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2024-08-31
I preti africani vogliono fermare le partenze
Per il Papa, non accogliere i migranti è peccato. Per i vescovi africani, emigrare è un peccato. Non in senso teologico; ma di sicuro lo è per un continente che, perdendo le energie dei suoi abitanti più giovani e preparati, si impoverisce ancora di più.
Negli anni, i prelati sono stati chiari: loro preferirebbero che la gente rimanesse e, semmai, che i Paesi sviluppati le dessero una mano a vivere nei posti in cui ha le sue radici.
Nel 2015, ad esempio, Nicolas Djomo Lola, presidente della Conferenza episcopale del Congo, nel discorso inaugurale all’incontro per i giovani organizzato dal Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar (Secam), si rivolge ai ragazzi presenti con queste parole: «Voi siete il tesoro dell’Africa. La Chiesa conta su di voi, il vostro continente ha bisogno di voi. Non lasciatevi ingannare dall’illusione di lasciare i vostri Paesi alla ricerca di posti di lavoro inesistenti in Europa e in America. Usate i vostri talenti e le altre risorse a vostra disposizione per rinnovare e trasformare il nostro continente e promuovere giustizia, pace e riconciliazione durature in Africa».
Un anno dopo, il numero uno dei vescovi ghanesi, monsignor Joseph Osei-Bonsu, ribadisce il concetto: «Incoraggiamo i giovani africani a restare nei loro Paesi e a lavorare duro per guadagnarsi da vivere. Devono capire che l’Europa e le altre aree al di fuori dell’Africa non garantiscono automaticamente benessere e piacere».
Nel 2017, è l’arcivescovo di Dakar, Benjamin Ndiaye, a esortare i connazionali: «Cari ragazzi, tocca a noi costruire il nostro Paese, tocca a noi svilupparlo, nessuno lo farà per noi». Nel frattempo, il vescovo nigeriano di Kafanchan, monsignor Joseph Bagobiri, chiede al proprio governo di «far capire ai giovani che in Nigeria c’è più speranza di vita di quella che pensano di trovare in Europa o altrove. Il Paese ha ricchezze e risorse immense. I nigeriani non dovrebbero essere ridotti a mendicanti in cerca di ricchezze illusorie all’estero». Il presule, che di sicuro non può essere tacciato di razzismo benché sembri non pensarla come don Mattia Ferrari e la ciurma di Luca Casarini, in quella circostanza riserva una tirata d’orecchi persino a chi ha già deciso di salire sui barconi: «Se chi è emigrato clandestinamente», tuona, «invece di spendere tanto per il viaggio, avesse investito creativamente quelle somme in Nigeria, in attività economiche, ora sarebbe un imprenditore».
Il messaggio del clero africano è rimasto sempre lo stesso. Nel 2022, a ribadirlo, è l’Assemblea plenaria del Secam: «Vogliamo esprimere il nostro dolore nel vedere i nostri giovani che lasciano i nostri Paesi, sapendo che soffriranno e forse perderanno la vita. E deploriamo la nostra incapacità di farli desistere dal partire. Ci impegniamo a prendere misure che incoraggino la loro libera decisione e che li coinvolgano nella costruzione dei loro Paesi». Il vescovo ghaniano Richard Kuuia Baawobr invita quanti desiderano andar via, specie i ragazzi, «a farlo in un modo che sia accettabile sul piano della gestione amministrativa e nella piena consapevolezza delle sfide che li attendono». Non c’è l’eldorado sull’altra sponda del Mediterraneo, insistono i prelati; meglio tentare di realizzare qualcosa in patria, piuttosto che compiere un salto nel buio fuori. Così, il Secam sollecita i leader politici a «scoraggiare la migrazione irregolare, rafforzando la governance e il lavoro e promuovendo la giustizia sociale e l’inclusione».
Nel 2023, il presule camerunense Bruno Ateba chiama in causa il primo mondo, affinché risponda al fenomeno migratorio, anziché dichiarandosi pronto ad accogliere, sostenendo i luoghi di provenienza dei migranti. «Se le persone avessero accesso a posti di lavoro e opportunità economiche nei loro Paesi d’origine», spiega, «non sentirebbero il bisogno di emigrare. Se vogliamo che ciò cambi, dobbiamo trovare una soluzione sostenibile per fermare l’esodo dei nostri giovani». L’idea è chiara: gli africani devono essere aiutati a casa loro.
Peccato - è il caso di dirlo - che la Conferenza episcopale italiana abbia ignorato la posizione della sua gemella africana, finendo per offrire supporto, attraverso la Fondazione Migrantes, alle missioni in mare della Ong Mediterranea saving humans. Anche Francesco dà l’impressione di snobbare il parere di quei prelati che pure, per continuità geografica, dovrebbero essere i massimi esperti del problema. Dovrebbe scambiare due chiacchiere con il cardinale guineano Robert Sarah, il quale ha difeso il «diritto di ogni nazione a distinguere tra un rifugiato politico o religioso» e «il migrante economico che vuole cambiare luogo di residenza». Il porporato, qualche anno fa, ha espresso un giudizio definitivo: «È una falsa esegesi l’utilizzo della parola di Dio per promuovere la migrazione. Dio non ha mai voluto queste spaccature». L’immigrazione di massa, ha insistito il cardinale Sarah, è «una nuova forma di schiavitù». In Vaticano c’è qualcuno disposto a dare ascolto a questi preti? Oppure - per citare il Vangelo - sono voci che gridano nel deserto?
Il presule tanzaniano contro le Ong. «Ci mandano i missionari del male»
L’Occidente? «Oggi ci invia i missionari del male». Poco interessati ad apparire politicamente corretti, i vescovi africani non le mandano dire; motivo per cui non usano mezzi termini nel denunciare quella «colonizzazione ideologica» - per dirla con un’espressione cara a papa Francesco - di matrice arcobaleno che i Paesi più industrializzati promuovono nel continente nero; tanto che, appunto, questi vescovi arrivano ad attaccare quelli che definiscono «i missionari del male».«Proprio come i missionari che andavano dappertutto per evangelizzare», ha infatti dichiarato l’arcivescovo Renatus Leonard Nkwande di Mwanza, Tanzania, ora l’Occidente ci sta «mandando missionari del male». Il riferimento, per nulla vago, è a quegli operatori delle Ong che portano in classe l’ideologia gender e gli attivisti che reclutano giovani africani per festini gay. Non solo. Secondo quanto riporta il National Catholic Register, non solo monsignor Nkwande ma anche altri prelati d’Africa - dal Kenya al Camerun, fino al Ghana - sono ultimamente molto allarmati dalle iniziative di operatori umanitari, di funzionari governativi e perfino di turisti che nei loro Paesi propagandano visioni antropologiche e della sessualità in contrasto con gli insegnamenti perenni della Chiesa.A proposito dell’azione di taluni turisti, suonano chiare le parole dell’arcivescovo Gabriel Charles Palmer-Buckle di Cape Coast, in Ghana - Paese che rischia di perdere 3,8 miliardi dal Fondo monetario internazionale per la sua legislazione anti Lgbt -, che senza giri di parole ha segnalato le deplorevoli condotte di quei turisti bianchi «venuti a divertirsi con i nostri bambini sulla spiaggia abusano sessualmente di loro per pochi soldi». Si tratta di abusi che, a detta del prelato ghanese, costituiscono un fenomeno «molto, molto peggiore» perfino - ed è tutto dire - della colonizzazione ideologica in atto nel Continente. «Sono perversi», ha dichiarato monsignor Palmer-Buckle, «e stanno pervertendo questi (giovani, ndr). È il modo in cui, mi dispiace dirlo, il diavolo cerca di ottenere altri discepoli».Immancabilmente, in Africa c’è anche chi su questo tema tenta di cambiare le carte in tavola; per esempio, nel maggio 2023 in un articolo Foreign Policy - rivista che pure è di indubbia qualità - il giornalista nigeriano Caleb Okereke ha sostenuto che, se il suo continente rifiuta la visione occidentale in tema di sessualità, è perché gli «evangelici americani hanno contribuito a far prosperare l’omofobia in Africa». Ora, a parte che non risulta che là dove, in terra africana, il cristianesimo sia minoranza la tolleranza verso le minoranze Lgbt sia percepita come una priorità, le voci della Chiesa d’Africa raccontano un’altra storia; e guardano con sincera preoccupazione a quello che ritengono la decadenza occidentale.Basti vedere il discorso tenuto ad aprile agli studenti sacerdoti, religiosi, religiose e laici dell’École Théologique Saint-Cyprien della diocesi di Obala, in Camerun, dal cardinale guineano Robert Sarah. Il Prefetto emerito della Congregazione per il culto divino, infatti, ha esortato il mondo accademico africano a «non lasciarsi contaminare dalle malattie della mente che l’Occidente vorrebbe imporgli». Un Occidente, ha spiegato Sarah, dove «se parli di verità, sei accusato di dogmatismo, di oppressione. Ma infatti dietro questi discorsi ingannevoli si nasconde la violenza della dittatura del relativismo». Una dittatura che in Africa hanno ancora la forza di respingere.
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I vescovi locali si oppongono alla fuga dei giovani: «In Europa e America non c’è lavoro». Hanno pure rimproverato i clandestini: «Se aveste speso qui i soldi del viaggio, sareste imprenditori». Il cardinale Sarah: «La migrazione di massa è la nuova schiavitù».Cooperanti e turisti accusati di diffondere idee Lgbt e reclutare ragazzini per festini gay.Lo speciale contiene due articoli.Per il Papa, non accogliere i migranti è peccato. Per i vescovi africani, emigrare è un peccato. Non in senso teologico; ma di sicuro lo è per un continente che, perdendo le energie dei suoi abitanti più giovani e preparati, si impoverisce ancora di più.Negli anni, i prelati sono stati chiari: loro preferirebbero che la gente rimanesse e, semmai, che i Paesi sviluppati le dessero una mano a vivere nei posti in cui ha le sue radici. Nel 2015, ad esempio, Nicolas Djomo Lola, presidente della Conferenza episcopale del Congo, nel discorso inaugurale all’incontro per i giovani organizzato dal Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar (Secam), si rivolge ai ragazzi presenti con queste parole: «Voi siete il tesoro dell’Africa. La Chiesa conta su di voi, il vostro continente ha bisogno di voi. Non lasciatevi ingannare dall’illusione di lasciare i vostri Paesi alla ricerca di posti di lavoro inesistenti in Europa e in America. Usate i vostri talenti e le altre risorse a vostra disposizione per rinnovare e trasformare il nostro continente e promuovere giustizia, pace e riconciliazione durature in Africa».Un anno dopo, il numero uno dei vescovi ghanesi, monsignor Joseph Osei-Bonsu, ribadisce il concetto: «Incoraggiamo i giovani africani a restare nei loro Paesi e a lavorare duro per guadagnarsi da vivere. Devono capire che l’Europa e le altre aree al di fuori dell’Africa non garantiscono automaticamente benessere e piacere».Nel 2017, è l’arcivescovo di Dakar, Benjamin Ndiaye, a esortare i connazionali: «Cari ragazzi, tocca a noi costruire il nostro Paese, tocca a noi svilupparlo, nessuno lo farà per noi». Nel frattempo, il vescovo nigeriano di Kafanchan, monsignor Joseph Bagobiri, chiede al proprio governo di «far capire ai giovani che in Nigeria c’è più speranza di vita di quella che pensano di trovare in Europa o altrove. Il Paese ha ricchezze e risorse immense. I nigeriani non dovrebbero essere ridotti a mendicanti in cerca di ricchezze illusorie all’estero». Il presule, che di sicuro non può essere tacciato di razzismo benché sembri non pensarla come don Mattia Ferrari e la ciurma di Luca Casarini, in quella circostanza riserva una tirata d’orecchi persino a chi ha già deciso di salire sui barconi: «Se chi è emigrato clandestinamente», tuona, «invece di spendere tanto per il viaggio, avesse investito creativamente quelle somme in Nigeria, in attività economiche, ora sarebbe un imprenditore». Il messaggio del clero africano è rimasto sempre lo stesso. Nel 2022, a ribadirlo, è l’Assemblea plenaria del Secam: «Vogliamo esprimere il nostro dolore nel vedere i nostri giovani che lasciano i nostri Paesi, sapendo che soffriranno e forse perderanno la vita. E deploriamo la nostra incapacità di farli desistere dal partire. Ci impegniamo a prendere misure che incoraggino la loro libera decisione e che li coinvolgano nella costruzione dei loro Paesi». Il vescovo ghaniano Richard Kuuia Baawobr invita quanti desiderano andar via, specie i ragazzi, «a farlo in un modo che sia accettabile sul piano della gestione amministrativa e nella piena consapevolezza delle sfide che li attendono». Non c’è l’eldorado sull’altra sponda del Mediterraneo, insistono i prelati; meglio tentare di realizzare qualcosa in patria, piuttosto che compiere un salto nel buio fuori. Così, il Secam sollecita i leader politici a «scoraggiare la migrazione irregolare, rafforzando la governance e il lavoro e promuovendo la giustizia sociale e l’inclusione».Nel 2023, il presule camerunense Bruno Ateba chiama in causa il primo mondo, affinché risponda al fenomeno migratorio, anziché dichiarandosi pronto ad accogliere, sostenendo i luoghi di provenienza dei migranti. «Se le persone avessero accesso a posti di lavoro e opportunità economiche nei loro Paesi d’origine», spiega, «non sentirebbero il bisogno di emigrare. Se vogliamo che ciò cambi, dobbiamo trovare una soluzione sostenibile per fermare l’esodo dei nostri giovani». L’idea è chiara: gli africani devono essere aiutati a casa loro. Peccato - è il caso di dirlo - che la Conferenza episcopale italiana abbia ignorato la posizione della sua gemella africana, finendo per offrire supporto, attraverso la Fondazione Migrantes, alle missioni in mare della Ong Mediterranea saving humans. Anche Francesco dà l’impressione di snobbare il parere di quei prelati che pure, per continuità geografica, dovrebbero essere i massimi esperti del problema. Dovrebbe scambiare due chiacchiere con il cardinale guineano Robert Sarah, il quale ha difeso il «diritto di ogni nazione a distinguere tra un rifugiato politico o religioso» e «il migrante economico che vuole cambiare luogo di residenza». Il porporato, qualche anno fa, ha espresso un giudizio definitivo: «È una falsa esegesi l’utilizzo della parola di Dio per promuovere la migrazione. Dio non ha mai voluto queste spaccature». L’immigrazione di massa, ha insistito il cardinale Sarah, è «una nuova forma di schiavitù». In Vaticano c’è qualcuno disposto a dare ascolto a questi preti? Oppure - per citare il Vangelo - sono voci che gridano nel deserto? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/preti-africani-vogliono-fermare-partenze-2669108392.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-presule-tanzaniano-contro-le-ong-ci-mandano-i-missionari-del-male" data-post-id="2669108392" data-published-at="1725093872" data-use-pagination="False"> Il presule tanzaniano contro le Ong. «Ci mandano i missionari del male» L’Occidente? «Oggi ci invia i missionari del male». Poco interessati ad apparire politicamente corretti, i vescovi africani non le mandano dire; motivo per cui non usano mezzi termini nel denunciare quella «colonizzazione ideologica» - per dirla con un’espressione cara a papa Francesco - di matrice arcobaleno che i Paesi più industrializzati promuovono nel continente nero; tanto che, appunto, questi vescovi arrivano ad attaccare quelli che definiscono «i missionari del male».«Proprio come i missionari che andavano dappertutto per evangelizzare», ha infatti dichiarato l’arcivescovo Renatus Leonard Nkwande di Mwanza, Tanzania, ora l’Occidente ci sta «mandando missionari del male». Il riferimento, per nulla vago, è a quegli operatori delle Ong che portano in classe l’ideologia gender e gli attivisti che reclutano giovani africani per festini gay. Non solo. Secondo quanto riporta il National Catholic Register, non solo monsignor Nkwande ma anche altri prelati d’Africa - dal Kenya al Camerun, fino al Ghana - sono ultimamente molto allarmati dalle iniziative di operatori umanitari, di funzionari governativi e perfino di turisti che nei loro Paesi propagandano visioni antropologiche e della sessualità in contrasto con gli insegnamenti perenni della Chiesa.A proposito dell’azione di taluni turisti, suonano chiare le parole dell’arcivescovo Gabriel Charles Palmer-Buckle di Cape Coast, in Ghana - Paese che rischia di perdere 3,8 miliardi dal Fondo monetario internazionale per la sua legislazione anti Lgbt -, che senza giri di parole ha segnalato le deplorevoli condotte di quei turisti bianchi «venuti a divertirsi con i nostri bambini sulla spiaggia abusano sessualmente di loro per pochi soldi». Si tratta di abusi che, a detta del prelato ghanese, costituiscono un fenomeno «molto, molto peggiore» perfino - ed è tutto dire - della colonizzazione ideologica in atto nel Continente. «Sono perversi», ha dichiarato monsignor Palmer-Buckle, «e stanno pervertendo questi (giovani, ndr). È il modo in cui, mi dispiace dirlo, il diavolo cerca di ottenere altri discepoli».Immancabilmente, in Africa c’è anche chi su questo tema tenta di cambiare le carte in tavola; per esempio, nel maggio 2023 in un articolo Foreign Policy - rivista che pure è di indubbia qualità - il giornalista nigeriano Caleb Okereke ha sostenuto che, se il suo continente rifiuta la visione occidentale in tema di sessualità, è perché gli «evangelici americani hanno contribuito a far prosperare l’omofobia in Africa». Ora, a parte che non risulta che là dove, in terra africana, il cristianesimo sia minoranza la tolleranza verso le minoranze Lgbt sia percepita come una priorità, le voci della Chiesa d’Africa raccontano un’altra storia; e guardano con sincera preoccupazione a quello che ritengono la decadenza occidentale.Basti vedere il discorso tenuto ad aprile agli studenti sacerdoti, religiosi, religiose e laici dell’École Théologique Saint-Cyprien della diocesi di Obala, in Camerun, dal cardinale guineano Robert Sarah. Il Prefetto emerito della Congregazione per il culto divino, infatti, ha esortato il mondo accademico africano a «non lasciarsi contaminare dalle malattie della mente che l’Occidente vorrebbe imporgli». Un Occidente, ha spiegato Sarah, dove «se parli di verità, sei accusato di dogmatismo, di oppressione. Ma infatti dietro questi discorsi ingannevoli si nasconde la violenza della dittatura del relativismo». Una dittatura che in Africa hanno ancora la forza di respingere.
Palazzo Grimani, sede della Corte d'Appello di Venezia. Nel riquadro, Walter Onichini (IStock)
Per Walter Onichini, macellaio di Legnaro (Padova) incensurato che il 22 luglio 2013 sparò al ladro che gli era entrato in casa e che stava scappando, la giustizia, in tutto il suo iter, ha mantenuto una costante: lo scorrere dei mesi. Ben 72 per arrivare alla sentenza di appello e 96 se si considera anche la Cassazione: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni di reclusione per tentato omicidio. Sentenza definitiva. E subito eseguita (48 ore dopo Onichini era in carcere a Venezia). L’uomo ferito, un pregiudicato albanese che è stato condannato a 3 anni e 8 mesi per l’intrusione, non ha mai scontato la sua condanna in quanto irreperibile. Dopo aver passato due anni e mezzo in carcere, nel gennaio 2023, Onichini ottiene l’affidamento in prova: può lavorare e deve svolgere servizi di pubblica utilità. Ma il ciclo del tempo, per lui, non è cambiato neppure quando ha chiesto la grazia.
Novembre 2021: Sara Scolaro, moglie di Onichini, presenta istanza al magistrato di sorveglianza attraverso il suo legale, l’avvocato Ernesto De Toni. Il fascicolo resta in quella sede per nove mesi. Solo ad agosto 2022 viene inoltrato al ministero della Giustizia. Passa circa un altro anno. Un ulteriore segmento temporale senza esiti intermedi pubblici. Tanto che l’avvocato De Toni dirà ai giornalisti: «La domanda di grazia è rimasta ferma a Padova per oltre nove mesi e poi finalmente trasmessa al ministro della Giustizia a Roma e di essa nessuno aveva più saputo dirci nulla». La decisione arriva a distanza di 22 mesi e con parere contrario della pubblica accusa: richiesta respinta dal Quirinale, firma Sergio Mattarella. Per Nicole Minetti, invece, la stessa procedura sembra aver viaggiato su un binario accelerato. Il procedimento, dopo 166 giorni dalla presentazione della domanda, registra il parere positivo del sostituto procuratore generale di Milano Gaetano Brusa: per la magistratura nulla osta alla concessione della grazia. Il parere arriva all’interno di un’istruttoria compatta. L’atto finale del Quirinale, ancora con firma di Sergio Mattarella, è dello scorso febbraio. Otto mesi. Richiesta 27 luglio 2025, il Quirinale sollecita il ministero della Giustizia il 6 agosto, lo scorso febbraio la pena viene cancellata. Prima ancora di essere eseguita. Minetti è liberata dal peso di dover scontare una condanna da 3 anni e 11 mesi ai servizi sociali.
Il percorso di Onichini a confronto sembra una gimcana. Le indagini furono avviate la notte stessa in cui dal fucile di Onichini partirono i due colpi che ferirono Elson Ndreca (irregolare sul territorio italiano con un provvedimento di espulsione sulle spalle), che era entrato nell’abitazione da una finestra. Venne colpito alle gambe. Secondo la ricostruzione processuale, Onichini lo caricò in auto con l’intenzione di portarlo in ospedale. Ma il tragitto si interruppe: Ndreca venne lasciato a circa un chilometro dall’abitazione, in una strada di campagna. Onichini rientrò a casa e chiamò i carabinieri. Il 18 dicembre 2017 arrivò la sentenza di primo grado: 4 anni e 11 mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese legali e a una provvisionale di 25.000 euro a favore della parte offesa. In appello, dopo un percorso durato complessivamente sei anni dal fatto, la Corte d’Appello di Venezia ha confermato l’impostazione accusatoria, escludendo la legittima difesa, nonostante il procuratore generale avesse chiesto di riqualificare il reato in «eccesso colposo di legittima difesa putativa». La richiesta non è stata accolta, perché, secondo i giudici, Onichini non aveva nulla da temere. Né lui né la sua famiglia. La Corte di Cassazione, il 10 settembre, ha confermato la condanna. Nel settembre 2021 la sentenza è diventata definitiva: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni per tentato omicidio. Durante la fase esecutiva, i ricorsi presentati dalla difesa di Onichini sono stati rigettati. Nessuna modifica dell’impianto sanzionatorio nei gradi successivi. Solo dopo due anni e mezzo di detenzione, il tribunale di sorveglianza ha concesso l’affidamento in prova. Onichini ha potuto lavorare presso l’azienda di macellazione della sorella, rientrando a casa la sera e svolgendo al contempo attività di volontariato obbligatoria. In udienza ha dichiarato di essere pentito e il procuratore generale, questa volta, ha espresso parere favorevole alla misura.
Nel periodo in cui la richiesta di grazia per Onichini segue il suo iter, il Quirinale ne concede una «parziale» a Crocifisso Martina, guardia giurata di Torchiarolo (Brindisi), che aveva riportato una condanna a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Marco Tedesco, avvenuto la notte del 23 gennaio 2007 nel corso di un tentativo di rapina, e che, così, ha potuto scontare sei anni di pena in meno, con uscita anticipata dal 2036 al 2026.
La sequenza degli atti, per Onichini, si sviluppa così: fatto nel 2013, primo grado nel 2017, appello dopo sei anni, Cassazione nel 2021, richiesta di grazia presentata nel gennaio 2021 (mentre la sentenza è già eseguita e quindi lui è detenuto), inoltro al ministero nell’agosto 2022, decisione di rigetto dopo circa un anno. Nel frattempo, due anni e mezzo di carcere prima dell’accesso all’affidamento in prova. Per Minetti la stessa sequenza si è concentra in pochi mesi, con una progressione ravvicinata tra richiesta, pareri e decisione finale. Il doppio binario del Quirinale.
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Ansa
E proprio su quest’ultimo episodio, nella giornata di ieri si è schierata la Cgil di Milano, che in una nota ha espresso «piena e convinta solidarietà a Primo Minelli, Gianfranco Pagliarulo e all’Anpi tutta, bersaglio in questi giorni da accuse gravi, strumentali e del tutto infondate». Nella nota i rappresentanti milanesi del sindacato guidato da Maurizio Landini sottolineano poi come «i fatti del 25 aprile a Milano hanno scatenato una polemica che riteniamo profondamente ingiusta nei confronti di un’associazione che da decenni custodisce la memoria della Resistenza e dei valori antifascisti su cui è fondata la nostra Repubblica». Secondo la Cgil «accusare di antisemitismo chi ha dedicato la propria vita alla memoria della Shoah e alla lotta contro ogni forma di razzismo e discriminazione è un’operazione politicamente strumentale, che offende la storia». Nelle stesse ore il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, durante un dialogo con la senatrice a vita Liliana Segre al Memoriale della Shoah di Milano, ha lanciato l’allarme sul ritorno della violenza politica. Per il titolare del Viminale, quanto successo durante la manifestazione del 25 aprile a Roma, dove due militanti dell’Anpi sono rimasti lievemente feriti dai colpi sparati da uno sconosciuto con una pistola da softair (per il ministro «ci sono indagini in corso con buone prospettive che la persona possa essere individuata»), è «intimamente legato a quello che è accaduto a Milano». «Metto sullo stesso piano», ha specificato Piantedosi, «tutte le espressioni di violenza, di aggressione e di estremismo che si sono manifestate».
Sui fatti di Milano il ministro dell’Interno ha spiegato di trovare «grave che non si parta dalla denuncia secca» dell’accaduto «ma si facciano manovre diversive» parlando per esempio della presenza delle bandiere di Israele. «Non si capisce», ha spiegato, perché non potevano portare ciò che era simbolo di una gloriosa partecipazione della Brigata ebraica alla lotta di Liberazione».
Durante il dibattito la senatrice a vita ha raccontato di sentirsi avvolta da «un mondo dell’odio talmente vasto, sempre più vasto», da una '«valanga d’odio», che «nonostante io abbia la scorta da anni e abbia 96 anni, trascina persone a mandarmi messaggi con scritto “perché non muori?”».
Interpellato sulle dichiarazioni di Piantedosi, il sindaco di Milano Beppe Sala ha dichiarato: «Io ho solo detto più volte che sentivo sarebbe andata così, tant’è vero che abbiamo discusso con prefetto e questore nelle sedi ufficiali, che è il Comitato per l’ordine e la sicurezza». «Con ciò», ha precisato il sindaco, «lungi da me accusare qualcuno, non era una cosa semplice».
Per Sala «sono stati parecchi i motivi per cui la situazione è degenerata, ma andiamo avanti perché l’anno prossimo sarà un altro 25 aprile, tra l’altro anche più a rischio perché in pieno momento elettorale, quindi bisogna veramente fare tesoro di quello che è successo e cercare di evitare certe situazioni».
Ad attaccare duramente le prese di posizione del primo cittadino ci ha pensato il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato: «Sindaco e centrosinistra hanno detto che la Brigata ebraica non doveva portare le bandiere israeliane al corteo dello scorso 25 aprile. È evidente che si sbagliavano e che c’è stata una grave sottovalutazione del problema. Finalmente, però, il prefetto di Milano oggi ha rimesso le cose a posto». Il parlamentare di Fdi poi ha aggiunto: «Claudio Sgaraglia, intervenendo al Museo della Shoah di Milano, ha infatti dichiarato che stanno aumentando le denunce per discriminazione razziale e per antisemitismo. Il prefetto ha poi avvertito che esiste il pericolo concreto che si possa assistere a reati più gravi. Lo stesso, sempre oggi, ha fatto il ministro degli Interni Piantendosi, il quale ha condannato nella maniera più netta e assoluta quanto accaduto tre giorni fa alla Comunità ebraica a Milano». Per De Corato «di fronte a queste dichiarazioni il sindaco ha il dovere morale di riconoscere come vi sia stata da parte sua una colpevole e faziosa sottovalutazione del problema. Nonostante quanto accaduto il giorno della Liberazione, il primo cittadino ieri (lunedì, ndr) non si è, infatti, presentato a una seduta del Consiglio Comunale durante il quale la maggioranza, salvo pochissime eccezioni, non si è nemmeno degnata di firmare un ordine del giorno presentato dalle opposizioni di centrodestra che esprimeva solidarietà alla Brigata ebraica. Tutto questo è vergognoso e l’indifferenza con la quale è stata trattata l’aggressione a cittadini italiani di religione ebraica da parte di fanatici pro-Pal verrà giudicata dalla storia».
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
Infatti, da quanto si è appreso il colloquio era in programma da qualche giorno e aveva a oggetto l’esame di alcuni provvedimenti in materia di giustizia. Mantovano, in serata, ha commentato: «Ciò che è nel fascicolo della Procura di Milano, che parlava di “radicale presa di distanza dal passato deviante” e faceva riferimento al figlio, lasciava pochi margini alla valutazione del ministro».
Ieri, parlando a Rainews 24, il viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ribadito che «la procedura relativa alla grazia a favore di Nicole Minetti si è svolta nel pieno rispetto delle norme. Oggi emergono elementi nuovi riportati dalla stampa, è corretto che tali notizie vengano verificate, e con attenzione. Se dovessero risultare significative difformità rispetto a quanto rappresentato dalla richiedente la grazia, sarà altrettanto corretto trarne le debite conseguenze».
Mentre la questione prosegue sul piano giudiziario, le opposizioni fanno sentire la loro voce. Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, nel corso di una conferenza stampa a Bologna, ha affrontato anche questa spinosa questione: «Considero la vicenda di Nordio tutta da verificare. Conosco, però, Sergio Mattarella, lo stimo, ne apprezzo la profondità e la leadership, e quindi mi fido delle decisioni che il Colle ha preso, e vorrà prendere, sulla base del supplemento di indagine che ha chiesto. Chi si deve dimettere è Giorgia Meloni». Sul caso interviene anche il presidente di Noi Moderati, Maurizio Lupi: «La vicenda ha evidentemente diversi punti oscuri che vanno chiariti, accertando eventuali responsabilità». Il leader di Azione, Carlo Calenda, a Ping Pong su Rai Radio 1, ha evidenziato come ci sia stata «una campagna d’odio montata dal Fatto Quotidiano, che fa questo nella vita. Il problema è che non viene detto che la grazia è proposta dal procuratore generale di Milano. Se c’è un errore, riguarda chi ha dato parere favorevole. Il Quirinale non entra nel merito, valuta solo i documenti che riceve. Nordio si deve dimettere, ma non lo farà». I rappresentanti del M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato (Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero De Raho, Valentina D’Orso, Carla Giuliano, Ada Lopreiato e Roberto Scarpinato) continuano a chiedere «chiarimenti» al Guardasigilli: «A questo punto il ministro Nordio deve fare una sola cosa: dia spiegazioni chiare sull’istruttoria del suo ministero sulla grazia a Nicole Minetti, senza cercare nuovi capri espiatori e risparmiandoci qualsiasi altra esibizione di arroganza e protervia, e poi tolga il disturbo, prima di fare altri danni. Su Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani sono emersi elementi pesantissimi e ombre allarmanti sull’istruttoria consegnata dal ministero al Quirinale. Siamo davanti, come minimo, all’ennesimo episodio di superficialità di un ministero allo sbando. L’Italia chiede a Nordio rispetto e chiarimenti, è suo dovere rendere conto e agire sempre nel rispetto delle istituzioni».
Ieri, Nicola Fratoianni di Avs ha chiesto le dimissioni del ministro: «Quello che è successo sul caso Minetti è più di un pasticcio: se è un pasticcio è gravissimo. Ma se è qualcosa di diverso è ancora più grave. L’unica cosa che non capiamo è cosa aspetti ancora il ministro Nordio a dimettersi». Sulla stessa lunghezza d’onda è la posizione della senatrice M5s Alessandra Maiorino: «L’inchiesta del Fatto Quotidiano ha svelato come i presupposti per la grazia a Nicole Minetti fossero infondati, pieni di bugie. Ci sono ospedali che non hanno mai visitato il bambino al centro del dossier, cambi di vita di Minetti mai avvenuti e molto altro. Il ministro Nordio non può per l’ennesima volta scappare dalle sue responsabilità politiche, come sul caso Almasri, sulla campagna referendarie e su altre pagine buie di questa legislatura, questa vicenda è sconcertante e a risponderne deve essere lui. L’istruttoria del ministero era drammaticamente superficiale o, peggio, era una sottaciuta volontà politica quella di non controllare troppo le carte presentate dagli avvocati di Nicole Minetti?». Richieste di dimissioni sono arrivate anche da Riccardo Magi (+Europa)
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Massimo Recalcati (Ansa)
E ieri, sulla prima pagina di La Repubblica, Recalcati pubblica una impietosa diagnosi sullo stato mentale della sinistra italiana: «Esiste una tentazione ricorrente - scrive commentando l’espulsione della Brigata ebraica dal corteo del 25 aprile a Milano - di una parte della sinistra, quella di credere che il diritto alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola bandiera». E ancora: «Si tratta di un vero e proprio cortocircuito ideologico… di un complesso di superiorità che affligge coloro che si sentono dalla parte giusta della storia e quindi autorizzati a espellere, censurare, ridurre gli altri al silenzio».
Sarebbe gioco facile chiosare la notizia con un banale e verissimo: «Professore benvenuto nel mondo reale, meglio tardi che mai»; sarebbe ovvio prevedere che la riflessione autocritica di Recalcati cadrà nel vuoto come quelle fatte in anni ormai lontani, prendendo spunto da altre questioni, da blasonati suoi colleghi quali Norberto Bobbio e Giovanni Sartori perché il corpaccione della sinistra italiana è irriformabile nel suo stupido settarismo. No, prendiamo per costruttivo (e benvenuto) il ragionamento di Recalcati, cioè che l’odierno antifascismo non è, come dovrebbe, la negazione del fascismo, dei suoi principi e dei suoi metodi, bensì più semplicemente l’inverso: un movimento illiberale e violento, in altre parole anti democratico. E lo scorso weekend a Milano se ne è avuta una dimostrazione plastica: cacciate dal corteo del 25 aprile - con la benedizione scioccante del sindaco Beppe Sala, uno dei teorici destinatari dell’appello di Recalcati - le bandiere di Israele che fino a prova contraria appartengono a un popolo martire della repressione nazifascista che ha contribuito alla liberazione dell’Italia, dentro il corteo le bandiere della Palestina di Hamas, un gruppo terroristico che opprime il suo popolo e che ha giurato di cancellare Israele dalla carta geografica riuscendoci per ora solo in parte; fuori le bandiere americane dei veri e unici liberatori, dentro quelle arcobaleno di una pace teorica che peraltro confliggono con lo spirito del 25 aprile che fu il giorno in cui la liberazione arrivò unicamente grazie all’uso massiccio e spesso spietato e vendicativo delle armi (non per nulla si parla di lotta partigiana, non di diplomazia partigiana).
Recalcati mette in guardia: «La democrazia non è mai garantita una volta per tutte. Essa vive solo nella misura in cui si accetta il rischio della parola, della differenza, persino dell’errore. Quando invece si pretende di proteggerla attraverso dispositivi di controllo morale, il confine con l’ideologia totalitaria sfuma pericolosamente». Parole forti, che stampate sul quotidiano La Repubblica fanno un certo effetto in quanto per una volta dirette non al governo delle destre bensì alle opposizioni di sinistra e ai suoi bracci operativi. Parole di psichiatra, medico dei disturbi mentali, che autorizzano a una conclusione: questi dell’Associazione nazionale partigiani, e i loro complici e cantori, sono davvero matti.
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