo la maggioranza, a causa della modifica dello statuto avvenuta lo scorso mandato, la mia città non può decidere da sola: serve la maggioranza dei 23 sindaci che compongono l'assemblea. Quando ho proposto una rosa di nomi per il nuovo cda mi sono trovata tutti i sindaci del Pd contro. Non solo. Non ho avuto alcun supporto dai vertici nazionali. Eppure Imola è il terzo Comune più grande amministrato dal Movimento. Allora ho capito che ero sola e il Pd ne ha approfittato».
In che modo?
«Hanno manovrato dentro il Consiglio e creato una situazione da guerra all'ultimo colpo. E con questi dovremmo continuare a governare il Paese?»
Me lo dica lei: continuare con Nicola Zingaretti o andare a elezioni?
«Meglio il voto che questa farsa. Possibile che nessuno si renda conto che più passa il tempo e più il Pd si impossessa del Movimento, gli lega le mani, gli fa perdere la sua natura originaria. L'esito elettorale in Umbria è stato un avvertimento. Se ci dovesse essere un bis in Emilia Romagna, staccare la spina diventa un passo inevitabile. A meno di non volersi consegnare mani e piedi alla sinistra».
Cosa dice la sua base, i cittadini che l'hanno votata? Quale è il sentiment dei militanti 5 stelle a Imola?
«Ho ricevuto numerose attestazioni di solidarietà. Chi mi ha votato non capisce più la linea politica dei vertici del Movimento. Mi chiedono: ma come, abbiamo sparato a zero contro il Pd, abbiamo detto mai con il partito di Bibbiano e poi finiamo al governo insieme? Poi per cosa? Per sfornare una manovra che porta il timbro della sinistra, una manovra di tasse. Nessuno capisce. Non si può continuare ad andare a braccetto con un partito che ha dietro certi poteri. Allora o io chinavo la testa, assecondando questa linea politica e facevo parte del sistema o ne uscivo».
C'è chi dice che lei ha altri progetti politici.
«Io voglio potermi guardare allo specchio la mattina e parlare con chiarezza a quanti hanno creduto in me in questi mesi. Dovrò anche cercarmi un lavoro, dal momento che al momento dell'elezione ho lasciato la mia occupazione».
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Dopo la disfatta in Umbria, sindaci e consiglieri del Movimento raccontano il loro disagio. Il referto è unanime: «Mai più a braccetto con la sinistra». I meetup stanno scomparendo: «Noi ininfluenti su Rousseau». La base protesta: «L'accordo con il Pd? Siamo diventati quello che combattevamo». I gruppi di attivisti ridotti all'osso: dimenticati dai dirigenti, si spostano su Facebook. «Ho sconfitto i rossi dopo 70 anni e Grillo non ha mai voluto vedermi». Parla il sindaco di Imola Manuela Sangiorgi, che si è dimessa in polemica con i vertici pentastellati: «I dem erano il partito di Bibbiano e oggi stiamo al governo con loro? Il risultato è questa manovra tutta tasse. Siamo finiti con i poteri forti. Ma io non chino la testa». Lo speciale comprende tre articoli. «Alleati con il Pd? Mai più»; «Chi glielo va a spiegare ai nostri elettori che per una decisione dei vertici di Roma, ora dobbiamo andare a braccetto con chi fino a ieri abbiamo contrastato»; «Già l'alleanza di governo è stata mal digerita, ma con molti mal di pancia ci siamo passati sopra in nome di alcuni obiettivi raggiunti… Però sul territorio è un'altra cosa», «Attendiamo risposte dal gruppo dirigente di Roma, le elezioni sono alle porte e non sappiamo cosa fare», «Il Movimento va riformato, bisogna tornare ai valori fondativi»; «Meglio correre da soli e magari non farcela piuttosto che matrimoni contro natura». Sono queste le voci che si levano dalla base dei 5 stelle. Consiglieri comunali, regionali, sindaci di Comuni grandi o con poche migliaia di abitanti, convergono tutti su un punto: l'esperimento dell'Umbria non si può ripetere. L'esito elettorale ha aperto una discussione all'interno del Movimento che si è concretizzato in un documento noto come Carta di Firenze, attorno al quale stanno convergendo rappresentanti territoriali ma anche ignoti militanti, che chiedono un ripensamento della struttura del Movimento in chiave «democratica», un maggior coinvolgimento della base e soprattutto messaggi chiari sulle strategie politiche. Anche perché altre tornate elettorali sono alle porte. E la confusione sulla direzione da prendere regna sovrana. Nella città di Trento, da sempre in mano alla sinistra, i 5 stelle sono riusciti a conquistare, nel 2015, il 9% e tre consiglieri. «A maggio 2020 ci sono le elezioni ma noi non abbiamo avuto ancora indicazioni dallo staff dirigenziale di Roma su come muoverci. Abbiamo abboccamenti da destra, da sinistra e dalle liste civiche ma finora non ci siamo mossi. Gli altri partiti si stanno organizzando, noi siamo bloccati», afferma Paolo Negroni, consigliere comunale. Di alleanza con i dem non ne vuol sentir parlare. «Per cinque anni siamo stati alternativi alla sinistra, l'abbiamo combattuta, sarebbe difficile spiegare agli elettori un cambio di marcia. La soluzione? Un accordo con le liste civiche ma stando attenti che non siano fasulle e nascondano ex rappresentanti dei vecchi partiti. La scorsa estate abbiamo inviato una lettera a Roma chiedendo come posizionarci, ma stiamo ancora aspettando. A ogni elezione cambiamo le regole e siamo disorientati. Abbiamo anche chiesto di fare una votazione sulla piattaforma Rousseau per raccogliere i pareri del territorio, ma non abbiamo avuto risposta». Poi dice fuori dai denti che «se i vertici imporranno un'alleanza, il risultato sarebbe disastroso. Non so quanti rimarrebbero nel Movimento». Il problema primario è la lontananza tra la base e Roma, quel Palazzo che i fondatori dei 5 stelle avevano demonizzato. «Manca l'ascolto a livello nazionale degli organi territoriali. Ci sentiamo abbandonati a noi stessi». L'Emilia Romagna è il prossimo test elettorale per il M5s. A Imola, dopo le dimissioni del sindaco Manuela Sangiorgi, che aveva espugnato dopo 70 anni un feudo rosso, la base è in fermento. Il capogruppo del Movimento in consiglio comunale, Andrea Cerulli, fa da megafono al malessere dei militanti. «Se nasci come partito antisistema non puoi fare alleanze con il sistema, se nasci dal basso, dal popolo, non si può andare a braccetto con chi ha dietro i poteri forti. Bisogna essere coerenti con i propri valori e non aver paura del voto». Allora quale strada? «Bisognerebbe tornare al voto anche a livello nazionale e andare da soli. Il rischio è di farci fagocitare dal Pd». E racconta la sua esperienza: «L'ho visto in consiglio comunale come si muove la sinistra. È camaleontica, pronta a fare accordi con chiunque pur di conservare le poltrone». Nelle Marche l'orma della sinistra, con la giunta guidata da Luca Ceriscioli, è profonda. Ma la gestione della ricostruzione post terremoto e le problematiche legate alla sanità hanno fatto esplodere il malcontento. A Fabriano il sindaco Gabriele Santarelli non le manda a dire. «Preferisco stare cinque anni all'opposizione, come la sappiamo fare noi, piuttosto che vincere abbracciati al Pd e non riuscire a fare quello che dobbiamo fare». Poi rivela le manovre di un inciucio. «Alcuni nel Pd, insieme al nostro capogruppo in Regione, si stanno muovendo, in vista del voto nel 2020, per promuovere un accordo simile a quello in Umbria con un candidato civico appoggiato da due liste». E batte l'accento sulle riforme del sistema sanitario locale, «a colpi di tagli dei posti letto, riduzione del personale a tutto vantaggio delle strutture private, e lo svuotamento delle strutture nell'entroterra». E avverte: «In caso di alleanze con il Pd io mi tiro indietro». Accordo con la società civile o percorso solitario, è l'opzione che vede possibile anche Romina Pergolesi, consigliere regionale Marche. «Bisogna tornare allo spirito originario, ascoltare i territori. Bisogna incontrarci più spesso approfondendo le tematiche, serve più dialogo». Nel piccolo Comune di Castel di Lama, nell'Ascolano, il sindaco Mauro Bochicchio spiega perché «il rapporto tra M5s e Pd nelle Marche sarebbe difficilmente comprensibile da parte dell'elettorato». Ricorda il progetto dell'ospedale unico fortemente voluto dal governatore Ceriscioli, che «priverebbe i due Comuni più popolosi, Ascoli e San Benedetto, di una loro struttura ospedaliera con tutti i disagi conseguenti per gli spostamenti». Anche il sindaco di Castelfidardo, provincia di Ancona, Roberto Ascani, ritiene che «la gestione Ceriscioli della sanità abbia scavato un solco incolmabile con i 5 stelle» e reso impossibile qualsiasi accordo elettorale. «Non abbiamo ricevuto alcuna indicazione dai vertici del Movimento e penso voglia dire che andiamo da soli». Nel Lazio, il consigliere regionale pentastellato, Davide Barillari, non usa tante diplomazie. «Abbiamo vissuto l'alleanza nazionale con il Pd con particolare sensibilità, dal momento che il segretario dem, Nicola Zingaretti, è anche presidente della Regione. L'esperienza diretta con la sinistra ci fa dire che sarebbe un abbraccio dannoso e mortale per il Movimento. Non possiamo comportarci, a livello territoriale, in un modo su alcuni temi come gli inceneritori e la Tav e poi sul piano nazionale agire diversamente». Barillari tira il sasso: «Il dialogo con il Pd è pericoloso. È un partito che ha ramificazioni ovunque, nella stampa, nella magistratura, negli enti. Noi e il Pd parliamo lingue diverse. Prendiamo la sanità. Dietro i loro discorsi si vede che i loro interessi sono la spartizione delle Asl, le nomine, non i cittadini, le liste d'attesa. Il confronto è complicato, abbiamo obiettivi diversi». Simone Sollazzo, consigliere del comune di Milano, batte il tasto sul recupero dell'identità politica. «Bisogna tornare ai nostri valori, definire un progetto politico chiaro e allora possiamo anche correre da soli o sederci al tavolo e imporre la nostra linea». E rilancia: «Va ridata centralità agli attivisti». In Veneto nessun dubbio. Erika Baldin, presidente del gruppo M5s in consiglio regionale, è tranchant: «Ogni alleanza con il Pd è esclusa, invece porte aperte alla società civile. A livello nazionale è diverso perché non avendo il 51% abbiamo bisogno di unirci ad altre forze. L'importante è raggiungere i nostri obiettivi. Se questa alleanza fallirà lo decideremo tra tre anni. Non si può andare ad elezioni dopo tre mesi». A Vigonovo (Venezia), 10.000 abitanti, il sindaco Andrea Danieletto ribadisce che in Veneto «non ci sono le condizioni per un accordo con il Pd» e mette in guardia dal rischio di liste civiche «camuffate». Per Roberto Castiglion, sindaco di Sarego, provincia di Vicenza, il Movimento «dovrebbe correre da solo. Abbiamo carte da giocarci. Stiamo portando avanti una battaglia contro l'inquinamento delle falde acquifere. La gente è con noi, non capirebbe un cambio di passo». Insomma, la panoramica è chiara: la classe dirigente che con fatica il M5s ha costruito sui territori è delusa. Non si fida della sinistra, ritiene che quello con il Pd sia stato un abbraccio mortale. 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Nacquero quando la pressione dei commenti sul blog del leader era diventata ingestibile; il comico genovese dichiarò di averli mutuati dal democratico americano Howard Dean, che nel 2004 si servì della piattaforma per promuovere la partecipazione dal basso durante la sua campagna elettorale. Dovevano favorire le discussioni online, l'impegno sul territorio in tematiche di interesse comune, erano utili per organizzare riunioni. Sul sito si legge che i meetup oggi sono 583, con 114.481 membri. I numeri cambiano e calano ogni giorno «ma non sono ufficiali. Moltissimi “Amici di Beppe Grillo" non esistono più da un paio d'anni», sostiene Davide G. Porro, attivista nell'Alto Milanese. «I gruppi preferiscono incontrarsi su pagine Facebook, hanno aperto un loro forum o si sono estinti. Gli attivisti, non più di 9.000 in tutto il Paese, vivono il Movimento in prima persona, ci mettono la faccia nell'impegno locale, ma il 70% è scontento della gestione pentastellata perché sulla piattaforma Rousseau, con 117.000 iscritti, loro rappresentano una minoranza. Quando le decisioni vengono votate a livello nazionale, non hanno possibilità di farsi sentire». Il malcontento diffuso per battaglie storiche abbandonate o contraddette, quali «la Gronda di Genova, il passante di Bologna, o il quadruplicamento della linea ferroviaria Rho-Gallarate, che hanno ottenuto il via libera da Roma, sconfessano la linea dei 5 stelle», aggiunge Porro. «I meetup non esistono più. In città abbiamo i gruppi circoscrizionali, i gruppi tematici che lavorano su problemi del territorio», conferma Davide Carretto, consigliere comunale del M5s a Torino. «La partecipazione degli attivisti? A Torino saranno circa 300, ma senza una tessera è difficile contarli. Gli iscritti alla piattaforma sono poco più di 2.000. Se dobbiamo parlare di alleanza con il Pd, i problemi li abbiamo a livello locale perché ci sono troppe divergenze tra noi e i dem. La gestione condivisa sarebbe impossibile, per differenza di impostazione storica. Quello che facciamo come 5 stelle a loro non va bene». Subito dopo la formazione del governo giallorosso, nel gruppo Facebook del M5s Acerra, l'attivista Francesco Imbaldi pubblicava questo post: «Ministri senza portafoglio a noi, e al Pd i ministri dell'Economia, quei ministeri che indirizzano la politica, quei dicasteri che sono l'essenza della politica stessa. Hanno già preso il dominio. Giuseppe Conte poi gioca per sé stesso... Speriamo bene, comunque se la Lega ci aveva dimezzato speriamo che questi non ci cancellano». Per Marco Cardillo, consigliere comunale a Cornaredo, in provincia di Milano, la colpa dei 5 stelle al governo «è che si sono estraniati dalla realtà del territorio. Bisogna tornare a parlare di temi che stanno a cuore ai cittadini, altro che far votare sì o no». Contrario all'alleanza con il Pd, «siamo corpi estranei che non possono coincidere» e tra i sostenitori della Carta di Firenze, Cardillo dichiara di «non aver voluto nemmeno l'alleanza con la Lega, comunque forza populista e con punti in comune con noi. I leghisti dovevano fare un governo di centrodestra e i 5 stelle stare all'opposizione, forti di oltre il 32% dei voti degli italiani alle politiche del 2018». Stefano Rallo, storico attivista del M5s di Marsala, nel 2017 si era candidato alle regionali in Sicilia. Arrivò secondo per numero di preferenze nella città siciliana, la presidenza andò al centrodestra ma quello pentastellato risultò il primo partito dell'isola, con il 26,7% dei suffragi. Per la sinistra fu un tonfo. Lo scorso 12 settembre, con un post su Facebook, Rallo annunciava che si era concluso l'iter della sua cancellazione dal Movimento. «Me ne sono andato subito dopo aver votato “no" all'accordo con il Pd per formare un nuovo governo. Siamo diventati quello che non volevamo», commenta amaro. Dieci anni fa aveva accolto con entusiasmo la nascita della creatura politica di Grillo, seguendo da informatico la crescita dei meetup. «Funzionavano, agivamo da tramite tra le esigenze dei cittadini e i referenti regionali, nazionali, europei. Poi, con la scelta del capo politico, il Movimento è diventato verticistico, i portavoce sono diventati deputati e senatori, non hanno ascoltato più le richieste della base. Non ce l'ho con Luigi Di Maio, ma “l'uno vale uno" non vale più. Abbiamo fatto lo stesso errore del Pd che ha perso il contatto con il territorio e ne paga le conseguenze». Rallo condanna «l'utilizzo della piattaforma Rousseau per fare pressione sui fan. Una propaganda, a partire dal video di Grillo, che il Movimento mai si era permesso di fare prima. Sarà per questo che in Sicilia pochissimi hanno risposto con un sì all'accordo con i dem». Conclude: «Beppe Grillo decida se vuole fare il segretario del Pd, non mescoli il Movimento con il Pd o con la Lega. Solo tornando alle origini i 5 stelle possono riacquisire quello che hanno perso». Sul gruppo Fb del M5s Emilia Romagna, Nicola Liuzzi commenta: «Io adesso non so cosa hanno in mente i nostri strateghi politici che vanno da Beppe Grillo a Davide Casaleggio, visto che hanno voluto questa accelerazione di trasformazione del movimento. Mi pongo delle domande. Beppe l'elevato ha deciso di uccidere la propria creatura, cioè tutti noi, per rimanere nella storia da elevato come quando un campione di calcio abbandona il calcio a fine carriera a testa alta?». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/radiografia-dei-5-stelle-2641206824.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ho-sconfitto-i-rossi-dopo-70-anni-e-grillo-non-ha-mai-voluto-vedermi" data-post-id="2641206824" data-published-at="1782549743" data-use-pagination="False"> «Ho sconfitto i rossi dopo 70 anni e Grillo non ha mai voluto vedermi» «Ho toccato con mano cosa vuol dire lavorare fianco a fianco con il Pd nell'amministrazione di una città e posso dire, per esperienza diretta, che è stata un'esperienza terrificante. Sono solo preoccupati di favorire i consorzi e le cooperative, di spartirsi le poltrone alla faccia dei cittadini. E il mio Movimento, cosa fa? Continua con questa alleanza nefasta nel governo del Paese. Suvvia, ma un po' di autocoscienza quando si fa? Dobbiamo aspettare di sprofondare nei consensi? Abbiamo perso sei milioni di voti e insistiamo ad andare a braccetto con il Pd». Manuela Sangiorgi si è appena tolta la fascia tricolore, non vuole più essere il sindaco di Imola, si è «sentita tradita». È un fiume in piena e spara bordate contro i vertici del Movimento, che «mi hanno lasciata sola, come hanno fatto in tante realtà comunali» e contro «l'assurda politica» del governo con la sinistra, che «ha tradito lo spirito originario dei 5 stelle». La prima cittadina cade dopo meno di un anno e mezzo dalle elezioni del 2018, quando al ballottaggio riuscì a strappare il 55,4% dei voti in una città roccaforte rossa. «Durante la campagna elettorale avevo metà governo qui presente ma il giorno dopo la vittoria erano tutti scomparsi. Avevo bisogno di supporto, di risposte, ma dai vertici del Movimento ho avuto solo il silenzio. Il rischio era di diventare un burattino nelle mani del Pd. Così ho deciso di lasciare». La vittoria dei 5 stelle a Imola aveva avuto un significato simbolico. La sinistra era fortemente radicata sul territorio per la presenza di moltissime grandi cooperative che per anni sono state una forma di finanziamento e un bacino di consenso. Dopo 18 mesi la frana. Ora si attende la nomina di un commissario prefettizio. Come si è arrivati a questo? «Mi sono trovata da sola mentre il Pd, nonostante la sconfitta, continuava a tenere in pugno il territorio tramite la rete dei consorzi e delle coop. Avevo contro i consiglieri del Movimento che non hanno mai digerito la mia leadership, che non si presentavano in consiglio, se ne stavano a casa e io ogni volta temevo di non avere la maggioranza. Ho fatto presente la situazione a Luigi Di Maio con numerose mail ma non mi ha mai risposto. Beppe Grillo è venuto solo una volta e non è passato nemmeno a salutarmi. Forse, a Roma, i vertici del Movimento pensano che amministrare una città sia come gestire un comitato. Non ci sono competenze nell'amministrazione pubblica, manca una struttura politica». Ma mentre lei era sola, il Pd continuava a muoversi in squadra. «Proprio così. Nella questione del Conami ho avuto modo di vedere come agiscono i dem. Nel consorzio, che si occupa di gestire le partecipazioni nella multiservizi Hera, ma anche le farmacie, con la società pubblica Sphera e la società If, attiva nel turismo su Imola e Faenza, ci sono 10 dei 18 Comuni ravennati e Imola ha il 65% delle azioni. Però pur avendo la maggioranza, a causa della modifica dello statuto avvenuta lo scorso mandato, la mia città non può decidere da sola: serve la maggioranza dei 23 sindaci che compongono l'assemblea. Quando ho proposto una rosa di nomi per il nuovo cda mi sono trovata tutti i sindaci del Pd contro. Non solo. Non ho avuto alcun supporto dai vertici nazionali. Eppure Imola è il terzo Comune più grande amministrato dal Movimento. Allora ho capito che ero sola e il Pd ne ha approfittato». In che modo? «Hanno manovrato dentro il Consiglio e creato una situazione da guerra all'ultimo colpo. E con questi dovremmo continuare a governare il Paese?» Me lo dica lei: continuare con Nicola Zingaretti o andare a elezioni? «Meglio il voto che questa farsa. Possibile che nessuno si renda conto che più passa il tempo e più il Pd si impossessa del Movimento, gli lega le mani, gli fa perdere la sua natura originaria. L'esito elettorale in Umbria è stato un avvertimento. Se ci dovesse essere un bis in Emilia Romagna, staccare la spina diventa un passo inevitabile. A meno di non volersi consegnare mani e piedi alla sinistra». Cosa dice la sua base, i cittadini che l'hanno votata? Quale è il sentiment dei militanti 5 stelle a Imola? «Ho ricevuto numerose attestazioni di solidarietà. Chi mi ha votato non capisce più la linea politica dei vertici del Movimento. Mi chiedono: ma come, abbiamo sparato a zero contro il Pd, abbiamo detto mai con il partito di Bibbiano e poi finiamo al governo insieme? Poi per cosa? Per sfornare una manovra che porta il timbro della sinistra, una manovra di tasse. Nessuno capisce. Non si può continuare ad andare a braccetto con un partito che ha dietro certi poteri. Allora o io chinavo la testa, assecondando questa linea politica e facevo parte del sistema o ne uscivo». C'è chi dice che lei ha altri progetti politici. «Io voglio potermi guardare allo specchio la mattina e parlare con chiarezza a quanti hanno creduto in me in questi mesi. Dovrò anche cercarmi un lavoro, dal momento che al momento dell'elezione ho lasciato la mia occupazione».
Nel riquadro Francesco Imprezzabile, l'agente morto durante un inseguimento. Sullo sfondo la polizia locale di Peschiera Borromeo e di Milano sul luogo dell'incidente dove è deceduto l'agente (Ansa)
Si potrebbe fare il glorioso quiz de La Settimana enigmistica: trova la differenza, solo che la soluzione è troppo facile e salta agli occhi. Se sei extracomunitario ti viene sempre e comunque applicata una sorta di «scriminante a prescindere». Una dimostrazione clamorosa è di queste ore. Genti Berisha, uno che ha una fedina penale come un lenzuolo, sfuggito all’alt della polizia locale con conseguente caduta mortale dell’agente Francesco Imprezzabile che lo inseguiva, non fa un giorno di galera e va agli arresti domiciliari perché il gip Giulia Masci gli riqualifica il reato da omicidio stradale a morte in conseguenza di altro reato.
Invece il carabiniere Antonio Lenoci, che guidava la Gazzella all’inseguimento di Ramy, il ragazzo morto il 24 novembre 2024 mentre fuggiva in scooter da un posto di blocco, andrà a giudizio con l’accusa di omicidio stradale con l’aggravante dell’eccesso colposo nell’adempimento del dovere. Va detto che in Appello a Fares Bouzidi, immigrato che guidava lo scooter di Ramy, la pena è stata dimezzata: se l’è cavata con un anno e sei mesi e il riconoscimento pieno delle attenuanti generiche. Trova la differenza, appunto. Siamo a Milano, sono tutti e due inseguimenti. Il carabiniere viene accusato di omicidio stradale, l’albanese che provoca la morte di un vigile urbano gode dello sconto immediato: gli riqualificano il reato riducendone la gravità. Che invece, stando al racconto dei fatti, c’è tutta.
Lunedì 22 giugno Genti Berisha a bordo di un’Audi a noleggio percorre la strada nel quartiere Ponte Lambro. Lì c’è di pattuglia Imprezzabile che lo vede sfrecciare a forte velocità: gli intima l’alt. L’albanese accelera, ne nasce un inseguimento e Imprezzabile con la moto arriva a oltre 180 chilometri all’ora per cercare di fermare l’Audi: cade e muore. Berisha, arrestato, si difende dicendo di non aver speronato la moto dell’agente e spiega: «Non mi sono fermato al posto di blocco perché avevo un po’ di droga con me». Detta così, sembra quasi una disgraziata fatalità, ma lui è accusato di essere un trafficante internazionale. Era però libero di girare in Italia perché un giudice l’aveva scarcerato.
Berisha era stato beccato in Albania, estradato in Italia un anno fa perché la Procura di Brescia sospetta che sia uno degli uomini di fiducia del clan Cela, che gestisce un traffico di cocaina dal Sudamerica all’Italia via Albania. Ma scaduti i termini lo hanno messo fuori con obbligo di firma. E quella sera, vicino a Linate, era lì per i suoi affari. Incontrandolo, Imprezzabile ha perso la vita, ma per il gip di Milano, che lo ha messo agli arresti domiciliari col braccialetto elettronico, l’albanese non ha ucciso; ha solo provocato una morte. Appunto: trova la differenza. Il ministro di giustizia Carlo Nordio ha detto che siccome il Codice Rocco è fascista andrebbe riformato, ma ci pensano già i magistrati italiani a introdurre delle nuove scriminanti tra le norme penali. Perché se l’accusa di razzismo è un’aggravante per un italiano, essere di un’altra etnia se si commette un reato è un’attenuante.
La cronaca lo propone tutti i giorni. A Pegli, giovedì, vicino al bagno Mediterraneé, un gambiano si è calato gli slip e ha cominciato, in pieno giorno, a masturbarsi davanti ai bambini, alle famigliole. Lo hanno ripreso e il video ha fatto 40 milioni di visualizzazioni in dodici ore su TikTok. Sono arrivati gli agenti della municipale, lo hanno fatto allontanare. Ora ha una denuncia per atti osceni in luogo pubblico, ma non gli succederà nulla anche perché nessuno sa più dove sia. Anche se i bagnanti di Pegli hanno raccontato: «Non ne possiamo più, bivaccano dappertutto, fanno i loro bisogni, i loro comodi senza che nessuno faccia nulla». L’avvocato difensore di uno egiziano di 21 anni che l’8 giugno ha stuprato una ragazza di 16 anni ad Avezzano ha detto: «Non è una storia d’immigrazione, i due si conoscono, avevano solo bevuto troppo». Risultato l’egiziano (filmato mentre abusava della ragazza) è finito in carcere l’8 giugno, ma dopo l’interrogatorio di garanzia lo hanno rimesso in libertà». A Ferrara, un mese fa, un maliano di 29 anni ha cercato di violentare una ragazza di 20 anni in pieno centro. I carabinieri lo hanno arrestato, ma il giudice lo ha rimesso in libertà solo con l’obbligo di firma. Resta clamorosa la sentenza del gup di Brescia, Valeria Rey, che ha riqualificato il reato a carico di un bengalese di 29 anni che in un campo profughi nel Collio aveva stuprato e messo incinta una bambina di dieci anni. Per la giudice non ci sono gli estremi dello stupro, perché i rapporti si sono ripetuti, per cui per il bengalese, tenendo conto anche della sua cultura (così si è detto in tribunale), basta una condanna a cinque anni per «atti sessuali con minorenni». Sono solo gli ultimi casi. Giusto per memoria, a Firenze una professoressa trentenne che dava lezioni private d’inglese, ma anche di sesso a un ragazzino di 13 anni, è rimasta incinta. L’hanno condannata a sei anni e mezzo. Lei è fiorentina. Dunque: trova la differenza!
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Papa Leoen XIV (Ansa)
Il pontefice ha anche ricordato che «l'unità della famiglia umana precede i singoli popoli e Stati. Non si tratta solo di un dato biologico: è un principio etico». Dopo questo monito, ieri mattina 178 cardinali hanno preso parte al Concistoro, appunto, aperto da un altro significativo intervento del Papa, preceduto da un saluto del cardinale Giovanni Battista Re.
Ma prima di soffermarsi su tale intervento, vale la pena ricordare il significato ecclesiale di questo Concistoro, che è già il secondo convocato da Prevost: a poco più di un anno dalla sua elezione, di certo cosa non marginale. Tanto più se si pensa che, durante il pontificato di Papa Francesco, i porporati trascorsero diversi anni senza incontrarsi a Roma. Venendo più nello specifico della due giorni iniziata ieri, i cardinali sono stati divisi in due insiemi: uno di 9 gruppi di cardinali elettori ordinari - inclusi nunzi e porporati elettori che hanno concluso il servizio come ordinari - e l’altro di 11 gruppi di cardinali elettori della Curia romana e cardinali non elettori; ogni gruppo con un presidente e un segretario.
Come anticipato in una lettera dal cardinale decano Giovanni Battista Re, l’agenda dei lavori ha quattro focus tematici: la situazione internazionale, la pace e il superamento della teoria della «guerra giusta», l’enciclica Magnifica humanitas e l’attuazione del Sinodo. Per affrontare tali temi, ieri mattina i porporati - nella prima sessione, intitolata «In quale mondo siamo chiamati ad annunciare il Vangelo?» - hanno riflettuto su due interrogativi. Il primo si chiedeva «quali sofferenze, tensioni e interrogativi» attraversino «oggi con maggiore forza i popoli e le comunità ecclesiali affidate alla Sua cura»; il secondo verteva su «quali segni di speranza, di fedeltà al Vangelo e di possibile riconciliazione è importante portare all’ascolto comune».
Sviluppando tali interrogativi, i cardinali hanno fatto emergere «la necessità di misurarsi in maniera cristiana sul fenomeno migratorio» e sul «bisogno di reali politiche di integrazione». Dinnanzi a ciò, e anche ai contesti di sfiducia e di degrado, è altresì affiorato «come sia necessario che la Chiesa si mostri madre, luogo accogliente, anche ristrutturando le parrocchie». Nel pomeriggio, invece, i cardinali - nella seconda sessione, intitolata «La cultura della potenza e la civiltà dell’amore» - hanno riflettuto sul modo in cui «le tensioni, le divisioni e i conflitti che attraversano il mondo toccano oggi la vita delle nostre Chiese e dei nostri popoli» e su «quali linguaggi, atteggiamenti e pratiche possono aiutare a costruire riconciliazione, convivenza e pace». Tutti questi lavori sono però stati anticipati da un intervento di Papa Leone XIV molto significativo, e non solo per il concistoro.
Infatti, dopo il canto del Veni Creator Spiritus e il saluto del cardinale Re - dettosi «lieto» di partecipare al Concistoro in un «momento difficile per l’umanità» -, Prevost ha preso la parola per un intervento introduttivo dei lavori, nel quale ci sono stati diversi passaggi significativi. I più rilevanti sono stati due. Anzitutto il Papa ha chiesto ai cardinali un sostegno «forte, esplicito, pubblico». Tre aggettivi - specie l’ultimo - difficili da ricondurre ad una prassi; dunque parlare di semplice richiesta di aiuto (per quanto, in effetti, lo stesso Prevost lo abbia detto: «Desidero chiedervi un aiuto particolare»), rischia di essere fuorviante o, quanto meno, parziale. Anche perché viene da chiedersi perché mai Leone XIV - un leader religioso indiscusso nonché un monarca - abbia bisogno di un appoggio «pubblico». La sensazione è che dietro quest’ultimo termine vi sia, nel Papa, la consapevolezza che per la Chiesa si profilano giorni complessi. Le partite sul tavolo sono almeno due. Da un lato, a giorni verranno effettuate dalla Fraternità San Pio X le annunciate nomine di vescovi senza mandato e accordo con Roma - cosa che può concretizzare un rischio di scisma -, dall’altro mal di pancia non più lievi si levano continuamente dalla Germania, dove l’establishment del Cammino sinodale (Synodaler Weg) da tempo esige più «aperture» su diversi temi. In secondo luogo, nel suo intervento di ieri, Leone XIV ha anche fatto una seconda esortazione significativa: «Non siamo qui principalmente per riflettere sulla vita interna della Chiesa». Parole che riflettono l’interpretazione che il pontefice dà non solo all’assemblea in corso ma anche alla Chiesa, che - dal suo punto di vista, e non solo dal suo c’è da sperare - ha una missione principale: annunciare Cristo al mondo. «La missione non è uno dei tanti compiti della Chiesa. È la sua stessa ragion d’essere», ha insistito Prevost. Che, non senza qualche difficoltà, sta lavorando non solo per preservare l’unità della Chiesa a fronte delle spinte, poc’anzi accennate, che la scuotono, ma anche per riportarla alla sua «missione» originale. Una sfida accanto alla quale il Papa non perde di vista, come si diceva in apertura, un tema da oggi cui dipende il futuro di tutta la famiglia umana: la pace.
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Il presidente libanese Joseph Aoun (Getty Images)
È bastato poco, una semplice parola tradotta male, per scatenare l’ennesima strumentalizzazione. Questa volta ci ha pensato la stampa francese a mettere zizzania tra Giorgia Meloni e un altro leader internazionale. Un leader di partito: Marine Le Pen. Interrogata sulla sua vicenda giudiziaria, Meloni aveva risposto di non credere a tutto quello che legge. Frase tradotta così: «Non credo a tutto quello che dice». A chiarire tutto ci ha pensato Marion Maréchal Le Pen, la nipote e leader di Identité liberté, che in un post rilanciato poi da Meloni, ha scritto: «Quando la tv Bfm trasforma il “non credo a tutto quello che leggo (sulla stampa) su Marine Le Pen” di Giorgia Meloni in “non credo a tutto quello che dice Marine Le Pen”. Come si può sentire» allegando anche il video dell’intervista, «dopo aver ricordato che “aveva rispetto per Le Pen”, Meloni sottolineava che non bisognava fidarsi di quello che una certa stampa “autorevole” diffonde sul campo nazionale. E Bfm le ha immediatamente dimostrato che aveva ragione a diffidare». Anche Vincenzo Sofo, ex parlamentare europeo di FdI e marito di Maréchal, ha denunciato in un commento la «notizia falsa basata su una traduzione errata».
Unico neo di un vertice che ha oggettivamente riscosso molto successo nei due Paesi e oltre. Il primo a beneficiarne e a riconoscerlo è il leader libanese Joseph Aoun che ha accolto con favore gli sforzi di Francia e Italia per la creazione di una coalizione multinazionale che succeda alle forze Unifil, missione che terminerà il suo mandato a fine anno. L’iniziativa, annunciata nella conferenza stampa post vertice dal presidente francese Emmanuel Macron e dal presidente del Consiglio Meloni, è «una sincera espressione dell’impegno internazionale a sostegno della sovranità e della stabilità del Libano» ha commentato Anoun.
In Italia non mancano le polemiche. «Nel bilaterale Francia - Italia, è nuovamente stata sottolineata la necessità di un nuovo protagonismo europeo dentro la crisi internazionale che stiamo vivendo. Sono di due giorni fa le dichiarazioni del segretario generale della Nato Rutte. Parole che, se pur ufficialmente chiarite, non possono essere archiviate come “parole a caso”. Forse è utile che su quanto sta avvenendo ci possa essere un confronto di fronte al Paese», ha commentato Francesco Boccia, presidente del gruppo del Pd in Senato che ha aggiunto chiedendo nuovamente che Meloni riferisca in Parlamento: «Per questo torniamo a chiedere con forza che su tutta questa vicenda il governo, se possibile anche nella persona della stessa presidente del Consiglio, chiarisca la propria posizione: dai rapporti europei, alle parole di Rutte, alla guerra di Israele e Usa all’Iran. Crediamo che questo sia, ancor più che nel passato, il momento giusto perché Meloni scelga di stare dalla parte dell’Europa, senza più remore o retropensieri e senza più titubanze». E se Boccia ha letto in questo incontro titubanze da parte del premier, il presidente dei senatori della Lega Massimiliano Romeo legge il contrario: «Ho piena fiducia nella premier che ha dimostrato di saperci fare in politica estera». «È giusto che l’Europa si rafforzi» ha aggiunto convinto però che debba anche mantenersi il rapporto con gli Stati Uniti nonostante gli «incidenti» con Trump.
A proposito di Trump, il presidente americano ieri ha minacciato l’introduzione di nuovi dazi nei confronti di «qualsiasi Paese» intenda imporre la digital tax. «Sarà immediatamente soggetto a un dazio del 100% su tutte le merci spedite negli Stati Uniti d’America. Tale dazio prevarrà sugli accordi commerciali stipulati con il Paese in questione, indipendentemente dal fatto che siano stati attuati, firmati o meno. Inoltre, il dazio del 100% sarà immediatamente applicato qualora tali Paesi procedano con l’introduzione dell’imposta domanda». Bruxelles ha replicato, sostenendo che le sue minacce sono ingiustificate e quindi, se attuate, la Commissione Ue risponderà.
L’ennesima sparata del tycoon che arriva nelle stesse ore in cui a Washington sembrerebbe essere arrivata l’intesa tra Israele e Libano, rifiutata però da Hezbollah perché indebolirebbe la l’unità il Paese, per un cessate il fuoco dopo quattro giorni di trattativa. Roma però si è subito congratulato per il risultato: «Il Governo italiano accoglie con favore l’annuncio di un accordo quadro tra Libano e Israele, grazie alla mediazione Usa». Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha pubblicato un messaggio su X scritto in farsi in cui spiega che «il comandante della Forza Quds iraniana, Qaani, ha recentemente lanciato numerose minacce contro Israele. In ogni caso, se l’Iran attacca Israele, sarà il suo più grande errore. Né Hormuz né il fuoco sui civili lo aiuteranno. Nulla ci fermerà. Le nostre forze sono pronte a portare a termine la missione».
Su Hormuz non si riesce a risolvere l’impasse. I Guardiani della rivoluzione islamica ieri hanno smentito le dichiarazioni di alcuni funzionari statunitensi secondo cui sarebbe stato istituito un canale diretto tra Teheran e Washington sul tema dello Stretto di Hormuz. «Si tratta di una menzogna completa e lo smentiamo con forza. Non è mai accaduto e non accadrà. Lo Stretto di Hormuz è territorio iraniano e non ha nulla a che fare con gli Stati Uniti». Non proprio una bella notizia considerata la violazione del cessate il fuoco nello Stretto da parte degli iraniani condannata e denunciata così da Trump: «La Repubblica islamica dell’Iran ha lanciato almeno quattro droni d’attacco unidirezionali contro navi in transito nello Stretto di Hormuz. Uno dei droni ha colpito in pieno il ponte superiore di una grande e costosissima nave da carico. Sono stati riportati danni, ma la nave ha potuto proseguire la navigazione. Ovviamente, si tratta di una folle violazione del nostro accordo di cessate il fuoco».
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