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2025-08-10
La prima grana del Papa è tedesca: diocesi divise sulle benedizioni gay
Papa Leone XIV (Getty Images)
A tre mesi dalla sua elezione, papa Leone XIV si trova sul tavolo una questione urgente quanto spinosa: quella dell’ennesimo strappo da parte della Chiesa tedesca. Ci riferiamo agli effetti della pubblicazione, raccontati dal sito Silere non possum, di La benedizione dà forza all’amore, una guida data alle stampe lo scorso aprile e che sta generando serie spaccature in seno alla Chiesa cattolica teutonica. A dividere è il contenuto del documento che - elaborato dalla Conferenza episcopale tedesca (Dbk) insieme al Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK) - disciplina le benedizioni di coppie, incluse quelle in «situazioni irregolari».
La divisione ecclesiale è ben rappresentata dall’ordine sparso con cui le 27 diocesi tedesche stanno accogliendo tali linee guida: 11 tra, cui Limburg, Osnabrück e Treviri hanno espresso il loro appoggio esplicito; altre, come Essen, Rottenburg-Stoccarda, Dresda-Meißen e Hildesheim, hanno solo manifestato interesse; contrarie in modo netto, invece, almeno cinque diocesi, vale a dire Colonia, Eichstätt, Passavia e Ratisbona, Augusta.
Proprio il vescovo di Augusta, monsignor Bertram Meier, ha enumerato più punti de La benedizione dà forza all’amore che si spingono perfino oltre Fiducia supplicans, documento del 2023 del Dicastero per la dottrina della Fede, recante quindi la firma del suo prefetto - il cardinale argentino Víctor Manuel Fernández - con cui si era aperto per la prima volta a una «benedizione lampo» e informale («di 10 o 15 secondi» ebbe poi a precisare, forse previo collaudo cronometrato, lo stesso Fernández) alle coppie gay.
Ebbene, secondo Meier le nuove linee guida tedesche oltrepassano Fiducia supplicans, in almeno quattro aspetti: le differenti motivazioni per escludere le forme liturgiche, l’uso esplicito del termine «celebrazioni di una benedizione», l’estensione del contesto delle benedizioni ad esempio in occasione di matrimoni civili e, infine, la mancanza di un chiaro confine rispetto al matrimonio sacramentale. Insomma, il nuovo documento teutonico sarebbe un chiaro passo verso una «benedizione più ritualizzata» delle coppie irregolari. Oltre a quella di Meier si sono levate le voci di protesta dell’arcidiocesi di Colonia, a detta della quale la guida «va oltre le norme della Chiesa universale» e del gruppo Neuer Anfang, che a sua volta ha diffuso nota di protesta, accusando i promotori della guida di voler «legittimare consapevolmente celebrazioni di benedizione rituali e pianificate», in antitesi a Fiducia supplicans.
Tutto ciò è degno di nota ma ha anche del paradossale. È infatti bizzarro che, per arginare il caos tedesco, si tiri in ballo - quasi fosse un testo conservatore - Fiducia supplicans, la cui pubblicazione ha suscitato un terremoto senza precedenti sotto il pontificato di papa Francesco. Giova a questo proposito rammentare le tante reazioni assai caute quando non apertamente contrarie, ora di gruppi di pastori ora di interi episcopati: dai vescovi africani a quelli olandesi, dai vescovi delle Antille francesi ai vescovi ucraini, da quelli spagnoli a quelli ungheresi. Perfino gli ambienti ecclesiali progressisti, assicurano esperti vaticanisti, apparivano «delusi» se non proprio da Fiducia supplicans quanto meno dal caos da essa generato.
A tale proposito, era stata memorabile per compattezza la levata di scudi della Chiesa africana, la più contraria alle benedizioni Lgbt, levata di scuti e volontà di non applicare il documento così forti di aver dopo poco «ricevuto», quasi come lasciapassare, «il consenso di Sua Santità papa Francesco e di Sua Eminenza il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede», come affermava da una nota ufficiale del cardinale Fridolin Ambongo Besungu, capofila di quel vigoroso dissenso pur essendo stato creato cardinale proprio da Jorge Mario Bergoglio.
Ma torniamo ora a La benedizione dà forza all’amore. Come reagirà a quelle linee guida - e alle divergenze conseguenti - papa Robert Francis Prevost? Il fatto che sia stato eletto anche, per alcuni perfino soprattutto, per ricucire divisioni da tempo serpeggianti nella Chiesa - e che egli stesso ripeta spesso l’importanza del concetto di «unità» - lascia pensare che Leone XIV affronterà il dossier tedesco. Ma non è affatto detto che lo faccia dando il placet a certe derive. Anzi, ci sono precedenti che vanno in direzione opposta. Possiamo per esempio ricordare che nel febbraio 2024, da prefetto del Dicastero dei vescovi, Prevost firmò - con il Segretario di Stato il cardinale Pietro Parolin, e il già citato Fernández - una lettera proprio per chiedere ai vescovi tedeschi di fermare il progetto di un Comitato sinodale. Quindi è pressoché certo che al Papa le spinte in avanti tedesche non piacciano.
Allo stesso modo, non è affatto pacifico che a Leone XIV vada così a genio Fiducia supplicans che pure, lo abbiamo visto, è ora invocato come argine a certe derive; prova ne sia che il 13 maggio scorso, intervistato su La Stampa, il cardinale del Lussemburgo, il progressista Jean-Claude Hollerich, se da un lato aveva definito «improbabile» che Prevost possa annullare gli insegnamenti di papa Francesco, dall’altro non aveva escluso che il documento Fiducia supplicans avrebbe potuto essere «riadattato» sotto il nuovo pontificato. Staremo a vedere, dunque, come il mite papa Leone XIV gestirà la partita tedesca. Ma chi si immagina benedizioni alle benedizioni, per così dire, rischia di restare deluso. Parecchio deluso.
Leone vara il suo codice degli appalti
Passati i primi 100 giorni dall’elezione, tutti gli osservatori attenti hanno capito ormai che papa Leone è tutto fuorché un «venticello di primavera» o una «acqua cheta». Infatti, con la pacatezza che gli è connaturale sta agendo con impegno e in modo incisivo, per rettificare una vita cristiana che non era (e non è) ai massimi livelli quanto a intensità, brillantezza e moralità generale.
In tal senso va letto, secondo noi, il «Decreto generale esecutivo», pubblicato ieri dalla Segreteria per l’Economia e contenente il Regolamento di attuazione della Lettera Apostolica sulle Norme sulla trasparenza, il controllo e la concorrenza nelle procedure di aggiudicazione dei contratti pubblici della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano.
Lo scopo del dettagliatissimo Regolamento, suddiviso in 8 titoli e 52 articoli, è per Vatican news quello di favorire la «trasparenza, il controllo e la concorrenza» nelle gare di appalto che hanno il Vaticano e i suoi enti, come soggetto protagonista.
Il decreto, firmato dal prefetto dell’Economia, l’economista laico spagnolo Maximino Caballero Ledo, si fonda sulla «Costituzione apostolica» Praedicate Evangelium, pubblicata da papa Francesco nel 2022 per coordinare meglio le attività dei Dicasteri della Curia Romana. Secondo la Pe spetta alla Segreteria per l’Economia sia formulare «linee guida, indirizzi, modelli e procedure in materia di appalti», sia adoperarsi per rendere «efficace e trasparente la gestione amministrativa, economica e finanziaria» (n. 216).
Con il nuovo Regolamento si dà una svolta positiva a questi obiettivi di trasparenza e di giustizia, imponendo, a tutti i responsabili degli acquisti e delle gare di appalto, di seguire un’effettiva «parità di trattamento tra gli operatori economici» e una assoluta «non discriminazione tra gli offerenti». Anche per mettere in atto quei principi della Dottrina sociale della Chiesa che proprio Leone XIV sta riaffermando dallo scorso 8 maggio, rifacendosi anche nel nome a Leone XIII, il papa della Rerum novarum.
Tutte le agenzie hanno sottolineato la volontà del Papa di «moralizzare» il campo minato delle compravendite da parte degli enti della Santa Sede, attraverso l’obbligo, ora più stringente per tutti gli operatori, di chiarire «i rapporti diretti e indiretti» tra le parti in causa. Ed evitando situazioni «da cui potrebbero risultare compromesse o diminuite la propria imparzialità o indipendenza», con l’imposizione di «astenersi» da tutte le operazioni finanziarie qualora risultasse che «in passato tra il funzionario» della Santa Sede e «il fornitore» di beni o servizi, ci siano stati «rapporti di collaborazione, anche se a tiolo gratuito».
Sempre con lo scopo della trasparenza, il Regolamento impone di verificare «la documentazione amministrativa» degli «operatori economici» che abbiano presentato offerta di collaborazione con la Santa Sede e i suoi enti. Per valutare, da parte della «Commissione giudicatrice» nominata dalla stessa Segreteria per l’Economia su richiesta del «Responsabile del procedimento», la possibile «incompatibilità» di detti «operatori economici», come nel caso in cui emergessero rapporti pregressi tra le parti, «in ordine alla realizzazione dell’appalto».
La Chiesa di papa Leone vuole dunque mostrarsi «evangelica» e persino esemplare, adottando una serie di riforme e criteri che, se in teoria esistono già nel comune diritto civile e commerciale, molto spesso restano lettera morta, specie nell’annosa situazione di «conflitto di interesse».
Il decreto generale, contenente il nuovo Regolamento, con la pubblicazione sull’Osservatore Romano, entra in vigore da oggi, domenica 10 agosto.
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Le linee guida diffuse dall’episcopato in Germania sono state considerate troppo spinte persino rispetto a «Fiducia supplicans», il documento del cardinale Tucho. E ora diversi vescovi si rifiutano di applicarle.Esce il nuovo regolamento vaticano sui contratti pubblici: segue le coordinate dettate da Francesco e punta ad accrescere la «trasparenza», eliminando i conflitti d’interessi.Lo speciale contiene due articoli.A tre mesi dalla sua elezione, papa Leone XIV si trova sul tavolo una questione urgente quanto spinosa: quella dell’ennesimo strappo da parte della Chiesa tedesca. Ci riferiamo agli effetti della pubblicazione, raccontati dal sito Silere non possum, di La benedizione dà forza all’amore, una guida data alle stampe lo scorso aprile e che sta generando serie spaccature in seno alla Chiesa cattolica teutonica. A dividere è il contenuto del documento che - elaborato dalla Conferenza episcopale tedesca (Dbk) insieme al Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK) - disciplina le benedizioni di coppie, incluse quelle in «situazioni irregolari».La divisione ecclesiale è ben rappresentata dall’ordine sparso con cui le 27 diocesi tedesche stanno accogliendo tali linee guida: 11 tra, cui Limburg, Osnabrück e Treviri hanno espresso il loro appoggio esplicito; altre, come Essen, Rottenburg-Stoccarda, Dresda-Meißen e Hildesheim, hanno solo manifestato interesse; contrarie in modo netto, invece, almeno cinque diocesi, vale a dire Colonia, Eichstätt, Passavia e Ratisbona, Augusta. Proprio il vescovo di Augusta, monsignor Bertram Meier, ha enumerato più punti de La benedizione dà forza all’amore che si spingono perfino oltre Fiducia supplicans, documento del 2023 del Dicastero per la dottrina della Fede, recante quindi la firma del suo prefetto - il cardinale argentino Víctor Manuel Fernández - con cui si era aperto per la prima volta a una «benedizione lampo» e informale («di 10 o 15 secondi» ebbe poi a precisare, forse previo collaudo cronometrato, lo stesso Fernández) alle coppie gay.Ebbene, secondo Meier le nuove linee guida tedesche oltrepassano Fiducia supplicans, in almeno quattro aspetti: le differenti motivazioni per escludere le forme liturgiche, l’uso esplicito del termine «celebrazioni di una benedizione», l’estensione del contesto delle benedizioni ad esempio in occasione di matrimoni civili e, infine, la mancanza di un chiaro confine rispetto al matrimonio sacramentale. Insomma, il nuovo documento teutonico sarebbe un chiaro passo verso una «benedizione più ritualizzata» delle coppie irregolari. Oltre a quella di Meier si sono levate le voci di protesta dell’arcidiocesi di Colonia, a detta della quale la guida «va oltre le norme della Chiesa universale» e del gruppo Neuer Anfang, che a sua volta ha diffuso nota di protesta, accusando i promotori della guida di voler «legittimare consapevolmente celebrazioni di benedizione rituali e pianificate», in antitesi a Fiducia supplicans.Tutto ciò è degno di nota ma ha anche del paradossale. È infatti bizzarro che, per arginare il caos tedesco, si tiri in ballo - quasi fosse un testo conservatore - Fiducia supplicans, la cui pubblicazione ha suscitato un terremoto senza precedenti sotto il pontificato di papa Francesco. Giova a questo proposito rammentare le tante reazioni assai caute quando non apertamente contrarie, ora di gruppi di pastori ora di interi episcopati: dai vescovi africani a quelli olandesi, dai vescovi delle Antille francesi ai vescovi ucraini, da quelli spagnoli a quelli ungheresi. Perfino gli ambienti ecclesiali progressisti, assicurano esperti vaticanisti, apparivano «delusi» se non proprio da Fiducia supplicans quanto meno dal caos da essa generato.A tale proposito, era stata memorabile per compattezza la levata di scudi della Chiesa africana, la più contraria alle benedizioni Lgbt, levata di scuti e volontà di non applicare il documento così forti di aver dopo poco «ricevuto», quasi come lasciapassare, «il consenso di Sua Santità papa Francesco e di Sua Eminenza il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede», come affermava da una nota ufficiale del cardinale Fridolin Ambongo Besungu, capofila di quel vigoroso dissenso pur essendo stato creato cardinale proprio da Jorge Mario Bergoglio.Ma torniamo ora a La benedizione dà forza all’amore. Come reagirà a quelle linee guida - e alle divergenze conseguenti - papa Robert Francis Prevost? Il fatto che sia stato eletto anche, per alcuni perfino soprattutto, per ricucire divisioni da tempo serpeggianti nella Chiesa - e che egli stesso ripeta spesso l’importanza del concetto di «unità» - lascia pensare che Leone XIV affronterà il dossier tedesco. Ma non è affatto detto che lo faccia dando il placet a certe derive. Anzi, ci sono precedenti che vanno in direzione opposta. Possiamo per esempio ricordare che nel febbraio 2024, da prefetto del Dicastero dei vescovi, Prevost firmò - con il Segretario di Stato il cardinale Pietro Parolin, e il già citato Fernández - una lettera proprio per chiedere ai vescovi tedeschi di fermare il progetto di un Comitato sinodale. Quindi è pressoché certo che al Papa le spinte in avanti tedesche non piacciano. Allo stesso modo, non è affatto pacifico che a Leone XIV vada così a genio Fiducia supplicans che pure, lo abbiamo visto, è ora invocato come argine a certe derive; prova ne sia che il 13 maggio scorso, intervistato su La Stampa, il cardinale del Lussemburgo, il progressista Jean-Claude Hollerich, se da un lato aveva definito «improbabile» che Prevost possa annullare gli insegnamenti di papa Francesco, dall’altro non aveva escluso che il documento Fiducia supplicans avrebbe potuto essere «riadattato» sotto il nuovo pontificato. Staremo a vedere, dunque, come il mite papa Leone XIV gestirà la partita tedesca. Ma chi si immagina benedizioni alle benedizioni, per così dire, rischia di restare deluso. 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Infatti, con la pacatezza che gli è connaturale sta agendo con impegno e in modo incisivo, per rettificare una vita cristiana che non era (e non è) ai massimi livelli quanto a intensità, brillantezza e moralità generale.In tal senso va letto, secondo noi, il «Decreto generale esecutivo», pubblicato ieri dalla Segreteria per l’Economia e contenente il Regolamento di attuazione della Lettera Apostolica sulle Norme sulla trasparenza, il controllo e la concorrenza nelle procedure di aggiudicazione dei contratti pubblici della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano.Lo scopo del dettagliatissimo Regolamento, suddiviso in 8 titoli e 52 articoli, è per Vatican news quello di favorire la «trasparenza, il controllo e la concorrenza» nelle gare di appalto che hanno il Vaticano e i suoi enti, come soggetto protagonista.Il decreto, firmato dal prefetto dell’Economia, l’economista laico spagnolo Maximino Caballero Ledo, si fonda sulla «Costituzione apostolica» Praedicate Evangelium, pubblicata da papa Francesco nel 2022 per coordinare meglio le attività dei Dicasteri della Curia Romana. Secondo la Pe spetta alla Segreteria per l’Economia sia formulare «linee guida, indirizzi, modelli e procedure in materia di appalti», sia adoperarsi per rendere «efficace e trasparente la gestione amministrativa, economica e finanziaria» (n. 216).Con il nuovo Regolamento si dà una svolta positiva a questi obiettivi di trasparenza e di giustizia, imponendo, a tutti i responsabili degli acquisti e delle gare di appalto, di seguire un’effettiva «parità di trattamento tra gli operatori economici» e una assoluta «non discriminazione tra gli offerenti». Anche per mettere in atto quei principi della Dottrina sociale della Chiesa che proprio Leone XIV sta riaffermando dallo scorso 8 maggio, rifacendosi anche nel nome a Leone XIII, il papa della Rerum novarum.Tutte le agenzie hanno sottolineato la volontà del Papa di «moralizzare» il campo minato delle compravendite da parte degli enti della Santa Sede, attraverso l’obbligo, ora più stringente per tutti gli operatori, di chiarire «i rapporti diretti e indiretti» tra le parti in causa. Ed evitando situazioni «da cui potrebbero risultare compromesse o diminuite la propria imparzialità o indipendenza», con l’imposizione di «astenersi» da tutte le operazioni finanziarie qualora risultasse che «in passato tra il funzionario» della Santa Sede e «il fornitore» di beni o servizi, ci siano stati «rapporti di collaborazione, anche se a tiolo gratuito».Sempre con lo scopo della trasparenza, il Regolamento impone di verificare «la documentazione amministrativa» degli «operatori economici» che abbiano presentato offerta di collaborazione con la Santa Sede e i suoi enti. Per valutare, da parte della «Commissione giudicatrice» nominata dalla stessa Segreteria per l’Economia su richiesta del «Responsabile del procedimento», la possibile «incompatibilità» di detti «operatori economici», come nel caso in cui emergessero rapporti pregressi tra le parti, «in ordine alla realizzazione dell’appalto».La Chiesa di papa Leone vuole dunque mostrarsi «evangelica» e persino esemplare, adottando una serie di riforme e criteri che, se in teoria esistono già nel comune diritto civile e commerciale, molto spesso restano lettera morta, specie nell’annosa situazione di «conflitto di interesse».Il decreto generale, contenente il nuovo Regolamento, con la pubblicazione sull’Osservatore Romano, entra in vigore da oggi, domenica 10 agosto.
Alex Zanardi (Ansa)
I funerali si terranno martedì nella Basilica di Santa Giustina in quella Padova che lo aveva adottato dopo l’ultimo, gravissimo incidente del 2020. Durante una gara di handbike a Pienza, nel Senese, in una competizione di beneficenza da lui organizzata, Zanardi finì nella corsia opposta e fu investito da un camion, ponendo fine alla sua militanza nel paraciclismo in cui aveva vinto quattro ori e due argenti ai Giochi olimpici di Londra nel 2012 e di Rio de Janeiro nel 2016, e 16 ori complessivi tra tutte le competizioni. La scelta di cimentarsi nell’handbike giunse dopo l’amputazione delle gambe nel 2001, al termine di una gara del campionato d’automobilismo Champ Car nell’autodromo di Lausitzring, in Germania. La sua vettura, una Reynard-Honda numero 66, subì un incidente spaventoso, spezzandosi in due tronconi dopo lo scontro con la Forsythe di Alexandre Tagliani. La pista era la stessa in cui cinque mesi prima era morto l’ex ferrarista Michele Alboreto. Nato a Bologna nel 1966, figlio di un idraulico e di una sarta, Alex Zanardi fin dall’asilo tiene appeso in cameretta il poster di Ayrton Senna, il fenomeno brasiliano che nel giorno del debutto su Jordan del collega e giovane ammiratore bolognese, si avvicina al suo box e lo rincuora: «È il tuo primo Gran Premio, la Jordan è una buona macchina, vedrai, andrà tutto bene», gli dice, come in un sogno. Piccola curiosità cabalistica: anche Senna è morto il primo maggio, 32 anni fa. Siccome il destino persegue trame che si disinteressano della pietà, ma non lesinano sui colpi di scena, il giovane Alex inizia a correre sui kart a 14 anni, un anno dopo l’incidente stradale in cui perde la vita sua sorella maggiore. Nel 1991 approda, si diceva, alla Jordan, in Formula 1. È l’epoca del dominio di Alain Prost, di quell’Ayrton Senna che gli dà la sua benedizione, Michael Schumacher inizia a scaldare i motori e i cuori. Partecipa a quelle corse fino al 1994. Nell’ultima stagione guida una Lotus, è talentuoso, e però davanti a lui sfrecciano scuderie più attrezzate e fulminee. Si trasferisce nella Formula Champ Car, in America, tra il 1996 e il 1998, togliendosi parecchie soddisfazioni, sette vittorie e tante pole position. Al punto che Frank Williams lo richiama in Formula 1. È il 1999, Zanardi sarà in scuderia con uno Schumacher, Ralf, fratello minore di Michael, terminando quella carriera con 44 Gran premi disputati e un punto raccolto. Nel 2001 partecipa di nuovo alle competizioni Champ Car. Il 15 settembre di quell’anno, la corsa maledetta sul circuito di Lausitzring. All’ospedale di Berlino gli praticano 16 interventi, mentre lui va in arresto cardiaco ben sette volte. San Pietro però lo rispedisce al mittente. Ne ha ancora da vivere e da lottare. Dopo un anno e mezzo, Zanardi appare all’Eurospeedway: a bordo di una Reynard modificata ad arte, completa simbolicamente i giri di pista mancanti di quella gara stregata. Arriva un’esistenza nuova, scandita dalle competizioni di paraciclismo, dai libri autobiografici, dalla fondazione di associazioni benefiche e dalla conduzione del programma di Rai 3 Sfide. Poi, il 19 giugno 2020, l’ennesimo dramma. A Pienza, in una corsa di beneficenza, un camion lo centra, l’impatto è pauroso. Finisce in coma, all’ospedale di Lecco prima e al San Raffaele di Milano poi lo agguantano per i capelli e lo salvano ancora. Trascorrerà il Natale in famiglia, e diversi anni al riparo dai riflettori, assieme a Niccolò e a quella Daniela che, raccontava lui, «sentivo mi chiamasse come una voce celestiale da un’altra dimensione».
Il cordoglio di colleghi, amici e istituzioni è arrivato unanime. Per Sergio Mattarella, «come l’Italia intera, avverto profondo dolore per la scomparsa di Alex Zanardi, riferimento di tutto lo sport», mentre Bebe Vio commenta: «Mi hai dato la forza per ripartire, convincendomi che con o senza gambe avrei potuto fare tutto». Giorgia Meloni commenta: «L’Italia perde un uomo e un campione straordinario, capace di trasformare ogni prova della vita in una lezione di dignità. Ha dato a tutti noi la speranza e la forza di chi non si arrende mai».
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Ancillotti «Scarab 50» del 1972
È il dopoguerra a San Frediano, il quartiere di Firenze che fa da sfondo al capolavoro di Vasco Pratolini. Negli stessi anni della stesura del romanzo dello scrittore toscano, si sviluppava la storia di Ancillotti, leggenda delle moto fuoristrada Made in Italy. Nel 1948 Gualtiero Ancillotti, che aveva ereditato l’officina di lavorazioni meccaniche fondata dal padre nel lontano 1907, iniziò a occuparsi di elaborazioni delle Harley Davidson «Wla» lasciate dagli americani dopo la guerra, apportando migliorie nel confort e nella meccanica delle spartane moto militari.
La prima motorizzazione di massa, che portò Vespa e Lambretta sulle strade d’Italia, fu nuova linfa per l’officina di Firenze. Lo scooter di Lambrate fu scelto da Ancillotti per le sue elaborazioni, che portarono a diversi record su pista negli anni Sessanta, con una Lambretta portata a 202 cc che registrò record su piste in Italia e all’estero con medie superiori ai 120 km/h. La rivalità tra Vespa e Lambretta, nata nell’Italia del Boom, fu particolarmente sentita a Firenze dove gli scooter Piaggio e Innocenti venivano elaborati nella stessa città dalla concorrente Gori. E sempre in Toscana, a Rignano sull’Arno, aveva sede una delle case che hanno fatto la storia del motociclismo fuoristrada, regina del trial, la Beta. Gualtiero Ancillotti assieme ai figli Piero e Alberto iniziò a costruire parti meccaniche per migliorare le prestazioni anche di questo marchio e alla fine degli anni ’60 preparò una versione speciale della Beta «50 Rg» (regolarità) derivata dalla Beta Camoscio di serie, dove il marchio Ancillotti affiancava quello della casa di Rignano. La produzione proseguì su base Beta, indirizzata quasi totalmente su una delle discipline motociclistiche di maggior successo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta: il motocross.
Grazie all’appoggio di Beta e poi di Polini per la rete distributiva, Ancillotti iniziò l’avventura della produzione di moto complete, caratterizzate poi dal colore giallo vivo e dal logo raffigurante uno scarabeo con le ali spiegate, copiato dal bassorilievo presente sulla piramide Medici alle Cascine di Firenze, una ghiacciaia costruita nel 1796. Anche i nomi delle moto prodotte dagli anni Settanta in poi, si rifaranno a quel simbolo che rimarrà per tutta la produzione Ancillotti: «Scarab», che negli anni saranno prodotti nelle cilindrate 50 e 125cc con motori che dagli originali Beta elaborati passeranno a Sachs, Hiro e Minarelli, prodotti negli stabilimenti nuovi di Sambuca Val di Pesa, nel Chianti. Per tutti gli anni Settanta la casa fiorentina vide crescere i successi nelle competizioni di cross e regolarità, così come le vendite tra i giovani appassionati di fuoristrada, per l’elevatissima qualità e per le prestazioni degli «Scarab». Come per tante altre ditte nate dalla sapienza artigianale e cresciute con la grande domanda nel mercato degli anni Sessanta e Settanta, il declino arrivò con la concorrenza giapponese e con il declino progressivo della moda fuoristradistica. Anche Ancillotti tentò di tenere il passo con i tempi, proponendo un «tubone» e un classico ciclomotore da strada, il «Cioè», con scarso successo.
L’ultima produzione vide Ancillotti proporre anche piccoli enduro accessoriati sul modello di Aprilia e Fantic, ma nel 1985 cessò la produzione dopo circa 35.000 moto uscite dagli stabilimenti toscani. Finiva così la storia produttiva di uno dei marchi motociclistici più apprezzati in Italia e all’estero. Lasciando in eredità l’invenzione del monoammortizzatore posteriore con sistema «Pro dive» in grado di mantenere il posteriore della moto sempre incollato al terreno, già nel 1974. Oggi il marchio, dichiarato dal Mise «di interesse storico nazionale» vive grazie all’iniziativa industriale del nipote di Gualtiero, Tomaso, imprenditore nel campo delle bici da fuoristrada di altissima qualità. Che, ovviamente, si chiamano «Scarab».
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