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2019-12-20
A Bari metodo Zonin sotto il naso di Bankitalia
Ansa
Quando la liquidità è venuta meno per i prestiti avventati a gruppi imprenditoriali che non sono rientrati, causando, al 2016, 800 milioni di perdite, nella stanza dei bottoni della banca Popolare di Bari, anziché progettare un'azione di risanamento, decisero di prendere la strada più pericolosa: autofinanziare le proprie azioni. Un vecchio trucchetto caro ad alcune Popolari. Ovvero la fotocopia di ciò che misero in atto a Vicenza. In slang bancario le chiamano «operazioni baciate». Non essendo quotate in Borsa, sono i cda delle Popolari a decidere il prezzo delle azioni. Un escamotage che permise al presidente della Popolare di Vicenza, Gianni Zonin, di venderle a 62,50 euro l'una. La Cassazione, di recente, ha annullato per vizio di competenza la sua condanna in secondo grado a 8 anni e 5 mesi per associazione a delinquere e riciclaggio e, ora, il processo dovrà ricominciare a Milano. Proprio come per la banca di Zonin, la Popolare di Bari apriva una linea di credito e, contemporaneamente, chiedeva al cliente di acquistare un pacchetto di azioni con una parte del finanziamento appena erogato.
«Esistono fondati motivi che inducano a ritenere che siano state poste in essere condotte lesive dell'integrità patrimoniale della banca», valutarono poco dopo l'ispezione di Bankitalia i magistrati della Procura di Bari, Federico Perrone Capano e Lidia Giorgio. Si scoprì che, mentre a gruppi imprenditoriali considerati vicini alla banca si permetteva di vendere le azioni, come nel caso dell'impresa Debar, che secondo la ricostruzione dei magistrati riuscirono a piazzare più di 4 milioni di azioni prima della svalutazione del titolo del 20% (l'impresa ha sostenuto di non aver guadagnato nulla da quella operazione), a una signora di 84 anni furono invece rifilati prodotti finanziari a elevata rischiosità per 130.000 euro. E i risparmi di una vita andarono in fumo. Come? Truccando le carte.
In questo caso, ha scoperto la Procura, fu «manipolato il questionario di profilatura del rischio», alterando «le dichiarazioni sulle strategie di investimento della cliente che nel 2008 dichiarava di orientarsi a favore di investimenti che le consentissero di proteggere il capitale e ricevere flussi di cassa periodici, costanti e prevedibili», ma successivamente si è ritrovata a puntare sulla finanza spinta. Insomma, per la Procura l'hanno truffata. Ma il fenomeno non è stato approfondito solo dai magistrati. Consob dedica un paragrafo a questo stratagemma e ai 26.000 investitori che avevano chiesto di rientrare in un profilo prudente e, invece, grazie a un questionario farlocco, si ritrovavano a comprare le azioni della Popolare di Bari. «Il minor peso della sezione obiettivo d'investimento», scrive Consob a proposito del questionario, «si rifletteva nella determinazione del profilo di rischio complessivo, come evidenziato dal fatto che il 30% della clientela a rischio medio aveva in realtà dichiarato nel questionario un obiettivo d'investimento conservativo».
In primo luogo, nel questionario, spiegano da Consob, «vi era un'unica versione, indipendentemente dalla natura giuridica del cliente». Era articolato in 18 domande suddivise nelle sezioni Obiettivi di investimento e orizzonte temporale, Situazione finanziaria, Esperienze e conoscenze. Le risposte fornite dal cliente generavano singolarmente un punteggio che concorreva alla definizione del punteggio sintetico di ciascuna sezione, al fine di determinare il livello di esperienza e conoscenza, gli obiettivi di investimento, la situazione finanziaria. La somma dei punteggi delle singole sezioni, infine, determinava il punteggio complessivo e, sulla base di range predefiniti, il profilo di rischio dell'investitore.
In pratica, si rendeva giustificabile «la collocazione di strumenti finanziari evidentemente inadeguati alle caratteristiche personali della persona offesa», si legge in alcuni documenti della Procura. Non solo: negli esposti presentati a Consob, vengono prospettate irregolarità nella condotta di alcuni dipendenti che, secondo quanto rappresentato, avrebbero proceduto alla compilazione del questionario fornendo, al posto del cliente, «la risposta più idonea per giustificare l'acquisto delle azioni di Bpb».
Un metodo. E non è l'unica operazione funambolica sulla quale hanno messo gli occhi Consob prima e la Procura poi: il colosso bancario pugliese offriva alla clientela investimenti in diamanti con una società esterna, la Diamond private investment, che si era impegnata a comprare un pacchetto da 500.000 euro all'anno di azioni della Popolare di Bari. La sperimentazione sui diamanti era cominciata nel 2015, con il gruppo Intermarket diamond business. E andava alla grande: in pochi mesi erano stati sottoscritti 133 contratti per 2.800.000 euro. Segno che la clientela barese gradiva investire in diamanti. A ottobre 2016, però, il cda approva la risoluzione anticipata dell'accordo con Intermarket diamond business e la sostituisce con la società che ripagava la Popolare in azioni. Altro che finanza creativa.
In manette presidente e direttore per il crack di Banca Base a Catania
Che il destino di Banca sviluppo economico Spa di Catania, conosciuta anche come Banca Base, fosse segnato, i correntisti e i revisori di Bankitalia lo avevano capito da almeno 6 anni. Cioè, da quando i primi avevano ricevuto il limite di ritiro ai bancomat di 250 euro e i secondi avevano mosso richiami alla gestione dell'istituto di credito siciliano, capace nel 2014 di concedere crediti per 41 milioni di euro con un capitale sociale di appena 6 milioni. Avvisi, faccendieri di contorno e un commissariamento nel 2018 non sono bastati a fermare una gestione più che dissennata di un istituto di credito, per cui la Procura catanese ipotizza i reati di bancarotta fraudolenta, falso in prospetto, abusivismo, aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Perciò, ieri, la Guardia di finanza ha disposto, su ordine del gip del tribunale di Catania, l'arresto di Pietro Bottino, presidente della banca dall'aprile del 2013 al febbraio del 2018 (quando arrivò il commissario di Bankitalia, Antonio Blandini) e di Gaetano Sannolo, odontotecnico, direttore generale della banca e factotum di Bottino. Oltre ai vertici ci sono altri 18 indagati.
Sannolo non è nome nuovo ai crack bancari. Il suo nome era già comparso anni fa nelle cronache per il salvataggio di Banca Etruria, dove era stato vicepresidente Pierluigi Boschi, padre dell'ex ministro per le Riforme, Maria Elena. L'ex direttore generale di Banca Base, infatti, era stato in predicato di entrare proprio nella banca aretina. A sponsorizzarlo fu Flavio Carboni, il faccendiere massone che ha attraversato i più importanti intrighi italiani degli ultimi anni, sin da quello del banco Ambrosiano che costò la vita a Roberto Calvi. Carboni spiegò di aver parlato di lui a un altro faccendiere, Valeriano Mureddu. Lo conosceva sin da quando era direttore della Cassa di risparmio di Firenze (dove aveva il conto) e dove Sannolo era direttore di filiale. Sta di fatto che l'odontecnico non è riuscito nella scalata a Etruria, però ha trovato posto a Catania.
La crisi dell'istituto di credito etneo, fondato nel 2007, ha inizio nel 2013. Quando vengono effettuate due ispezioni da parte di Banca d'Italia. Entrambe si concludono con sanzioni a dirigenti e amministratori e con l'imposizione perentoria di aumentare il capitale sociale per almeno 10 milioni di euro entro il 31 dicembre 2014, pena la sospensione dell'attività. In questi anni Bottino e Sannolo si sarebbero inventati di tutto per racimolare abbastanza denaro in modo da non far chiudere la banca. Basti pensare che nelle carte dell'inchiesta c'è persino un finto contratto di locazione per l'apertura di una filiale di Roma in una prestigiosa sede da 20 milioni di euro. Veniva mostrato agli investitori per convincerli, con tanto di piantina dell'immobile, in modo da dimostrare che non esisteva alcun problema con via Nazionale. Ma i giochi di prestigio non finiscono qui.
Nel 2016, quando Bankitalia chiede di avviare un nuovo processo di ripatrimonializzazione, tramite l'integrazione con un gruppo bancario di adeguato livello, Sannolo e Bottino organizzano una nuova messinscena con il consiglio di amministrazione. Informano i consiglieri di un ordine di pagamento da 2,5 milioni di euro da una società inglese, la Ifina. Allegano persino una lettera, su cui la Gdf sta effettuando approfondimenti, di un cittadino giordano. Secondo i due, la ricapitalizzazione sarebbe stata ultimata grazie a una banca degli Emirati Arabi Uniti e a una società con sede a Malta. Gli investigatori stanno cercando di capire anche chi fossero i reali investitori, alcuni avevano sede alle isole Cayman.
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Come a Vicenza, l'ente erogava credito facile a chi comprava azioni. Ai clienti offerti anche rischiosi investimenti in diamanti.In manette presidente e direttore per il crack di Banca Base a Catania. Per ricapitalizzare, i due millantavano sponsor emiratini e sedi faraoniche a Roma.Lo speciale comprende due articoli. Quando la liquidità è venuta meno per i prestiti avventati a gruppi imprenditoriali che non sono rientrati, causando, al 2016, 800 milioni di perdite, nella stanza dei bottoni della banca Popolare di Bari, anziché progettare un'azione di risanamento, decisero di prendere la strada più pericolosa: autofinanziare le proprie azioni. Un vecchio trucchetto caro ad alcune Popolari. Ovvero la fotocopia di ciò che misero in atto a Vicenza. In slang bancario le chiamano «operazioni baciate». Non essendo quotate in Borsa, sono i cda delle Popolari a decidere il prezzo delle azioni. Un escamotage che permise al presidente della Popolare di Vicenza, Gianni Zonin, di venderle a 62,50 euro l'una. La Cassazione, di recente, ha annullato per vizio di competenza la sua condanna in secondo grado a 8 anni e 5 mesi per associazione a delinquere e riciclaggio e, ora, il processo dovrà ricominciare a Milano. Proprio come per la banca di Zonin, la Popolare di Bari apriva una linea di credito e, contemporaneamente, chiedeva al cliente di acquistare un pacchetto di azioni con una parte del finanziamento appena erogato. «Esistono fondati motivi che inducano a ritenere che siano state poste in essere condotte lesive dell'integrità patrimoniale della banca», valutarono poco dopo l'ispezione di Bankitalia i magistrati della Procura di Bari, Federico Perrone Capano e Lidia Giorgio. Si scoprì che, mentre a gruppi imprenditoriali considerati vicini alla banca si permetteva di vendere le azioni, come nel caso dell'impresa Debar, che secondo la ricostruzione dei magistrati riuscirono a piazzare più di 4 milioni di azioni prima della svalutazione del titolo del 20% (l'impresa ha sostenuto di non aver guadagnato nulla da quella operazione), a una signora di 84 anni furono invece rifilati prodotti finanziari a elevata rischiosità per 130.000 euro. E i risparmi di una vita andarono in fumo. Come? Truccando le carte. In questo caso, ha scoperto la Procura, fu «manipolato il questionario di profilatura del rischio», alterando «le dichiarazioni sulle strategie di investimento della cliente che nel 2008 dichiarava di orientarsi a favore di investimenti che le consentissero di proteggere il capitale e ricevere flussi di cassa periodici, costanti e prevedibili», ma successivamente si è ritrovata a puntare sulla finanza spinta. Insomma, per la Procura l'hanno truffata. Ma il fenomeno non è stato approfondito solo dai magistrati. Consob dedica un paragrafo a questo stratagemma e ai 26.000 investitori che avevano chiesto di rientrare in un profilo prudente e, invece, grazie a un questionario farlocco, si ritrovavano a comprare le azioni della Popolare di Bari. «Il minor peso della sezione obiettivo d'investimento», scrive Consob a proposito del questionario, «si rifletteva nella determinazione del profilo di rischio complessivo, come evidenziato dal fatto che il 30% della clientela a rischio medio aveva in realtà dichiarato nel questionario un obiettivo d'investimento conservativo». In primo luogo, nel questionario, spiegano da Consob, «vi era un'unica versione, indipendentemente dalla natura giuridica del cliente». Era articolato in 18 domande suddivise nelle sezioni Obiettivi di investimento e orizzonte temporale, Situazione finanziaria, Esperienze e conoscenze. Le risposte fornite dal cliente generavano singolarmente un punteggio che concorreva alla definizione del punteggio sintetico di ciascuna sezione, al fine di determinare il livello di esperienza e conoscenza, gli obiettivi di investimento, la situazione finanziaria. La somma dei punteggi delle singole sezioni, infine, determinava il punteggio complessivo e, sulla base di range predefiniti, il profilo di rischio dell'investitore. In pratica, si rendeva giustificabile «la collocazione di strumenti finanziari evidentemente inadeguati alle caratteristiche personali della persona offesa», si legge in alcuni documenti della Procura. Non solo: negli esposti presentati a Consob, vengono prospettate irregolarità nella condotta di alcuni dipendenti che, secondo quanto rappresentato, avrebbero proceduto alla compilazione del questionario fornendo, al posto del cliente, «la risposta più idonea per giustificare l'acquisto delle azioni di Bpb». Un metodo. E non è l'unica operazione funambolica sulla quale hanno messo gli occhi Consob prima e la Procura poi: il colosso bancario pugliese offriva alla clientela investimenti in diamanti con una società esterna, la Diamond private investment, che si era impegnata a comprare un pacchetto da 500.000 euro all'anno di azioni della Popolare di Bari. La sperimentazione sui diamanti era cominciata nel 2015, con il gruppo Intermarket diamond business. E andava alla grande: in pochi mesi erano stati sottoscritti 133 contratti per 2.800.000 euro. Segno che la clientela barese gradiva investire in diamanti. A ottobre 2016, però, il cda approva la risoluzione anticipata dell'accordo con Intermarket diamond business e la sostituisce con la società che ripagava la Popolare in azioni. 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Cioè, da quando i primi avevano ricevuto il limite di ritiro ai bancomat di 250 euro e i secondi avevano mosso richiami alla gestione dell'istituto di credito siciliano, capace nel 2014 di concedere crediti per 41 milioni di euro con un capitale sociale di appena 6 milioni. Avvisi, faccendieri di contorno e un commissariamento nel 2018 non sono bastati a fermare una gestione più che dissennata di un istituto di credito, per cui la Procura catanese ipotizza i reati di bancarotta fraudolenta, falso in prospetto, abusivismo, aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Perciò, ieri, la Guardia di finanza ha disposto, su ordine del gip del tribunale di Catania, l'arresto di Pietro Bottino, presidente della banca dall'aprile del 2013 al febbraio del 2018 (quando arrivò il commissario di Bankitalia, Antonio Blandini) e di Gaetano Sannolo, odontotecnico, direttore generale della banca e factotum di Bottino. Oltre ai vertici ci sono altri 18 indagati. Sannolo non è nome nuovo ai crack bancari. Il suo nome era già comparso anni fa nelle cronache per il salvataggio di Banca Etruria, dove era stato vicepresidente Pierluigi Boschi, padre dell'ex ministro per le Riforme, Maria Elena. L'ex direttore generale di Banca Base, infatti, era stato in predicato di entrare proprio nella banca aretina. A sponsorizzarlo fu Flavio Carboni, il faccendiere massone che ha attraversato i più importanti intrighi italiani degli ultimi anni, sin da quello del banco Ambrosiano che costò la vita a Roberto Calvi. Carboni spiegò di aver parlato di lui a un altro faccendiere, Valeriano Mureddu. Lo conosceva sin da quando era direttore della Cassa di risparmio di Firenze (dove aveva il conto) e dove Sannolo era direttore di filiale. Sta di fatto che l'odontecnico non è riuscito nella scalata a Etruria, però ha trovato posto a Catania. La crisi dell'istituto di credito etneo, fondato nel 2007, ha inizio nel 2013. Quando vengono effettuate due ispezioni da parte di Banca d'Italia. Entrambe si concludono con sanzioni a dirigenti e amministratori e con l'imposizione perentoria di aumentare il capitale sociale per almeno 10 milioni di euro entro il 31 dicembre 2014, pena la sospensione dell'attività. In questi anni Bottino e Sannolo si sarebbero inventati di tutto per racimolare abbastanza denaro in modo da non far chiudere la banca. Basti pensare che nelle carte dell'inchiesta c'è persino un finto contratto di locazione per l'apertura di una filiale di Roma in una prestigiosa sede da 20 milioni di euro. Veniva mostrato agli investitori per convincerli, con tanto di piantina dell'immobile, in modo da dimostrare che non esisteva alcun problema con via Nazionale. Ma i giochi di prestigio non finiscono qui. Nel 2016, quando Bankitalia chiede di avviare un nuovo processo di ripatrimonializzazione, tramite l'integrazione con un gruppo bancario di adeguato livello, Sannolo e Bottino organizzano una nuova messinscena con il consiglio di amministrazione. Informano i consiglieri di un ordine di pagamento da 2,5 milioni di euro da una società inglese, la Ifina. Allegano persino una lettera, su cui la Gdf sta effettuando approfondimenti, di un cittadino giordano. Secondo i due, la ricapitalizzazione sarebbe stata ultimata grazie a una banca degli Emirati Arabi Uniti e a una società con sede a Malta. Gli investigatori stanno cercando di capire anche chi fossero i reali investitori, alcuni avevano sede alle isole Cayman.
@Striscialanotizia
«Resistenza e resilienza» sono parole un po’ di moda, ma Striscia vuole interpretarle da una posizione forse meno strategica di prima, ma pur sempre importante e centrale. Con Ricci anche l’azienda vuole fare le cose in grande, aggiungendo per la prima volta una band, diretta da Demo Morselli. E invitando un’infilata di ospiti, nella prima puntata Alessandro Del Piero e la criminologa Roberta Bruzzone che sarà titolare della rubrica «Striscia criminale» per raccontare «le cose efferate che accadono dietro le quinte delle trasmissioni». Soprattutto, si vedrà Maria De Filippi, inviata a consegnare le «merdine» a chi parcheggia indebitamente nel posto riservato alle persone con disabilità. «Pensavo di doverla convincere, di dover insistere sul fatto che è una cosa interessante anche dal punto di vista sociale», rivela Antonio. «Invece Maria, che avrebbe dovuto rimanere solo un’ora, si è fermata e si è molto divertita».
C’è anche lo spazio per l’orgoglio del grande autore: «Sono 45 anni che faccio trasmissioni di successo, ho più Telegatti di tutti. Conservo soddisfazioni incancellabili», rivela, sbertucciando chi gli dice «poverino» ora che si ritrova «una prima serata su Canale 5. Quello che mi appassiona è fare un buon lavoro, fare una trasmissione satirica e insieme di varietà». Cede con eleganza il testimone dell’access primetime al successore: «Gerry Scotti è bravissimo e La Ruota della fortuna un programma perfetto, rivolto sia a un pubblico giovane che anziano». Ma in coda ci mette un po’ di peperoncino: «Del resto la Settimana enigmistica tiene sveglia la gente nelle Rsa. Mi avevano chiesto di tenermi pronto per metà ottobre nel caso il programma di Gerry avesse toppato». Invece, l’intuizione di far partire il gioco a quiz in anticipo, «mentre la Rai mandava ancora in onda l’esangue Techetechetè, è arrivato come una valanga anche sui pacchi di De Martino. La Rai continua a mandare in onda un programma che induce al gioco d’azzardo». E non dev’essere facile per uno come lui accettare che sia un altro a detronizzare il tradizionale avversario. «Ma noi non siamo una trasmissione vecchia, siamo la trasmissione più giovane e sul pezzo che ci sia», sottolinea Ricci. «Solo l’anno scorso abbiamo mandato in onda più di 20 nuove rubriche e nuovi inviati». Quest’anno rivedremo Luca Abete, Dario Ballantini, Rajae Bezzaz, Antonio Casanova, Jimmy Ghione, Giuseppe Longinotti, Enrico Lucci, Michele Macrì, Francesco Mazza, Moreno Morello e Valerio Staffelli e le rubriche di Cristiano Militello, Barbascura X e Rosaria Rollo.
Sì, Striscia la notizia non striscia più, ma non chiedetele di cambiare titolo.
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«The Rip - Soldi sporchi» (Netflix)
The Rip - Soldi sporchi, su Netflix da venerdì 16 gennaio, non può far leva su una trama accattivante. Non stando alla sinossi. Il film, difatti, sembrerebbe svilupparsi su unico asse, quello della diffidenza generata dal bisogno, dalla brama, dall'insorgere improvviso di individualismi ed egoismi. La città è quella di Miami, i protagonisti della vicenda poliziotti, diversi fra loro per grado e anzianità. Avrebbero potuto lavorare in armonia, coesi e determinati a raggiungere uno stesso obiettivo. Invece, una scoperta estemporanea li mette faccia a faccia con le zone d'ombra della natura umana, quelle che avevano portato Hobbes a coniare la celebre definizione di homo homini lupus. All'interno di un deposito abbandonato, senza più nessuno a vegliare il bottino, viene rinvenuta dal gruppo una mole immensa di banconote: denaro contante, per milioni e milioni di dollari. Di lì, l'iter avrebbe dovuto essere codificato, il ritrovamento dei soldi regolarmente denunciato e nuove indagini avviate per scoprirne la provenienza. Tuttavia, The Rip - Soldi sporchi non racconta l'iter procedurale così come la legge imporrebbe si sviluppasse. Racconta altro: la lotta sotterranea che comincia a prendere piete, la voglia - umana, per carità - di mettere le mani su tanta ricchezza, l'ingresso di forze esterne, criminali, decise a recuperare le proprie risorse materiali
The Rip - Soldi sporchi, dunque, racconta quel che tanti film prima di lui hanno raccontato, sperando a fare la differenza non sia la trama o i suoi colpi di scena, ma la bravura del duo scelto come protagonista. Matt Damon e Ben Affleck, la cui amicizia nella vita si è tradotta più volte in una sinergia professionale, sono stati chiamati ad interpretare, rispettivamente, il tenente Dane Dumars e il detective sergente Jd Byrne. Si tratta di un ritorno, di un nuovo progetto condiviso, della speranza che i due bastino a fare la differenza, permettendo alla piattaforma di inaugurare l'anno nel migliore dei modi.
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Getty Images
Parto dalla fine della cerimonia funebre, quando si spengono le luci sulla commozione (autentica!) per le giovanissime vite perse o segnate per sempre. A questo punto si scatenano gli istinti animali di quelli che accusano e di quelli che si difendono. Di qui in avanti vale tutto. Altissima la posta in gioco, per una società ultra monetizzata come questa, dominata dal «chi deve pagare i danni»?
Ho intervistato due personaggi della società civile svizzera, due amici, un banchiere d’affari (XY) e uno psicanalista (XZ) facendo loro la stessa domanda: «Avete colto anche voi, in questo caso, appena avvenuto, la rapida tendenza degli adulti a colpevolizzare i comportamenti dei giovanissimi presenti (la serata era dedicata a loro) accusati di aver filmato invece di fuggire? Hanno rispolverato il noto «narcisismo digitale» come se la causa principale risiedesse, non nei comportamenti degli adulti (politici, legislatori, costruttori, gestori, controllori comunali e cantonali) ma in una patologia generazionale legata allo smartphone e alla sua cultura, che pure c’è ed è grave, ma che qua non centra nulla.»
Dice il banchiere d’affari: «Mi sono sentito emotivamente coinvolto, e come non potevo non esserlo quando vedi ragazzini di quindici anni avvolti dalle fiamme e la padrona del locale mettersi in salvo abbracciata alla cassa. La mia prima reazione fu di difesa della nostra cultura giuridica dagli attacchi scomposti giunti dalla stampa ideologizzata dei nostri vicini francesi e italiani, condividendo le precisazioni del nostro presidente Guy Parmelin “Siamo un Paese fondato su rigore e affidabilità che deve saper prevedere questo genere di rischi”. Precisazioni però giunte dieci giorni dopo l’evento! Quando, caro Riccardo, hai avuto la cortesia di presentare a me e ad altri amici svizzeri il grande lavoro fatto su IDEA e sui modelli organizzativi delle organizzazioni umane complesse, ero rimasto molto colpito dalla tua intuizione sull’esistenza dei Tabernacoli secondari. Quelli dove, dicevi, sono custodite le ostie «scadute» o peggio «andate a male». E aggiungevi come questo scenario fosse impossibile da descrivere con lo scritto, ma solo integrandolo, a voce, con esempi di vita vera, vissuta. Tra i tanti esempi che ci avevi fatto a voce, quelli di Fiat, di Alitalia, etc. c’era pure quello della vendita di un’azienda pubblica in cui l’acquirente pagava sì un certo prezzo ma doveva sottostare a protocolli formali rigidissimi in termini di controlli, tranquillizzando così Parlamento e opinione pubblica. La genialità (si scoprì poi criminogena) fu che il Contratto di vendita era addirittura il Tabernacolo, con un testo all’apparenza spietato sugli impegni formali, ma che in sede di controllo burocratico era congegnato in modo che i vincoli sarebbero stati bypassati facilmente con acconce modalità di execution. Per fortuna, la nostra ex consigliera federale Micheline Calmy-Rey (purtroppo ottantenne) declina così i tuoi Tabernacoli: «Basta agli accordi segreti e ai legami insani fra politica e interessi personali»! Sarà così anche nel caso del Le Constellation?
Lo psicanalista chiosa: «Dal punto di vista psicanalitico ricorrere al «narcisismo digitale» è una semplificazione difensiva. In certi casi, la psiche entra in uno stato di sospensione del senso di realtà, quindi tendiamo a ricercare segnali esterni che ci aiutino a interpretare la situazione. Segnali di norma provenienti dal mondo adulto o dalle istituzioni per cui quando questi sono assenti o inefficaci, noi ci troviamo soli con le nostre difese primitive. In questo senso l’atto di filmare diventa un tentativo di trasformare un problema in un’immagine da noi più controllabile. Chiediamoci come i giovani reagiscono ad adulti che faticano a esercitare il loro ruolo di genitori, di nonni, di docenti, affidandosi alla delega, alla tecnica, e non alla loro propria funzione simbolica. Quando una società finisce per chiedere ai più giovani di essere più maturi degli adulti, di certo il problema non è lo smartphone, ma negli adulti che, più o meno scientemente, si stanno ritirando dalla scena della vita vera dei figli.
Con le due interviste il mio contributo giornalistico dovrebbe finire qua, ma non per me. Questo evento, come un’infinità di altri da oltre trent’anni a questa parte (caduta del Muro) è figlio dei due grandi imbarazzanti compari che hanno segnato la mia vita, professionale prima e di studioso poi: il CEO capitalismo e il modello organizzativo patrizio dei Tabernacoli. Entrambi fortemente interconnessi e molto presenti in questa e in tutte le altre vicende di questo tipo.
Lo dico brutalmente, il falò umano di Crans Montana è stato semplicemente un omicidio ritardato da parte di imprenditori e di istituzioni (poco importa se corrotte o inette o maldestre: in termini di colpevolezza sono la stessa cosa).
Circa la critica fatta ai giovanissimi di voler filmare l’incendio anziché fuggire, siamo noi adulti occidentali, di ogni tendenza politico culturale, che abbiamo disegnato algoritmi concepiti per scegliere quali contenuti proporre e in base alla domanda ripeterli all’infinito. In altre parole, guardando di continuo frame o video del dramma di Crans Montana, lo smartphone continuerà a farcelo vedere, peggio, più lo richiediamo più lo ripeterà, avendolo così trasformato in un bene di largo consumo. Perché noi abbiamo affidato l’informazione ai markettari di ogni tipo e specie, cessando di essere non più persone ma miserabili consumatori.
Povera Gen Z quando si accorgerà che noi adulti per vivere le nostre esistenze al di sopra delle nostre effettive possibilità, non solo sottoscriviamo debito che loro dovranno onorare, ma gli abbiamo pure imbandito una tavola di saperi finti, di cibi finti, di luoghi finti, talmente stressati che prendono fuoco allo scoccare di una solitaria scintilla. La Gen Zeta sarà diventata adulta a Crans Montana solo se avrà capito di che pasta sono fatti gli adulti del mondo in cui sono capitati.
Un mondo dove l’imprenditore scappa con la cassa, il magistrato sceglie la cautela, dando la sensazione che preferirebbe non esserci, i politici locali e nazionali fanno lo gnorri, al massimo si definiscono maldestri, ma si capisce che nessuno vuole pagare pegno (anche in questo caso ci sarà un Tabernacolo protettivo?).
Il caso Crans Montana si è desolatamente chiuso con una cerimonia funebre sobria, struggente, perfetta, e dall’impeccabile scenografia svizzera. Qua erano presenti tutti i presidenti che dovevano esserci, tutti commossi, come da copione.
Zafferano.news
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