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2025-02-04
La proposta americana all’Ucraina. «Dateci terre rare in cambio di aiuti»
Keith Kellogg, inviato speciale statunitense a Kiev (Getty Images)
«I colloqui con Russia e Ucraina stanno andando molto bene». Ad affermarlo è niente meno che Donald Trump, il quale, pur non avendolo confermato, nei giorni scorso nemmeno ha voluto smentire di star parlando direttamente con Vladimir Putin. In campagna elettorale, il tycoon aveva promesso di risolvere il conflitto nel più breve tempo possibile e, per farlo, ha nominato Keith Kellogg come inviato speciale a Kiev con l’obiettivo di trovare una soluzione entro 100 giorni. Il tempo necessario, con ogni probabilità, sarà molto molto di più, ma già qualcosa inizia a muoversi. Lo stesso Kellogg, ieri, ha comunicato che, non appena si giungerà a un accordo per il cessate il fuoco, l’Ucraina dovrà andare al voto. «La maggior parte delle nazioni democratiche tengono elezioni in tempo di guerra», ha affermato. «Penso sia importante che lo facciano». «Credo che sia un bene per la democrazia», ha aggiunto: «Questa è la bellezza di una democrazia solida, hai più di una persona potenzialmente candidata». Da Kiev, invece, precisano che non è ancora arrivata una richiesta formale di indire elezioni presidenziali entro la fine dell’anno da parte della nuova amministrazione (e, in passato, le richieste del precedente inquilino della Casa Bianca, Joe Biden, sono state respinte).
Il mandato di Volodymyr Zelensky sarebbe dovuto scadere a maggio del 2024, ma gli appuntamenti elettorali sono fermi da febbraio del 2022 per via delle legge marziale. E proprio su questo punto, da diverso tempo, insiste la diplomazia russa, che considera il presidente ucraino un interlocutore illegittimo. Parere esplicitato ancora una volta, ieri, dal portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, il quale ha affermato che «l’idea stessa di tenere elezioni in Ucraina è importante dal punto di vista della legittimazione della leadership». Legittimazione che, secondo Putin, «è necessaria dal punto di vista della fissazione giuridica di eventuali accordi in termini di risoluzione del conflitto». Al netto dell’attenzione statunitense per la democrazia, il fatto stesso che l’inviato di Trump abbia sollecitato il passaggio dalle urne può essere indicativo del tentativo, nei negoziati, di andare incontro ad alcune richieste di Mosca. Lo stesso Peskov ha dichiarato che i contatti con l’Ucraina sono «in fase di pianificazione», ma «finora non c’è niente di nuovo da dire». «Finora», ha aggiunto, «nessuno ha discusso in modo serio una possibile combinazione della composizione dei partecipanti ai colloqui. Finora si è partiti dal fatto che il presidente ucraino non ha il diritto di condurre tali negoziati. Pertanto, discutere se il decreto rimane in vigore, discutere di una possibile composizione dei partecipanti, beh, forse è andare troppo avanti».
Zelensky, ovviamente, non è molto contento. Il presidente ucraino, in un’intervista rilasciata ad Associated Press (agenzia di stampa americana), ha affermato che la Russia ha ufficialmente rafforzato la sua alleanza con l’Iran e la Corea del Nord, avvertendo che questo configurerebbe una minaccia diretta per gli Stati Uniti. «Per la prima volta in decenni la Russia ha ufficialmente mostrato le sue alleanze coinvolgendo l’Iran e la Corea del Nord», ha dichiarato. «Sì, avevano relazioni anche prima scambiandosi tecnologia e armi, ma ora Mosca li ha attivamente coinvolti nella guerra. Teheran fornisce armi, Pyongyang fornisce sia armi che truppe». Un’alleanza «concreta», questa, «contro Kiev e l’intero Occidente». Zelensky si è anche soffermato sul fatto che i soldati nordcoreani stanno acquisendo esperienza sul campo, che potrebbe in futuro essere sfruttata altrove. A ben vedere, però, è quantomeno dubbio che sottolineare la pericolosità dell’unione sempre più stretta tra i tre Paesi possa aiutare la causa ucraina. Anche perché, come noto, il vero antagonista degli Stati Uniti, oggi, è la Cina: porre fine alla guerra e tentare di riavvicinare la Russia alla sfera occidentale, o anche solo renderla meno dipendente da Pechino, potrebbe rientrare tra gli obiettivi degli Usa.
Sul conflitto è intervenuto anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, il quale ha detto di aspettarsi «che gli Usa continuino il loro sostegno all’Ucraina in termine di aiuti militari» e che «richiederanno che l’Europa faccia di più nella condivisione del peso finanziario». Trump, invece, ha dichiarato di voler scambiare le terre rare dell’Ucraina con gli aiuti degli Stati Uniti. Dallo studio ovale, il tycoon ha anticipato ai giornalisti i termini dello scambio: «Stiamo cercando di trovare un accordo con l'Ucraina in base al quale loro porterebbero in garanzia le loro terre rare e altre cose in cambio di ciò che noi diamo loro».
Per quanto riguarda la situazione sul campo, secondo un’analisi dell’Afp sui dati dell’Institute for the Study of War, nel mese di gennaio l’esercito russo è avanzato di 430 chilometri quadrati in territorio ucraino e si sta dirigendo verso l’hub logistico di Pokrovsk. Oltre l’80% delle conquiste territoriale riguarda la regione del Donetsk, considerato uno dei principali obiettivi del Cremlino. Il dato complessivo segna un leggero rallentamento rispetto ai mesi precedenti (a novembre i chilometri quadrati sono stati 725, a dicembre 476), ma rimane il fatto che l’avanzata russa continua. Ieri, invece, il vicegovernatore della regione russa del Primorye (che si trova nell’estremo oriente del Paese), Sergei Efremov, è rimasto ucciso nel Kursk a causa dell’esplosione di una mina mentre tornava da una «missione di combattimento» con il battaglione Tiger. Si tratta di un’unità di volontari provenienti dal Primorye da lui comandata.
Bibi da Trump (che chiude all’Unrwa)
Questa sera intorno alle 18 (mezzanotte in Italia) il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu incontrerà il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. I due leader ceneranno insieme e di seguito, secondo alcune indiscrezioni, potrebbero tenere una conferenza stampa e incontrare le famiglie degli ostaggi israeliani. Netanyahu è arrivato domenica sera a Washington dove è stato accolto da Danny Danon, l’ambasciatore israeliano all’Onu. Quest’ultimo ha sottolineato che l’incontro tra Trump e Netanyahu «rafforzerà la profonda alleanza tra Israele e Stati Uniti e migliorerà la nostra cooperazione». Ieri il premier israeliano ha avuto un lungo colloquio con Steve Witkoff, l’inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente, mercoledì incontrerà Pete Hegseth, il segretario alla Difesa, mentre giovedì vedrà i leader del Congresso, tra cui il leader della maggioranza del Senato e il presidente della Camera. Netanyahu resterà negli Usa fino a sabato «dato che ci sono numerose richieste di funzionari statunitensi che vogliono incontrarlo». Netanyahu, starebbe considerando l’opzione di escludere il direttore dello Shin Bet, Ronen Bar, dalla squadra di negoziazione per il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi. Lo riporta l’emittente israeliana Canale 12, specificando che al suo posto potrebbe subentrare il ministro degli Affari strategici, Ron Dermer. Intanto ieri Trump ha emesso un ordine esecutivo per ritirare gli Usa dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e porre fine ai finanziamenti all'Unrwa.
I colloqui sul cessate il fuoco a Gaza dovrebbero includere anche le concessioni che Netanyahu potrebbe dover accettare per rilanciare il processo di normalizzazione con l’Arabia Saudita al quale Trump tiene in modo particolare. Come noto l’Arabia Saudita ha sospeso le trattative per l’adesione agli Accordi di Abramo all’inizio della guerra a Gaza e nel corso dei mesi ha irrigidito la sua posizione, chiedendo la risoluzione della questione palestinese come precondizione per qualsiasi accordo. Non sarà semplice fare la sintesi delle rispettive aspettative dato che Netanyahu è sottoposto a forti pressioni all’interno del suo governo per riprendere la guerra, con il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich che anche ieri ha minacciato di dimettersi, mettendo a serio rischio la maggioranza del primo ministro alla Knesset. Hamas, che ha ripreso il controllo su Gaza dopo l’inizio del cessate il fuoco lo scorso mese, ha dichiarato che non rilascerà altri ostaggi nella seconda fase senza la fine della guerra e il ritiro totale delle forze israeliane. Netanyahu ha ribadito l’impegno di Israele a ottenere la vittoria totale su Hamas e a riportare a casa tutti gli ostaggi sequestrati nell’attacco del 7 ottobre 2023. I jihadisti di Hamas attendono novità e ieri hanno fatto sapere «di essere pronti per negoziare con Israele la seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza». Musa Abu Marzouk, il vice capo dell’ufficio politico di Hamas in visita a Mosca, ha parlato a Ria Novosti dell’ostaggio russo Alexander Trufanov che «sarà liberato nel prossimo futuro», mentre per quanto riguarda la sorte di Maxim Kharkin, nato in Donbass, «i termini saranno discussi nella seconda fase dell’accordo. Ci sono molti dettagli da discutere, ma ci impegniamo perché il suo nome sia in cima alla lista», ha detto Marzouk. La Turchia dove oggi arriva il neopresidente siriano Ahmad Al Sharaa (fresco di pellegrinaggio alla Mecca) che stamattina vedrà il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, si oppone fermamente alla proposta di Trump di trasferire la popolazione palestinese fuori dalla Striscia di Gaza, ricollocandola in Egitto, Giordania e altri Paesi. Il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha definito il piano una violazione del diritto umanitario internazionale. Attualmente in visita in Qatar, Fidan ha incontrato il suo omologo Mohammed bin Abdulrahman Al Thani nell’ambito di una missione diplomatica di due giorni focalizzata sul cessate il fuoco a Gaza.
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Intanto l’inviato speciale Usa, Kellogg, mette alle strette Zelensky: dopo il cessate il fuoco, Kiev dovrà necessariamente andare alle elezioni. È la stessa richiesta che, da tempo, viene della Russia.Netanyahu vola a Washington e il presidente statunitense firma un ordine esecutivo per tagliare i fondi all’agenzia Onu. Intanto il vice capo di Hamas va in visita a Mosca.Lo speciale contiene due articoli.«I colloqui con Russia e Ucraina stanno andando molto bene». Ad affermarlo è niente meno che Donald Trump, il quale, pur non avendolo confermato, nei giorni scorso nemmeno ha voluto smentire di star parlando direttamente con Vladimir Putin. In campagna elettorale, il tycoon aveva promesso di risolvere il conflitto nel più breve tempo possibile e, per farlo, ha nominato Keith Kellogg come inviato speciale a Kiev con l’obiettivo di trovare una soluzione entro 100 giorni. Il tempo necessario, con ogni probabilità, sarà molto molto di più, ma già qualcosa inizia a muoversi. Lo stesso Kellogg, ieri, ha comunicato che, non appena si giungerà a un accordo per il cessate il fuoco, l’Ucraina dovrà andare al voto. «La maggior parte delle nazioni democratiche tengono elezioni in tempo di guerra», ha affermato. «Penso sia importante che lo facciano». «Credo che sia un bene per la democrazia», ha aggiunto: «Questa è la bellezza di una democrazia solida, hai più di una persona potenzialmente candidata». Da Kiev, invece, precisano che non è ancora arrivata una richiesta formale di indire elezioni presidenziali entro la fine dell’anno da parte della nuova amministrazione (e, in passato, le richieste del precedente inquilino della Casa Bianca, Joe Biden, sono state respinte). Il mandato di Volodymyr Zelensky sarebbe dovuto scadere a maggio del 2024, ma gli appuntamenti elettorali sono fermi da febbraio del 2022 per via delle legge marziale. E proprio su questo punto, da diverso tempo, insiste la diplomazia russa, che considera il presidente ucraino un interlocutore illegittimo. Parere esplicitato ancora una volta, ieri, dal portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, il quale ha affermato che «l’idea stessa di tenere elezioni in Ucraina è importante dal punto di vista della legittimazione della leadership». Legittimazione che, secondo Putin, «è necessaria dal punto di vista della fissazione giuridica di eventuali accordi in termini di risoluzione del conflitto». Al netto dell’attenzione statunitense per la democrazia, il fatto stesso che l’inviato di Trump abbia sollecitato il passaggio dalle urne può essere indicativo del tentativo, nei negoziati, di andare incontro ad alcune richieste di Mosca. Lo stesso Peskov ha dichiarato che i contatti con l’Ucraina sono «in fase di pianificazione», ma «finora non c’è niente di nuovo da dire». «Finora», ha aggiunto, «nessuno ha discusso in modo serio una possibile combinazione della composizione dei partecipanti ai colloqui. Finora si è partiti dal fatto che il presidente ucraino non ha il diritto di condurre tali negoziati. Pertanto, discutere se il decreto rimane in vigore, discutere di una possibile composizione dei partecipanti, beh, forse è andare troppo avanti».Zelensky, ovviamente, non è molto contento. Il presidente ucraino, in un’intervista rilasciata ad Associated Press (agenzia di stampa americana), ha affermato che la Russia ha ufficialmente rafforzato la sua alleanza con l’Iran e la Corea del Nord, avvertendo che questo configurerebbe una minaccia diretta per gli Stati Uniti. «Per la prima volta in decenni la Russia ha ufficialmente mostrato le sue alleanze coinvolgendo l’Iran e la Corea del Nord», ha dichiarato. «Sì, avevano relazioni anche prima scambiandosi tecnologia e armi, ma ora Mosca li ha attivamente coinvolti nella guerra. Teheran fornisce armi, Pyongyang fornisce sia armi che truppe». Un’alleanza «concreta», questa, «contro Kiev e l’intero Occidente». Zelensky si è anche soffermato sul fatto che i soldati nordcoreani stanno acquisendo esperienza sul campo, che potrebbe in futuro essere sfruttata altrove. A ben vedere, però, è quantomeno dubbio che sottolineare la pericolosità dell’unione sempre più stretta tra i tre Paesi possa aiutare la causa ucraina. Anche perché, come noto, il vero antagonista degli Stati Uniti, oggi, è la Cina: porre fine alla guerra e tentare di riavvicinare la Russia alla sfera occidentale, o anche solo renderla meno dipendente da Pechino, potrebbe rientrare tra gli obiettivi degli Usa. Sul conflitto è intervenuto anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, il quale ha detto di aspettarsi «che gli Usa continuino il loro sostegno all’Ucraina in termine di aiuti militari» e che «richiederanno che l’Europa faccia di più nella condivisione del peso finanziario». Trump, invece, ha dichiarato di voler scambiare le terre rare dell’Ucraina con gli aiuti degli Stati Uniti. Dallo studio ovale, il tycoon ha anticipato ai giornalisti i termini dello scambio: «Stiamo cercando di trovare un accordo con l'Ucraina in base al quale loro porterebbero in garanzia le loro terre rare e altre cose in cambio di ciò che noi diamo loro».Per quanto riguarda la situazione sul campo, secondo un’analisi dell’Afp sui dati dell’Institute for the Study of War, nel mese di gennaio l’esercito russo è avanzato di 430 chilometri quadrati in territorio ucraino e si sta dirigendo verso l’hub logistico di Pokrovsk. Oltre l’80% delle conquiste territoriale riguarda la regione del Donetsk, considerato uno dei principali obiettivi del Cremlino. Il dato complessivo segna un leggero rallentamento rispetto ai mesi precedenti (a novembre i chilometri quadrati sono stati 725, a dicembre 476), ma rimane il fatto che l’avanzata russa continua. Ieri, invece, il vicegovernatore della regione russa del Primorye (che si trova nell’estremo oriente del Paese), Sergei Efremov, è rimasto ucciso nel Kursk a causa dell’esplosione di una mina mentre tornava da una «missione di combattimento» con il battaglione Tiger. Si tratta di un’unità di volontari provenienti dal Primorye da lui comandata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/proposta-americana-ucraina-2671091454.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bibi-da-trump-che-chiude-allunrwa" data-post-id="2671091454" data-published-at="1738690374" data-use-pagination="False"> Bibi da Trump (che chiude all’Unrwa) Questa sera intorno alle 18 (mezzanotte in Italia) il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu incontrerà il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. I due leader ceneranno insieme e di seguito, secondo alcune indiscrezioni, potrebbero tenere una conferenza stampa e incontrare le famiglie degli ostaggi israeliani. Netanyahu è arrivato domenica sera a Washington dove è stato accolto da Danny Danon, l’ambasciatore israeliano all’Onu. Quest’ultimo ha sottolineato che l’incontro tra Trump e Netanyahu «rafforzerà la profonda alleanza tra Israele e Stati Uniti e migliorerà la nostra cooperazione». Ieri il premier israeliano ha avuto un lungo colloquio con Steve Witkoff, l’inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente, mercoledì incontrerà Pete Hegseth, il segretario alla Difesa, mentre giovedì vedrà i leader del Congresso, tra cui il leader della maggioranza del Senato e il presidente della Camera. Netanyahu resterà negli Usa fino a sabato «dato che ci sono numerose richieste di funzionari statunitensi che vogliono incontrarlo». Netanyahu, starebbe considerando l’opzione di escludere il direttore dello Shin Bet, Ronen Bar, dalla squadra di negoziazione per il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi. Lo riporta l’emittente israeliana Canale 12, specificando che al suo posto potrebbe subentrare il ministro degli Affari strategici, Ron Dermer. Intanto ieri Trump ha emesso un ordine esecutivo per ritirare gli Usa dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e porre fine ai finanziamenti all'Unrwa. I colloqui sul cessate il fuoco a Gaza dovrebbero includere anche le concessioni che Netanyahu potrebbe dover accettare per rilanciare il processo di normalizzazione con l’Arabia Saudita al quale Trump tiene in modo particolare. Come noto l’Arabia Saudita ha sospeso le trattative per l’adesione agli Accordi di Abramo all’inizio della guerra a Gaza e nel corso dei mesi ha irrigidito la sua posizione, chiedendo la risoluzione della questione palestinese come precondizione per qualsiasi accordo. Non sarà semplice fare la sintesi delle rispettive aspettative dato che Netanyahu è sottoposto a forti pressioni all’interno del suo governo per riprendere la guerra, con il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich che anche ieri ha minacciato di dimettersi, mettendo a serio rischio la maggioranza del primo ministro alla Knesset. Hamas, che ha ripreso il controllo su Gaza dopo l’inizio del cessate il fuoco lo scorso mese, ha dichiarato che non rilascerà altri ostaggi nella seconda fase senza la fine della guerra e il ritiro totale delle forze israeliane. Netanyahu ha ribadito l’impegno di Israele a ottenere la vittoria totale su Hamas e a riportare a casa tutti gli ostaggi sequestrati nell’attacco del 7 ottobre 2023. I jihadisti di Hamas attendono novità e ieri hanno fatto sapere «di essere pronti per negoziare con Israele la seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza». Musa Abu Marzouk, il vice capo dell’ufficio politico di Hamas in visita a Mosca, ha parlato a Ria Novosti dell’ostaggio russo Alexander Trufanov che «sarà liberato nel prossimo futuro», mentre per quanto riguarda la sorte di Maxim Kharkin, nato in Donbass, «i termini saranno discussi nella seconda fase dell’accordo. Ci sono molti dettagli da discutere, ma ci impegniamo perché il suo nome sia in cima alla lista», ha detto Marzouk. La Turchia dove oggi arriva il neopresidente siriano Ahmad Al Sharaa (fresco di pellegrinaggio alla Mecca) che stamattina vedrà il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, si oppone fermamente alla proposta di Trump di trasferire la popolazione palestinese fuori dalla Striscia di Gaza, ricollocandola in Egitto, Giordania e altri Paesi. Il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha definito il piano una violazione del diritto umanitario internazionale. Attualmente in visita in Qatar, Fidan ha incontrato il suo omologo Mohammed bin Abdulrahman Al Thani nell’ambito di una missione diplomatica di due giorni focalizzata sul cessate il fuoco a Gaza.
Luciano Garofano, ex comandante dei carabinieri del Ris di Parma (Ansa)
La pozza di sangue formatasi vicino al punto dell’aggressione avrebbe potuto crearsi in meno di tre minuti. Questo ridimensionò una delle ipotesi emerse nel primo processo, cioè quella di un’aggressione prolungata.
La relazione mise anche in discussione la possibilità che Stasi avesse attraversato la villetta senza sporcarsi di sangue. Gli esperti ritenevano, infatti, «marginali» le probabilità che qualcuno potesse percorrere quei punti senza intercettare tracce ematiche e, quindi, senza impregnare le scarpe di sangue. Oggi Roberto Testi, che nel curriculum vanta «circa 150 consulenze d’ufficio all’anno in ambito penale e civile», è commissario del Centro avanzato di diagnostica di Orbassano (Torino), uno dei poli più noti della genetica forense italiana (struttura che si occupa di analisi tossicologiche, genetico forensi e biochimico-cliniche). Nato principalmente per i controlli sportivi (infatti precedentemente si chiamava Centro regionale antidoping), negli anni, ha ampliato le proprie attività sino a diventare un laboratorio di riferimento per molte Procure italiane.
Ai tempi della consulenza, Testi era responsabile dell’Unità di medicina legale dell’Asl 2 di Torino. Nella documentazione del processo d’Appello bis contro Stasi, però, si fa ampio riferimento, a proposito della consulenza di Testi, ai laboratori di Orbassano. Alcune delle prove che in quel momento furono presentate come «sperimentali» (in particolare quelle sulle piastrelle) si tennero proprio nei laboratori orbassanesi. Si trattava della famose «prove di calpestio». Che ora si possono tranquillamente bollare come imprecise e decisamente sfavorevoli all’imputato, perché furono effettuate tramite un «soggetto sperimentatore» dal peso di 85 chili, ben superiore a quello di Stasi, che era di 60.
Nel 2016 Testi entrò nel Consiglio d’amministrazione del Cad. E oggi, del centro, è il commissario. Il direttore tecnico-scientifico dello stesso centro è il medico-legale Paolo Garofano. Il cognome dice già tutto. È il nipote del generale Luciano Garofano, ex comandante dei carabinieri del Ris di Parma. Fu protagonista della prima stagione investigativa di Garlasco, curò la Bpa (Bloodstain pattern analysis, l’analisi delle macchie di sangue) e nel 2016 è diventato consulente della difesa di Andrea Sempio. Si occupò, su incarico del pool difensivo di allora, di una perizia (l’unica consulenza peraltro fatturata ai familiari dell’indagato) sul Dna prelevato dalle unghie di Chiara Poggi mai depositata. Ma c’è ancora una coincidenza: nel dicembre 2016 il generale inviò al laboratorio di Orbassano diretto dal nipote il campione di saliva di Sempio per le analisi di parte, annotando sulla busta proprio «alla cortese attenzione del dottor Paolo Garofano».
Formalmente non c’è nulla di irrituale. Ma il quadro che emerge appare di certo come insolito: il perito dell’Appello bis Stasi guida il centro diretto dal nipote dell’ex generale del Ris che torna nel caso come consulente di Sempio. Questa rete riaffiora a Genova, nel processo per il «Delitto del trapano», un cold case riaperto dopo quasi 30 anni. La vittima è Luigia Borrelli, uccisa il 5 settembre 1995 in un basso dei caruggi dove si prostituiva. Era una insospettabile infermiera. Fu ritrovata con un trapano conficcato nel collo. Il pm Patrizia Petruzziello (la stessa che nel 1995 era di turno e che dall’inizio ha seguito le indagini) vorrebbe ora portare a giudizio un carrozziere, Fortunato Verduci, all’epoca trentacinquenne, oggi ultrasessantenne. Sulla placca di un interruttore del basso saltò fuori un profilo genetico completo, «perfettamente coincidente», secondo l’accusa, con uno repertato nel 1995. Una verifica nella banca dati del Dna ha portato poi verso il profilo genetico di un parente del carrozziere. E da quel match si è arrivati a Verduci (che si professa innocente).
Il consulente del pubblico ministero è Luciano Garofano. Il perito nominato dal giudice dell’udienza preliminare, Alberto Lippini, è Selena Cisana, medico-legale e biologa forense che lavora, coincidenza, nel laboratorio di Biologia e genetica forense del Centro di Orbassano diretto da Paolo Garofano, nipote del consulente del pm. Il difensore del carrozziere, l’avvocato Emanuele Canepa, che deve aver immediatamente percepito l’intreccio come un segno avverso, lo verbalizza davanti al giudice: «La dottoressa Cisana lavora presso il laboratorio ove il direttore responsabile Paolo Garofano è il nipote del consulente nominato dal pubblico ministero Luciano Garofano». Il pm afferma che «non era a conoscenza di questa circostanza» ma «ritiene comunque che non vi sia incompatibilità».
Il giudice rigetta l’eccezione con questa argomentazione: «Allo stato», ritiene, «non sussiste alcuna incompatibilità». Ma la questione centrale non è il codice. Nessuna norma vieta automaticamente queste relazioni professionali o familiari. Emerge però un circuito tecnico-forense talmente ristretto da rendere apparentemente difficile separare del tutto ruoli e relazioni. E quando questo groviglio finisce per sfiorare contemporaneamente il consulente dell’accusa e l’orbita del giudice terzo, è inevitabile che le difese percepiscano il terreno come in pendenza.
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Primo piatto assai gustoso che pesca da un “frutto” di stagione che sta iniziando a entrare a piena maturazione: la melanzana. Se leggeste La Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi, che resta un monumento della nostra cultura gastronomica, vi imbattereste in ricette a base di petonciani. È l’antico nome toscano dato alla “mela insana”, questa solanacea che al pari di patate pomodori al suo apparire suscitò più di un dubbio. È vero che non si può mangiare cruda, ma è anche vero che la melanzana è oggi uno dei must della nostra profumatissima cucina del Meridione. Noi abbiamo pensato di usarla per un primo piatto che mette insieme Napoli e Firenze.
Ingredienti – Due melanzane per un totale di 250 gr (meglio quelle oblunghe), 150 gr di guanciale di maiale, 360 gr di pasta di semola di grano italiano, un cucchiaio abbondante di concentrato di pomodoro, due spicchi d’aglio, un mazzetto di prezzemolo, 80 gr di Parmigiano Reggiano e Grana Padano (ma volendo anche Provolone del monaco grattugiato in quel caso attenti al sale), olio extravergine di oliva, sale, pepe o peperoncino q.b.
Procedimento – In una capace padella (ci dove saltare la pasta) fate sudare il guanciale ridotto a cubetti. Nel frattempo fate a cubetti piuttosto piccoli le melanzane e mettete sul fuoco una pentola colma d’acqua leggermente salata per la pasta. Quando il guanciale avrà sudato ritiratelo lasciando il grasso di cottura in padella, aggiungete un po’ di olio extravergine di oliva, i due spicchi d’aglio: fate prendere appena colore all’aglio e poi aggiungete i cubetti di melanzana a fuoco brillante in modo che si cuociano bene. A questo punto rimettete in padella anche il guanciale. Nel frattempo lessate la pasta. Quando manca uno paio di minuti alla cottura della pasta aggiungete in padella il concentrato di pomodoro. Scolate la pasta con una schiumarola passandola direttamente in padella e mantecate bene in modo che il concentrato di pomodoro si leghi perfettamente alla pasta e alle melanzane spolverizzando con abbondante formaggio grattugiato. Aggiustate di sale e di pepe o peperoncino macinato e guarnite con generoso prezzemolo tritato.
Come far divertire i bambini – Fate guarnire a loro i piatti con il prezzemolo
Abbinamento – L’abbinamento ideale con questo piatto è il Syrah che ha Cortona uno dei suoi habitat privilegiati. Vanno benissimo anche tre vini da vitigni autoctoni del Meridione: Primitivo di Manduria e siamo in Puglia, Nero d’Avola e siamo in Sicilia o Magliocco e Gaglioppo con il Cirò e siamo in Calabria.
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Donald Trump (Ansa)
Perché mentre il presidente parlava con Xi Jinping di dazi, chip, Intelligenza artificiale e riapertura del mercato cinese, dalle carte depositate presso l’Ufficio per l’etica governativa americano emergeva un dettaglio non proprio secondario: nei primi tre mesi del 2026 Trump ha movimentato centinaia di milioni di dollari in titoli delle stesse aziende che gli facevano da corteo a Pechino. Una coincidenza? I documenti raccontano una raffica di operazioni su colossi come Nvidia, Apple, Meta, Tesla, Visa, Citigroup, Boeing, Qualcomm, GE Aerospace e Paramount Global. Solo su Nvidia risultano quindici transazioni in pochi mesi. Una frenesia da trader. The Donald non si limita a fare geopolitica. Fa storytelling finanziario. Trasforma ogni summit in un palcoscenico, ogni vertice in un reality globale dove politica, Borsa e propaganda si mescolano come ingredienti di un gigantesco hamburger patriottico servito in salsa Maga .«È stato un onore avere con me questi leader straordinari, incluso il grande Jensen Huang», ha scritto Trump sul suo social Truth. E poi la frase che vale quasi un manifesto economico: «Chiederò al presidente Xi di aprire la Cina affinché queste persone brillanti possano compiere le loro magie». Magie. Non investimenti. In fondo il punto è proprio questo. Trump ha capito prima di molti altri che il nuovo petrolio elettorale sono i chip. Sono i data center. Sono i colossi dell’Intelligenza artificiale. Capitalismo relazionale versione XXL. Naturalmente è esplosa la polemica. Trump e la sua famiglia sono già finiti sotto osservazione per investimenti che potrebbero beneficiare delle politiche della sua amministrazione. Sul tavolo c’è anche il ruolo del figlio Eric, sempre più attivo nella galassia economica trumpiana. La difesa della famiglia è arrivata immediata e chirurgica. Un portavoce della Trump Organization ha spiegato che il presidente, la famiglia e la holding «non svolgono alcun ruolo nella selezione, indicazione o approvazione di investimenti specifici». Tutto sarebbe gestito da istituzioni finanziarie indipendenti. Formalmente impeccabile. Politicamente meno semplice.
Perché il sospetto che aleggia a Washington è che questa gigantesca liquidità possa avere anche un altro obiettivo: preparare la guerra delle elezioni di metà mandato. Ed è qui che il racconto finanziario diventa racconto politico. Mancano meno di sei mesi al voto di midterm e i repubblicani arrivano all’appuntamento con il fiatone. L’economia rallenta. L’inflazione è una ferita aperta. La guerra contro l’Iran è sempre più impopolare. Chi conosce il personaggio sa che Donald Trump può perdere consensi. Mai il senso dello spettacolo. Secondo il Wall Street Journal, il super pac Maga Inc. sarebbe pronto a riversare sulle elezioni una cifra mostruosa: 347 milioni di dollari. Una potenza di fuoco elettorale senza precedenti, pensata per evitare che il voto diventi un referendum contro il presidente. Ecco allora che i pezzi del puzzle iniziano a comporsi. Le operazioni sui mercati. I rapporti con le Big Tech. Il viaggio a Pechino. I manager in delegazione. I disinvestimenti milionari. La macchina elettorale pronta a partire. Tutto dentro un unico gigantesco meccanismo politico-finanziario dove il confine tra Wall Street e Pennsylvania Avenue diventa sempre più sottile.
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Ansa
Si tratta di un piano che prevedrebbe la riscossione di pedaggi e che riguarderebbe le navi commerciali di Paesi che cooperano che l’Iran. «A seguito del passaggio di navi provenienti da paesi dell’Asia orientale, in particolare Cina, Giappone e Pakistan, abbiamo ricevuto oggi informazioni che indicano che anche gli europei hanno avviato negoziati con la marina delle Guardie rivoluzionarie per ottenere il permesso di transito», ha riferito ieri la televisione di Stato iraniana. Dall’altra parte, Centcom ha fatto sapere che, da quando è in vigore il blocco statunitense ai porti della Repubblica islamica, sono state deviate 78 navi, mentre quattro sono state bloccate.
Nel frattempo, il processo diplomatico tra Washington e Teheran continua a rivelarsi in salita. In questo quadro, secondo il New York Times, Usa e Israele si starebbero preparando a riprendere gli attacchi militari contro la Repubblica islamica la prossima settimana. Tra le opzioni sul tavolo vi sarebbero bombardamenti contro siti militari e infrastrutture, l’occupazione militare dell’isola di Kharg e l’invio di soldati sul terreno per sequestrare le scorte di uranio arricchito iraniano. «Gli americani capiscono che i negoziati con l’Iran non porteranno da nessuna parte», ha dichiarato un funzionario iraniano a Channel 12, per poi aggiungere: «Ci stiamo preparando a giorni o settimane di lotta e ad attendere la decisione finale di Trump. Ne sapremo di più tra 24 ore».
Dall’altra parte, il Pakistan continua a premere per rilanciare la diplomazia. Ieri, il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, ha infatti effettuato una visita a sorpresa a Teheran per incontrare dei funzionari iraniani e, secondo l’agenzia di stampa Tasnim, per cercare di «facilitare i colloqui» tra Washington e la Repubblica islamica. «La parte americana ha richiesto risposte su punti specifici sollevati da Washington. Si registrano progressi positivi per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz. La porta è aperta ai negoziati sulle questioni ancora in sospeso, incluso il programma nucleare iraniano», hanno riferito, a tal proposito, fonti pakistane.
A questo punto, bisognerà capire che cosa deciderà di fare Donald Trump, il quale ieri ha detto che l’Iran attraverserà un periodo «molto brutto» se non accetterà un accordo. Durante la recentissima visita del presidente americano a Pechino, Xi Jinping ha auspicato la riapertura di Hormuz, sostenendo inoltre che Teheran non dovrebbe avere l’arma atomica. Non è tuttavia chiaro se il presidente cinese cercherà (o sarà anche solo in grado) di convincere la Repubblica islamica ad ammorbidire le sue posizioni. Dall’altra parte, mentre Israele preme per la ripresa delle operazioni belliche, JD Vance, all’interno dell’amministrazione americana, continua a rivelarsi una delle voci più favorevoli alla diplomazia. Mercoledì scorso, il numero due della Casa Bianca si era detto cautamente ottimista sui colloqui con Teheran. «Penso che stiamo facendo progressi. La questione fondamentale è: stiamo facendo progressi sufficienti per soddisfare la linea rossa del presidente?», aveva affermato.
Il problema, per Trump, è che, almeno al momento, nel regime khomeinista sta prevalendo l’ala dei pasdaran: quella, cioè, favorevole alla linea dura con Washington. Di contro, l’anima più dialogante è, per adesso, stata marginalizzata. «L’Iran resta impegnato nella diplomazia e nelle soluzioni pacifiche», ha dichiarato il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, in un messaggio indirizzato a Leone XIV, elogiando «la posizione morale e logica» del papa «sulle recenti aggressioni militari contro l’Iran».
A meno che la diplomazia non riparta, Trump, che ha necessità di una rapida riapertura di Hormuz per abbassare il costo dell’energia, si trova davanti a un dilemma. Da una parte, potrebbe dichiarare unilateralmente vittoria e ritirarsi: ciò gli eviterebbe il pantano, sì, ma lasciare lo Stretto in mano agli iraniani significherebbe una vittoria economica, geopolitica e d’immagine per Teheran. Dall’altra parte, l’inquilino della Casa Bianca potrebbe riprendere i bombardamenti, ma il pericolo per lui sarebbe, a quel punto, quello di restare impelagato in una crisi dalla durata indefinita. Tuttavia, non è detto che la Repubblica islamica abbia necessariamente il fattore tempo dalla sua parte. Mercoledì, l’Associated Press rilevava che, in Iran, l’inflazione è alle stelle e che si stanno registrando massicce perdite di posti di lavoro. Ebbene, non è esattamente chiaro quanto il regime possa gestire questa situazione. Frattanto, Vladimir Putin continua a cercare di ritagliarsi uno spazio diplomatico nella crisi in atto, con l’obiettivo di recuperare influenza in Medio Oriente: non a caso, ieri lo zar ha discusso di Iran col presidente degli Emirati arabi, Mohammed bin Zayed al Nahyan.
Nel frattempo, il dipartimento di Stato americano ha annunciato una proroga del cessate il fuoco tra Israele e Libano di 45 giorni, per poi rendere noto che, il 29 maggio, il Pentagono ospiterà un incontro tra le delegazioni militari delle due nazioni. Ciononostante, ieri lo Stato ebraico ha condotto degli attacchi contro Hezbollah nella parte meridionale del Paese dei Cedri, mentre l’Idf ha confermato di aver ucciso il capo dell’ala militare di Hamas a Gaza, Izz ad-Din al-Haddad.
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