Direttore, la decisione di lasciare Telelombardia arriva dopo quasi trent’anni. Come è maturata?
«È maturata perché insieme all’azionista di maggioranza, Sandro Parenzo, a cui sono molto legato, è entrato in società con un altro editore, Filippo Jannacopulos, che avrà una partecipazione importante e la prospettiva di incidere sempre di più sulle scelte strategiche. Avendo visto che il nuovo socio aveva idee sue, ho pensato che fosse inutile restare se c’era la volontà di cambiare delle cose».
Una scelta anche di stile, quindi.
«Sì. Ho sempre pensato che sia meglio farsi da parte prima che qualcuno ti dica di farlo, o prima di ritrovarti in una situazione di disarmonia. Così mi son detto: occupiamoci solo dello sport fino alla fine dell’anno e poi vado via con la mia testa, serenamente. Credo sia la scelta più elegante».
Telelombardia è stata spesso identificata con le persone che la fanno. Questo modello può continuare anche senza di lei?
«Telelombardia non è nata con me: ha più di cinquant’anni di storia. L’impronta è talmente profonda che non è che se esce una scarpa e ne entra un’altra cambia di molto. Io ho avuto il merito di calcificarla e rafforzarla. Quando sono arrivato era in concorrenza con altre emittenti regionali, oggi è leader assoluta come grande tv regionale, soprattutto sullo sport ma anche sull’informazione. Questo ruolo, secondo me, può continuare».
Quanto ha contato la scelta di puntare sul calcio popolare?
«È stata una scelta strategica. Una tv regionale che fa solo informazione sulla cronaca rischia di perdere importanza, perché oggi l’informazione arriva prima dal web e dai social. Quindi ho pensato che ci fosse un grande argomento che facesse da grande collante regionale: il calcio. Perché Inter, Milan e Juve sono fortemente presenti in tutta la Lombardia. Ho scelto di fare una tv che durante il giorno fosse informazione, cronaca e politica, ma che la sera diventasse la grande tv del talk show sportivo. Ha funzionato perché unisce ugualmente Milano a Sondrio, Bergamo, Varese, Como, eccetera».
Avete cambiato anche il modo di raccontare il calcio.
«Quando arrivai si parlava moltissimo di tecnica. Era una palla colossale. Ho spostato il focus sulla polemica, sull’antagonismo, sulla notizia. Raccontare il calcio in modo professionale ma anche emotivo e divertente».
Questo ha permesso a tantissimi tifosi che non potevano accedere alle pay tv di seguire il calcio forse con ancora più passione di quanto si faccia in televisione?
«Diciamo che un po’ di spettacolo lo garantiamo sempre. Ho cercato di coniugare vari piani: professionalità, emozione e intrattenimento. Un taglio che poi è stato ripreso anche da altri e che ha funzionato perché dà emozioni e racconta il calcio in modo serio ma anche divertente. E questo è stato anche propedeutico per la diffusione del prodotto calcio e se ne sta accorgendo Lega Calcio negli ultimi anni che negli ultimi anni ci ha in qualche modo avversati».
Come mai?
«Per anni siamo stati visti come un problema dalla Lega, perché pensavano togliessimo pubblico alle pay tv che davano i soldi veri. In realtà, raccontando il calcio a chi non poteva o non voleva abbonarsi, abbiamo alimentato il fenomeno. Io dico sempre che siamo il “coming soon” del calcio: racconti qualcosa di emozionante e fai venire voglia di vedere la partita».
Un racconto più vicino allo stadio che allo studio televisivo.
«Esatto, perché noi abbiamo un racconto della partita che è quello che più si avvicina alle emozioni che il tifoso vive durante la partita. C’è chi vuole il post partita misurato degli ex calciatori molto misurati e che non polemizzano mai. E c’è chi vuole sentirsi dire che l’allenatore ha sbagliato tutto o che un attaccante è un brocco. Noi abbiamo scelto quel linguaggio lì, che rispecchia molto l’emozione dello stadio. Non a caso si chiama Qui Studio a Voi Stadio».
Caratteristica fondamentale, la presenza in studio di personaggi tifosi «macchietta» e le loro discussioni animate. Quei momenti sono del tutto spontanei?
«Ah sì sì, io non preparo mai niente. Metto insieme la miscela giusta che secondo me deve essere composta da uno o due grandi giornalisti, un vero esperto, un ex allenatore o calciatore brillante e persone di spessore culturale che però tifano davvero. Avvocati, manager, imprenditori, primari accanto al tifoso più popolare. La mia stella polare è sempre stata il rispetto: va bene prendersi in giro, va bene la polemica, ma non si trascende. In 27 anni non ho mai voluto vedere la rissa. Quando si trascende io intervengo e blocco. E questo ci è stato anche riconosciuto con una menzione speciale all’Ambrogino d’oro del 2009. Un riconoscimento che, credo, abbia premiato anche un valore culturale: si può rappresentare il tifo in modo acceso e divertente, senza perdere il rispetto reciproco».
Tra i personaggi iconici, impossibile non citare Crudeli e il compianto Elio Corno.
«Erano l’archetipo perfetto: due diversissimi, uno più acido e provocatore, l’altro più di pancia e popolano. Rappresentavano due anime della tifoseria, ma con un grande rispetto e una vera amicizia che si vedeva anche in tv. Quando è venuto a mancare Elio, il dolore è stato autentico. Erano maschere, sì, ma anche persone che hanno fatto parte della cultura sportiva lombarda e non solo, perché adesso Qsvs si vede in mezza Italia. Ma abbiamo avuto tanti personaggi».
Come Mimmo Pesce. Con il suo folklore avete fatto centro.
«Un fuoriclasse. L’ho notato per caso su 7Gold e ho capito subito che era fortissimo. Oggi è il personaggio più caratterizzante di tutta la banda. Come altri miei collaboratori ha la cilindrata da grande tv nazionale. Per varie ragioni ce li godiamo noi con soddisfazione».
Telelombardia è stata anche una grande palestra di giornalisti.
«Assolutamente. Gli ospiti hanno fatto la loro parte, ma la redazione è stata fondamentale. Sedici, diciotto giornalisti di grande professionalità, che non hanno nulla da invidiare alle grandi tv nazionali. Penso a Rossi, Momblano, Ruiu, Musmarra, Longoni: ragazzi entrati a vent’anni che oggi sono padri di famiglia. Io sono invecchiato, loro sono cresciuti».
Quanto hanno inciso i social nel vostro successo recente?
«Sono una grande cassa di risonanza, ma hanno anche frammentato il pubblico. Oggi i giovani non guardano più tre ore di trasmissione: vogliono gli highlights. Puoi fare milioni di visualizzazioni con un minuto su TikTok, ma è un mondo diverso».
È cambiato il pubblico?
«È cambiata la fruizione, nessuno oggi tra le tv nazionali o territoriali può pensare di fare meglio di 20 anni fa come ascolti. Ma se hai saputo adeguarti ed evolvere alla fine hai una presenza sul web che prima non avevi e la somma tra digitale terrestre e web ti permette di essere ancora leader e rivolgerti a un pubblico anche più vasto. Il nostro canale Youtube ha 220.000 iscritti che non sono pochi».
Negli anni avete trasmesso anche eventi in esclusiva.
«Il mio più grande successo televisivo nazionale risale al 28 agosto del 2002, quando per una serie di circostanze del tutto casuali e fortunate ero riuscito ad avere l’esclusiva della partita Inter-Sporting Lisbona, preliminare di Champions league: 5,8 milioni di spettatori e 36% di share nazionale. Più di Rai 1, Rai 2, Rai 3, Canale 5 eccetera».
Come ci riusciste?
«Misi insieme con fatica inenarrabile alcune delle principali televisioni di tutta Italia perché il presidente Moratti aveva detto “va bene vi do l’esclusiva, ma voglio che tutti gli interisti in Italia possano vedere la partita”. Le cosiddette “altre” batterono in prime time le tv nazionali. Un caso unico e irripetibile nella storia della televisione. Oggi numeri così non li fa più nessuno. Questo dà la misura di come il digitale e il web hanno appiattito la curva degli ascolti».
Avete trasmesso anche altri eventi in esclusiva.
«Sì, come la Supercoppa spagnola. Quando abbiamo mandato eventi, lo abbiamo sempre fatto in modo professionale, ma il nostro mestiere resta raccontare il calcio. Bisogna anche saper dire di no: è fondamentale».
Come è nato il tormentone: «Due minuti linea alla regia grazie a tra poco»?
«È nato per caso. Quando arrivai a Milano nessuno mi conosceva e volevo creare un segno distintivo. So parlare veloce e mi sono inventato questa cosa. Non pensavo diventasse così popolare. Così come la lavagna. Oggi sono “quello che sposta le pedine lavagna”. È il mio destino ma lo accetto volentieri».
E ora che farà Fabio Ravezzani?
«Ho una casetta in Galizia dove mi rifugio volentieri. Tirerò una riga verso luglio. Se ci sarà qualcosa che vale la pena fare, lo farò. Altrimenti c’è anche un momento per farsi da parte. Meglio andarsene un po’ rimpianti che mal sopportati. Non voglio cadere nel biscardismo. Ho sempre voluto molto bene ad Aldo Biscardi e lui ne ha voluto a me e io gli sarò sempre grato, ma io non vedo un 39° anno con Fabio Ravezzani in conduzione. Aldo è morto “davanti a una telecamera”, ha voluto andare avanti a oltranza. Io non ci riuscirei».