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2019-02-28
«Progetti e fatture copia e incolla». Un superteste smaschera i Renzi
Ansa
L'agenda giudiziaria dei genitori di Matteo Renzi è come una pallina da flipper che schizza da una città all'altra, da un'udienza all'altra. Oggi a Cuneo il gup Emanuela Dufour dovrà decidere se rinviare a giudizio Laura Bovoli in un'inchiesta per bancarotta; entro sabato il gip di Firenze Angela Fantechi si esprimerà sulla richiesta di revoca degli arresti domiciliari per la signora e per il marito Tiziano Renzi; infine lunedì ci sarà la prima udienza del processo in cui i coniugi sono alla sbarra insieme con Luigi Dagostino ex socio nella Party srl, accusati di aver emesso fatture per operazioni inesistenti.
Il procedimento si annuncia ricco di colpi di scena. I Renzi caleranno il loro jolly, proponendo ai giudici la testimonianza di un parente pronto a scagionarli, mentre la pm Christine von Borries ha in serbo una clamorosa contromossa: le dichiarazioni di un architetto che giura di aver realizzato lui stesso, su incarico di Dagostino, il progetto che nel 2015 i Renzi avrebbero rivenduto all'imprenditore. Peccato che il medesimo studio fosse già stato profumatamente pagato (più di 322.000 euro) tra il 2013 e il 2015 allo stesso professionista. In pratica le planimetrie sarebbero state pagate due volte: la prima all'architetto, la seconda ai Renzi, che hanno emesso due fatture nel giugno del 2015, una da 170.800 euro e una 24.400, per un totale di 195.200 all'incirca per il medesimo lavoro.
I due documenti avevano come oggetto «uno studio di fattibilità di una struttura ricettiva e food» mai realizzata. Eppure vennero saldate dalla Tramor dello stesso Dagostino, poi ceduta al gruppo Kering, azienda che liquidò la seconda fattura ed è quindi considerata vittima di truffa.
Durante le indagini i magistrati hanno sequestrato due mail in cui la fattura più cospicua presentata dai genitori dell'ex premier (la 202 della Eventi 6), subisce delle modifiche sia per quanto riguarda l'oggetto sia per l'importo, passando da 122.000 a 170.800 euro nel giro di 24 ore.
Nella seconda mail era allegato un prospetto di 8 pagine intitolato «Taste Mall» (una specie di Eataly in salsa rignanese) comprendente una descrizione sommaria (tre pagine scarse) del progetto e cinque planimetrie.
Con La Verità Dagostino nell'aprile del 2018 ha ammesso di aver pagato il babbo per la sua attività di lobbista, visto che in quel periodo svolgeva la mansione di facilitatore d'affari con politici d'area Pd, soprattutto nel settore dei centri commerciali. La giustificazione ufficiale per quei pagamenti, come risulta dalle intercettazioni, sarebbe, però, meno scivolosa: Dagostino versava cifre fuori mercato perché pativa la sudditanza psicologica nei confronti del padre del premier. In un'intercettazione del 15 marzo scorso, inserita dalla pm in vista del processo in un nuovo deposito d'atti, la compagna di Dagostino, Ilaria Niccolai, preannuncia la linea difensiva in questo modo: «Noi non si può parare il culo ai Renzi e la difesa dovrà essere sul discorso della sudditanza».
In realtà tutta questa sudditanza non sembra esserci. Quando viene messa in pagamento la prima fattura dei Renzi (quella da 24.400 euro), Dagostino ha l'onore di entrare a Palazzo Chigi per un appuntamento con l'allora sottosegretario Luca Lotti. Nell'occasione l'imprenditore è accompagnato dal magistrato Antonio Savasta, la toga che in quel momento stava indagando su un giro di fatture false che coinvolgeva lo stesso Dagostino. Il pm è lì per strappare un incarico che gli consenta di lasciare la Puglia, trovandosi al centro di diversi procedimenti penali e disciplinari.
In vista del processo del 4 marzo l'avvocato dei Renzi, Federico Bagattini, ha depositato una lista testi, in cui la carta jolly ha il volto di Stefano Bovoli, cinquantaquattrenne fratello minore dell'imputata Laura. Nella vita fa l'imprenditore (in passato, insieme con altri due colleghi vicini ai dem, ha provato, senza successo, a impiantare una cittadella dell'enogastronomia italiana in Cina) e, secondo la difesa, sarebbe stato pagato 5.000 euro al mese per un totale di 25.000 euro nell'ambito di una collaborazione che avrebbe compreso anche lo studio di fattibilità. La sua testimonianza dovrebbe inverare la tesi che il progetto venne commissionato per davvero.
Peccato che la pm Christine von Borries abbia in serbo una clamorosa contromossa. Il 29 novembre 2018 gli investigatori della Guardia di finanza hanno sentito a verbale a Milano l'architetto bolzanino Ermanno Previdi, 69 anni, rappresentante legale, fondatore e socio di maggioranza dello studio P+P. L'uomo, secondo gli inquirenti, ha riferito «circostanze utili alle indagini».
Leggiamo le sue dichiarazioni. Le Fiamme gialle gli mostrano le cinque planimetrie inviate dai Renzi a Dagostino e Previdi sembra non avere dubbi: «Riconosco le planimetrie-tavole che mi mostrate in copia. Tale lavoro è stato elaborato dalla nostra società e riguarda in breve sintesi il recupero - mediante riqualificazione - di un complesso agricolo denominato Casa colonica, ubicato nel comune di Reggello (al confine con Rignano sull'Arno, ndr)». Nelle tavole l'architetto rileva solo piccole differenze: «Probabilmente partendo da un nostro file o da un Pdf sono state aggiunte delle modifiche nelle parti colorate». Il professionista riconosce come propri anche alcuni particolari: «I pallini gialli e verdi rappresentano gli alberi e sono stati applicati da noi». Ma, in base al racconto di Previdi, i magheggi non sarebbero terminati: «Il disegno 5 rappresenta la tavola generale del complesso della casa colonica, ma il cartiglio (un riquadro in cui sono riportate tutte le informazioni relative ai disegni tecnici, ndr) non è quello che invece insiste sul disegno originale. Infatti il cartiglio apposto sulla tavola 5 si riferisce a un altro progetto di cui sono in grado di esibirvi la relativa tavola». A verbale l'architetto ipotizza che la tavola numero 5 sia «frutto di un collage composto dal disegno riferito al complesso casa colonica, mentre il cartiglio, datato 31 ottobre 2013, è riferito all'edificio adiacente denominato Tramor».
Nel cosiddetto progetto Tramor lo studio P+P «era stato incaricato per la progettazione e direzione lavori per la realizzazione del nuovo edificio commerciale Tramor (ex Arena) e per il recupero del complesso denominato casa colonica». La ricostruzione del professionista va avanti: «In riepilogo posso affermare che le altre tavole, essendo degli stralci di tavole più grandi, certamente sono elaborate su un progetto dello studio P+P». Previdi al termine esibisce la lettera d'incarico che conferma che il lavoro venne commissionato dalla Tramor «nella persona di Luigi Dagostino» per il cliente Kering.
«Il lavoro è stato fatturato interamente a Tramor srl con cinque sal, come da documentazione che vi esibisco. Il totale dell'incarico è di 250.000 euro (oltre 322.000 euro comprendendo l'Iva e altre piccole spese, ndr) a oggi interamente saldato» ha aggiunto l'architetto e ha esibito «copia dei bonifici con cui Tramor srl ha saldato le 5 fatture». I bonifici sono stati inviati tra il 6 agosto 2013 e il 2 luglio 2015. Il penultimo partì praticamente in contemporanea con uno dei pagamenti ai Renzi. Dulcis in fundo il professionista ha garantito che «lo studio P+P non ha mai intrattenuto rapporti con la Eventi 6 srl e la Party srl (entrambe riconducibili alla famiglia Renzi, ndr)». Una testimonianza che complica ulteriormente, se mai ve ne fosse stato bisogno, la posizione dei genitori di Renzi e del loro presunto complice Dagostino.
Il papà nei messaggi prometteva ai soci: «Vi porto da Matteo»
Il 17 febbraio 2017 Tiziano Renzi riceve l'avviso di garanzia per l'inchiesta Consip e subito scrive un messaggio all'amico Luigi Dagostino: «Ho messaggi in privato molto belli, che allargano il cuore, ma mi preme dire oltre al grazie che io non ho croci, razionalmente credo di poter dire che sono scorregge venute male che lasciano tracce sgradevoli, ma non determinanti (francesismo)». Poi spiega che il suo pensiero va a chi soffre per davvero. È questo uno dei tanti sms o messaggi whatsapp rinvenuti nel cellulare di Dagostino dalla Guardia di finanza e depositati agli atti del processo che inizierà a Firenze il prossimo 4 marzo e che vede imputati Renzi senior, la moglie Laura Bovoli e lo stesso Dagostino.
Le comunicazioni cristallizzano un periodo di affari condivisi e di incontri vorticosi tra Firenze, Roma e la Puglia.
La mattina dell'8 settembre 2016 Tiziano organizza un appuntamento per un certo Marco, amico di Dagostino, con il figlio premier, in Puglia per sostenere il sì al referendum: «Domani sera Matteo è a Lecce. Ho parlato con Eleonora che sarà giù con lui e gli organizza incontri prima o dopo evento. Chiamala o falla chiamare da Marco oppure dammi numero suo che lo faccio chiamare da lei». Il raccomandato dovrebbe essere Marco Lacarra, all'epoca neosegretario del Pd pugliese, il quale aveva contattato Dagostino per poter incontrare il premier, sentendosi scavalcato nell'organizzazione dell'evento referendario.
Qualche mese prima, nell'ottobre del 2015, Tiziano Renzi sembra preoccupato per l'inchiesta che lo coinvolge a Genova, dove è indagato per concorso in bancarotta. Il 10 ottobre scrive a Dagostino: «Ricordati per favore il tuo amico. Ieri deve aver avuto informazioni». L'imprenditore è in stretti rapporti con il figlio di un importante magistrato genovese, ma interpellato dalla Verità ha escluso ogni collegamento tra i due fatti. Il 12 ottobre la gip Roberta Bossi, anziché archiviare Renzi senior, chiede un supplemento d'indagine ai pm. Ma il babbo sembra tirare un sospiro di sollievo: «Soprattutto non viene messa in discussione l'architettura che ha portato alla richiesta di archiviazione», commenta. «Al di là di ciò che scrivono è comunque una buona sentenza perché dà tempo un mese al pm di approfondire una cosa banale davvero…».
Tiziano e Luigi citano nomi di politici, come Luca Lotti, a cui si fa riferimento per alcuni appuntamenti. Ma parlano anche del senatore Nicola Latorre o dell'ex assessore pugliese Filippo Caracciolo. «Stasera rinviato appuntamento. Già parlato con Filippo Luca e fisso al Senato», comunica il babbo il 10 settembre 2015.
Con Dagostino, Renzi senior sembra alla continua ricerca di favori. Per esempio un posto di lavoro per il nipote Andrea. I due amici parlano spesso anche di auto. Le carte permettono di vivere in presa diretta il corteggiamento di Tiziano a una Range Rover sport di proprietà della compagna di Dagostino. «Mi piacerebbe concludere», fa sapere a luglio. Il 16 settembre l'affare sembra fatto: «Bella macchina, mi piace. Grazie».
Dopo una sontuosa cena pugliese che l'amico ha offerto a lui e alla moglie, Tiziano informa l'amico imprenditore edile di voler rivestire la facciata di casa di pietre.
Quando sui giornali esce la trascrizione di un'intercettazione di Matteo Renzi in cui insulta pesantemente Dagostino, il babbo scrive all'amico: «Sei una bella persona, l'ho pensato, lo penso e lo penserò perché presumo di conoscerti e niente mi farà cambiare idea».
Il gup non voleva il caso della Bovoli
«Il dramma del giudice è la solitudine», sosteneva Piero Calamandrei nel suo Elogio dei giudici scritto da un avvocato (1959).
Una condizione che vale in ogni tempo, e ad ogni latitudine. Questa mattina, alle 10, il giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Cuneo Emanuela Dufour si troverà a trattare il destino dell'imputata - in questo momento - probabilmente più famosa d'Italia. Laura Bovoli in Renzi, moglie di Tiziano e mamma di Matteo.
È agli arresti domiciliari, da oltre una settimana, su ordine della Procura di Firenze che l'accusa di bancarotta fraudolenta e false fatturazioni.
Dovrà decidere, il magistrato, che cosa fare della richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura, guidata da Onelio Dodero, nei suoi confronti per concorso in bancarotta documentale aggravata dall'entità del danno patrimoniale: disporre il processo (sarebbe il secondo a carico della Bovoli) oppure ordinare il non luogo a procedere.
Sconfessando così il lavoro degli inquirenti che, insieme a mamma Laura, hanno messo sotto inchiesta anche l'imprenditore Paolo Buono e il commercialista Franco Peretta (nel collegio difensivo c'è anche il penalista Luca Gastini, che assiste Mariano Massone nel procedimento fiorentino che ha portato pure quest'ultimo ai domiciliari).
Quella di quest'oggi sarà dunque un'udienza particolarmente travagliata, e non solo per la complessità delle indagini nate dal crac della coop Direkta di Mirko Provenzano (che è uscito di scena patteggiando), una delle tante società che gravitano nei faldoni d'inchiesta sulle galassie aziendali di Rignano sull'Arno. La prima sezione della Corte d'appello di Torino, infatti, nei giorni scorsi ha rigettato l'istanza di ricusazione, presentata dal coimputato Buono, nei confronti del giudice Dufour.
La quale, a sua volta, già nel novembre scorso, in vista dell'udienza preliminare, aveva autonomamente scritto al presidente del Tribunale di Cuneo, Paolo Giovanni Demarchi Albengo, chiedendo di essere sollevata dall'incarico per una presunta incompatibilità avendo autorizzato le proroghe di indagine, in veste di gip, nel fascicolo madre sulla Direkta.
Incompatibilità che l'alto magistrato non aveva tuttavia riscontrato, riconfermando la Dufour nel ruolo di giudice della signora Renzi (assistita, in questa come in altre occasioni, dallo storico legale di famiglia, Federico Bagattini).
Laura Bovoli, come detto, è già a dibattimento (prima udienza fissata per il 4 marzo 2019, ne parliamo nell'articolo qui sopra) a Firenze, insieme al marito Tiziano Renzi, per quanto concerne un diverso filone giudiziario, per presunte false fatture per 200.000 euro. Quest'oggi la signora potrebbe trovarsi a dover aggiungere una nuova data al suo già fitto calendario giudiziario dei prossimi mesi.
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La Procura di Firenze ha un asso nella manica per il processo che inizierà il 4 marzo: un architetto riconosce il proprio lavoro nelle planimetrie per cui Luigi Dagostino ha pagato ben due volte, dando 200.000 euro a Tiziano.Dalle trascrizioni emerge che Tiziano Renzi combinò un incontro con il figlio premier. E che chiedeva continui favori: cene, auto e assunzioni.Il Tribunale di Cuneo ha respinto la richiesta di ricusazione fatta dalla toga incaricata dell'udienza per la signora Laura Bovoli. La quale potrebbe finire nuovamente alla sbarra.Lo speciale contiene tre articoliL'agenda giudiziaria dei genitori di Matteo Renzi è come una pallina da flipper che schizza da una città all'altra, da un'udienza all'altra. Oggi a Cuneo il gup Emanuela Dufour dovrà decidere se rinviare a giudizio Laura Bovoli in un'inchiesta per bancarotta; entro sabato il gip di Firenze Angela Fantechi si esprimerà sulla richiesta di revoca degli arresti domiciliari per la signora e per il marito Tiziano Renzi; infine lunedì ci sarà la prima udienza del processo in cui i coniugi sono alla sbarra insieme con Luigi Dagostino ex socio nella Party srl, accusati di aver emesso fatture per operazioni inesistenti.Il procedimento si annuncia ricco di colpi di scena. I Renzi caleranno il loro jolly, proponendo ai giudici la testimonianza di un parente pronto a scagionarli, mentre la pm Christine von Borries ha in serbo una clamorosa contromossa: le dichiarazioni di un architetto che giura di aver realizzato lui stesso, su incarico di Dagostino, il progetto che nel 2015 i Renzi avrebbero rivenduto all'imprenditore. Peccato che il medesimo studio fosse già stato profumatamente pagato (più di 322.000 euro) tra il 2013 e il 2015 allo stesso professionista. In pratica le planimetrie sarebbero state pagate due volte: la prima all'architetto, la seconda ai Renzi, che hanno emesso due fatture nel giugno del 2015, una da 170.800 euro e una 24.400, per un totale di 195.200 all'incirca per il medesimo lavoro. I due documenti avevano come oggetto «uno studio di fattibilità di una struttura ricettiva e food» mai realizzata. Eppure vennero saldate dalla Tramor dello stesso Dagostino, poi ceduta al gruppo Kering, azienda che liquidò la seconda fattura ed è quindi considerata vittima di truffa.Durante le indagini i magistrati hanno sequestrato due mail in cui la fattura più cospicua presentata dai genitori dell'ex premier (la 202 della Eventi 6), subisce delle modifiche sia per quanto riguarda l'oggetto sia per l'importo, passando da 122.000 a 170.800 euro nel giro di 24 ore. Nella seconda mail era allegato un prospetto di 8 pagine intitolato «Taste Mall» (una specie di Eataly in salsa rignanese) comprendente una descrizione sommaria (tre pagine scarse) del progetto e cinque planimetrie.Con La Verità Dagostino nell'aprile del 2018 ha ammesso di aver pagato il babbo per la sua attività di lobbista, visto che in quel periodo svolgeva la mansione di facilitatore d'affari con politici d'area Pd, soprattutto nel settore dei centri commerciali. La giustificazione ufficiale per quei pagamenti, come risulta dalle intercettazioni, sarebbe, però, meno scivolosa: Dagostino versava cifre fuori mercato perché pativa la sudditanza psicologica nei confronti del padre del premier. In un'intercettazione del 15 marzo scorso, inserita dalla pm in vista del processo in un nuovo deposito d'atti, la compagna di Dagostino, Ilaria Niccolai, preannuncia la linea difensiva in questo modo: «Noi non si può parare il culo ai Renzi e la difesa dovrà essere sul discorso della sudditanza».In realtà tutta questa sudditanza non sembra esserci. Quando viene messa in pagamento la prima fattura dei Renzi (quella da 24.400 euro), Dagostino ha l'onore di entrare a Palazzo Chigi per un appuntamento con l'allora sottosegretario Luca Lotti. Nell'occasione l'imprenditore è accompagnato dal magistrato Antonio Savasta, la toga che in quel momento stava indagando su un giro di fatture false che coinvolgeva lo stesso Dagostino. Il pm è lì per strappare un incarico che gli consenta di lasciare la Puglia, trovandosi al centro di diversi procedimenti penali e disciplinari.In vista del processo del 4 marzo l'avvocato dei Renzi, Federico Bagattini, ha depositato una lista testi, in cui la carta jolly ha il volto di Stefano Bovoli, cinquantaquattrenne fratello minore dell'imputata Laura. Nella vita fa l'imprenditore (in passato, insieme con altri due colleghi vicini ai dem, ha provato, senza successo, a impiantare una cittadella dell'enogastronomia italiana in Cina) e, secondo la difesa, sarebbe stato pagato 5.000 euro al mese per un totale di 25.000 euro nell'ambito di una collaborazione che avrebbe compreso anche lo studio di fattibilità. La sua testimonianza dovrebbe inverare la tesi che il progetto venne commissionato per davvero. Peccato che la pm Christine von Borries abbia in serbo una clamorosa contromossa. Il 29 novembre 2018 gli investigatori della Guardia di finanza hanno sentito a verbale a Milano l'architetto bolzanino Ermanno Previdi, 69 anni, rappresentante legale, fondatore e socio di maggioranza dello studio P+P. L'uomo, secondo gli inquirenti, ha riferito «circostanze utili alle indagini».Leggiamo le sue dichiarazioni. Le Fiamme gialle gli mostrano le cinque planimetrie inviate dai Renzi a Dagostino e Previdi sembra non avere dubbi: «Riconosco le planimetrie-tavole che mi mostrate in copia. Tale lavoro è stato elaborato dalla nostra società e riguarda in breve sintesi il recupero - mediante riqualificazione - di un complesso agricolo denominato Casa colonica, ubicato nel comune di Reggello (al confine con Rignano sull'Arno, ndr)». Nelle tavole l'architetto rileva solo piccole differenze: «Probabilmente partendo da un nostro file o da un Pdf sono state aggiunte delle modifiche nelle parti colorate». Il professionista riconosce come propri anche alcuni particolari: «I pallini gialli e verdi rappresentano gli alberi e sono stati applicati da noi». Ma, in base al racconto di Previdi, i magheggi non sarebbero terminati: «Il disegno 5 rappresenta la tavola generale del complesso della casa colonica, ma il cartiglio (un riquadro in cui sono riportate tutte le informazioni relative ai disegni tecnici, ndr) non è quello che invece insiste sul disegno originale. Infatti il cartiglio apposto sulla tavola 5 si riferisce a un altro progetto di cui sono in grado di esibirvi la relativa tavola». A verbale l'architetto ipotizza che la tavola numero 5 sia «frutto di un collage composto dal disegno riferito al complesso casa colonica, mentre il cartiglio, datato 31 ottobre 2013, è riferito all'edificio adiacente denominato Tramor». Nel cosiddetto progetto Tramor lo studio P+P «era stato incaricato per la progettazione e direzione lavori per la realizzazione del nuovo edificio commerciale Tramor (ex Arena) e per il recupero del complesso denominato casa colonica». La ricostruzione del professionista va avanti: «In riepilogo posso affermare che le altre tavole, essendo degli stralci di tavole più grandi, certamente sono elaborate su un progetto dello studio P+P». Previdi al termine esibisce la lettera d'incarico che conferma che il lavoro venne commissionato dalla Tramor «nella persona di Luigi Dagostino» per il cliente Kering. «Il lavoro è stato fatturato interamente a Tramor srl con cinque sal, come da documentazione che vi esibisco. Il totale dell'incarico è di 250.000 euro (oltre 322.000 euro comprendendo l'Iva e altre piccole spese, ndr) a oggi interamente saldato» ha aggiunto l'architetto e ha esibito «copia dei bonifici con cui Tramor srl ha saldato le 5 fatture». I bonifici sono stati inviati tra il 6 agosto 2013 e il 2 luglio 2015. Il penultimo partì praticamente in contemporanea con uno dei pagamenti ai Renzi. Dulcis in fundo il professionista ha garantito che «lo studio P+P non ha mai intrattenuto rapporti con la Eventi 6 srl e la Party srl (entrambe riconducibili alla famiglia Renzi, ndr)». 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Poi spiega che il suo pensiero va a chi soffre per davvero. È questo uno dei tanti sms o messaggi whatsapp rinvenuti nel cellulare di Dagostino dalla Guardia di finanza e depositati agli atti del processo che inizierà a Firenze il prossimo 4 marzo e che vede imputati Renzi senior, la moglie Laura Bovoli e lo stesso Dagostino. Le comunicazioni cristallizzano un periodo di affari condivisi e di incontri vorticosi tra Firenze, Roma e la Puglia. La mattina dell'8 settembre 2016 Tiziano organizza un appuntamento per un certo Marco, amico di Dagostino, con il figlio premier, in Puglia per sostenere il sì al referendum: «Domani sera Matteo è a Lecce. Ho parlato con Eleonora che sarà giù con lui e gli organizza incontri prima o dopo evento. Chiamala o falla chiamare da Marco oppure dammi numero suo che lo faccio chiamare da lei». Il raccomandato dovrebbe essere Marco Lacarra, all'epoca neosegretario del Pd pugliese, il quale aveva contattato Dagostino per poter incontrare il premier, sentendosi scavalcato nell'organizzazione dell'evento referendario. Qualche mese prima, nell'ottobre del 2015, Tiziano Renzi sembra preoccupato per l'inchiesta che lo coinvolge a Genova, dove è indagato per concorso in bancarotta. Il 10 ottobre scrive a Dagostino: «Ricordati per favore il tuo amico. Ieri deve aver avuto informazioni». L'imprenditore è in stretti rapporti con il figlio di un importante magistrato genovese, ma interpellato dalla Verità ha escluso ogni collegamento tra i due fatti. Il 12 ottobre la gip Roberta Bossi, anziché archiviare Renzi senior, chiede un supplemento d'indagine ai pm. Ma il babbo sembra tirare un sospiro di sollievo: «Soprattutto non viene messa in discussione l'architettura che ha portato alla richiesta di archiviazione», commenta. «Al di là di ciò che scrivono è comunque una buona sentenza perché dà tempo un mese al pm di approfondire una cosa banale davvero…». Tiziano e Luigi citano nomi di politici, come Luca Lotti, a cui si fa riferimento per alcuni appuntamenti. Ma parlano anche del senatore Nicola Latorre o dell'ex assessore pugliese Filippo Caracciolo. «Stasera rinviato appuntamento. Già parlato con Filippo Luca e fisso al Senato», comunica il babbo il 10 settembre 2015. Con Dagostino, Renzi senior sembra alla continua ricerca di favori. Per esempio un posto di lavoro per il nipote Andrea. I due amici parlano spesso anche di auto. Le carte permettono di vivere in presa diretta il corteggiamento di Tiziano a una Range Rover sport di proprietà della compagna di Dagostino. «Mi piacerebbe concludere», fa sapere a luglio. Il 16 settembre l'affare sembra fatto: «Bella macchina, mi piace. Grazie». Dopo una sontuosa cena pugliese che l'amico ha offerto a lui e alla moglie, Tiziano informa l'amico imprenditore edile di voler rivestire la facciata di casa di pietre. Quando sui giornali esce la trascrizione di un'intercettazione di Matteo Renzi in cui insulta pesantemente Dagostino, il babbo scrive all'amico: «Sei una bella persona, l'ho pensato, lo penso e lo penserò perché presumo di conoscerti e niente mi farà cambiare idea». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/progetti-e-fatture-copia-e-incolla-un-superteste-smaschera-i-renzi-2630196334.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-gup-non-voleva-il-caso-della-bovoli" data-post-id="2630196334" data-published-at="1781401744" data-use-pagination="False"> Il gup non voleva il caso della Bovoli «Il dramma del giudice è la solitudine», sosteneva Piero Calamandrei nel suo Elogio dei giudici scritto da un avvocato (1959). Una condizione che vale in ogni tempo, e ad ogni latitudine. Questa mattina, alle 10, il giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Cuneo Emanuela Dufour si troverà a trattare il destino dell'imputata - in questo momento - probabilmente più famosa d'Italia. Laura Bovoli in Renzi, moglie di Tiziano e mamma di Matteo. È agli arresti domiciliari, da oltre una settimana, su ordine della Procura di Firenze che l'accusa di bancarotta fraudolenta e false fatturazioni. Dovrà decidere, il magistrato, che cosa fare della richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura, guidata da Onelio Dodero, nei suoi confronti per concorso in bancarotta documentale aggravata dall'entità del danno patrimoniale: disporre il processo (sarebbe il secondo a carico della Bovoli) oppure ordinare il non luogo a procedere. Sconfessando così il lavoro degli inquirenti che, insieme a mamma Laura, hanno messo sotto inchiesta anche l'imprenditore Paolo Buono e il commercialista Franco Peretta (nel collegio difensivo c'è anche il penalista Luca Gastini, che assiste Mariano Massone nel procedimento fiorentino che ha portato pure quest'ultimo ai domiciliari). Quella di quest'oggi sarà dunque un'udienza particolarmente travagliata, e non solo per la complessità delle indagini nate dal crac della coop Direkta di Mirko Provenzano (che è uscito di scena patteggiando), una delle tante società che gravitano nei faldoni d'inchiesta sulle galassie aziendali di Rignano sull'Arno. La prima sezione della Corte d'appello di Torino, infatti, nei giorni scorsi ha rigettato l'istanza di ricusazione, presentata dal coimputato Buono, nei confronti del giudice Dufour. La quale, a sua volta, già nel novembre scorso, in vista dell'udienza preliminare, aveva autonomamente scritto al presidente del Tribunale di Cuneo, Paolo Giovanni Demarchi Albengo, chiedendo di essere sollevata dall'incarico per una presunta incompatibilità avendo autorizzato le proroghe di indagine, in veste di gip, nel fascicolo madre sulla Direkta. Incompatibilità che l'alto magistrato non aveva tuttavia riscontrato, riconfermando la Dufour nel ruolo di giudice della signora Renzi (assistita, in questa come in altre occasioni, dallo storico legale di famiglia, Federico Bagattini). Laura Bovoli, come detto, è già a dibattimento (prima udienza fissata per il 4 marzo 2019, ne parliamo nell'articolo qui sopra) a Firenze, insieme al marito Tiziano Renzi, per quanto concerne un diverso filone giudiziario, per presunte false fatture per 200.000 euro. Quest'oggi la signora potrebbe trovarsi a dover aggiungere una nuova data al suo già fitto calendario giudiziario dei prossimi mesi.
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È l’unica isola siciliana a non far parte di un arcipelago. Ottanta chilometri quadrati per 7.000 abitanti. È più vicina alla Tunisia, 70 chilometri, che alla Sicilia, centodieci.
Una posizione che, nel corso dei secoli, ha visto una ventina di popoli e civiltà diverse approdare alle sue coste, meno quelli addentratisi nell’interno, considerata la natura vulcanica del territorio. Per primi i misteriosi Sesioti, che con l’ossidania, vetro vulcanico naturale che si forma dal rapidissimo raffreddamento di lava ricca di silice, preparavano lame affilate di lance e coltelli. Sui fondali della baia di Scauri sono stati trovati importanti resti di ceramiche usate in cucina, vista la solida resistenza al calore dovuta al terreno lavico. Tracce importanti le hanno lasciate i Fenici, che hanno introdotto la coltivazione della vite ad alberello e, soprattutto, gli Arabi che, oltre a portare la coltivazione dell’ulivo, hanno perfezionato la lavorazione dell’uva, tanto che il termine zibibbo, che identifica il vino locale, deriva dall’arabo zaibib, uva passa. Di derivazione araba anche altri due simboli di Pantelleria giunti a noi, i dammusi, sorta di piccole case agricole, e i giardini panteschi, che andremo poi a scoprire.
Un altro paradosso dell’isola del vento deriva dal fatto che l’attività principale dei suoi abitanti, da sempre, è legata all’agricoltura e molto meno alla pesca. Per introdurre questo viaggio all’interno delle svariate bellezze di Pantelleria, meritano ampia citazione alcuni passaggi che gli ha dedicato Pier Luigi Petrillo, dal 2022 presidente dell’Organo degli esperti mondiali della convenzione Unesco per il Patrimonio culturale immateriale, primo italiano ad avere questo importante incarico. Segue Pantelleria da anni, tanto da aver curato, nel 2014, il riconoscimento Unesco alla coltivazione della vite ad alberello, la prima di tal genere riconosciuta ad una coltivazione agricola. In Racconti di vite, pubblicazione curata nel decennale di tale promozione, la testimonianza di Petrillo è ulteriore calamita per andare a scoprire questo piccolo grande gioiello consegnatoci dalla natura e dalla sua storia. «Pantelleria è più di una semplice isola. Le sue terre hanno respirato i venti di civiltà diverse che l’hanno trasformata in uno scrigno di magia e mistero. L’arte della viticoltura è un balletto ostinato tra la pianta e il terreno. Coltivare qui la terra è più di un mestiere, è una danza con le radici dell’anima. Qui i suoi abitanti coltivano la terra e i suoi prodotti con la consapevolezza di essere custodi di una eredità millenaria».
Sorge così una curiosità di andarla a scoprire in lievitazione continua, che trova degna sintesi nelle parole di Camilla Rocca: «Il mal di Pantelleria è un male sopito, sornione, che si può risvegliare in qualsiasi momento e si può curare in un unico modo: il ritorno». Iniziamo da una delle sue identità più conosciute, Isola del vento, un tributo donatole dagli Arabi posto che, a Pantelleria, la coltivazione non avviene per irrigazione, le piogge sono scarsissime (450 mm/anno contro i 2.000 delle pianure padane), ma si fa tesoro dell’umidità trasportata dal vento per averne nutrimento grazie ad architetture agricole come la vite ad alberello.
Il paesaggio dell’isola è caratterizzato da architetture rurali inconfondibili, i muretti di pietra, dove le singole parti sono tenute assieme con abile arte manuale, senza l’uso di malte o cementi. I muretti sono indispensabile cintura di sicurezza per la tenuta dei terrazzamenti, ovvero quelle piccole superfici piane realizzate in terreni a forte pendenza per poter realizzare l’indispensabile attività agricola. L’«Arte della costruzione in pietra a secco», Patrimonio Unesco dal 2018, è tradizione di otto Paesi dell’area prevalentemente mediterranea, ma di cui Pantelleria è indiscussa testimonianza più viva che mai, anche oggi, nella pratica quotidiana. In particolar modo nella coltivazione della vite ad alberello. La pianta vien posta all’interno di conche scavate nel terreno «come fossero delle culle». Dal ceppo di sviluppano, poi, delle branche, da sei a otto, dette «spalle» che vengono tenute all’interno della conca, con una doppia finalità. Da un lato proteggere la pianta dai forti venti che spirano dal mare e, con pari importanza, fare in modo che la pianta stessa tragga nutrimento dalla umidità che si concentra nella rugiada notturna che serve poi a resistere alla luce del sole per tutta la giornata. Anche perché, come ha ben sottolineato il biologo del Parco, Andrea Biddittu, «il vento fortissimo, a seconda della direzione, brucia, assieme al sole, ogni pianta che alzi troppo la testa».
In questo modo si sviluppa un frutto dall’elevata concentrazione zuccherina e dalla grande ricchezza aromatica. La produzione vinicola ha preso piede attorno alla metà dell’Ottocento, scoprendone via via le particolari caratteristiche, mentre prima la coltivazione era dedita prevalentemente alla vendita dell’uva. Una lavorazione complessa che vede gli acini messi prima ad essiccare negli stinnituri, delle piastre dedicate, ricoperti con un panno di notte per preservarli dall’umidità. Completata questa prima fase, gli acini venivano immersi nel mosto fresco cui cedevano tutti gli zuccheri conservati nell’appassimento e da lì, poi, l’affinamento.
Passito di Pantelleria che rientra nella categoria dei vini eroici, ovvero quelli prodotti in territori dove la sfida con la natura è costante e tenace. A Pantelleria quella dello zibibbo e dei suoi custodi è una sfida triplicamente eroica. Si combattono, in contemporanea, il vento impetuoso, l’assenza d’acqua, le pendenze, rese gestibili grazie alla presenza dei terrazzamenti e dei muretti a loro sostegno. La raccolta avviene rigorosamente a mano, grazie a personale specializzato e grazie anche a un sostegno dedicato ai piccoli produttori da parte del Consorzio, in modo da salvaguardarli da un mercato che, spesso, li rendeva passivi a regole stabilite altrove. E grazie anche all’interessamento che, via via, ha visto coinvolti produttori di lunga esperienza che hanno intuito in Pantelleria una intrigante sfida per valorizzare prodotto e territorio. Un esempio per tutti è Donnafugata, della famiglia Rallo. Le origini a Marsala, ma via via diffusa in altri luoghi della loro splendida Sicilia, dall’Etna a Pantelleria, appunto.
Nelle tenute dell’isola, i Rallo hanno sviluppato un interessantissimo «Cammino di Kamma» che conduce il visitatore curioso a scoprire le mille bellezze del luogo, dai terrazzamenti con i loro muretti a secco ad un’area panoramica in cui si possono vedere anche le piccole coltivazioni di erbe e aromi: menta e origano eccellenze assolute. Dal 2016 il Comune di Pantelleria si è attivato per incuriosire il turista a volgere lo sguardo dal pur affascinante blu del Mediterraneo, alle multiformi bellezze dell’isola, ad esempio con «L’itinerario della strada della vite ad alberello». Oltre una trentina di chilometri in cui si entra nell’anima più profonda dell’isola, senza distogliere lo sguardo dagli affascinanti panorami che i suoi declivi sanno offrire. Un impegno tale, quello dei coltivatori di zibibbo e del conseguente passito, che richiede un monte ore complessivo superiore di ben tre volte a quanto richiesto a pari colleghi nel continente.
Ma se vi soffermate al calice con l’occhio indagatore, l’olfatto sulle ventitrè e le papille ad applaudire il finale capirete come venire ad assaggiare questa creatura di Bacco nella sua culla nativa, valga il viaggio.
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Imprenditore visionario e osservatore attento dei cambiamenti nei consumi, Fusco racconta come un brand nato per un pubblico adulto sia riuscito a diventare un oggetto del desiderio per i giovanissimi. Tra l’evoluzione del piumino, il successo del total look, i mercati internazionali e il rapporto con la famiglia americana proprietaria del marchio, emerge il ritratto di un’azienda che continua a crescere senza perdere la propria identità.
Partiamo da un’immagine molto concreta: tantissimi ragazzi con una giacca Blauer. Ve lo aspettavate?
«Sinceramente no. Fino a qualche anno fa il nostro target era tra i 25 e i 50 anni. Oggi, oltre a quel pubblico, siamo riusciti a conquistare ragazzi di 12, 13, 14 e 15 anni. È una fortuna enorme, perché il nostro mercato si è allargato tantissimo. Sono quelle cose che a volte succedono e che nemmeno tu riesci a spiegarti completamente».
Secondo lei qual è stato l’elemento che ha fatto diventare Blauer un marchio così desiderato dai più giovani?
«Credo sia un insieme di fattori: qualità, prezzo e leggerezza del prodotto. Noi abbiamo realizzato capi molto leggeri ma estremamente caldi grazie alla piuma. Poi è chiaro che la moda oggi passa anche attraverso chi indossa certi prodotti. Personaggi dello spettacolo, influencer, persone che i ragazzi vedono e prendono come riferimento. Piaccia o no, oggi funziona così».
Il piumino è ancora il simbolo di Blauer. Eppure stiamo parlando di un capo che continua a evolversi.
«Assolutamente. Io paragono il piumino al denim. Il jeans ha avuto alti e bassi ma non è mai passato di moda. Il piumino è uguale. Qual è l’alternativa? Un cappotto, un parka, una pelliccia sintetica. Ma per praticità e comodità resta un capo insostituibile».
Oggi però il piumino non è più soltanto un prodotto invernale.
«Infatti. Da anni lavoriamo su pesi diversi. Ci sono piumini leggerissimi che possono sostituire un golfino nelle sere d’estate o essere utilissimi in barca, al mare o quando cambia improvvisamente il tempo. Sono capi che ti salvano la giornata. E quelli più leggeri diventano davvero quattro stagioni: in inverno li metti sotto un cappotto, in estate li porti con te in borsa».
La leggerezza e la praticità sembrano essere diventate caratteristiche fondamentali.
«Sì, e noi siamo stati tra i primi a crederci. Abbiamo introdotto anche i sacchettini per riporre e comprimere i piumini. Oggi è una pratica diffusa, ma allora era una novità. Alla fine il cliente apprezza soprattutto il servizio e la funzionalità che gli offri».
Negli anni Blauer è diventato molto più di un marchio di outerwear. Quanto conta oggi il total look?
«Conta tantissimo. In estate vendere solo giubbotti sarebbe molto complicato. Quando fa caldo le persone acquistano t-shirt, polo, pantaloni leggeri, bermuda. Il total look ci permette di avere una continuità di business durante tutto l’anno e di bilanciare la stagionalità del prodotto».
C’è anche un equilibrio sempre maggiore tra uomo e donna.
«Sì, oggi siamo praticamente arrivati a un 50% uomo e 50% donna. È un risultato molto importante e ci aiuta ad avere una clientela ancora più ampia».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per Blauer?
«L’Italia continua a darci grandi soddisfazioni. Stanno andando molto bene anche Germania e Austria. Sono partite fortissimo Spagna e Portogallo e vediamo risultati interessanti anche in Polonia e Repubblica Ceca. Al contrario, Francia, Belgio e Olanda stanno vivendo una fase un po’ più complicata».
Il mercato però sta cambiando rapidamente.
«Sì, ed è inutile nasconderlo. La crisi si sente e i negozi lavorano meno rispetto al passato. Ma è cambiato anche il modo di spendere. I giovani acquistano molto online e spesso preferiscono investire il loro denaro in esperienze, viaggi, weekend o momenti di socialità piuttosto che in un capo d’abbigliamento».
Nonostante questo continuate a crescere.
«Fortunatamente sì. Chiuderemo l’anno con un incremento intorno al 12%. Restiamo ottimisti anche per il futuro. Certo, siamo consapevoli che il mercato sia più difficile rispetto a qualche anno fa, ma siamo un’azienda sana e questo ci permette di affrontare eventuali momenti complicati con serenità».
Blauer oggi è ancora condivisa con la proprietà americana. Qual è il vostro obiettivo?
«Oggi il marchio è al 50% nostro e al 50% della famiglia americana Blauer. L’obiettivo, naturalmente, sarebbe arrivare a possederlo completamente. Dopo venticinque anni di lavoro sarebbe una soddisfazione importante».
A che punto siete?
«Stiamo lavorando. Non è soltanto una questione economica. La famiglia Blauer esiste dal 1936 e tiene molto alla tutela del nome. Vogliono essere certi che il marchio rimanga nelle mani giuste. È una preoccupazione che capisco e rispetto».
E il rapporto personale com’è?
«Molto buono. Mi hanno sempre detto una cosa che considero un grande complimento: “Tu sei il Blauer italiano”. Dopo venticinque anni di lavoro insieme significa sentirsi parte della stessa famiglia. E forse è proprio questa la chiave del successo di Blauer: un marchio capace di rimanere fedele alle proprie radici, continuando però a parlare linguaggi nuovi. Tanto da conquistare chi ha 50 anni come chi ne ha appena 15».
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Allo stesso tempo, la statistica è una scienza e serve proprio a osservare fenomeni collettivi, individuare tendenze e comprendere problemi reali. Se alcuni dati mostrano che determinati fenomeni criminali, sociali o di radicalizzazione sono più frequenti in specifici gruppi religiosi rispetto ad altri, discuterne non significa essere razzisti o prevenuti: significa confrontarsi con la realtà.
Il punto cruciale è distinguere tra l’analisi di un fenomeno e il giudizio indiscriminato sulle persone che appartengono a una determinata comunità. Le regole ideologiche e spirituali di questa comunità devono essere conosciute ed esaminate, nell’ipotesi che siano la causa della maggiore problematicità. La problematicità, l’aggressività, l’odio non nascono dalla miseria e dall’emarginazione, queste semplificazioni sono insegnate come vere nelle facoltà di psicologia e sociologia e imposte come il verbo dalle élite politiche, culturali e purtroppo anche ecclesiastiche. Si tratta di un falso.
Le minoranze cristiane nei Paesi islamici non sono solo «discriminate ed emarginate», sono perseguitate col ferro e col fuoco, col ventre delle madri sventrati, le bambine stuprate a morte, i bambini uccisi o venduti. Queste minoranze hanno tassi di criminalità bassissimi. Poche minoranze sono state discriminate come gli armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale e gli ebrei nel Terzo Reich, la discriminazione consisteva nell’ammazzarli in maniera atroce, eppure nessuno dei pochi sopravvissuti di queste comunità ha sviluppato comportamenti criminali, ma la sentenza del comportamento criminale come reazione a una qualche torto subito continua a tenere banco indisturbata. È un’assoluta bestialità: i veri perseguitati hanno un profilo basso. La protervia è propria dei padroni, e degli aspiranti tali. Dal punto di vista sociologico è evidente che l’assioma «i violenti sono violenti in quanto emarginati», è falso, mentre è vero il contrario. «I violenti sono emarginati in quanto violenti». E soprattutto, persone che rifiutano deridendo ogni ordine sociale, per quale incredibile magia dovrebbero non restare emarginati? È indispensabile che tutti conoscano le parti più violente del Corano, così da rendersi conto che la violenza islamica non è reattiva, ma costituzionale. Per quanto riguarda il terrorismo, sta aumentando: è emblematico il caso della Francia. Il 7 gennaio 2015, alle 11:30 del mattino, due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. In pochi minuti aprono il fuoco contro giornalisti, vignettisti e agenti di polizia. Dodici persone vengono uccise. I responsabili, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, non erano sconosciuti alle autorità francesi: erano già stati arrestati, processati e condannati per attività legate all’estremismo islamista. Eppure erano tornati in libertà e avevano potuto preparare uno degli attentati più scioccanti della storia recente della Francia. Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, il Paese viene nuovamente colpito. Tre gruppi di terroristi si dirigono verso il cuore della capitale e attaccano quasi simultaneamente sei obiettivi diversi. Le esplosioni e le sparatorie trasformano una normale serata parigina in un incubo. Il bilancio finale è devastante: 130 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi colpiscono il teatro Bataclan, diversi café e ristoranti tra il decimo e l’undicesimo arrondissement e l’area esterna dello Stade de France, dove si stava disputando una partita internazionale. Ancora una volta emerge un elemento inquietante: molti degli attentatori erano già noti ai servizi di sicurezza e avevano alle spalle precedenti legati alla radicalizzazione.
Il 2015 rappresenta per la Francia un anno spartiacque. È il momento in cui il Paese prende definitivamente coscienza che la minaccia jihadista non arriva soltanto dall’esterno, ma può nascere e svilupparsi all’interno delle stesse società europee. I fratelli Kouachi erano francesi, cresciuti a Parigi. Abdelhamid Abaaoud, considerato il coordinatore operativo degli attentati del 13 novembre, era nato e cresciuto in Belgio. Samy Amimour, uno degli uomini che parteciparono alla strage del Bataclan, aveva lavorato per oltre un anno come conducente della metropolitana parigina. Bilal Hadfi, appena ventenne, conduceva apparentemente una vita simile a quella di tanti suoi coetanei europei e pubblicava fotografie in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere nei pressi dello Stade de France.
Questa è la storia dell’anno più sanguinoso vissuto dalla Francia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due attentati separati da dieci mesi, centinaia di vittime e una ferita che ancora oggi non si è completamente rimarginata. Ma è anche la storia di una domanda che continua a dividere il dibattito pubblico francese ed europeo: come è possibile che giovani cresciuti nelle nostre città, educati nelle nostre scuole e inseriti nelle nostre società abbiano deciso di rivolgere le armi contro i propri concittadini?
Se non si conosce il Corano, questa domanda resta senza risposta. Il problema è che non si tratta solo di terrorismo, il terrorismo è la punta di enorme iceberg, e l’iceberg è la violenza spicciola quotidiana. Si tratta della violenza esistenziale dello studente che accoltella il docente dopo aver posizionato il cellulare per riprenderlo e bearsene con i compagni, delle aggressioni continue, gli stupri, l’immenso piacere del vandalismo.
A questo quadro si aggiungono i recenti e violenti disordini che hanno interessato Parigi e altre città francesi, dove episodi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’integrazione, della sicurezza e delle tensioni sociali presenti in alcune aree urbane. Qualsiasi scusa, una partita, vinta, una partita persa, è una scusa sufficiente a scatenare un inferno di cui nessuno chiederà conto, se non con la solita lagna: occorre più integrazione, dobbiamo amarli di più, essere più servili. Gli eventi sportivi e calcistici, che dovrebbero rappresentare momenti di aggregazione e appartenenza comune, sono diventati puntualmente il pretesto per esplosioni di violenza collettiva. Fenomeni teoricamente diversi tra loro, in realtà sempre uguali, alimentano una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di affrontare un odio culturale e identitario di tipo religioso, che si cerca di negare camuffandolo da problema sociologico.
Qualcuno può pensare che i protagonisti appartengano a una minoranza discriminata? I protagonisti sono islamici e disprezzano profondamente i non islamici. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un fenomeno paradigmatico sono le violenze sui treni, capotreni aggrediti perché, benché kafir, esseri inferiori, si sono permessi di chiedere il biglietto, bande di nordafricani che assaltano un viaggiatore, depredandolo, picchiandolo e soprattutto umiliandolo, come un kafir essere inferiore merita, e bande di nordafricani che tengono in pugno un intero vagone. Questi episodi non vengono sanzionati, come se nessun reato fosse stato commesso. L’analisi dei dati mostra che noi siamo una maggioranza discriminata. E una maggioranza può essere discriminata solo se, magari senza saperlo, è sotto occupazione militare. La disparità di trattamento riservata da magistrati e giornalisti ai reati compiuti dagli italiani rispetto a quelli compiuti dagli islamici è plateale. Per questo è così fondamentale svegliare l’Europa e l’Italia dall’anestesia, perché a ogni funzionario, ogni insegnante, ogni uomo politico siano note le parti del Corano che rendono gli islamici degni solo di essere i nostri padroni e noi degni solo di essere loro servi. Tra gli islamici ci sono innumerevoli persone che vorrebbero convertirsi, che vorrebbero essere liberi. Abbiamo già gli esempi straordinari di Hirsi Alì e Magdi Cristiano Allam. La nostra vigliaccheria li rende tragicamente soggetti alla violenza contro gli apostati anche qui.
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Trevaillon (Ansa)
Perché il mondo progressista e una parte del mondo cattolico non hanno colto la potente spinta innovativa e valoriale della sfida off grid di Nathan e Catherine, limitandosi a una generica solidarietà umana e sostenendo la deriva giudiziaria di una faccenda che, nel sentire degli italiani, appare come uno strappo troppo doloroso? Perché il mondo degli intellettuali ha sottovalutato la portata rivoluzionaria del laboratorio off grid della famiglia Trevallion-Birmimgham (già i cognomi sono due perché qui proprio il patriarcato non c’è)? Provo a riassumere la sfida off grid di Nathan e Catherine e ditemi se questo non è un programma politico progressista e francescano.
Nei tanti colloqui con Nathan e Catherine, ho ricostruito la loro straordinaria storia di viandanti inquieti del mondo. Non hanno nascosto le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che questo percorso non è affatto concluso. Ma la meta del percorso è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta e l’assecondare le inclinazioni e i talenti dei figli, la totale uguaglianza nell’educazione di maschi e femmine senza distinzione del genere, la spiritualità e la scintilla del divino.
Ecco, questa è la sfida. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la loro straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Non vi sembra che questo laboratorio abbia la potenzialità di sfidare la nostra società tecnocratica, ingiusta e diseguale, narcisistica e schiava dell’esteriorità, sottomessa al dio danaro e clamorosamente fondata sul censo, crudele e bullizzante e per niente compassionevole, incessante e veloce senza alcun rispetto dell’armonia della natura, surriscaldata, ignorante e in guerra permanente?
Perché il mondo progressista, cattolico e intellettuale ha fatto finta di non capire che per lo sviluppo di un bimbo sano, consapevole e dotato di pensiero critico il laboratorio di Nathan e Catherine sarebbe stato una sfida da accogliere? Perché abbiamo fatto finta di non capire che questa sfida avrebbe necessitato di altre risposte, non giudiziarie?
I bambini hanno diritto innanzitutto a essere amati. Sì, anche all’istruzione: ma questa sfida mette in discussione la nostra scuola, che è diventata un ambiente pericoloso e bullizzante. Siamo sicuri che la nostra scuola davvero garantisca istruzione e pensiero critico? Sì, hanno diritto anche alla socializzazione, ma questa sfida mette in discussione la crudeltà dei coltelli, delle bande dei minorenni, del bullismo e della dipendenza social. Al di là della vicenda giudiziaria e della rituale fiducia nelle istituzioni, non pensate che sia giusto rivalutare la portata della sfida off grid o va bene soffocarla nelle relazioni del servizio sociale o nelle ordinanze del Tribunale?
Psichiatra e consulente della famiglia del bosco
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