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2019-12-20
A Bari metodo Zonin sotto il naso di Bankitalia
Ansa
Quando la liquidità è venuta meno per i prestiti avventati a gruppi imprenditoriali che non sono rientrati, causando, al 2016, 800 milioni di perdite, nella stanza dei bottoni della banca Popolare di Bari, anziché progettare un'azione di risanamento, decisero di prendere la strada più pericolosa: autofinanziare le proprie azioni. Un vecchio trucchetto caro ad alcune Popolari. Ovvero la fotocopia di ciò che misero in atto a Vicenza. In slang bancario le chiamano «operazioni baciate». Non essendo quotate in Borsa, sono i cda delle Popolari a decidere il prezzo delle azioni. Un escamotage che permise al presidente della Popolare di Vicenza, Gianni Zonin, di venderle a 62,50 euro l'una. La Cassazione, di recente, ha annullato per vizio di competenza la sua condanna in secondo grado a 8 anni e 5 mesi per associazione a delinquere e riciclaggio e, ora, il processo dovrà ricominciare a Milano. Proprio come per la banca di Zonin, la Popolare di Bari apriva una linea di credito e, contemporaneamente, chiedeva al cliente di acquistare un pacchetto di azioni con una parte del finanziamento appena erogato.
«Esistono fondati motivi che inducano a ritenere che siano state poste in essere condotte lesive dell'integrità patrimoniale della banca», valutarono poco dopo l'ispezione di Bankitalia i magistrati della Procura di Bari, Federico Perrone Capano e Lidia Giorgio. Si scoprì che, mentre a gruppi imprenditoriali considerati vicini alla banca si permetteva di vendere le azioni, come nel caso dell'impresa Debar, che secondo la ricostruzione dei magistrati riuscirono a piazzare più di 4 milioni di azioni prima della svalutazione del titolo del 20% (l'impresa ha sostenuto di non aver guadagnato nulla da quella operazione), a una signora di 84 anni furono invece rifilati prodotti finanziari a elevata rischiosità per 130.000 euro. E i risparmi di una vita andarono in fumo. Come? Truccando le carte.
In questo caso, ha scoperto la Procura, fu «manipolato il questionario di profilatura del rischio», alterando «le dichiarazioni sulle strategie di investimento della cliente che nel 2008 dichiarava di orientarsi a favore di investimenti che le consentissero di proteggere il capitale e ricevere flussi di cassa periodici, costanti e prevedibili», ma successivamente si è ritrovata a puntare sulla finanza spinta. Insomma, per la Procura l'hanno truffata. Ma il fenomeno non è stato approfondito solo dai magistrati. Consob dedica un paragrafo a questo stratagemma e ai 26.000 investitori che avevano chiesto di rientrare in un profilo prudente e, invece, grazie a un questionario farlocco, si ritrovavano a comprare le azioni della Popolare di Bari. «Il minor peso della sezione obiettivo d'investimento», scrive Consob a proposito del questionario, «si rifletteva nella determinazione del profilo di rischio complessivo, come evidenziato dal fatto che il 30% della clientela a rischio medio aveva in realtà dichiarato nel questionario un obiettivo d'investimento conservativo».
In primo luogo, nel questionario, spiegano da Consob, «vi era un'unica versione, indipendentemente dalla natura giuridica del cliente». Era articolato in 18 domande suddivise nelle sezioni Obiettivi di investimento e orizzonte temporale, Situazione finanziaria, Esperienze e conoscenze. Le risposte fornite dal cliente generavano singolarmente un punteggio che concorreva alla definizione del punteggio sintetico di ciascuna sezione, al fine di determinare il livello di esperienza e conoscenza, gli obiettivi di investimento, la situazione finanziaria. La somma dei punteggi delle singole sezioni, infine, determinava il punteggio complessivo e, sulla base di range predefiniti, il profilo di rischio dell'investitore.
In pratica, si rendeva giustificabile «la collocazione di strumenti finanziari evidentemente inadeguati alle caratteristiche personali della persona offesa», si legge in alcuni documenti della Procura. Non solo: negli esposti presentati a Consob, vengono prospettate irregolarità nella condotta di alcuni dipendenti che, secondo quanto rappresentato, avrebbero proceduto alla compilazione del questionario fornendo, al posto del cliente, «la risposta più idonea per giustificare l'acquisto delle azioni di Bpb».
Un metodo. E non è l'unica operazione funambolica sulla quale hanno messo gli occhi Consob prima e la Procura poi: il colosso bancario pugliese offriva alla clientela investimenti in diamanti con una società esterna, la Diamond private investment, che si era impegnata a comprare un pacchetto da 500.000 euro all'anno di azioni della Popolare di Bari. La sperimentazione sui diamanti era cominciata nel 2015, con il gruppo Intermarket diamond business. E andava alla grande: in pochi mesi erano stati sottoscritti 133 contratti per 2.800.000 euro. Segno che la clientela barese gradiva investire in diamanti. A ottobre 2016, però, il cda approva la risoluzione anticipata dell'accordo con Intermarket diamond business e la sostituisce con la società che ripagava la Popolare in azioni. Altro che finanza creativa.
In manette presidente e direttore per il crack di Banca Base a Catania
Che il destino di Banca sviluppo economico Spa di Catania, conosciuta anche come Banca Base, fosse segnato, i correntisti e i revisori di Bankitalia lo avevano capito da almeno 6 anni. Cioè, da quando i primi avevano ricevuto il limite di ritiro ai bancomat di 250 euro e i secondi avevano mosso richiami alla gestione dell'istituto di credito siciliano, capace nel 2014 di concedere crediti per 41 milioni di euro con un capitale sociale di appena 6 milioni. Avvisi, faccendieri di contorno e un commissariamento nel 2018 non sono bastati a fermare una gestione più che dissennata di un istituto di credito, per cui la Procura catanese ipotizza i reati di bancarotta fraudolenta, falso in prospetto, abusivismo, aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Perciò, ieri, la Guardia di finanza ha disposto, su ordine del gip del tribunale di Catania, l'arresto di Pietro Bottino, presidente della banca dall'aprile del 2013 al febbraio del 2018 (quando arrivò il commissario di Bankitalia, Antonio Blandini) e di Gaetano Sannolo, odontotecnico, direttore generale della banca e factotum di Bottino. Oltre ai vertici ci sono altri 18 indagati.
Sannolo non è nome nuovo ai crack bancari. Il suo nome era già comparso anni fa nelle cronache per il salvataggio di Banca Etruria, dove era stato vicepresidente Pierluigi Boschi, padre dell'ex ministro per le Riforme, Maria Elena. L'ex direttore generale di Banca Base, infatti, era stato in predicato di entrare proprio nella banca aretina. A sponsorizzarlo fu Flavio Carboni, il faccendiere massone che ha attraversato i più importanti intrighi italiani degli ultimi anni, sin da quello del banco Ambrosiano che costò la vita a Roberto Calvi. Carboni spiegò di aver parlato di lui a un altro faccendiere, Valeriano Mureddu. Lo conosceva sin da quando era direttore della Cassa di risparmio di Firenze (dove aveva il conto) e dove Sannolo era direttore di filiale. Sta di fatto che l'odontecnico non è riuscito nella scalata a Etruria, però ha trovato posto a Catania.
La crisi dell'istituto di credito etneo, fondato nel 2007, ha inizio nel 2013. Quando vengono effettuate due ispezioni da parte di Banca d'Italia. Entrambe si concludono con sanzioni a dirigenti e amministratori e con l'imposizione perentoria di aumentare il capitale sociale per almeno 10 milioni di euro entro il 31 dicembre 2014, pena la sospensione dell'attività. In questi anni Bottino e Sannolo si sarebbero inventati di tutto per racimolare abbastanza denaro in modo da non far chiudere la banca. Basti pensare che nelle carte dell'inchiesta c'è persino un finto contratto di locazione per l'apertura di una filiale di Roma in una prestigiosa sede da 20 milioni di euro. Veniva mostrato agli investitori per convincerli, con tanto di piantina dell'immobile, in modo da dimostrare che non esisteva alcun problema con via Nazionale. Ma i giochi di prestigio non finiscono qui.
Nel 2016, quando Bankitalia chiede di avviare un nuovo processo di ripatrimonializzazione, tramite l'integrazione con un gruppo bancario di adeguato livello, Sannolo e Bottino organizzano una nuova messinscena con il consiglio di amministrazione. Informano i consiglieri di un ordine di pagamento da 2,5 milioni di euro da una società inglese, la Ifina. Allegano persino una lettera, su cui la Gdf sta effettuando approfondimenti, di un cittadino giordano. Secondo i due, la ricapitalizzazione sarebbe stata ultimata grazie a una banca degli Emirati Arabi Uniti e a una società con sede a Malta. Gli investigatori stanno cercando di capire anche chi fossero i reali investitori, alcuni avevano sede alle isole Cayman.
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Come a Vicenza, l'ente erogava credito facile a chi comprava azioni. Ai clienti offerti anche rischiosi investimenti in diamanti.In manette presidente e direttore per il crack di Banca Base a Catania. Per ricapitalizzare, i due millantavano sponsor emiratini e sedi faraoniche a Roma.Lo speciale comprende due articoli. Quando la liquidità è venuta meno per i prestiti avventati a gruppi imprenditoriali che non sono rientrati, causando, al 2016, 800 milioni di perdite, nella stanza dei bottoni della banca Popolare di Bari, anziché progettare un'azione di risanamento, decisero di prendere la strada più pericolosa: autofinanziare le proprie azioni. Un vecchio trucchetto caro ad alcune Popolari. Ovvero la fotocopia di ciò che misero in atto a Vicenza. In slang bancario le chiamano «operazioni baciate». Non essendo quotate in Borsa, sono i cda delle Popolari a decidere il prezzo delle azioni. Un escamotage che permise al presidente della Popolare di Vicenza, Gianni Zonin, di venderle a 62,50 euro l'una. La Cassazione, di recente, ha annullato per vizio di competenza la sua condanna in secondo grado a 8 anni e 5 mesi per associazione a delinquere e riciclaggio e, ora, il processo dovrà ricominciare a Milano. Proprio come per la banca di Zonin, la Popolare di Bari apriva una linea di credito e, contemporaneamente, chiedeva al cliente di acquistare un pacchetto di azioni con una parte del finanziamento appena erogato. «Esistono fondati motivi che inducano a ritenere che siano state poste in essere condotte lesive dell'integrità patrimoniale della banca», valutarono poco dopo l'ispezione di Bankitalia i magistrati della Procura di Bari, Federico Perrone Capano e Lidia Giorgio. Si scoprì che, mentre a gruppi imprenditoriali considerati vicini alla banca si permetteva di vendere le azioni, come nel caso dell'impresa Debar, che secondo la ricostruzione dei magistrati riuscirono a piazzare più di 4 milioni di azioni prima della svalutazione del titolo del 20% (l'impresa ha sostenuto di non aver guadagnato nulla da quella operazione), a una signora di 84 anni furono invece rifilati prodotti finanziari a elevata rischiosità per 130.000 euro. E i risparmi di una vita andarono in fumo. Come? Truccando le carte. In questo caso, ha scoperto la Procura, fu «manipolato il questionario di profilatura del rischio», alterando «le dichiarazioni sulle strategie di investimento della cliente che nel 2008 dichiarava di orientarsi a favore di investimenti che le consentissero di proteggere il capitale e ricevere flussi di cassa periodici, costanti e prevedibili», ma successivamente si è ritrovata a puntare sulla finanza spinta. Insomma, per la Procura l'hanno truffata. Ma il fenomeno non è stato approfondito solo dai magistrati. Consob dedica un paragrafo a questo stratagemma e ai 26.000 investitori che avevano chiesto di rientrare in un profilo prudente e, invece, grazie a un questionario farlocco, si ritrovavano a comprare le azioni della Popolare di Bari. «Il minor peso della sezione obiettivo d'investimento», scrive Consob a proposito del questionario, «si rifletteva nella determinazione del profilo di rischio complessivo, come evidenziato dal fatto che il 30% della clientela a rischio medio aveva in realtà dichiarato nel questionario un obiettivo d'investimento conservativo». In primo luogo, nel questionario, spiegano da Consob, «vi era un'unica versione, indipendentemente dalla natura giuridica del cliente». Era articolato in 18 domande suddivise nelle sezioni Obiettivi di investimento e orizzonte temporale, Situazione finanziaria, Esperienze e conoscenze. Le risposte fornite dal cliente generavano singolarmente un punteggio che concorreva alla definizione del punteggio sintetico di ciascuna sezione, al fine di determinare il livello di esperienza e conoscenza, gli obiettivi di investimento, la situazione finanziaria. La somma dei punteggi delle singole sezioni, infine, determinava il punteggio complessivo e, sulla base di range predefiniti, il profilo di rischio dell'investitore. In pratica, si rendeva giustificabile «la collocazione di strumenti finanziari evidentemente inadeguati alle caratteristiche personali della persona offesa», si legge in alcuni documenti della Procura. Non solo: negli esposti presentati a Consob, vengono prospettate irregolarità nella condotta di alcuni dipendenti che, secondo quanto rappresentato, avrebbero proceduto alla compilazione del questionario fornendo, al posto del cliente, «la risposta più idonea per giustificare l'acquisto delle azioni di Bpb». Un metodo. E non è l'unica operazione funambolica sulla quale hanno messo gli occhi Consob prima e la Procura poi: il colosso bancario pugliese offriva alla clientela investimenti in diamanti con una società esterna, la Diamond private investment, che si era impegnata a comprare un pacchetto da 500.000 euro all'anno di azioni della Popolare di Bari. La sperimentazione sui diamanti era cominciata nel 2015, con il gruppo Intermarket diamond business. E andava alla grande: in pochi mesi erano stati sottoscritti 133 contratti per 2.800.000 euro. Segno che la clientela barese gradiva investire in diamanti. A ottobre 2016, però, il cda approva la risoluzione anticipata dell'accordo con Intermarket diamond business e la sostituisce con la società che ripagava la Popolare in azioni. 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Cioè, da quando i primi avevano ricevuto il limite di ritiro ai bancomat di 250 euro e i secondi avevano mosso richiami alla gestione dell'istituto di credito siciliano, capace nel 2014 di concedere crediti per 41 milioni di euro con un capitale sociale di appena 6 milioni. Avvisi, faccendieri di contorno e un commissariamento nel 2018 non sono bastati a fermare una gestione più che dissennata di un istituto di credito, per cui la Procura catanese ipotizza i reati di bancarotta fraudolenta, falso in prospetto, abusivismo, aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Perciò, ieri, la Guardia di finanza ha disposto, su ordine del gip del tribunale di Catania, l'arresto di Pietro Bottino, presidente della banca dall'aprile del 2013 al febbraio del 2018 (quando arrivò il commissario di Bankitalia, Antonio Blandini) e di Gaetano Sannolo, odontotecnico, direttore generale della banca e factotum di Bottino. Oltre ai vertici ci sono altri 18 indagati. Sannolo non è nome nuovo ai crack bancari. Il suo nome era già comparso anni fa nelle cronache per il salvataggio di Banca Etruria, dove era stato vicepresidente Pierluigi Boschi, padre dell'ex ministro per le Riforme, Maria Elena. L'ex direttore generale di Banca Base, infatti, era stato in predicato di entrare proprio nella banca aretina. A sponsorizzarlo fu Flavio Carboni, il faccendiere massone che ha attraversato i più importanti intrighi italiani degli ultimi anni, sin da quello del banco Ambrosiano che costò la vita a Roberto Calvi. Carboni spiegò di aver parlato di lui a un altro faccendiere, Valeriano Mureddu. Lo conosceva sin da quando era direttore della Cassa di risparmio di Firenze (dove aveva il conto) e dove Sannolo era direttore di filiale. Sta di fatto che l'odontecnico non è riuscito nella scalata a Etruria, però ha trovato posto a Catania. La crisi dell'istituto di credito etneo, fondato nel 2007, ha inizio nel 2013. Quando vengono effettuate due ispezioni da parte di Banca d'Italia. Entrambe si concludono con sanzioni a dirigenti e amministratori e con l'imposizione perentoria di aumentare il capitale sociale per almeno 10 milioni di euro entro il 31 dicembre 2014, pena la sospensione dell'attività. In questi anni Bottino e Sannolo si sarebbero inventati di tutto per racimolare abbastanza denaro in modo da non far chiudere la banca. Basti pensare che nelle carte dell'inchiesta c'è persino un finto contratto di locazione per l'apertura di una filiale di Roma in una prestigiosa sede da 20 milioni di euro. Veniva mostrato agli investitori per convincerli, con tanto di piantina dell'immobile, in modo da dimostrare che non esisteva alcun problema con via Nazionale. Ma i giochi di prestigio non finiscono qui. Nel 2016, quando Bankitalia chiede di avviare un nuovo processo di ripatrimonializzazione, tramite l'integrazione con un gruppo bancario di adeguato livello, Sannolo e Bottino organizzano una nuova messinscena con il consiglio di amministrazione. Informano i consiglieri di un ordine di pagamento da 2,5 milioni di euro da una società inglese, la Ifina. Allegano persino una lettera, su cui la Gdf sta effettuando approfondimenti, di un cittadino giordano. Secondo i due, la ricapitalizzazione sarebbe stata ultimata grazie a una banca degli Emirati Arabi Uniti e a una società con sede a Malta. Gli investigatori stanno cercando di capire anche chi fossero i reali investitori, alcuni avevano sede alle isole Cayman.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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