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2019-01-10
«Qui non entra nessuno». Salvini contro tutti per i clandestini di Malta
Ansa
«Non cade il governo se perde il Milan, non cadrà sulla Sea Watch».
Sorride amaro Matteo Salvini nei saloni dell'ambasciata italiana a Varsavia, forse per non destabilizzare gli imprenditori che lo applaudono, per non deludere gli ospiti polacchi, per non far contento il Pd che già parla di «editto di Varsavia che sfiducia Conte» (copyright Graziano Del Rio). Ma il vicepremier è tutt'altro che sereno per le ultime mosse dell'alleato a cinque stelle sui 49 migranti sbarcati a Malta. Si sente tradito, avverte che nelle pieghe dell'insipienza europea si stanno incuneando anche i grillini con la loro strategia del gambero, un passo avanti e due indietro, per minare una strategia vincente.
«Sono arrabbiato, molto. Non si può prima dire e fare le cose e poi riunirsi per discutere. Nel governo bisogna parlare prima, io non autorizzo niente». Il problema è quello dei profughi, delle due navi delle Ong che hanno ancora una volta sfidato la sovranità nazionale, della redistribuzione dell'ultima ora che vede l'Italia farsi carico di 15 persone (le altre andranno in Germania, Olanda, Portogallo, Spagna e ancora tre nazioni). Il problema sta tutto in quella battuta sferzante di Giuseppe Conte: «Se i porti sono chiusi, mando a prendere donne e bambini con l'aereo». Per il ministro dell'Interno scatta l'allarme: «Io con l'aereo vado a fare altro. Serve un chiarimento all'interno del governo, subito». E infatti in tarda serata è arrivata una telefonata con Luigi Di Maio.
Ma prima, a Varsavia, Salvini spiega perché non condivide nulla della sgangherata strategia della lacrima sul viso. Era stata quella a travolgere Matteo Renzi e poi la sinistra curiale di Paolo Gentiloni. «La mossa di Conte non la capisco, non ha senso. L'Europa cede ai ricatti degli scafisti. L'estate scorsa i Paesi europei si erano impegnati a prendere 650 migranti sbarcati in Italia, ma solo 150 sono stati effettivamente redistribuiti. Prima ricollochiamo i 500 che restano, poi ci occupiamo di otto, così farei io se fossi il primo ministro. Ma non lo sono, quindi il presidente Conte si prenderà le responsabilità della sua scelta». Alla domanda su come arriveranno i profughi, con i porti chiusi, Salvini scatta: «Possono pure calarsi col parapendio. Io non ho il controllo dello spazio aereo».
La ferita c'è e si vede, la differenza di approccio sull'argomento migranti è ormai davanti agli occhi di tutti: la Lega ritiene giusto mantenere la barra dritta con una strategia che ha portato all'abbattimento dell'80% degli ingressi illegali nel 2018; il Movimento 5 stelle, condizionato dall'ala sinistra guidata dal presidente della Camera, Roberto Fico, preferisce dare un colpo al cerchio dell'accoglienza e uno alla botte dell'alleanza. Così Salvini allarga l'orizzonte e fa sapere all'altra metà del governo che non di soli profughi è fatta la coalizione: «Noi, il reddito di cittadinanza senza la parte sulle pensioni di invalidità, non lo votiamo. Spero che manchi qualche tabella».
I fatti italiani mandano in secondo piano lo scopo principale della visita in Polonia, il faccia a faccia con Jaroslav Aleksander Kaczynski, leader del partito di maggioranza Diritto e Giustizia, per formare un fronte sovranista in vista delle prossime elezioni europee e mettere in crisi la leadership a Bruxelles, composta da Ppe e socialisti. Un passo importante per coalizzare i Paesi di Visegrad anche sui profughi e giungere a un accordo con regole certe. E non, come anche questa volta è accaduto, con un disinteresse dell'Europa fino all'ultimo minuto nei confronti dei disperati in mezzo ai flutti e poi con una soluzione abborracciata. Il mantra Italo polacco sarà: «Chi non parte non muore».
«È cominciato un dialogo molto concreto con Kaczynski», ha poi spiegato Salvini. «Abbiamo proposto un programma comune da offrire anche ad altri interlocutori su sviluppo, sicurezza, famiglia, radici cristiane dell'Europa che qualcuno ha negato persino in Costituzione. Con il ministro dell'Interno Joachim Brudzinski c'è piena condivisione sulla sicurezza e sulla lotta all'immigrazione clandestina. Con Kaczynski abbiamo parlato dell'Europa che verrà. Il Parlamento europeo sarà diverso dal duopolio che governa adesso. L'obiettivo di maggio è cambiare le burocrazie che bloccano l'Europa. Chissà che l'asse franco tedesco non venga sostituito da uno italo polacco».
Forte dell'esperienza italiana, il vicepremier ha replicato il contratto anche con i colleghi di Varsavia. «Ho proposto un patto per l'Europa, un contratto con degli impegni precisi: meno finanza e burocrazia, più lavoro e sicurezza. Una piattaforma in 10 punti, sul modello del contratto che abbiamo sottoscritto in Italia. Mi piacerebbe che ci fosse un'alleanza comune di chi vuole salvare l'Europa».
Nel suo viaggio a Varsavia Salvini non si è fatto mancare niente, neppure le contestazioni. Niente di speciale, il classico «Amico di Putin, fascista, razzista» che in Italia i centri sociali non gli risparmiano ad ogni uscita, gridatogli da un contestatore in un italiano stentato nella piazza Pilsudzki innevata. Accade mentre lui va a deporre una corona al milite ignoto. Ascolta e replica: «Che volete, uno che dice queste cose è un poveretto». Dettaglio estremo, mentre rimugina su altre cose dette da Conte e Di Maio quando era in volo, molto più difficili da digerire. La vicenda maltese è tutt'altro che chiusa. Ma finché non perde il Milan si può stare sereni.
Giorgio Arnaboldi
«Un esercito di kamikaze verso l’Italia»
Il primo jihadista a pentirsi ha scelto come confessore un carabiniere. Un maresciallo di quelli vecchio stampo, a fine carriera. Uno di quelli che sanno come trattare con i confidenti. E alla fine il redento si è liberato la coscienza e ha vuotato il sacco. È partito tutto da Sanremo, dove il militare in servizio al comando compagnia è entrato in contatto con Said ben Arbi, tunisino ricercato dalle autorità francesi per reati commessi Oltralpe. «Vi sto raccontando quello che so perché voglio evitare che vi troviate un esercito di kamikaze in Italia». Poche parole e qualche messaggio Whatsapp sono stati sufficienti a far capire al carabiniere che per quell'indagine era necessario un corpo speciale: il Ros dell'Arma. Un anno e mezzo più tardi, partendo da quelle dichiarazioni, un'inchiesta della Procura antimafia e antiterrorismo di Palermo ha portato al fermo di 14 persone nelle province di Palermo, Trapani, Caltanissetta e una a Ome, nel Bresciano (otto sono state fermate, sette invece sono latitanti). Le accuse: istigazione, tramite la propaganda jihadista, a commettere delitti con finalità di terrorismo, associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e al contrabbando di tabacchi lavorati esteri, ingresso illegale di migranti nel territorio nazionale. Gli indagati sono scafisti, trafficanti d'esseri umani ed estremisti con simpatie per l'Isis e per il Califfato. I capi, secondo la Procura, sono tre: Ahmed Khedr, Khaled Ounich e Mongi Ltaief. Il primo è uccel di bosco. Ha fatto perdere le sue tracce, forse è in Belgio. Gli altri due, considerati organizzatori dei viaggi in gommone, sono stati ammanettati ieri mattina. Perché la minaccia alla sicurezza nazionale, che gli investigatori del Ros definiscono «concreta», viaggiava sulla rotta che collega la Tunisia a Marsala. E il pericolo sarebbe così attuale che è stato necessario produrre un decreto di fermo, anziché chiedere gli arresti al gip. «L'organizzazione», scrivono i magistrati, «fornisce ai clandestini un passaggio marittimo occulto e sicuro che, proprio per queste caratteristiche, risulta particolarmente appetibile anche per quei soggetti ricercati dalle forze di sicurezza tunisine, in quanto gravati da precedenti penali, ovvero sospettati di connessioni con formazioni terroristiche». Per i magistrati, insomma, i legami con i combattenti sono accertati. Il più estremista era Khaled Ounich (alias Khaled El Ouaer, alias Khaled Jorbi, detto Jerbi), uomo dalle molteplici identità su documenti rigorosamente falsi. La sua propaganda da radicalizzato, con tanto di incitamenti alla violenza e all'odio razziale, si muoveva su Facebook, tra il gruppo ristretto denominato «Quelli al quale manca il paradiso» e la pagina «Martirio unica via per il paradiso». Sul suo profilo, dopo un video e una foto apologetica dell'Isis, condivideva anche immagini di decapitazioni che accompagnava con post di questo tenore: «Il martirio e la jihad sono l'unica via per aspirare al paradiso». La sua professione? Per i magistrati era il cassiere dell'organizzazione. E su una parte dei fondi incassati per i viaggi è concentrata ora la seconda parte dell'indagine. Il sospetto è che siano finiti all'Isis per sostenere attività terroristiche.
L'altra parte del flusso di denaro veniva riciclata in proprietà immobiliari oppure occultata in banche estere su conti fittiziamente intestati a cittadini tunisini. Avevano ingrossato talmente i traffici che anche dall'altra parte del Mediterraneo la cosa non è passata inosservata. Si è mosso l'antiterrorismo di Tunisi, che da qualche mese sta monitorando le operazioni finanziarie sospette. A guardare il tariffario dei viaggi, le movimentazioni dovevano essere particolarmente consistenti. E se i «passeggeri» in patria erano ricercati, pagavano di più. Per un clandestino incensurato e di buona reputazione, il costo era di 5.000 dinari tunisini (quasi 1.500 euro). Per un sospetto terrorista, invece, bisognava sborsare 10.000 dinari o anche di più, se il viaggio diventava molto pericoloso. Come nel caso di Monji Ltaief, che stando al racconto del pentito della guerra santa qui in Italia era al servizio di un certo Fadhel, conosciuto anche come Boulaya «per via», ha spiegato ai magistrati, «della sua barba molto folta». Ltaief, riferisce il pentito, sarebbe ricercato in Tunisia per aver sparato contro la Guardia costiera. Condannato a 21 anni di carcere, è evaso durante la primavera araba e - manco a dirlo - con l'aiuto dei tassisti della jihad è arrivato a Marsala. Sono stati i riscontri che hanno confermato questo racconto a provare, secondo i magistrati, che il pentito è attendibile. Ltaief è stato individuato e, hanno ricostruito le toghe antiterrorismo, da quando è arrivato in Italia ha inanellato condanne: ben quattro tra il 2008 e il 2011. Fino a ieri è rimasto a piede libero. Sul suo profilo Facebook che i carabinieri hanno trovato il post ritenuto più allarmante. Accanto alle solite bandiere nere e alle raffigurazioni di cavalieri saraceni c'era un messaggio in lingua araba che è stato tradotto così: «Dio, ho il desiderio di vederti ma ancora ti sto disobbedendo, fammi purificare prima di incontrarti». L'islamista, insomma, era pronto.
Fabio Amendolara
La Valletta ha preso applausi dall’Ue ma in realtà sbologna 220 disperati
Ha talento da vendere, Joseph Muscat, premier maltese laburista solo sulla carta. Muscat è nato il 22 gennaio del 1974 in una cittadina che si trova nei pressi di La Valletta, e che si chiama Pietà: la stessa pietà che oggi in tanti riconoscono a Muscat, che dopo la soluzione della crisi delle navi delle Ong Sea Watch e Sea Eye sta incassando i ringraziamenti di mezzo mondo: «Voglio lodare Malta», ha detto il commissario europeo per le migrazioni, Dimitris Avramopoulos, «il nostro Stato membro più piccolo, che ha mostrato la maggiore solidarietà. Voglio esprimere i miei ringraziamenti personali al primo ministro Muscat che ha consentito gli sbarchi delle persone da queste due navi. Questi migranti si aggiungono ai 249 salvati e accolti la scorsa settimana da Malta». Anche l'Onu si è spellata le mani: l'Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha fatto sapere di «accogliere con favore la notizia dello sbarco sicuro a Malta dei 49 rifugiati e migranti. L'Unhcr», ha aggiunto l'agenzia in una nota, «elogia le autorità maltesi per aver fornito un porto sicuro e gli 8 Stati europei che hanno deciso di accoglierli». Joseph il misericordioso, in realtà, ha rifilato all'Europa un bel pacco. Ha tenuto le due navi con 49 persone a bordo, per 20 giorni, a poche miglia da Malta senza farle attraccare e puntando tutto sul logoramento che quella crisi, sotto i riflettori di tutto il mondo, avrebbe prodotto a Bruxelles e in tutte le cancellerie europee. E così, da buon premier di un'isola che è un paradiso per gli appassionati del gioco d'azzardo, è andato all-in: «Se volete che faccia sbarcare questi 49», ha detto Muscat a Bruxelles, «dovete prendervi anche i 249 salvati una settimana prima e che sono ancora qui». Detto fatto: l'Unione europea ha capito che non c'era alternativa e ha dato il via libera.
L'accordo prevede che a farsi carico di accogliere gli immigrati saranno Germania e Francia (60 persone ciascuna); Italia (ma qui c'è un punto interrogativo, come spieghiamo nell'articolo sopra); Portogallo (20); Olanda, Lussemburgo e Irlanda (6); Romania (5). A questi si aggiungono 44 cittadini del Bangladesh che verranno sicuramente rimpatriati, perché non hanno diritto a restare in Europa. In totale, andranno via da Malta circa 220 persone: un ottimo risultato per Muscat, che si è preso pure lo sfizio di annunciare in prima persona, urbi et orbi, l'intesa raggiunta, ringraziando i vertici europei: «Ringraziamo Jean-Claude Juncker, Dimitris Avramopoulos e Martin Selmayr (potentissimo segretario generale della Commissione, ndr) per l'importante aiuto nel trovare una soluzione per Sea Watch 3 e per il trasferimento dei migranti salvati da Malta».
In realtà ad essere stati «salvati da Malta», in quanto raccolti in mare dalla marina militare maltese, sono stati i 249 immigrati ripescati la settimana prima che esplodesse il caso della Sea Watch e della Sea Eye, ma un po' di sana propaganda non si nega a nessuno, figuriamoci a chi ha fatto tirare un sospirone di sollievo ai burosauri di Bruxelles, terrorizzati dalla prospettiva che qualcuna delle persone a bordo delle navi ci rimettesse la pelle, con le conseguenze che tutti possiamo immaginare.
Muscat, inoltre, ieri ha anche incontrato il premier del governo di accordo nazionale della Libia, Fayez al Sarraj, per discutere (anche) della lotta al traffico di esseri umani. Insomma, uno statista, questo premierino, che le ha suonate all'Europa e si è fatto pure ricoprire di ringraziamenti. A proposito di suonare, ieri per il governo guidato da Giuseppe Conte è arrivata, da Sanremo, una inattesa bacchettata. La conferenza stampa di presentazione del Festival, infatti, ha visto un Claudio Baglioni in versione Laura Boldrini: «Siamo alla farsa. Non si può», ha pontificato il direttore artistico della kermesse, «risolvere il problema di milioni di persone in movimento bloccando lo sbarco di 15 persone. Credo che le misure che sono state messe in campo dal governo non siano all'altezza. Non lo sono state neanche quelle precedenti ma ora il problema è più grande. Tutti guardano con sospetto il diverso da sé. Siamo vicini all'anniversario della caduta del Muro di Berlino», ha piagnucolato Baglioni, «e noi invece ne stiamo alzando altri». Dal viaggio istituzionale in Polonia, il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ha raccolto la provocazione: «Baglioni? Canta, che ti passa. Lascia che di sicurezza, immigrazione e terrorismo si occupi chi ha il diritto e il dovere di farlo». Dalla Rai «occupata dai sovranisti» è tutto, linea allo studio.
Carlo Tarallo
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Giuseppe Conte dà l'ok all'accoglienza, il ministro sbotta e si oppone: «Non ha senso». Nel frattempo, a Varsavia, getta le basi dell'intesa sovranista per le europee.Operazione dei carabinieri smantella una banda di scafisti arabi: oltre a sigarette di contrabbando e immigrati, sbarcavano in Sicilia uomini vicini all'Isis, di cui loro stessi erano simpatizzanti. È stato decisivo un pentito: «Voglio fermare i terroristi».L'Unione elogia la «solidarietà» dell'isola Di fatto, però, il premier Muscat ha usato la crisi e preteso l'accordo per smistare centinaia di extracomunitari in altri Stati E Baglioni attacca la Lega: «È una farsa».Lo speciale contiene tre articoli «Non cade il governo se perde il Milan, non cadrà sulla Sea Watch». Sorride amaro Matteo Salvini nei saloni dell'ambasciata italiana a Varsavia, forse per non destabilizzare gli imprenditori che lo applaudono, per non deludere gli ospiti polacchi, per non far contento il Pd che già parla di «editto di Varsavia che sfiducia Conte» (copyright Graziano Del Rio). Ma il vicepremier è tutt'altro che sereno per le ultime mosse dell'alleato a cinque stelle sui 49 migranti sbarcati a Malta. Si sente tradito, avverte che nelle pieghe dell'insipienza europea si stanno incuneando anche i grillini con la loro strategia del gambero, un passo avanti e due indietro, per minare una strategia vincente.«Sono arrabbiato, molto. Non si può prima dire e fare le cose e poi riunirsi per discutere. Nel governo bisogna parlare prima, io non autorizzo niente». Il problema è quello dei profughi, delle due navi delle Ong che hanno ancora una volta sfidato la sovranità nazionale, della redistribuzione dell'ultima ora che vede l'Italia farsi carico di 15 persone (le altre andranno in Germania, Olanda, Portogallo, Spagna e ancora tre nazioni). Il problema sta tutto in quella battuta sferzante di Giuseppe Conte: «Se i porti sono chiusi, mando a prendere donne e bambini con l'aereo». Per il ministro dell'Interno scatta l'allarme: «Io con l'aereo vado a fare altro. Serve un chiarimento all'interno del governo, subito». E infatti in tarda serata è arrivata una telefonata con Luigi Di Maio.Ma prima, a Varsavia, Salvini spiega perché non condivide nulla della sgangherata strategia della lacrima sul viso. Era stata quella a travolgere Matteo Renzi e poi la sinistra curiale di Paolo Gentiloni. «La mossa di Conte non la capisco, non ha senso. L'Europa cede ai ricatti degli scafisti. L'estate scorsa i Paesi europei si erano impegnati a prendere 650 migranti sbarcati in Italia, ma solo 150 sono stati effettivamente redistribuiti. Prima ricollochiamo i 500 che restano, poi ci occupiamo di otto, così farei io se fossi il primo ministro. Ma non lo sono, quindi il presidente Conte si prenderà le responsabilità della sua scelta». Alla domanda su come arriveranno i profughi, con i porti chiusi, Salvini scatta: «Possono pure calarsi col parapendio. Io non ho il controllo dello spazio aereo».La ferita c'è e si vede, la differenza di approccio sull'argomento migranti è ormai davanti agli occhi di tutti: la Lega ritiene giusto mantenere la barra dritta con una strategia che ha portato all'abbattimento dell'80% degli ingressi illegali nel 2018; il Movimento 5 stelle, condizionato dall'ala sinistra guidata dal presidente della Camera, Roberto Fico, preferisce dare un colpo al cerchio dell'accoglienza e uno alla botte dell'alleanza. Così Salvini allarga l'orizzonte e fa sapere all'altra metà del governo che non di soli profughi è fatta la coalizione: «Noi, il reddito di cittadinanza senza la parte sulle pensioni di invalidità, non lo votiamo. Spero che manchi qualche tabella». I fatti italiani mandano in secondo piano lo scopo principale della visita in Polonia, il faccia a faccia con Jaroslav Aleksander Kaczynski, leader del partito di maggioranza Diritto e Giustizia, per formare un fronte sovranista in vista delle prossime elezioni europee e mettere in crisi la leadership a Bruxelles, composta da Ppe e socialisti. Un passo importante per coalizzare i Paesi di Visegrad anche sui profughi e giungere a un accordo con regole certe. E non, come anche questa volta è accaduto, con un disinteresse dell'Europa fino all'ultimo minuto nei confronti dei disperati in mezzo ai flutti e poi con una soluzione abborracciata. Il mantra Italo polacco sarà: «Chi non parte non muore». «È cominciato un dialogo molto concreto con Kaczynski», ha poi spiegato Salvini. «Abbiamo proposto un programma comune da offrire anche ad altri interlocutori su sviluppo, sicurezza, famiglia, radici cristiane dell'Europa che qualcuno ha negato persino in Costituzione. Con il ministro dell'Interno Joachim Brudzinski c'è piena condivisione sulla sicurezza e sulla lotta all'immigrazione clandestina. Con Kaczynski abbiamo parlato dell'Europa che verrà. Il Parlamento europeo sarà diverso dal duopolio che governa adesso. L'obiettivo di maggio è cambiare le burocrazie che bloccano l'Europa. Chissà che l'asse franco tedesco non venga sostituito da uno italo polacco».Forte dell'esperienza italiana, il vicepremier ha replicato il contratto anche con i colleghi di Varsavia. «Ho proposto un patto per l'Europa, un contratto con degli impegni precisi: meno finanza e burocrazia, più lavoro e sicurezza. Una piattaforma in 10 punti, sul modello del contratto che abbiamo sottoscritto in Italia. Mi piacerebbe che ci fosse un'alleanza comune di chi vuole salvare l'Europa».Nel suo viaggio a Varsavia Salvini non si è fatto mancare niente, neppure le contestazioni. Niente di speciale, il classico «Amico di Putin, fascista, razzista» che in Italia i centri sociali non gli risparmiano ad ogni uscita, gridatogli da un contestatore in un italiano stentato nella piazza Pilsudzki innevata. Accade mentre lui va a deporre una corona al milite ignoto. Ascolta e replica: «Che volete, uno che dice queste cose è un poveretto». Dettaglio estremo, mentre rimugina su altre cose dette da Conte e Di Maio quando era in volo, molto più difficili da digerire. La vicenda maltese è tutt'altro che chiusa. Ma finché non perde il Milan si può stare sereni. Giorgio Arnaboldi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/qui-non-entra-nessuno-salvini-contro-tutti-per-i-clandestini-di-malta-2625560848.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-esercito-di-kamikaze-verso-litalia" data-post-id="2625560848" data-published-at="1777649266" data-use-pagination="False"> «Un esercito di kamikaze verso l’Italia» Il primo jihadista a pentirsi ha scelto come confessore un carabiniere. Un maresciallo di quelli vecchio stampo, a fine carriera. Uno di quelli che sanno come trattare con i confidenti. E alla fine il redento si è liberato la coscienza e ha vuotato il sacco. È partito tutto da Sanremo, dove il militare in servizio al comando compagnia è entrato in contatto con Said ben Arbi, tunisino ricercato dalle autorità francesi per reati commessi Oltralpe. «Vi sto raccontando quello che so perché voglio evitare che vi troviate un esercito di kamikaze in Italia». Poche parole e qualche messaggio Whatsapp sono stati sufficienti a far capire al carabiniere che per quell'indagine era necessario un corpo speciale: il Ros dell'Arma. Un anno e mezzo più tardi, partendo da quelle dichiarazioni, un'inchiesta della Procura antimafia e antiterrorismo di Palermo ha portato al fermo di 14 persone nelle province di Palermo, Trapani, Caltanissetta e una a Ome, nel Bresciano (otto sono state fermate, sette invece sono latitanti). Le accuse: istigazione, tramite la propaganda jihadista, a commettere delitti con finalità di terrorismo, associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e al contrabbando di tabacchi lavorati esteri, ingresso illegale di migranti nel territorio nazionale. Gli indagati sono scafisti, trafficanti d'esseri umani ed estremisti con simpatie per l'Isis e per il Califfato. I capi, secondo la Procura, sono tre: Ahmed Khedr, Khaled Ounich e Mongi Ltaief. Il primo è uccel di bosco. Ha fatto perdere le sue tracce, forse è in Belgio. Gli altri due, considerati organizzatori dei viaggi in gommone, sono stati ammanettati ieri mattina. Perché la minaccia alla sicurezza nazionale, che gli investigatori del Ros definiscono «concreta», viaggiava sulla rotta che collega la Tunisia a Marsala. E il pericolo sarebbe così attuale che è stato necessario produrre un decreto di fermo, anziché chiedere gli arresti al gip. «L'organizzazione», scrivono i magistrati, «fornisce ai clandestini un passaggio marittimo occulto e sicuro che, proprio per queste caratteristiche, risulta particolarmente appetibile anche per quei soggetti ricercati dalle forze di sicurezza tunisine, in quanto gravati da precedenti penali, ovvero sospettati di connessioni con formazioni terroristiche». Per i magistrati, insomma, i legami con i combattenti sono accertati. Il più estremista era Khaled Ounich (alias Khaled El Ouaer, alias Khaled Jorbi, detto Jerbi), uomo dalle molteplici identità su documenti rigorosamente falsi. La sua propaganda da radicalizzato, con tanto di incitamenti alla violenza e all'odio razziale, si muoveva su Facebook, tra il gruppo ristretto denominato «Quelli al quale manca il paradiso» e la pagina «Martirio unica via per il paradiso». Sul suo profilo, dopo un video e una foto apologetica dell'Isis, condivideva anche immagini di decapitazioni che accompagnava con post di questo tenore: «Il martirio e la jihad sono l'unica via per aspirare al paradiso». La sua professione? Per i magistrati era il cassiere dell'organizzazione. E su una parte dei fondi incassati per i viaggi è concentrata ora la seconda parte dell'indagine. Il sospetto è che siano finiti all'Isis per sostenere attività terroristiche. L'altra parte del flusso di denaro veniva riciclata in proprietà immobiliari oppure occultata in banche estere su conti fittiziamente intestati a cittadini tunisini. Avevano ingrossato talmente i traffici che anche dall'altra parte del Mediterraneo la cosa non è passata inosservata. Si è mosso l'antiterrorismo di Tunisi, che da qualche mese sta monitorando le operazioni finanziarie sospette. A guardare il tariffario dei viaggi, le movimentazioni dovevano essere particolarmente consistenti. E se i «passeggeri» in patria erano ricercati, pagavano di più. Per un clandestino incensurato e di buona reputazione, il costo era di 5.000 dinari tunisini (quasi 1.500 euro). Per un sospetto terrorista, invece, bisognava sborsare 10.000 dinari o anche di più, se il viaggio diventava molto pericoloso. Come nel caso di Monji Ltaief, che stando al racconto del pentito della guerra santa qui in Italia era al servizio di un certo Fadhel, conosciuto anche come Boulaya «per via», ha spiegato ai magistrati, «della sua barba molto folta». Ltaief, riferisce il pentito, sarebbe ricercato in Tunisia per aver sparato contro la Guardia costiera. Condannato a 21 anni di carcere, è evaso durante la primavera araba e - manco a dirlo - con l'aiuto dei tassisti della jihad è arrivato a Marsala. Sono stati i riscontri che hanno confermato questo racconto a provare, secondo i magistrati, che il pentito è attendibile. Ltaief è stato individuato e, hanno ricostruito le toghe antiterrorismo, da quando è arrivato in Italia ha inanellato condanne: ben quattro tra il 2008 e il 2011. Fino a ieri è rimasto a piede libero. Sul suo profilo Facebook che i carabinieri hanno trovato il post ritenuto più allarmante. Accanto alle solite bandiere nere e alle raffigurazioni di cavalieri saraceni c'era un messaggio in lingua araba che è stato tradotto così: «Dio, ho il desiderio di vederti ma ancora ti sto disobbedendo, fammi purificare prima di incontrarti». L'islamista, insomma, era pronto. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/qui-non-entra-nessuno-salvini-contro-tutti-per-i-clandestini-di-malta-2625560848.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-valletta-ha-preso-applausi-dallue-ma-in-realta-sbologna-220-disperati" data-post-id="2625560848" data-published-at="1777649266" data-use-pagination="False"> La Valletta ha preso applausi dall’Ue ma in realtà sbologna 220 disperati Ha talento da vendere, Joseph Muscat, premier maltese laburista solo sulla carta. Muscat è nato il 22 gennaio del 1974 in una cittadina che si trova nei pressi di La Valletta, e che si chiama Pietà: la stessa pietà che oggi in tanti riconoscono a Muscat, che dopo la soluzione della crisi delle navi delle Ong Sea Watch e Sea Eye sta incassando i ringraziamenti di mezzo mondo: «Voglio lodare Malta», ha detto il commissario europeo per le migrazioni, Dimitris Avramopoulos, «il nostro Stato membro più piccolo, che ha mostrato la maggiore solidarietà. Voglio esprimere i miei ringraziamenti personali al primo ministro Muscat che ha consentito gli sbarchi delle persone da queste due navi. Questi migranti si aggiungono ai 249 salvati e accolti la scorsa settimana da Malta». Anche l'Onu si è spellata le mani: l'Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha fatto sapere di «accogliere con favore la notizia dello sbarco sicuro a Malta dei 49 rifugiati e migranti. L'Unhcr», ha aggiunto l'agenzia in una nota, «elogia le autorità maltesi per aver fornito un porto sicuro e gli 8 Stati europei che hanno deciso di accoglierli». Joseph il misericordioso, in realtà, ha rifilato all'Europa un bel pacco. Ha tenuto le due navi con 49 persone a bordo, per 20 giorni, a poche miglia da Malta senza farle attraccare e puntando tutto sul logoramento che quella crisi, sotto i riflettori di tutto il mondo, avrebbe prodotto a Bruxelles e in tutte le cancellerie europee. E così, da buon premier di un'isola che è un paradiso per gli appassionati del gioco d'azzardo, è andato all-in: «Se volete che faccia sbarcare questi 49», ha detto Muscat a Bruxelles, «dovete prendervi anche i 249 salvati una settimana prima e che sono ancora qui». Detto fatto: l'Unione europea ha capito che non c'era alternativa e ha dato il via libera. L'accordo prevede che a farsi carico di accogliere gli immigrati saranno Germania e Francia (60 persone ciascuna); Italia (ma qui c'è un punto interrogativo, come spieghiamo nell'articolo sopra); Portogallo (20); Olanda, Lussemburgo e Irlanda (6); Romania (5). A questi si aggiungono 44 cittadini del Bangladesh che verranno sicuramente rimpatriati, perché non hanno diritto a restare in Europa. In totale, andranno via da Malta circa 220 persone: un ottimo risultato per Muscat, che si è preso pure lo sfizio di annunciare in prima persona, urbi et orbi, l'intesa raggiunta, ringraziando i vertici europei: «Ringraziamo Jean-Claude Juncker, Dimitris Avramopoulos e Martin Selmayr (potentissimo segretario generale della Commissione, ndr) per l'importante aiuto nel trovare una soluzione per Sea Watch 3 e per il trasferimento dei migranti salvati da Malta». In realtà ad essere stati «salvati da Malta», in quanto raccolti in mare dalla marina militare maltese, sono stati i 249 immigrati ripescati la settimana prima che esplodesse il caso della Sea Watch e della Sea Eye, ma un po' di sana propaganda non si nega a nessuno, figuriamoci a chi ha fatto tirare un sospirone di sollievo ai burosauri di Bruxelles, terrorizzati dalla prospettiva che qualcuna delle persone a bordo delle navi ci rimettesse la pelle, con le conseguenze che tutti possiamo immaginare. Muscat, inoltre, ieri ha anche incontrato il premier del governo di accordo nazionale della Libia, Fayez al Sarraj, per discutere (anche) della lotta al traffico di esseri umani. Insomma, uno statista, questo premierino, che le ha suonate all'Europa e si è fatto pure ricoprire di ringraziamenti. A proposito di suonare, ieri per il governo guidato da Giuseppe Conte è arrivata, da Sanremo, una inattesa bacchettata. La conferenza stampa di presentazione del Festival, infatti, ha visto un Claudio Baglioni in versione Laura Boldrini: «Siamo alla farsa. Non si può», ha pontificato il direttore artistico della kermesse, «risolvere il problema di milioni di persone in movimento bloccando lo sbarco di 15 persone. Credo che le misure che sono state messe in campo dal governo non siano all'altezza. Non lo sono state neanche quelle precedenti ma ora il problema è più grande. Tutti guardano con sospetto il diverso da sé. Siamo vicini all'anniversario della caduta del Muro di Berlino», ha piagnucolato Baglioni, «e noi invece ne stiamo alzando altri». Dal viaggio istituzionale in Polonia, il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ha raccolto la provocazione: «Baglioni? Canta, che ti passa. Lascia che di sicurezza, immigrazione e terrorismo si occupi chi ha il diritto e il dovere di farlo». Dalla Rai «occupata dai sovranisti» è tutto, linea allo studio. Carlo Tarallo
Christine Lagarde (Ansa)
Lo ammette senza troppi giri di parole Christine Lagarde: abbiamo discusso un possibile rialzo dei tassi. Discusso. Valutato. Soppesato. Poi archiviato. Per ora. Con un’aggiunta che sa più di promessa che di prudenza: se ne riparlerà a giugno. La realtà è salita sul palcoscenico e ha cambiato la scena. La guerra in Medio Oriente riapre una ferita che l’Europa conosce benissimo ma finge di dimenticare: l’energia che diventa arma. Il blocco dello Stretto di Hormuz - nome quasi astratto finché non arriva la bolletta della luce - non è solo una variabile economica. È una leva politica travestita da pompa di benzina. E infatti l’inflazione, che sembrava finalmente domata, decide di rialzare la testa. Ad aprile torna al 3%. Non un’esplosione, ma abbastanza per ricordare alla Bce che il 2% non è un suggerimento: è una linea di confine. Perché mentre i prezzi ripartono, l’economia rallenta. L’Eurozona nel primo trimestre è migliorata dello 0,1%. Tecnicamente è un miglioramento, praticamente un battito di ciglia. Definirla «bassa crescita», come fa Lagarde, è un esercizio di stile che meriterebbe un premio a parte: quello per l’ottimismo resistente.
Ed è in questo equilibrio instabile che la Bce si ritrova intrappolata. Da una parte l’inflazione che rialza la voce, dall’altra una crescita che ha perso le corde vocali. In mezzo, la politica monetaria che tenta di non scegliere per non sbagliare. O meglio sceglie di aspettare perché qualsiasi scelta avrebbe un costo. «Abbiamo preso la decisione di non toccare i tassi perché le informazioni sono ancora insufficienti», dice Lagarde. Onesta, ma inquietante. Il tempo che passa, in economia, non è mai neutrale. Poi arriva la frase chiave che fa alzare qualche sopracciglio: «Ci stiamo allontanando dal nostro scenario di base». Come dire: le stime su cui pensavamo di basarci - guerra breve, energia sotto controllo, inflazione in discesa - si stanno sgretolando. Non crollano, certo. Ma si incrinano abbastanza da rendere ogni previsione una scommessa. E qui la lettura diventa inevitabilmente più critica. Perché la sensazione è che la Bce, ancora una volta, si trova a inseguire gli eventi invece di anticiparli. Un thriller già visto: nel 2011, con il rialzo dei tassi che alimentò la crisi del debito. Nel 2022, sottovalutando l’inflazione fino a farla diventare un problema strutturale. Due errori opposti, ma figli dello stesso difetto: arrivare sempre un attimo dopo. È proprio questo l’incubo che incombe sulle riunioni di Francoforte. Non tanto cosa fare, ma cosa non fare. E in economia, come in politica, la paura di sbagliare diventa strategia: quella del rinvio permanente. Nel frattempo, il resto del mondo fa coro. La Federal Reserve per la terza volta di fila resta ferma, la Bank of England pure. Tutti prudenti, tutti immobili, tutti in attesa che qualcun altro faccia il primo passo. È la globalizzazione della cautela: nessuno vuole essere ricordato come quello che ha mosso la pedina sbagliata nel momento sbagliato. Sotto questa calma apparente, il sistema si muove. Le aspettative di inflazione risalgono, la fiducia di imprese e famiglie si incrina, la guerra non ha ancora scaricato tutto il suo impatto sull’economia reale. La quiete che precede non il temporale ma la revisione del meteo. E così il quadro finale è quasi sospeso: tassi fermi, dibattito acceso; inflazione in salita, ma non fuori controllo; crescita debole, ma non assente. Una sorta di equilibrio instabile in cui tutto sembra tenere finché non precipita. Ed è qui che la narrazione di Lagarde diventa più fragile, quasi difensiva. La prudenza viene presentata come virtù, ma rischia di diventare una postura permanente. E il mercato, si sa, non premia chi aspetta troppo a lungo di decidere: premia chi arriva prima di essere costretto a rincorrere. La conclusione, allora, è meno rassicurante di quanto sembri. La Bce non è immobile: è semplicemente in attesa del momento in cui muoversi sarà inevitabile. Ha scelto la pausa. Ma è una pausa che somiglia sempre di più a una sospensione carica di tensione. E quando il sipario si rialzerà non basterà più raccontare che «si è discusso il rialzo». Il pubblico chiederà spiegazioni.
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Gianluigi Paragone smaschera il paradosso del fronte del No: un giorno difende l'autonomia dei giudici come fosse sacra e il giorno dopo, sul caso di Nicole Minetti, si arrabbia perché il Ministero non ha dato ordini ai magistrati o non ha inseguito i colpevoli in Uruguay.
Non accontentatevi del «mala tempora currunt», perché ora «sed peiora parantur». Non bisogna essere il mago Otelma per accorgersi che non c’è da stare allegri se il petrolio e il gas sono raddoppiati, se la Cina ci invade con prodotti in dumping perché è in iperproduzione e se la guerra dei dazi blocca la nostra merce alle frontiere. Che i tempi sono pessimi lo sanno tutti tranne la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, convinta che giocando con i carri armatini e rafforzando il Green deal ci si salva. Ha detto: «Non ci sono le condizioni per sospendere il Patto di stabilità». Al massimo due aiutini di Stato. E, mentre studia un piano per rinchiuderci in casa, mandarci a piedi e bloccarci i condizionatori causa mancanza di energia, risponde: «Non siamo ai tempi del Covid». Come dire: con il lockdown energetico mica dovete vaccinarvi.
Magari ci fosse un vaccino contro la miseria! Perché l’Europa è un malato grave e servirebbe subito la sospensione delle regole fiscali. Forse avendo dato gli ultimi, necessari, 90 miliardi a Volodymir Zelensky, avendo in testa di portare il bilancio Ue a 2.000 miliardi ammazzando di altre tasse imprese e contribuenti, volendo varare un riarmo da 800 miliardi, i soldi per lanciare un nuovo «recovery» non ci sono, ma di certo non è tempo di fare sottigliezze sugli zero virgola di bilancio. Va scritto a lettere cubitali: l’Europa, e l’eurozona ancora più gravemente, è in stagflazione. Ci sono impietosi i numeri: l’inflazione nei Paesi che hanno adottato l’euro ad aprile è salita al 3% (rispetto al 2,6% annuo fino a marzo e all’1,9% di febbraio), ma il tasso di crescita è inchiodato allo 0,1%, certificato da Eurostat, che stima ancora un +0,8% a fine anno. È la peggiore patologia economica che possa capitare: vuol dire che il volume economico arretra, ma l’inflazione sale. Stiamo importando energia a un costo spropositato ma, siccome per pagare le bollette aziende e famiglie spendono di più, la domanda aggregata frena; se poi si blocca l’export perché la Cina fa dumping e perché, ad esempio, a Dubai il lusso made in Italy non lo consuma più nessuno causa paura, ecco la tempesta perfetta. Con in più una sciagura: al timone della nave c’è una baronessa tutta chiacchiere e distintivo. Fuor di metafora: anche chi, come il vicepremier Antonio Tajani, dice che non si deve derogare dai vincoli di bilancio ma semmai accedere al Mes, oggi è di fronte al baratro economico annunciato. Che si materializza nelle parole di un’altra signora d’Europa. Christine Lagarde presidente della Bce.
L’inflazione ha accelerato ben sopra il target dell’Eurotower, ma ieri hanno deciso di lasciare i tassi invariati al 2% (anche quelli sul rifinanziamento restano al 2,15% e al 2,4%). La ragione? Pare che l’inflazione di fondo stia ancora al 2,2 e, quindi, l’impennata dei prezzi energetici oltre il 5% può essere interpretata per un po’ come una fiammata dovuta all’imbuto di Hormuz. Alle Borse è bastato che non ci sia stata la stretta immediata per pigliare fiato (la migliore è Milano, col +0,9 nonostante un tonfo di Stellantis che perde quasi il 6,4 mentre il petrolio arretra di 3 punti). La Lagarde però è stata chiara: non fateci la bocca. «Abbiamo discusso molto sulla possibilità di alzare, ma all’unanimità abbiamo deciso di stare fermi. La Bce non intende reagire immediatamente a uno shock di offerta», ha commentato. A giugno però potrebbe esserci la stretta: «Le prossime sei settimane», ha detto Lagarde, saranno il momento opportuno per valutare l’economia al fine di prendere una decisione ponderata sulla base di informazioni verificate e riesaminate».
La verità è che tutte le banche centrali - da Londra alla Fed - sono rimaste ferme. In Europa un combinato disposto di stagflazione conclamata e aumento dei tassi sarebbe mortale. Soprattutto per l’Italia, che deve spesare un enorme debito pubblico che l’inflazione erode nominalmente ma i tassi fanno diventare più caro. Chi sta peggio è la Francia (zero crescita, inflazione mensile all’1,2% e su base annua al 2,5%), ma la «locomotiva» Germania è al minimo (0,3% di crescita su base trimestrale, 0,5% di aumento mensile dei prezzi e annuale del 2,9%) e pure la Spagna dei presunti miracoli paga dazio: cresce dello 0,6%, ha però il più alto tasso d’inflazione, al 3,6%. Da noi i numeri non consolano: crescita allo 0,2%, inflazione annua al 2,9% secondo Eurostat, ma balzo ad aprile dell’1,7% con l’energia a +5,1% e carrello della spesa pesante (+2,5 con gli alimentari non lavorati, frutta e verdura per intenderci, che vanno su del 6% e i beni di frequente acquisto che schizzano a +4,3%). L’inflazione di fondo cala pero di uno 0,3, all’1,6%, ma non si vede nelle tasche. In proiezione di spesa ogni famiglia, se le cose continuano così, sborserà 1.000 euro in più a fine anno. Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti due giorni fa ha detto: «No all’immagine del Paese al disastro: non è tutto oro, ma neppure stagflazione». Purtroppo dall’Europa sono arrivate pessime notizie: sed peiora parantur!
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