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2020-06-26
Preso il re dell’immigrazione clandestina
Ansa
Quando l'hanno arrestato l'ultima volta, nel gennaio 2019, l'avevano soprannominato Barbanera, per via della barba folta e lunga e dell'aspetto finto trasandato. Fadhel Moncer, alias Giovanni, considerato un pericoloso criminale tunisino, già arrestato nel 2012 per traffico di armi e droga tra Francia e Italia, con nel curriculum un attentato dinamitardo progettato contro una caserma dei carabinieri e un'accusa di associazione a delinquere, per il giro d'affari che è stato capace di mettere su, si è trasformato nel re dei clandestini. Grazie ai gommoni veloci e carenati della sua flotta, lungo la tratta Tunisi-Lampedusa era riuscito a mettere su uno dei traffici più imponenti di esseri umani e sigarette scoperti finora. Secondo gli investigatori della guardia di finanza, era così ben organizzato da aver anche cominciato a investire i proventi in attività economiche pulite - che gli permettevano di riciclare i proventi illeciti - tra Trapani, Agrigento e Palermo. Nel ristorante Bellavista di Mazara del Vallo, provincia di Trapani, sul lungomare Giuseppe Mazzini aveva creato la sua base operativa. E da lì Barbanera progettava i viaggi illeciti per migranti «vip», al costo di 3.000 euro a cranio. Se insieme agli extracomunitari la sua ciurma riusciva anche a caricare tonnellate di tabacchi di contrabbando, il viaggio diventava un doppio affare. Le Royal blu, le Royal rosse, le Time e le Silver, per mesi hanno invaso il mercato di Ballarò a Palermo, dove era considerato uno dei fornitori più accreditati.
Come tutti i pirati, anche Barbanera - hanno scoperto gli investigatori - aveva il suo tesoro. In poco tempo Moncer e i suoi uomini (alcuni dei quali, si ipotizza, fungevano da prestanome) hanno messo le mani su un cantiere nautico, un'azienda agricola, su diversi immobili (tra cui una casa bunker), automezzi e pescherecci. Alcuni beni sono stati sequestrati. Valore complessivo: oltre 1,5 milioni di euro fra un immobile, due aziende e terreni a Marsala e Mazara del Vallo, un'auto e disponibilità finanziarie. Gli accertamenti economico patrimoniali avrebbero evidenziato una significativa sproporzione tra i redditi dichiarati e gli investimenti effettuati nel tempo da Fadhel Moncer. Il ristorante, insomma, per quanto ben avviato, da solo non sarebbe riuscito a permettere a Moncer il tenore di vita che dimostrava. «Grazie ai Decreti sicurezza», ha commentato il leader del Carroccio Matteo Salvini, «ci sono strumenti in più per contrastare il traffico di esseri umani, siamo pronti a tutto per impedire al governo di cancellarli». Ma non ci sono solo gli accertamenti patrimoniali. L'indagine giudiziaria ha accertato che agli irregolari fatti entrare in Italia l'organizzazione garantiva la possibilità di un contratto di lavoro fittizio, anche di tipo stagionale. E così il permesso di soggiorno era assicurato. Ad aiutare Barbanera c'erano anche sette italiani, che gestivano con lui il trasporto di sigarette di contrabbando. Anche loro sono imputati nel processo che è in corso.
L'altra base operativa era in Tunisia, a Chebba. Da lì i complici di Barbanera organizzavano le partenze, indicavano le rotte sicure e indirizzavano gli sbarchi sui tratti di costa più tranquilli, per garantire una veloce dispersione sul territorio italiano dei clandestini appena sbarcati. E infatti gli sbarchi venivano definiti «fantasma». La guardia costiera italiana trovava al massimo qualche traccia del passaggio sulla spiaggia. Secondo gli investigatori del Gico, «l'organizzazione criminale è risultata in grado di diversificare, sistematicamente, le rotte e le modalità attraverso le quali ha perfezionato i traffici illeciti, sfruttando la prossimità dell'isola di Lampedusa alle coste tunisine, la disponibilità di due pescherecci italiani dislocati sull'isola pelagica, particolarmente attivi sul tratto di mare che separa l'isola italiana dalla costa africana». Le operazioni erano ben organizzate: dalla Tunisia partiva un motopesca, il Serena, al cui comando c'era il braccio destro di Barbanera, tale Khair Eldin Farhat detto Karim, che arrivava al largo di Lampedusa, lì veniva raggiunto dai barchini che, carichi di migranti, poi finivano sulla costa. In una telefonata, intercorsa prima dell'organizzazione di un viaggio, s'intuisce anche che l'organizzazione era armata. Si sente uno dei due interlocutori dire all'altro che insieme alla benzina, ai motori e alle sigarette, avrebbero preso le «armi e tutto il resto».
E se in Tunisia la banda aveva trovato funzionari di polizia compiacenti che, a Kelibia, in cambio una mazzetta avevano falsificato addirittura i verbali di arresto di uno degli scafisti, in Italia la relazione con le forze dell'ordine era pessima. E siccome Barbanera è uno spietato, voleva far saltare in aria una caserma dell'Arma. «Faccio saltare la caserma, già sto mettendo da parte, ogni volta, uno o due chili... appena cominciano a essere 50, 100 chili, ti faccio sapere com'è... ti faccio spostare tutta la caserma a mare», diceva al telefono a un suo complice. Ma un precedente arresto fece naufragare il progetto.
Sedicenne stuprata da pachistano organizza agguato e lo fa pugnalare
Una vendetta pianificata per 11 mesi, uno stupro da vendicare con il sangue, una storia di violenza, vergogna e disagio che ieri ha portato all'arresto di tre minorenni italiani, due ragazzi e una ragazza, accusati di tentato omicidio, tentata rapina e porto abusivo di armi, e di tre pachistani di 19, 25 e 37 anni, accusati di violenza sessuale di gruppo. L'indagine dei carabinieri di Rho ha portato alla luce una vicenda da film dell'orrore, che inizia nel gennaio 2019, quando la ragazzina, al termine di una serata in discoteca, ubriaca, invita i tre pachistani a casa sua, a Novate Milanese. La giovane, di appena 16 anni, viene violentata dai tre, a turno, una esperienza che lacera il suo corpo, la sua anima, facendole perdere completamente il lume della regione. Lei, per la vergogna, tace, non racconta nulla ai suoi familiari, ma si confida invece con il suo fidanzato, anche lui minorenne. La sete di vendetta prende il sopravvento sulla razionalità, e così, per 11 lunghi mesi, i due ragazzini non riescono a togliersi dalla testa quel tarlo.
L'epilogo, il 12 novembre 2019: alle 20 un pachistano di 19 anni viene trovato dai carabinieri riverso su una panchina, nei pressi della stazione di Novate. Ha una profonda ferita da taglio al fianco, è in stato di semi incoscienza: viene trasportato all'ospedale Niguarda di Milano in fin di vita, un intervento chirurgico riesce a salvarlo. Nel parco pubblico dove è stato trovato il giovane ferito, i carabinieri scovano un coltello a serramanico sporco di sangue. Il ferito racconta di essere stato accoltellato da due ragazzini, mentre era in compagnia di una minorenne. I tre ragazzi italiani, raggiunti dalle forze dell'ordine, forniscono la loro versione dei fatti: avrebbero incontrato il pachistano per acquistare uno smartphone, ma l'uomo avrebbe tentato di molestare la ragazza e poi, nella colluttazione con i due amici che l'avevano accompagnata ed erano intervenuti per difenderla, si sarebbe ferito da solo.
Una ricostruzione confermata dai due ragazzini, che lascia assai perplessi i carabinieri, che vanno fino in fondo e accertano la verità: il pachistano è stato attirato in un tranello e accoltellato per vendicare lo stupro di 11 mesi prima. Scatta così l'operazione «All about love»: sotto il coordinamento delle Procure della Repubblica presso il tribunale ordinario e minorile di Milano, i Carabinieri di Rho ricostruiscono tutta la vicenda e fanno scattare le manette ai polsi dei tre minorenni italiani, del pachistano ferito e dei due suoi connazionali che avevamo stuprato la giovane in quella terribile notte di novembre. I tre ragazzini, oltretutto, avevano anche tentato di rubare soldi e smartphone al pachistano, per una sorta di folle «risarcimento danni». Si trovano ora tutti agli arresti domiciliari, i protagonisti di questa vicenda degna di una puntata di Storie maledette. Una catena di degrado sociale, vergogna e violenza cieca: difficile immaginare con quale stato d'animo la sedicenne violentata abbia trascorso tutto il tempo fra lo stupro subito e la sua tragica e folle azione di vendetta. Una storia che rappresenta anche un segnale di allarme da non sottovalutare: la ragazzina violentata non si è fidata delle istituzioni, non si è fidata della sua famiglia, ma ha scelto di confidarsi soltanto con il suo fidanzatino. Non ha chiesto giustizia per la violenza patita, ma ha preferito pianificare una assurda vendetta. Una scelta disperata che l'ha portata ad essere arrestata, insieme al fidanzato, all'amico, e ai tre stupratori.
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Fadhel Moncer, detto «Barbanera» come il noto pirata, capeggiava una banda italo tunisina che, per 3.000 euro a persona, portava a Lampedusa gli irregolari (oltre a sigarette di contrabbando). L'uomo, con altri arresti alle spalle, aveva 1,5 milioni.Sedicenne stuprata da pachistano organizza agguato e lo fa pugnalare. Dopo gli abusi, lei ha taciuto in famiglia ma ha pianificato la ritorsione: tutti fermati.Lo speciale contiene due articoli. Quando l'hanno arrestato l'ultima volta, nel gennaio 2019, l'avevano soprannominato Barbanera, per via della barba folta e lunga e dell'aspetto finto trasandato. Fadhel Moncer, alias Giovanni, considerato un pericoloso criminale tunisino, già arrestato nel 2012 per traffico di armi e droga tra Francia e Italia, con nel curriculum un attentato dinamitardo progettato contro una caserma dei carabinieri e un'accusa di associazione a delinquere, per il giro d'affari che è stato capace di mettere su, si è trasformato nel re dei clandestini. Grazie ai gommoni veloci e carenati della sua flotta, lungo la tratta Tunisi-Lampedusa era riuscito a mettere su uno dei traffici più imponenti di esseri umani e sigarette scoperti finora. Secondo gli investigatori della guardia di finanza, era così ben organizzato da aver anche cominciato a investire i proventi in attività economiche pulite - che gli permettevano di riciclare i proventi illeciti - tra Trapani, Agrigento e Palermo. Nel ristorante Bellavista di Mazara del Vallo, provincia di Trapani, sul lungomare Giuseppe Mazzini aveva creato la sua base operativa. E da lì Barbanera progettava i viaggi illeciti per migranti «vip», al costo di 3.000 euro a cranio. Se insieme agli extracomunitari la sua ciurma riusciva anche a caricare tonnellate di tabacchi di contrabbando, il viaggio diventava un doppio affare. Le Royal blu, le Royal rosse, le Time e le Silver, per mesi hanno invaso il mercato di Ballarò a Palermo, dove era considerato uno dei fornitori più accreditati. Come tutti i pirati, anche Barbanera - hanno scoperto gli investigatori - aveva il suo tesoro. In poco tempo Moncer e i suoi uomini (alcuni dei quali, si ipotizza, fungevano da prestanome) hanno messo le mani su un cantiere nautico, un'azienda agricola, su diversi immobili (tra cui una casa bunker), automezzi e pescherecci. Alcuni beni sono stati sequestrati. Valore complessivo: oltre 1,5 milioni di euro fra un immobile, due aziende e terreni a Marsala e Mazara del Vallo, un'auto e disponibilità finanziarie. Gli accertamenti economico patrimoniali avrebbero evidenziato una significativa sproporzione tra i redditi dichiarati e gli investimenti effettuati nel tempo da Fadhel Moncer. Il ristorante, insomma, per quanto ben avviato, da solo non sarebbe riuscito a permettere a Moncer il tenore di vita che dimostrava. «Grazie ai Decreti sicurezza», ha commentato il leader del Carroccio Matteo Salvini, «ci sono strumenti in più per contrastare il traffico di esseri umani, siamo pronti a tutto per impedire al governo di cancellarli». Ma non ci sono solo gli accertamenti patrimoniali. L'indagine giudiziaria ha accertato che agli irregolari fatti entrare in Italia l'organizzazione garantiva la possibilità di un contratto di lavoro fittizio, anche di tipo stagionale. E così il permesso di soggiorno era assicurato. Ad aiutare Barbanera c'erano anche sette italiani, che gestivano con lui il trasporto di sigarette di contrabbando. Anche loro sono imputati nel processo che è in corso.L'altra base operativa era in Tunisia, a Chebba. Da lì i complici di Barbanera organizzavano le partenze, indicavano le rotte sicure e indirizzavano gli sbarchi sui tratti di costa più tranquilli, per garantire una veloce dispersione sul territorio italiano dei clandestini appena sbarcati. E infatti gli sbarchi venivano definiti «fantasma». La guardia costiera italiana trovava al massimo qualche traccia del passaggio sulla spiaggia. Secondo gli investigatori del Gico, «l'organizzazione criminale è risultata in grado di diversificare, sistematicamente, le rotte e le modalità attraverso le quali ha perfezionato i traffici illeciti, sfruttando la prossimità dell'isola di Lampedusa alle coste tunisine, la disponibilità di due pescherecci italiani dislocati sull'isola pelagica, particolarmente attivi sul tratto di mare che separa l'isola italiana dalla costa africana». Le operazioni erano ben organizzate: dalla Tunisia partiva un motopesca, il Serena, al cui comando c'era il braccio destro di Barbanera, tale Khair Eldin Farhat detto Karim, che arrivava al largo di Lampedusa, lì veniva raggiunto dai barchini che, carichi di migranti, poi finivano sulla costa. In una telefonata, intercorsa prima dell'organizzazione di un viaggio, s'intuisce anche che l'organizzazione era armata. Si sente uno dei due interlocutori dire all'altro che insieme alla benzina, ai motori e alle sigarette, avrebbero preso le «armi e tutto il resto». E se in Tunisia la banda aveva trovato funzionari di polizia compiacenti che, a Kelibia, in cambio una mazzetta avevano falsificato addirittura i verbali di arresto di uno degli scafisti, in Italia la relazione con le forze dell'ordine era pessima. E siccome Barbanera è uno spietato, voleva far saltare in aria una caserma dell'Arma. «Faccio saltare la caserma, già sto mettendo da parte, ogni volta, uno o due chili... appena cominciano a essere 50, 100 chili, ti faccio sapere com'è... ti faccio spostare tutta la caserma a mare», diceva al telefono a un suo complice. 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L'indagine dei carabinieri di Rho ha portato alla luce una vicenda da film dell'orrore, che inizia nel gennaio 2019, quando la ragazzina, al termine di una serata in discoteca, ubriaca, invita i tre pachistani a casa sua, a Novate Milanese. La giovane, di appena 16 anni, viene violentata dai tre, a turno, una esperienza che lacera il suo corpo, la sua anima, facendole perdere completamente il lume della regione. Lei, per la vergogna, tace, non racconta nulla ai suoi familiari, ma si confida invece con il suo fidanzato, anche lui minorenne. La sete di vendetta prende il sopravvento sulla razionalità, e così, per 11 lunghi mesi, i due ragazzini non riescono a togliersi dalla testa quel tarlo. L'epilogo, il 12 novembre 2019: alle 20 un pachistano di 19 anni viene trovato dai carabinieri riverso su una panchina, nei pressi della stazione di Novate. Ha una profonda ferita da taglio al fianco, è in stato di semi incoscienza: viene trasportato all'ospedale Niguarda di Milano in fin di vita, un intervento chirurgico riesce a salvarlo. Nel parco pubblico dove è stato trovato il giovane ferito, i carabinieri scovano un coltello a serramanico sporco di sangue. Il ferito racconta di essere stato accoltellato da due ragazzini, mentre era in compagnia di una minorenne. I tre ragazzi italiani, raggiunti dalle forze dell'ordine, forniscono la loro versione dei fatti: avrebbero incontrato il pachistano per acquistare uno smartphone, ma l'uomo avrebbe tentato di molestare la ragazza e poi, nella colluttazione con i due amici che l'avevano accompagnata ed erano intervenuti per difenderla, si sarebbe ferito da solo. Una ricostruzione confermata dai due ragazzini, che lascia assai perplessi i carabinieri, che vanno fino in fondo e accertano la verità: il pachistano è stato attirato in un tranello e accoltellato per vendicare lo stupro di 11 mesi prima. Scatta così l'operazione «All about love»: sotto il coordinamento delle Procure della Repubblica presso il tribunale ordinario e minorile di Milano, i Carabinieri di Rho ricostruiscono tutta la vicenda e fanno scattare le manette ai polsi dei tre minorenni italiani, del pachistano ferito e dei due suoi connazionali che avevamo stuprato la giovane in quella terribile notte di novembre. I tre ragazzini, oltretutto, avevano anche tentato di rubare soldi e smartphone al pachistano, per una sorta di folle «risarcimento danni». Si trovano ora tutti agli arresti domiciliari, i protagonisti di questa vicenda degna di una puntata di Storie maledette. Una catena di degrado sociale, vergogna e violenza cieca: difficile immaginare con quale stato d'animo la sedicenne violentata abbia trascorso tutto il tempo fra lo stupro subito e la sua tragica e folle azione di vendetta. Una storia che rappresenta anche un segnale di allarme da non sottovalutare: la ragazzina violentata non si è fidata delle istituzioni, non si è fidata della sua famiglia, ma ha scelto di confidarsi soltanto con il suo fidanzatino. Non ha chiesto giustizia per la violenza patita, ma ha preferito pianificare una assurda vendetta. Una scelta disperata che l'ha portata ad essere arrestata, insieme al fidanzato, all'amico, e ai tre stupratori.
Ansa
Al momento, viene precisato, non è stato aperto alcun procedimento formale. Il passaggio resta tuttavia politicamente e finanziariamente rilevante, perché si inserisce in un confronto ormai apertissimo tra le due banche, con accuse incrociate sulla correttezza delle informazioni diffuse al mercato.
La tensione era già salita venerdì, quando era emerso che il Consiglio di fabbrica di Commerzbank aveva incaricato il proprio presidente di presentare una denuncia per presunta manipolazione del mercato. Il nodo riguarda la rappresentazione della partecipazione di Unicredit e, in particolare, il peso delle azioni effettivamente detenute rispetto alle posizioni costruite tramite strumenti derivati. Commerzbank sostiene che il mercato possa essere stato indotto in errore sulla reale consistenza della quota in mano alla banca italiana. Unicredit respinge invece ogni contestazione e rivendica la correttezza delle comunicazioni effettuate.
L’amministratrice delegata di Commerzbank, Bettina Orlopp, è tornata a difendere la posizione dell’istituto tedesco, replicando direttamente alle dichiarazioni arrivate da Piazza Gae Aulenti. «Non abbiamo fatto nulla di fuorviante, abbiamo semplicemente presentato i fatti con diligenza», ha affermato la manager, definendo il comunicato di Unicredit «leggermente irritante».
Unicredit, dal canto suo, ha deciso di passare al contrattacco. Dopo giorni di rilievi e insinuazioni provenienti dalla banca tedesca, l’istituto guidato da Andrea Orcel ha coinvolto a sua volta la Bafin, chiedendo di valutare se siano state assunte iniziative idonee a compromettere la regolarità e l’integrità del processo di offerta. La banca italiana si è inoltre riservata di ricorrere a tutti gli strumenti disponibili per tutelare la propria posizione.
Nel merito, Unicredit ribadisce di aver utilizzato i modelli informativi previsti dalla normativa vigente e di aver comunicato correttamente al mercato le informazioni relative all’offerta. La banca sottolinea inoltre che l’obiettivo minimo dell’Ops è già stato raggiunto, con il superamento della soglia del 30% del capitale. È un passaggio non secondario: alla luce della quota detenuta e delle adesioni già raccolte, Unicredit potrebbe esercitare in prospettiva un’influenza significativa su Commerzbank, con effetti potenziali sulla governance e sulle future scelte manageriali dell’istituto tedesco.
Il confronto si gioca anche sulla lettura del comportamento dei fondi istituzionali. Commerzbank ha evidenziato che, tra i soggetti che hanno aderito finora, figurerebbero soprattutto banche d’affari e non grandi investitori istituzionali. I principali fondi, dal canto loro, tendono spesso a decidere nelle ultime fasi delle operazioni, quando il quadro informativo è più completo e quando è chiaro se l’offerente intenda o meno migliorare i termini dell’offerta.
Al momento, il mercato attende anzitutto di capire se Unicredit presenterà un rilancio. In realtà, non emergerebbero segnali concreti in questa direzione e l’ipotesi prevalente resta quella di un mancato aumento dei termini. Una volta sciolto questo nodo, potrebbero arrivare le decisioni definitive dei principali investitori istituzionali.
In tutto questo sono salite ancora leggermente le adesioni all’Ops di Unicredit su Commerzbank, dall’11,86% comunicato venerdì all’11,91% di ieri. Con il 26,77% già in possesso, il gruppo di Piazza Gae Aulenti arriva a detenere in azioni il 38,68% dell’istituto tedesco, secondo quanto emerge dalle comunicazioni obbligatorie sui risultati parziali dell’offerta la cui prima parte si chiude alla mezzanotte di oggi. Continua a rimanere invariata la parte in derivati (che sono solo a regolamento in contanti e quindi non prevedono la consegna di ulteriori azioni) che è al 13,19%. Così come è immutato il 3,22% in strumenti. L’esposizione potenziale è dunque del 55,09%.
Il titolo del secondo gruppo bancario italiano ha fermato ieri la sua corsa a Piazza Affari a 74,57 euro, in aumento dell’1,73%.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 16 giugno con Carlo Cambi
Roberto Vannacci (Ansa)
Come il nostro giornale va ripetendo da qualche tempo, per il centrodestra un pungolo come quello di Futuro nazionale non può che essere salutare. A un anno dalle elezioni politiche, infatti, la maggioranza, che forse si stava un po’ adagiando sulla assenza di avversari credibili, ora si trova a fare i conti con un probabile, o quantomeno possibile, alleato che però ha la libertà di ricordare al centrodestra che alcuni degli impegni elettorali non sono stati pienamente mantenuti che sia per colpa dei vincoli europei, dei magistrati, delle crisi internazionali o delle congiunture astrali. Vannacci attua un pressing alto sul governo, che può rispondere in due modi: lanciare la palla più lontano possibile (tattica ch, però, serve solo a prendere tempo) o costruire gioco con impegno, precisione e determinazione, per vincere la partita. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, come abbiamo scritto ieri, ha scelto questa seconda strada, promettendo, per il 2026, il «superamento della soglia simbolo dei 10.000 rimpatri, che non è mai avvenuto in Italia», aggiungendo di aver già «dato mandato» agli uffici di lavorare al traguardo, poiché «in questo quadriennio abbiamo accresciuto il numero» delle espulsioni di stranieri irregolari. Lo stesso Piantedosi ha aggiunto che ci saranno difficoltà dovute a ricorsi e cavilli, ma insomma: il messaggio di Vannacci sul piano della lotta alla immigrazione clandestina sembra essere stato recepito come stimolo, in positivo.
Ieri, altra conferma, arrivata stavolta da Antonio Tajani, vicepremier, ministro degli Esteri e soprattutto leader di Forza Italia, bersaglio polemico preferito del generale e della sua «sporca dozzina». Mentre i suoi avversari interni, come ad esempio Roberto Occhiuto, rilasciano interviste al vetriolo contro il generale, Tajani, che sa bene che un accordo con Vannacci è quasi indispensabile, va sul concreto: «Io mi occupo», risponde il leader di Fi all’ennesima domanda su Futuro nazionale, «non mi preoccupo, mi occupo di quello che devo fare. Quindi, non ho mai problemi, cerco di fare tutto ciò che serve e dare risposte ai cittadini. Se il centrodestra sarà in grado di dare risposte concrete, come stiamo facendo, perché i dati dell’export dimostrano che il governo sta lavorando bene, sta sostenendo il mondo delle imprese. Questi sono risultati che sono convinto che gli italiani premieranno. Il resto sono chiacchiere, sono un po’ un teatrino della politica. Io credo che sia questo quello che noi dobbiamo fare: dare risposte concrete ai cittadini italiani, questo governo lo sta facendo e vogliamo farlo sempre di più».
Traduzione: Vannacci non è la malattia ma il sintomo, se cresce nei consensi attirando gli elettori delusi dal governo centrodestra, deve essere il governo di centrodestra a recuperare questi elettori, attraverso i fatti. Del resto, mentre chi non ha ruoli di governo o alte responsabilità di partito fa ragionamenti sui massimi sistemi, chi è impegnato ogni giorno su problemi concreti non considera Vannacci un avversario del centrodestra. È il caso del ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, pure lui di Forza Italia, che non solo condivide con il generale l’esigenza di puntare sul nucleare di ultima generazione, ma in una intervista alla Verità fa sfoggio di sano realismo rispondendo a una domanda sull’eventuale accordo con Fn: «Le alleanze politiche tra partiti si fanno su programmi e posizioni condivise. Al momento», risponde Pichetto Fratin, «mi sembra che siamo ancora lontani da questa valutazione, ma manca ancora un anno. Non escludo nulla: quando si costruisce un programma di governo bisogna essere concreti, e le posizioni che si leggono sui manifesti tendono ad ammorbidirsi».
Dunque, Vannacci pungola il centrodestra, ma quello che nessuno di noi poteva aspettarsi è che pungolasse pure il centrosinistra. Incredibile ma vero, nel Pd c’è chi si dissocia dagli insulti al grido di «Fascista!» e invita i suoi compagni di partito a darsi una sveglia commentando il fenomeno-generale. Trattasi di Stefano Bonaccini, sconfitto da Elly Schlein alle primarie per la segreteria del Pd, alleatosi prontamente con la sua avversaria e diventato presidente del partito: «Con l’antifascismo», dice Bonaccini a La Stampa, «non abbiamo sconfitto Giorgia Meloni, né basterà a sconfiggere Vannacci. Il Paese è alle soglie della recessione, le bollette energetiche e il caro carburante erodono il potere d’acquisto delle famiglie e colpiscono le imprese: l’estrema destra si nutre di questo malessere e lo trasforma in rancore militante. Il nostro compito è offrire risposte concrete, non fare liste di proscrizione. Sottovalutare la destra», aggiunge Bonaccini, «va evitato come la peste: non vinceremo solo per il fallimento del governo Meloni. In questo considero Vannacci davvero un campanello per tutti».
Futuro nazionale, intanto, incassa il pareggio con la Lega nei sondaggi (5,3% per entrambi i partiti secondo Swg per il Tg di La7) e Vannacci pubblica un video da Bruxelles: «Remigrazione! Grazie anche al mio voto in commissione Libe del Parlamento europeo», dice il generale, «abbiamo approvato il nuovo regolamento per il rimpatrio degli immigrati illegali. La remigrazione inizia anche da Bruxelles». Gli applausi in sottofondo ovviamente non sono per lui, ma l’effetto, occorre riconoscerlo, è scenicamente notevole.
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Il portiere di Capo Verde, Vozinha, sventola la bandiera nazionale dopo lo 0-0 contro la Spagna (Ansa)
D’accordo, non sarà il Mondiale più bello di sempre e nemmeno quello più semplice da raccontare. Le polemiche sul format allargato, le partite sbilanciate sulla carta e un’organizzazione che continua a far discutere fanno da cornice a una competizione che molti osservano con diffidenza. Eppure, quando il pallone inizia a rotolare, il torneo trova sempre il modo di produrre storie che sfuggono a qualsiasi schema.
Ieri, in una giornata in cui ogni pronostico è saltato e nazionali più quotate han dovuto fare i conti con l'organizzazione e la vivacità di vere e proprie cenerentole, è successo ancora. La Spagna campione d’Europa si è fermata sullo 0-0 contro Capo Verde, alla prima partita della sua storia ai Mondiali. E a prendersi la scena è stato Vozinha. Il portiere della nazionale capoverdiana ha chiuso la serata più importante della sua carriera con sette parate, il premio di migliore in campo e le lacrime agli occhi. Josimar José Évora Dias, questo il suo nome completo, è diventato il simbolo dell'impresa di Capo Verde contro la Spagna. Anche il suo nome racchiude un piccolo pezzo di storia del calcio: il padre avrebbe voluto chiamarlo Valdano, in omaggio all'argentino Jorge Valdano, ma le autorità di Capo Verde non approvarono la scelta. Alla fine divenne Josimar, come il difensore brasiliano che si mise in luce ai Mondiali del 1986, l'anno della sua nascita.
A quarant'anni, al debutto assoluto del suo Paese in un Mondiale, è riuscito a mantenere la porta inviolata contro i campioni d'Europa in carica, diventando il portiere più anziano di sempre a riuscirci all'esordio nella competizione. Al fischio finale, mentre sventolava la bandiera di Capo Verde, il quarantenne non è riuscito a trattenere la commozione. «Ho pianto perché pensavo ai miei nonni: mi hanno cresciuto ma sono mancati qualche anno fa», ha spiegato. Nemmeno sua madre era sugli spalti di Atlanta: problemi legati al visto le hanno impedito di raggiungere gli Stati Uniti. «Nemmeno da bambino ho mai sognato un momento del genere. Ora posso dire che ne è valsa la pena», ha aggiunto l'eroe degli Squali Blu. Se il campo lo ha consacrato a sorpresa tra i protagonisti del torneo, i social hanno fatto il resto. Prima del fischio d'inizio Vozinha aveva circa 50.000 follower su Instagram; poche ore dopo il pareggio contro la Spagna aveva già superato quota 2,5 milioni. Una crescita vertiginosa che racconta meglio di tante parole l'impatto avuto dalla sua prestazione.
Ma quella di Capo Verde è una storia collettiva. In difesa, ad esempio, si è distinto Roberto Pico Lopes, autore di un salvataggio decisivo nel finale su Oyarzabal. Nato a Dublino da madre irlandese e padre capoverdiano, il centrale dello Shamrock Rovers deve la propria avventura internazionale a LinkedIn. Nel 2019 ricevette un messaggio in portoghese dall'allora commissario tecnico Rui Águas. Lo ignorò per mesi, convinto che si trattasse di spam. Solo dopo un secondo tentativo decise di tradurlo con Google Translate, scoprendo che Capo Verde stava cercando giocatori con origini nel Paese. Accettò senza esitazione. Sei anni dopo si è ritrovato a fermare l'attacco della Spagna in una partita destinata a entrare nella storia del calcio capoverdiano.
Perché se il risultato più clamoroso della giornata è arrivato da Atlanta, le sorprese non sono finite lì. A Seattle, il Belgio ha evitato la sconfitta soltanto grazie all'ingresso di Romelu Lukaku. I Diavoli Rossi allenati da Rudi Garcia erano andati sotto nel primo tempo per effetto della rete di Ashour, servito dall'intramontabile Mohamed Salah nel giorno del suo trentaquattresimo compleanno. Poi il palo colpito da De Bruyne su punizione e, al 66', la svolta: Lukaku entra in campo e dieci secondi dopo propizia l'autogol di Hany che vale l'1-1 finale. Ha dovuto rincorrere anche l'Uruguay di Marcelo Bielsa, fermato sull'1-1 dall'Arabia Saudita a Miami. Dopo il vantaggio saudita firmato da Al Amri, la Celeste ha sbattuto a più riprese contro Mohammed Al Owais, già protagonista nella storica vittoria contro l'Argentina ai Mondiali del Qatar. Il portiere saudita ha tenuto in piedi i suoi con una serie di interventi decisivi, arrendendosi soltanto nel finale alla rete del pareggio di Araujo. La nazionale sudamericana, dopo anni in cui si è goduta centravanti come Diego Forlan, Luis Suarez ed Edinson Cavani, paga come non mai l'assenza di un vero bomber. Darwin Nunez, dopo quella stagione brillante al Benfica e il passaggio milionario al Liverpool si è letteralmente perso e il passaggio nel campionato saudita non lo ha di certo aiutato.
Tra la serata e la notte italiana toccherà esordire ad alcune delle favorite per il titolo. Alle 21 sarà il momento della Francia di Kylian Mbappé contro il Senegal. A mezzanotte debutterà la Norvegia di Erling Haaland contro l'Iraq. Infine, alle 3 del mattino, entreranno in scena i campioni del mondo in carica dell'Argentina, guidati ancora una volta da Lionel Messi, attesi dalla sfida contro l'Algeria. Dopo quanto visto nelle ultime ventiquattr'ore, però, una certezza sembra essere venuta meno: ai Mondiali, almeno per una sera, nessuno è davvero imbattibile.
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