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2021-10-07
Per Becciu il processo non si è fermato
Il processo al cardinale Angelo Becciu si ferma e torna in mano al promotore di giustizia, ma al tempo stesso continua. Ieri il collegio del Tribunale Vaticano, presieduto da Giuseppe Pignatone, ha ritenuto «che la lamentata (dalle difese, ndr) violazione dell'art. 289 c.p.p. sia fondata, limitatamente, però, agli imputati ed ai reati di seguito precisati, con conseguente restituzione degli atti al promotore di giustizia nei relativi limiti soggettivi ed oggettivi». Tradotto, per alcuni imputati gli atti tornano in mano alla Procura, mentre per altri, in alcuni casi colpiti dallo stesso capo d'accusa, il processo, salvo ulteriori sorprese, prosegue come se non fosse successo nulla. Si ferma completamente il processo per l'ex segretario di Becciu, monsignor Mauro Carlino (accusato di cinque episodi di abuso d'ufficio e uno di estorsione) e per l'uomo d'affari Raffaele Mincione (tre accuse di peculato, una di truffa, una di abuso d'ufficio, una di appropriazione indebita e quattro di autoriciclaggio). Stop a tutte le accuse anche per l'avvocato Nicola Squillace (truffa, abuso d'ufficio, riciclaggio e autoriciclaggio) e per l'alto funzionario del Vaticano Fabrizio Tirabassi (cinque accuse di corruzione, sei di abuso d'ufficio, quattro di peculato). Per il principale imputato, il cardinale Becciu invece, sono stati restituiti gli atti per due imputazioni su otto. A tornare sulla scrivania dall'aggiunto Alessandro Diddi, sono le carte relative all'accusa di subornazione di teste (capo EE) e una delle cinque accuse di peculato (il capo JJ), quella relativa ai 225.000 euro percepiti dalla cooperativa presieduta dal fratello. Vanno avanti invece le due ipotesi di abuso d'ufficio e le restanti quattro di peculato, tra cui quella che, oltre al porporato coinvolge Cecilia Marogna, titolare della società slovena Logsic, destinataria di fondi della Segreteria di Stato. Somme di cui i due, secondo l'accusa si «appropriavano indebitamente convertendole a proprio profitto e comunque usavano in modo illecito e distraevano, a vantaggio proprio, i fondi ed i valori pubblici, di importo non inferiore a 575.000 euro, destinandolo anche ad acquisti voluttuari incompatibili con le finalità impresse dalla Segreteria di Stato nell'atto di affidamento stesso alla predetta Logsic». La società riconducibile alla Marogna era anch'essa imputata, ma quel capo d'accusa è tra quelli fermati dalla decisione del tribunale. Tornano parzialmente all'ufficio del pg anche le posizioni di Enrico Crasso per un'ipotesi di peculato, una di corruzione, cinque di truffa, una di falso e una di riciclaggio (rimangono due ipotesi di peculato, due di corruzione, una di truffa e una di estorsione); di Tommaso Di Ruzza per il reato di peculato (restano in piedi sei ipotesi di abuso d'ufficio e una di pubblicazione di documenti segreti). Per tutte le posizioni rimaste del tutto o in parte immuni dal decreto, il processo va avanti, e riprenderà nell'udienza fissata al 17 novembre. Per i rinvii a giudizio interamente o parzialmente azzerati, invece, si dovrà procedere agli interrogatori degli indagati, decidendo poi sulle nuove basi, o per un nuovo rinvio a giudizio o per l'archiviazione. La restituzione degli atti all'Ufficio del promotore di giustizia era stata chiesta nell'udienza di due giorni fa dallo stesso pg aggiunto Diddi, motivandola con l'intento di procedere agli interrogatori preliminari degli imputati che non li avevano resi durante la fase di indagine. Le difese dei dieci imputati avevano invece bollato come «irricevibile» la richiesta di Diddi, puntando invece ad ottenere la nullità del decreto di citazione a giudizio a causa sia dei mancati interrogatori preliminari sia per l'ancora omesso deposito di atti del processo, tra cui i il video dell'interrogatorio di monsignor Alberto Perlasca.
Registrazione di cui Pignatone ieri ha disposto il deposito entro il 3 novembre, acconsentendo ad una richiesta presentata dalle difese fin dall'udienza del 27 luglio e alla quale l'accusa si era inizialmente detta d'accordo, per poi cambiare idea, adducendo ragioni di privacy. Per l'ex capo della Procura di Roma, «il deposito degli atti richiesti dalle difese appare indispensabile al fine di assicurare la par condicio delle parti nella conoscenza degli atti e quindi il rispetto del principio del contraddittorio». Ma dal decreto emesso ieri dal tribunale emerge la durezza dello scontro procedurale che ha paralizzato queste prime due udienze. Il 27 luglio le difese chiedono «il deposito delle audio e videoregistrazioni degli interrogatori degli imputati e delle dichiarazioni rese da Mons. Alberto Perlasca», e «il promotore di giustizia ha aderito alla richiesta esplicitando che in proposito “non e c'è nessun problema"». Di conseguenza il tribunale ha disposto il deposito degli atti. Il 9 agosto però, l'ufficio del promotore ha comunicato al tribunale che non avrebbe provveduto al deposito osservando, che «il deposito del materiale di cui si tratta sia suscettibile di successiva divulgazione con conseguente potenziale grave ed irreparabile nocumento dei diritti delle persone che hanno partecipato all'atto (oltre agli interessati, gli avvocati e, in un caso, l'interprete)» e che con il deposito «risulterebbe irreparabilmente compromesso il diritto alla riservatezza delle persone coinvolte». Una posizione stroncata senza appello dal collegio giudicante: «Non si comprende come la tutela della riservatezza possa essere messa a rischio dalla pubblicità, propria della sede dibattimentale, di atti (gli interrogatori) che per loro natura non sono sottoposti a segreto di dichiarazioni […] che lo stesso Promotore ha indicato come fonti di prova e ha ripetutamente evocato per motivare la sua richiesta di citazione a giudizio degli imputati».
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Il procedimento nei confronti del porporato prosegue, anche per l'imputazione che lo vede coinvolto assieme alla Marogna. Il collegio presieduto da Pignatone ha rimandato alla Procura solo atti relativi a casi specifici, come quello del segretario Carlino.Il processo al cardinale Angelo Becciu si ferma e torna in mano al promotore di giustizia, ma al tempo stesso continua. Ieri il collegio del Tribunale Vaticano, presieduto da Giuseppe Pignatone, ha ritenuto «che la lamentata (dalle difese, ndr) violazione dell'art. 289 c.p.p. sia fondata, limitatamente, però, agli imputati ed ai reati di seguito precisati, con conseguente restituzione degli atti al promotore di giustizia nei relativi limiti soggettivi ed oggettivi». Tradotto, per alcuni imputati gli atti tornano in mano alla Procura, mentre per altri, in alcuni casi colpiti dallo stesso capo d'accusa, il processo, salvo ulteriori sorprese, prosegue come se non fosse successo nulla. Si ferma completamente il processo per l'ex segretario di Becciu, monsignor Mauro Carlino (accusato di cinque episodi di abuso d'ufficio e uno di estorsione) e per l'uomo d'affari Raffaele Mincione (tre accuse di peculato, una di truffa, una di abuso d'ufficio, una di appropriazione indebita e quattro di autoriciclaggio). Stop a tutte le accuse anche per l'avvocato Nicola Squillace (truffa, abuso d'ufficio, riciclaggio e autoriciclaggio) e per l'alto funzionario del Vaticano Fabrizio Tirabassi (cinque accuse di corruzione, sei di abuso d'ufficio, quattro di peculato). Per il principale imputato, il cardinale Becciu invece, sono stati restituiti gli atti per due imputazioni su otto. A tornare sulla scrivania dall'aggiunto Alessandro Diddi, sono le carte relative all'accusa di subornazione di teste (capo EE) e una delle cinque accuse di peculato (il capo JJ), quella relativa ai 225.000 euro percepiti dalla cooperativa presieduta dal fratello. Vanno avanti invece le due ipotesi di abuso d'ufficio e le restanti quattro di peculato, tra cui quella che, oltre al porporato coinvolge Cecilia Marogna, titolare della società slovena Logsic, destinataria di fondi della Segreteria di Stato. Somme di cui i due, secondo l'accusa si «appropriavano indebitamente convertendole a proprio profitto e comunque usavano in modo illecito e distraevano, a vantaggio proprio, i fondi ed i valori pubblici, di importo non inferiore a 575.000 euro, destinandolo anche ad acquisti voluttuari incompatibili con le finalità impresse dalla Segreteria di Stato nell'atto di affidamento stesso alla predetta Logsic». La società riconducibile alla Marogna era anch'essa imputata, ma quel capo d'accusa è tra quelli fermati dalla decisione del tribunale. Tornano parzialmente all'ufficio del pg anche le posizioni di Enrico Crasso per un'ipotesi di peculato, una di corruzione, cinque di truffa, una di falso e una di riciclaggio (rimangono due ipotesi di peculato, due di corruzione, una di truffa e una di estorsione); di Tommaso Di Ruzza per il reato di peculato (restano in piedi sei ipotesi di abuso d'ufficio e una di pubblicazione di documenti segreti). Per tutte le posizioni rimaste del tutto o in parte immuni dal decreto, il processo va avanti, e riprenderà nell'udienza fissata al 17 novembre. Per i rinvii a giudizio interamente o parzialmente azzerati, invece, si dovrà procedere agli interrogatori degli indagati, decidendo poi sulle nuove basi, o per un nuovo rinvio a giudizio o per l'archiviazione. La restituzione degli atti all'Ufficio del promotore di giustizia era stata chiesta nell'udienza di due giorni fa dallo stesso pg aggiunto Diddi, motivandola con l'intento di procedere agli interrogatori preliminari degli imputati che non li avevano resi durante la fase di indagine. Le difese dei dieci imputati avevano invece bollato come «irricevibile» la richiesta di Diddi, puntando invece ad ottenere la nullità del decreto di citazione a giudizio a causa sia dei mancati interrogatori preliminari sia per l'ancora omesso deposito di atti del processo, tra cui i il video dell'interrogatorio di monsignor Alberto Perlasca. Registrazione di cui Pignatone ieri ha disposto il deposito entro il 3 novembre, acconsentendo ad una richiesta presentata dalle difese fin dall'udienza del 27 luglio e alla quale l'accusa si era inizialmente detta d'accordo, per poi cambiare idea, adducendo ragioni di privacy. Per l'ex capo della Procura di Roma, «il deposito degli atti richiesti dalle difese appare indispensabile al fine di assicurare la par condicio delle parti nella conoscenza degli atti e quindi il rispetto del principio del contraddittorio». Ma dal decreto emesso ieri dal tribunale emerge la durezza dello scontro procedurale che ha paralizzato queste prime due udienze. Il 27 luglio le difese chiedono «il deposito delle audio e videoregistrazioni degli interrogatori degli imputati e delle dichiarazioni rese da Mons. Alberto Perlasca», e «il promotore di giustizia ha aderito alla richiesta esplicitando che in proposito “non e c'è nessun problema"». Di conseguenza il tribunale ha disposto il deposito degli atti. Il 9 agosto però, l'ufficio del promotore ha comunicato al tribunale che non avrebbe provveduto al deposito osservando, che «il deposito del materiale di cui si tratta sia suscettibile di successiva divulgazione con conseguente potenziale grave ed irreparabile nocumento dei diritti delle persone che hanno partecipato all'atto (oltre agli interessati, gli avvocati e, in un caso, l'interprete)» e che con il deposito «risulterebbe irreparabilmente compromesso il diritto alla riservatezza delle persone coinvolte». Una posizione stroncata senza appello dal collegio giudicante: «Non si comprende come la tutela della riservatezza possa essere messa a rischio dalla pubblicità, propria della sede dibattimentale, di atti (gli interrogatori) che per loro natura non sono sottoposti a segreto di dichiarazioni […] che lo stesso Promotore ha indicato come fonti di prova e ha ripetutamente evocato per motivare la sua richiesta di citazione a giudizio degli imputati».
Eugenio Giani (Imagoeconomica)
La sanità è un colabrodo, con ospedali al collasso e liste d’attesa infinite. I trasporti un terno all’otto, non si sa né quando si parte né se si torna. Firenze, grazie anche alla «bravura» della sua sodale sindaca, Sara Funaro, è una cloaca a cielo aperto, con sporcizia, degrado e insicurezza che partono dalla stazione e finiscono di là d’Arno.
Ad aggiungersi a tutto questo, Giani insieme al suo assessore ai Trasporti, Filippo Boni, ha avuto la brillante idea di aumentare il costo dei biglietti e abbonamenti del bus. Amento a dir poco ingiustificato visto il servizio inadeguato e scadente, con tempi di percorrenza lunghissimi, corse soppresse o saltate, mezzi vetusti e carenti di manutenzione, vetture continuamente ferme per guasti. Ma ecco come si giustifica il poliedrico Giani: «Questo aumento è nel contratto, non l’ho fatto io. Il costo dei biglietti deve essere relazionato all’inflazione e agli aumenti Istat».
La cosa buffa è che anche l’assessore alla mobilità del Comune di Firenze, Andrea Giorgio, della sua stessa area politica, giudica inaccettabili quegli aumenti. Perplessi anche Anci Toscana e diversi sindaci Pd, tra cui il primo cittadino di Prato, Matteo Biffoni. Contrari i sindacati rossi. Cgil e Filt chiedono maggiori tutele per i pendolari mentre Fit Cisl definisce la misura socialmente ingiusta. E così, dal 1° agosto i biglietti passeranno da 1,70 euro a 2 euro. Il governatore rigira la frittata verso un maggiore contributo economico da parte dei Comuni. «La Regione Toscana», dice, «ogni anno per tenere bassi i biglietti stanzia 145 milioni di euro; i Comuni e le Province ne mettono 44: serve uno sforzo anche da parte loro». E dà poi la colpa al caro carburanti: «Una persona di buon senso si rende conto che un ritocco fosse naturale quando, solo in questo anno, il carburante è aumentato del 40%».
Naturale per lui. I consiglieri regionali toscani di Forza Italia, Marco Stella e Jacopo Ferri, avviano gazebo in tutta la Regione per raccogliere le firme contro questo aumento. «Dietro a questo aumento ci sono solo incapacità gestionali. Dopo l’aumento dell’Irpef regionale, un’altra tassa per i toscani, che colpisce i ceti più poveri». Il presidente della Provincia di Prato, Simone Calamai, afferma che è «necessario individuare soluzioni alternative. Si tratta di una misura che rischia di gravare sulle fasce più fragili della popolazione per le quali i servizi di mobilità rappresentano uno strumento essenziale per gli spostamenti quotidiani». All’attacco anche i Cobas: «Aumenti ingiustificati e vergognosi».
Ma questo non è il solo problema per Giani e per la sua giunta che da ottobre non ne ha fatta una come si deve. «La crisi della moda, della pelle, del tessile, della meccanica e della componentistica automotive sta colpendo duramente territori che rappresentano da decenni il cuore produttivo della Toscana», dicono Cgil, Cisl e Uil Toscana che proclamano per il 9 luglio uno sciopero regionale dell’intera giornata, dei settori industriali e manifatturieri.
Come ciliegina sulla torta la tegola degli affitti brevi. Il consiglio regionale ha approvato il nuovo testo unico del turismo, introducendo una estensione delle norme che consentono ai Comuni di limitare le locazioni. In totale saranno 165 i Comuni che potranno adottare misure restrittive sugli affitti brevi (fino a ora erano 91). «La legge sul turismo significa valorizzazione, promozione e senso di accoglienza», si giustifica Giani. L’assessore al Turismo, Leonardo Marras, fa peggio: «L’obiettivo non è combattere il turismo, ma la rendita». Il portavoce dell’opposizione, Alessandro Tomasi, avverte: «Questo testo non modificherà il fenomeno».
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Imagoeconomica. Nel riquadro, la locandina della mostra su Castro a Jesi
Così, un luogo storico patrimonio universale (non solo per il riconoscimento dell’Unesco) è divenuto un luogo di fanatismo politico, di discriminazione dei lavoratori, un luogo di divisione, un luogo da sporcare con l’infamante rifiuto da parte dell’Asbl «Le Bois du Cazier», l’ente gestore del sito, di aprire le porte ad un sindacato. La colpa dell’Ugl? Essere collocato nell’area politica del conservatorismo anche se sul campo si ritrova spesso accanto anche a sigle come Usb (com’è accaduto recentemente a Roma in alcune manifestazioni di lavoratori). L’Ugl non potrà apporre una targa commemorativa sul Muro del Ricordo della miniera di Bois du Cazier, perché i casellanti della Storia hanno negato il timbro democratico. La risposta ufficiale dell’ente gestore del sito «è particolarmente allarmante», ha dichiarato il segretario dell’Ugl Francesco Capone. «Nella comunicazione inviata al nostro incaricato viene infatti affermato che il rifiuto sarebbe stato deciso in ragione della presunta "tendenza di estrema destra" attribuita alla nostra organizzazione. Marcinelle non appartiene a una parte politica, a una sigla o a un fronte sindacale: appartiene alla storia del lavoro, al sacrificio degli italiani emigrati, al dolore delle famiglie e alla coscienza civile dell’Europa. Siamo davanti a un cortocircuito democratico», ha concluso il capo dell’Ugl, «si pretende di difendere i valori della memoria e del pluralismo negando, proprio in quel luogo, il pluralismo e la libertà di espressione».
Qualcuno potrebbe ricordare a questi hooligan della memoria che negli anni Ottanta nelle fabbriche del Nord molti tesserati della rossissima Fiom erano anche militanti della Lega. Qualcosa si è clamorosamente inceppato se in Europa il ricordo e la difesa dei diritti dipendono da passaporti politici timbrati da censori evidentemente intossicati da un concetto di libertà appreso negli anni di abbeveraggio dai rubinetti sovietici o affini.
Così Marcinelle diventa un pezzo della traiettoria che tocca la rassegna «Più Libri più Liberi» e si allunga a Jesi dove gli stessi gendarmi della libertà hanno deciso di dedicare una grande mostra a Fidel Castro! L’Ugl non può ricordare gli italiani morti a Marcinelle, ma la Fondazione Cassa di risparmio di Jesi in collaborazione con il Centro Fidel Castro Ruz de L’Avana può osannare a Palazzo Bisaccioni in Jesi (città dove nacque Federico II di Svevia…) Castro. «Il leader che sfidò il secolo» viene celebrato «con fotografie, documenti come l’atto di nascita, manifesti, telegrammi, proclami, ritagli di giornali e perfino il camicione bianco che indossava nel tempo libero». Una «pisciata» di retorica che sicuramente farà sbrodolare i compagni col culto nostalgico di Fidel, di Stalin, di Mao, di Pol Pot e compagnia cantante.
Ma ritorniamo alla vicenda di Marcinelle perché è decisamente più grave rispetto all’esaltazione di uno spompato castrismo: nel luogo dove settant’anni fa morirono 136 minatori italiani, sui 262 lavoratori, coloro che dovrebbero garantire la memoria di quella tragedia, si arrogano - non si sa con quale autorità - il diritto di chiedere un «passaporto politico» all’Ugl, escludendo un sindacato pienamente legittimo, attivo in Italia a ogni livello. Quell’Ugl che i lavoratori hanno scelto come opzione di garanzia e come loro interlocutore negoziale in difesa di diritti, salario, libertà, non avrebbe l’agibilità storica e lo standing morale per commemorare altri lavoratori, che in quel pezzo di Belgio non trovarono sufficiente protezione.
E allora non possiamo che domandare al presidente Sergio Mattarella se un sindacato italiano possa essere discriminato e umiliato, e se non ritiene di esporsi di fronte all’arroganza di chi alza o abbassa la barriera della memoria con imbarazzante superficialità.
Ma quand’anche affermiamo che l’Ugl non fa parte del giro dei compagni, perché un sindacato conservatore non avrebbe la liceità di commemorare la tragedia di Marcinelle? Che cosa c’entra il «passaporto politico» con una tragica e sottovalutata dinamica di sicurezza all’interno della miniera? I minatori rimasero intrappolati a quasi mille metri di profondità; non c’erano porte stagne per isolare il fumo e l’impianto possedeva strutture in legno che bruciarono rapidamente. Le squadre di soccorso, inoltre, non poterono intervenire tempestivamente a causa dell’aria resa irrespirabile. Che senso ha il passaggio (tra l’altro falso) sulla «tendenza di estrema destra»? Marcinelle è una ferita collettiva, una ferita per tutta la comunità italiana. Fa bene l’Ugl a sottolineare la discriminazione ricevuta e farebbe bene il nostro Capo dello Stato a spendere una parola di sostegno.
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Valentina Tereshkova e Sally K.Ride (Getty Images/Nasa)
Due storie parallele di donne che viaggiarono in orbita negli stessi giorni, a distanza di 20 anni esatti. Sono quelle dell’astronauta sovietica Valentina Tereshkova e della sua omologa americana Sally K.Ride, in orbita con la Nasa.
Entrambe si trovarono a migliaia di chilometri dalla terra il giorno 18 giugno. La Tereskova nel 1963, la Ride nel 1983, agli estremi temporali della corsa allo spazio che caratterizzò gli anni della Guerra fredda.
All’inizio degli anni Sessanta, sembrò che l’Unione Sovietica potesse prevalere sugli Stati Uniti in campo spaziale. Nel 1957 lo Sputnik era stata la prima missione di successo: per la prima volta un oggetto costruito dall’uomo aveva superato l’atmosfera. Nel 1961 Juri Gagarin fu il primo uomo in orbita a bordo della Vostok 1. Fu nel clima di entusiasmo per l’impresa che si aprì la strada di Valentina Tereshkova, pilota e paracadutista. Di origini bielorusse, nata nel 1937, orfana di guerra ed ex operaia e studentessa lavoratrice, dopo il brevetto da paracadutista si candidò quale prima donna nello Spazio all’interno del programma Vostok, lo stesso di Gagarin. Passata la selezione, si addestrò per un anno prima di essere confermata come membro dell’equipaggio del Vostok 6. Il programma prevedeva il lancio di due vettori ad due giorni di distanza l’uno dall’altro. Per prima fu lanciata la Vostok 5 con l’astronauta Valery Bykovski, mentre il 16 giugno 1963 fu la volta della Vostok 6 con a bordo la Tereshkova. L’obbiettivo della missione era il rendez-vous tra le due navicelle, secondo un calcolo della rotta studiato da terra (per i due astronauti non era possibile intervenire in alcun modo). Il lancio non presentò problemi e «Chaika» (gabbiano, nome in codice della Tereskova) fu la prima donna nello spazio. La Vostok 6, dopo numerose orbitazioni incontrò la gemella Vostok 5 il 18 giugno 1963, anche se il rendez-vous non fu completato ma comunque un successo, perché le due navicelle si avvicinarono a meno di 5 chilometri l’una dall’altra. Il 19 giugno la Tereskova compì le manovre di rientro e, come previsto allora, si paracadutò in una landa del Kazhakistan dove fu recuperata da un gruppo di contadini e nutrita. La missione fu trasmessa dalla televisione sovietica e sfruttata dal presidente Nikita Krushev come battaglia vinta nella guerra spaziale con gli Usa. L’eco dell’impresa della Tereshkova fu globale e l’astronauta fu mandata dal partito in tournée nei paesi Europei. Visitò Londra e la regina Elisabetta. In Italia fu a Roma, Milano e in altri capoluoghi per raccontare la sua impresa. Dopo la fine della carriera l’astronauta entrò nella dirigenza del Pcus e alla caduta dell’Urss proseguì con il partito Russia Unita di Vladimir Putin. Nel 2022 è stata una delle più convinte sostenitrici dell’«Operazione speciale» in Ucraina.
Erano passati esattamente vent’anni dal viaggio della Tereshkova e il mondo era ancora diviso nei due blocchi contrapposti separati dalla Cortina di ferro, anche se di lì a poco la Perestrojika di Michail Gorbaciov avrebbe spinto verso la fine della Guerra fredda e alla successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il mondo della corsa allo spazio era cambiato, vinto alla fine dagli Usa con la conquista della Luna e le successive missioni Apollo dal 1969 al 1972. Nel 1983 la Nasa aveva da poco iniziato le missioni STS (Space Transportation System) con lo Space Shuttle. Già nel 1978 lo sviluppo del nuovo velivolo spaziale era in pieno sviluppo. Fu in quell’anno che la Nasa incluse per la prima volta una donna come candidata ai voli spaziali. Sally K.Ride, californiana allora ventisettenne, aveva avuto una storia personale molto diversa da quella della pioniera Tereshkova. Astrofisica, rispose all’appello dell’agenzia spaziale americana e fu selezionata per l’addestramento ai voli STS, che avevano l’obiettivo di lanciare satelliti e condurre esperimenti scientifici. Sally fu destinata alla missione STS-7 sullo Shuttle «Challenger», che aveva come ulteriore compito quello di testare per la prima volta il braccio robotico «Canadarm». Il lancio avvenne il 18 giugno 1983, con la Ride accompagnata dagli astronauti Robert Crippen, Frederick Hauck, John Fabian e Norman Thagard dal Kennedy Space Center. Durante la missione furono portati a termine 10 esperimenti scientifici, tra cui lo studio degli effetti dello spazio sulle formiche, e lanciati i satelliti Anik C-2 di Telesat Canada e l’indonesiano Palapa-B1. Lo Shuttle con a bordo la Ride compì 98 orbitazioni terrestri prima dell’atterraggio (lo Shuttle atterrava come un aereo di linea) sulla pista della Edwards Air Force Base in California il 24 giugno 1983. L’esito della missione fu positivo, anche se al rientro fu notata una dispersione di schiuma isolante dalla carlinga del velivolo. Lo stesso problema fu la causa alla base del tragico incidente che coinvolse anni dopo lo Shuttle «Columbia» quando un pezzo di schiuma danneggiò la struttura durante il rientro. Il gas plasma penetrò in un’ala e distrusse lo Shuttle uccidendo tutto l’equipaggio. L'incidente si verificò il 1°febbraio 2003, vent’anni dopo il volo di Sally Ride che fu nominata membro della CAIB, la commissione d’inchiesta sul disastro. La prima americana nello Spazio fu chiamata in causa anche tre anni dopo il suo primo volo quando lo Shuttle che l’aveva portata in orbita, il «Challenger» esplose poco dopo il lancio. La Ride ebbe il merito di evidenziare le cause della sciagura causata dalla mancata tenuta degli «O-rings», gli anelli di congiunzione dei serbatoi e di mettere in luce i difetti di progettazione e le responsabilità dell’incidente.
Sally Ride è mancata prematuramente nel 2012, sopraffatta da una malattia incurabile.
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Agenti della polizia britannica (Ansa)
Il numero scioccante è contenuto nel report The Rape Gang Inquiry di Rupert Lowe, parlamentare di Restore UK. Studio che viaggia in parallelo a quella della commissione d’inchiesta governativa che dallo scorso marzo indaga su abusi sessuali di gruppo e sfruttamento dei minori. Lavori ancora nelle fasi preliminari che tra documenti e testimonianze andranno avanti per tre anni.
Nonostante la cifra citata da Lowe sia controversa e per ora non vi siano ancora dati ufficiali, il tema è da tempo all’attenzione della politica e dei media inglesi. Se The Indipendent conteggia circa 19.000 vittime in un solo anno, nel 2025 è il «Rapporto Casey» sullo sfruttamento sessuale dei minori a fare rumore, arrivando all’attenzione anche di Elon Musk. Secondo l’inchiesta, considerata un riferimento sul tema, tra i sospettati di sfruttamento sessuale minorile di gruppo vi sarebbe un numero sproporzionato di uomini di «origine etnica asiatica», e una parte significativa di pakistani musulmani tra i condannati. A detta di Lowe, però, le stime che circolano nel dibattito inglese sarebbero al ribasso. A partire dal mezzo milione di vittime il cui copyright si deve al Barone di Rannoch durante un discorso alla Camera dei Lord nel 2019. Questo perché il fenomeno sarebbe cresciuto sotto traccia, da un lato protetto dalla paura delle istituzioni inglesi di fomentare razzismo e islamofobia, e dall’altro, contando su una sorta di corporativismo interno alla comunità musulmana, dove la lealtà tra simili viene prima di tutto. Specialmente se «minoranza in società ospitanti non musulmane».
Un’accusa che chiama in causa Tony Blair e il suo Equality Act, il multiculturalismo e punta dritta a City Hall, dove dal 2016 siede il sindaco di Londra, Sadiq Khan, musulmano di origini pachistane. Secondo Lowe, il primo cittadino avrebbe negato per anni l’esistenza di bande dedite allo sfruttamento sessuale di minori. Non solo, avrebbe definito le testimonianze delle vittime come false e politicamente motivate. Contro Khan punta il dito anche il ministro degli Interni ombra, Chris Philp, convinto che l’insabbiamento del fenomeno sia stato portato avanti per motivi elettorali, visto che Londra ha la più grande popolazione musulmana della Gran Bretagna. Conferme del fenomeno arrivano però anche da voci indipendenti. Da un’analisi sui casi in tribunale tra il 1997 e il 2018 realizzata dal ricercatore Peter McLoughlin, emerge che l’87% degli appartenenti alle gang sarebbero musulmani.
Mentre secondo Taj Hargey, accademico presso l’Oxford Islamic Congregation e considerato un «imam liberale», la percentuale sarebbe addirittura del 95%. Dati allarmanti se si considera che i musulmani sono il 6% della popolazione. E che secondo gli analisti del report, chiamano in causa un ruolo specifico giocato dalla matrice religiosa. Il senso di superiorità verso i non musulmani nonché dell’uomo sulla donna. «Spazzatura bianca» o «infedele», sarebbero alcuni degli epiteti riportati con più frequenza dalle vittime. Molte di queste attirate con l’offerta di alcool, droga e sigarette. Portate a case delle gang e poi violentate. Un fenomeno che un’inchiesta della Bbc del 2021 avrebbe documentato anche in Pakistan. Abusi perpetrati da uomini musulmani nei confronti di ragazzine cristiane neanche dodicenni. Poi costrette a convertirsi e a sposarsi. Lo stesso copione. Motivo per cui, si legge nel report, «nonostante la questione islamica, sia profondamente scomoda per l’Occidente liberale, merita un’attenta analisi». A dir poco.
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