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2021-04-18
Dalla privacy ai diritti costituzionali. Il pass vaccinale è tutto un’incognita
Ansa
Un lasciapassare per muoversi al di fuori della propria Regione, che certifichi di aver fatto il vaccino (entrambe le dosi) o di esser guarito dal Covid. Altrimenti, bisogna portarsi appresso l'esito negativo di un tampone eseguito nelle 48 ore precedenti. Altro non è dato sapere, del pass anticipato da Mario Draghi e che è oggetto di studio da parte del Cts. Il premier ha parlato di un tesserino, che permetterà anche l'accesso a eventi culturali e sportivi. Da venerdì, quando è stato annunciato l'arrivo di questo pubblico salvacondotto, le ipotesi si stanno sprecando. Sarà un'app o un documento cartaceo? Verrà rilasciato dall'Asl o dalla Regione? Basterà il certificato medico in caso di guarigione dal coronavirus? E ancora, non sarà sufficiente l'attestato di avvenuta la vaccinazione, inserito anche nel nostro fascicolo sanitario elettronico? Risposte non si hanno. Per la digitalizzazione del pass sicuramente si dovrà attendere, nessuno dimentica il flop di Immuni, l'applicazione lanciata dal governo Conte per conoscere se si è stati a contatto con una persona ammalata di Covid, e che doveva consentire il tracciamento digitale dei contagi. Con risultati disastrosi.
Intanto non poche perplessità sorgono su un pass per muoversi all'interno del proprio Paese, che di fatto limita la libertà di circolazione e che rappresenta una grave violazione della privacy. Consideriamo il primo aspetto. Potrà uscire da una Regione chi si è vaccinato, chi ha avuto la sfortuna di ammalarsi o chi è disposto a fare il tampone (a proprie spese) prima di ogni spostamento. Peggio per lui se deve viaggiare per un'urgenza, una necessità familiare: il certificato, che sarà coordinato dal ministero dell'Interno o da quello della Salute, servirà a ricordargli che il vaccino doveva farlo, così non aveva bisogno di test molecolari o rapidi.
Ma come si può chiedere di esibire la negatività di un test fatto 48 ore prima, quando nel frattempo un cittadino può comunque infettarsi? Non dimentichiamo che non esiste un protocollo di amplificazione dei tamponi molecolari, «la maggior parte dei laboratori non esplicita quali geni sono ricercati e, soprattutto, non dichiara la politica sui cicli di amplificazione (Ct) della reazione Pcr», ricordavano due mesi fa cinque responsabili di medicina del territorio del Nord Italia su Quotidianosaità.it. Aggiungevano: «In concreto non è scritto a quali Ct un tampone è classificato come negativo, positivo o debolmente positivo» e che «non esiste uno standard per convalidare analisi quantitative che producono risultati comparabili tra laboratori». Eppure il direttore dell'Istituto Mario Negri, Giuseppe Remuzzi, ha detto chiaramente che la positività dei tamponi emerge «solo con cicli di amplificazione molto alti, tra 34 e 38 cicli, che corrispondono a 35.000-38.000 copie di Rna virale». Senza uniformità di tecnica di ricerca del virus da parte delle Asl, come si può subordinare la libertà di circolazione a tamponi poco significativi perché non standardizzati? A parte l'inevitabile considerazione sui tempi di risposta, almeno tre giorni per i test molecolari che nei periodi estivi, in seguito all'aumento di richieste, richiederanno più attesa e quindi impossibilità di spostarsi.
L'aspetto privacy è sicuramente quello più delicato, visto che per muoversi all'interno del proprio Paese bisognerà esibire certificati medici tutelati al massimo grado come dati sensibili, senza sapere chi li tratterà e come. Problema che è sorto in merito al Digital green pass, il passaporto europeo su cui ancora si discute, e che è stato evidenziato lo scorso primo marzo dal nostro garante della privacy. Senza una legge nazionale che sappia realizzare «un equo bilanciamento tra l'interesse pubblico che si intende perseguire e l'interesse individuale alla riservatezza», ha osservato l'Authority, «l'utilizzo in qualsiasi forma, da parte di soggetti pubblici e di soggetti privati fornitori di servizi destinati al pubblico, di app e pass destinati a distinguere i cittadini vaccinati dai cittadini non vaccinati è da considerarsi illegittimo». Non sarà facile, dunque, mettere a punto un certificato che viola la privacy del vaccinato e risulta evidentemente discriminatorio per il non vaccinato, in quanto gli impedisce il diritto fondamentale allo spostamento. C'è un altro ostacolo/paradosso. Come precisa l'Istituto superiore della sanità nel quarto rapporto Covid datato 13 marzo: «Per nessuno dei vaccini in utilizzo è nota al momento la durata della protezione ottenuta con la vaccinazione». E avverte: «Seppur diminuito, non è possibile al momento escludere un rischio di contagio anche in coloro che sono stati vaccinati». Dunque si sta autorizzando un pass che permetterà ai vaccinati di andare ovunque, forse superando anche il divieto agli spostamenti verso le Regioni che potranno tornare in zona rossa e con le maggiori restrizioni, senza la certezza che quelle persone non possano contagiare o non finire contagiati.
Maurizio Bolognetti, segretario di Radicali Lucani, che mercoledì scorso ha iniziato lo sciopero della fame per chiedere che venga onorato il diritto alla conoscenza su quanto è avvenuto in questi 14 mesi di stato di emergenza, è insorto anche contro il pass. Lo ritiene «una potente discriminazione», chiaramente «finalizzata a indurre, anche chi non vuole farlo, a vaccinarsi». Afferma: «Potete chiedermi di indossare la mascherina quando è necessario e di rispettare le distanze, ma non potete impedirmi la libertà di spostamento. Quale sarà la prossima frontiera, la porta delle nostre abitazioni?».
I ristoratori «assediano» la villa umbra di Draghi. E Zero arringa gli artisti
Il giallo allo zafferano (rafforzato) è indigesto ai ristoratori. La categoria in generale considera un passo avanti la promessa di riaprire anche a cena dal 26 aprile e forse da metà maggio per tutti, ma la limitazione legata al possesso di spazi all'aperto è la prima grave incrinatura. E non basta perché i ristori sono giudicati insufficienti e c'è la questione aperta della tassa sui rifiuti (la Tari) e dell'occupazione di suolo pubblico. Senza contare che i lavoratori dello spettacolo con la «benedizione» di Renato Zero e di molti big ieri hanno «occupato» piazza del Popolo a Roma con mille bauli e gli ambulanti hanno fatto manifestazioni a Napoli, a Firenze, a Bologna e nel Sud. Se Mario Draghi si è preso dei rischi ragionati, c'è chi lo invita a ragionare un po' di più. Così per molti la speranza delusa di aver addolcito il ministro Roberto Speranza si trasforma in una luna di fiele con il governo. La prova? La daranno stamattina i ristoratori umbri che hanno deciso d'inscenare una protesta à la carte. A Città della Pieve davanti alla villa di Mario Draghi si ritroveranno per cucinare un menù all'arrabbiata tra gli altri Simone Ciccotti che preparerà «un uovo di fagianella con crema di patate di Pietralunga, sale di Cervia e tartufo bianco» Lina, Angelucci, Alberto Massarini, Giuliano Martinelli (azienda Giuliano tartufi) Marco Caprai (cantina Arnaldo Caprai) con il supporto del più famoso cuoco d'Italia Gianfranco Vissani. Che così commenta: «Mi sembra il deserto del Sahara, dopo 13 mesi ci devono dare delle risposte e aiuti veri. La vita è una sola e il governo deve riaccendere una fiamma che ormai si sta spegnendo. La vita se ne va, devono far tornare la fiducia e la sicurezza». Da uno stellato all'altra il refrain è lo stesso. Cristina Bowerman, cuoca di eccezionale caratura, anche come presidente dell'associazione Ambasciatori del gusto si schiera, nonostante il suo bellissimo ristorante a Trastevere, a Roma, abbia un accogliente dehor, dalla parte di chi non può riaccendere i fornelli. Dice: «Ritengo ingiusto che ci sia una penalizzazione senza che sia preannunciato un ristoro nei confronti di chi non può aprire perché non ha i tavoli all'aperto e parimenti credo che sia un grosso danno il mantenimento del coprifuoco alle 22, non possiamo limitare la cena». Sul punto della penalizzazione di chi non ha i dehor è intervenuta anche la Fipe Confcommercio che partendo da Milano (è stato chiesto al sindaco Beppe Sala di dare spazi gratuiti e di cancellare la Tari a chi è rimasto chiuso) chiede al governo di rendere gratuita la concessione di spazi all'aperto e di rivedere quanto prima i criteri per la riapertura dei ristornati. Chi invece apprezza la parziale ripartenza è Paolo Bianchini (presidente del Movimento imprese ospitalità) animatore della protesta di Roma del 6 aprile che sottolinea: «Registro con soddisfazione che le nostre richieste con la reintroduzione della zona gialla, il blocco dei mutui, dei finanziamenti e degli sfratti commerciali che avevamo sottoposto al senatore Matteo Salvini sono state accolte. Voglio ringraziare il leader della Lega per la concretezza e la vicinanza al nostro settore». Anche Bianchini però insiste per la riapertura anche per chi non ha spazi esterni. Chi gli spazi esterni ce l'ha, ma deve combattere ancora con ordinanze regionali e provvedimenti del governo sono gli ambulanti. I mercati a esempio in Toscana e in Campania sono ancora bloccati, soprattutto quelli del sabato che sono la migliore occasione di vendita. Per questo ci sono state nuove proteste tanto a Napoli, come a Bologna e a Firenze. Chi invece si sente completamente abbandonato è il settore dello spettacolo. Ieri a piazza del Popolo a Roma sono tornati i mille bauli. Da 419 giorni i lavoratori dello spettacolo sono fermi e senza introiti. È stato una sorta di raduno degli artisti italiani con Renato Zero che ha salutato tra gli applausi i ragazzi e le ragazze dei bauli: «Sono qui con voi per dimostrare che non abbiamo paura di salire su quel palco». In piazza c'erano anche Max Gazzè, Fiorella Mannoia, Daniele Silvestri, Manuel Agnelli, Emma, Diodato e Alessandra Amoroso. Le richieste sono chiare: un fondo che assicuri un minimo introito per quest'anno, un tavolo interministeriale per programmare la ripartenza, una riforma del settore con particolare riferimento alla previdenza e all'assistenza. Se no il giallo rafforzato è come il semaforo: non è un via libera, ma si rischia addirittura la multa.
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Il governo pensa a uno strumento che dia libertà di movimento a immunizzati, guariti e negativi al test. Ma i dubbi sono molti, a cominciare dall'impossibilità di dimostrare che non si è portatori di infezione.Gli chef protestano a Città della Pieve, dove risiede il premier. Lavoratori dello spettacolo in piazza a Roma con mille bauli.Lo speciale contiene due articoli.Un lasciapassare per muoversi al di fuori della propria Regione, che certifichi di aver fatto il vaccino (entrambe le dosi) o di esser guarito dal Covid. Altrimenti, bisogna portarsi appresso l'esito negativo di un tampone eseguito nelle 48 ore precedenti. Altro non è dato sapere, del pass anticipato da Mario Draghi e che è oggetto di studio da parte del Cts. Il premier ha parlato di un tesserino, che permetterà anche l'accesso a eventi culturali e sportivi. Da venerdì, quando è stato annunciato l'arrivo di questo pubblico salvacondotto, le ipotesi si stanno sprecando. Sarà un'app o un documento cartaceo? Verrà rilasciato dall'Asl o dalla Regione? Basterà il certificato medico in caso di guarigione dal coronavirus? E ancora, non sarà sufficiente l'attestato di avvenuta la vaccinazione, inserito anche nel nostro fascicolo sanitario elettronico? Risposte non si hanno. Per la digitalizzazione del pass sicuramente si dovrà attendere, nessuno dimentica il flop di Immuni, l'applicazione lanciata dal governo Conte per conoscere se si è stati a contatto con una persona ammalata di Covid, e che doveva consentire il tracciamento digitale dei contagi. Con risultati disastrosi.Intanto non poche perplessità sorgono su un pass per muoversi all'interno del proprio Paese, che di fatto limita la libertà di circolazione e che rappresenta una grave violazione della privacy. Consideriamo il primo aspetto. Potrà uscire da una Regione chi si è vaccinato, chi ha avuto la sfortuna di ammalarsi o chi è disposto a fare il tampone (a proprie spese) prima di ogni spostamento. Peggio per lui se deve viaggiare per un'urgenza, una necessità familiare: il certificato, che sarà coordinato dal ministero dell'Interno o da quello della Salute, servirà a ricordargli che il vaccino doveva farlo, così non aveva bisogno di test molecolari o rapidi. Ma come si può chiedere di esibire la negatività di un test fatto 48 ore prima, quando nel frattempo un cittadino può comunque infettarsi? Non dimentichiamo che non esiste un protocollo di amplificazione dei tamponi molecolari, «la maggior parte dei laboratori non esplicita quali geni sono ricercati e, soprattutto, non dichiara la politica sui cicli di amplificazione (Ct) della reazione Pcr», ricordavano due mesi fa cinque responsabili di medicina del territorio del Nord Italia su Quotidianosaità.it. Aggiungevano: «In concreto non è scritto a quali Ct un tampone è classificato come negativo, positivo o debolmente positivo» e che «non esiste uno standard per convalidare analisi quantitative che producono risultati comparabili tra laboratori». Eppure il direttore dell'Istituto Mario Negri, Giuseppe Remuzzi, ha detto chiaramente che la positività dei tamponi emerge «solo con cicli di amplificazione molto alti, tra 34 e 38 cicli, che corrispondono a 35.000-38.000 copie di Rna virale». Senza uniformità di tecnica di ricerca del virus da parte delle Asl, come si può subordinare la libertà di circolazione a tamponi poco significativi perché non standardizzati? A parte l'inevitabile considerazione sui tempi di risposta, almeno tre giorni per i test molecolari che nei periodi estivi, in seguito all'aumento di richieste, richiederanno più attesa e quindi impossibilità di spostarsi. L'aspetto privacy è sicuramente quello più delicato, visto che per muoversi all'interno del proprio Paese bisognerà esibire certificati medici tutelati al massimo grado come dati sensibili, senza sapere chi li tratterà e come. Problema che è sorto in merito al Digital green pass, il passaporto europeo su cui ancora si discute, e che è stato evidenziato lo scorso primo marzo dal nostro garante della privacy. Senza una legge nazionale che sappia realizzare «un equo bilanciamento tra l'interesse pubblico che si intende perseguire e l'interesse individuale alla riservatezza», ha osservato l'Authority, «l'utilizzo in qualsiasi forma, da parte di soggetti pubblici e di soggetti privati fornitori di servizi destinati al pubblico, di app e pass destinati a distinguere i cittadini vaccinati dai cittadini non vaccinati è da considerarsi illegittimo». Non sarà facile, dunque, mettere a punto un certificato che viola la privacy del vaccinato e risulta evidentemente discriminatorio per il non vaccinato, in quanto gli impedisce il diritto fondamentale allo spostamento. C'è un altro ostacolo/paradosso. Come precisa l'Istituto superiore della sanità nel quarto rapporto Covid datato 13 marzo: «Per nessuno dei vaccini in utilizzo è nota al momento la durata della protezione ottenuta con la vaccinazione». E avverte: «Seppur diminuito, non è possibile al momento escludere un rischio di contagio anche in coloro che sono stati vaccinati». Dunque si sta autorizzando un pass che permetterà ai vaccinati di andare ovunque, forse superando anche il divieto agli spostamenti verso le Regioni che potranno tornare in zona rossa e con le maggiori restrizioni, senza la certezza che quelle persone non possano contagiare o non finire contagiati.Maurizio Bolognetti, segretario di Radicali Lucani, che mercoledì scorso ha iniziato lo sciopero della fame per chiedere che venga onorato il diritto alla conoscenza su quanto è avvenuto in questi 14 mesi di stato di emergenza, è insorto anche contro il pass. Lo ritiene «una potente discriminazione», chiaramente «finalizzata a indurre, anche chi non vuole farlo, a vaccinarsi». Afferma: «Potete chiedermi di indossare la mascherina quando è necessario e di rispettare le distanze, ma non potete impedirmi la libertà di spostamento. Quale sarà la prossima frontiera, la porta delle nostre abitazioni?».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/privacy-diritti-costituzionali-pass-vaccinale-2652619409.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-ristoratori-assediano-la-villa-umbra-di-draghi-e-zero-arringa-gli-artisti" data-post-id="2652619409" data-published-at="1618693976" data-use-pagination="False"> I ristoratori «assediano» la villa umbra di Draghi. E Zero arringa gli artisti Il giallo allo zafferano (rafforzato) è indigesto ai ristoratori. La categoria in generale considera un passo avanti la promessa di riaprire anche a cena dal 26 aprile e forse da metà maggio per tutti, ma la limitazione legata al possesso di spazi all'aperto è la prima grave incrinatura. E non basta perché i ristori sono giudicati insufficienti e c'è la questione aperta della tassa sui rifiuti (la Tari) e dell'occupazione di suolo pubblico. Senza contare che i lavoratori dello spettacolo con la «benedizione» di Renato Zero e di molti big ieri hanno «occupato» piazza del Popolo a Roma con mille bauli e gli ambulanti hanno fatto manifestazioni a Napoli, a Firenze, a Bologna e nel Sud. Se Mario Draghi si è preso dei rischi ragionati, c'è chi lo invita a ragionare un po' di più. Così per molti la speranza delusa di aver addolcito il ministro Roberto Speranza si trasforma in una luna di fiele con il governo. La prova? La daranno stamattina i ristoratori umbri che hanno deciso d'inscenare una protesta à la carte. A Città della Pieve davanti alla villa di Mario Draghi si ritroveranno per cucinare un menù all'arrabbiata tra gli altri Simone Ciccotti che preparerà «un uovo di fagianella con crema di patate di Pietralunga, sale di Cervia e tartufo bianco» Lina, Angelucci, Alberto Massarini, Giuliano Martinelli (azienda Giuliano tartufi) Marco Caprai (cantina Arnaldo Caprai) con il supporto del più famoso cuoco d'Italia Gianfranco Vissani. Che così commenta: «Mi sembra il deserto del Sahara, dopo 13 mesi ci devono dare delle risposte e aiuti veri. La vita è una sola e il governo deve riaccendere una fiamma che ormai si sta spegnendo. La vita se ne va, devono far tornare la fiducia e la sicurezza». Da uno stellato all'altra il refrain è lo stesso. Cristina Bowerman, cuoca di eccezionale caratura, anche come presidente dell'associazione Ambasciatori del gusto si schiera, nonostante il suo bellissimo ristorante a Trastevere, a Roma, abbia un accogliente dehor, dalla parte di chi non può riaccendere i fornelli. Dice: «Ritengo ingiusto che ci sia una penalizzazione senza che sia preannunciato un ristoro nei confronti di chi non può aprire perché non ha i tavoli all'aperto e parimenti credo che sia un grosso danno il mantenimento del coprifuoco alle 22, non possiamo limitare la cena». Sul punto della penalizzazione di chi non ha i dehor è intervenuta anche la Fipe Confcommercio che partendo da Milano (è stato chiesto al sindaco Beppe Sala di dare spazi gratuiti e di cancellare la Tari a chi è rimasto chiuso) chiede al governo di rendere gratuita la concessione di spazi all'aperto e di rivedere quanto prima i criteri per la riapertura dei ristornati. Chi invece apprezza la parziale ripartenza è Paolo Bianchini (presidente del Movimento imprese ospitalità) animatore della protesta di Roma del 6 aprile che sottolinea: «Registro con soddisfazione che le nostre richieste con la reintroduzione della zona gialla, il blocco dei mutui, dei finanziamenti e degli sfratti commerciali che avevamo sottoposto al senatore Matteo Salvini sono state accolte. Voglio ringraziare il leader della Lega per la concretezza e la vicinanza al nostro settore». Anche Bianchini però insiste per la riapertura anche per chi non ha spazi esterni. Chi gli spazi esterni ce l'ha, ma deve combattere ancora con ordinanze regionali e provvedimenti del governo sono gli ambulanti. I mercati a esempio in Toscana e in Campania sono ancora bloccati, soprattutto quelli del sabato che sono la migliore occasione di vendita. Per questo ci sono state nuove proteste tanto a Napoli, come a Bologna e a Firenze. Chi invece si sente completamente abbandonato è il settore dello spettacolo. Ieri a piazza del Popolo a Roma sono tornati i mille bauli. Da 419 giorni i lavoratori dello spettacolo sono fermi e senza introiti. È stato una sorta di raduno degli artisti italiani con Renato Zero che ha salutato tra gli applausi i ragazzi e le ragazze dei bauli: «Sono qui con voi per dimostrare che non abbiamo paura di salire su quel palco». In piazza c'erano anche Max Gazzè, Fiorella Mannoia, Daniele Silvestri, Manuel Agnelli, Emma, Diodato e Alessandra Amoroso. Le richieste sono chiare: un fondo che assicuri un minimo introito per quest'anno, un tavolo interministeriale per programmare la ripartenza, una riforma del settore con particolare riferimento alla previdenza e all'assistenza. Se no il giallo rafforzato è come il semaforo: non è un via libera, ma si rischia addirittura la multa.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.