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2019-12-20
A Bari metodo Zonin sotto il naso di Bankitalia
Ansa
Quando la liquidità è venuta meno per i prestiti avventati a gruppi imprenditoriali che non sono rientrati, causando, al 2016, 800 milioni di perdite, nella stanza dei bottoni della banca Popolare di Bari, anziché progettare un'azione di risanamento, decisero di prendere la strada più pericolosa: autofinanziare le proprie azioni. Un vecchio trucchetto caro ad alcune Popolari. Ovvero la fotocopia di ciò che misero in atto a Vicenza. In slang bancario le chiamano «operazioni baciate». Non essendo quotate in Borsa, sono i cda delle Popolari a decidere il prezzo delle azioni. Un escamotage che permise al presidente della Popolare di Vicenza, Gianni Zonin, di venderle a 62,50 euro l'una. La Cassazione, di recente, ha annullato per vizio di competenza la sua condanna in secondo grado a 8 anni e 5 mesi per associazione a delinquere e riciclaggio e, ora, il processo dovrà ricominciare a Milano. Proprio come per la banca di Zonin, la Popolare di Bari apriva una linea di credito e, contemporaneamente, chiedeva al cliente di acquistare un pacchetto di azioni con una parte del finanziamento appena erogato.
«Esistono fondati motivi che inducano a ritenere che siano state poste in essere condotte lesive dell'integrità patrimoniale della banca», valutarono poco dopo l'ispezione di Bankitalia i magistrati della Procura di Bari, Federico Perrone Capano e Lidia Giorgio. Si scoprì che, mentre a gruppi imprenditoriali considerati vicini alla banca si permetteva di vendere le azioni, come nel caso dell'impresa Debar, che secondo la ricostruzione dei magistrati riuscirono a piazzare più di 4 milioni di azioni prima della svalutazione del titolo del 20% (l'impresa ha sostenuto di non aver guadagnato nulla da quella operazione), a una signora di 84 anni furono invece rifilati prodotti finanziari a elevata rischiosità per 130.000 euro. E i risparmi di una vita andarono in fumo. Come? Truccando le carte.
In questo caso, ha scoperto la Procura, fu «manipolato il questionario di profilatura del rischio», alterando «le dichiarazioni sulle strategie di investimento della cliente che nel 2008 dichiarava di orientarsi a favore di investimenti che le consentissero di proteggere il capitale e ricevere flussi di cassa periodici, costanti e prevedibili», ma successivamente si è ritrovata a puntare sulla finanza spinta. Insomma, per la Procura l'hanno truffata. Ma il fenomeno non è stato approfondito solo dai magistrati. Consob dedica un paragrafo a questo stratagemma e ai 26.000 investitori che avevano chiesto di rientrare in un profilo prudente e, invece, grazie a un questionario farlocco, si ritrovavano a comprare le azioni della Popolare di Bari. «Il minor peso della sezione obiettivo d'investimento», scrive Consob a proposito del questionario, «si rifletteva nella determinazione del profilo di rischio complessivo, come evidenziato dal fatto che il 30% della clientela a rischio medio aveva in realtà dichiarato nel questionario un obiettivo d'investimento conservativo».
In primo luogo, nel questionario, spiegano da Consob, «vi era un'unica versione, indipendentemente dalla natura giuridica del cliente». Era articolato in 18 domande suddivise nelle sezioni Obiettivi di investimento e orizzonte temporale, Situazione finanziaria, Esperienze e conoscenze. Le risposte fornite dal cliente generavano singolarmente un punteggio che concorreva alla definizione del punteggio sintetico di ciascuna sezione, al fine di determinare il livello di esperienza e conoscenza, gli obiettivi di investimento, la situazione finanziaria. La somma dei punteggi delle singole sezioni, infine, determinava il punteggio complessivo e, sulla base di range predefiniti, il profilo di rischio dell'investitore.
In pratica, si rendeva giustificabile «la collocazione di strumenti finanziari evidentemente inadeguati alle caratteristiche personali della persona offesa», si legge in alcuni documenti della Procura. Non solo: negli esposti presentati a Consob, vengono prospettate irregolarità nella condotta di alcuni dipendenti che, secondo quanto rappresentato, avrebbero proceduto alla compilazione del questionario fornendo, al posto del cliente, «la risposta più idonea per giustificare l'acquisto delle azioni di Bpb».
Un metodo. E non è l'unica operazione funambolica sulla quale hanno messo gli occhi Consob prima e la Procura poi: il colosso bancario pugliese offriva alla clientela investimenti in diamanti con una società esterna, la Diamond private investment, che si era impegnata a comprare un pacchetto da 500.000 euro all'anno di azioni della Popolare di Bari. La sperimentazione sui diamanti era cominciata nel 2015, con il gruppo Intermarket diamond business. E andava alla grande: in pochi mesi erano stati sottoscritti 133 contratti per 2.800.000 euro. Segno che la clientela barese gradiva investire in diamanti. A ottobre 2016, però, il cda approva la risoluzione anticipata dell'accordo con Intermarket diamond business e la sostituisce con la società che ripagava la Popolare in azioni. Altro che finanza creativa.
In manette presidente e direttore per il crack di Banca Base a Catania
Che il destino di Banca sviluppo economico Spa di Catania, conosciuta anche come Banca Base, fosse segnato, i correntisti e i revisori di Bankitalia lo avevano capito da almeno 6 anni. Cioè, da quando i primi avevano ricevuto il limite di ritiro ai bancomat di 250 euro e i secondi avevano mosso richiami alla gestione dell'istituto di credito siciliano, capace nel 2014 di concedere crediti per 41 milioni di euro con un capitale sociale di appena 6 milioni. Avvisi, faccendieri di contorno e un commissariamento nel 2018 non sono bastati a fermare una gestione più che dissennata di un istituto di credito, per cui la Procura catanese ipotizza i reati di bancarotta fraudolenta, falso in prospetto, abusivismo, aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Perciò, ieri, la Guardia di finanza ha disposto, su ordine del gip del tribunale di Catania, l'arresto di Pietro Bottino, presidente della banca dall'aprile del 2013 al febbraio del 2018 (quando arrivò il commissario di Bankitalia, Antonio Blandini) e di Gaetano Sannolo, odontotecnico, direttore generale della banca e factotum di Bottino. Oltre ai vertici ci sono altri 18 indagati.
Sannolo non è nome nuovo ai crack bancari. Il suo nome era già comparso anni fa nelle cronache per il salvataggio di Banca Etruria, dove era stato vicepresidente Pierluigi Boschi, padre dell'ex ministro per le Riforme, Maria Elena. L'ex direttore generale di Banca Base, infatti, era stato in predicato di entrare proprio nella banca aretina. A sponsorizzarlo fu Flavio Carboni, il faccendiere massone che ha attraversato i più importanti intrighi italiani degli ultimi anni, sin da quello del banco Ambrosiano che costò la vita a Roberto Calvi. Carboni spiegò di aver parlato di lui a un altro faccendiere, Valeriano Mureddu. Lo conosceva sin da quando era direttore della Cassa di risparmio di Firenze (dove aveva il conto) e dove Sannolo era direttore di filiale. Sta di fatto che l'odontecnico non è riuscito nella scalata a Etruria, però ha trovato posto a Catania.
La crisi dell'istituto di credito etneo, fondato nel 2007, ha inizio nel 2013. Quando vengono effettuate due ispezioni da parte di Banca d'Italia. Entrambe si concludono con sanzioni a dirigenti e amministratori e con l'imposizione perentoria di aumentare il capitale sociale per almeno 10 milioni di euro entro il 31 dicembre 2014, pena la sospensione dell'attività. In questi anni Bottino e Sannolo si sarebbero inventati di tutto per racimolare abbastanza denaro in modo da non far chiudere la banca. Basti pensare che nelle carte dell'inchiesta c'è persino un finto contratto di locazione per l'apertura di una filiale di Roma in una prestigiosa sede da 20 milioni di euro. Veniva mostrato agli investitori per convincerli, con tanto di piantina dell'immobile, in modo da dimostrare che non esisteva alcun problema con via Nazionale. Ma i giochi di prestigio non finiscono qui.
Nel 2016, quando Bankitalia chiede di avviare un nuovo processo di ripatrimonializzazione, tramite l'integrazione con un gruppo bancario di adeguato livello, Sannolo e Bottino organizzano una nuova messinscena con il consiglio di amministrazione. Informano i consiglieri di un ordine di pagamento da 2,5 milioni di euro da una società inglese, la Ifina. Allegano persino una lettera, su cui la Gdf sta effettuando approfondimenti, di un cittadino giordano. Secondo i due, la ricapitalizzazione sarebbe stata ultimata grazie a una banca degli Emirati Arabi Uniti e a una società con sede a Malta. Gli investigatori stanno cercando di capire anche chi fossero i reali investitori, alcuni avevano sede alle isole Cayman.
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Come a Vicenza, l'ente erogava credito facile a chi comprava azioni. Ai clienti offerti anche rischiosi investimenti in diamanti.In manette presidente e direttore per il crack di Banca Base a Catania. Per ricapitalizzare, i due millantavano sponsor emiratini e sedi faraoniche a Roma.Lo speciale comprende due articoli. Quando la liquidità è venuta meno per i prestiti avventati a gruppi imprenditoriali che non sono rientrati, causando, al 2016, 800 milioni di perdite, nella stanza dei bottoni della banca Popolare di Bari, anziché progettare un'azione di risanamento, decisero di prendere la strada più pericolosa: autofinanziare le proprie azioni. Un vecchio trucchetto caro ad alcune Popolari. Ovvero la fotocopia di ciò che misero in atto a Vicenza. In slang bancario le chiamano «operazioni baciate». Non essendo quotate in Borsa, sono i cda delle Popolari a decidere il prezzo delle azioni. Un escamotage che permise al presidente della Popolare di Vicenza, Gianni Zonin, di venderle a 62,50 euro l'una. La Cassazione, di recente, ha annullato per vizio di competenza la sua condanna in secondo grado a 8 anni e 5 mesi per associazione a delinquere e riciclaggio e, ora, il processo dovrà ricominciare a Milano. Proprio come per la banca di Zonin, la Popolare di Bari apriva una linea di credito e, contemporaneamente, chiedeva al cliente di acquistare un pacchetto di azioni con una parte del finanziamento appena erogato. «Esistono fondati motivi che inducano a ritenere che siano state poste in essere condotte lesive dell'integrità patrimoniale della banca», valutarono poco dopo l'ispezione di Bankitalia i magistrati della Procura di Bari, Federico Perrone Capano e Lidia Giorgio. Si scoprì che, mentre a gruppi imprenditoriali considerati vicini alla banca si permetteva di vendere le azioni, come nel caso dell'impresa Debar, che secondo la ricostruzione dei magistrati riuscirono a piazzare più di 4 milioni di azioni prima della svalutazione del titolo del 20% (l'impresa ha sostenuto di non aver guadagnato nulla da quella operazione), a una signora di 84 anni furono invece rifilati prodotti finanziari a elevata rischiosità per 130.000 euro. E i risparmi di una vita andarono in fumo. Come? Truccando le carte. In questo caso, ha scoperto la Procura, fu «manipolato il questionario di profilatura del rischio», alterando «le dichiarazioni sulle strategie di investimento della cliente che nel 2008 dichiarava di orientarsi a favore di investimenti che le consentissero di proteggere il capitale e ricevere flussi di cassa periodici, costanti e prevedibili», ma successivamente si è ritrovata a puntare sulla finanza spinta. Insomma, per la Procura l'hanno truffata. Ma il fenomeno non è stato approfondito solo dai magistrati. Consob dedica un paragrafo a questo stratagemma e ai 26.000 investitori che avevano chiesto di rientrare in un profilo prudente e, invece, grazie a un questionario farlocco, si ritrovavano a comprare le azioni della Popolare di Bari. «Il minor peso della sezione obiettivo d'investimento», scrive Consob a proposito del questionario, «si rifletteva nella determinazione del profilo di rischio complessivo, come evidenziato dal fatto che il 30% della clientela a rischio medio aveva in realtà dichiarato nel questionario un obiettivo d'investimento conservativo». In primo luogo, nel questionario, spiegano da Consob, «vi era un'unica versione, indipendentemente dalla natura giuridica del cliente». Era articolato in 18 domande suddivise nelle sezioni Obiettivi di investimento e orizzonte temporale, Situazione finanziaria, Esperienze e conoscenze. Le risposte fornite dal cliente generavano singolarmente un punteggio che concorreva alla definizione del punteggio sintetico di ciascuna sezione, al fine di determinare il livello di esperienza e conoscenza, gli obiettivi di investimento, la situazione finanziaria. La somma dei punteggi delle singole sezioni, infine, determinava il punteggio complessivo e, sulla base di range predefiniti, il profilo di rischio dell'investitore. In pratica, si rendeva giustificabile «la collocazione di strumenti finanziari evidentemente inadeguati alle caratteristiche personali della persona offesa», si legge in alcuni documenti della Procura. Non solo: negli esposti presentati a Consob, vengono prospettate irregolarità nella condotta di alcuni dipendenti che, secondo quanto rappresentato, avrebbero proceduto alla compilazione del questionario fornendo, al posto del cliente, «la risposta più idonea per giustificare l'acquisto delle azioni di Bpb». Un metodo. E non è l'unica operazione funambolica sulla quale hanno messo gli occhi Consob prima e la Procura poi: il colosso bancario pugliese offriva alla clientela investimenti in diamanti con una società esterna, la Diamond private investment, che si era impegnata a comprare un pacchetto da 500.000 euro all'anno di azioni della Popolare di Bari. La sperimentazione sui diamanti era cominciata nel 2015, con il gruppo Intermarket diamond business. E andava alla grande: in pochi mesi erano stati sottoscritti 133 contratti per 2.800.000 euro. Segno che la clientela barese gradiva investire in diamanti. A ottobre 2016, però, il cda approva la risoluzione anticipata dell'accordo con Intermarket diamond business e la sostituisce con la società che ripagava la Popolare in azioni. 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Cioè, da quando i primi avevano ricevuto il limite di ritiro ai bancomat di 250 euro e i secondi avevano mosso richiami alla gestione dell'istituto di credito siciliano, capace nel 2014 di concedere crediti per 41 milioni di euro con un capitale sociale di appena 6 milioni. Avvisi, faccendieri di contorno e un commissariamento nel 2018 non sono bastati a fermare una gestione più che dissennata di un istituto di credito, per cui la Procura catanese ipotizza i reati di bancarotta fraudolenta, falso in prospetto, abusivismo, aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Perciò, ieri, la Guardia di finanza ha disposto, su ordine del gip del tribunale di Catania, l'arresto di Pietro Bottino, presidente della banca dall'aprile del 2013 al febbraio del 2018 (quando arrivò il commissario di Bankitalia, Antonio Blandini) e di Gaetano Sannolo, odontotecnico, direttore generale della banca e factotum di Bottino. Oltre ai vertici ci sono altri 18 indagati. Sannolo non è nome nuovo ai crack bancari. Il suo nome era già comparso anni fa nelle cronache per il salvataggio di Banca Etruria, dove era stato vicepresidente Pierluigi Boschi, padre dell'ex ministro per le Riforme, Maria Elena. L'ex direttore generale di Banca Base, infatti, era stato in predicato di entrare proprio nella banca aretina. A sponsorizzarlo fu Flavio Carboni, il faccendiere massone che ha attraversato i più importanti intrighi italiani degli ultimi anni, sin da quello del banco Ambrosiano che costò la vita a Roberto Calvi. Carboni spiegò di aver parlato di lui a un altro faccendiere, Valeriano Mureddu. Lo conosceva sin da quando era direttore della Cassa di risparmio di Firenze (dove aveva il conto) e dove Sannolo era direttore di filiale. Sta di fatto che l'odontecnico non è riuscito nella scalata a Etruria, però ha trovato posto a Catania. La crisi dell'istituto di credito etneo, fondato nel 2007, ha inizio nel 2013. Quando vengono effettuate due ispezioni da parte di Banca d'Italia. Entrambe si concludono con sanzioni a dirigenti e amministratori e con l'imposizione perentoria di aumentare il capitale sociale per almeno 10 milioni di euro entro il 31 dicembre 2014, pena la sospensione dell'attività. In questi anni Bottino e Sannolo si sarebbero inventati di tutto per racimolare abbastanza denaro in modo da non far chiudere la banca. Basti pensare che nelle carte dell'inchiesta c'è persino un finto contratto di locazione per l'apertura di una filiale di Roma in una prestigiosa sede da 20 milioni di euro. Veniva mostrato agli investitori per convincerli, con tanto di piantina dell'immobile, in modo da dimostrare che non esisteva alcun problema con via Nazionale. Ma i giochi di prestigio non finiscono qui. Nel 2016, quando Bankitalia chiede di avviare un nuovo processo di ripatrimonializzazione, tramite l'integrazione con un gruppo bancario di adeguato livello, Sannolo e Bottino organizzano una nuova messinscena con il consiglio di amministrazione. Informano i consiglieri di un ordine di pagamento da 2,5 milioni di euro da una società inglese, la Ifina. Allegano persino una lettera, su cui la Gdf sta effettuando approfondimenti, di un cittadino giordano. Secondo i due, la ricapitalizzazione sarebbe stata ultimata grazie a una banca degli Emirati Arabi Uniti e a una società con sede a Malta. Gli investigatori stanno cercando di capire anche chi fossero i reali investitori, alcuni avevano sede alle isole Cayman.
Giorgia Meloni ospite di Pulp Podcast con Fedez e Mr. Marra (Getty Images)
Li ha raccolti Domenico Giordano - political data analyst di Arcadiacom.it e consigliere nazionale di AssoComPol, l’Associazione italiana di comunicazione politica -, il quale spiega alla Verità: «Il contatore complessivo delle interazioni, da lunedì 16 a sabato 21, fa segnare al momento 9.3 milioni di reaction. A questo dato, occorre sommare poi le visualizzazioni della puntata e quelle ottenute dai reel di sezionamento del contenuto originario pubblicati sia dall’account ufficiale del format che da Giorgia Meloni».
Per capire di cosa stiamo parlando, bisogna tenere mente a che i video postati sugli account Instagram e Youtube di Pulp podcast segnano attualmente 13.2 milioni, mentre quelli incassati dagli account ufficiali della premier (che passano da Instagram a Linkedin) sono 18.4 milioni in totale, di cui 9.3 milioni arrivano dall’account Instagram e 6.1 da TikTok.
«Molto spesso ci si domanda quanto l’audience digitale, solo all’apparenza volatile e liquida, converta in termini attenzione e di potenziale consenso rispetto al contenuto», afferma Giordano, che prosegue: «Per dare una risposta a questo interrogativo per nulla marginale, in particolare a ridosso di una polarizzazione elettorale, possiamo utilizzare come metro di misura non tanto i like, il mi piace al video o al carosello, quanto, invece, la crescita delle fanbase. Nel momento in cui scelgo di iniziare a seguire un account e i contenuti che vengono pubblicati, manifesto una comunanza di interessi e di valori». Ancora una volta sono i numeri a parlare e li snocciola Giordano: «L’account Instagram di Meloni ha aumentato negli ultimi 5 giorni i follower di ben 17.000 nuovi iscritti, la pagina Facebook è cresciuta di 8.100 nuovi follower, l’account X di altri 7.900 e Youtube di 2.000. In totale, senza contare gli incrementi registrati Linkedin, Telegram, Whatsapp e TikTok, i nuovi follower di Meloni sono 35.000».
Anche gli account social di Pulp hanno goduto di questo beneficio: «Il canale Instagram ha registrato una crescita di 15.000 nuovi follower. Insisto su Instagram e TikTok, più che su Youtube, perché poi, se andiamo a censire da un punto di vista socio-grafico l’utente che si è ingaggiato in Rete sulla questione, possiamo notare due aspetti molto interessati: è ampia la quota percentuale di utenti donna, in media del 43,72%, che si sono ingaggiate nelle conversazioni online».
A essere ingaggiati, secondo i numeri raccolti da Arcadia, soprattutto i giovani. Il 28% di chi ha usufruito di questi contenuti ha, infatti, meno di 24 anni.
Questi i numeri, nudi e crudi. Giordano nota, poi, come siano «anacronistiche tutte le polemiche che in questi giorni. La piattaformizzazione della nostra quotidianità impone regole, tempi e formati che non puoi fermare con una legge, una norma, come quella ad esempio, del tutto medioevale, del silenzio elettorale». Una piccola (ma nemmeno troppo) rivoluzione nella comunicazione politica: «La partecipazione al podcast è stata in termini di comunicazione molto efficace, in particolare rispetto ad altri media. Con la formula podcast i due driver della polarizzazione social, l’autenticità e l’intimità, sono stati ampiamente valorizzati. Poi, se vogliamo fare una seconda analisi di metacomunicazione, è chiaro che la commistione Fedez+Mr. Marra, che è ontologicamente disruptive, la fai convivere con la percezione istituzionale della politica e la cali nel contesto social no filter, allora è chiaro che hai trovato la formula perfetta dell’audience», conclude Giordano.
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(IStock)
Follia pura. Nessuna logica economica. Sprezzo della realtà. Menefreghismo totale nei confronti delle conseguenze di queste misure. Poiché gas, benzina e gasolio sono aumentati un secondo dopo l’attacco all’Iran, da parte di Israele e degli Stati Uniti, dovrebbe risultare chiaro ed evidente anche a un cretino che gli aumenti sono stati compiuti da compagnie che hanno speculato: non ne hanno aumentato il prezzo perché lo hanno pagato di più, ma perché hanno rubato soldi ai consumatori vendendo gas, benzina e gasolio che avevano già e che non avevano pagato a prezzi alti perché la Guerra non c’era ancora.
Chiaro? Cosa avrebbe dovuto fare l’Europa? Avviare tempestivamente, cioè il giorno dopo gli aumenti ingiustificati, un’azione del Commissario della concorrenza per impedire intese tra compagnie petrolifere per alzare il prezzo e speculare su famiglie imprese. Avrebbe dovuto poi, una volta riportato il gas al suo valore naturale di mercato, invitare tutti gli Stati membri a stoccare il più possibile in modo da prevenire, nel caso di prolungamento della guerra, l’aumento del prezzo e quindi dell’inflazione. Poiché sono degli imbelli, cioè degli inermi e privi di alcun coraggio, non hanno agito nei tempi giusti facendo le cose giuste, ma nei tempi sbagliati facendo le cose sbagliate.
Essendoci di mezzo il gas, evidentemente non hanno usato il cervello che avrebbe prodotto un ragionamento, un flatus vocis, ma hanno usato quella parte del corpo che produce appunto il gas e non si esprime attraverso la bocca col ragionamento, ma produce esclusivamente un «flatus culi». Lo stoccaggio, cioè l’immagazzinamento, la conservazione e il deposito del gas era stato considerato dalla Ue un buono strumento di prevenzione dell’aumento dei costi e lo aveva esortato fino al 90% delle possibilità. Non si capisce perché ora indichi nell’80% il limite massimo. Ma che cacchio di ragionamento hanno fatto? Per fare i conti leggono la mano dei benzinai? Fanno le carte agli autotrasportatori? Fanno delle sedute spiritiche? No, perché non c’è in natura altra spiegazione, almeno di stampo economico. L’Ansa ci informa che «in una lettera visionata dal Financial Times, il commissario per l’energia Dan Jorgensen ha istruito i ministri dell’energia dell’Ue a non affrettarsi a reintegrare le riserve di gas dei loro Paesi e a usare la “flessibilità” per ridurre la domanda da parte di famiglie e industrie in un momento in cui l’offerta è tesa». Nella missiva la percentuale di stoccaggio consigliata come obiettivo è pari all’80%, il 10% in meno rispetto al target finora indicato. Ma se al posto di Jorgensen avessero messo Dan Peterson, certamente avrebbe fatto cose più ragionevoli.
Quel genio che porta indegnamente il nome di Peterson ha poi esortato a consumare di meno. A parte che le temperature si stanno alzando e quindi il consumo di gas e gasolio diminuiranno automaticamente, ma questo è già un ragionamento eccessivo per le menti gassose. Chi dovrebbe diminuire l’uso di gas? Le imprese? Così produrrebbero di meno e si creerebbe ulteriori disoccupazione? Le famiglie? Caro Dan, le famiglie ci pensano da sole a ridurre l’uso di gas, di benzina e di gasolio, purtroppo. Lei dovrebbe pensare a come non farglielo ridurre, non invitarli a ridurlo, famiglie o imprese che siano. Ma possibile mai che in queste poche esortazioni riportate dal Financial Times non ne abbia azzeccata una. Ma sa che lei non passerebbe neanche l’esame di microeconomia che di solito si affronta il primo anno di università, dove spiegano il formarsi dei prezzi e le regole della concorrenza? In uno studio condotto dai ricercatori del I-Aer si legge che «l’analisi, condotta su 457 piccole e medie imprese italiane, evidenzia un segnale molto chiaro: il 58% delle aziende ha deciso di congelare temporaneamente gli investimenti previsti per il 2026, mentre il 46% sta valutando di rinviare nuove assunzioni per preservare liquidità e margini in uno scenario di forte volatilità energetica». Ma lei in un’impresa, per capire come funziona, c’è mai stato? E come funziona l’economia di una famiglia lo sa o no? Perché delle due l’una: o glielo hanno spiegato e non ci ha capito una mazza, o vive talmente fuori dalla realtà che proprio la ignora. Le due ipotesi non sono incompatibili nello stesso soggetto. E questo è il caso del nostro commissario europeo per l’Energia.
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Da quando è esploso il conflitto con l’Iran, i titoli di Stato italiani hanno ripreso a muoversi come ai vecchi tempi. Nervosi, suscettibili, pronti a diventare, ancora una volta, l’anello debole dell’eurozona. I rendimenti sono saliti di scatto superando la soglia del 3,9%. Se il picco si consolida il Tesoro dovrà pagare 3,5 miliardi di interessi in più. In un mese, da quando è cominciata la guerra, c’è stata una impennata dei rendimenti del 20,9%. Un indice di paura che non ha eguali fra le grandi economie avanzate, come dimostra la tabella accanto. Lo spread è tornato a farsi notare: 92 punti base. Nulla di drammatico ancora. Ma abbastanza per far drizzare le antenne a chi, negli ultimi anni, si era abituato a considerarlo un rifugio sicuro e ben remunerato. Il punto, però, è che questa volta non è colpa dell’Italia. O almeno non direttamente. Non ci sono manovre sballate, né conti pubblici fuori controllo. Il problema è più sottile e proprio per questo più insidioso: si chiama «carry trade». Un nome elegante per una strategia molto semplice e diffusa.
Funziona così: si prende in prestito denaro a tassi contenuti, e lo si investe in titoli che rendono di più. Come i Btp. Il guadagno è nello spread, nella differenza di rendimento. Finché il mare è calmo, è una macchina da soldi perfetta. Ma appena arriva la tempesta, tutti corrono al salvagente. Esattamente quello che sta succedendo adesso. Spiegano gli strateghi di Natixis che «l’allargamento sembra essere dovuto principalmente alla continua liquidazione delle posizioni di carry trade e all’elevata volatilità, piuttosto che a un deterioramento dei fondamentali». In altre parole, non è l’Italia che va male, sono gli investitori che stanno smontando in fretta e furia le loro scommesse.
Laura Cooper di Nuveen mette il dito nella piaga vera: l’Italia paga la sua maggiore dipendenza energetica. «Il mercato sembra sempre più attento ai rischi derivanti da un’eccessiva concentrazione di posizioni lunghe in Italia, aggravati dalla forte dipendenza del Paese dal petrolio e dal gas». Se il conflitto dovesse durare, il rischio è che crescita e conti pubblici tornino sotto pressione. A quel punto, la narrativa rassicurante degli ultimi anni potrebbe incrinarsi. Intendiamoci: siamo ancora lontani dalle zone rosse. Quattro anni fa lo spread viaggiava sopra i 250 punti. Oggi siamo sotto i 100. Ma i mercati non ragionano per livelli assoluti, bensì per direzione e velocità. E la direzione, in questo momento, non è delle migliori. Anche perché sullo sfondo si muove un altro gigante, molto meno disciplinato dell’Italia e molto meno osservato con sospetto: gli Stati Uniti. Qui i numeri non sono nervosi, sono semplicemente fuori scala. Il debito federale ha superato i 39.000 miliardi di dollari. In otto mesi è aumentato di 2.000 miliardi. Dal 2018 è quasi raddoppiato. E secondo le stime, continuerà a crescere di oltre 2.400 miliardi l’anno, fino a sfondare quota 64.000 miliardi nel 2036.
Il rapporto debito/Pil è al 124%. Un livello che, se appartenesse a un Paese europeo, scatenerebbe editoriali indignati, riunioni straordinarie e probabilmente qualche crisi di governo. Ma siccome si tratta di Washington, tutto scorre. O quasi. Perché ieri il presidente della Fed, Jerome Powell, non ha mancato, ancora una volta, di mettere sotto accusa le scelte di Trump. Lo ha fatto in maniera indiretta citando Paul Volker, mitico capo della Fed negli anni Ottanta che non ebbe paura di sfidare un inquilino della Casa Bianca del calibro di Ronald Reagan stringendo i tassi fino al soffocamento pur di fermare l’inflazione. Allora come oggi a innescarla era stato il petrolio. Perché la verità è che il mercato globale dei titoli di Stato è sempre più interconnesso. E quando il debito americano accelera in modo così vistoso, inevitabilmente influenza anche il resto del mondo. I rendimenti salgono, il costo del denaro cambia, e le strategie diventano improvvisamente molto più rischiose. In questo quadro, l’Italia si ritrova esposta due volte: per la sua struttura economica e per il suo ruolo nei portafogli degli investitori. È un asset che rende di più, e proprio per questo viene comprato e venduto più velocemente. È il solito gioco. Finché funziona, sembra semplice. Quando si inceppa, si scopre quanto fosse fragile. La sensazione, oggi, è che i titoli di Stato siano tornati in guerra. Non solo per effetto delle bombe in Medio Oriente, ma per le tensioni accumulate negli anni. L’Italia, ancora una volta, si ritrova nel posto meno comodo: quello dove i movimenti si vedono prima e si sentono di più.
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