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2025-03-25
Il video che svergogna Prodi
Ora che ha dato il cattivo esempio, per parafrasare una nota canzone di Fabrizio De André, Romano Prodi - e con lui tutto il fronte progressista che si è guardato bene dal condannare il gesto - può smettere di dare buoni consigli. Ieri sera a Quarta Repubblica, programma condotto da Nicola Porro su Rete 4, è stato trasmesso il video in cui l’ex premier se la prende con la giornalista Lavinia Orefici, rea di avergli posto una domanda sgradita sul manifesto di Ventotene. Il filmato parla chiaro: non solo il padre dell’Ulivo (o forse sarebbe meglio dire patriarca) si rivolge alla donna con aria di scherno e toni da professorino, ma con una mano le afferra anche i capelli e, per quanto senza particolare forza, li strattona. Non è difficile immaginare che cosa sarebbe successo se, a parti invertite, un politico di destra si fosse comportato in questo modo con una giornalista di sinistra (cosa che, per altro, non accade): fiumi di inchiostro sul patriarcato, appelli di intellettuali e artisti contro il maschilismo tossico, richieste di scuse ed eventualmente di dimissioni, proposte per nuovi corsi di educazione alla parità di genere nelle scuole.
Il tutto è avvenuto lo scorso sabato, a margine della presentazione del libro scritto da Prodi con Massimo Giannini presso l’Auditorium di Roma. Finché le domande le fanno gli amici, l’ex presidente della Commissione europea sorride ed è cordiale. Il volto si fa scuro quando arriva il turno della collega di Quarta Repubblica: «Posso chiederle che cosa ne pensa di questa frase, se la condivide?», domanda Orefici prima di leggere la citazione: «“La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio”». «Ma che cavolo mi chiede?», sbotta allora Prodi. «Io ho mai detto una cosa del genere in vita mia?». «È un passaggio del manifesto di Ventotene», replica la giornalista.
A questo punto il professore inscena quello che gli esperti della parità di genere chiamerebbero mansplaining. Citando la Treccani, si tratta dell’«atteggiamento paternalistico con il quale certi uomini pretendono di rappresentare e spiegare alle donne il loro stesso punto di vista e ciò che è lecito o non è lecito che le donne facciano». La celebre enciclopedia riporta anche un’osservazione di Vera Gheno, sociolinguista e specialista in linguaggi giovanili, secondo cui un tratto «tipico del modo di esprimersi degli uomini è quello che in America chiamano mansplaining: quando a ogni parola di donna un uomo interviene a spiegare come un patriarca, perché lui la sa più lunga». Difficile trovare un esempio più calzante di questo.
«Lo so benissimo signora», replica infatti Prodi all’ultima risposta di Orefici, intonando una cantilena tra il sarcastico e l’infantile: «Non sono mica un bambino, sa?». Proprio in quel momento, la mano si allunga verso il volto della giornalista, ne afferra i capelli e li tira leggermente. Nessuno strattone, come erroneamente descritto da qualcuno, ma nemmeno una mano sulla spalla, come affermato dal protagonista. Il servizio di Quarta Repubblica mostra chiaramente che le dita del professore sono ben sopra la spalla e afferrano una ciocca di capelli. Il gesto non è tale da provocare dolore, ma sicuramente è sufficiente per umiliare la donna. A chiunque guardi il video, infatti, la domanda sorge spontanea: se fosse stato un uomo, si sarebbe mai permesso di mettergli le mani addosso in quel modo? Avrebbe usato gli stessi toni da professorino spazientito?
Ognuno, rivedendolo, può darsi una risposta. Il modo saccente, d’altra parte, continua anche nelle frasi successive. «Ma era nel 1941, gente messa in prigione dai fascisti...», aggiunge l’ex presidente: «Cosa pensavano secondo lei, al trattato o all’articolo secondo della Costituzione? Ma il senso della storia ce l’ha lei o no?». «Volevo sapere, visto che era stato citato…», prova a replicare Orefici. «Allora io le cito un verso di Maometto», la interrompe lui, «e mi dice cosa lei pensa di Maometto? Ma dai, su, questo è far politica in modo volgare, scusi». A questo punto si volta verso un’altra giornalista.
La stessa Lavinia Orefici ha commentato l’accaduto: «Il presidente Prodi oltre a rispondere alla mia domanda con tono aggressivo e intimidatorio, ha preso una ciocca dei miei capelli e l’ha tirata. Ho sentito la sua mano fra i miei capelli, per me è stato scioccante. Lavoro per Mediaset da dieci anni, inviata all’estero su vari fronti e non ho mai vissuto una situazione del genere. Mi sono sentita offesa come giornalista e come donna».
Basterebbe questo. Tuttavia, il professor Prodi non solo non si è premurato di rivolgere delle scuse alla collega, gesto che in qualche modo avrebbe consentito di archiviare la vicenda, ma ha anche riportato una versione fantasiosa dei fatti. «Nessuno strattone o tirata di capelli», ha commentato: «Come tutti i giornalisti e le persone presenti possono testimoniare ho appoggiato una mano sulla sua spalla perché stava dicendo cose assurde». Il filmato, però, lo sbugiarda. E ieri, in aggiunta, dribblando i cronisti al termine di un incontro a Bologna, si è permesso anche di fare lo spiritoso: «Figurati se parlo con una giornalista, che poi dicono che l’ho stuprata...». Proprio lui, quello con «la casa che ricorda un alveare color miele» (citazione da Repubblica), autore nel 1997 di una direttiva del presidente del Consiglio sull’attribuzione di poteri e responsabilità alle donne. Ma in silenzio, sull’accaduto, non è rimasto solo il centrosinistra: anche dall’Ordine dei giornalisti, come ha rilevato il deputato della Lega Rossano Sasso, neanche una voce si è alzata in difesa di Lavinia Orefici.
Se fosse stato un politico di destra la stampa avrebbe fatto le barricate
Un attempato signore infastidito dalla domanda di una giornalista la strattona, le tira i capelli e le risponde in malo modo. Ci si aspetta che, a reti unificate, tv, giornaloni, Federazione della stampa, femministe, Ordine dei giornalisti, mobilitate le truppe del generale sdegno, facciano il diavolo a quattro. Invece su X Elon Musk a volte fa comodo, Luca Bottura, la voce del politicamente corretto, risponde a Francesca Totolo - ricercatrice di geopolitica - che stigmatizza il fatto: «Prodi ha fatto benissimo. Era ora che qualcuno desse al retequattrismo la risposta che merita. Peccato solo sia toccato a chi esegue ordini e non alla ghenga che ha trasformato una gran parte del giornalismo italiano nella cinghia di trasmissione della produzione di odio». Come se Bottura usasse un linguaggio da chierico: da restare senza woke! Sandra Zampa - vestale dei vaccini e cattofemminista - aggiunge: «Hai ragione, ma anche chi esegue dovrebbe avere una dignità». L’addetta Zampa di Prodi peraltro sostiene ogni due per tre: «Il governo della destra penalizza le donne in difficoltà». I fatti sono noti. Romano Prodi alla giornalista di Rete 4, Lavinia Orefici, che gli chiedeva un commento sul manifesto di Ventotene ha risposto malamente («Ma che cavolo mi chiedete?»), poi le ha tirato i capelli a dirle: stia buonina. Ha provato a negare, ma i filmati, trasmessi ieri sera da Nicola Porro conduttore di Quarta Repubblica, lo smentiscono e la Orefici ha commentato: «Mi sono sentita offesa come giornalista e come donna; mi dispiace che il presidente non si sia semplicemente scusato». Prodi non ha mai chiesto scusa in vita sua. È protetto dagli indignati speciali di sinistra: hanno trasformato la Orefici in provocatrice. E anche la Rizzoli difende il suo «autore» esprimendogli vicinanza dopo gli attacchi di alcuni giornali! Il professore ci provò anche con Oriana Fallaci che mai gli perdonò la seduta spiritica per trovare la prigione di Aldo Moro. Lei gli scrisse - era il 2001 e lui stava al vertice dell’Europa - «Non mi parve serio, Monsieur, meglio: non mi parve rispettoso, pietoso, umano, nei riguardi di Moro che stava per essere ucciso». Aggiungendo: «So che in Italia la chiamano Mortadella. E di ciò mi dolgo per la mortadella, che è uno squisito e nobile insaccato di cui andar fieri, non certo per lei che in me suscita disistima fin dal 1978». L’entourage prodiano provò ad «azzannare» la Fallaci. La vendetta ci fu nel 2006 con lui presidente del Consiglio; nonostante 75.000 firme che la volevano senatrice a vita, la nomina della Fallaci non arrivò. Con Alessandro Manzoni bisognerebbe scrivere «delle colonne infami» notando col gran lombardo: «Spegnere il lume è un mezzo opportunissimo per non veder la cosa che non piace, ma non per veder ciò che si desidera». La sinistra a parole vorrebbe la libertà e la dignità di stampa. Ma solo se il presunto attacco viene da destra. L’epoca più florida dell’indignazione a senso unico è stata quella di Silvio Berlusconi. Ma i due precedenti più clamorosi furono il pamphlet di Camilla Cederna, poi condannata per diffamazione, che portò alle dimissioni di Giovanni Leone (1978) da presidente della Repubblica, e, dieci anni prima, lo scandalo Sifar che assicurò il seggio parlamentare a Eugenio Scalfari. Nel 2009 la Fnsi interviene tre volte. Prima contro il famoso «editto bulgaro» (la sospensione dei programmi Rai di Enzo Biagi e Michele Santoro) poi per la celeberrima battuta su Rosy Bindi pronunciata a Porta Porta con tanto d’indignazione del gruppo delle «donne della realtà» e con l’allora segretario della Fnsi, Franco Siddi, giornalista del gruppo Espresso-Repubblica, che rampogna: «Non passa giorno senza che il presidente del Consiglio distilli la sua dose di disprezzo contro l’informazione: ha il coraggio di lamentarsi di un sistema che è sfigurato dal suo conflitto di interessi». Giuseppe Giulietti (Fnsi) difese Repubblica per le famose dieci domande a Berlusconi, ma se la prese con Il Giornale che con il cosiddetto metodo (Dino) Boffo aveva attaccato l’Avvenire. Quando vuole la corporazione funziona! Epico è l’intervento di Berlusconi a l’Infedele di Gad Lerner, che si indigna per l’offesa. Gli disse, era il 25 gennaio 2011: «La sua trasmissione è un postribolo televisivo». Tutti a difesa di Lucia Annunziata quando, il 9 gennaio del 2013, il Cav abbandonò lo studio di In mezz’ora. Epico lo scontro con Lilli Gruber nel 2018, ovviamente era intoccabile. La categoria nulla disse a Massimo D’Alema (Pd), che da presidente del Consiglio sparava raffiche di querele, né quando nel 2018, presenti i De Luca padre e figlio (Vincenzo e Roberto), Gaia Bozza di Fanpage vene aggredita da militanti pd a Salerno. Non dettero pace invece a Ignazio La Russa, presidente del Senato, lo scorso luglio, dopo le botte a un cronista della Stampa che aveva «spiato» una riunione di Casa Pound. Disse: «Assoluta e totale condanna, ma serve un modo più attento di fare le incursioni legittime da parte dei giornalisti. La persona aggredita, a cui va la mia solidarietà, non si è mai dichiarata giornalista». Per l’allora direttore di Repubblica, Maurizio Molinari: «La Russa ha varcato la linea rossa della libertà di stampa». Sempre da Repubblica - in questa lacunosa antologia delle «colonne infami» - il 30 luglio scorso Annalisa Cuzzocrea nel salotto «amico» di La 7 sentenzia: «Quello che è successo in Cina è molto grave; indicare come ha fatto Giorgia Meloni dei giornali come oppositori politici non è da Paese democratico». Ah, trovare su Repubblica il caso Prodi-Orefici è un’impresa.
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Il filmato (clicca qui per visualizzarlo) trasmesso da Rete 4 mostra l’ex premier prendere per i capelli la reporter mentre l’apostrofa con disprezzo per una domanda scomoda. Se un politico di destra avesse fatto un gesto così, avremmo i giornalisti sulle barricate. Invece molti applaudono Mortadella.Ora che ha dato il cattivo esempio, per parafrasare una nota canzone di Fabrizio De André, Romano Prodi - e con lui tutto il fronte progressista che si è guardato bene dal condannare il gesto - può smettere di dare buoni consigli. Ieri sera a Quarta Repubblica, programma condotto da Nicola Porro su Rete 4, è stato trasmesso il video in cui l’ex premier se la prende con la giornalista Lavinia Orefici, rea di avergli posto una domanda sgradita sul manifesto di Ventotene. Il filmato parla chiaro: non solo il padre dell’Ulivo (o forse sarebbe meglio dire patriarca) si rivolge alla donna con aria di scherno e toni da professorino, ma con una mano le afferra anche i capelli e, per quanto senza particolare forza, li strattona. Non è difficile immaginare che cosa sarebbe successo se, a parti invertite, un politico di destra si fosse comportato in questo modo con una giornalista di sinistra (cosa che, per altro, non accade): fiumi di inchiostro sul patriarcato, appelli di intellettuali e artisti contro il maschilismo tossico, richieste di scuse ed eventualmente di dimissioni, proposte per nuovi corsi di educazione alla parità di genere nelle scuole. Il tutto è avvenuto lo scorso sabato, a margine della presentazione del libro scritto da Prodi con Massimo Giannini presso l’Auditorium di Roma. Finché le domande le fanno gli amici, l’ex presidente della Commissione europea sorride ed è cordiale. Il volto si fa scuro quando arriva il turno della collega di Quarta Repubblica: «Posso chiederle che cosa ne pensa di questa frase, se la condivide?», domanda Orefici prima di leggere la citazione: «“La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio”». «Ma che cavolo mi chiede?», sbotta allora Prodi. «Io ho mai detto una cosa del genere in vita mia?». «È un passaggio del manifesto di Ventotene», replica la giornalista.A questo punto il professore inscena quello che gli esperti della parità di genere chiamerebbero mansplaining. Citando la Treccani, si tratta dell’«atteggiamento paternalistico con il quale certi uomini pretendono di rappresentare e spiegare alle donne il loro stesso punto di vista e ciò che è lecito o non è lecito che le donne facciano». La celebre enciclopedia riporta anche un’osservazione di Vera Gheno, sociolinguista e specialista in linguaggi giovanili, secondo cui un tratto «tipico del modo di esprimersi degli uomini è quello che in America chiamano mansplaining: quando a ogni parola di donna un uomo interviene a spiegare come un patriarca, perché lui la sa più lunga». Difficile trovare un esempio più calzante di questo.«Lo so benissimo signora», replica infatti Prodi all’ultima risposta di Orefici, intonando una cantilena tra il sarcastico e l’infantile: «Non sono mica un bambino, sa?». Proprio in quel momento, la mano si allunga verso il volto della giornalista, ne afferra i capelli e li tira leggermente. Nessuno strattone, come erroneamente descritto da qualcuno, ma nemmeno una mano sulla spalla, come affermato dal protagonista. Il servizio di Quarta Repubblica mostra chiaramente che le dita del professore sono ben sopra la spalla e afferrano una ciocca di capelli. Il gesto non è tale da provocare dolore, ma sicuramente è sufficiente per umiliare la donna. A chiunque guardi il video, infatti, la domanda sorge spontanea: se fosse stato un uomo, si sarebbe mai permesso di mettergli le mani addosso in quel modo? Avrebbe usato gli stessi toni da professorino spazientito?Ognuno, rivedendolo, può darsi una risposta. Il modo saccente, d’altra parte, continua anche nelle frasi successive. «Ma era nel 1941, gente messa in prigione dai fascisti...», aggiunge l’ex presidente: «Cosa pensavano secondo lei, al trattato o all’articolo secondo della Costituzione? Ma il senso della storia ce l’ha lei o no?». «Volevo sapere, visto che era stato citato…», prova a replicare Orefici. «Allora io le cito un verso di Maometto», la interrompe lui, «e mi dice cosa lei pensa di Maometto? Ma dai, su, questo è far politica in modo volgare, scusi». A questo punto si volta verso un’altra giornalista. La stessa Lavinia Orefici ha commentato l’accaduto: «Il presidente Prodi oltre a rispondere alla mia domanda con tono aggressivo e intimidatorio, ha preso una ciocca dei miei capelli e l’ha tirata. Ho sentito la sua mano fra i miei capelli, per me è stato scioccante. Lavoro per Mediaset da dieci anni, inviata all’estero su vari fronti e non ho mai vissuto una situazione del genere. Mi sono sentita offesa come giornalista e come donna».Basterebbe questo. Tuttavia, il professor Prodi non solo non si è premurato di rivolgere delle scuse alla collega, gesto che in qualche modo avrebbe consentito di archiviare la vicenda, ma ha anche riportato una versione fantasiosa dei fatti. «Nessuno strattone o tirata di capelli», ha commentato: «Come tutti i giornalisti e le persone presenti possono testimoniare ho appoggiato una mano sulla sua spalla perché stava dicendo cose assurde». Il filmato, però, lo sbugiarda. E ieri, in aggiunta, dribblando i cronisti al termine di un incontro a Bologna, si è permesso anche di fare lo spiritoso: «Figurati se parlo con una giornalista, che poi dicono che l’ho stuprata...». Proprio lui, quello con «la casa che ricorda un alveare color miele» (citazione da Repubblica), autore nel 1997 di una direttiva del presidente del Consiglio sull’attribuzione di poteri e responsabilità alle donne. Ma in silenzio, sull’accaduto, non è rimasto solo il centrosinistra: anche dall’Ordine dei giornalisti, come ha rilevato il deputato della Lega Rossano Sasso, neanche una voce si è alzata in difesa di Lavinia Orefici.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prodi-ha-tirato-i-capelli-2671396537.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="se-fosse-stato-un-politico-di-destra-la-stampa-avrebbe-fatto-le-barricate" data-post-id="2671396537" data-published-at="1742850275" data-use-pagination="False"> Se fosse stato un politico di destra la stampa avrebbe fatto le barricate Un attempato signore infastidito dalla domanda di una giornalista la strattona, le tira i capelli e le risponde in malo modo. Ci si aspetta che, a reti unificate, tv, giornaloni, Federazione della stampa, femministe, Ordine dei giornalisti, mobilitate le truppe del generale sdegno, facciano il diavolo a quattro. Invece su X Elon Musk a volte fa comodo, Luca Bottura, la voce del politicamente corretto, risponde a Francesca Totolo - ricercatrice di geopolitica - che stigmatizza il fatto: «Prodi ha fatto benissimo. Era ora che qualcuno desse al retequattrismo la risposta che merita. Peccato solo sia toccato a chi esegue ordini e non alla ghenga che ha trasformato una gran parte del giornalismo italiano nella cinghia di trasmissione della produzione di odio». Come se Bottura usasse un linguaggio da chierico: da restare senza woke! Sandra Zampa - vestale dei vaccini e cattofemminista - aggiunge: «Hai ragione, ma anche chi esegue dovrebbe avere una dignità». L’addetta Zampa di Prodi peraltro sostiene ogni due per tre: «Il governo della destra penalizza le donne in difficoltà». I fatti sono noti. Romano Prodi alla giornalista di Rete 4, Lavinia Orefici, che gli chiedeva un commento sul manifesto di Ventotene ha risposto malamente («Ma che cavolo mi chiedete?»), poi le ha tirato i capelli a dirle: stia buonina. Ha provato a negare, ma i filmati, trasmessi ieri sera da Nicola Porro conduttore di Quarta Repubblica, lo smentiscono e la Orefici ha commentato: «Mi sono sentita offesa come giornalista e come donna; mi dispiace che il presidente non si sia semplicemente scusato». Prodi non ha mai chiesto scusa in vita sua. È protetto dagli indignati speciali di sinistra: hanno trasformato la Orefici in provocatrice. E anche la Rizzoli difende il suo «autore» esprimendogli vicinanza dopo gli attacchi di alcuni giornali! Il professore ci provò anche con Oriana Fallaci che mai gli perdonò la seduta spiritica per trovare la prigione di Aldo Moro. Lei gli scrisse - era il 2001 e lui stava al vertice dell’Europa - «Non mi parve serio, Monsieur, meglio: non mi parve rispettoso, pietoso, umano, nei riguardi di Moro che stava per essere ucciso». Aggiungendo: «So che in Italia la chiamano Mortadella. E di ciò mi dolgo per la mortadella, che è uno squisito e nobile insaccato di cui andar fieri, non certo per lei che in me suscita disistima fin dal 1978». L’entourage prodiano provò ad «azzannare» la Fallaci. La vendetta ci fu nel 2006 con lui presidente del Consiglio; nonostante 75.000 firme che la volevano senatrice a vita, la nomina della Fallaci non arrivò. Con Alessandro Manzoni bisognerebbe scrivere «delle colonne infami» notando col gran lombardo: «Spegnere il lume è un mezzo opportunissimo per non veder la cosa che non piace, ma non per veder ciò che si desidera». La sinistra a parole vorrebbe la libertà e la dignità di stampa. Ma solo se il presunto attacco viene da destra. L’epoca più florida dell’indignazione a senso unico è stata quella di Silvio Berlusconi. Ma i due precedenti più clamorosi furono il pamphlet di Camilla Cederna, poi condannata per diffamazione, che portò alle dimissioni di Giovanni Leone (1978) da presidente della Repubblica, e, dieci anni prima, lo scandalo Sifar che assicurò il seggio parlamentare a Eugenio Scalfari. Nel 2009 la Fnsi interviene tre volte. Prima contro il famoso «editto bulgaro» (la sospensione dei programmi Rai di Enzo Biagi e Michele Santoro) poi per la celeberrima battuta su Rosy Bindi pronunciata a Porta Porta con tanto d’indignazione del gruppo delle «donne della realtà» e con l’allora segretario della Fnsi, Franco Siddi, giornalista del gruppo Espresso-Repubblica, che rampogna: «Non passa giorno senza che il presidente del Consiglio distilli la sua dose di disprezzo contro l’informazione: ha il coraggio di lamentarsi di un sistema che è sfigurato dal suo conflitto di interessi». Giuseppe Giulietti (Fnsi) difese Repubblica per le famose dieci domande a Berlusconi, ma se la prese con Il Giornale che con il cosiddetto metodo (Dino) Boffo aveva attaccato l’Avvenire. Quando vuole la corporazione funziona! Epico è l’intervento di Berlusconi a l’Infedele di Gad Lerner, che si indigna per l’offesa. Gli disse, era il 25 gennaio 2011: «La sua trasmissione è un postribolo televisivo». Tutti a difesa di Lucia Annunziata quando, il 9 gennaio del 2013, il Cav abbandonò lo studio di In mezz’ora. Epico lo scontro con Lilli Gruber nel 2018, ovviamente era intoccabile. La categoria nulla disse a Massimo D’Alema (Pd), che da presidente del Consiglio sparava raffiche di querele, né quando nel 2018, presenti i De Luca padre e figlio (Vincenzo e Roberto), Gaia Bozza di Fanpage vene aggredita da militanti pd a Salerno. Non dettero pace invece a Ignazio La Russa, presidente del Senato, lo scorso luglio, dopo le botte a un cronista della Stampa che aveva «spiato» una riunione di Casa Pound. Disse: «Assoluta e totale condanna, ma serve un modo più attento di fare le incursioni legittime da parte dei giornalisti. La persona aggredita, a cui va la mia solidarietà, non si è mai dichiarata giornalista». Per l’allora direttore di Repubblica, Maurizio Molinari: «La Russa ha varcato la linea rossa della libertà di stampa». Sempre da Repubblica - in questa lacunosa antologia delle «colonne infami» - il 30 luglio scorso Annalisa Cuzzocrea nel salotto «amico» di La 7 sentenzia: «Quello che è successo in Cina è molto grave; indicare come ha fatto Giorgia Meloni dei giornali come oppositori politici non è da Paese democratico». Ah, trovare su Repubblica il caso Prodi-Orefici è un’impresa.
Greta Thunberg cammina con una folla di attivisti filo-palestinesi arrivati per accogliere la Global Sumud Flotilla al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, il 7 settembre 2025 (Ansa)
Cuba potrebbe diventare la meta di una nuova Flotilla che dovrebbe arrivare nell’isola caraibica il 21 marzo. L’iniziativa, denominata Nuestra América, è stata promossa dall’ organizzazione Internazionale Progressista e dai Democratic Socialists of America, che hanno appoggiato l’elezione di Mamdani a New York, e ha già ricevuto la benedizione dell’eco-attivista Greta Thunberg. Le imbarcazioni vorrebbero portare cibo, medicinali e beni di prima necessità, ma soprattutto «rompere il blocco imposto da Washington».
Nel frattempo, la cronaca delle ultime ore riporta di quanto accaduto al largo delle acque cubane, dove la Guardia Costiera ha aperto il fuoco su un'imbarcazione registrata in Florida, uccidendo quattro persone e ferendone altre sei. Stando a quanto dichiarato dal ministero dell’Interno dell’Avana lo scontro sarebbe avvenuto nelle acque territoriali dell’isola e in una nota gli uomini sull’imbarcazione sono stati definiti come aggressori statunitensi.
Le previsioni di Donald Trump sul crollo del regime cubano sembrano infatti sempre più vicine ad avversarsi. Il tycoon aveva dichiarato che L’Avana era pronta a cadere e che non ci sarebbe stato bisogno di fare nulla, dipendendo totalmente dal petrolio del Venezuela che adesso non avrebbe più ricevuto. Il governo di Cuba ha annunciato alle compagnie aeree internazionali che gli aeroporti cubani non saranno in grado di fare rifornimento agli aerei almeno fino a metà marzo. Una situazione che complica enormemente l’afflusso turistico nell’isola caraibica, costringendo gli aerei a fare degli scali tecnici in Messico o nella Repubblica Dominicana. Air Canada ha già interrotto le tratte, limitandosi a organizzare una serie di voli per riportare a casa i canadesi presenti a Cuba. Per il momento le compagnie aeree spagnole Iberia e Air Europa hanno dichiarato che i loro servizi per l'isola continueranno, ma i voli da Madrid dovranno atterrare nella Repubblica Dominicana per rifornirsi di carburante. Nelle ultime settimane il governo cubano ha tagliato molte tratte di trasporti pubblici, ha accorciato la settimana lavorativa e ha imposto che le lezioni universitarie si tengano online. Il governo ha anche deciso di chiudere alcuni resort turistici per concentrare i visitatori. Il turismo è in grave crisi ormai da anni: nel 2024 sono arrivati poco più di 2 milioni di turisti, la cifra più bassa in due decenni e nel 2025 c’è stato un ulteriore calo del 20 per cento. I blackout sono sempre più frequenti e le code ai distributori infinite, mentre ormai anche i generatori degli ospedali sono quasi esauriti.
Carlos Fernandez de Cossio è il viceministro degli Esteri ed ha lavorato presso le Nazioni Unite. «Abbiamo opzioni molto limitate, dobbiamo cercare un dialogo che si basi sul rispetto delle sovranità nazionale. Siamo aperti al dialogo con gli Stati Uniti, ma non vi sarà né collasso del sistema socialista cubano, né tantomeno una nostra resa». L’esperto uomo politico ha poi fatto la fotografia dell’attuale situazione. «Stiamo adottando una serie di misure che mirano a preservare i servizi essenziali e concentrare le risorse dove sono più necessarie. Siamo pronti ad aprire una trattativa economica, ma non ad un cambio di regime. Tutte le divergenze con Washington possono essere risolte».
Il Messico sta valutando la ripresa delle spedizioni di petrolio, dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha annullato i dazi imposti contro i Paesi esportatori di greggio verso Cuba. Il governo della presidente Claudia Sheinbaum ha inviato 800 tonnellate di aiuti alimentari a bordo di due navi della sua Marina. Anche il Canada ha annunciato che sta lavorando a un pacchetto di aiuti e assistenza. Mosca è intervenuta nella questione dichiarando che la situazione è davvero critica e accusando gli Stati Uniti di aver imposto una stretta alla gola sull’isola. Dichiarazioni di sostegno sono arrivate anche dalla Cina, dal Brasile e dalla Colombia, ma il destino dell’ormai ex isola rivoluzionaria sembra già segnato.
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Rubén Oseguera González (Ansa)
Ma il potente cartello non può dirsi sconfitto dopo l’eliminazione di quello che era probabilmente l’ultimo grande boss della droga messicano. Insieme a El Mencho è stato ucciso anche il suo braccio destro Hugo «H» alias El Tuli, un uomo estremamente influente nel clan che coordinava posti di blocco, incendi di veicoli, attacchi alla Guardia nazionale e agli edifici governativi. El Tuli aveva anche messo una taglia di 20.000 pesos (circa 1.000 euro) per ogni soldato o poliziotto che veniva ucciso. Il cartello Jalisco Nueva Generación, nonostante la perdita dei due uomini più importanti , si sta già riorganizzando scegliendo un nuovo capo da seguire. Due dei figli di El Mencho sono morti tempo fa, mentre un terzo si trova in carcere negli Stati Uniti. Rubén Oseguera González, meglio conosciuto come El Menchito era l’erede designato, ma è stato condannato all’ergastolo più trent’anni per associazione a delinquere finalizzata al traffico di cocaina e metanfetamina negli Usa. Sui giornali messicani sono apparsi ben cinque possibili eredi del pericoloso El Mencho, ma il figlio della moglie del defunto boss appare il grande favorito. Juan Carlos Valencia González, alias El 03, come detto figliastro di Nemesio Oseguera Cervantes, appare come il suo successore naturale. Figlio di un primo matrimonio di Rosalinda González Valencia, conosciuta come La Jefa, che ha sempre avuto molta influenza su El Mencho imponendogli il figlio. Juan Carlos Valencia Gonzalez è nato a Santa Ana in California e ha la cittadinanza statunitense. Negli ultimi anni ha guidato il gruppo «Elite», il braccio armato di Jalisco dimostrandosi sempre molto risoluto e capace di organizzare attacchi e battaglie contro le forze dell’ordine. Lui ha convinto il clan a investire in armamenti sempre più moderni per contrastare l’esercito messicano. Sulla sua testa pende una taglia di 5 milioni da parte della Dea, il Dipartimento antidroga americano. Un altro personaggio da tenere d’occhio potrebbe essere Audias Flores Silva , El Jardinero, responsabile delle operazioni del cartello in diverse entità federali, come Jalisco e Michoacan e dei processi di espansione in altre, come Zacatecas, mentre appare meno probabile una promozione di Gonzalo Mendoza Gaitán, alias El Sapo, responsabile delle operazioni portuali e marittime del cartello in particolare a Manzanillo , il porto più importante del Paese e da cui arrivano la maggior parte dei precursori chimici provenienti da Cina, India e Thailandia. Un ruolo nella nuova organizzazione potrebbe averlo anche la figlia di El Mencho Jessica Johanna Oseguera Gonzalez, detta La Negra, anch’essa con la cittadinanza statunitense. Nel febbraio 2020, è stata arrestata a Washington, mentre si recava all’udienza penale del fratello, ed è stata accusata di cinque capi d’imputazione per transazioni o affari in quanto membro del Cartel de Jalisco Nueva Generacion.
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Matteo Zoppas (Imagoeconomica)
Facciamo il punto. Sono entrati in vigore i nuovi dazi globali del 10% annunciati dal Customs and border protection, l’Agenzia delle dogane. Ma questo è solo un primo passo perché Trump punta comunque al 15% annunciato dopo la sentenza della Corte Suprema della scorsa settimana ed è quindi presumibile che stia lavorando per trovare il supporto giuridico per arrivare a questo obiettivo. Nel frattempo il presidente americano avverte che chi «volesse giocare» con la decisione della Corte Suprema, rischia tariffe molto più alte.
Per le esportazioni italiane questo cosa vuol dire?
«È un momento in cui bisogna essere cauti e prudenti. La situazione che si è venuta a creare tra il presidente Donald Trump e la Corte suprema, è una questione interna americana che è da osservare e capire. Dal canto nostro non bisogna abbassare la guardia e fare il massimo dello sforzo per continuare a promuovere gli Usa. Bisogna capire se i dazi passati saranno sostituiti o sommato ad altre aliquote. Il ministro Tajani ha fatto bene a convocare tutte le categorie del sistema Paese e le imprese per dare un aggiornamento sulla situazione. Il messaggio è di non perdere l’impegno a lavorare con gli Usa che comunque sono una destinazione strategica. Un’impresa che ha una consolidata penetrazione negli Stati Uniti usa questo come biglietto di presentazione per accreditarsi su altri mercati. Essere negli States significa essere in una vetrina importante».
Quali sono le informazioni che vi arrivano?
«A quanto pare per l’Europa si torna a un’imposta doganale del 15% per tutti i prodotti, ad eccezione di quelli, come acciaio e alluminio, per i quali i dazi nascono da un’altra normativa. L’aliquota varrà per 150 giorni. Stanno cercando una formula giuridica per arrivare quanto prima a sbloccare l’impasse creato dalla sentenza della Corte suprema e arrivare ad un 15% anche oltre ai 150 giorni. Nel frattempo si raccomanda di non fare dell’allarmismo. Vale l’invito della Farnesina ad evitare una guerra commerciale. Gli imprenditori ci diranno cosa accade alle merci alla dogana. Ora tutta l’attenzione è giustamente e comprensibilmente focalizzata sulle tariffe doganali e la disputa tra la Casa Bianca e la Corte suprema ma c’è un altro nemico, ben più pericoloso per le imprese, ed è il cambio sfavorevole con il dollaro. Questo raddoppia l’onere dei dazi. Auspichiamo che l’Europa si muova con misure che possono aiutare a far fronte a questa situazione penalizzante. Resta la raccomandazione di non abbassare la guardia sugli Usa che, ripeto, sono destinazione strategica».
Temete ritorsioni da parte del presidente Trump qualora qualcosa dovesse andare storto?
«Certo che le temiamo ed è per questo che mai come adesso è necessario muoversi con estrema prudenza. La diplomazia europea e con essa quella italiana, stanno lavorando per tornare ad una situazione di stabilità».
Avete notizie se le esportazioni, alla luce di questa incertezza, si sono bloccate o hanno rallentato?
«È presto per arrivare a valutazioni di questo tipo. Credo che tutti siano in attesa di una schiarita sulle norme attuative. Questa altalena di notizie, prima il 10% poi il 15 non aiutano ma bisogna tenere i nervi saldi».
C’è la tentazione di smarcarsi dagli Usa e cercare nuovi mercati di sbocco?
«Ogni categoria merceologica si comporta in modo diverso ma tutte rispondono alla strategia che, dove c’è un varco con prospettive di mercato interessante, vale la pena inserirsi e andare a vedere. Gli accordi con il Mercosur e con l’India aprono scenari interessanti. Non dimentichiamo che dal 2014 al 2023 siamo passati da 450 a circa 2400 barriere tariffarie a livello globale. Il che vuol dire che la globalizzazione è ancora lontana e c’è molto da fare. Questo non vuol dire smettere di marcare stretto gli Stati Uniti, che restano uno sbocco importante. Per quanto riguarda l’India, il passaggio per il vino da dazi del 150% al 20% è un’apertura incredibile».
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