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2022-10-01
Putin smembra l'Ucraina, poi offre la tregua
Vladimir Putin (Getty Images)
È stato un discorso duro quello pronunciato ieri dal presidente russo, Vladimir Putin, in occasione dell’annessione di quattro regioni ucraine finite sotto il controllo delle truppe di Mosca (Donetsk, Lugansk, Zhaporizhzhia e Kherson): un atto avvenuto dopo referendum giudicati illegali da Osce, Kiev e Occidente e formalizzato nel corso di una cerimonia al Cremlino, a cui hanno preso parte anche i leader filorussi delle stesse aree occupate (che costituiscono circa il 15% del territorio ucraino).
«Voglio che le autorità di Kiev e i loro veri padroni in Occidente mi ascoltino, in modo che lo ricordino. Le persone che vivono a Lugansk, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia stanno diventando nostri cittadini. Per sempre. Chiediamo al regime di Kiev di porre fine immediatamente alle ostilità, porre fine alla guerra che hanno scatenato nel 2014 e tornare al tavolo dei negoziati. Siamo pronti per questo. Ma non discuteremo della scelta delle persone. La Russia non le tradirà». Mosca, ha proseguito, «non vuole, né ha bisogno di un ritorno dell’Urss. l’amore per la Russia è un sentimento indistruttibile. Per questo anche i giovani nati dopo la tragedia della caduta dell’Urss hanno votato per l’annessione».
Il capo del Cremlino è poi andato all’attacco dell’«egemonia occidentale», la cui fine risulterebbe per lui «irreversibile»: «L’Occidente vuole renderci una colonia, vuole defraudarci, non vuole una cooperazione. Anche la nostra cultura li spaventa, il nostro fiorire è un pericolo per loro. Sta portando avanti una guerra ibrida contro la Russia». «Vogliamo che in Russia ci siano genitore 1 e genitore 2 invece di mamma e papà? Ma siamo impazziti?», ha continuato, definendo «satanica» la società occidentale, per poi aggiungere: «Facendole abbandonare le forniture di idrocarburi dalla Russia, gli Usa stanno portando l’Europa alla deindustrializzazione».
Il leader del Cremlino ha inoltre accusato gli anglosassoni di aver sabotato i gasdotti Nord Stream. «Agli anglosassoni non bastavano le sanzioni: si passa al sabotaggio. È difficile da credere, ma è un dato di fatto che hanno orchestrato le esplosioni sui gasdotti internazionali Nord Stream», ha detto, per poi dare anche il via libera alla vendita della partecipazione di Enel in Enel Russia a Lukoil e al fondo Gazprombank-Fresia.
Ora, è chiaro che, con questo discorso, Putin punta a conseguire alcuni obiettivi. Sotto il profilo militare, il capo del Cremlino spera di dissuadere gli ucraini da una controffensiva nel Donbass, facendo leva sull’attuale dottrina nucleare russa, che (in determinate circostanze) prevede l’uso dell’arma nucleare anche in caso di attacco convenzionale. Mosca spera quindi che Washington dissuada Kiev dal cercare di riprendere i territori annessi. In un simile quadro, lo zar ha di nuovo (ancorché indirettamente) ventilato la minaccia nucleare, sostenendo che gli Usa hanno «stabilito un precedente» a Hiroshima e Nagasaki.
Non è tuttavia detto che questa scommessa di deterrenza funzioni. Primo: è tutto da dimostrare che Kiev rinunci ipso facto al Donbass. Secondo: Turchia e Cina, che finora avevano spalleggiato la Russia, si sono mostrate freddissime nei confronti dei referendum degli scorsi giorni. Da questo punto di vista, Putin, che deve anche gestire un establishment russo attraversato da malumori, rischia quindi di alienarsi le simpatie di Paesi che sino ad oggi gli strizzavano l’occhio. Tutto ciò potenzialmente azzoppa la capacità di deterrenza di Mosca, perché riduce la probabilità che il leader russo possa realmente ricorrere al nucleare: uno scenario del genere porterebbe infatti proprio questi Paesi a sganciarsi dal Cremlino. Resta quindi verosimile solo il caso della mossa disperata (eventualità che comunque non può essere esclusa).
Ulteriore aspetto da considerare nel discorso di ieri è quello ideologico. Putin ha presentato il conflitto in corso come uno scontro valoriale tra Russia e Occidente. La mossa non è nuova e, oltre a esigenze di compattamento interno, mira ad alimentare un sentimento di avversione agli Stati Uniti d’America sul piano internazionale e, soprattutto, a rinsaldare l’asse tra Mosca e Pechino: un asse che, dal 4 febbraio, ha assunto una marcata impronta antiamericana e terzomondista. Anche qui lo zar rischia però un rovescio della medaglia.
In primis, la retorica terzomondista di Russia e Cina si sta sempre più palesando come assai scarsamente fondata: Mosca è oggi tra i principali fornitori di armi all’Africa e, soprattutto attraverso i mercenari del Wagner Group, sta intensificando la propria presenza politico-militare sull’Est della Libia e sul Sahel. In secondo luogo, Pechino è, sì, interessata a mettere in crisi l’ordine internazionale occidentale, ma punta a farlo partendo da una base pragmatica. Ora, come emerso dal vertice di Samarcanda, non è un mistero che Xi Jinping sia preoccupato da come il Cremlino stia conducendo la guerra. La freddezza del Dragone verso le ultime mosse di Putin potrebbe quindi essere dettata dal fatto che il leader cinese percepisca l’omologo russo come in crescente difficoltà: fattore che - se confermato- porterebbe prevedibilmente Pechino a un irrigidimento nei rapporti con il Cremlino. La situazione complessiva resta incerta, mentre la tensione cresce sulla scia delle annessioni. La sensazione è che Putin si stia giocando il tutto per tutto.
Zelensky ora ha fretta e cerca un rifugio nella Nato. Gli alleati però frenano
L’annessione delle regioni ucraine di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia, dopo i referendum voluti dalla Russia, incassa la secca bocciatura da parte della comunità internazionale. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si chiude a riccio e rifiuta ogni proposta di dialogo o di tregua avanzata dallo zar dopo la cerimonia di ieri. Zelensky ha chiarito che finché il presidente russo sarà Vladimir Putin non ci sarà alcun incontro. Al contempo, ha «spinto» sulla richiesta - che per un po’ era stata accantonata - di entrare a far parte della Nato. Freddina la risposta proveniente da fonti dell’Alleanza: «Gli alleati si consultano, discutono, ci sono criteri da rispettare e qualsiasi decisione di adesione deve essere collettiva. Poi servono le ratifiche nazionali, quindi nessuna corsia preferenziale per nessuno».
Il presidente ucraino, comunque, è certo di poter andare avanti e di prevalere su Mosca. «L’intero territorio del nostro Stato sarà liberato da questo nemico, il nemico non solo dell’Ucraina, ma anche della vita stessa, dell’umanità, della legge e della verità», ha dichiarato, stroncando ogni illusione circa possibili mediazioni di altri attori internazionali. «Con il tentativo di annettere quattro regioni ucraine, Putin cerca di impadronirsi di territori che non controlla nemmeno fisicamente sul terreno», ha a sua volta chiarito il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba.
In appoggio a Kiev è intervenuto l’alleato americano, condannando quello che Joe Biden ha definito «il fraudolento tentativo della Russia di annettersi il territorio sovrano ucraino». Biden ha lanciato nuove sanzioni, proprio in risposta ai proclami putiniani. «Sanzioni», ha proseguito il presidente americano, «che imporranno un costo su individui ed entità, fuori e dentro la Russia, che forniscono sostegno economico e politico ai tentativi illegali di cambiare lo status del territorio ucraino». Anche il governo britannico si è allineato sulle sanzioni. Il Foreign office ha annunciato che Mosca perderà l’accesso ai principali servizi occidentali da cui dipende e verrà introdotto il divieto di esportazione per quasi 700 beni che sono cruciali per le capacità industriali e tecnologiche russe. È stata poi sanzionata Elvira Nabiullina, la governatrice della Banca centrale della Federazione russa.
Immediata anche la reazione della Nato sull’annessione celebrata dal Cremlino, ma non sul possibile ingresso di Kiev nell’Alleanza atlantica. Il segretario, Jens Stoltenberg (secondo cui «è necessaria l’unanimità» per l’ingresso nel Patto di un nuovo soggetto), ha parlato con il presidente Zelensky e ha chiarito che «gli alleati della Nato sono incrollabili nel sostegno alla sovranità e al diritto di autodifesa dell’Ucraina». Stoltenberg si è trovato in perfetta armonia, sul punto, con il Consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Jake Sullivan.
A sua volta l’Onu, tirata in ballo da Biden e da tutti gli attori internazionali, ha fatto sentire la sua voce. «La Carta delle Nazioni Unite è chiara. Qualsiasi annessione del territorio di uno Stato da parte di un altro Stato risultante dalla minaccia o dall’uso della forza costituisce una violazione dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale», ha spiegato il segretario generale, Antonio Guterres. La maggioranza dei Paesi che compongono il Consiglio di sicurezza, del resto, ha già definito il voto per l’annessione «una farsa». Guterres ha poi voluto ricordare la speciale posizione che la Russia occupa come membro fondatore dell’Onu e del Consiglio di sicurezza: «La Federazione russa, in quanto uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza, condivide una particolare responsabilità nel rispetto della Carta.. I cosiddetti “referenda” nelle regioni occupate sono stati condotti durante un conflitto armato attivo, in aree sotto l’occupazione russa e al di fuori del quadro giuridico e costituzionale dell’Ucraina. Per questo motivo non possono essere definiti un’espressione genuina della volontà popolare».
Interessante la posizione della Cina, che comunque resta legata a filo doppio a Putin per interessi economici e strategici ma non si lascia trascinare nella «trappola» di un «sì» all’annessione. «Abbiamo sempre sostenuto che l’integrità sovrana e territoriale di tutti i Paesi dovrebbe essere rispettata», così come «gli scopi e i principi della Carta dell’Onu», ha detto il portavoce del ministro degli Esteri, Wang Wenbin. Wang, che ha ricordato che Pechino non si tirerà indietro rispetto al ruolo a livello internazionale. «Saremo sempre dalla parte della pace e continueremo a svolgere un ruolo costruttivo nell’attenuare la situazione», ha assicurato il portavoce.
Anche l’Ue ha condannato in blocco l’annessione. L’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera, Josep Borrell, ha parlato di «violazione della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina in un contesto di violazioni sistematiche dei diritti umani». Per l’Italia, la probabile futura premier Giorgia Meloni ha ribadito la vicinanza a Zelensky, già manifestata al momento della sua vittoria alle elezioni. «La dichiarazione di annessione dopo i referendum farsa svoltisi sotto violenta occupazione militare non ha alcun valore giuridico o politico», ha dichiarato la leader di Fdi. Che ha incassato il ringraziamento di Kiev «per la sua posizione chiara». «La Germania non riconoscerà mai l’esito dei referendum», ha detto infine il cancelliere tedesco Olaf Scholz.
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Lo zar celebra l’annessione di Donetsk, Lugansk, Zhaporizhzhia e Kherson. Avverte: «Questi cittadini sono russi per sempre». E attacca l’Occidente: «Vorrebbe imporre genitore 1 e genitore 2 pure da noi».Volodymyr Zelensky ora ha fretta e cerca un rifugio nella Nato. Gli alleati però frenano. Il presidente degli invasi rifiuta il dialogo. Ma registra la freddezza del Patto atlantico: «Nessuna corsia preferenziale per entrare». Usa, Ue e Onu condannano l’annessione.Lo speciale comprende due articoli.È stato un discorso duro quello pronunciato ieri dal presidente russo, Vladimir Putin, in occasione dell’annessione di quattro regioni ucraine finite sotto il controllo delle truppe di Mosca (Donetsk, Lugansk, Zhaporizhzhia e Kherson): un atto avvenuto dopo referendum giudicati illegali da Osce, Kiev e Occidente e formalizzato nel corso di una cerimonia al Cremlino, a cui hanno preso parte anche i leader filorussi delle stesse aree occupate (che costituiscono circa il 15% del territorio ucraino). «Voglio che le autorità di Kiev e i loro veri padroni in Occidente mi ascoltino, in modo che lo ricordino. Le persone che vivono a Lugansk, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia stanno diventando nostri cittadini. Per sempre. Chiediamo al regime di Kiev di porre fine immediatamente alle ostilità, porre fine alla guerra che hanno scatenato nel 2014 e tornare al tavolo dei negoziati. Siamo pronti per questo. Ma non discuteremo della scelta delle persone. La Russia non le tradirà». Mosca, ha proseguito, «non vuole, né ha bisogno di un ritorno dell’Urss. l’amore per la Russia è un sentimento indistruttibile. Per questo anche i giovani nati dopo la tragedia della caduta dell’Urss hanno votato per l’annessione». Il capo del Cremlino è poi andato all’attacco dell’«egemonia occidentale», la cui fine risulterebbe per lui «irreversibile»: «L’Occidente vuole renderci una colonia, vuole defraudarci, non vuole una cooperazione. Anche la nostra cultura li spaventa, il nostro fiorire è un pericolo per loro. Sta portando avanti una guerra ibrida contro la Russia». «Vogliamo che in Russia ci siano genitore 1 e genitore 2 invece di mamma e papà? Ma siamo impazziti?», ha continuato, definendo «satanica» la società occidentale, per poi aggiungere: «Facendole abbandonare le forniture di idrocarburi dalla Russia, gli Usa stanno portando l’Europa alla deindustrializzazione». Il leader del Cremlino ha inoltre accusato gli anglosassoni di aver sabotato i gasdotti Nord Stream. «Agli anglosassoni non bastavano le sanzioni: si passa al sabotaggio. È difficile da credere, ma è un dato di fatto che hanno orchestrato le esplosioni sui gasdotti internazionali Nord Stream», ha detto, per poi dare anche il via libera alla vendita della partecipazione di Enel in Enel Russia a Lukoil e al fondo Gazprombank-Fresia.Ora, è chiaro che, con questo discorso, Putin punta a conseguire alcuni obiettivi. Sotto il profilo militare, il capo del Cremlino spera di dissuadere gli ucraini da una controffensiva nel Donbass, facendo leva sull’attuale dottrina nucleare russa, che (in determinate circostanze) prevede l’uso dell’arma nucleare anche in caso di attacco convenzionale. Mosca spera quindi che Washington dissuada Kiev dal cercare di riprendere i territori annessi. In un simile quadro, lo zar ha di nuovo (ancorché indirettamente) ventilato la minaccia nucleare, sostenendo che gli Usa hanno «stabilito un precedente» a Hiroshima e Nagasaki. Non è tuttavia detto che questa scommessa di deterrenza funzioni. Primo: è tutto da dimostrare che Kiev rinunci ipso facto al Donbass. Secondo: Turchia e Cina, che finora avevano spalleggiato la Russia, si sono mostrate freddissime nei confronti dei referendum degli scorsi giorni. Da questo punto di vista, Putin, che deve anche gestire un establishment russo attraversato da malumori, rischia quindi di alienarsi le simpatie di Paesi che sino ad oggi gli strizzavano l’occhio. Tutto ciò potenzialmente azzoppa la capacità di deterrenza di Mosca, perché riduce la probabilità che il leader russo possa realmente ricorrere al nucleare: uno scenario del genere porterebbe infatti proprio questi Paesi a sganciarsi dal Cremlino. Resta quindi verosimile solo il caso della mossa disperata (eventualità che comunque non può essere esclusa). Ulteriore aspetto da considerare nel discorso di ieri è quello ideologico. Putin ha presentato il conflitto in corso come uno scontro valoriale tra Russia e Occidente. La mossa non è nuova e, oltre a esigenze di compattamento interno, mira ad alimentare un sentimento di avversione agli Stati Uniti d’America sul piano internazionale e, soprattutto, a rinsaldare l’asse tra Mosca e Pechino: un asse che, dal 4 febbraio, ha assunto una marcata impronta antiamericana e terzomondista. Anche qui lo zar rischia però un rovescio della medaglia. In primis, la retorica terzomondista di Russia e Cina si sta sempre più palesando come assai scarsamente fondata: Mosca è oggi tra i principali fornitori di armi all’Africa e, soprattutto attraverso i mercenari del Wagner Group, sta intensificando la propria presenza politico-militare sull’Est della Libia e sul Sahel. In secondo luogo, Pechino è, sì, interessata a mettere in crisi l’ordine internazionale occidentale, ma punta a farlo partendo da una base pragmatica. Ora, come emerso dal vertice di Samarcanda, non è un mistero che Xi Jinping sia preoccupato da come il Cremlino stia conducendo la guerra. La freddezza del Dragone verso le ultime mosse di Putin potrebbe quindi essere dettata dal fatto che il leader cinese percepisca l’omologo russo come in crescente difficoltà: fattore che - se confermato- porterebbe prevedibilmente Pechino a un irrigidimento nei rapporti con il Cremlino. La situazione complessiva resta incerta, mentre la tensione cresce sulla scia delle annessioni. La sensazione è che Putin si stia giocando il tutto per tutto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/putin-si-prende-un-pezzo-di-ucraina-poi-offre-la-tregua-kiev-si-fermi-2658368101.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zelensky-ora-ha-fretta-e-cerca-un-rifugio-nella-nato-gli-alleati-pero-frenano" data-post-id="2658368101" data-published-at="1664577459" data-use-pagination="False"> Zelensky ora ha fretta e cerca un rifugio nella Nato. Gli alleati però frenano L’annessione delle regioni ucraine di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia, dopo i referendum voluti dalla Russia, incassa la secca bocciatura da parte della comunità internazionale. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si chiude a riccio e rifiuta ogni proposta di dialogo o di tregua avanzata dallo zar dopo la cerimonia di ieri. Zelensky ha chiarito che finché il presidente russo sarà Vladimir Putin non ci sarà alcun incontro. Al contempo, ha «spinto» sulla richiesta - che per un po’ era stata accantonata - di entrare a far parte della Nato. Freddina la risposta proveniente da fonti dell’Alleanza: «Gli alleati si consultano, discutono, ci sono criteri da rispettare e qualsiasi decisione di adesione deve essere collettiva. Poi servono le ratifiche nazionali, quindi nessuna corsia preferenziale per nessuno». Il presidente ucraino, comunque, è certo di poter andare avanti e di prevalere su Mosca. «L’intero territorio del nostro Stato sarà liberato da questo nemico, il nemico non solo dell’Ucraina, ma anche della vita stessa, dell’umanità, della legge e della verità», ha dichiarato, stroncando ogni illusione circa possibili mediazioni di altri attori internazionali. «Con il tentativo di annettere quattro regioni ucraine, Putin cerca di impadronirsi di territori che non controlla nemmeno fisicamente sul terreno», ha a sua volta chiarito il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba. In appoggio a Kiev è intervenuto l’alleato americano, condannando quello che Joe Biden ha definito «il fraudolento tentativo della Russia di annettersi il territorio sovrano ucraino». Biden ha lanciato nuove sanzioni, proprio in risposta ai proclami putiniani. «Sanzioni», ha proseguito il presidente americano, «che imporranno un costo su individui ed entità, fuori e dentro la Russia, che forniscono sostegno economico e politico ai tentativi illegali di cambiare lo status del territorio ucraino». Anche il governo britannico si è allineato sulle sanzioni. Il Foreign office ha annunciato che Mosca perderà l’accesso ai principali servizi occidentali da cui dipende e verrà introdotto il divieto di esportazione per quasi 700 beni che sono cruciali per le capacità industriali e tecnologiche russe. È stata poi sanzionata Elvira Nabiullina, la governatrice della Banca centrale della Federazione russa. Immediata anche la reazione della Nato sull’annessione celebrata dal Cremlino, ma non sul possibile ingresso di Kiev nell’Alleanza atlantica. Il segretario, Jens Stoltenberg (secondo cui «è necessaria l’unanimità» per l’ingresso nel Patto di un nuovo soggetto), ha parlato con il presidente Zelensky e ha chiarito che «gli alleati della Nato sono incrollabili nel sostegno alla sovranità e al diritto di autodifesa dell’Ucraina». Stoltenberg si è trovato in perfetta armonia, sul punto, con il Consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Jake Sullivan. A sua volta l’Onu, tirata in ballo da Biden e da tutti gli attori internazionali, ha fatto sentire la sua voce. «La Carta delle Nazioni Unite è chiara. Qualsiasi annessione del territorio di uno Stato da parte di un altro Stato risultante dalla minaccia o dall’uso della forza costituisce una violazione dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale», ha spiegato il segretario generale, Antonio Guterres. La maggioranza dei Paesi che compongono il Consiglio di sicurezza, del resto, ha già definito il voto per l’annessione «una farsa». Guterres ha poi voluto ricordare la speciale posizione che la Russia occupa come membro fondatore dell’Onu e del Consiglio di sicurezza: «La Federazione russa, in quanto uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza, condivide una particolare responsabilità nel rispetto della Carta.. I cosiddetti “referenda” nelle regioni occupate sono stati condotti durante un conflitto armato attivo, in aree sotto l’occupazione russa e al di fuori del quadro giuridico e costituzionale dell’Ucraina. Per questo motivo non possono essere definiti un’espressione genuina della volontà popolare». Interessante la posizione della Cina, che comunque resta legata a filo doppio a Putin per interessi economici e strategici ma non si lascia trascinare nella «trappola» di un «sì» all’annessione. «Abbiamo sempre sostenuto che l’integrità sovrana e territoriale di tutti i Paesi dovrebbe essere rispettata», così come «gli scopi e i principi della Carta dell’Onu», ha detto il portavoce del ministro degli Esteri, Wang Wenbin. Wang, che ha ricordato che Pechino non si tirerà indietro rispetto al ruolo a livello internazionale. «Saremo sempre dalla parte della pace e continueremo a svolgere un ruolo costruttivo nell’attenuare la situazione», ha assicurato il portavoce. Anche l’Ue ha condannato in blocco l’annessione. L’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera, Josep Borrell, ha parlato di «violazione della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina in un contesto di violazioni sistematiche dei diritti umani». Per l’Italia, la probabile futura premier Giorgia Meloni ha ribadito la vicinanza a Zelensky, già manifestata al momento della sua vittoria alle elezioni. «La dichiarazione di annessione dopo i referendum farsa svoltisi sotto violenta occupazione militare non ha alcun valore giuridico o politico», ha dichiarato la leader di Fdi. Che ha incassato il ringraziamento di Kiev «per la sua posizione chiara». «La Germania non riconoscerà mai l’esito dei referendum», ha detto infine il cancelliere tedesco Olaf Scholz.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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