True
2019-12-20
A Bari metodo Zonin sotto il naso di Bankitalia
Ansa
Quando la liquidità è venuta meno per i prestiti avventati a gruppi imprenditoriali che non sono rientrati, causando, al 2016, 800 milioni di perdite, nella stanza dei bottoni della banca Popolare di Bari, anziché progettare un'azione di risanamento, decisero di prendere la strada più pericolosa: autofinanziare le proprie azioni. Un vecchio trucchetto caro ad alcune Popolari. Ovvero la fotocopia di ciò che misero in atto a Vicenza. In slang bancario le chiamano «operazioni baciate». Non essendo quotate in Borsa, sono i cda delle Popolari a decidere il prezzo delle azioni. Un escamotage che permise al presidente della Popolare di Vicenza, Gianni Zonin, di venderle a 62,50 euro l'una. La Cassazione, di recente, ha annullato per vizio di competenza la sua condanna in secondo grado a 8 anni e 5 mesi per associazione a delinquere e riciclaggio e, ora, il processo dovrà ricominciare a Milano. Proprio come per la banca di Zonin, la Popolare di Bari apriva una linea di credito e, contemporaneamente, chiedeva al cliente di acquistare un pacchetto di azioni con una parte del finanziamento appena erogato.
«Esistono fondati motivi che inducano a ritenere che siano state poste in essere condotte lesive dell'integrità patrimoniale della banca», valutarono poco dopo l'ispezione di Bankitalia i magistrati della Procura di Bari, Federico Perrone Capano e Lidia Giorgio. Si scoprì che, mentre a gruppi imprenditoriali considerati vicini alla banca si permetteva di vendere le azioni, come nel caso dell'impresa Debar, che secondo la ricostruzione dei magistrati riuscirono a piazzare più di 4 milioni di azioni prima della svalutazione del titolo del 20% (l'impresa ha sostenuto di non aver guadagnato nulla da quella operazione), a una signora di 84 anni furono invece rifilati prodotti finanziari a elevata rischiosità per 130.000 euro. E i risparmi di una vita andarono in fumo. Come? Truccando le carte.
In questo caso, ha scoperto la Procura, fu «manipolato il questionario di profilatura del rischio», alterando «le dichiarazioni sulle strategie di investimento della cliente che nel 2008 dichiarava di orientarsi a favore di investimenti che le consentissero di proteggere il capitale e ricevere flussi di cassa periodici, costanti e prevedibili», ma successivamente si è ritrovata a puntare sulla finanza spinta. Insomma, per la Procura l'hanno truffata. Ma il fenomeno non è stato approfondito solo dai magistrati. Consob dedica un paragrafo a questo stratagemma e ai 26.000 investitori che avevano chiesto di rientrare in un profilo prudente e, invece, grazie a un questionario farlocco, si ritrovavano a comprare le azioni della Popolare di Bari. «Il minor peso della sezione obiettivo d'investimento», scrive Consob a proposito del questionario, «si rifletteva nella determinazione del profilo di rischio complessivo, come evidenziato dal fatto che il 30% della clientela a rischio medio aveva in realtà dichiarato nel questionario un obiettivo d'investimento conservativo».
In primo luogo, nel questionario, spiegano da Consob, «vi era un'unica versione, indipendentemente dalla natura giuridica del cliente». Era articolato in 18 domande suddivise nelle sezioni Obiettivi di investimento e orizzonte temporale, Situazione finanziaria, Esperienze e conoscenze. Le risposte fornite dal cliente generavano singolarmente un punteggio che concorreva alla definizione del punteggio sintetico di ciascuna sezione, al fine di determinare il livello di esperienza e conoscenza, gli obiettivi di investimento, la situazione finanziaria. La somma dei punteggi delle singole sezioni, infine, determinava il punteggio complessivo e, sulla base di range predefiniti, il profilo di rischio dell'investitore.
In pratica, si rendeva giustificabile «la collocazione di strumenti finanziari evidentemente inadeguati alle caratteristiche personali della persona offesa», si legge in alcuni documenti della Procura. Non solo: negli esposti presentati a Consob, vengono prospettate irregolarità nella condotta di alcuni dipendenti che, secondo quanto rappresentato, avrebbero proceduto alla compilazione del questionario fornendo, al posto del cliente, «la risposta più idonea per giustificare l'acquisto delle azioni di Bpb».
Un metodo. E non è l'unica operazione funambolica sulla quale hanno messo gli occhi Consob prima e la Procura poi: il colosso bancario pugliese offriva alla clientela investimenti in diamanti con una società esterna, la Diamond private investment, che si era impegnata a comprare un pacchetto da 500.000 euro all'anno di azioni della Popolare di Bari. La sperimentazione sui diamanti era cominciata nel 2015, con il gruppo Intermarket diamond business. E andava alla grande: in pochi mesi erano stati sottoscritti 133 contratti per 2.800.000 euro. Segno che la clientela barese gradiva investire in diamanti. A ottobre 2016, però, il cda approva la risoluzione anticipata dell'accordo con Intermarket diamond business e la sostituisce con la società che ripagava la Popolare in azioni. Altro che finanza creativa.
In manette presidente e direttore per il crack di Banca Base a Catania
Che il destino di Banca sviluppo economico Spa di Catania, conosciuta anche come Banca Base, fosse segnato, i correntisti e i revisori di Bankitalia lo avevano capito da almeno 6 anni. Cioè, da quando i primi avevano ricevuto il limite di ritiro ai bancomat di 250 euro e i secondi avevano mosso richiami alla gestione dell'istituto di credito siciliano, capace nel 2014 di concedere crediti per 41 milioni di euro con un capitale sociale di appena 6 milioni. Avvisi, faccendieri di contorno e un commissariamento nel 2018 non sono bastati a fermare una gestione più che dissennata di un istituto di credito, per cui la Procura catanese ipotizza i reati di bancarotta fraudolenta, falso in prospetto, abusivismo, aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Perciò, ieri, la Guardia di finanza ha disposto, su ordine del gip del tribunale di Catania, l'arresto di Pietro Bottino, presidente della banca dall'aprile del 2013 al febbraio del 2018 (quando arrivò il commissario di Bankitalia, Antonio Blandini) e di Gaetano Sannolo, odontotecnico, direttore generale della banca e factotum di Bottino. Oltre ai vertici ci sono altri 18 indagati.
Sannolo non è nome nuovo ai crack bancari. Il suo nome era già comparso anni fa nelle cronache per il salvataggio di Banca Etruria, dove era stato vicepresidente Pierluigi Boschi, padre dell'ex ministro per le Riforme, Maria Elena. L'ex direttore generale di Banca Base, infatti, era stato in predicato di entrare proprio nella banca aretina. A sponsorizzarlo fu Flavio Carboni, il faccendiere massone che ha attraversato i più importanti intrighi italiani degli ultimi anni, sin da quello del banco Ambrosiano che costò la vita a Roberto Calvi. Carboni spiegò di aver parlato di lui a un altro faccendiere, Valeriano Mureddu. Lo conosceva sin da quando era direttore della Cassa di risparmio di Firenze (dove aveva il conto) e dove Sannolo era direttore di filiale. Sta di fatto che l'odontecnico non è riuscito nella scalata a Etruria, però ha trovato posto a Catania.
La crisi dell'istituto di credito etneo, fondato nel 2007, ha inizio nel 2013. Quando vengono effettuate due ispezioni da parte di Banca d'Italia. Entrambe si concludono con sanzioni a dirigenti e amministratori e con l'imposizione perentoria di aumentare il capitale sociale per almeno 10 milioni di euro entro il 31 dicembre 2014, pena la sospensione dell'attività. In questi anni Bottino e Sannolo si sarebbero inventati di tutto per racimolare abbastanza denaro in modo da non far chiudere la banca. Basti pensare che nelle carte dell'inchiesta c'è persino un finto contratto di locazione per l'apertura di una filiale di Roma in una prestigiosa sede da 20 milioni di euro. Veniva mostrato agli investitori per convincerli, con tanto di piantina dell'immobile, in modo da dimostrare che non esisteva alcun problema con via Nazionale. Ma i giochi di prestigio non finiscono qui.
Nel 2016, quando Bankitalia chiede di avviare un nuovo processo di ripatrimonializzazione, tramite l'integrazione con un gruppo bancario di adeguato livello, Sannolo e Bottino organizzano una nuova messinscena con il consiglio di amministrazione. Informano i consiglieri di un ordine di pagamento da 2,5 milioni di euro da una società inglese, la Ifina. Allegano persino una lettera, su cui la Gdf sta effettuando approfondimenti, di un cittadino giordano. Secondo i due, la ricapitalizzazione sarebbe stata ultimata grazie a una banca degli Emirati Arabi Uniti e a una società con sede a Malta. Gli investigatori stanno cercando di capire anche chi fossero i reali investitori, alcuni avevano sede alle isole Cayman.
Continua a leggereRiduci
Come a Vicenza, l'ente erogava credito facile a chi comprava azioni. Ai clienti offerti anche rischiosi investimenti in diamanti.In manette presidente e direttore per il crack di Banca Base a Catania. Per ricapitalizzare, i due millantavano sponsor emiratini e sedi faraoniche a Roma.Lo speciale comprende due articoli. Quando la liquidità è venuta meno per i prestiti avventati a gruppi imprenditoriali che non sono rientrati, causando, al 2016, 800 milioni di perdite, nella stanza dei bottoni della banca Popolare di Bari, anziché progettare un'azione di risanamento, decisero di prendere la strada più pericolosa: autofinanziare le proprie azioni. Un vecchio trucchetto caro ad alcune Popolari. Ovvero la fotocopia di ciò che misero in atto a Vicenza. In slang bancario le chiamano «operazioni baciate». Non essendo quotate in Borsa, sono i cda delle Popolari a decidere il prezzo delle azioni. Un escamotage che permise al presidente della Popolare di Vicenza, Gianni Zonin, di venderle a 62,50 euro l'una. La Cassazione, di recente, ha annullato per vizio di competenza la sua condanna in secondo grado a 8 anni e 5 mesi per associazione a delinquere e riciclaggio e, ora, il processo dovrà ricominciare a Milano. Proprio come per la banca di Zonin, la Popolare di Bari apriva una linea di credito e, contemporaneamente, chiedeva al cliente di acquistare un pacchetto di azioni con una parte del finanziamento appena erogato. «Esistono fondati motivi che inducano a ritenere che siano state poste in essere condotte lesive dell'integrità patrimoniale della banca», valutarono poco dopo l'ispezione di Bankitalia i magistrati della Procura di Bari, Federico Perrone Capano e Lidia Giorgio. Si scoprì che, mentre a gruppi imprenditoriali considerati vicini alla banca si permetteva di vendere le azioni, come nel caso dell'impresa Debar, che secondo la ricostruzione dei magistrati riuscirono a piazzare più di 4 milioni di azioni prima della svalutazione del titolo del 20% (l'impresa ha sostenuto di non aver guadagnato nulla da quella operazione), a una signora di 84 anni furono invece rifilati prodotti finanziari a elevata rischiosità per 130.000 euro. E i risparmi di una vita andarono in fumo. Come? Truccando le carte. In questo caso, ha scoperto la Procura, fu «manipolato il questionario di profilatura del rischio», alterando «le dichiarazioni sulle strategie di investimento della cliente che nel 2008 dichiarava di orientarsi a favore di investimenti che le consentissero di proteggere il capitale e ricevere flussi di cassa periodici, costanti e prevedibili», ma successivamente si è ritrovata a puntare sulla finanza spinta. Insomma, per la Procura l'hanno truffata. Ma il fenomeno non è stato approfondito solo dai magistrati. Consob dedica un paragrafo a questo stratagemma e ai 26.000 investitori che avevano chiesto di rientrare in un profilo prudente e, invece, grazie a un questionario farlocco, si ritrovavano a comprare le azioni della Popolare di Bari. «Il minor peso della sezione obiettivo d'investimento», scrive Consob a proposito del questionario, «si rifletteva nella determinazione del profilo di rischio complessivo, come evidenziato dal fatto che il 30% della clientela a rischio medio aveva in realtà dichiarato nel questionario un obiettivo d'investimento conservativo». In primo luogo, nel questionario, spiegano da Consob, «vi era un'unica versione, indipendentemente dalla natura giuridica del cliente». Era articolato in 18 domande suddivise nelle sezioni Obiettivi di investimento e orizzonte temporale, Situazione finanziaria, Esperienze e conoscenze. Le risposte fornite dal cliente generavano singolarmente un punteggio che concorreva alla definizione del punteggio sintetico di ciascuna sezione, al fine di determinare il livello di esperienza e conoscenza, gli obiettivi di investimento, la situazione finanziaria. La somma dei punteggi delle singole sezioni, infine, determinava il punteggio complessivo e, sulla base di range predefiniti, il profilo di rischio dell'investitore. In pratica, si rendeva giustificabile «la collocazione di strumenti finanziari evidentemente inadeguati alle caratteristiche personali della persona offesa», si legge in alcuni documenti della Procura. Non solo: negli esposti presentati a Consob, vengono prospettate irregolarità nella condotta di alcuni dipendenti che, secondo quanto rappresentato, avrebbero proceduto alla compilazione del questionario fornendo, al posto del cliente, «la risposta più idonea per giustificare l'acquisto delle azioni di Bpb». Un metodo. E non è l'unica operazione funambolica sulla quale hanno messo gli occhi Consob prima e la Procura poi: il colosso bancario pugliese offriva alla clientela investimenti in diamanti con una società esterna, la Diamond private investment, che si era impegnata a comprare un pacchetto da 500.000 euro all'anno di azioni della Popolare di Bari. La sperimentazione sui diamanti era cominciata nel 2015, con il gruppo Intermarket diamond business. E andava alla grande: in pochi mesi erano stati sottoscritti 133 contratti per 2.800.000 euro. Segno che la clientela barese gradiva investire in diamanti. A ottobre 2016, però, il cda approva la risoluzione anticipata dell'accordo con Intermarket diamond business e la sostituisce con la società che ripagava la Popolare in azioni. Altro che finanza creativa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/prestiti-in-cambio-dellacquisto-dei-titoli-pure-pop-bari-usava-lo-stratagemma-zonin-2641652512.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-manette-presidente-e-direttore-per-il-crack-di-banca-base-a-catania" data-post-id="2641652512" data-published-at="1769729779" data-use-pagination="False"> In manette presidente e direttore per il crack di Banca Base a Catania Che il destino di Banca sviluppo economico Spa di Catania, conosciuta anche come Banca Base, fosse segnato, i correntisti e i revisori di Bankitalia lo avevano capito da almeno 6 anni. Cioè, da quando i primi avevano ricevuto il limite di ritiro ai bancomat di 250 euro e i secondi avevano mosso richiami alla gestione dell'istituto di credito siciliano, capace nel 2014 di concedere crediti per 41 milioni di euro con un capitale sociale di appena 6 milioni. Avvisi, faccendieri di contorno e un commissariamento nel 2018 non sono bastati a fermare una gestione più che dissennata di un istituto di credito, per cui la Procura catanese ipotizza i reati di bancarotta fraudolenta, falso in prospetto, abusivismo, aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Perciò, ieri, la Guardia di finanza ha disposto, su ordine del gip del tribunale di Catania, l'arresto di Pietro Bottino, presidente della banca dall'aprile del 2013 al febbraio del 2018 (quando arrivò il commissario di Bankitalia, Antonio Blandini) e di Gaetano Sannolo, odontotecnico, direttore generale della banca e factotum di Bottino. Oltre ai vertici ci sono altri 18 indagati. Sannolo non è nome nuovo ai crack bancari. Il suo nome era già comparso anni fa nelle cronache per il salvataggio di Banca Etruria, dove era stato vicepresidente Pierluigi Boschi, padre dell'ex ministro per le Riforme, Maria Elena. L'ex direttore generale di Banca Base, infatti, era stato in predicato di entrare proprio nella banca aretina. A sponsorizzarlo fu Flavio Carboni, il faccendiere massone che ha attraversato i più importanti intrighi italiani degli ultimi anni, sin da quello del banco Ambrosiano che costò la vita a Roberto Calvi. Carboni spiegò di aver parlato di lui a un altro faccendiere, Valeriano Mureddu. Lo conosceva sin da quando era direttore della Cassa di risparmio di Firenze (dove aveva il conto) e dove Sannolo era direttore di filiale. Sta di fatto che l'odontecnico non è riuscito nella scalata a Etruria, però ha trovato posto a Catania. La crisi dell'istituto di credito etneo, fondato nel 2007, ha inizio nel 2013. Quando vengono effettuate due ispezioni da parte di Banca d'Italia. Entrambe si concludono con sanzioni a dirigenti e amministratori e con l'imposizione perentoria di aumentare il capitale sociale per almeno 10 milioni di euro entro il 31 dicembre 2014, pena la sospensione dell'attività. In questi anni Bottino e Sannolo si sarebbero inventati di tutto per racimolare abbastanza denaro in modo da non far chiudere la banca. Basti pensare che nelle carte dell'inchiesta c'è persino un finto contratto di locazione per l'apertura di una filiale di Roma in una prestigiosa sede da 20 milioni di euro. Veniva mostrato agli investitori per convincerli, con tanto di piantina dell'immobile, in modo da dimostrare che non esisteva alcun problema con via Nazionale. Ma i giochi di prestigio non finiscono qui. Nel 2016, quando Bankitalia chiede di avviare un nuovo processo di ripatrimonializzazione, tramite l'integrazione con un gruppo bancario di adeguato livello, Sannolo e Bottino organizzano una nuova messinscena con il consiglio di amministrazione. Informano i consiglieri di un ordine di pagamento da 2,5 milioni di euro da una società inglese, la Ifina. Allegano persino una lettera, su cui la Gdf sta effettuando approfondimenti, di un cittadino giordano. Secondo i due, la ricapitalizzazione sarebbe stata ultimata grazie a una banca degli Emirati Arabi Uniti e a una società con sede a Malta. Gli investigatori stanno cercando di capire anche chi fossero i reali investitori, alcuni avevano sede alle isole Cayman.
Marc Chagall. Ricordo del Flauto magico,1976. Collezione privata © Marc Chagall, by SIAE 2025
Nato a Vitebsk nel 1887, ebreo russo che trascorse la maggior parte della sua vita in Francia (morì a Saint Paul de Vence nel 1985), Mar Chagall ( il cui nome ebraico era Moishe Segal e quello russo Mark Zacharovič Šagal), conservò sempre nel cuore la sua Patria («Non mi sono mai separato dalla mia terra, la mia arte non può vivere senza di essa» dichiarò nel 1922), le tradizioni e la religione ebraica, elementi che ricorrono costantemente nella sua vasta e poliedrica produzione artistica. Un attaccamento alle origini che era parte fondamentale del suo essere, di uomo e di artista, e che non lo abbandonò mai, nemmeno quando le leggi razziali lo costrinsero a lasciare l‘Europa per trasferirsi negli Stati Uniti: nel Vecchio Continente ci tornò a fine conflitto, nel 1946, già artista famoso e con la consacrazione del MOMA, che in quegli anni gli dedicò un’importante retrospettiva.
Animo sensibilissimo (dopo la morte dell’amatissima prima moglie Bella cadde in depressione e per un anno non riuscì più a dipingere…) e dalla spiritualità profonda, Chagall fece della sua arte la trasfigurazione poetica del suo nucleo emotivo: Chagall non rappresenta gli eventi, ma i ricordi , la memoria dell’infanzia che si fonde con la cronaca, la sua storia personale che si intreccia a quella universale. Il tutto in un mondo da fiaba, fluttuante, apparentemente senza logica, dove gli sposi sorvolano i campanili, le figure si sdoppiano, gli animali parlano, i violinisti suonano sui tetti, i profeti biblici stanno accanto a capre azzurre. Anche l’Olocausto, che la sua emotività non gli permise di dipingere in tutto il suo inenarrabile orrore, sotto il suo pennello si trasforma in fantasiosa allegoria: in un ebreo barbuto e malinconico con in mano la Torah (Solitudine, 1933) o in un Cristo crocifisso circondato dal caos (Crocifissione bianca, 1938). In Chagall il tempo non segue la linearità cronologica, ma quello dello spazio interiore, dove immagini lontane e vicine convivono nella stessa opera, senza gerarchie: il dolore con la bellezza, la perdita con la rinascita. Artista di inarrivabile poesia e delicatezza, dietro l’apparente semplicità delle sue opere si celano temi comuni a tutta l’umanità, speranze e contraddizioni, ma soprattutto la volontà di condurre lo spirito del Mondo verso una bellezza capace di trovare, anche negli orrori del tempo, angoli di pace e comprensione.
A condurci nel mondo delle sue colorate atmosfere incantate la splendida mostra-evento (già nei primi due giorni di apertura ha registrato oltre duemila visitatori…) allestita nelle sale di Palazzo dei Diamanti di Ferrara, che in un percorso espositivo particolarmente coinvolgente raccoglie oltre 200 opere e sale immersive di stupefacente bellezza.
Chagall testimone del suo tempo. La Mostra
Curato da Paul Schneiter e Francesca Villanti, il ricco percorso espositivo parte dagli esordi di Chagall nella natia Vitebsk, passa per l'esilio negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale e si conclude con le grandi composizioni della maturità. Diviso in dieci sezioni, fra opere di toccante bellezza e dense di significato come La sposa dai due volti (un dipinto che rappresenta la dualità dell'esistenza umana, fra i temi più cari all’artista), La nave dell'Esodo (un'opera che sovrappone due episodi: l'Esodo biblico dall'Egitto e la fuga degli ebrei europei dalle persecuzioni naziste) e La Pace ( una colomba bianca a cui Chagall affida il suo messaggio di speranza), davvero spettacolari le sale immersive che permettono al visitatore di ammirare due creazioni monumentali in una dimensione coinvolgente e grandiosa: il soffitto dell'Opéra di Parigi e le 12 vetrate per la sinagoga di Hadassah, esempio di come Chagall abbia saputo fondere arte e spiritualità.
Continua a leggereRiduci
Il platino è il caso più evidente di riscoperta. Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf) nota che «dopo il boom dell’oro, molti investitori hanno riscoperto il platino, rimasto indietro nel rapporto storico di prezzo con il metallo giallo». La tesi poggia sulla doppia anima: bene prezioso per l’oreficeria (con domanda asiatica solida) e input industriale «insostituibile» per vetro e automotive. L’offerta, però, resta sotto pressione per i problemi estrattivi in Sudafrica: la scarsità fisica sostiene le quotazioni, con l’Etc WisdomTree Physical Platinum a +28,4% da inizio anno.
Se il platino è una scommessa sul valore, il rame è una scommessa sull’infrastruttura della civiltà digitale. Lo strategist di SoldiExpert Scf sintetizza: «L’Ia non è fatta solo di software, ma di chilometri di cavi e infrastrutture elettriche». E la scala è impressionante: «Un singolo data center richiede fino a 9.000 tonnellate di rame, e la rete elettrica per collegarlo ne richiede tre volte tanto». In Europa, poche storie offrono esposizione diretta: fra queste brilla Aurubis. «La sua forza sta nel riciclo»: dai rifiuti elettronici estrae rame per reti e mobilità verde, ma anche oro e argento; l’aumento dei prezzi dei metalli gonfia il valore delle scorte in bilancio e sostiene il titolo. Il termometro del settore è il consolidamento: la possibile fusione Rio Tinto-Glencore (260 miliardi di dollari) segnala che la «scala» è diventata requisito strategico per presidiare l’offerta globale. Sul lato investimenti, Gaziano ricorda che si può puntare sulle singole eccellenze o su panieri diversificati, tenendo conto della volatilità ciclica del comparto.
Stefano Gianti (Swissquote) sottolinea che «la maniera più semplice è probabilmente quella di acquistare un Etc», che replica l’andamento del metallo (al netto di costi contenuti).
Ma Gabriel Debach (eToro) invita a leggere il rame come un mercato logisticamente «inceppato»: a gennaio 2026 «il Lme è ancora prevalentemente in backwardation (una condizione di mercato in cui il prezzo attuale di una materia prima è superiore ai prezzi dei contratti futures con scadenza successiva, ndr)», mentre il Comex è in contango (il prezzo dei futures è superiore all’attuale, ndr) dopo l’accumulo di scorte Usa legato ai timori di dazi. Per questo, oltre alla direzione del ciclo, contano struttura a termine e flussi fisici. Quando il rame corre, l’alluminio entra nel gioco come sostituto: Goldman Sachs indica la coppia Long rame e Short alluminio fino a dicembre 2027. In parallelo, il platino torna centrale come catalizzatore per fuel cell e filiera dell’idrogeno. Palladio e litio sono osservati: la Cina punta a raddoppiare la capacità di ricarica Ev entro il 2027 a 180 Gw, mentre il litio oscilla tra domanda in crescita e ritorno dell’offerta».
Continua a leggereRiduci
(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
Continua a leggereRiduci
(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
Continua a leggereRiduci