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2025-03-25
Il video che svergogna Prodi
Ora che ha dato il cattivo esempio, per parafrasare una nota canzone di Fabrizio De André, Romano Prodi - e con lui tutto il fronte progressista che si è guardato bene dal condannare il gesto - può smettere di dare buoni consigli. Ieri sera a Quarta Repubblica, programma condotto da Nicola Porro su Rete 4, è stato trasmesso il video in cui l’ex premier se la prende con la giornalista Lavinia Orefici, rea di avergli posto una domanda sgradita sul manifesto di Ventotene. Il filmato parla chiaro: non solo il padre dell’Ulivo (o forse sarebbe meglio dire patriarca) si rivolge alla donna con aria di scherno e toni da professorino, ma con una mano le afferra anche i capelli e, per quanto senza particolare forza, li strattona. Non è difficile immaginare che cosa sarebbe successo se, a parti invertite, un politico di destra si fosse comportato in questo modo con una giornalista di sinistra (cosa che, per altro, non accade): fiumi di inchiostro sul patriarcato, appelli di intellettuali e artisti contro il maschilismo tossico, richieste di scuse ed eventualmente di dimissioni, proposte per nuovi corsi di educazione alla parità di genere nelle scuole.
Il tutto è avvenuto lo scorso sabato, a margine della presentazione del libro scritto da Prodi con Massimo Giannini presso l’Auditorium di Roma. Finché le domande le fanno gli amici, l’ex presidente della Commissione europea sorride ed è cordiale. Il volto si fa scuro quando arriva il turno della collega di Quarta Repubblica: «Posso chiederle che cosa ne pensa di questa frase, se la condivide?», domanda Orefici prima di leggere la citazione: «“La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio”». «Ma che cavolo mi chiede?», sbotta allora Prodi. «Io ho mai detto una cosa del genere in vita mia?». «È un passaggio del manifesto di Ventotene», replica la giornalista.
A questo punto il professore inscena quello che gli esperti della parità di genere chiamerebbero mansplaining. Citando la Treccani, si tratta dell’«atteggiamento paternalistico con il quale certi uomini pretendono di rappresentare e spiegare alle donne il loro stesso punto di vista e ciò che è lecito o non è lecito che le donne facciano». La celebre enciclopedia riporta anche un’osservazione di Vera Gheno, sociolinguista e specialista in linguaggi giovanili, secondo cui un tratto «tipico del modo di esprimersi degli uomini è quello che in America chiamano mansplaining: quando a ogni parola di donna un uomo interviene a spiegare come un patriarca, perché lui la sa più lunga». Difficile trovare un esempio più calzante di questo.
«Lo so benissimo signora», replica infatti Prodi all’ultima risposta di Orefici, intonando una cantilena tra il sarcastico e l’infantile: «Non sono mica un bambino, sa?». Proprio in quel momento, la mano si allunga verso il volto della giornalista, ne afferra i capelli e li tira leggermente. Nessuno strattone, come erroneamente descritto da qualcuno, ma nemmeno una mano sulla spalla, come affermato dal protagonista. Il servizio di Quarta Repubblica mostra chiaramente che le dita del professore sono ben sopra la spalla e afferrano una ciocca di capelli. Il gesto non è tale da provocare dolore, ma sicuramente è sufficiente per umiliare la donna. A chiunque guardi il video, infatti, la domanda sorge spontanea: se fosse stato un uomo, si sarebbe mai permesso di mettergli le mani addosso in quel modo? Avrebbe usato gli stessi toni da professorino spazientito?
Ognuno, rivedendolo, può darsi una risposta. Il modo saccente, d’altra parte, continua anche nelle frasi successive. «Ma era nel 1941, gente messa in prigione dai fascisti...», aggiunge l’ex presidente: «Cosa pensavano secondo lei, al trattato o all’articolo secondo della Costituzione? Ma il senso della storia ce l’ha lei o no?». «Volevo sapere, visto che era stato citato…», prova a replicare Orefici. «Allora io le cito un verso di Maometto», la interrompe lui, «e mi dice cosa lei pensa di Maometto? Ma dai, su, questo è far politica in modo volgare, scusi». A questo punto si volta verso un’altra giornalista.
La stessa Lavinia Orefici ha commentato l’accaduto: «Il presidente Prodi oltre a rispondere alla mia domanda con tono aggressivo e intimidatorio, ha preso una ciocca dei miei capelli e l’ha tirata. Ho sentito la sua mano fra i miei capelli, per me è stato scioccante. Lavoro per Mediaset da dieci anni, inviata all’estero su vari fronti e non ho mai vissuto una situazione del genere. Mi sono sentita offesa come giornalista e come donna».
Basterebbe questo. Tuttavia, il professor Prodi non solo non si è premurato di rivolgere delle scuse alla collega, gesto che in qualche modo avrebbe consentito di archiviare la vicenda, ma ha anche riportato una versione fantasiosa dei fatti. «Nessuno strattone o tirata di capelli», ha commentato: «Come tutti i giornalisti e le persone presenti possono testimoniare ho appoggiato una mano sulla sua spalla perché stava dicendo cose assurde». Il filmato, però, lo sbugiarda. E ieri, in aggiunta, dribblando i cronisti al termine di un incontro a Bologna, si è permesso anche di fare lo spiritoso: «Figurati se parlo con una giornalista, che poi dicono che l’ho stuprata...». Proprio lui, quello con «la casa che ricorda un alveare color miele» (citazione da Repubblica), autore nel 1997 di una direttiva del presidente del Consiglio sull’attribuzione di poteri e responsabilità alle donne. Ma in silenzio, sull’accaduto, non è rimasto solo il centrosinistra: anche dall’Ordine dei giornalisti, come ha rilevato il deputato della Lega Rossano Sasso, neanche una voce si è alzata in difesa di Lavinia Orefici.
Se fosse stato un politico di destra la stampa avrebbe fatto le barricate
Un attempato signore infastidito dalla domanda di una giornalista la strattona, le tira i capelli e le risponde in malo modo. Ci si aspetta che, a reti unificate, tv, giornaloni, Federazione della stampa, femministe, Ordine dei giornalisti, mobilitate le truppe del generale sdegno, facciano il diavolo a quattro. Invece su X Elon Musk a volte fa comodo, Luca Bottura, la voce del politicamente corretto, risponde a Francesca Totolo - ricercatrice di geopolitica - che stigmatizza il fatto: «Prodi ha fatto benissimo. Era ora che qualcuno desse al retequattrismo la risposta che merita. Peccato solo sia toccato a chi esegue ordini e non alla ghenga che ha trasformato una gran parte del giornalismo italiano nella cinghia di trasmissione della produzione di odio». Come se Bottura usasse un linguaggio da chierico: da restare senza woke! Sandra Zampa - vestale dei vaccini e cattofemminista - aggiunge: «Hai ragione, ma anche chi esegue dovrebbe avere una dignità». L’addetta Zampa di Prodi peraltro sostiene ogni due per tre: «Il governo della destra penalizza le donne in difficoltà». I fatti sono noti. Romano Prodi alla giornalista di Rete 4, Lavinia Orefici, che gli chiedeva un commento sul manifesto di Ventotene ha risposto malamente («Ma che cavolo mi chiedete?»), poi le ha tirato i capelli a dirle: stia buonina. Ha provato a negare, ma i filmati, trasmessi ieri sera da Nicola Porro conduttore di Quarta Repubblica, lo smentiscono e la Orefici ha commentato: «Mi sono sentita offesa come giornalista e come donna; mi dispiace che il presidente non si sia semplicemente scusato». Prodi non ha mai chiesto scusa in vita sua. È protetto dagli indignati speciali di sinistra: hanno trasformato la Orefici in provocatrice. E anche la Rizzoli difende il suo «autore» esprimendogli vicinanza dopo gli attacchi di alcuni giornali! Il professore ci provò anche con Oriana Fallaci che mai gli perdonò la seduta spiritica per trovare la prigione di Aldo Moro. Lei gli scrisse - era il 2001 e lui stava al vertice dell’Europa - «Non mi parve serio, Monsieur, meglio: non mi parve rispettoso, pietoso, umano, nei riguardi di Moro che stava per essere ucciso». Aggiungendo: «So che in Italia la chiamano Mortadella. E di ciò mi dolgo per la mortadella, che è uno squisito e nobile insaccato di cui andar fieri, non certo per lei che in me suscita disistima fin dal 1978». L’entourage prodiano provò ad «azzannare» la Fallaci. La vendetta ci fu nel 2006 con lui presidente del Consiglio; nonostante 75.000 firme che la volevano senatrice a vita, la nomina della Fallaci non arrivò. Con Alessandro Manzoni bisognerebbe scrivere «delle colonne infami» notando col gran lombardo: «Spegnere il lume è un mezzo opportunissimo per non veder la cosa che non piace, ma non per veder ciò che si desidera». La sinistra a parole vorrebbe la libertà e la dignità di stampa. Ma solo se il presunto attacco viene da destra. L’epoca più florida dell’indignazione a senso unico è stata quella di Silvio Berlusconi. Ma i due precedenti più clamorosi furono il pamphlet di Camilla Cederna, poi condannata per diffamazione, che portò alle dimissioni di Giovanni Leone (1978) da presidente della Repubblica, e, dieci anni prima, lo scandalo Sifar che assicurò il seggio parlamentare a Eugenio Scalfari. Nel 2009 la Fnsi interviene tre volte. Prima contro il famoso «editto bulgaro» (la sospensione dei programmi Rai di Enzo Biagi e Michele Santoro) poi per la celeberrima battuta su Rosy Bindi pronunciata a Porta Porta con tanto d’indignazione del gruppo delle «donne della realtà» e con l’allora segretario della Fnsi, Franco Siddi, giornalista del gruppo Espresso-Repubblica, che rampogna: «Non passa giorno senza che il presidente del Consiglio distilli la sua dose di disprezzo contro l’informazione: ha il coraggio di lamentarsi di un sistema che è sfigurato dal suo conflitto di interessi». Giuseppe Giulietti (Fnsi) difese Repubblica per le famose dieci domande a Berlusconi, ma se la prese con Il Giornale che con il cosiddetto metodo (Dino) Boffo aveva attaccato l’Avvenire. Quando vuole la corporazione funziona! Epico è l’intervento di Berlusconi a l’Infedele di Gad Lerner, che si indigna per l’offesa. Gli disse, era il 25 gennaio 2011: «La sua trasmissione è un postribolo televisivo». Tutti a difesa di Lucia Annunziata quando, il 9 gennaio del 2013, il Cav abbandonò lo studio di In mezz’ora. Epico lo scontro con Lilli Gruber nel 2018, ovviamente era intoccabile. La categoria nulla disse a Massimo D’Alema (Pd), che da presidente del Consiglio sparava raffiche di querele, né quando nel 2018, presenti i De Luca padre e figlio (Vincenzo e Roberto), Gaia Bozza di Fanpage vene aggredita da militanti pd a Salerno. Non dettero pace invece a Ignazio La Russa, presidente del Senato, lo scorso luglio, dopo le botte a un cronista della Stampa che aveva «spiato» una riunione di Casa Pound. Disse: «Assoluta e totale condanna, ma serve un modo più attento di fare le incursioni legittime da parte dei giornalisti. La persona aggredita, a cui va la mia solidarietà, non si è mai dichiarata giornalista». Per l’allora direttore di Repubblica, Maurizio Molinari: «La Russa ha varcato la linea rossa della libertà di stampa». Sempre da Repubblica - in questa lacunosa antologia delle «colonne infami» - il 30 luglio scorso Annalisa Cuzzocrea nel salotto «amico» di La 7 sentenzia: «Quello che è successo in Cina è molto grave; indicare come ha fatto Giorgia Meloni dei giornali come oppositori politici non è da Paese democratico». Ah, trovare su Repubblica il caso Prodi-Orefici è un’impresa.
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Il filmato (clicca qui per visualizzarlo) trasmesso da Rete 4 mostra l’ex premier prendere per i capelli la reporter mentre l’apostrofa con disprezzo per una domanda scomoda. Se un politico di destra avesse fatto un gesto così, avremmo i giornalisti sulle barricate. Invece molti applaudono Mortadella.Ora che ha dato il cattivo esempio, per parafrasare una nota canzone di Fabrizio De André, Romano Prodi - e con lui tutto il fronte progressista che si è guardato bene dal condannare il gesto - può smettere di dare buoni consigli. Ieri sera a Quarta Repubblica, programma condotto da Nicola Porro su Rete 4, è stato trasmesso il video in cui l’ex premier se la prende con la giornalista Lavinia Orefici, rea di avergli posto una domanda sgradita sul manifesto di Ventotene. Il filmato parla chiaro: non solo il padre dell’Ulivo (o forse sarebbe meglio dire patriarca) si rivolge alla donna con aria di scherno e toni da professorino, ma con una mano le afferra anche i capelli e, per quanto senza particolare forza, li strattona. Non è difficile immaginare che cosa sarebbe successo se, a parti invertite, un politico di destra si fosse comportato in questo modo con una giornalista di sinistra (cosa che, per altro, non accade): fiumi di inchiostro sul patriarcato, appelli di intellettuali e artisti contro il maschilismo tossico, richieste di scuse ed eventualmente di dimissioni, proposte per nuovi corsi di educazione alla parità di genere nelle scuole. Il tutto è avvenuto lo scorso sabato, a margine della presentazione del libro scritto da Prodi con Massimo Giannini presso l’Auditorium di Roma. Finché le domande le fanno gli amici, l’ex presidente della Commissione europea sorride ed è cordiale. Il volto si fa scuro quando arriva il turno della collega di Quarta Repubblica: «Posso chiederle che cosa ne pensa di questa frase, se la condivide?», domanda Orefici prima di leggere la citazione: «“La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio”». «Ma che cavolo mi chiede?», sbotta allora Prodi. «Io ho mai detto una cosa del genere in vita mia?». «È un passaggio del manifesto di Ventotene», replica la giornalista.A questo punto il professore inscena quello che gli esperti della parità di genere chiamerebbero mansplaining. Citando la Treccani, si tratta dell’«atteggiamento paternalistico con il quale certi uomini pretendono di rappresentare e spiegare alle donne il loro stesso punto di vista e ciò che è lecito o non è lecito che le donne facciano». La celebre enciclopedia riporta anche un’osservazione di Vera Gheno, sociolinguista e specialista in linguaggi giovanili, secondo cui un tratto «tipico del modo di esprimersi degli uomini è quello che in America chiamano mansplaining: quando a ogni parola di donna un uomo interviene a spiegare come un patriarca, perché lui la sa più lunga». Difficile trovare un esempio più calzante di questo.«Lo so benissimo signora», replica infatti Prodi all’ultima risposta di Orefici, intonando una cantilena tra il sarcastico e l’infantile: «Non sono mica un bambino, sa?». Proprio in quel momento, la mano si allunga verso il volto della giornalista, ne afferra i capelli e li tira leggermente. Nessuno strattone, come erroneamente descritto da qualcuno, ma nemmeno una mano sulla spalla, come affermato dal protagonista. Il servizio di Quarta Repubblica mostra chiaramente che le dita del professore sono ben sopra la spalla e afferrano una ciocca di capelli. Il gesto non è tale da provocare dolore, ma sicuramente è sufficiente per umiliare la donna. A chiunque guardi il video, infatti, la domanda sorge spontanea: se fosse stato un uomo, si sarebbe mai permesso di mettergli le mani addosso in quel modo? Avrebbe usato gli stessi toni da professorino spazientito?Ognuno, rivedendolo, può darsi una risposta. Il modo saccente, d’altra parte, continua anche nelle frasi successive. «Ma era nel 1941, gente messa in prigione dai fascisti...», aggiunge l’ex presidente: «Cosa pensavano secondo lei, al trattato o all’articolo secondo della Costituzione? Ma il senso della storia ce l’ha lei o no?». «Volevo sapere, visto che era stato citato…», prova a replicare Orefici. «Allora io le cito un verso di Maometto», la interrompe lui, «e mi dice cosa lei pensa di Maometto? Ma dai, su, questo è far politica in modo volgare, scusi». A questo punto si volta verso un’altra giornalista. La stessa Lavinia Orefici ha commentato l’accaduto: «Il presidente Prodi oltre a rispondere alla mia domanda con tono aggressivo e intimidatorio, ha preso una ciocca dei miei capelli e l’ha tirata. Ho sentito la sua mano fra i miei capelli, per me è stato scioccante. Lavoro per Mediaset da dieci anni, inviata all’estero su vari fronti e non ho mai vissuto una situazione del genere. Mi sono sentita offesa come giornalista e come donna».Basterebbe questo. Tuttavia, il professor Prodi non solo non si è premurato di rivolgere delle scuse alla collega, gesto che in qualche modo avrebbe consentito di archiviare la vicenda, ma ha anche riportato una versione fantasiosa dei fatti. «Nessuno strattone o tirata di capelli», ha commentato: «Come tutti i giornalisti e le persone presenti possono testimoniare ho appoggiato una mano sulla sua spalla perché stava dicendo cose assurde». Il filmato, però, lo sbugiarda. E ieri, in aggiunta, dribblando i cronisti al termine di un incontro a Bologna, si è permesso anche di fare lo spiritoso: «Figurati se parlo con una giornalista, che poi dicono che l’ho stuprata...». Proprio lui, quello con «la casa che ricorda un alveare color miele» (citazione da Repubblica), autore nel 1997 di una direttiva del presidente del Consiglio sull’attribuzione di poteri e responsabilità alle donne. Ma in silenzio, sull’accaduto, non è rimasto solo il centrosinistra: anche dall’Ordine dei giornalisti, come ha rilevato il deputato della Lega Rossano Sasso, neanche una voce si è alzata in difesa di Lavinia Orefici.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prodi-ha-tirato-i-capelli-2671396537.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="se-fosse-stato-un-politico-di-destra-la-stampa-avrebbe-fatto-le-barricate" data-post-id="2671396537" data-published-at="1742850275" data-use-pagination="False"> Se fosse stato un politico di destra la stampa avrebbe fatto le barricate Un attempato signore infastidito dalla domanda di una giornalista la strattona, le tira i capelli e le risponde in malo modo. Ci si aspetta che, a reti unificate, tv, giornaloni, Federazione della stampa, femministe, Ordine dei giornalisti, mobilitate le truppe del generale sdegno, facciano il diavolo a quattro. Invece su X Elon Musk a volte fa comodo, Luca Bottura, la voce del politicamente corretto, risponde a Francesca Totolo - ricercatrice di geopolitica - che stigmatizza il fatto: «Prodi ha fatto benissimo. Era ora che qualcuno desse al retequattrismo la risposta che merita. Peccato solo sia toccato a chi esegue ordini e non alla ghenga che ha trasformato una gran parte del giornalismo italiano nella cinghia di trasmissione della produzione di odio». Come se Bottura usasse un linguaggio da chierico: da restare senza woke! Sandra Zampa - vestale dei vaccini e cattofemminista - aggiunge: «Hai ragione, ma anche chi esegue dovrebbe avere una dignità». L’addetta Zampa di Prodi peraltro sostiene ogni due per tre: «Il governo della destra penalizza le donne in difficoltà». I fatti sono noti. Romano Prodi alla giornalista di Rete 4, Lavinia Orefici, che gli chiedeva un commento sul manifesto di Ventotene ha risposto malamente («Ma che cavolo mi chiedete?»), poi le ha tirato i capelli a dirle: stia buonina. Ha provato a negare, ma i filmati, trasmessi ieri sera da Nicola Porro conduttore di Quarta Repubblica, lo smentiscono e la Orefici ha commentato: «Mi sono sentita offesa come giornalista e come donna; mi dispiace che il presidente non si sia semplicemente scusato». Prodi non ha mai chiesto scusa in vita sua. È protetto dagli indignati speciali di sinistra: hanno trasformato la Orefici in provocatrice. E anche la Rizzoli difende il suo «autore» esprimendogli vicinanza dopo gli attacchi di alcuni giornali! Il professore ci provò anche con Oriana Fallaci che mai gli perdonò la seduta spiritica per trovare la prigione di Aldo Moro. Lei gli scrisse - era il 2001 e lui stava al vertice dell’Europa - «Non mi parve serio, Monsieur, meglio: non mi parve rispettoso, pietoso, umano, nei riguardi di Moro che stava per essere ucciso». Aggiungendo: «So che in Italia la chiamano Mortadella. E di ciò mi dolgo per la mortadella, che è uno squisito e nobile insaccato di cui andar fieri, non certo per lei che in me suscita disistima fin dal 1978». L’entourage prodiano provò ad «azzannare» la Fallaci. La vendetta ci fu nel 2006 con lui presidente del Consiglio; nonostante 75.000 firme che la volevano senatrice a vita, la nomina della Fallaci non arrivò. Con Alessandro Manzoni bisognerebbe scrivere «delle colonne infami» notando col gran lombardo: «Spegnere il lume è un mezzo opportunissimo per non veder la cosa che non piace, ma non per veder ciò che si desidera». La sinistra a parole vorrebbe la libertà e la dignità di stampa. Ma solo se il presunto attacco viene da destra. L’epoca più florida dell’indignazione a senso unico è stata quella di Silvio Berlusconi. Ma i due precedenti più clamorosi furono il pamphlet di Camilla Cederna, poi condannata per diffamazione, che portò alle dimissioni di Giovanni Leone (1978) da presidente della Repubblica, e, dieci anni prima, lo scandalo Sifar che assicurò il seggio parlamentare a Eugenio Scalfari. Nel 2009 la Fnsi interviene tre volte. Prima contro il famoso «editto bulgaro» (la sospensione dei programmi Rai di Enzo Biagi e Michele Santoro) poi per la celeberrima battuta su Rosy Bindi pronunciata a Porta Porta con tanto d’indignazione del gruppo delle «donne della realtà» e con l’allora segretario della Fnsi, Franco Siddi, giornalista del gruppo Espresso-Repubblica, che rampogna: «Non passa giorno senza che il presidente del Consiglio distilli la sua dose di disprezzo contro l’informazione: ha il coraggio di lamentarsi di un sistema che è sfigurato dal suo conflitto di interessi». Giuseppe Giulietti (Fnsi) difese Repubblica per le famose dieci domande a Berlusconi, ma se la prese con Il Giornale che con il cosiddetto metodo (Dino) Boffo aveva attaccato l’Avvenire. Quando vuole la corporazione funziona! Epico è l’intervento di Berlusconi a l’Infedele di Gad Lerner, che si indigna per l’offesa. Gli disse, era il 25 gennaio 2011: «La sua trasmissione è un postribolo televisivo». Tutti a difesa di Lucia Annunziata quando, il 9 gennaio del 2013, il Cav abbandonò lo studio di In mezz’ora. Epico lo scontro con Lilli Gruber nel 2018, ovviamente era intoccabile. La categoria nulla disse a Massimo D’Alema (Pd), che da presidente del Consiglio sparava raffiche di querele, né quando nel 2018, presenti i De Luca padre e figlio (Vincenzo e Roberto), Gaia Bozza di Fanpage vene aggredita da militanti pd a Salerno. Non dettero pace invece a Ignazio La Russa, presidente del Senato, lo scorso luglio, dopo le botte a un cronista della Stampa che aveva «spiato» una riunione di Casa Pound. Disse: «Assoluta e totale condanna, ma serve un modo più attento di fare le incursioni legittime da parte dei giornalisti. La persona aggredita, a cui va la mia solidarietà, non si è mai dichiarata giornalista». Per l’allora direttore di Repubblica, Maurizio Molinari: «La Russa ha varcato la linea rossa della libertà di stampa». Sempre da Repubblica - in questa lacunosa antologia delle «colonne infami» - il 30 luglio scorso Annalisa Cuzzocrea nel salotto «amico» di La 7 sentenzia: «Quello che è successo in Cina è molto grave; indicare come ha fatto Giorgia Meloni dei giornali come oppositori politici non è da Paese democratico». Ah, trovare su Repubblica il caso Prodi-Orefici è un’impresa.
«Noi non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra». Lo ha detto il premier in Senato nelle comunicazioni in vista del Consiglio Ue e sulla crisi in Medio Oriente.
Il presidente del Consiglio ha aggiunto: «È in questo contesto di crisi del sistema internazionale, nel quale le minacce diventano sempre più spaventose e si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale, che dobbiamo collocare anche l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano».
Riguardo al conseguente aumento dei prezzi dei carburanti, Meloni ha poi affermato: «Il messaggio che voglio dare agli italiani, ma anche a chi dovesse pensare di sfruttare questa situazione per arricchirsi sulla pelle dei cittadini e delle imprese, è: consiglio prudenza».
Catherine Birmingham sola nella casa nel bosco fotografata il 10 marzo 2026 (Ansa)
Partiamo dal peccato originale, cioè l’intossicazione alimentare con i funghi che ha causato il ricovero di tutta la famiglia e la relativa segnalazione. Qualcuno racconta che il padre, credendosi esperto, avrebbe avvelenato tutta la famiglia che sarebbe stata trovata priva di sensi dal vicino di casa. Giovanni Angelucci, primo avvocato dei Trevallion, racconta fatti molto diversi. «Il papà ha raccolto i funghi, uno dei bambini per emularlo ha raccolto due o tre funghi, li ha lasciati vicini agli altri e la madre - questo è stato l’evidente errore - ha cucinato tutti i funghi assieme. Se i funghi che hanno provocato il malessere fossero quelli dei bambini o quelli del papà io non lo so», dice Angelucci, «ma i funghi poi analizzati dalla Asl sono risultati commestibili. Il papà dopo pranzo è uscito per fare delle commissioni, al ritorno in auto ha cominciato ad avvertire del malessere, ha chiamato la moglie che ha confermato che anche lei e i bambini non stavano bene. Nathan ha chiamato il vicino di casa, il quale ha chiamato il 118. Quando è arrivata l’ambulanza non erano privi di sensi ma presenti a sé stessi».
Per dimostrare il fanatismo dei Trevallion, si è detto che hanno rifiutato il sondino naso gastrico per i bambini perché di plastica. Di nuovo, l’avvocato Angelucci smentisce. «A un bambino piccolo avevano inserito in maniera forzosa questo sondino nasogastrico. Aveva 5 anni, se l’è strappato perché gli dava fastidio e guardando la madre ha cercato supporto dicendole “guarda mamma è anche di plastica”. Vorrei vedere altri bambini in quelle circostanze come si comporterebbero. In ogni caso era soltanto un bambino, non tutti».
Veniamo quindi al grande tema dell’abitazione. Si è scritto che la famiglia si è trasferita in una catapecchia senza acqua, luce e riscaldamento. In realtà la casa era riscaldata da una stufa e aveva la luce da un generatore, anche se non era allacciata alla rete. Quando alle condizioni dell’immobile, la valutazione iniziale si è basata sulla prima paginetta di relazione scritta dai carabinieri quando sono intervenuti nel momento dell’intossicazione. Ancora una volta, la realtà è ben più complessa. «Nel 2021», dice Angelucci, «questi signori comprano con loro provvista di denaro - c’è un rogito notarile a dimostrarlo - una casa colonica, una casa di campagna che fino a 20 anni fa era abitata e forse lo è stata anche nel recente passato anche se non con regolarità. La casa aveva e ha bisogno di lavori di manutenzione ma di certo non è né fatiscente né tantomeno un rudere». E qui viene l’aspetto interessante. Agenti e assistenti sociali non sono titolati a decretare se un immobile sia o meno pericolante. Tocca agli esperti farlo. Ma il tribunale non ne ha mai chiamato uno. «Non c’è stata alcuna verifica dopo quel primo intervento dei carabinieri», dice l’avvocato Angelucci. «Nel provvedimento con cui il tribunale dell’Aquila ha sospeso la responsabilità genitoriale era scritto che sarebbe stata necessaria la consulenza di un perito, che però nessuno ha mai nemmeno individuato. I carabinieri avevano scritto che si trattava di un rudere fatiscente, ma era abitabile tanto che il Comune aveva sin dal 2021 concesso la residenza a tutta la famiglia». In ogni caso, quando un privato ha offerto ai Trevallion una casa simile alla loro ma ristrutturata, i bambini erano già lontani e il tribunale ha negato la possibilità che la famiglia si riunisca a vada a vivere in quella abitazione.
C’è chi sostiene che le autorità abbiano fatto di tutto per trattare con i Trevallion. Risulta, però, che non si siano premurate di cercare un interprete o un mediatore culturale quando tutto è cominciato. In compenso ci sono dal principio state tensioni fra l’assistente sociale Veruska D’Angelo e la madre Catherine. Tanto che quest’ultima, ancora prima di avere un avvocato, presentò un esposto contro l’assistente «Mi dispiace dirlo, ma fino a quando c’ero io l’assistente sociale non si è mai sporcata le scarpe di fango, perché non l’ho mai vista in quella casa. Se non l’ha fatto lei, purtroppo non l’hanno fatto neppure i giudici», dice Angelucci. «Di incontri in quella casa io ne ho visti tre, di cui due con le forze dell’ordine. Sono intervenuti i carabinieri in divisa come se stessero eseguendo una perquisizione. Anche i giudici, che vengono oggi disegnati come dei meri passacarte, la loro autonomia ce l’avrebbero avuta e ce l’avrebbero. Questo penso io: nel momento in cui vedi che le cose non vanno come dovrebbero, dall’Aquila prendi, parti, scendi a Palmoli e vai a vedere quello che accade. Non puoi rimanere dietro una scrivania in un caso così delicato».
Dove sarebbe, allora, tutta questa voglia di dialogare e di andare in fondo alla questione da parte delle istituzioni? Gli unici finora - ovviamente dietro ricatto - a mostrare segni di cambiamento sono stati i Trevallion. I quali hanno accettato la vaccinazione dei figli, l’arrivo di una insegnante (che ha parlato benissimo dei bambini e pure bene della madre), la possibilità di mandare i piccoli a un doposcuola. I Trevallion sono disponibili a modificare la casa, a inserire un bagno, potrebbero trasferirsi da subito nella casa messa a disposizione da un generoso imprenditore di Vasto, ma nulla di tutto questo è servito a smuovere il tribunale, che ha addirittura inasprito le misure prese contro la madre.
Veniamo ora al grande tema: l’atteggiamento di Catherine. Alla mamma vengono rinfacciati dal tribunale atteggiamenti ostili, irridenti verso il personale della casa protetta di Vasto. La si accusa di aver violato le regole facendo dormire i bambini con lei facendoli accedere al suo piano nella struttura. Il tribunale documenta tutto ciò con dovizia di particolari. Ma Danila Solinas, attuale avvocato dei Trevallion, nota che nella ricostruzione, chissà perché, mancano alcuni dettagli rilevanti. «Parliamo di un bambino a cui è stato consentito di accedere al piano di sopra», spiega. «Se è avvenuto è perché qualcuno gliel’ha consentito e questo è avvenuto perché il bambino era assolutamente disperato. Esistono degli audio, che abbiamo fornito al tribunale, in cui si sente il bambino che urla disperato e che cerca la madre in piena notte. Quindi, invece di raccontare che è la mamma che arbitrariamente fa accedere il bambino alla sua stanza, forse avremmo dovuto dire perché questa situazione è capitata. C’erano tutti gli elementi per capire come sono andate le cose e ci chiediamo come mai di questi fatti nessuno abbia tenuto conto».
Certo, Catherine ha un carattere forte. «Nessuno di noi ha mai sostenuto che Catherine sia la persona più accomodante della Terra», continua Solinas, «ma di qui a dipingerla come una donna riottosa, incapace di ascolto, dialogo e rispetto delle regole la strada è lunghissima. Venerdì, quando è stata malamente cacciata dalla struttura, questa donna - pur nella situazione di disastro emotivo in cui versavano i figli - non ha opposto la minima resistenza. Se fosse stata realmente come l’hanno dipinta, beh, credo che avremmo avuto davanti ai nostri occhi una situazione completamente diversa».
Si dice che, dopo tutto ciò, Nathan e Catherine abbiano litigato e lui abbia minacciato di chiedere l’affidamento esclusivo dei figli. Secondo gli avvocati, invece, i due sono insieme e non pensano affatto a ipotesi di affidamento esclusivo. «Sono due persone che stanno affrontando un momento estremamente difficile delle loro vite ma lo fanno cercando di unirsi quanto più possibile, cercando di mettere il bene dei loro figli al primo posto e quindi anche facendo un passo indietro, per quanto convinti della validità delle loro posizioni», dice Solinas.
La situazione attuale pare di stallo. La perizia disposta dal tribunale è ancora in corso. I test previsti sui bambini non sono stati fatti ma rimandati e i piccoli per ora restano nella struttura di Vasto contrariamente a quanto deciso dal tribunale. Possono vedere solo il padre che ha intensificato le visite. Sembrano esclusi affidi esclusivi o adozioni. La madre resta lontana. Giudicate voi se questo sia «il superiore interesse dei minori».
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Antonio Scurati, regista di «M. Il figlio del secolo» (Ansa)
Al centro degli accertamenti (i finanzieri hanno acquisito «copia del libro giornale e sui mastrini di Cinecittà spa, con specifico riferimento all’annotazione delle fatture emesse nei confronti di The Apartment e, quindi, l’iscrizione del relativo credito, segnalando tutte le eventuali scritture successive attraverso cui il credito suddetto di Cinecittà abbia subito delle riduzioni (o azzeramenti o compensazioni), eventualmente legate sia all’emissione - come si è visto tardiva - di note di credito, sia alla stipula dei contratti di acquisizione delle percentuali dei diritti di sfruttamento commerciale delle opere») ci sono i contratti e i rapporti economici legati alla produzione della prima stagione della serie M. Il figlio del secolo, diretta da Joe Wright, tratta dall’omonimo libro di Antonio Scurati e incentrata sul primo Benito Mussolini, del film del 2024 Queer, di Luca Guadagnino, con Daniel Craig, e Finalmente l’alba, pellicola sempre del 2024 scritta e diretta da Saverio Costanzo e prodotta direttamente da Fremantle.
Nel mirino ci sono i bilanci 2022 e 2023 della spa, redatti dalla precedente gestione guidata da Nicola Maccanico, ad che si era dimesso nel 2024. I titolari dell’indagine, Giorgio Orano ed Eliana Dolce, hanno inoltre disposto l’acquisizione delle comunicazioni interne tra direzione marketing e uffici amministrativi delle società coinvolte e gli allora dirigenti di Cinecittà. The Apartment è una società del gruppo Fremantle «specializzata in produzioni di respiro internazionale». Già nell’autunno del 2025 le Fiamme gialle avevano acquisito documentazione a Cinecittà su altre produzioni, tra cui Siccità, film del 2022 di Paolo Virzì, L’immensità (2022) di Emanuele Crialese e ancora Finalmente l’alba. «Questa mattina (ieri mattina, ndr) nell’ambito del filone di indagine risalente al periodo 2022-2023 la Guardia di finanza si è presentata presso la nostra sede per acquisire documentazione necessaria ad accertamenti Cinecittà ha come sempre garantita la massima, piena e utile collaborazione», ha fatto sapere la spa in una nota.
Si tratta dell’ennesimo colpo di scena che contraddistingue la vicenda del tax credit, il meccanismo (perverso e fuori controllo) attraverso cui le case di produzione riescono a recuperare una parte consistente delle spese sostenute per produrre film, serie tv o documentari, attraverso i crediti di imposta. Il blitz della Finanza vuole rispondere a una domanda: i benefici fiscali richiesti e ottenuti dalle case di produzione sono corretti oppure possono esserci state delle irregolarità nella produzione dei documenti o nell’atto di rendicontare le spese sostenute? In parole povere, il sospetto è che alcune produzioni abbiano artatamente gonfiato i costi di produzione per ottenere maggiore tax credit. Ne è convinto, ad esempio, l’avvocato Michele Lo Foco, esperto del settore: secondo il legale, membro del Consiglio superiore dell’audiovisivo, si sarebbe creata una voragine da quattro miliardi di euro, dal 2016 a oggi, a causa della riforma del tax credit voluta da Dario Franceschini, sempiterno plenipotenziario della cultura targata Pd. Per Lo Foco, è in atto da anni quello che chiama «il sacco di Roma» ai danni dalle casse pubbliche.
La questione dei costi «gonfiati» è finita al centro anche di un’inchiesta avviata dalla Procura di Roma dopo un esposto presentato dallo stesso Lo Foco. Nel mirino del legale sono finite alcune produzioni: La chimera di Alice Rohrwacher. (3,3 milioni di tax credit), Il sol dell’avvenire di Nanni Moretti (5), L’immensità di Emanuele Crialese (6), Siccità di Paolo Virzì (4), The equilizer 3 con Denzel Washington (30 milioni), Fast and furious 10 (10), Viola come il mare (3,65) e Finalmente l’alba di Saverio Costanzo (9 milioni). Nomi che tornano e ritornano in questa storia di «bonus» dorati dati quasi sempre ai soliti noti.
Il blitz di ieri delle Fiamme gialle, come detto, ha messo al centro della scena la società di produzione The apartment. La srl, come mostra il grafico sopra, ha ottenuto negli ultimi anni qualcosa come 152 milioni di solo tax credit per le pellicole presentare al ministero della Cultura. Per vedere Daniel Craig in Queer, ha speso complessivamente oltre 54 milioni di euro nella produzione, quasi 18 milioni dei quali coperti dal generoso Tax credit piovuto dal Mic. Per Luca Marinelli nei panni di Benito Mussolini in M. Il figlio del secolo (ruolo che, a suo dire, lo ha «devastato» dal punto di vista personale ma non certo nel portafoglio o nella notorietà), l’Italia ha versato quasi 15 milioni di euro. Per i 16 episodi in due stagioni della serie tv Il Re, con Luca Zingaretti, in onda su Sky, sono finiti nelle tasche dei produttori ben 10 milioni di euro.
Niente a che vedere con le ultime due stazione de L’amica geniale: ben 30 milioni di euro di tax credit. Paolo Sorrentino con La grazia e Parthenope ha «cubato» circa 16 milioni di euro di tax credit. Ad Angelina Jolie e al suo Senza sangue, tratto da un romanzo di Alessandro Baricco, sono andati poco più di 6 milioni di euro.
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