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2025-03-25
Il video che svergogna Prodi
Ora che ha dato il cattivo esempio, per parafrasare una nota canzone di Fabrizio De André, Romano Prodi - e con lui tutto il fronte progressista che si è guardato bene dal condannare il gesto - può smettere di dare buoni consigli. Ieri sera a Quarta Repubblica, programma condotto da Nicola Porro su Rete 4, è stato trasmesso il video in cui l’ex premier se la prende con la giornalista Lavinia Orefici, rea di avergli posto una domanda sgradita sul manifesto di Ventotene. Il filmato parla chiaro: non solo il padre dell’Ulivo (o forse sarebbe meglio dire patriarca) si rivolge alla donna con aria di scherno e toni da professorino, ma con una mano le afferra anche i capelli e, per quanto senza particolare forza, li strattona. Non è difficile immaginare che cosa sarebbe successo se, a parti invertite, un politico di destra si fosse comportato in questo modo con una giornalista di sinistra (cosa che, per altro, non accade): fiumi di inchiostro sul patriarcato, appelli di intellettuali e artisti contro il maschilismo tossico, richieste di scuse ed eventualmente di dimissioni, proposte per nuovi corsi di educazione alla parità di genere nelle scuole.
Il tutto è avvenuto lo scorso sabato, a margine della presentazione del libro scritto da Prodi con Massimo Giannini presso l’Auditorium di Roma. Finché le domande le fanno gli amici, l’ex presidente della Commissione europea sorride ed è cordiale. Il volto si fa scuro quando arriva il turno della collega di Quarta Repubblica: «Posso chiederle che cosa ne pensa di questa frase, se la condivide?», domanda Orefici prima di leggere la citazione: «“La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio”». «Ma che cavolo mi chiede?», sbotta allora Prodi. «Io ho mai detto una cosa del genere in vita mia?». «È un passaggio del manifesto di Ventotene», replica la giornalista.
A questo punto il professore inscena quello che gli esperti della parità di genere chiamerebbero mansplaining. Citando la Treccani, si tratta dell’«atteggiamento paternalistico con il quale certi uomini pretendono di rappresentare e spiegare alle donne il loro stesso punto di vista e ciò che è lecito o non è lecito che le donne facciano». La celebre enciclopedia riporta anche un’osservazione di Vera Gheno, sociolinguista e specialista in linguaggi giovanili, secondo cui un tratto «tipico del modo di esprimersi degli uomini è quello che in America chiamano mansplaining: quando a ogni parola di donna un uomo interviene a spiegare come un patriarca, perché lui la sa più lunga». Difficile trovare un esempio più calzante di questo.
«Lo so benissimo signora», replica infatti Prodi all’ultima risposta di Orefici, intonando una cantilena tra il sarcastico e l’infantile: «Non sono mica un bambino, sa?». Proprio in quel momento, la mano si allunga verso il volto della giornalista, ne afferra i capelli e li tira leggermente. Nessuno strattone, come erroneamente descritto da qualcuno, ma nemmeno una mano sulla spalla, come affermato dal protagonista. Il servizio di Quarta Repubblica mostra chiaramente che le dita del professore sono ben sopra la spalla e afferrano una ciocca di capelli. Il gesto non è tale da provocare dolore, ma sicuramente è sufficiente per umiliare la donna. A chiunque guardi il video, infatti, la domanda sorge spontanea: se fosse stato un uomo, si sarebbe mai permesso di mettergli le mani addosso in quel modo? Avrebbe usato gli stessi toni da professorino spazientito?
Ognuno, rivedendolo, può darsi una risposta. Il modo saccente, d’altra parte, continua anche nelle frasi successive. «Ma era nel 1941, gente messa in prigione dai fascisti...», aggiunge l’ex presidente: «Cosa pensavano secondo lei, al trattato o all’articolo secondo della Costituzione? Ma il senso della storia ce l’ha lei o no?». «Volevo sapere, visto che era stato citato…», prova a replicare Orefici. «Allora io le cito un verso di Maometto», la interrompe lui, «e mi dice cosa lei pensa di Maometto? Ma dai, su, questo è far politica in modo volgare, scusi». A questo punto si volta verso un’altra giornalista.
La stessa Lavinia Orefici ha commentato l’accaduto: «Il presidente Prodi oltre a rispondere alla mia domanda con tono aggressivo e intimidatorio, ha preso una ciocca dei miei capelli e l’ha tirata. Ho sentito la sua mano fra i miei capelli, per me è stato scioccante. Lavoro per Mediaset da dieci anni, inviata all’estero su vari fronti e non ho mai vissuto una situazione del genere. Mi sono sentita offesa come giornalista e come donna».
Basterebbe questo. Tuttavia, il professor Prodi non solo non si è premurato di rivolgere delle scuse alla collega, gesto che in qualche modo avrebbe consentito di archiviare la vicenda, ma ha anche riportato una versione fantasiosa dei fatti. «Nessuno strattone o tirata di capelli», ha commentato: «Come tutti i giornalisti e le persone presenti possono testimoniare ho appoggiato una mano sulla sua spalla perché stava dicendo cose assurde». Il filmato, però, lo sbugiarda. E ieri, in aggiunta, dribblando i cronisti al termine di un incontro a Bologna, si è permesso anche di fare lo spiritoso: «Figurati se parlo con una giornalista, che poi dicono che l’ho stuprata...». Proprio lui, quello con «la casa che ricorda un alveare color miele» (citazione da Repubblica), autore nel 1997 di una direttiva del presidente del Consiglio sull’attribuzione di poteri e responsabilità alle donne. Ma in silenzio, sull’accaduto, non è rimasto solo il centrosinistra: anche dall’Ordine dei giornalisti, come ha rilevato il deputato della Lega Rossano Sasso, neanche una voce si è alzata in difesa di Lavinia Orefici.
Se fosse stato un politico di destra la stampa avrebbe fatto le barricate
Un attempato signore infastidito dalla domanda di una giornalista la strattona, le tira i capelli e le risponde in malo modo. Ci si aspetta che, a reti unificate, tv, giornaloni, Federazione della stampa, femministe, Ordine dei giornalisti, mobilitate le truppe del generale sdegno, facciano il diavolo a quattro. Invece su X Elon Musk a volte fa comodo, Luca Bottura, la voce del politicamente corretto, risponde a Francesca Totolo - ricercatrice di geopolitica - che stigmatizza il fatto: «Prodi ha fatto benissimo. Era ora che qualcuno desse al retequattrismo la risposta che merita. Peccato solo sia toccato a chi esegue ordini e non alla ghenga che ha trasformato una gran parte del giornalismo italiano nella cinghia di trasmissione della produzione di odio». Come se Bottura usasse un linguaggio da chierico: da restare senza woke! Sandra Zampa - vestale dei vaccini e cattofemminista - aggiunge: «Hai ragione, ma anche chi esegue dovrebbe avere una dignità». L’addetta Zampa di Prodi peraltro sostiene ogni due per tre: «Il governo della destra penalizza le donne in difficoltà». I fatti sono noti. Romano Prodi alla giornalista di Rete 4, Lavinia Orefici, che gli chiedeva un commento sul manifesto di Ventotene ha risposto malamente («Ma che cavolo mi chiedete?»), poi le ha tirato i capelli a dirle: stia buonina. Ha provato a negare, ma i filmati, trasmessi ieri sera da Nicola Porro conduttore di Quarta Repubblica, lo smentiscono e la Orefici ha commentato: «Mi sono sentita offesa come giornalista e come donna; mi dispiace che il presidente non si sia semplicemente scusato». Prodi non ha mai chiesto scusa in vita sua. È protetto dagli indignati speciali di sinistra: hanno trasformato la Orefici in provocatrice. E anche la Rizzoli difende il suo «autore» esprimendogli vicinanza dopo gli attacchi di alcuni giornali! Il professore ci provò anche con Oriana Fallaci che mai gli perdonò la seduta spiritica per trovare la prigione di Aldo Moro. Lei gli scrisse - era il 2001 e lui stava al vertice dell’Europa - «Non mi parve serio, Monsieur, meglio: non mi parve rispettoso, pietoso, umano, nei riguardi di Moro che stava per essere ucciso». Aggiungendo: «So che in Italia la chiamano Mortadella. E di ciò mi dolgo per la mortadella, che è uno squisito e nobile insaccato di cui andar fieri, non certo per lei che in me suscita disistima fin dal 1978». L’entourage prodiano provò ad «azzannare» la Fallaci. La vendetta ci fu nel 2006 con lui presidente del Consiglio; nonostante 75.000 firme che la volevano senatrice a vita, la nomina della Fallaci non arrivò. Con Alessandro Manzoni bisognerebbe scrivere «delle colonne infami» notando col gran lombardo: «Spegnere il lume è un mezzo opportunissimo per non veder la cosa che non piace, ma non per veder ciò che si desidera». La sinistra a parole vorrebbe la libertà e la dignità di stampa. Ma solo se il presunto attacco viene da destra. L’epoca più florida dell’indignazione a senso unico è stata quella di Silvio Berlusconi. Ma i due precedenti più clamorosi furono il pamphlet di Camilla Cederna, poi condannata per diffamazione, che portò alle dimissioni di Giovanni Leone (1978) da presidente della Repubblica, e, dieci anni prima, lo scandalo Sifar che assicurò il seggio parlamentare a Eugenio Scalfari. Nel 2009 la Fnsi interviene tre volte. Prima contro il famoso «editto bulgaro» (la sospensione dei programmi Rai di Enzo Biagi e Michele Santoro) poi per la celeberrima battuta su Rosy Bindi pronunciata a Porta Porta con tanto d’indignazione del gruppo delle «donne della realtà» e con l’allora segretario della Fnsi, Franco Siddi, giornalista del gruppo Espresso-Repubblica, che rampogna: «Non passa giorno senza che il presidente del Consiglio distilli la sua dose di disprezzo contro l’informazione: ha il coraggio di lamentarsi di un sistema che è sfigurato dal suo conflitto di interessi». Giuseppe Giulietti (Fnsi) difese Repubblica per le famose dieci domande a Berlusconi, ma se la prese con Il Giornale che con il cosiddetto metodo (Dino) Boffo aveva attaccato l’Avvenire. Quando vuole la corporazione funziona! Epico è l’intervento di Berlusconi a l’Infedele di Gad Lerner, che si indigna per l’offesa. Gli disse, era il 25 gennaio 2011: «La sua trasmissione è un postribolo televisivo». Tutti a difesa di Lucia Annunziata quando, il 9 gennaio del 2013, il Cav abbandonò lo studio di In mezz’ora. Epico lo scontro con Lilli Gruber nel 2018, ovviamente era intoccabile. La categoria nulla disse a Massimo D’Alema (Pd), che da presidente del Consiglio sparava raffiche di querele, né quando nel 2018, presenti i De Luca padre e figlio (Vincenzo e Roberto), Gaia Bozza di Fanpage vene aggredita da militanti pd a Salerno. Non dettero pace invece a Ignazio La Russa, presidente del Senato, lo scorso luglio, dopo le botte a un cronista della Stampa che aveva «spiato» una riunione di Casa Pound. Disse: «Assoluta e totale condanna, ma serve un modo più attento di fare le incursioni legittime da parte dei giornalisti. La persona aggredita, a cui va la mia solidarietà, non si è mai dichiarata giornalista». Per l’allora direttore di Repubblica, Maurizio Molinari: «La Russa ha varcato la linea rossa della libertà di stampa». Sempre da Repubblica - in questa lacunosa antologia delle «colonne infami» - il 30 luglio scorso Annalisa Cuzzocrea nel salotto «amico» di La 7 sentenzia: «Quello che è successo in Cina è molto grave; indicare come ha fatto Giorgia Meloni dei giornali come oppositori politici non è da Paese democratico». Ah, trovare su Repubblica il caso Prodi-Orefici è un’impresa.
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Il filmato (clicca qui per visualizzarlo) trasmesso da Rete 4 mostra l’ex premier prendere per i capelli la reporter mentre l’apostrofa con disprezzo per una domanda scomoda. Se un politico di destra avesse fatto un gesto così, avremmo i giornalisti sulle barricate. Invece molti applaudono Mortadella.Ora che ha dato il cattivo esempio, per parafrasare una nota canzone di Fabrizio De André, Romano Prodi - e con lui tutto il fronte progressista che si è guardato bene dal condannare il gesto - può smettere di dare buoni consigli. Ieri sera a Quarta Repubblica, programma condotto da Nicola Porro su Rete 4, è stato trasmesso il video in cui l’ex premier se la prende con la giornalista Lavinia Orefici, rea di avergli posto una domanda sgradita sul manifesto di Ventotene. Il filmato parla chiaro: non solo il padre dell’Ulivo (o forse sarebbe meglio dire patriarca) si rivolge alla donna con aria di scherno e toni da professorino, ma con una mano le afferra anche i capelli e, per quanto senza particolare forza, li strattona. Non è difficile immaginare che cosa sarebbe successo se, a parti invertite, un politico di destra si fosse comportato in questo modo con una giornalista di sinistra (cosa che, per altro, non accade): fiumi di inchiostro sul patriarcato, appelli di intellettuali e artisti contro il maschilismo tossico, richieste di scuse ed eventualmente di dimissioni, proposte per nuovi corsi di educazione alla parità di genere nelle scuole. Il tutto è avvenuto lo scorso sabato, a margine della presentazione del libro scritto da Prodi con Massimo Giannini presso l’Auditorium di Roma. Finché le domande le fanno gli amici, l’ex presidente della Commissione europea sorride ed è cordiale. Il volto si fa scuro quando arriva il turno della collega di Quarta Repubblica: «Posso chiederle che cosa ne pensa di questa frase, se la condivide?», domanda Orefici prima di leggere la citazione: «“La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio”». «Ma che cavolo mi chiede?», sbotta allora Prodi. «Io ho mai detto una cosa del genere in vita mia?». «È un passaggio del manifesto di Ventotene», replica la giornalista.A questo punto il professore inscena quello che gli esperti della parità di genere chiamerebbero mansplaining. Citando la Treccani, si tratta dell’«atteggiamento paternalistico con il quale certi uomini pretendono di rappresentare e spiegare alle donne il loro stesso punto di vista e ciò che è lecito o non è lecito che le donne facciano». La celebre enciclopedia riporta anche un’osservazione di Vera Gheno, sociolinguista e specialista in linguaggi giovanili, secondo cui un tratto «tipico del modo di esprimersi degli uomini è quello che in America chiamano mansplaining: quando a ogni parola di donna un uomo interviene a spiegare come un patriarca, perché lui la sa più lunga». Difficile trovare un esempio più calzante di questo.«Lo so benissimo signora», replica infatti Prodi all’ultima risposta di Orefici, intonando una cantilena tra il sarcastico e l’infantile: «Non sono mica un bambino, sa?». Proprio in quel momento, la mano si allunga verso il volto della giornalista, ne afferra i capelli e li tira leggermente. Nessuno strattone, come erroneamente descritto da qualcuno, ma nemmeno una mano sulla spalla, come affermato dal protagonista. Il servizio di Quarta Repubblica mostra chiaramente che le dita del professore sono ben sopra la spalla e afferrano una ciocca di capelli. Il gesto non è tale da provocare dolore, ma sicuramente è sufficiente per umiliare la donna. A chiunque guardi il video, infatti, la domanda sorge spontanea: se fosse stato un uomo, si sarebbe mai permesso di mettergli le mani addosso in quel modo? Avrebbe usato gli stessi toni da professorino spazientito?Ognuno, rivedendolo, può darsi una risposta. Il modo saccente, d’altra parte, continua anche nelle frasi successive. «Ma era nel 1941, gente messa in prigione dai fascisti...», aggiunge l’ex presidente: «Cosa pensavano secondo lei, al trattato o all’articolo secondo della Costituzione? Ma il senso della storia ce l’ha lei o no?». «Volevo sapere, visto che era stato citato…», prova a replicare Orefici. «Allora io le cito un verso di Maometto», la interrompe lui, «e mi dice cosa lei pensa di Maometto? Ma dai, su, questo è far politica in modo volgare, scusi». A questo punto si volta verso un’altra giornalista. La stessa Lavinia Orefici ha commentato l’accaduto: «Il presidente Prodi oltre a rispondere alla mia domanda con tono aggressivo e intimidatorio, ha preso una ciocca dei miei capelli e l’ha tirata. Ho sentito la sua mano fra i miei capelli, per me è stato scioccante. Lavoro per Mediaset da dieci anni, inviata all’estero su vari fronti e non ho mai vissuto una situazione del genere. Mi sono sentita offesa come giornalista e come donna».Basterebbe questo. Tuttavia, il professor Prodi non solo non si è premurato di rivolgere delle scuse alla collega, gesto che in qualche modo avrebbe consentito di archiviare la vicenda, ma ha anche riportato una versione fantasiosa dei fatti. «Nessuno strattone o tirata di capelli», ha commentato: «Come tutti i giornalisti e le persone presenti possono testimoniare ho appoggiato una mano sulla sua spalla perché stava dicendo cose assurde». Il filmato, però, lo sbugiarda. E ieri, in aggiunta, dribblando i cronisti al termine di un incontro a Bologna, si è permesso anche di fare lo spiritoso: «Figurati se parlo con una giornalista, che poi dicono che l’ho stuprata...». Proprio lui, quello con «la casa che ricorda un alveare color miele» (citazione da Repubblica), autore nel 1997 di una direttiva del presidente del Consiglio sull’attribuzione di poteri e responsabilità alle donne. Ma in silenzio, sull’accaduto, non è rimasto solo il centrosinistra: anche dall’Ordine dei giornalisti, come ha rilevato il deputato della Lega Rossano Sasso, neanche una voce si è alzata in difesa di Lavinia Orefici.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prodi-ha-tirato-i-capelli-2671396537.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="se-fosse-stato-un-politico-di-destra-la-stampa-avrebbe-fatto-le-barricate" data-post-id="2671396537" data-published-at="1742850275" data-use-pagination="False"> Se fosse stato un politico di destra la stampa avrebbe fatto le barricate Un attempato signore infastidito dalla domanda di una giornalista la strattona, le tira i capelli e le risponde in malo modo. Ci si aspetta che, a reti unificate, tv, giornaloni, Federazione della stampa, femministe, Ordine dei giornalisti, mobilitate le truppe del generale sdegno, facciano il diavolo a quattro. Invece su X Elon Musk a volte fa comodo, Luca Bottura, la voce del politicamente corretto, risponde a Francesca Totolo - ricercatrice di geopolitica - che stigmatizza il fatto: «Prodi ha fatto benissimo. Era ora che qualcuno desse al retequattrismo la risposta che merita. Peccato solo sia toccato a chi esegue ordini e non alla ghenga che ha trasformato una gran parte del giornalismo italiano nella cinghia di trasmissione della produzione di odio». Come se Bottura usasse un linguaggio da chierico: da restare senza woke! Sandra Zampa - vestale dei vaccini e cattofemminista - aggiunge: «Hai ragione, ma anche chi esegue dovrebbe avere una dignità». L’addetta Zampa di Prodi peraltro sostiene ogni due per tre: «Il governo della destra penalizza le donne in difficoltà». I fatti sono noti. Romano Prodi alla giornalista di Rete 4, Lavinia Orefici, che gli chiedeva un commento sul manifesto di Ventotene ha risposto malamente («Ma che cavolo mi chiedete?»), poi le ha tirato i capelli a dirle: stia buonina. Ha provato a negare, ma i filmati, trasmessi ieri sera da Nicola Porro conduttore di Quarta Repubblica, lo smentiscono e la Orefici ha commentato: «Mi sono sentita offesa come giornalista e come donna; mi dispiace che il presidente non si sia semplicemente scusato». Prodi non ha mai chiesto scusa in vita sua. È protetto dagli indignati speciali di sinistra: hanno trasformato la Orefici in provocatrice. E anche la Rizzoli difende il suo «autore» esprimendogli vicinanza dopo gli attacchi di alcuni giornali! Il professore ci provò anche con Oriana Fallaci che mai gli perdonò la seduta spiritica per trovare la prigione di Aldo Moro. Lei gli scrisse - era il 2001 e lui stava al vertice dell’Europa - «Non mi parve serio, Monsieur, meglio: non mi parve rispettoso, pietoso, umano, nei riguardi di Moro che stava per essere ucciso». Aggiungendo: «So che in Italia la chiamano Mortadella. E di ciò mi dolgo per la mortadella, che è uno squisito e nobile insaccato di cui andar fieri, non certo per lei che in me suscita disistima fin dal 1978». L’entourage prodiano provò ad «azzannare» la Fallaci. La vendetta ci fu nel 2006 con lui presidente del Consiglio; nonostante 75.000 firme che la volevano senatrice a vita, la nomina della Fallaci non arrivò. Con Alessandro Manzoni bisognerebbe scrivere «delle colonne infami» notando col gran lombardo: «Spegnere il lume è un mezzo opportunissimo per non veder la cosa che non piace, ma non per veder ciò che si desidera». La sinistra a parole vorrebbe la libertà e la dignità di stampa. Ma solo se il presunto attacco viene da destra. L’epoca più florida dell’indignazione a senso unico è stata quella di Silvio Berlusconi. Ma i due precedenti più clamorosi furono il pamphlet di Camilla Cederna, poi condannata per diffamazione, che portò alle dimissioni di Giovanni Leone (1978) da presidente della Repubblica, e, dieci anni prima, lo scandalo Sifar che assicurò il seggio parlamentare a Eugenio Scalfari. Nel 2009 la Fnsi interviene tre volte. Prima contro il famoso «editto bulgaro» (la sospensione dei programmi Rai di Enzo Biagi e Michele Santoro) poi per la celeberrima battuta su Rosy Bindi pronunciata a Porta Porta con tanto d’indignazione del gruppo delle «donne della realtà» e con l’allora segretario della Fnsi, Franco Siddi, giornalista del gruppo Espresso-Repubblica, che rampogna: «Non passa giorno senza che il presidente del Consiglio distilli la sua dose di disprezzo contro l’informazione: ha il coraggio di lamentarsi di un sistema che è sfigurato dal suo conflitto di interessi». Giuseppe Giulietti (Fnsi) difese Repubblica per le famose dieci domande a Berlusconi, ma se la prese con Il Giornale che con il cosiddetto metodo (Dino) Boffo aveva attaccato l’Avvenire. Quando vuole la corporazione funziona! Epico è l’intervento di Berlusconi a l’Infedele di Gad Lerner, che si indigna per l’offesa. Gli disse, era il 25 gennaio 2011: «La sua trasmissione è un postribolo televisivo». Tutti a difesa di Lucia Annunziata quando, il 9 gennaio del 2013, il Cav abbandonò lo studio di In mezz’ora. Epico lo scontro con Lilli Gruber nel 2018, ovviamente era intoccabile. La categoria nulla disse a Massimo D’Alema (Pd), che da presidente del Consiglio sparava raffiche di querele, né quando nel 2018, presenti i De Luca padre e figlio (Vincenzo e Roberto), Gaia Bozza di Fanpage vene aggredita da militanti pd a Salerno. Non dettero pace invece a Ignazio La Russa, presidente del Senato, lo scorso luglio, dopo le botte a un cronista della Stampa che aveva «spiato» una riunione di Casa Pound. Disse: «Assoluta e totale condanna, ma serve un modo più attento di fare le incursioni legittime da parte dei giornalisti. La persona aggredita, a cui va la mia solidarietà, non si è mai dichiarata giornalista». Per l’allora direttore di Repubblica, Maurizio Molinari: «La Russa ha varcato la linea rossa della libertà di stampa». Sempre da Repubblica - in questa lacunosa antologia delle «colonne infami» - il 30 luglio scorso Annalisa Cuzzocrea nel salotto «amico» di La 7 sentenzia: «Quello che è successo in Cina è molto grave; indicare come ha fatto Giorgia Meloni dei giornali come oppositori politici non è da Paese democratico». Ah, trovare su Repubblica il caso Prodi-Orefici è un’impresa.
Una vista generale mentre gli anelli olimpici si uniscono per uno spettacolo pirotecnico durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 allo stadio San Siro (Getty Images)
Davanti a 67.000 spettatori, la cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026 celebra l’arte, la musica e la creatività italiana. Dall’omaggio a Raffaella Carrà e Modugno ai cinque cerchi olimpici che brillano in cielo, uno spettacolo che unisce città e montagne sotto il filo conduttore dell’armonia.
San Siro si trasforma in un teatro a cielo aperto e Milano accende ufficialmente la fiamma delle Olimpiadi invernali 2026. Davanti a 67.000 spettatori, record assoluto per un’edizione invernale, la cerimonia di apertura sceglie il linguaggio del racconto e delle immagini per presentare al mondo i Giochi «diffusi» tra città e montagne, con un filo conduttore dichiarato: l’armonia. Il cuore scenico è un grande cerchio, omaggio alla storia urbana di Milano, da cui partono traiettorie ideali verso le altre sedi dei Giochi. Un modo per raccontare, senza parole, l’idea di un’Olimpiade che unisce luoghi diversi sotto un’unica narrazione.
Lo stadio è pieno fin dal tardo pomeriggio, colorato dalle bandiere di decine di Paesi e da un pubblico arrivato da ogni parte del mondo. L’attesa è scandita dal pre show tra musica e intrattenimento, poi il messaggio del segretario generale dell’Onu António Guterres richiama il valore universale dei Giochi come spazio di incontro e unità. Fuori, a distanza di sicurezza, si muove anche una protesta annunciata: un corteo di qualche centinaio di manifestanti attraversa il quartiere San Siro senza incidenti, mentre dentro lo stadio la scena è tutta per lo spettacolo.
Come anticipato nel pomeriggio dalla Verità, il prologo istituzionale è affidato a un filmato che sorprende il pubblico: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriva idealmente a San Siro a bordo di un tram, seduto tra cittadini comuni, orchestrali e atleti con gli sci. Il mezzo percorre una Milano notturna e simbolica, fino al capolinea dello stadio. Solo alla fine si scopre il conducente speciale: Valentino Rossi, in divisa da tranviere. Un ingresso sobrio e ironico, prima che il Capo dello Stato prenda posto in tribuna accanto alla presidente del Cio Kirsty Coventry.
Alle 20 in punto si alza il sipario. La cerimonia si apre con la danza: Claudio Coviello e Antonella Albano, ballerini della Scala, portano in scena Amore e Psiche, passione e razionalità che si cercano e si rincorrono sul prato di San Siro. È il primo tassello di una narrazione che intreccia arte, musica e identità italiana. A guidare idealmente il racconto è Matilda De Angelis, che entra con la bacchetta da direttrice d’orchestra mentre attorno a lei sfilano i volti dei grandi compositori della tradizione. Poco dopo, il prato si riempie di colori per l’omaggio alla creatività italiana e a una delle sue icone popolari: Raffaella Carrà, evocata tra figuranti e costumi sgargianti. La parte musicale alterna registri e generazioni. Mariah Carey, in abito chiaro, sceglie di omaggiare l’Italia cantando in italiano Nel blu dipinto di blu, trasformando San Siro in un grande coro. Subito dopo, lo stadio si tinge di tricolore per il tributo a Giorgio Armani, con Vittoria Ceretti che porta in scena la bandiera italiana, consegnata poi ai corazzieri. È Laura Pausini a dare voce all’inno nazionale, mentre il tricolore viene issato e lo stadio si ferma per qualche istante in un silenzio carico di attesa. C’è spazio anche per la parola, con Pierfrancesco Favino che presta la voce ai versi dell’Infinito di Leopardi, prima che la scena si apra ai simboli olimpici: i cinque cerchi si avvicinano nel cielo di San Siro e si accendono tra i fuochi d’artificio, suggellando visivamente l’inizio dei Giochi.
A quel punto tocca agli atleti. La sfilata delle delegazioni si apre, come da tradizione, con la Grecia e scorre tra gli applausi, in ordine alfabetico, fino ad arrivare all’Italia, attesa per ultima. Gli azzurri sono 146 in totale, distribuiti tra Milano, Cortina, Predazzo e Livigno, con Arianna Fontana e Federico Pellegrino a guidare il gruppo presente a San Siro.
La giornata olimpica era iniziata già molte ore prima, tra diplomazia e passerelle istituzionali: la visita del vicepresidente americano J.D. Vance in città, il ricevimento a Palazzo Reale con capi di Stato e di governo, la parata di ospiti illustri. Ma è qui, dentro lo stadio, che Milano e Cortina consegnano al mondo il loro biglietto da visita. I Giochi sono cominciati e l’Italia prova a presentarli così, con uno spettacolo che mescola arte, simboli e identità, affidando all’«armonia» il compito di tenere insieme sport, città e montagne.
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Se il disegno di legge verrà approvato, sarà la prima volta che lo Statuto dei lavoratori includerà una disposizione specifica sul congedo per l’eutanasia. Della serie, mi prendo un giorno per assistere una persona che vuol farla finita, la mattina mi metto a disposizione per la pratica ferale e il pomeriggio faccio shopping o vado al mare.
Il ministero del Lavoro, guidato da Yolanda Díaz, intende elaborare questa legge come un decreto legge reale, che entrerebbe in vigore immediatamente dopo l’approvazione del Consiglio dei ministri. L’accordo prevede anche 15 giorni di congedo per l’assistenza a coniugi, partner o familiari stretti in cure palliative, unico provvedimento sensato. La misura, presa d’intesa con i sindacati, è stata approvata senza l’accordo con le associazioni imprenditoriali, furibonde perché in questo modo, trattandosi di congedi retribuiti, si scarica sulle imprese il costo dei lavoratori assenti che dovrebbe essere sostenuto dal governo. Il Pp ha già annunciato che voterà contro la proposta. Nel frattempo, l’Autorità indipendente per la responsabilità fiscale (AIReF) ha rilevato una mancanza di controllo in Spagna sulla spesa per congedi per malattia, che è aumentata del 60% dal 2017 raggiungendo i 16,5 miliardi di euro nel 2024. L’astensione dal lavoro per motivi di salute è diventata la seconda voce più grande del sistema di sicurezza sociale, seconda solo alle pensioni ed è dovuto in gran parte all’aumento delle patologie legate alla salute mentale, cresciute vertiginosamente a partire dalla pandemia e che stanno diventando più durature. I disturbi mentali hanno la durata media più lunga, passando da 67 giorni nel 2017 a 98,5 giorni nel 2024. Clamorosamente, in Spagna il monitoraggio dei congedi per malattia da parte della Previdenza sociale per i lavoratori parte solo dopo i 365 giorni.
E se il premier Pedro Sánchez sottolinea la «occupazione di qualità» promossa in Spagna, sostenendo che «per la prima volta sta emergendo un’economia produttiva e sana», la Ceoe, Confederazione spagnola delle organizzazioni dei datori di lavoro segnala: «La Spagna continua a essere il Paese con il tasso di disoccupazione più alto nell’Ocse e conta oltre mezzo milione di persone in situazioni di disponibilità limitata o con richieste di lavoro specifiche, il che riflette fenomeni strutturali che restano irrisolti […] Le piccole imprese continuano a essere le più colpite dall’aumento dei costi del lavoro, dell’energia, delle tasse e dei finanziamenti, nonché da un quadro normativo instabile».
Non va meglio per Sánchez nemmeno quando attacca Musk. Al vertice mondiale dei governi a Dubai ha annunciato che vieterà l’accesso ai social media ai minori di 16 anni e adotterà altre misure per aumentare il controllo sulle piattaforme digitali, come quelle dell’imprenditore sudafricano.
Sul suo profilo X, Musk non perdeva tempo: «Sánchez lo scorretto è un tiranno e un traditore del popolo di Spagna». Ma al di là degli scontri sui social, ancora una volta il premier parla e promette ma non fa. Il Regolamento europeo sui servizi digitali, che avrebbe dovuto essere in vigore in Spagna da febbraio 2024, rimane bloccato al Congresso. Un ritardo di due anni. La Cnmc, Commissione nazionale per i mercati e la concorrenza non è ancora in grado di «monitorare il rispetto degli obblighi imposti ai fornitori di servizi mediatici statali che offrono notizie e contenuti di attualità». Ha le mani legate anche sul monitoraggio delle piattaforme digitali.
Brutte notizie anche dal Lussemburgo, dove i giudici non mettono fine alle rivendicazioni del movimento di indipendenza catalana. La Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) ha annullato il procedimento con cui il Tribunale dell’Unione europea il 5 luglio 2023 aveva revocato l’immunità al leader di Junts, Carles Puigdemont, e agli ex ministri del governo della Comunità autonoma di Catalogna, Toni Comín e Clara Ponsatí, tutti residenti a Waterloo (Belgio).
La motivazione della decisione è che il relatore nominato per le richieste di sospensione dell’immunità «potrebbe essere percepito come non imparziale». Si trattava di Angel Dzhambazki, europarlamentare bulgaro dei conservatori europei (Ecr), lo stesso gruppo di cui fa parte il partito spagnolo Vox, promotore delle azioni legali contro Puigdemont, Comín e Ponsatí in seguito al referendum illegale del 1° ottobre 2017. I tre erano stati poi eletti al Parlamento europeo nel 2019, e la Corte suprema spagnola aveva chiesto all’Europarlamento di revocare la loro immunità. Revoca votata a marzo 2021, ma ora quella decisione e la sentenza del 2023 sono state annullate.
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Jeffrey Epstein (Ansa)
Dalle carte, consultabili online sul sito del Doj, emerge che due ragazze straniere sarebbero morte per strangolamento dopo sesso estremo nel ranch del predatore sessuale in New Messico, per poi essere sepolte su suo ordine nei dintorni della tenuta. In una email, inviata il 21 novembre 2019 da una persona che afferma di aver lavorato per Epstein a un uomo di nome Eddy Aragon, ci sono diversi link che mostrerebbero il defunto pedofilo filmato durante performances sessuali con ragazze minorenni e la confessione di un tentato omicidio di una delle ragazze. Nel testo il mittente scrive che due ragazze sono state sepolte su ordine di Epstein e «Madam G», verosimilmente la complice del faccendiere, Ghislaine Maxwell, tuttora reclusa in un carcere di massima sicurezza in Texas, nella vasta proprietà in New Mexico già nota come parco giochi privato del faccendiere per abusi sessuali e traffico di minori.
«Edward, questa vicenda è delicata, quindi sarà la prima e ultima mail, a seconda della tua discrezione. Puoi scegliere se tenerla o buttarla via, ma questo materiale viene da una persona che è stata lì e ha visto tutto, come ex membro dello staff dello Zorro Ranch. Il materiale che ti allego è stato preso dalla casa di Jeffrey Epstein come mia assicurazione in caso di eventuali contenziosi tra me e lui. Non mi fare domande», chiosa in stampatello l’uomo. «Le cose più terribili su Jeffrey Epstein devono ancora essere scritte. Sapevi che da qualche parte nelle colline fuori dallo Zorro, due ragazze straniere sono state sepolte per ordine di Jeffrey e Madam G? Entrambe sono morte per strangolamento durante sesso violento e fetish», scrive l’uomo. L’email è stata inoltrata all’Fbi tre mesi dopo il decesso di Epstein, ufficialmente morto suicida mentre era detenuto al Metropolitan Correctional Center di New York City.
Il finanziere pedofilo intendeva lasciare il suo Zorro Ranch, acquistato nel 1993 dall’ex governatore democratico del New Mexico Bruce King, alla sua ragazza bielorussa Karyna Shuliak. La tenuta di 13 miglia quadrate in mezzo al deserto vicino a Santa Fe includeva una residenza di circa 2.500 metri quadri. Secondo quanto riferisce il Daily Mail, Epstein usava lo Zorro Ranch per i suoi appuntamenti segreti, dato che gli ospiti potevano andare e venire più discretamente rispetto a quanto potessero fare a Little St James, l’isola caraibica privata di Epstein al largo di St Thomas. Uno degli ospiti più importanti nel ranch degli orrori è, come noto, il principe Andrew d’Inghilterra, duca di York, insieme con sua moglie Sarah Ferguson.
Continuano nel frattempo le reazioni a catena dopo la pubblicazione dei file. Ed è ancora un quotidiano inglese, il Times, a riferire che la poltrona del primo ministro inglese Keir Starmer sarebbe in bilico dopo le rivelazioni sul caso dell’ex ambasciatore Peter Mandelson. Secondo quanto appreso, il premier ha deciso di confermare la sua nomina a rappresentante diplomatico del Regno Unito negli Stati Uniti, avvenuta ad aprile del 2025, nonostante i rapporti tra Mandelson ed Epstein fossero ampiamente noti a Downing Street. Un rapporto del Cabinet Office aveva infatti evidenziato, già prima della nomina, quale fosse la natura delle relazioni tra i due, facendo riferimento a un dossier confidenziale di JP Morgan che diceva che i due uomini avevano rapporti «particolarmente stretti». L’Ufficio del Gabinetto aveva presentato il dossier a Starmer, ma il primo ministro decise di credere «sulla parola» alle rassicurazioni di Mandelson. I funzionari coinvolti nel processo di controllo hanno detto di aver trovato l’approccio di Starmer «sconcertante». «Le informazioni ora disponibili rendono chiaro che le risposte che ha dato Mandelson erano bugie», si è difeso il premier britannico. «Mi ha descritto Epstein come qualcuno che conosceva a malapena. Tale inganno non è compatibile con il servizio pubblico», ha dichiarato il primo ministro inglese. La vicenda però ha aperto un dibattito sulla sua affidabilità: la decisione di credere alle smentite dell’ambasciatore anziché ai documentati dossier su di lui è una scelta che l’opposizione conservatrice e parte del Partito laburista ritengono incompatibile con il ruolo di capo del governo, ma il premier ha chiarito che non intende dimettersi. Il filone rischia comunque di mantenere alta la pressione politica su Downing Street ancora per molto.
Non poteva mancare il tormentone sulle spie venute dal freddo mandate da Vladimir Putin. Questa, perlomeno, è la versione del premier polacco Donald Tusk, secondo il quale il defunto faccendiere pedofilo statunitense avrebbe collaborato con il Cremlino per raccogliere materiale compromettente sulle élite occidentali, usando la trappola della seduzione, la cosiddetta «esca dolce». »La stampa globale ruota intorno al sospetto che questo scandalo di pedofilia senza precedenti sia stato co-organizzato dai servizi segreti russi», ha concluso Donald Tusk e così le autorità polacche hanno aperto un’inchiesta, proprio mentre dall’altra parte dell’emisfero, in America, sono usciti alcuni file che mostrano con chiarezza che Epstein stava lavorando per rovesciare il presidente russo. «Dovremo andare presto in Russia», scriveva infatti Boris Nicolic, consulente e socio di Bill Gates alla Bill and Melinda Gates Foundation, a Epstein, «per incontrare Ilja Ponomarev (imprenditore e ex deputato della Duma, ndr) e la sua ragazza Alyona, che sono i principali organizzatori della rivolta contro Putin. Ho paura per quanto può succedergli», continuava Nicolic, «qualche idea per aiutarlo? Non con Davos», suggerisce l’uomo di Bill Gates a Epstein. «È impossibile studiare i materiali relativi al caso Epstein senza provare nausea», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, paragonando la lettura dei documenti alla visione di film thriller e polizieschi. «Ma tutto ha un limite morale».
I magistrati turchi stanno intanto passando al setaccio decine di migliaia di documenti emersi dai file del finanziere pedofilo, con l’obiettivo di ricostruire un traffico di minori dalla Turchia. A rendere drammatico il quadro ci sono i dati diffusi dall’Istituto Nazionale di statistica turco Tuik), secondo cui tra il 2008 e il 2016 si sono perse le tracce di 104,531 minori. «Bisogna capire se sono stati contattati politici, funzionari o rappresentanti delle istituzioni. Bisogna risalire agli orfanotrofi e centri di accoglienza», ha dichiarato Dogan Bekin, parlamentare del partito conservatore Refah.
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«Salvador» (Netflix)
Otto episodi su Netflix per raccontare un padre e una figlia: lui ex medico, lei coinvolta in un gruppo neonazista. La serie spagnola evita la retorica e indaga fragilità, responsabilità e bisogno di appartenenza con uno sguardo sobrio.
Otto episodi, disponibili, in un'unica soluzione, su Netflix, a partire da venerdì 6 febbraio. Salvador non è lunga, né promette (per ora) di proseguire oltre questa prima stagione. Eppure, è capace, in uno spazio breve e curato, di raffigurare un quadro complesso: quello di una genitorialità in crisi, di figli incapaci di trovare un'identità rappresentativa, del disperato bisogno di appartenere a qualcosa, a qualcuno.
Salvador, serie tv di origine spagnola, muove dal caso particolare di un padre, un ex medico demansionato, costretto - nonostante gli studi e il curriculum - a guidare le ambulanze. Salvador Aguirre ha un passato complicato, fatto di dipendenze che, piano piano, gli hanno eroso la vita. Ha una figlia, Milena, e con lei un rapporto travagliato. Un rapporto che, come il passato di Salvador, non è, però, al vaglio della serie.
Lo show, come già Adolescence, non sembra andare a ritroso, ma guardare avanti, muovendosi tra strade già battute, già note.
Salvador è la storia di un padre che, in una notte di lavoro, senza nessuna avvisaglia precedente, scopre la figlia essere parte di un gruppo di disadattati, violenti e pericolosi. Decisi, soprattutto, a rivendicare l'esatto opposto di quel che lui, per una vita intera, ha cercato di insegnarle. Milena si è unita ad una frangia di estrema destra, razzista e omofoba, una frangia all'interno della quale si nascondono anche svariati Incel. Odiano gli stranieri, i gay e le donne. Sono neonazisti. Fuor di retorica, però, perché quello che la serie vuole fare è provare ad indagare le ragioni che possano preludere ad una tale scelta.
Salvador cerca di scavare oltre la superficie, andando a fondo delle insicurezze, dei bisogni degli adolescenti. Chiedendosi quali e quante responsabilità abbiano i genitori, quante e quali la società nella quale cresciamo. Il risultato non è perfetto, ma convincente. Gli otto episodi della serie televisiva spagnola sono scorrevoli e ben costruiti, pensati per poter essere visti senza pruriti e ritrosie. Non c'è politica, non c'è grande giudizio. Solo la ricostruzione, piuttosto fedele e dettagliata, di uno spaccato che dimora vicino a tutti noi.
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