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2020-01-14
Putin stringe con Haftar e Al Serraj. La crisi libica si risolve al Cremlino
Getty
È ormai sempre più chiara la centralità della Russia nel complicatissimo dossier libico. A testimoniare questo stato di cose è il fatto stesso che ieri Fayez al Serraj e Khalifa Haftar si siano recati a Mosca per siglare un accordo. È vero che la firma dell'intesa alla fine è saltata. Ma attenzione: non si tratta - per il momento - di un naufragio totale. Come ha dichiarato infatti il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, sarebbe stato il generale della Cirenaica a chiedere qualche ora in più per esaminare la questione. Il diplomatico del Cremlino ha inoltre voluto sottolineare come vi siano stati buoni progressi nei negoziati. Il ruolo cardine di Mosca nella vicenda libica continua quindi a rivelarsi fuori discussione. Non solo - a livello generale - il presidente russo Vladimir Putin ha condotto gran parte della mediazione, riuscendo, almeno per ora, a frenare l'escalation militare sul campo. Ma, più nello specifico, i punti dell'intesa che i due contendenti libici dovrebbero sottoscrivere sembrano favorire - non poco - proprio la Russia.
Secondo quanto riportato ieri da Al Arabiya, l'accordo prevedrebbe - tra le altre cose - che la Turchia blocchi l'invio delle proprie truppe sul territorio libico e che il cessate il fuoco venga sottoposto alla supervisione della Russia e delle Nazioni Unite. Ne conseguono alcuni risvolti interessanti. In primo luogo, si va delineando sempre di più il fatto che sul dossier libico sia Mosca, e non Ankara, a dettare realmente la linea. Da un lato Putin pare poter spingere Recep Tayyip Erdogan a riconsiderare il dispiegamento di soldati turchi in loco, dall'altro non bisogna trascurare che - a livello geopolitico - Russia e Turchia hanno avviato un processo di profondo avvicinamento almeno dal 2017. Il rapporto si è del resto progressivamente cementato in più di un'occasione. Innanzitutto Mosca ha venduto ad Ankara il sistema missilistico S-400, iniziando così lentamente a sganciare Erdogan dall'orbita della Nato. Inoltre non va trascurata la stretta cooperazione, avvenuta tra «Zar» e «Sultano» in autunno, sul complesso scacchiere siriano. Infine va rilevato che Ankara dipende - e non poco - da Mosca in termini energetici. Tutto questo fa dunque supporre che, nonostante siano ufficialmente schierate in Libia su fronti contrapposti, le due potenze puntino in realtà (sin dal principio) a una spartizione dell'area. In tale scenario è tuttavia il Cremlino a condurre le danze. Certo è pur vero che - secondo alcune fonti - i mercenari russi del Wagner Group si starebbero ritirando dal fronte meridionale di Tripoli. Ma è altrettanto indubbio che, nelle ultime settimane, l'influenza di Putin sulla regione sia significativamente aumentata grazie a costoro. E questo graduale ritiro potrebbe significare che il leader russo si sente ormai vicino a conseguire il risultato.
In secondo luogo, un altro aspetto da sottolineare è che la supervisione della tregua sarebbe affidata congiuntamente a Russia e Nazioni Unite. Uno scenario che, se rappresenta un colpo per il Palazzo di Vetro, costituisce invece un risultato di prim'ordine per il Cremlino, che assume nei fatti una posizione fondamentalmente paritetica rispetto all'Onu. Quello stesso Onu, per intenderci, che ha sempre puntato su Serraj e che adesso si ritrova a dover accettare Haftar come interlocutore, oltre all'ingombrante presenza dello stesso Putin. Una presenza che produrrà probabilmente i suoi effetti anche nella conferenza di Berlino sulla Libia che - secondo informazioni ufficiose diffuse dalla Germania - dovrebbe tenersi il prossimo 19 gennaio. Sotto questo aspetto, è probabile che il leader russo auspichi al più presto la formalizzazione dell'intesa tra Serraj ed Haftar, con l'obiettivo di mettere così in secondo piano il vertice tedesco: il consesso sarebbe sostanzialmente chiamato a ratificare accordi già stretti a Mosca.
La strategia libica di Putin, insomma, pare al momento funzionare. Estendere la propria influenza geopolitica su quel territorio consente infatti al presidente russo di consolidare ulteriormente un'ambizione: quella di diventare il nuovo punto di riferimento nello scacchiere mediorientale e in parte di quello nordafricano. Un ruolo che la stessa amministrazione di Donald Trump ha cominciato - sottotraccia - a riconoscergli già dai tempi della crisi siriana. Non sarà un caso, in quest'ottica, che la Casa Bianca appaia particolarmente «distratta» sul dossier libico. È vero che il presidente americano ha sentito telefonicamente la cancelliera tedesca, Angela Merkel, nelle scorse ore sulla questione. Ma è altrettanto indubbio che Trump - attualmente alle prese con lo spinosissimo caso iraniano - non abbia troppa voglia di interessarsi a quello che considera poco più di un pantano, senza eccessivi significati strategici per gli States. Anzi, esattamente come sta accadendo per il Medio Oriente, è plausibile che Washington veda alla fin fine quasi di buon occhio l'iperattivismo libico di Putin: il peso politico e militare del Cremlino - secondo gli analisti degli Usa - sarebbe in grado di condurre alla stabilità regionale che le nazioni europee (Italia in testa) non sono state finora capaci di favorire. Combinando armi e diplomazia, il presidente russo sta quindi riuscendo a consolidare la propria influenza nell'area mediterranea e mediorientale. E adesso scommette tutto sulla possibilità risolvere il caos libico, scoppiato dopo l'intervento bellico del 2011.
Conte e Di Maio in tour nei Paesi sbagliati
La pax russo-turca, nonostante alcuni intoppi, sta prendendo forma in Libia. Determina la centralità di Mosca e Ankara nel controllo di migranti e petrolio, coi quali influenzare l'Unione europea. Alle nazioni del Vecchio continente non rimane che spartirsi le briciole, a partire dalla conferenza di Berlino che si dovrebbe tenere - salvo ennesimo rinvio - domenica prossima.
Alla Germania della cancelliera Angela Merkel non resta quindi che organizzare l'evento nella capitale, un modo per rafforzare i legami con Mosca: basti pensare che ieri il quotidiano Süddeutsche Zeitung commentava gli ultimi sviluppi della crisi in Libia scrivendo che, nonostante la Russia abbia aggravato il conflitto schierandosi al fianco del generale Khalifa Haftar e del suo autoproclamato Esercito nazionale libico contro il governo di accordo nazionale di Tripoli, una stabilizzazione del Paese è possibile «soltanto» grazie al presidente russo Vladimir Putin.
E l'Italia? Al premier Giuseppe Conte e al suo portavoce Rocco Casalino non rimane che tentare di attribuirsi qualche merito per l'intesa. Basta però riflettere sul luogo della firma dell'accordo per capire come l'Italia sia ormai soltanto sullo sfondo dello scenario libico. Il patto tra Fayez Al Serraj e Khalifa Haftar ha visto la luce a Mosca, dopo che mercoledì scorso a Roma era andata in scena la figuraccia internazionale: il premier, dopo essersi fatto fotografare con il generale aggressore di un governo riconosciuto dalle Nazioni Unite, veniva ignorato dal capo dell'esecutivo libico che, indispettito, sceglieva di disertare la visita a Roma. Soltanto il lavoro dei nostri servizi segreti e dell'ambasciata italiana a Tripoli è riuscito a ricucire lo strappo e a portare Serraj nella capitale (sabato) per un incontro con il premier Conte.
Per comprendere le dimensioni di quella gaffe è sufficiente riflettere sul fatto che perfino ieri a Mosca, durante la firma, è saltato il faccia a faccia tra Serraj e Haftar. Secondo quanto riferito, infatti, ad Al Arabiya dal capo dell'Alto consiglio di Stato, Khaled Al Mishri, il premier tripolino ha rifiutato il colloquio diretto con l'uomo forte della Cirenaica e che accetta di negoziare solo con «russi e turchi».
Nel giorno della firma il premier Conte era nella capitale sbagliata, cioè ad Ankara, per incontrare il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. «Abbiamo condiviso con Erdogan l'urgente necessità di porre fine all'escalation sul terreno libico per garantire un cessate il fuoco duraturo», ha affermato Conte, aggiungendo che «il percorso deve essere condotto sotto l'egida delle Nazioni Unite» e che queste cose saranno discusse a Berlino il prossimo weekend. Secondo il premier l'Italia può avere un ruolo chiave: «Vogliamo usare l'influenza per indirizzare il processo verso autonomia e indipendenza del popolo libico», ha spiegato.
Poi ha tentato di difendere il suo operato dichiarando, a margine dell'incontro con Erdogan, che il ruolo o la credibilità di un Paese «non si misura su singoli episodi». Sulla Libia non vi è «una rincorsa a chi fa prima e di più», bisogna lavorare «tutti nella medesima direzione, altrimenti non si va da nessuna parte». Ma è stato sufficiente ascoltare i continui riferimenti a quanto stava accadendo a Mosca per rendersi conto che Conte, che oggi si recherà anche in Egitto per vedere il presidente Abdel Fattah Al Sisi (sostenitore di Haftar), era a parlare di Libia nella capitale sbagliata.
Sempre ieri, il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, era a Tunisi, tappa di una sorta di tour che dovrebbe dimostrare che il nostro Paese sulla questione mediterranea è sempre sul pezzo. Il numero uno della Farnesina, che ha aperto a una missione Onu nella nostra cosiddetta «Quarta sponda», si è incontrato con il presidente tunisino Kais Said, in un colloquio piuttosto breve di 45 minuti: «Abbiamo affrontato vari temi tra cui ovviamente la Libia», ha detto alla televisione di Stato tunisina al termine dell'incontro. «Come Italia riteniamo sia importante coinvolgere la Tunisia e i Paesi limitrofi alla conferenza di Berlino. Non ci può essere una soluzione concreta e duratura senza il coinvolgimento di stati vicini alla Libia, così come l'Algeria e il Marocco. È insieme che bisogna lavorare verso un nuovo approccio, che coinvolga tutti al tavolo del dialogo».
All'elenco di chi invoca, come Conte e Di Maio, una non ben specifica soluzione europea - che pare quantomeno fuori tempo massimo - si è aggiunto Romano Prodi. Intervistato da Quarta Repubblica su Rete 4, ha sostenuto che «se Francia e Italia si mettessero d'accordo, gli altri Paesi europei seguirebbero e noi avremmo voce in capitolo». L'ex premier riconosce che la Libia è a due passi ma l'Europa «non comanda nulla» ma sembra peccare di ottimismo, visto che nessuno nel Vecchio continente, a differenza di Mosca e Ankara, sembra deciso a «morire» per la Libia. Cioè a inviarci dei soldati.
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L'accordo per cessare le ostilità, nonostante le ultime rivendicazioni del leader della Cirenaica, è vicinissimo Mosca ha usato Ankara come sponda e acquisito la leadership nell'area. All'Ue non resta che ratificare i patti.Nel giorno in cui la crisi libica è giunta a una svolta in Russia, il premier Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio erano rispettivamente in Turchia e Tunisia. L'avvocato del popolo per una foto ricordo con Erdogan, il capo del M5s per «coinvolgere tutti, anche Algeria e Marocco».Lo speciale contiene due articoli È ormai sempre più chiara la centralità della Russia nel complicatissimo dossier libico. A testimoniare questo stato di cose è il fatto stesso che ieri Fayez al Serraj e Khalifa Haftar si siano recati a Mosca per siglare un accordo. È vero che la firma dell'intesa alla fine è saltata. Ma attenzione: non si tratta - per il momento - di un naufragio totale. Come ha dichiarato infatti il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, sarebbe stato il generale della Cirenaica a chiedere qualche ora in più per esaminare la questione. Il diplomatico del Cremlino ha inoltre voluto sottolineare come vi siano stati buoni progressi nei negoziati. Il ruolo cardine di Mosca nella vicenda libica continua quindi a rivelarsi fuori discussione. Non solo - a livello generale - il presidente russo Vladimir Putin ha condotto gran parte della mediazione, riuscendo, almeno per ora, a frenare l'escalation militare sul campo. Ma, più nello specifico, i punti dell'intesa che i due contendenti libici dovrebbero sottoscrivere sembrano favorire - non poco - proprio la Russia. Secondo quanto riportato ieri da Al Arabiya, l'accordo prevedrebbe - tra le altre cose - che la Turchia blocchi l'invio delle proprie truppe sul territorio libico e che il cessate il fuoco venga sottoposto alla supervisione della Russia e delle Nazioni Unite. Ne conseguono alcuni risvolti interessanti. In primo luogo, si va delineando sempre di più il fatto che sul dossier libico sia Mosca, e non Ankara, a dettare realmente la linea. Da un lato Putin pare poter spingere Recep Tayyip Erdogan a riconsiderare il dispiegamento di soldati turchi in loco, dall'altro non bisogna trascurare che - a livello geopolitico - Russia e Turchia hanno avviato un processo di profondo avvicinamento almeno dal 2017. Il rapporto si è del resto progressivamente cementato in più di un'occasione. Innanzitutto Mosca ha venduto ad Ankara il sistema missilistico S-400, iniziando così lentamente a sganciare Erdogan dall'orbita della Nato. Inoltre non va trascurata la stretta cooperazione, avvenuta tra «Zar» e «Sultano» in autunno, sul complesso scacchiere siriano. Infine va rilevato che Ankara dipende - e non poco - da Mosca in termini energetici. Tutto questo fa dunque supporre che, nonostante siano ufficialmente schierate in Libia su fronti contrapposti, le due potenze puntino in realtà (sin dal principio) a una spartizione dell'area. In tale scenario è tuttavia il Cremlino a condurre le danze. Certo è pur vero che - secondo alcune fonti - i mercenari russi del Wagner Group si starebbero ritirando dal fronte meridionale di Tripoli. Ma è altrettanto indubbio che, nelle ultime settimane, l'influenza di Putin sulla regione sia significativamente aumentata grazie a costoro. E questo graduale ritiro potrebbe significare che il leader russo si sente ormai vicino a conseguire il risultato. In secondo luogo, un altro aspetto da sottolineare è che la supervisione della tregua sarebbe affidata congiuntamente a Russia e Nazioni Unite. Uno scenario che, se rappresenta un colpo per il Palazzo di Vetro, costituisce invece un risultato di prim'ordine per il Cremlino, che assume nei fatti una posizione fondamentalmente paritetica rispetto all'Onu. Quello stesso Onu, per intenderci, che ha sempre puntato su Serraj e che adesso si ritrova a dover accettare Haftar come interlocutore, oltre all'ingombrante presenza dello stesso Putin. Una presenza che produrrà probabilmente i suoi effetti anche nella conferenza di Berlino sulla Libia che - secondo informazioni ufficiose diffuse dalla Germania - dovrebbe tenersi il prossimo 19 gennaio. Sotto questo aspetto, è probabile che il leader russo auspichi al più presto la formalizzazione dell'intesa tra Serraj ed Haftar, con l'obiettivo di mettere così in secondo piano il vertice tedesco: il consesso sarebbe sostanzialmente chiamato a ratificare accordi già stretti a Mosca. La strategia libica di Putin, insomma, pare al momento funzionare. Estendere la propria influenza geopolitica su quel territorio consente infatti al presidente russo di consolidare ulteriormente un'ambizione: quella di diventare il nuovo punto di riferimento nello scacchiere mediorientale e in parte di quello nordafricano. Un ruolo che la stessa amministrazione di Donald Trump ha cominciato - sottotraccia - a riconoscergli già dai tempi della crisi siriana. Non sarà un caso, in quest'ottica, che la Casa Bianca appaia particolarmente «distratta» sul dossier libico. È vero che il presidente americano ha sentito telefonicamente la cancelliera tedesca, Angela Merkel, nelle scorse ore sulla questione. Ma è altrettanto indubbio che Trump - attualmente alle prese con lo spinosissimo caso iraniano - non abbia troppa voglia di interessarsi a quello che considera poco più di un pantano, senza eccessivi significati strategici per gli States. Anzi, esattamente come sta accadendo per il Medio Oriente, è plausibile che Washington veda alla fin fine quasi di buon occhio l'iperattivismo libico di Putin: il peso politico e militare del Cremlino - secondo gli analisti degli Usa - sarebbe in grado di condurre alla stabilità regionale che le nazioni europee (Italia in testa) non sono state finora capaci di favorire. Combinando armi e diplomazia, il presidente russo sta quindi riuscendo a consolidare la propria influenza nell'area mediterranea e mediorientale. 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Alla Germania della cancelliera Angela Merkel non resta quindi che organizzare l'evento nella capitale, un modo per rafforzare i legami con Mosca: basti pensare che ieri il quotidiano Süddeutsche Zeitung commentava gli ultimi sviluppi della crisi in Libia scrivendo che, nonostante la Russia abbia aggravato il conflitto schierandosi al fianco del generale Khalifa Haftar e del suo autoproclamato Esercito nazionale libico contro il governo di accordo nazionale di Tripoli, una stabilizzazione del Paese è possibile «soltanto» grazie al presidente russo Vladimir Putin. E l'Italia? Al premier Giuseppe Conte e al suo portavoce Rocco Casalino non rimane che tentare di attribuirsi qualche merito per l'intesa. Basta però riflettere sul luogo della firma dell'accordo per capire come l'Italia sia ormai soltanto sullo sfondo dello scenario libico. Il patto tra Fayez Al Serraj e Khalifa Haftar ha visto la luce a Mosca, dopo che mercoledì scorso a Roma era andata in scena la figuraccia internazionale: il premier, dopo essersi fatto fotografare con il generale aggressore di un governo riconosciuto dalle Nazioni Unite, veniva ignorato dal capo dell'esecutivo libico che, indispettito, sceglieva di disertare la visita a Roma. Soltanto il lavoro dei nostri servizi segreti e dell'ambasciata italiana a Tripoli è riuscito a ricucire lo strappo e a portare Serraj nella capitale (sabato) per un incontro con il premier Conte. Per comprendere le dimensioni di quella gaffe è sufficiente riflettere sul fatto che perfino ieri a Mosca, durante la firma, è saltato il faccia a faccia tra Serraj e Haftar. Secondo quanto riferito, infatti, ad Al Arabiya dal capo dell'Alto consiglio di Stato, Khaled Al Mishri, il premier tripolino ha rifiutato il colloquio diretto con l'uomo forte della Cirenaica e che accetta di negoziare solo con «russi e turchi». Nel giorno della firma il premier Conte era nella capitale sbagliata, cioè ad Ankara, per incontrare il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. «Abbiamo condiviso con Erdogan l'urgente necessità di porre fine all'escalation sul terreno libico per garantire un cessate il fuoco duraturo», ha affermato Conte, aggiungendo che «il percorso deve essere condotto sotto l'egida delle Nazioni Unite» e che queste cose saranno discusse a Berlino il prossimo weekend. Secondo il premier l'Italia può avere un ruolo chiave: «Vogliamo usare l'influenza per indirizzare il processo verso autonomia e indipendenza del popolo libico», ha spiegato. Poi ha tentato di difendere il suo operato dichiarando, a margine dell'incontro con Erdogan, che il ruolo o la credibilità di un Paese «non si misura su singoli episodi». Sulla Libia non vi è «una rincorsa a chi fa prima e di più», bisogna lavorare «tutti nella medesima direzione, altrimenti non si va da nessuna parte». Ma è stato sufficiente ascoltare i continui riferimenti a quanto stava accadendo a Mosca per rendersi conto che Conte, che oggi si recherà anche in Egitto per vedere il presidente Abdel Fattah Al Sisi (sostenitore di Haftar), era a parlare di Libia nella capitale sbagliata. Sempre ieri, il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, era a Tunisi, tappa di una sorta di tour che dovrebbe dimostrare che il nostro Paese sulla questione mediterranea è sempre sul pezzo. Il numero uno della Farnesina, che ha aperto a una missione Onu nella nostra cosiddetta «Quarta sponda», si è incontrato con il presidente tunisino Kais Said, in un colloquio piuttosto breve di 45 minuti: «Abbiamo affrontato vari temi tra cui ovviamente la Libia», ha detto alla televisione di Stato tunisina al termine dell'incontro. «Come Italia riteniamo sia importante coinvolgere la Tunisia e i Paesi limitrofi alla conferenza di Berlino. Non ci può essere una soluzione concreta e duratura senza il coinvolgimento di stati vicini alla Libia, così come l'Algeria e il Marocco. È insieme che bisogna lavorare verso un nuovo approccio, che coinvolga tutti al tavolo del dialogo». All'elenco di chi invoca, come Conte e Di Maio, una non ben specifica soluzione europea - che pare quantomeno fuori tempo massimo - si è aggiunto Romano Prodi. Intervistato da Quarta Repubblica su Rete 4, ha sostenuto che «se Francia e Italia si mettessero d'accordo, gli altri Paesi europei seguirebbero e noi avremmo voce in capitolo». L'ex premier riconosce che la Libia è a due passi ma l'Europa «non comanda nulla» ma sembra peccare di ottimismo, visto che nessuno nel Vecchio continente, a differenza di Mosca e Ankara, sembra deciso a «morire» per la Libia. Cioè a inviarci dei soldati.
Luca Ciriani (Ansa)
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».
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Il Kennedy Space Center della Nasa a Titusville in Florida (Ansa)
Aziende private lanciano satelliti, gestiscono costellazioni e offrono servizi che un tempo erano appannaggio esclusivo dei governi. In particolare, aziende private - come Space X e Blue Origin - stanno abbattendo i costi di accesso allo Spazio, passando da sistemi di proprietà governativa a un mercato commerciale e competitivo.
In tutto questo, dove si colloca l’Europa? Riuscirà a mantenere un ruolo sostanziale senza dipendere da tecnologie prodotte altrove? Mentre procediamo verso quella che la Nasa ha definito la «seconda era spaziale», l’autonomia strategica diventa improvvisamente centrale per l’Ue. Ed è sempre più essenziale che l’Europa possa raggiungere, controllare e proteggere i propri sistemi spaziali, senza vincoli. Lo Spazio un tempo era principalmente legato alla scienza o al business, ma ora è una risorsa di fondamentale importanza per l’Ue. Quasi tutto - finanza, comunicazioni, trasporti, sicurezza - dipende dalla tecnologia spaziale. Ma c’è un problema: molti componenti e servizi cruciali provengono ancora da fuori Europa. Questo tipo di dipendenza non è sostenibile se si vuole esercitare una reale influenza globale, in un contesto dove chi controlla le infrastrutture detta legge. La governance spaziale europea è invece frammentata tra le istituzioni dell’Ue, l’Agenzia spaziale europea, i Paesi membri e le aziende. Anche i finanziamenti mostrano criticità: i bilanci europei sono (notevolmente) inferiori a quelli di Usa e Cina, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Inoltre, la cultura imprenditoriale europea è restia a farsi coinvolgere, dato che l’industria e le startup non godono della stessa propensione al rischio che troverebbero Oltreoceano. L’Europa deve ridurre al più presto la sua dipendenza, concentrandosi sullo sviluppo delle proprie catene di approvvigionamento per tecnologie come chip speciali, sistemi di propulsione avanzati, crittografia e infrastrutture di terra sicure. L’Europa dovrebbe inoltre incrementare gli sforzi della ricerca privata, soprattutto in settori come i sistemi di lancio riutilizzabili, i servizi in orbita e la sicurezza informatica dei satelliti. Tutto questo richiede investimenti: bisogna quindi creare strumenti finanziari che combinino fondi dell’Unione europea, nazionali e privati per aiutare le nuove aziende spaziali europee a crescere.
Un’opportunità emergente è quella dello Spazio cislunare. Parliamo della regione dello Spazio tra la Terra e la Luna, generalmente considerato poco più di un corridoio. Ma ora gli Usa ne hanno fatto un pivot di competizione strategica. Al momento, non esiste un piano per amministrare o difendere quella che sta diventando una delle aree spaziali più importanti. Gli attuali sistemi di controllo sono inadatti a monitorare le attività in questo sistema che si sta trasformando in un ambiente affollato da molteplici attori statali, commerciali e ibridi, con una vasta gamma di idee e obiettivi. Queste attività spaziano dalla ricerca, allo sviluppo e all’esplorazione, fino alla raccolta di informazioni di intelligence, alla trasmissione sicura di dati e a operazioni di prossimità ambigue che confondono il confine tra uso pacifico e militare.
La prospettiva di un conflitto nello Spazio cislunare non è più quindi puramente teorica, ma sempre più plausibile. I conflitti «terrestri» perdono di rilevanza, rispetto a questo nuovo scenario. E questo è uno dei messaggi in filigrana emersi dal recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. La scelta non è tra militarizzare lo Spazio o preservare un bene comune pacifico. L’unica scelta è tra amministrare deliberatamente lo Spazio cislunare o permettere ad altri di definire un proprio ordine. Per questo il nuovo amministratore Nasa, nel presentare ai primi di marzo Ignition - la nuova strategia Usa per lo Spazio - ha parlato della competizione in atto con il «vero rivale geopolitico» - la Cina - rimarcando che «la differenza tra successo e fallimento si misurerà in mesi, non in anni. Potremmo arrivare presto, ma la storia recente suggerisce che potremmo arrivare tardi». Uno degli elementi principali dei piani presentati a Ignition è stato il blocco del progetto del Lunar gateway (parte centrale del programma Artemis), delegandone l’eventuale costruzione e gestione ai privati, e orientandosi verso la costruzione di una base lunare, con tanto di centrale nucleare e strutture di deposito per i dati della Intelligenza artificiale. I partner internazionali sono stati colti alla sprovvista: lo smantellamento del Gateway significa incertezza sugli investimenti realizzati per Artemis, e molti elementi già progettati potrebbero non essere riutilizzabili per una base lunare.
A prescindere dal danno economico e dallo scompiglio generato, tutto questo deve portarci a interrogarci sul senso della collaborazione con gli Usa. Siamo partner o comprimari irrilevanti? Su tutto questo la politica tace o è assente. Qualcuno dovrebbe risvegliarla. La seconda era spaziale non aspetterà l’Europa. L’Europa deve decidere. Vuole essere leader o limitarsi a osservare da bordo campo? È ancora possibile permettersi di non avere una politica industriale spaziale ben definita e attentamente monitorata? Occorre apportare cambiamenti significativi e velocemente. L’Ue deve agire ora: deve investire in modo ambizioso, innovare con urgenza, governare in modo coeso e sviluppare capacità spaziali indipendenti e resilienti. L’opportunità per l’Europa di assumere un ruolo guida è aperta. Ma si sta chiudendo rapidamente.
di Mariano Bizzarri, Coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo Spazio
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