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2019-12-20
A Bari metodo Zonin sotto il naso di Bankitalia
Ansa
Quando la liquidità è venuta meno per i prestiti avventati a gruppi imprenditoriali che non sono rientrati, causando, al 2016, 800 milioni di perdite, nella stanza dei bottoni della banca Popolare di Bari, anziché progettare un'azione di risanamento, decisero di prendere la strada più pericolosa: autofinanziare le proprie azioni. Un vecchio trucchetto caro ad alcune Popolari. Ovvero la fotocopia di ciò che misero in atto a Vicenza. In slang bancario le chiamano «operazioni baciate». Non essendo quotate in Borsa, sono i cda delle Popolari a decidere il prezzo delle azioni. Un escamotage che permise al presidente della Popolare di Vicenza, Gianni Zonin, di venderle a 62,50 euro l'una. La Cassazione, di recente, ha annullato per vizio di competenza la sua condanna in secondo grado a 8 anni e 5 mesi per associazione a delinquere e riciclaggio e, ora, il processo dovrà ricominciare a Milano. Proprio come per la banca di Zonin, la Popolare di Bari apriva una linea di credito e, contemporaneamente, chiedeva al cliente di acquistare un pacchetto di azioni con una parte del finanziamento appena erogato.
«Esistono fondati motivi che inducano a ritenere che siano state poste in essere condotte lesive dell'integrità patrimoniale della banca», valutarono poco dopo l'ispezione di Bankitalia i magistrati della Procura di Bari, Federico Perrone Capano e Lidia Giorgio. Si scoprì che, mentre a gruppi imprenditoriali considerati vicini alla banca si permetteva di vendere le azioni, come nel caso dell'impresa Debar, che secondo la ricostruzione dei magistrati riuscirono a piazzare più di 4 milioni di azioni prima della svalutazione del titolo del 20% (l'impresa ha sostenuto di non aver guadagnato nulla da quella operazione), a una signora di 84 anni furono invece rifilati prodotti finanziari a elevata rischiosità per 130.000 euro. E i risparmi di una vita andarono in fumo. Come? Truccando le carte.
In questo caso, ha scoperto la Procura, fu «manipolato il questionario di profilatura del rischio», alterando «le dichiarazioni sulle strategie di investimento della cliente che nel 2008 dichiarava di orientarsi a favore di investimenti che le consentissero di proteggere il capitale e ricevere flussi di cassa periodici, costanti e prevedibili», ma successivamente si è ritrovata a puntare sulla finanza spinta. Insomma, per la Procura l'hanno truffata. Ma il fenomeno non è stato approfondito solo dai magistrati. Consob dedica un paragrafo a questo stratagemma e ai 26.000 investitori che avevano chiesto di rientrare in un profilo prudente e, invece, grazie a un questionario farlocco, si ritrovavano a comprare le azioni della Popolare di Bari. «Il minor peso della sezione obiettivo d'investimento», scrive Consob a proposito del questionario, «si rifletteva nella determinazione del profilo di rischio complessivo, come evidenziato dal fatto che il 30% della clientela a rischio medio aveva in realtà dichiarato nel questionario un obiettivo d'investimento conservativo».
In primo luogo, nel questionario, spiegano da Consob, «vi era un'unica versione, indipendentemente dalla natura giuridica del cliente». Era articolato in 18 domande suddivise nelle sezioni Obiettivi di investimento e orizzonte temporale, Situazione finanziaria, Esperienze e conoscenze. Le risposte fornite dal cliente generavano singolarmente un punteggio che concorreva alla definizione del punteggio sintetico di ciascuna sezione, al fine di determinare il livello di esperienza e conoscenza, gli obiettivi di investimento, la situazione finanziaria. La somma dei punteggi delle singole sezioni, infine, determinava il punteggio complessivo e, sulla base di range predefiniti, il profilo di rischio dell'investitore.
In pratica, si rendeva giustificabile «la collocazione di strumenti finanziari evidentemente inadeguati alle caratteristiche personali della persona offesa», si legge in alcuni documenti della Procura. Non solo: negli esposti presentati a Consob, vengono prospettate irregolarità nella condotta di alcuni dipendenti che, secondo quanto rappresentato, avrebbero proceduto alla compilazione del questionario fornendo, al posto del cliente, «la risposta più idonea per giustificare l'acquisto delle azioni di Bpb».
Un metodo. E non è l'unica operazione funambolica sulla quale hanno messo gli occhi Consob prima e la Procura poi: il colosso bancario pugliese offriva alla clientela investimenti in diamanti con una società esterna, la Diamond private investment, che si era impegnata a comprare un pacchetto da 500.000 euro all'anno di azioni della Popolare di Bari. La sperimentazione sui diamanti era cominciata nel 2015, con il gruppo Intermarket diamond business. E andava alla grande: in pochi mesi erano stati sottoscritti 133 contratti per 2.800.000 euro. Segno che la clientela barese gradiva investire in diamanti. A ottobre 2016, però, il cda approva la risoluzione anticipata dell'accordo con Intermarket diamond business e la sostituisce con la società che ripagava la Popolare in azioni. Altro che finanza creativa.
In manette presidente e direttore per il crack di Banca Base a Catania
Che il destino di Banca sviluppo economico Spa di Catania, conosciuta anche come Banca Base, fosse segnato, i correntisti e i revisori di Bankitalia lo avevano capito da almeno 6 anni. Cioè, da quando i primi avevano ricevuto il limite di ritiro ai bancomat di 250 euro e i secondi avevano mosso richiami alla gestione dell'istituto di credito siciliano, capace nel 2014 di concedere crediti per 41 milioni di euro con un capitale sociale di appena 6 milioni. Avvisi, faccendieri di contorno e un commissariamento nel 2018 non sono bastati a fermare una gestione più che dissennata di un istituto di credito, per cui la Procura catanese ipotizza i reati di bancarotta fraudolenta, falso in prospetto, abusivismo, aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Perciò, ieri, la Guardia di finanza ha disposto, su ordine del gip del tribunale di Catania, l'arresto di Pietro Bottino, presidente della banca dall'aprile del 2013 al febbraio del 2018 (quando arrivò il commissario di Bankitalia, Antonio Blandini) e di Gaetano Sannolo, odontotecnico, direttore generale della banca e factotum di Bottino. Oltre ai vertici ci sono altri 18 indagati.
Sannolo non è nome nuovo ai crack bancari. Il suo nome era già comparso anni fa nelle cronache per il salvataggio di Banca Etruria, dove era stato vicepresidente Pierluigi Boschi, padre dell'ex ministro per le Riforme, Maria Elena. L'ex direttore generale di Banca Base, infatti, era stato in predicato di entrare proprio nella banca aretina. A sponsorizzarlo fu Flavio Carboni, il faccendiere massone che ha attraversato i più importanti intrighi italiani degli ultimi anni, sin da quello del banco Ambrosiano che costò la vita a Roberto Calvi. Carboni spiegò di aver parlato di lui a un altro faccendiere, Valeriano Mureddu. Lo conosceva sin da quando era direttore della Cassa di risparmio di Firenze (dove aveva il conto) e dove Sannolo era direttore di filiale. Sta di fatto che l'odontecnico non è riuscito nella scalata a Etruria, però ha trovato posto a Catania.
La crisi dell'istituto di credito etneo, fondato nel 2007, ha inizio nel 2013. Quando vengono effettuate due ispezioni da parte di Banca d'Italia. Entrambe si concludono con sanzioni a dirigenti e amministratori e con l'imposizione perentoria di aumentare il capitale sociale per almeno 10 milioni di euro entro il 31 dicembre 2014, pena la sospensione dell'attività. In questi anni Bottino e Sannolo si sarebbero inventati di tutto per racimolare abbastanza denaro in modo da non far chiudere la banca. Basti pensare che nelle carte dell'inchiesta c'è persino un finto contratto di locazione per l'apertura di una filiale di Roma in una prestigiosa sede da 20 milioni di euro. Veniva mostrato agli investitori per convincerli, con tanto di piantina dell'immobile, in modo da dimostrare che non esisteva alcun problema con via Nazionale. Ma i giochi di prestigio non finiscono qui.
Nel 2016, quando Bankitalia chiede di avviare un nuovo processo di ripatrimonializzazione, tramite l'integrazione con un gruppo bancario di adeguato livello, Sannolo e Bottino organizzano una nuova messinscena con il consiglio di amministrazione. Informano i consiglieri di un ordine di pagamento da 2,5 milioni di euro da una società inglese, la Ifina. Allegano persino una lettera, su cui la Gdf sta effettuando approfondimenti, di un cittadino giordano. Secondo i due, la ricapitalizzazione sarebbe stata ultimata grazie a una banca degli Emirati Arabi Uniti e a una società con sede a Malta. Gli investigatori stanno cercando di capire anche chi fossero i reali investitori, alcuni avevano sede alle isole Cayman.
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Come a Vicenza, l'ente erogava credito facile a chi comprava azioni. Ai clienti offerti anche rischiosi investimenti in diamanti.In manette presidente e direttore per il crack di Banca Base a Catania. Per ricapitalizzare, i due millantavano sponsor emiratini e sedi faraoniche a Roma.Lo speciale comprende due articoli. Quando la liquidità è venuta meno per i prestiti avventati a gruppi imprenditoriali che non sono rientrati, causando, al 2016, 800 milioni di perdite, nella stanza dei bottoni della banca Popolare di Bari, anziché progettare un'azione di risanamento, decisero di prendere la strada più pericolosa: autofinanziare le proprie azioni. Un vecchio trucchetto caro ad alcune Popolari. Ovvero la fotocopia di ciò che misero in atto a Vicenza. In slang bancario le chiamano «operazioni baciate». Non essendo quotate in Borsa, sono i cda delle Popolari a decidere il prezzo delle azioni. Un escamotage che permise al presidente della Popolare di Vicenza, Gianni Zonin, di venderle a 62,50 euro l'una. La Cassazione, di recente, ha annullato per vizio di competenza la sua condanna in secondo grado a 8 anni e 5 mesi per associazione a delinquere e riciclaggio e, ora, il processo dovrà ricominciare a Milano. Proprio come per la banca di Zonin, la Popolare di Bari apriva una linea di credito e, contemporaneamente, chiedeva al cliente di acquistare un pacchetto di azioni con una parte del finanziamento appena erogato. «Esistono fondati motivi che inducano a ritenere che siano state poste in essere condotte lesive dell'integrità patrimoniale della banca», valutarono poco dopo l'ispezione di Bankitalia i magistrati della Procura di Bari, Federico Perrone Capano e Lidia Giorgio. Si scoprì che, mentre a gruppi imprenditoriali considerati vicini alla banca si permetteva di vendere le azioni, come nel caso dell'impresa Debar, che secondo la ricostruzione dei magistrati riuscirono a piazzare più di 4 milioni di azioni prima della svalutazione del titolo del 20% (l'impresa ha sostenuto di non aver guadagnato nulla da quella operazione), a una signora di 84 anni furono invece rifilati prodotti finanziari a elevata rischiosità per 130.000 euro. E i risparmi di una vita andarono in fumo. Come? Truccando le carte. In questo caso, ha scoperto la Procura, fu «manipolato il questionario di profilatura del rischio», alterando «le dichiarazioni sulle strategie di investimento della cliente che nel 2008 dichiarava di orientarsi a favore di investimenti che le consentissero di proteggere il capitale e ricevere flussi di cassa periodici, costanti e prevedibili», ma successivamente si è ritrovata a puntare sulla finanza spinta. Insomma, per la Procura l'hanno truffata. Ma il fenomeno non è stato approfondito solo dai magistrati. Consob dedica un paragrafo a questo stratagemma e ai 26.000 investitori che avevano chiesto di rientrare in un profilo prudente e, invece, grazie a un questionario farlocco, si ritrovavano a comprare le azioni della Popolare di Bari. «Il minor peso della sezione obiettivo d'investimento», scrive Consob a proposito del questionario, «si rifletteva nella determinazione del profilo di rischio complessivo, come evidenziato dal fatto che il 30% della clientela a rischio medio aveva in realtà dichiarato nel questionario un obiettivo d'investimento conservativo». In primo luogo, nel questionario, spiegano da Consob, «vi era un'unica versione, indipendentemente dalla natura giuridica del cliente». Era articolato in 18 domande suddivise nelle sezioni Obiettivi di investimento e orizzonte temporale, Situazione finanziaria, Esperienze e conoscenze. Le risposte fornite dal cliente generavano singolarmente un punteggio che concorreva alla definizione del punteggio sintetico di ciascuna sezione, al fine di determinare il livello di esperienza e conoscenza, gli obiettivi di investimento, la situazione finanziaria. La somma dei punteggi delle singole sezioni, infine, determinava il punteggio complessivo e, sulla base di range predefiniti, il profilo di rischio dell'investitore. In pratica, si rendeva giustificabile «la collocazione di strumenti finanziari evidentemente inadeguati alle caratteristiche personali della persona offesa», si legge in alcuni documenti della Procura. Non solo: negli esposti presentati a Consob, vengono prospettate irregolarità nella condotta di alcuni dipendenti che, secondo quanto rappresentato, avrebbero proceduto alla compilazione del questionario fornendo, al posto del cliente, «la risposta più idonea per giustificare l'acquisto delle azioni di Bpb». Un metodo. E non è l'unica operazione funambolica sulla quale hanno messo gli occhi Consob prima e la Procura poi: il colosso bancario pugliese offriva alla clientela investimenti in diamanti con una società esterna, la Diamond private investment, che si era impegnata a comprare un pacchetto da 500.000 euro all'anno di azioni della Popolare di Bari. La sperimentazione sui diamanti era cominciata nel 2015, con il gruppo Intermarket diamond business. E andava alla grande: in pochi mesi erano stati sottoscritti 133 contratti per 2.800.000 euro. Segno che la clientela barese gradiva investire in diamanti. A ottobre 2016, però, il cda approva la risoluzione anticipata dell'accordo con Intermarket diamond business e la sostituisce con la società che ripagava la Popolare in azioni. 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Cioè, da quando i primi avevano ricevuto il limite di ritiro ai bancomat di 250 euro e i secondi avevano mosso richiami alla gestione dell'istituto di credito siciliano, capace nel 2014 di concedere crediti per 41 milioni di euro con un capitale sociale di appena 6 milioni. Avvisi, faccendieri di contorno e un commissariamento nel 2018 non sono bastati a fermare una gestione più che dissennata di un istituto di credito, per cui la Procura catanese ipotizza i reati di bancarotta fraudolenta, falso in prospetto, abusivismo, aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Perciò, ieri, la Guardia di finanza ha disposto, su ordine del gip del tribunale di Catania, l'arresto di Pietro Bottino, presidente della banca dall'aprile del 2013 al febbraio del 2018 (quando arrivò il commissario di Bankitalia, Antonio Blandini) e di Gaetano Sannolo, odontotecnico, direttore generale della banca e factotum di Bottino. Oltre ai vertici ci sono altri 18 indagati. Sannolo non è nome nuovo ai crack bancari. Il suo nome era già comparso anni fa nelle cronache per il salvataggio di Banca Etruria, dove era stato vicepresidente Pierluigi Boschi, padre dell'ex ministro per le Riforme, Maria Elena. L'ex direttore generale di Banca Base, infatti, era stato in predicato di entrare proprio nella banca aretina. A sponsorizzarlo fu Flavio Carboni, il faccendiere massone che ha attraversato i più importanti intrighi italiani degli ultimi anni, sin da quello del banco Ambrosiano che costò la vita a Roberto Calvi. Carboni spiegò di aver parlato di lui a un altro faccendiere, Valeriano Mureddu. Lo conosceva sin da quando era direttore della Cassa di risparmio di Firenze (dove aveva il conto) e dove Sannolo era direttore di filiale. Sta di fatto che l'odontecnico non è riuscito nella scalata a Etruria, però ha trovato posto a Catania. La crisi dell'istituto di credito etneo, fondato nel 2007, ha inizio nel 2013. Quando vengono effettuate due ispezioni da parte di Banca d'Italia. Entrambe si concludono con sanzioni a dirigenti e amministratori e con l'imposizione perentoria di aumentare il capitale sociale per almeno 10 milioni di euro entro il 31 dicembre 2014, pena la sospensione dell'attività. In questi anni Bottino e Sannolo si sarebbero inventati di tutto per racimolare abbastanza denaro in modo da non far chiudere la banca. Basti pensare che nelle carte dell'inchiesta c'è persino un finto contratto di locazione per l'apertura di una filiale di Roma in una prestigiosa sede da 20 milioni di euro. Veniva mostrato agli investitori per convincerli, con tanto di piantina dell'immobile, in modo da dimostrare che non esisteva alcun problema con via Nazionale. Ma i giochi di prestigio non finiscono qui. Nel 2016, quando Bankitalia chiede di avviare un nuovo processo di ripatrimonializzazione, tramite l'integrazione con un gruppo bancario di adeguato livello, Sannolo e Bottino organizzano una nuova messinscena con il consiglio di amministrazione. Informano i consiglieri di un ordine di pagamento da 2,5 milioni di euro da una società inglese, la Ifina. Allegano persino una lettera, su cui la Gdf sta effettuando approfondimenti, di un cittadino giordano. Secondo i due, la ricapitalizzazione sarebbe stata ultimata grazie a una banca degli Emirati Arabi Uniti e a una società con sede a Malta. Gli investigatori stanno cercando di capire anche chi fossero i reali investitori, alcuni avevano sede alle isole Cayman.
Perché l’alternativa che affiora, dopo il disimpegno del partner di gran lunga più forte, è una zuffa tra potenze europee di capacità comparabili, destinata comunque a premiare chi già oggi ha le spalle più larghe delle nostre. Soprattutto la Germania, i cui margini di spesa le consentiranno di costruire, in poco tempo, l’esercito più grande del continente. E di rivendicare manu militari l’egemonia che, fino all’era Merkel, essa aveva fondato sulla logica mercantilistica.
È vero: la nostra cooperazione con Washington proseguirà, a meno che un eventuale avvento del campo largo non ci riporti, lungo la Via della seta e sulle orme della Spagna di Pedro Sánchez, tra le braccia della Cina. I rapporti torneranno a distendersi, magari già con la presente amministrazione e, di sicuro, quando alla Casa Bianca arriverà un inquilino meno umorale e narcisista del tycoon newyorkese. Ma l’elezione di The Donald era un’occasione preziosa: l’internazionale sovranista e la convergenza su un’agenda antiglobalista giustificavano la speranza di correggere i meccanismi del sistema capitalistico che hanno prodotto ingiustizia e impoverito le classi medie. Nello scacchiere multipolare si intravedevano non solo le inevitabili e certo temibili turbolenze, ma anche il superamento di un diritto internazionale piegato ai biechi fini dei «poliziotti» del pianeta. Il secondo mandato di Trump ingolosiva persino per la promessa di porre fine al lungo delirio del woke. E l’Europa non avrebbe potuto arroccarsi nelle proprie architetture sclerotiche, con il trucco delle conventio ad excludendum per non mandare al governo la destra, o continuando a sfruttare i contropoteri tecnocratici che l’hanno tenuta - per usare un’espressione di Mario Monti - «al riparo dal processo elettorale».
Il pericolo del divorzio all’americana, adesso, è proprio quello di farci ricadere nella prigionia continentale che, con fatica e con prudenza, l’Italia stava provando a scardinare dall’interno. Il riflesso pavloviano delle classi dirigenti, dinanzi allo spettacolo di Trump che scarica la sua principale interlocutrice, sarà quello di ribadire che se da ora in avanti ci saranno meno Stati Uniti, allora servirà più Europa. Tradotto: più Patto di stabilità, più centralizzazione spacciata per federalismo, magari più formati di «cooperazione rafforzata», stile volenterosi, introdotti per aggirare i veti e, a ben vedere, funzionali a consolidare il predominio degli Stati forti.
Il primo banco di prova dell’infausto riassetto, più che nell’Ue, ora galvanizzata dalla scomparsa della banderuola ungherese, potrebbe vedersi nella Nato. Ieri, il Wall Street Journal ha svelato che i membri europei dell’organizzazione hanno deciso di elaborare una sorta di piano B, per assicurarsi di rimanere capaci di difendersi anche in caso di abbandono degli Usa. L’idea sarebbe di affidare ruoli di comando ai Paesi del Vecchio continente e promuovere una maggiore integrazione delle loro risorse belliche. Il tavolo di lavoro è ancora allo stadio informale. Ma ciò che lo rende interessante è che sia stato sbloccato per volontà di Berlino, finora contraria a esplorare l’approccio unilaterale e a immaginare un’alleanza che prescindesse dal ruolo americano. Dev’essere questo ad aver dato la stura al commissario di Bruxelles per la Difesa, Andrius Kubilius. Il quale, allarmato per il potenziale ritiro di 80-100.000 soldati statunitensi, ha sollecitato la costituzione di una «forza europea in prima linea permanente, invece che una combinazione dei 27 eserciti». Una milizia comandata dalla Commissione anziché soggetta allo Stato più forte? Distopia o illusione.
«Per decenni», ha osservato il Wsj, «la Germania ha resistito alle richieste, guidate dalla Francia, di una maggiore sovranità europea in materia di difesa, preferendo mantenere gli Stati Uniti come garanti ultimi della sicurezza europea. Questa posizione sta ora cambiando sotto la guida del cancelliere tedesco Friedrich Merz, a causa delle preoccupazioni sull’affidabilità degli Stati Uniti come alleato durante la presidenza Trump». E perché - bisogna aggiungere - i massicci stanziamenti nel riarmo metteranno i teutonici nella condizione di strappare la leadership militare ai transalpini. La cui industria è all’avanguardia; le cui forze armate, ad oggi, sono le prime d’Europa; il cui arsenale nucleare strategico è l’unico dell’Ue; ma che i soliti dogmi finanziari dell’Unione limitano negli investimenti futuri. Sono le stesse restrizioni che condizionano Roma.
Non è un caso che il Fcas, il progetto francotedesco per un caccia di sesta generazione, sia collassato per disaccordi sul primato preteso da Parigi; e non è un caso nemmeno che, nel programma parallelo del Gcap, l’Italia si sia fatta affiancare da Regno Unito (fuori dall’Ue) e Giappone. La diffidenza reciproca non è una novità: negli anni Cinquanta, i tre fondatori della Comunità europea provarono a sviluppare insieme il deterrente nucleare, dopodiché Charles de Gaulle si chiamò fuori per realizzare la force de frappe che Emmanuel Macron adesso mette sul piatto, pur di far valere il peso specifico della sua nazione.
Lo squilibrio rispetto alla potenza americana quasi annullava competizione tra gli alleati minori. Che potrebbe essere complicata dall’integrazione dell’Ucraina, già dotata della forza armata più grande d’Europa.
Una relazione speciale con la Casa Bianca ci avrebbe facilitato nello sforzo di affrancarci dai vincoli dell’eurocrazia. Ora, potremmo essere costretti a rituffarci nel pantano. Dove le priorità del concorrente dominante saranno imposte a tutti: c’è da scommettere, ad esempio, che a Berlino prema di più contenere la Russia che gestire il Mediterraneo e il Nord Africa.
Fare da soli è un’opportunità e un rischio. L’autonomia strategica è una formula seducente, ma la sua strada è lastricata di trappole.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Il crescendo di azioni, dichiarazioni e post sui social del presidente degli Stati Uniti, sempre più scomposte e volgari, avevano ridotto drasticamente il consenso di Trump tra gli italiani; l’attacco maleducato e senza precedenti a papa Leone XIV ha suscitato un moto di sdegno tale che per il presidente del Consiglio non era più possibile restare in silenzio. Non lo ha fatto: Giorgia, «donna, madre, e cristiana», ha difeso a spada tratta il Santo Padre, e la reazione di Trump, anche in questo caso al di fuori di ogni regola diplomatica, ha dimostrato che in questo momento storico il tycoon, almeno dal punto di vista del dialogo con gli altri leader, è indifendibile.
Giorgia Meloni di nuovo in sintonia con gli italiani, dicevamo: lo si era capito immediatamente leggendo le reazioni degli esponenti politici, anche di opposizione, e sbirciando i social. Ma anche i maggiori esperti di sondaggi confermano: «Non abbiamo ancora dati precisi», dice all’Adnkronos Renato Mannheimer, «ma la Meloni potrebbe guadagnare qualche punto e passare dal 40% al 45%. Ritengo che le parole di Trump abbiamo giovato al premier, che, al contrario, nei mesi scorsi sia stata danneggiata dalla sua relazione con il presidente Usa, tanto da aver perso al referendum della giustizia. Molti elettori di destra non hanno voluto votare sì perché infastiditi dalla posizione della Meloni verso Trump. Il premier con Sigonella aveva un po’ cambiato rotta e determinante è stata la sua presa di distanza dalle parole del tycoon contro il Pontefice. Credo senz’altro che il distacco da Trump le giovi». Del resto, come rileva Youtrend, Fratelli d’Italia ha la percentuale più alta di cattolici tra i suoi elettori: ben l’84%.
Ci permettiamo di aggiungere che anche le dure prese di posizione degli ultimi giorni nei confronti del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, altro personaggio le cui azioni in Italia (e non solo) vengono ormai giudicate positive soltanto da una esigua minoranza, non potranno che far crescere ancora la popolarità della Meloni.
La giornata del premier è stata densa: al mattino, un videomessaggio realizzato per l’evento «Mille marchi storici per il futuro del Made in Italy», promosso dal ministero delle Imprese e dall’Associazione Marchi storici d’Italia; poi le congratulazioni alla Dda di Roma e all’Arma dei Carabinieri per l’importante operazione contro la criminalità messa a segno; un rapido «Ciao!» a Fiorello, che l’ha contattata durante la puntata de La Pennicanza, e nel pomeriggio, un appuntamento estremamente importante, l’incontro a Palazzo Chigi con il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky. Un colloquio al quale sono seguite dichiarazioni ai giornalisti.
Giorgia Meloni, pur senza mai citare Trump, non si è mossa di un millimetro dalla sua rotta: l’unione tra Usa e Ue è stato e continua, naturalmente, a essere il pilastro della politica estera del governo: «L’Italia», argomenta Giorgia Meloni, «intende continuare a fare la sua parte per arrivare a soluzioni condivise, che tutelino la sovranità di Kiev che assicurino la solidità dell’alleanza euroatlantica perché un Occidente diviso, un’Europa spaccata sarebbero l’unico vero regalo che potremmo fare a Mosca». Non sapremo mai se Giorgia ha ricevuto qualche messaggio privato dai leader europei dopo l’attacco di Trump nei suoi confronti, ma è evidente che il richiamo all’unità europea non è banale, né di circostanza. Così come non banali e non di circostanza sono le parole che la Meloni dedica alla guerra in Ucraina: del resto, la postura del suo partito prima e del suo governo poi è stata sempre la stessa, sia che alla Casa Bianca ci fosse Joe Biden, che con l’arrivo di Trump: «Gli sforzi diplomatici per arrivare a una pace giusta e duratura», chiamano direttamente in causa l’Europa e l’Italia intende continuare a fare la sua parte per arrivare a soluzioni condivise che tutelino la sovranità di Kiev. L’Italia continuerà a promuovere in sede G7 e in sede di Unione europea la pressione economica sulla Federazione russa, che continua a non mostrare segnali concreti nel percorso negoziale, insiste negli attacchi contro i civili, persevera nel colpire le infrastrutture indispensabili per la popolazione. Il ventesimo pacchetto di sanzioni che l’Europa si appresta ad adottare rappresenta da questo punto di vista un passaggio importante per ridurre ancora le entrate che alimentano la macchina bellica russa». Uno sguardo alla crisi in Iran: «Con Zelensky», sottolinea ancora la Meloni, «abbiamo avuto modo di confrontarci su quello che accade intorno a noi, quin anche sulla crisi iraniana che ovviamente preoccupa tutti, che sta diventando sempre più complessa. Continuiamo ovviamente a credere nella validità del cessate il fuoco tra Iran, Stati Uniti e rispettivi alleati, nutriamo la speranza che il negoziato di pace possa riprendere, anche se in un contesto sicuramente non facile. L’Italia è come sempre pronta a fare la sua parte. Ed è molto interessata a sviluppare con Kiev una produzione congiunta di droni».
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L'incontro del 17 aprile 2025 alla Casa Bianca tra Giorgia Meloni e Donald Trump (Ansa)
Oltre a mantenere il punto, dopo che martedì aveva già tacciato il presidente del Consiglio di «mancanza di coraggio», ieri il tycoon, abituato ai giri di valzer, non ha escluso un cambiamento nelle relazioni tra i due alleati: «Chiunque abbia rifiutato il proprio aiuto nella gestione della situazione con l’Iran, con quel Paese non abbiamo più lo stesso rapporto». E non si è risparmiato nel ribadire la vulnerabilità italiana riguardo al petrolio. Se al Corriere della Sera aveva detto: «A voi italiani piace il fatto che la vostra presidente non stia facendo nulla per ottenere il petrolio?», anche nell’intervista a Fox Business ha affermato: «Giusto per vostra informazione: l’Italia riceve grandi quantità di petrolio dallo Stretto di Hormuz».
Dalla maggioranza, che ha espresso a più riprese la vicinanza a Giorgia Meloni e la ferma condanna alle parole del tycoon contro il premier e papa Leone XIV, emerge un’interpretazione comune in merito alla solidità dei rapporti bilaterali. A stemperare i toni e a ridimensionare l’impatto dei contrasti è stato infatti il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, durante un punto stampa a Berlino. Assodato che «un rapporto di alleanza e di amicizia come quello fra l’Italia e gli Stati Uniti debba essere fatto di lealtà e rispetto» a cui il nostro Paese non è mai venuto meno, il vicepremier ha sottolineato che si tratta meramente di «una divergenza d’opinioni». Esclusa quindi l’esistenza di una crisi tra i due Paesi, Tajani ha sottolineato: «Non è un confronto franco su questioni dove non si è d’accordo a poter lacerare le relazioni tra l’Italia e gli Stati Uniti». E visto che «quando non si è d’accordo lo si dice», Tajani ha ricordato: «Non abbiamo condiviso le parole a proposito del Santo Padre, come non abbiamo condiviso le parole sulla Groenlandia perché abbiamo una posizione diversa, così come non abbiamo partecipato alla guerra in Iran perché non è la nostra guerra. Ma questo non significa non avere buone relazioni con gli Stati Uniti».
Anche secondo il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, le relazioni tra Roma e Washington non sono in discussione: «I rapporti con gli Stati Uniti sono e continueranno a essere positivi, non è qualche caduta di stile di queste ore a mettere in discussione il rapporto tra l’Italia e gli Stati Uniti». Oltre ad augurarsi che «smettano gli attacchi al Papa», Salvini, riferendosi alle immagini blasfeme postate da Trump, ha fatto presente: «Mettersi sui social nei panni di Gesù Cristo non penso che aiuti la pace o la credibilità di nessuno». Tra l’altro, ha invitato a prendere con le pinze le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti in merito alla fine del conflitto in Medio Oriente: «Se la guerra, come dice Trump, finisce tra una settimana, tanto meglio, ma la guerra a parole di Trump è già finita parecchie volte e non è ancora finita. E quindi se dovesse ancora andare avanti alcune settimane, non vogliamo lasciare a piedi gli italiani». Poco prima del nuovo affondo del capo della Casa Bianca contro Meloni, il vicepremier ha ribadito il «totale sostegno all’attività del governo e del presidente del Consiglio da tutti i punti di vista. Se Trump attacca il Papa sbaglia, se attacca il governo italiano sbaglia».
Dello stesso avviso è stato il presidente del Senato, Ignazio La Russa: «Non c’è niente di insanabile perché la Meloni e il governo italiano sanno benissimo che anche nei rapporti di amicizia la chiarezza è d’obbligo». E quindi «nessuno come la Meloni è stata così chiara nel dire “sono d’accordo con certe scelte di Trump“», ma è altrettanto vero che «nessuno come la Meloni è stata così chiara, quando non è stata d’accordo, nel dire “non sono d’accordo con alcune dichiarazioni di Trump“». Il presidente del Senato ha anche ricordato come fosse inevitabile la presa di posizione del premier contro gli insulti che il tycoon ha rivolto al pontefice: «Giorgia Meloni non può e non avrebbe mai potuto stare in silenzio di fronte a un atteggiamento nei confronti del Papa come quello che si è verificato da parte del presidente Trump, come cattolica e come presidente del Consiglio».
Pare che non si intravedano criticità all’orizzonte in ambito commerciale. A rassicurare su questo fronte, prima però dell’ultima invettiva di Donald Trump, è stato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. A Radio24 ha infatti dichiarato che «non ci sarà nessun contraccolpo commerciale dopo lo scontro tra il presidente del Consiglio, Meloni, e il presidente degli Stati Uniti, Trump», considerato il fatto che è «anche grazie al governo italiano, responsabile e lungimirante, che l’Ue ha ratificato un accordo con gli Usa per dazi orientativi del 15 per cento che i nostri prodotti hanno saputo oltrepassare». Oltretutto, «il consumatore americano ha dimostrato in questi mesi di non aver nessuna intenzione di rinunciare al made in Italy». Urso ha anche aggiunto: «Tutti hanno compreso che la Meloni ha tutelato l’immagine e l’interesse nazionale. Noi riconosciamo al Sommo pontefice il suo Magistero che deve esercitare al meglio e credo che lo comprendano bene anche gli americani e l’amministrazione degli Stati Uniti».
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