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2018-04-11
Con le regole europee prestiti più cari del 20%
ANSA
Solamente un paio di settimane fa, incalzata dalle domande degli eurodeputati Roberto Gualtieri (Pd-S&D), Marco Valli (M5S-Efdd) e Marco Zanni (Enf), la responsabile della Vigilanza europea, Daniele Nouy, ammetteva che la Bce non aveva svolto alcuna analisi preventiva relativa all'addendum sui crediti deteriorati destinato a entrare in vigore dal primo aprile. «L'analisi di impatto è inutile, se non del tutto infattibile», aveva dichiarato in audizione di fronte ai membri della Commissione sui problemi economici e monetari del Parlamento europeo. Una vera e propria missione impossibile, secondo la Nouy, stabilire gli impatti per le banche e l'economia a seguito dell'introduzione delle nuove regole per gli accantonamenti richiesti alle banche a copertura dei non performing loans, le sofferenze. Molti dei deputati presenti non hanno creduto alle loro orecchie. Possibile che la Banca centrale europea, con il suo stuolo di economisti e l'enorme mole di dati a disposizione, non fosse stata in grado di elaborare una valutazione di questo tipo?
Ma ciò che ha reso increduli i più è il fatto che, nonostante i criteri decisamente più severi rispetti a quelli attuali, dalle parti di Francoforte non fosse nato il dubbio di quantificare le possibili conseguenze sulle varie economie nazionali. La versione definitiva del documento sugli Npl, lo ricordiamo, è stata varata il 15 marzo scorso a seguito di una lunga consultazione pubblica e riguarda solo i nuovi flussi di credito erogati dal primo aprile 2018, destinati a deteriorarsi in futuro. Nel caso di finanziamenti garantiti (cioè assistiti da una garanzia reale, come ad esempio un'ipoteca), l'accantonamento previsto dovrà essere pari al 100% nell'arco di sette anni, mentre per quelli non garantiti è richiesta una copertura totale entro i due anni dal deterioramento.
Là dove non è riuscita la Bce, arriva uno studio elaborato da Mediobanca securities ripreso ieri da Milano Finanza, che calcola gli impatti dell'addendum sui tassi dei finanziamenti concessi alle imprese. Secondo gli analisti di Piazzetta Cuccia, le nuove regole causeranno un incremento medio di 30 punti base, vale a dire il 20% in più rispetto ai valori registrati negli ultimi mesi. Nel report si legge che se «il costo del finanziamento per le piccole e medie imprese a rating inferiore aumenterà di oltre il 20%», quelle più rischiose potrebbero subire addirittura un'interruzione del credito.
Un'eventualità che avrebbe conseguenze disastrose sull'economia italiana, il cui tessuto produttivo si fonda proprio sulle micro, piccole e medie imprese. Sulla carta la crisi è appena passata, ma scontiamo ancora gli strascichi di un decennio terribile. Negli ultimi anni migliaia di imprenditori e artigiani, sui quali finora si è basata una parte importantissima del nostro prodotto interno lordo, si sono visti sbattere la porta in faccia dopo aver richiesto un fido o un prestito che gli permettesse di mandare avanti l'azienda. Non è difficile comprendere dunque che una nuova stretta creditizia avrebbe oggi risvolti potenzialmente drammatici.
Considerati i grandi progressi che il nostro Paese ha compiuto in materia di pulizia dei bilanci dai crediti deteriorati, si tratterebbe di una punizione immeritata. Risulta difficile quindi credere che la Bce, a seguito di mesi di studi, non fosse già a conoscenza dei possibili impatti sulle economie più simili alla nostra che si trovano a gestire un pesante fardello di Npl. L'addendum non è una misura obbligatoria, questo lo ha specificato più volte anche la stessa Vigilanza europea. Ciò nonostante, tutto fa ritenere che nei prossimi mesi diventerà un punto di riferimento per i grandi gruppi soggetti al controllo di Francoforte, ma anche per le medie e piccole realtà. Almeno fino a quando la Commissione europea non si deciderà a licenziare le proprie norme sugli Npl, che si preannunciano più soft e che fortunatamente sovrascriveranno quelle volute dalla Nouy. Fino ad allora nessuno sarà in grado di liberare le imprese italiane dal terrore di una nuova crisi.
Gianluca De Maio
Bankitalia smentisce la Bce sui crediti deteriorati: non rallentano l’economia
Quante volte negli ultimi mesi abbiamo sentito ripetere come un mantra che i crediti deteriorati sono un male e che le banche se ne devono assolutamente liberare? Tante, forse troppe. La responsabile della Vigilanza europea, Daniele Nouy, non ha perso occasione per lanciare le sue accuse nei confronti degli istituti, rei di non aver preso in passato le dovute contromisure al fine di evitarne l'accumulo e di non compiere oggi gli sforzi sufficienti per smaltirli. «Gli Npl costituiscono un freno ai profitti e costringono a deviare risorse da attività più produttive», ha dichiarato la Nouy nel corso in uno dei suoi ultimi discorsi tenuto a Delfi poco più di un mese fa. «I crediti deteriorati non rappresentano un problema solo per le banche. Essi limitano gli istituti nell'erogazione di nuovo credito, e questo impedisce all'economia di crescere».
A mettere in dubbio questo pregiudizio ormai consolidato anche nell'opinione pubblica arriva uno studio rilasciato lunedì da Banca d'Italia nell'ambito delle «Note di stabilità finanziaria e vigilanza». Nove pagine fitte di dati e grafici che riportano la firma di Paolo Angelini, dal 2014 vicecapo del Dipartimento vigilanza bancaria e finanziaria. L'economista parte subito in quarta, affermando che in letteratura non esiste una prova del collegamento diretto tra il volume di crediti deteriorati e i flussi di credito. Se è vero da un lato che una banca «con alti livelli di Npl può essere percepita come relativamente rischiosa, e dunque riscontrare difficoltà di accesso alla liquidità e al mercato di capitali», problemi simili possono riguardare anche «quegli istituti che sono altamente esposti ad altri asset altamente illiquidi o che abbiano problemi in grado di indebolirli fortemente (ad esempio di governance)». Potrà sembrare assurdo, ma un alto livello di Npl potrebbe addirittura indurre la banca ad aumentare il livello di finanziamenti erogati secondo un meccanismo noto come «gambling for resurrection» (letteralmente «scommettere sulla resurrezione»). Una circostanza nella quale un soggetto in difficoltà, in questo caso la banca, tende ad adottare comportamenti più rischiosi del dovuto per creare un diversivo e depistare sulla reale crisi in atto.
Uno dei malintesi più diffusi sugli Npl, si legge più avanti nella pubblicazione, si basa sul concetto di zombie lending, cioè l'abitudine da parte delle banche di concedere finanziamenti anche a quei soggetti che si sa già essere insolventi. Secondo l'interpretazione classica, questa prassi toglierebbe spazio ai creditori sani, arrivando così a danneggiare l'intera economia. La letteratura, spiega l'autore, si concentra di più sulle modalità per far ritornare in regola i crediti erogati ai debitori «malconci» che sull'eradicazione del fenomeno tout court. In questo caso la banca dovrebbe agire come un medico che prova a guarire i propri pazienti, anziché risolvere il problema alla radice, sopprimendoli. La vendita massiccia di Npl, aggiunge Angelini, sempre più diffusa anche a causa delle continue minacce della Vigilanza, può provocare effetti sul conto economico addirittura peggiori rispetto alla semplice riduzione degli accantonamenti causata dalla riduzione dei crediti deteriorati.
Venendo all'Italia, l'autore espone l'andamento degli Npl in relazione alla crescita del credito. Dallo scoppio della crisi in poi i crediti deteriorati sono aumentati vertiginosamente, passando dal 6% sul totale degli impieghi nel 2008 al picco del 18% toccato nel 2015. L'andamento dei crediti erogati non ha seguito però il flusso che ci si aspetterebbe. Nei primi anni di crescita dello stock di Npl, si è assistito addirittura a una crescita dei prestiti (dal 2008 al 2009), così come negli anni tra il 2013 e il 2015.
Lo studio di via Nazionale non intende certo dimostrare che i crediti deteriorati siano un bene per le banche e per l'economia. Semmai quella contenuta tra le righe è una preziosa indicazione di metodo, ovvero non rinunciare a vagliare criticamente gli input che arrivano di volta in volta da Francoforte.
Antonio Grizzuti
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Uno studio di Mediobanca svela gli impatti delle regole aggiuntive sulle sofferenze: ciò che la commissaria Danièle Nouy ha dichiarato di non aver calcolato. Alle pmi meno affidabili i finanziamenti costeranno un quinto in più rispetto a oggi.Bankitalia smentisce la Bce: la scarsa erogazione di fidi non è dovuta agli Npl. «Non c'è prova di un collegamento».Solamente un paio di settimane fa, incalzata dalle domande degli eurodeputati Roberto Gualtieri (Pd-S&D), Marco Valli (M5S-Efdd) e Marco Zanni (Enf), la responsabile della Vigilanza europea, Daniele Nouy, ammetteva che la Bce non aveva svolto alcuna analisi preventiva relativa all'addendum sui crediti deteriorati destinato a entrare in vigore dal primo aprile. «L'analisi di impatto è inutile, se non del tutto infattibile», aveva dichiarato in audizione di fronte ai membri della Commissione sui problemi economici e monetari del Parlamento europeo. Una vera e propria missione impossibile, secondo la Nouy, stabilire gli impatti per le banche e l'economia a seguito dell'introduzione delle nuove regole per gli accantonamenti richiesti alle banche a copertura dei non performing loans, le sofferenze. Molti dei deputati presenti non hanno creduto alle loro orecchie. Possibile che la Banca centrale europea, con il suo stuolo di economisti e l'enorme mole di dati a disposizione, non fosse stata in grado di elaborare una valutazione di questo tipo? Ma ciò che ha reso increduli i più è il fatto che, nonostante i criteri decisamente più severi rispetti a quelli attuali, dalle parti di Francoforte non fosse nato il dubbio di quantificare le possibili conseguenze sulle varie economie nazionali. La versione definitiva del documento sugli Npl, lo ricordiamo, è stata varata il 15 marzo scorso a seguito di una lunga consultazione pubblica e riguarda solo i nuovi flussi di credito erogati dal primo aprile 2018, destinati a deteriorarsi in futuro. Nel caso di finanziamenti garantiti (cioè assistiti da una garanzia reale, come ad esempio un'ipoteca), l'accantonamento previsto dovrà essere pari al 100% nell'arco di sette anni, mentre per quelli non garantiti è richiesta una copertura totale entro i due anni dal deterioramento.Là dove non è riuscita la Bce, arriva uno studio elaborato da Mediobanca securities ripreso ieri da Milano Finanza, che calcola gli impatti dell'addendum sui tassi dei finanziamenti concessi alle imprese. Secondo gli analisti di Piazzetta Cuccia, le nuove regole causeranno un incremento medio di 30 punti base, vale a dire il 20% in più rispetto ai valori registrati negli ultimi mesi. Nel report si legge che se «il costo del finanziamento per le piccole e medie imprese a rating inferiore aumenterà di oltre il 20%», quelle più rischiose potrebbero subire addirittura un'interruzione del credito.Un'eventualità che avrebbe conseguenze disastrose sull'economia italiana, il cui tessuto produttivo si fonda proprio sulle micro, piccole e medie imprese. Sulla carta la crisi è appena passata, ma scontiamo ancora gli strascichi di un decennio terribile. Negli ultimi anni migliaia di imprenditori e artigiani, sui quali finora si è basata una parte importantissima del nostro prodotto interno lordo, si sono visti sbattere la porta in faccia dopo aver richiesto un fido o un prestito che gli permettesse di mandare avanti l'azienda. Non è difficile comprendere dunque che una nuova stretta creditizia avrebbe oggi risvolti potenzialmente drammatici.Considerati i grandi progressi che il nostro Paese ha compiuto in materia di pulizia dei bilanci dai crediti deteriorati, si tratterebbe di una punizione immeritata. Risulta difficile quindi credere che la Bce, a seguito di mesi di studi, non fosse già a conoscenza dei possibili impatti sulle economie più simili alla nostra che si trovano a gestire un pesante fardello di Npl. L'addendum non è una misura obbligatoria, questo lo ha specificato più volte anche la stessa Vigilanza europea. Ciò nonostante, tutto fa ritenere che nei prossimi mesi diventerà un punto di riferimento per i grandi gruppi soggetti al controllo di Francoforte, ma anche per le medie e piccole realtà. Almeno fino a quando la Commissione europea non si deciderà a licenziare le proprie norme sugli Npl, che si preannunciano più soft e che fortunatamente sovrascriveranno quelle volute dalla Nouy. Fino ad allora nessuno sarà in grado di liberare le imprese italiane dal terrore di una nuova crisi.Gianluca De Maio<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prestiti-regole-ue-draghi-visco-2558762645.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bankitalia-smentisce-la-bce-sui-crediti-deteriorati-non-rallentano-leconomia" data-post-id="2558762645" data-published-at="1778627183" data-use-pagination="False"> Bankitalia smentisce la Bce sui crediti deteriorati: non rallentano l’economia Quante volte negli ultimi mesi abbiamo sentito ripetere come un mantra che i crediti deteriorati sono un male e che le banche se ne devono assolutamente liberare? Tante, forse troppe. La responsabile della Vigilanza europea, Daniele Nouy, non ha perso occasione per lanciare le sue accuse nei confronti degli istituti, rei di non aver preso in passato le dovute contromisure al fine di evitarne l'accumulo e di non compiere oggi gli sforzi sufficienti per smaltirli. «Gli Npl costituiscono un freno ai profitti e costringono a deviare risorse da attività più produttive», ha dichiarato la Nouy nel corso in uno dei suoi ultimi discorsi tenuto a Delfi poco più di un mese fa. «I crediti deteriorati non rappresentano un problema solo per le banche. Essi limitano gli istituti nell'erogazione di nuovo credito, e questo impedisce all'economia di crescere». A mettere in dubbio questo pregiudizio ormai consolidato anche nell'opinione pubblica arriva uno studio rilasciato lunedì da Banca d'Italia nell'ambito delle «Note di stabilità finanziaria e vigilanza». Nove pagine fitte di dati e grafici che riportano la firma di Paolo Angelini, dal 2014 vicecapo del Dipartimento vigilanza bancaria e finanziaria. L'economista parte subito in quarta, affermando che in letteratura non esiste una prova del collegamento diretto tra il volume di crediti deteriorati e i flussi di credito. Se è vero da un lato che una banca «con alti livelli di Npl può essere percepita come relativamente rischiosa, e dunque riscontrare difficoltà di accesso alla liquidità e al mercato di capitali», problemi simili possono riguardare anche «quegli istituti che sono altamente esposti ad altri asset altamente illiquidi o che abbiano problemi in grado di indebolirli fortemente (ad esempio di governance)». Potrà sembrare assurdo, ma un alto livello di Npl potrebbe addirittura indurre la banca ad aumentare il livello di finanziamenti erogati secondo un meccanismo noto come «gambling for resurrection» (letteralmente «scommettere sulla resurrezione»). Una circostanza nella quale un soggetto in difficoltà, in questo caso la banca, tende ad adottare comportamenti più rischiosi del dovuto per creare un diversivo e depistare sulla reale crisi in atto. Uno dei malintesi più diffusi sugli Npl, si legge più avanti nella pubblicazione, si basa sul concetto di zombie lending, cioè l'abitudine da parte delle banche di concedere finanziamenti anche a quei soggetti che si sa già essere insolventi. Secondo l'interpretazione classica, questa prassi toglierebbe spazio ai creditori sani, arrivando così a danneggiare l'intera economia. La letteratura, spiega l'autore, si concentra di più sulle modalità per far ritornare in regola i crediti erogati ai debitori «malconci» che sull'eradicazione del fenomeno tout court. In questo caso la banca dovrebbe agire come un medico che prova a guarire i propri pazienti, anziché risolvere il problema alla radice, sopprimendoli. La vendita massiccia di Npl, aggiunge Angelini, sempre più diffusa anche a causa delle continue minacce della Vigilanza, può provocare effetti sul conto economico addirittura peggiori rispetto alla semplice riduzione degli accantonamenti causata dalla riduzione dei crediti deteriorati. Venendo all'Italia, l'autore espone l'andamento degli Npl in relazione alla crescita del credito. Dallo scoppio della crisi in poi i crediti deteriorati sono aumentati vertiginosamente, passando dal 6% sul totale degli impieghi nel 2008 al picco del 18% toccato nel 2015. L'andamento dei crediti erogati non ha seguito però il flusso che ci si aspetterebbe. Nei primi anni di crescita dello stock di Npl, si è assistito addirittura a una crescita dei prestiti (dal 2008 al 2009), così come negli anni tra il 2013 e il 2015. Lo studio di via Nazionale non intende certo dimostrare che i crediti deteriorati siano un bene per le banche e per l'economia. Semmai quella contenuta tra le righe è una preziosa indicazione di metodo, ovvero non rinunciare a vagliare criticamente gli input che arrivano di volta in volta da Francoforte. Antonio Grizzuti
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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