True
2025-03-25
Il video che svergogna Prodi
Ora che ha dato il cattivo esempio, per parafrasare una nota canzone di Fabrizio De André, Romano Prodi - e con lui tutto il fronte progressista che si è guardato bene dal condannare il gesto - può smettere di dare buoni consigli. Ieri sera a Quarta Repubblica, programma condotto da Nicola Porro su Rete 4, è stato trasmesso il video in cui l’ex premier se la prende con la giornalista Lavinia Orefici, rea di avergli posto una domanda sgradita sul manifesto di Ventotene. Il filmato parla chiaro: non solo il padre dell’Ulivo (o forse sarebbe meglio dire patriarca) si rivolge alla donna con aria di scherno e toni da professorino, ma con una mano le afferra anche i capelli e, per quanto senza particolare forza, li strattona. Non è difficile immaginare che cosa sarebbe successo se, a parti invertite, un politico di destra si fosse comportato in questo modo con una giornalista di sinistra (cosa che, per altro, non accade): fiumi di inchiostro sul patriarcato, appelli di intellettuali e artisti contro il maschilismo tossico, richieste di scuse ed eventualmente di dimissioni, proposte per nuovi corsi di educazione alla parità di genere nelle scuole.
Il tutto è avvenuto lo scorso sabato, a margine della presentazione del libro scritto da Prodi con Massimo Giannini presso l’Auditorium di Roma. Finché le domande le fanno gli amici, l’ex presidente della Commissione europea sorride ed è cordiale. Il volto si fa scuro quando arriva il turno della collega di Quarta Repubblica: «Posso chiederle che cosa ne pensa di questa frase, se la condivide?», domanda Orefici prima di leggere la citazione: «“La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio”». «Ma che cavolo mi chiede?», sbotta allora Prodi. «Io ho mai detto una cosa del genere in vita mia?». «È un passaggio del manifesto di Ventotene», replica la giornalista.
A questo punto il professore inscena quello che gli esperti della parità di genere chiamerebbero mansplaining. Citando la Treccani, si tratta dell’«atteggiamento paternalistico con il quale certi uomini pretendono di rappresentare e spiegare alle donne il loro stesso punto di vista e ciò che è lecito o non è lecito che le donne facciano». La celebre enciclopedia riporta anche un’osservazione di Vera Gheno, sociolinguista e specialista in linguaggi giovanili, secondo cui un tratto «tipico del modo di esprimersi degli uomini è quello che in America chiamano mansplaining: quando a ogni parola di donna un uomo interviene a spiegare come un patriarca, perché lui la sa più lunga». Difficile trovare un esempio più calzante di questo.
«Lo so benissimo signora», replica infatti Prodi all’ultima risposta di Orefici, intonando una cantilena tra il sarcastico e l’infantile: «Non sono mica un bambino, sa?». Proprio in quel momento, la mano si allunga verso il volto della giornalista, ne afferra i capelli e li tira leggermente. Nessuno strattone, come erroneamente descritto da qualcuno, ma nemmeno una mano sulla spalla, come affermato dal protagonista. Il servizio di Quarta Repubblica mostra chiaramente che le dita del professore sono ben sopra la spalla e afferrano una ciocca di capelli. Il gesto non è tale da provocare dolore, ma sicuramente è sufficiente per umiliare la donna. A chiunque guardi il video, infatti, la domanda sorge spontanea: se fosse stato un uomo, si sarebbe mai permesso di mettergli le mani addosso in quel modo? Avrebbe usato gli stessi toni da professorino spazientito?
Ognuno, rivedendolo, può darsi una risposta. Il modo saccente, d’altra parte, continua anche nelle frasi successive. «Ma era nel 1941, gente messa in prigione dai fascisti...», aggiunge l’ex presidente: «Cosa pensavano secondo lei, al trattato o all’articolo secondo della Costituzione? Ma il senso della storia ce l’ha lei o no?». «Volevo sapere, visto che era stato citato…», prova a replicare Orefici. «Allora io le cito un verso di Maometto», la interrompe lui, «e mi dice cosa lei pensa di Maometto? Ma dai, su, questo è far politica in modo volgare, scusi». A questo punto si volta verso un’altra giornalista.
La stessa Lavinia Orefici ha commentato l’accaduto: «Il presidente Prodi oltre a rispondere alla mia domanda con tono aggressivo e intimidatorio, ha preso una ciocca dei miei capelli e l’ha tirata. Ho sentito la sua mano fra i miei capelli, per me è stato scioccante. Lavoro per Mediaset da dieci anni, inviata all’estero su vari fronti e non ho mai vissuto una situazione del genere. Mi sono sentita offesa come giornalista e come donna».
Basterebbe questo. Tuttavia, il professor Prodi non solo non si è premurato di rivolgere delle scuse alla collega, gesto che in qualche modo avrebbe consentito di archiviare la vicenda, ma ha anche riportato una versione fantasiosa dei fatti. «Nessuno strattone o tirata di capelli», ha commentato: «Come tutti i giornalisti e le persone presenti possono testimoniare ho appoggiato una mano sulla sua spalla perché stava dicendo cose assurde». Il filmato, però, lo sbugiarda. E ieri, in aggiunta, dribblando i cronisti al termine di un incontro a Bologna, si è permesso anche di fare lo spiritoso: «Figurati se parlo con una giornalista, che poi dicono che l’ho stuprata...». Proprio lui, quello con «la casa che ricorda un alveare color miele» (citazione da Repubblica), autore nel 1997 di una direttiva del presidente del Consiglio sull’attribuzione di poteri e responsabilità alle donne. Ma in silenzio, sull’accaduto, non è rimasto solo il centrosinistra: anche dall’Ordine dei giornalisti, come ha rilevato il deputato della Lega Rossano Sasso, neanche una voce si è alzata in difesa di Lavinia Orefici.
Se fosse stato un politico di destra la stampa avrebbe fatto le barricate
Un attempato signore infastidito dalla domanda di una giornalista la strattona, le tira i capelli e le risponde in malo modo. Ci si aspetta che, a reti unificate, tv, giornaloni, Federazione della stampa, femministe, Ordine dei giornalisti, mobilitate le truppe del generale sdegno, facciano il diavolo a quattro. Invece su X Elon Musk a volte fa comodo, Luca Bottura, la voce del politicamente corretto, risponde a Francesca Totolo - ricercatrice di geopolitica - che stigmatizza il fatto: «Prodi ha fatto benissimo. Era ora che qualcuno desse al retequattrismo la risposta che merita. Peccato solo sia toccato a chi esegue ordini e non alla ghenga che ha trasformato una gran parte del giornalismo italiano nella cinghia di trasmissione della produzione di odio». Come se Bottura usasse un linguaggio da chierico: da restare senza woke! Sandra Zampa - vestale dei vaccini e cattofemminista - aggiunge: «Hai ragione, ma anche chi esegue dovrebbe avere una dignità». L’addetta Zampa di Prodi peraltro sostiene ogni due per tre: «Il governo della destra penalizza le donne in difficoltà». I fatti sono noti. Romano Prodi alla giornalista di Rete 4, Lavinia Orefici, che gli chiedeva un commento sul manifesto di Ventotene ha risposto malamente («Ma che cavolo mi chiedete?»), poi le ha tirato i capelli a dirle: stia buonina. Ha provato a negare, ma i filmati, trasmessi ieri sera da Nicola Porro conduttore di Quarta Repubblica, lo smentiscono e la Orefici ha commentato: «Mi sono sentita offesa come giornalista e come donna; mi dispiace che il presidente non si sia semplicemente scusato». Prodi non ha mai chiesto scusa in vita sua. È protetto dagli indignati speciali di sinistra: hanno trasformato la Orefici in provocatrice. E anche la Rizzoli difende il suo «autore» esprimendogli vicinanza dopo gli attacchi di alcuni giornali! Il professore ci provò anche con Oriana Fallaci che mai gli perdonò la seduta spiritica per trovare la prigione di Aldo Moro. Lei gli scrisse - era il 2001 e lui stava al vertice dell’Europa - «Non mi parve serio, Monsieur, meglio: non mi parve rispettoso, pietoso, umano, nei riguardi di Moro che stava per essere ucciso». Aggiungendo: «So che in Italia la chiamano Mortadella. E di ciò mi dolgo per la mortadella, che è uno squisito e nobile insaccato di cui andar fieri, non certo per lei che in me suscita disistima fin dal 1978». L’entourage prodiano provò ad «azzannare» la Fallaci. La vendetta ci fu nel 2006 con lui presidente del Consiglio; nonostante 75.000 firme che la volevano senatrice a vita, la nomina della Fallaci non arrivò. Con Alessandro Manzoni bisognerebbe scrivere «delle colonne infami» notando col gran lombardo: «Spegnere il lume è un mezzo opportunissimo per non veder la cosa che non piace, ma non per veder ciò che si desidera». La sinistra a parole vorrebbe la libertà e la dignità di stampa. Ma solo se il presunto attacco viene da destra. L’epoca più florida dell’indignazione a senso unico è stata quella di Silvio Berlusconi. Ma i due precedenti più clamorosi furono il pamphlet di Camilla Cederna, poi condannata per diffamazione, che portò alle dimissioni di Giovanni Leone (1978) da presidente della Repubblica, e, dieci anni prima, lo scandalo Sifar che assicurò il seggio parlamentare a Eugenio Scalfari. Nel 2009 la Fnsi interviene tre volte. Prima contro il famoso «editto bulgaro» (la sospensione dei programmi Rai di Enzo Biagi e Michele Santoro) poi per la celeberrima battuta su Rosy Bindi pronunciata a Porta Porta con tanto d’indignazione del gruppo delle «donne della realtà» e con l’allora segretario della Fnsi, Franco Siddi, giornalista del gruppo Espresso-Repubblica, che rampogna: «Non passa giorno senza che il presidente del Consiglio distilli la sua dose di disprezzo contro l’informazione: ha il coraggio di lamentarsi di un sistema che è sfigurato dal suo conflitto di interessi». Giuseppe Giulietti (Fnsi) difese Repubblica per le famose dieci domande a Berlusconi, ma se la prese con Il Giornale che con il cosiddetto metodo (Dino) Boffo aveva attaccato l’Avvenire. Quando vuole la corporazione funziona! Epico è l’intervento di Berlusconi a l’Infedele di Gad Lerner, che si indigna per l’offesa. Gli disse, era il 25 gennaio 2011: «La sua trasmissione è un postribolo televisivo». Tutti a difesa di Lucia Annunziata quando, il 9 gennaio del 2013, il Cav abbandonò lo studio di In mezz’ora. Epico lo scontro con Lilli Gruber nel 2018, ovviamente era intoccabile. La categoria nulla disse a Massimo D’Alema (Pd), che da presidente del Consiglio sparava raffiche di querele, né quando nel 2018, presenti i De Luca padre e figlio (Vincenzo e Roberto), Gaia Bozza di Fanpage vene aggredita da militanti pd a Salerno. Non dettero pace invece a Ignazio La Russa, presidente del Senato, lo scorso luglio, dopo le botte a un cronista della Stampa che aveva «spiato» una riunione di Casa Pound. Disse: «Assoluta e totale condanna, ma serve un modo più attento di fare le incursioni legittime da parte dei giornalisti. La persona aggredita, a cui va la mia solidarietà, non si è mai dichiarata giornalista». Per l’allora direttore di Repubblica, Maurizio Molinari: «La Russa ha varcato la linea rossa della libertà di stampa». Sempre da Repubblica - in questa lacunosa antologia delle «colonne infami» - il 30 luglio scorso Annalisa Cuzzocrea nel salotto «amico» di La 7 sentenzia: «Quello che è successo in Cina è molto grave; indicare come ha fatto Giorgia Meloni dei giornali come oppositori politici non è da Paese democratico». Ah, trovare su Repubblica il caso Prodi-Orefici è un’impresa.
Continua a leggereRiduci
Il filmato (clicca qui per visualizzarlo) trasmesso da Rete 4 mostra l’ex premier prendere per i capelli la reporter mentre l’apostrofa con disprezzo per una domanda scomoda. Se un politico di destra avesse fatto un gesto così, avremmo i giornalisti sulle barricate. Invece molti applaudono Mortadella.Ora che ha dato il cattivo esempio, per parafrasare una nota canzone di Fabrizio De André, Romano Prodi - e con lui tutto il fronte progressista che si è guardato bene dal condannare il gesto - può smettere di dare buoni consigli. Ieri sera a Quarta Repubblica, programma condotto da Nicola Porro su Rete 4, è stato trasmesso il video in cui l’ex premier se la prende con la giornalista Lavinia Orefici, rea di avergli posto una domanda sgradita sul manifesto di Ventotene. Il filmato parla chiaro: non solo il padre dell’Ulivo (o forse sarebbe meglio dire patriarca) si rivolge alla donna con aria di scherno e toni da professorino, ma con una mano le afferra anche i capelli e, per quanto senza particolare forza, li strattona. Non è difficile immaginare che cosa sarebbe successo se, a parti invertite, un politico di destra si fosse comportato in questo modo con una giornalista di sinistra (cosa che, per altro, non accade): fiumi di inchiostro sul patriarcato, appelli di intellettuali e artisti contro il maschilismo tossico, richieste di scuse ed eventualmente di dimissioni, proposte per nuovi corsi di educazione alla parità di genere nelle scuole. Il tutto è avvenuto lo scorso sabato, a margine della presentazione del libro scritto da Prodi con Massimo Giannini presso l’Auditorium di Roma. Finché le domande le fanno gli amici, l’ex presidente della Commissione europea sorride ed è cordiale. Il volto si fa scuro quando arriva il turno della collega di Quarta Repubblica: «Posso chiederle che cosa ne pensa di questa frase, se la condivide?», domanda Orefici prima di leggere la citazione: «“La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio”». «Ma che cavolo mi chiede?», sbotta allora Prodi. «Io ho mai detto una cosa del genere in vita mia?». «È un passaggio del manifesto di Ventotene», replica la giornalista.A questo punto il professore inscena quello che gli esperti della parità di genere chiamerebbero mansplaining. Citando la Treccani, si tratta dell’«atteggiamento paternalistico con il quale certi uomini pretendono di rappresentare e spiegare alle donne il loro stesso punto di vista e ciò che è lecito o non è lecito che le donne facciano». La celebre enciclopedia riporta anche un’osservazione di Vera Gheno, sociolinguista e specialista in linguaggi giovanili, secondo cui un tratto «tipico del modo di esprimersi degli uomini è quello che in America chiamano mansplaining: quando a ogni parola di donna un uomo interviene a spiegare come un patriarca, perché lui la sa più lunga». Difficile trovare un esempio più calzante di questo.«Lo so benissimo signora», replica infatti Prodi all’ultima risposta di Orefici, intonando una cantilena tra il sarcastico e l’infantile: «Non sono mica un bambino, sa?». Proprio in quel momento, la mano si allunga verso il volto della giornalista, ne afferra i capelli e li tira leggermente. Nessuno strattone, come erroneamente descritto da qualcuno, ma nemmeno una mano sulla spalla, come affermato dal protagonista. Il servizio di Quarta Repubblica mostra chiaramente che le dita del professore sono ben sopra la spalla e afferrano una ciocca di capelli. Il gesto non è tale da provocare dolore, ma sicuramente è sufficiente per umiliare la donna. A chiunque guardi il video, infatti, la domanda sorge spontanea: se fosse stato un uomo, si sarebbe mai permesso di mettergli le mani addosso in quel modo? Avrebbe usato gli stessi toni da professorino spazientito?Ognuno, rivedendolo, può darsi una risposta. Il modo saccente, d’altra parte, continua anche nelle frasi successive. «Ma era nel 1941, gente messa in prigione dai fascisti...», aggiunge l’ex presidente: «Cosa pensavano secondo lei, al trattato o all’articolo secondo della Costituzione? Ma il senso della storia ce l’ha lei o no?». «Volevo sapere, visto che era stato citato…», prova a replicare Orefici. «Allora io le cito un verso di Maometto», la interrompe lui, «e mi dice cosa lei pensa di Maometto? Ma dai, su, questo è far politica in modo volgare, scusi». A questo punto si volta verso un’altra giornalista. La stessa Lavinia Orefici ha commentato l’accaduto: «Il presidente Prodi oltre a rispondere alla mia domanda con tono aggressivo e intimidatorio, ha preso una ciocca dei miei capelli e l’ha tirata. Ho sentito la sua mano fra i miei capelli, per me è stato scioccante. Lavoro per Mediaset da dieci anni, inviata all’estero su vari fronti e non ho mai vissuto una situazione del genere. Mi sono sentita offesa come giornalista e come donna».Basterebbe questo. Tuttavia, il professor Prodi non solo non si è premurato di rivolgere delle scuse alla collega, gesto che in qualche modo avrebbe consentito di archiviare la vicenda, ma ha anche riportato una versione fantasiosa dei fatti. «Nessuno strattone o tirata di capelli», ha commentato: «Come tutti i giornalisti e le persone presenti possono testimoniare ho appoggiato una mano sulla sua spalla perché stava dicendo cose assurde». Il filmato, però, lo sbugiarda. E ieri, in aggiunta, dribblando i cronisti al termine di un incontro a Bologna, si è permesso anche di fare lo spiritoso: «Figurati se parlo con una giornalista, che poi dicono che l’ho stuprata...». Proprio lui, quello con «la casa che ricorda un alveare color miele» (citazione da Repubblica), autore nel 1997 di una direttiva del presidente del Consiglio sull’attribuzione di poteri e responsabilità alle donne. Ma in silenzio, sull’accaduto, non è rimasto solo il centrosinistra: anche dall’Ordine dei giornalisti, come ha rilevato il deputato della Lega Rossano Sasso, neanche una voce si è alzata in difesa di Lavinia Orefici.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prodi-ha-tirato-i-capelli-2671396537.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="se-fosse-stato-un-politico-di-destra-la-stampa-avrebbe-fatto-le-barricate" data-post-id="2671396537" data-published-at="1742850275" data-use-pagination="False"> Se fosse stato un politico di destra la stampa avrebbe fatto le barricate Un attempato signore infastidito dalla domanda di una giornalista la strattona, le tira i capelli e le risponde in malo modo. Ci si aspetta che, a reti unificate, tv, giornaloni, Federazione della stampa, femministe, Ordine dei giornalisti, mobilitate le truppe del generale sdegno, facciano il diavolo a quattro. Invece su X Elon Musk a volte fa comodo, Luca Bottura, la voce del politicamente corretto, risponde a Francesca Totolo - ricercatrice di geopolitica - che stigmatizza il fatto: «Prodi ha fatto benissimo. Era ora che qualcuno desse al retequattrismo la risposta che merita. Peccato solo sia toccato a chi esegue ordini e non alla ghenga che ha trasformato una gran parte del giornalismo italiano nella cinghia di trasmissione della produzione di odio». Come se Bottura usasse un linguaggio da chierico: da restare senza woke! Sandra Zampa - vestale dei vaccini e cattofemminista - aggiunge: «Hai ragione, ma anche chi esegue dovrebbe avere una dignità». L’addetta Zampa di Prodi peraltro sostiene ogni due per tre: «Il governo della destra penalizza le donne in difficoltà». I fatti sono noti. Romano Prodi alla giornalista di Rete 4, Lavinia Orefici, che gli chiedeva un commento sul manifesto di Ventotene ha risposto malamente («Ma che cavolo mi chiedete?»), poi le ha tirato i capelli a dirle: stia buonina. Ha provato a negare, ma i filmati, trasmessi ieri sera da Nicola Porro conduttore di Quarta Repubblica, lo smentiscono e la Orefici ha commentato: «Mi sono sentita offesa come giornalista e come donna; mi dispiace che il presidente non si sia semplicemente scusato». Prodi non ha mai chiesto scusa in vita sua. È protetto dagli indignati speciali di sinistra: hanno trasformato la Orefici in provocatrice. E anche la Rizzoli difende il suo «autore» esprimendogli vicinanza dopo gli attacchi di alcuni giornali! Il professore ci provò anche con Oriana Fallaci che mai gli perdonò la seduta spiritica per trovare la prigione di Aldo Moro. Lei gli scrisse - era il 2001 e lui stava al vertice dell’Europa - «Non mi parve serio, Monsieur, meglio: non mi parve rispettoso, pietoso, umano, nei riguardi di Moro che stava per essere ucciso». Aggiungendo: «So che in Italia la chiamano Mortadella. E di ciò mi dolgo per la mortadella, che è uno squisito e nobile insaccato di cui andar fieri, non certo per lei che in me suscita disistima fin dal 1978». L’entourage prodiano provò ad «azzannare» la Fallaci. La vendetta ci fu nel 2006 con lui presidente del Consiglio; nonostante 75.000 firme che la volevano senatrice a vita, la nomina della Fallaci non arrivò. Con Alessandro Manzoni bisognerebbe scrivere «delle colonne infami» notando col gran lombardo: «Spegnere il lume è un mezzo opportunissimo per non veder la cosa che non piace, ma non per veder ciò che si desidera». La sinistra a parole vorrebbe la libertà e la dignità di stampa. Ma solo se il presunto attacco viene da destra. L’epoca più florida dell’indignazione a senso unico è stata quella di Silvio Berlusconi. Ma i due precedenti più clamorosi furono il pamphlet di Camilla Cederna, poi condannata per diffamazione, che portò alle dimissioni di Giovanni Leone (1978) da presidente della Repubblica, e, dieci anni prima, lo scandalo Sifar che assicurò il seggio parlamentare a Eugenio Scalfari. Nel 2009 la Fnsi interviene tre volte. Prima contro il famoso «editto bulgaro» (la sospensione dei programmi Rai di Enzo Biagi e Michele Santoro) poi per la celeberrima battuta su Rosy Bindi pronunciata a Porta Porta con tanto d’indignazione del gruppo delle «donne della realtà» e con l’allora segretario della Fnsi, Franco Siddi, giornalista del gruppo Espresso-Repubblica, che rampogna: «Non passa giorno senza che il presidente del Consiglio distilli la sua dose di disprezzo contro l’informazione: ha il coraggio di lamentarsi di un sistema che è sfigurato dal suo conflitto di interessi». Giuseppe Giulietti (Fnsi) difese Repubblica per le famose dieci domande a Berlusconi, ma se la prese con Il Giornale che con il cosiddetto metodo (Dino) Boffo aveva attaccato l’Avvenire. Quando vuole la corporazione funziona! Epico è l’intervento di Berlusconi a l’Infedele di Gad Lerner, che si indigna per l’offesa. Gli disse, era il 25 gennaio 2011: «La sua trasmissione è un postribolo televisivo». Tutti a difesa di Lucia Annunziata quando, il 9 gennaio del 2013, il Cav abbandonò lo studio di In mezz’ora. Epico lo scontro con Lilli Gruber nel 2018, ovviamente era intoccabile. La categoria nulla disse a Massimo D’Alema (Pd), che da presidente del Consiglio sparava raffiche di querele, né quando nel 2018, presenti i De Luca padre e figlio (Vincenzo e Roberto), Gaia Bozza di Fanpage vene aggredita da militanti pd a Salerno. Non dettero pace invece a Ignazio La Russa, presidente del Senato, lo scorso luglio, dopo le botte a un cronista della Stampa che aveva «spiato» una riunione di Casa Pound. Disse: «Assoluta e totale condanna, ma serve un modo più attento di fare le incursioni legittime da parte dei giornalisti. La persona aggredita, a cui va la mia solidarietà, non si è mai dichiarata giornalista». Per l’allora direttore di Repubblica, Maurizio Molinari: «La Russa ha varcato la linea rossa della libertà di stampa». Sempre da Repubblica - in questa lacunosa antologia delle «colonne infami» - il 30 luglio scorso Annalisa Cuzzocrea nel salotto «amico» di La 7 sentenzia: «Quello che è successo in Cina è molto grave; indicare come ha fatto Giorgia Meloni dei giornali come oppositori politici non è da Paese democratico». Ah, trovare su Repubblica il caso Prodi-Orefici è un’impresa.
Sono sbarcati poco dopo le 20 di ieri sera all’aeroporto di Roma Fiumicino con il primo volo di Etihad Airways da Abu Dhabi circa 200 italiani (278 i passeggeri totali a bordo) che erano rimasti bloccati negli ultimi giorni negli Emirati Arabi dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran.
«Siamo rimasti bloccati ad Abu Dhabi dopo essere arrivati da Hanoi, Vietnam, dopo 20 giorni di vacanza: momenti di paura ci sono stati; abbiamo sentito le esplosioni, dei botti, visto luci forti; udivamo poi sirene di ambulanze e polizia. Abbiamo, però, avuto la sensazione che gli Emirati avessero il pieno controllo della situazione». È la testimonianza di un turista sardo, uno dei circa 200 italiani rientrati a Fiumicino da Abu Dhabi, sul volo che ha visto a bordo anche stranieri e membri di equipaggio, in prevalenza spagnoli. «Il primo giorno in aeroporto è stato il più brutto – racconta una turista – abbiamo sentito grandi botti, caccia che si alzavano».
Friedrich Merz e Donald Trump alla Casa Bianca (Ansa)
Donald Trump si prepara allo spiegamento di soldati in territorio iraniano? Lunedì, parlando con il New York Post, il presidente americano non aveva escluso questo scenario in caso di necessità. Ieri, citando funzionari statunitensi, il Wall Street Journal ha rivelato che l’inquilino della Casa Bianca risulterebbe «aperto a sostenere gruppi in Iran disposti a imbracciare le armi per rovesciare il regime». «Un’idea», ha precisato il quotidiano, «che potrebbe trasformare le fazioni iraniane in forze di terra». Guarda caso, Axios ha rivelato che, domenica, Trump ha parlato al telefono con i leader curdi dell’Iraq per discutere dell’operazione bellica contro l’Iran. «I curdi hanno migliaia di soldati lungo il confine tra Iran e Iraq e controllano aree strategiche che potrebbero rivelarsi significative con l’evolversi della guerra», ha sottolineato la testata, per poi aggiungere che «i curdi iracheni hanno anche stretti legami con la minoranza curda iraniana». In particolare, la telefonata di domenica sarebbe avvenuta dopo intense pressioni portate avanti da Benjamin Netanyahu. Sembra che la Casa Bianca stia quindi prendendo in considerazione di fare affidamento sulle forze militari curde per condurre delle operazioni di terra nel conflitto contro il regime khomeinista.
Qualora dovesse decidersi a favore di questa opzione, Trump finirebbe probabilmente con l’irritare Recep Tayyip Erdogan. Negli scorsi mesi, i due presidenti si erano notevolmente avvicinati: in particolare, l’inquilino della Casa Bianca aveva dato la sua benedizione all’attuale regime filoturco di Damasco, infastidendo non poco Netanyahu. Tuttavia, l’attacco all’Iran non è piaciuto al sultano. Il punto è che le ritorsioni iraniane contro i Paesi del Golfo hanno spinto Riad e Doha ad assumere una linea di severità verso Teheran: il che rompe le uova nel paniere al presidente turco che, oltre agli storici legami con il Qatar, negli ultimi mesi si era significativamente avvicinato anche all’Arabia Saudita.
Nel frattempo, ieri Trump è tornato a parlare del conflitto in corso. «La loro difesa aerea, l’Aeronautica, la Marina e la leadership sono sparite. Vogliono parlare. Ho detto: “Troppo tardi!”», ha affermato su Truth, nonostante domenica si fosse detto aperto a «parlare» con l’attuale leadership iraniana. Questo cambio di rotta potrebbe significare che il presidente americano stia abbandonando l’idea di una soluzione venezuelana, preferendo appoggiarsi a gruppi armati locali di opposizione al regime khomeinista.
Elementi che vanno in questa direzione sono emersi anche durante l’incontro che Trump ha avuto ieri, alla Casa Bianca, con Friedrich Merz. Mentre il cancelliere esprimeva piena sintonia con Washington sulla «rimozione del terribile regime di Teheran» ed esortava la Spagna a rispettare gli impegni per le spese della Nato al 5%, il presidente americano, oltre a definire il dossier ucraino una «priorità», ha affermato che i possibili successori di Khamenei a cui aveva pensato sono ormai morti. «La maggior parte delle persone che avevo in mente per la leadership sono morte», ha detto, lasciando così intendere la crescente difficoltà di realizzare una soluzione venezuelana.
Al contempo, oltre a esprimere nuovamente scetticismo su un ruolo politico di Reza Pahlavi, il presidente ha corretto le precedenti dichiarazioni di Marco Rubio, negando che Israele abbia forzato la mano agli Usa per spingerli all’intervento militare. «Potrei aver forzato io la mano agli israeliani. Stavamo negoziando con questi pazzi, e secondo me avrebbero attaccato per primi», ha dichiarato, esortando gli iraniani a non protestare durante gli attacchi. Il presidente ha poi annunciato la rottura delle relazioni commerciali con la Spagna, come ritorsione alla decisione di Madrid di non consentire agli Usa l’utilizzo delle sue basi per l’operazione contro l’Iran. «Possiamo usare la loro base se vogliamo, possiamo semplicemente volare lì e usarla, nessuno ci dirà di non usarla», ha tuonato, elogiando invece la Germania, da lui definita «ottima».
Insomma, se in un primo momento sembrava intenzionato a una soluzione venezuelana, Trump pare adesso aver iniziato a cambiare linea. D’altronde, la progressiva eliminazione delle alte sfere del regime impedisce al presidente americano di trovare un interlocutore proveniente dal vecchio sistema di potere. È probabilmente anche in quest’ottica che va inserita l’opzione curda a cui sta pensando. Questo poi non vuol dire che la soluzione venezuelana sia stata messa totalmente da parte. È da sabato che il presidente americano oscilla tra posizioni divergenti per quanto concerne il futuro politico dell’Iran. Il che potrebbe essere sintomo del fatto che, dietro le quinte, non ci sia al momento una piena identità di vedute tra Trump e Netanyahu. Il premier israeliano è infatti freddo su uno scenario venezuelano, laddove la Casa Bianca lo preferirebbe sia per evitare un salto nel buio sia per disinnescare le divisioni esplose in seno alla base Maga sulla crisi iraniana.
Donald «scontento» umilia Starmer
L’alleanza tra Stati Uniti e Regno Unito, per decenni definita la «relazione speciale», non è più così granitica. A dirlo non è un osservatore qualsiasi, ma il presidente americano in persona. In un’intervista al tabloid britannico The Sun, infatti, Donald Trump ha messo sotto accusa il premier laburista Keir Starmer. Quella con Londra, ha ricordato Trump, «era la relazione più solida di tutte ed è molto triste vedere che, evidentemente, non è più quella di una volta». Parole pesanti, pronunciate mentre la crisi con l’Iran ha riportato al centro il tema del coordinamento strategico tra alleati occidentali.
Secondo il presidente americano, il governo britannico non avrebbe fornito il sostegno atteso nelle recenti tensioni mediorientali. Esattamente come la Spagna, tanto che il tycoon ha ordinato di «tagliare tutti gli accordi commerciali» con Madrid. Anche Starmer, appunto, «non è stato d’aiuto», ha affermato Trump senza giri di parole. «Non avrei mai pensato di vedere una cosa del genere». Poi, parlando dallo Studio Ovale, il presidente è stato ancora più caustico: «Non sono contento del Regno Unito, ci sono voluti tre o quattro giorni per capire dove potevamo atterrare. Starmer? Non abbiamo certo a che fare con Winston Churchill».
Per rimarcare la voragine che si è aperta tra le due sponde dell’Atlantico, Trump elogia esplicitamente gli altri partner europei: «La Francia è stata fantastica. Sono stati tutti fantastici. Il Regno Unito, invece, è stato molto diverso dagli altri». Il messaggio politico è chiaro: Parigi, da sempre considerata più autonoma rispetto a Washington, oggi appare a Trump più affidabile di Londra. È un rovesciamento simbolico che pesa come un macigno sulla reputazione di Downing Street.
L’intervista al Sun, peraltro, non si è limitata alla politica estera. Il presidente americano ha attaccato anche le scelte interne del governo laburista, in particolare sul fronte migratorio. Secondo Trump, Starmer starebbe cercando di «ingraziarsi gli elettori musulmani», lasciando intendere che alcune cautele su Medio Oriente e immigrazione siano dettate più da calcoli elettorali che da valutazioni strategiche. È un’accusa che suona provocatoria, ma che non è certo campata per aria. Proprio ieri, infatti, un sondaggio YouGov ha certificato una scossa profonda nel sistema politico britannico: per la prima volta conservatori e laburisti (entrambi al 16%), cioè le forze tradizionali che hanno dominato Westminster per oltre un secolo, sono state superate da partiti alternativi, Reform Uk di Nigel Farage (23%) e i Verdi di Zack Polanski (21%).
Per Starmer è un ulteriore colpo dopo la sconfitta alle suppletive di Manchester, dove i Verdi hanno espugnato una roccaforte storica dei laburisti, facendo leva proprio sugli elettori islamici. Ieri, peraltro, ci ha pensato Chaudhry Mohammad Sarwar a gettare benzina sul fuoco: l’ex deputato di origini pachistane, noto per essere stato il primo eletto di fede musulmana tra le file del Labour, si è abbandonato a un elogio di Khamenei, da lui definito «un martire», sollevando un polverone di critiche e prese di distanza.
Insomma, quando Trump accusa Starmer di non essere più un alleato affidabile e di guardare più al consenso interno che alla coerenza geopolitica, il presidente americano tocca un nervo scoperto del premier laburista. La divaricazione tra Washington e Londra non è soltanto diplomatica: riflette una trasformazione profonda degli equilibri interni al Regno Unito. E la «relazione speciale», per la prima volta, appare meno speciale anche per chi, dalla Casa Bianca, l’aveva sempre data per scontata.
Continua a leggereRiduci
Mojtaba Khamenei (Ansa)
Mojtaba Khamenei, figlio della defunta Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei, sarebbe sopravvissuto agli attacchi israelo-americani contro il Paese, secondo due fonti iraniane citate dall’agenzia Reuters. La notizia arriva dopo che ieri Iran International, testata vicina all’opposizione iraniana della diaspora, aveva annunciato l’elezione di Mojtaba come successore di Ali Khamenei, ucciso nel primo giorno di guerra. La notizia, tuttavia, per ora non è stata confermata. Israele questa mattina ha subito avvertito che qualsiasi nuovo leader iraniano diventerebbe un bersaglio dei suoi attacchi. Nonostante non sia mai stato eletto o nominato a una carica governativa, un cablogramma diplomatico statunitense del 2008 affermava che Mojtaba era «ampiamente considerato all’interno del regime come un leader e un manager capace e risoluto, che un giorno potrebbe succedergli almeno in parte alla leadership nazionale».
Per anni Mojtaba Khamenei è stato l’uomo che agiva dietro le quinte del potere iraniano. Un profilo pubblico quasi inesistente, poche apparizioni ufficiali e nessun incarico istituzionale di primo piano. Eppure il suo nome è rimasto a lungo uno dei più evocati negli ambienti politici e diplomatici quando si discuteva della futura leadership della Repubblica islamica. Nato nel 1969 a Mashhad, Mojtaba ha seguito il tradizionale percorso clericale sciita, formandosi nei seminari religiosi di Qom, il principale centro teologico del Paese. A differenza di molti esponenti dell’establishment iraniano, non ha costruito la propria carriera attraverso incarichi governativi o elettivi. La sua influenza si è sviluppata piuttosto all’interno delle reti di potere che ruotano attorno all’ufficio della Guida Suprema, diventando nel tempo una figura di raccordo tra il clero politico e gli apparati di sicurezza.
Proprio in questo spazio informale si colloca la sua reale forza. Mojtaba Khamenei è stato spesso indicato come uno degli interlocutori privilegiati dei vertici del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, i Pasdaran, e della milizia Basij. In un sistema dove l’autorità religiosa si intreccia con il peso degli apparati militari e di intelligence, la costruzione di relazioni personali e reti di fedeltà può risultare decisiva quanto una carica ufficiale.
Attorno alla sua figura si muove da anni un ristretto circolo di uomini che rappresentano il vero perimetro del potere nella Repubblica islamica. Non si tratta di una struttura formalizzata, ma di una rete composta da religiosi, funzionari dell’ufficio della Guida Suprema e figure chiave della sicurezza nazionale. Tra questi spicca Ali Asghar Hejazi, responsabile degli affari politico-di sicurezza dell’ufficio della Guida Suprema e considerato uno degli uomini più influenti dell’apparato di intelligence iraniano. Accanto a lui operano personalità come Mohammad Golpayegani, capo dello staff della Guida Suprema, e diplomatici di lunga esperienza come Ali Akbar Velayati e Kamal Kharazi, entrambi coinvolti da anni nei dossier strategici della politica estera di Teheran.Secondo numerose analisi, è proprio all’interno di questo nucleo di potere – composto da consiglieri religiosi, funzionari e comandanti militari – che Mojtaba Khamenei avrebbe consolidato nel tempo la propria posizione. In particolare, i suoi rapporti con i Pasdaran e con i vertici della sicurezza lo hanno trasformato in una figura di riferimento per i settori più conservatori del regime, rafforzando la percezione di un ruolo politico esercitato lontano dai riflettori. Il tema della successione alla guida del Paese ha inevitabilmente riportato il suo nome al centro del dibattito. L’ipotesi di un passaggio del potere da padre a figlio rappresenterebbe tuttavia uno scenario estremamente delicato per la Repubblica islamica. La rivoluzione del 1979 nacque anche come rottura con il sistema monarchico dello Scià, e l’idea di una successione familiare potrebbe essere percepita come una contraddizione simbolica rispetto ai principi originari del regime.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento: il rango religioso. La carica di Guida Suprema richiede un’autorità teologica riconosciuta e il consenso dell’Assemblea degli Esperti, l’organismo composto da religiosi incaricato di scegliere il leader del Paese. Mojtaba, pur essendo un religioso formato, non possiede lo stesso livello di autorevolezza dottrinale di alcuni grandi ayatollah della gerarchia sciita.
Sul piano strategico, il suo profilo viene spesso associato a una linea di continuità con la politica adottata negli ultimi decenni dalla leadership iraniana: sostegno agli alleati regionali, ruolo centrale dei Pasdaran negli equilibri interni e fermezza nei confronti delle pressioni occidentali sul programma nucleare. Tuttavia, proprio la natura discreta della sua attività rende difficile distinguere tra influenza reale e percezione costruita attorno al suo nome. In un sistema complesso e opaco come quello iraniano, il potere non si misura soltanto con le cariche ufficiali. Mojtaba Khamenei rappresenta piuttosto la dimensione meno visibile ma più incisiva della Repubblica islamica: quella delle relazioni personali, delle reti di fedeltà e degli equilibri tra clero, apparati militari e strutture di sicurezza. Un potere che spesso si esercita lontano dalla scena pubblica, ma che può rivelarsi decisivo nei momenti di transizione politica del Paese.
Continua a leggereRiduci
Emmanuel Macron (Ansa)
In Europa è calato l’inverno nucleare. L’iniziativa di Emmanuel Macron, che ha offerto agli alleati il suo ombrello atomico, pronto a rimpolparlo con un numero imprecisato di nuovi ordigni in nome della «deterrenza avanzata», non ha raccolto ovunque entusiasmi. Ha suscitato l’interesse dei tedeschi, consapevoli che il pulsante dell’apocalisse rimarrà all’Eliseo, ma speranzosi che, presto, le loro forze convenzionali supereranno quelle francesi, bilanciando l’attuale squilibrio. In cambio, Parigi fiuta l’opportunità di mettere le mani sulla tecnologia di Berlino per i missili a lungo raggio. Risultano disposti a collaborare anche gli inglesi, già dotati di un loro arsenale; i polacchi; gli olandesi; i belgi; i danesi; gli svedesi; i greci. Ieri, invece, la Lituania ha esplicitamente rispedito al mittente la proposta: «L’arsenale nucleare degli Stati Uniti», ha detto la consigliera per la politica estera del presidente della Repubblica, «è e rimane anche l’arsenale nucleare della Nato. Questo è l’ombrello della Nato che abbiamo tanto cercato quando siamo entrati nell’Alleanza, nel 2004, e di cui ancora oggi ci fidiamo».
Benché non ci siano comunicati ufficiali, la posizione dell’Italia dovrebbe essere analoga. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, lo diceva un anno fa: «La nostra grande Alleanza atlantica è l’unico ombrello credibile». Per di più, la Francia possiede solo ordigni strategici (quelli stile Hiroshima, per intenderci). Non ha armi tattiche, utilizzabili sul campo di battaglia. La sua è pura dottrina della dissuasione. Come Vilnius, noi siamo restii a recidere i legami atlantici, per metterci in mano ai cugini transalpini. Non è solo una questione di attriti personali tra Macron e Giorgia Meloni. Il punto è che la subordinazione a una grande potenza, qual è l’America, è un fatto naturale; quella a un Paese di dimensioni paragonabili, che così andremmo a cristallizzare, è un rischio. L’unico precedente storico non è incoraggiante: nel 1956, Italia, Germania Ovest e Francia stipularono un accordo tripartito per sviluppare insieme armamenti nucleari. Due anni dopo, il progetto sembrava in dirittura d’arrivo, ma il generale Charles de Gaulle lo fece naufragare, preferendo costruire la force de frappe nazionale.
Sarebbe interessante capire in che modo il programma di Macron si sposi con il timore, da lui stesso cavalcato, che il suo Paese finisca in mano a un partito vassallo di Vladimir Putin: monsieur le président è dunque disposto a consegnare altre atomiche a Marine Le Pen? Un discorso analogo varrebbe per Friedrich Merz: ora è all’inizio del mandato, ma per quando avrà completato la ristrutturazione della Bundeswehr, alla cancelleria potrebbe essere arrivato un esponente di Alternative für Deutschland. Che avrà l’esercito più forte del continente.
L’unico esponente dell’esecutivo a commentare le parole del dottor Stranamore di Parigi è stato il vicepremier. Matteo Salvini è tranchant: «Quello che dice Macron per me conta zero». La reticenza di Roma ha innescato le proteste di Carlo Calenda, il quale considera un «grave errore» rinunciare alla «forza di dissuasione europea». Il discorso filerebbe, se la «forza» non fosse francese prima che «europea».
Le preoccupazioni della politica nostrana, comunque, per adesso riguardano prevalentemente il ruolo italiano in Medio Oriente. Ieri, Crosetto ha confermato all’Ansa che il governo sta valutando come «aiutare» i Paesi del Golfo, «sia dal punto di vista degli assetti che possono essere dati, sia vagliando anche con che sistema giuridico farlo: un decreto legge o in che modo farlo il più velocemente possibile». Per il momento non si parla di inviare caccia o armi offensive; semmai, delle contraeree per neutralizzare i raid iraniani. Tenendo conto che, se spedissimo un sistema Samp/T nella penisola arabica, a noi ne rimarrebbe soltanto uno.
Il Movimento 5 stelle, intanto, è in fibrillazione per l’utilizzo delle basi statunitensi situate sul nostro territorio. Sigonella e Muos a Niscemi, hanno scritto in una nota i capigruppo pentastellati nelle commissioni Esteri e Difesa di Senato e Camera, Alessandra Maiorino, Francesco Silvestri e Arnaldo Lomuti, «sono già coinvolte nella guerra contro l’Iran. Nell’aeroporto militare nella Sicilia orientale si registra un intenso traffico di aerei cargo e di aerei spia americani. Il centro satellitare di Muos è per definizione coinvolto. Il ministro della Difesa Crosetto chiarisca queste circostanze». Secondo il loro collega Riccardo Ricciardi, l’esecutivo ci sta trasformando in un «bersaglio». Pd, M5s e Iv hanno esortato la Meloni a riferire in Aula «e non al Tg5». Un suo intervento in vista del Consiglio Ue era già in calendario per il 18 marzo. Crosetto, al momento, ha escluso che le piattaforme Usa sul nostro territorio siano interessate dalle operazioni belliche: quando gli americani «ce lo chiederanno», ha detto, «risponderemo. È una decisione del governo».
Teheran, intanto, ha minacciato gli Stati europei: qualunque tentativo di difendere i partner del Golfo sarà equiparato a un atto di guerra. Quasi l’intero continente, non la sola Cipro, potrebbe essere sotto tiro. Nondimeno, la Francia, che ha confermato lo spostamento nel Mediterraneo della portaerei de Gaulle, starebbe inviando nell’isola sistemi antidroni e antimissile, oltre a una seconda fregata; Londra, la cui base cipriota è stata il bersaglio degli attacchi dei pasdaran, sarebbe in procinto di far salpare il cacciatorpediniere Hms Duncan.
La nuova guerra non è un affarone per noi. Ma se è vero quello che ha detto Mark Rutte, segretario Nato, in Europa la campagna di Donald Trump gode di «ampio sostegno». I tempi di Michel Foucault innamorato della rivoluzione islamica sono lontani. Si fatica a rimpiangere un ayatollah.
Europa in ginocchio da Zelensky per accedere al petrolio russo
Europa in retromarcia. Come al solito. Prima ordina all’Ucraina di bloccare il passaggio del petrolio russo. Ora bussa alla porta di Kiev chiedendo di riaprire il rubinetto. Zelensky, però, punta i piedi. Al centro del confronto l’oleodotto Druzhba («amicizia», in russo). Un nome oggi paradossale. Rifornisce Ungheria e Slovacchia, due Paesi che con Mosca hanno un rapporto meno conflittuale rispetto al resto dell’Unione. E proprio su quel tubo, colpito da un attacco aereo russo a gennaio secondo Kiev, si sta consumando l’ennesimo paradosso europeo. L’Ucraina sostiene che l’infrastruttura è gravemente danneggiata: un serbatoio da 75.000 metri cubi in fiamme per dieci giorni, trasformatori distrutti, sistemi di rilevamento compromessi. Un incendio esteso quanto un campo da calcio, dicono a Kiev. Dall’altra parte del confine il copione è diverso. Il premier ungherese Viktor Orbán accusa Kiev di esagerare. Sostiene di avere immagini satellitari che mostrerebbero danni non tali da impedire il funzionamento. Nel frattempo blocca un pacchetto di aiuti europei da 90 miliardi di euro destinati all’Ucraina. La logica è semplice: niente petrolio, niente soldi.
In mezzo c’è Bruxelles, che si scopre improvvisamente pragmatica. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa, durante la loro visita a Kiev per il quarto anniversario dell’invasione russa, avrebbero chiesto accesso al sito per verificare i danni in modo indipendente. Risposta: no, per motivi di sicurezza.
La scena è quasi surreale. L’Europa che da due anni proclama l’addio definitivo all’energia russa ora chiede di ispezionare un oleodotto che porta greggio di Mosca verso due capitali dell’Unione. Perché? Perché i prezzi dell’energia sono tornati a salire dopo le tensioni in Medio Oriente e l’interruzione di forniture globali. E quando le bollette corrono, le ideologie rallentano.
È il trionfo del «realismo termico»: quando fa freddo, il rigore energetico si abbassa di un grado.
Kiev non arretra. Un alto funzionario vicino al presidente Volodymyr Zelensky lo dice senza giri di parole: perché dovremmo riparare, in tempo di guerra e senza cessate il fuoco, un oleodotto che porta petrolio dalla Russia agli amici della Russia? Tradotto: state chiedendo a un Paese bombardato di garantire il comfort energetico di governi che con Mosca mantengono rapporti cordiali.
Anche il premier slovacco Robert Fico si è unito alla richiesta di una «missione di accertamento». Kiev, raccontano fonti diplomatiche, avrebbe respinto l’offerta per ragioni di sicurezza. Zelensky, dal canto suo, accusa Orbán di usare la questione come leva elettorale. «State bloccando 90 miliardi di euro. Sono soldi che ci servono per sopravvivere», ha detto.
Il punto politico è tutto qui: l’Europa è talmente alla canna del gas - in senso quasi letterale - da chiedere all’Ucraina di riattivare un’infrastruttura che alimenta la dipendenza energetica da Mosca, proprio mentre combatte contro Mosca. È un cortocircuito che nessun comunicato stampa riesce a mascherare.
L’Europa aveva promesso autonomia strategica. Si ritrova a fare i conti con la realtà delle infrastrutture. I tubi di un oleodotto non si spostano con i tweet, e i flussi non si sostituiscono con i comunicati. La transizione energetica è un processo, non un interruttore.
Continua a leggereRiduci