
Più migranti per tutti, più Ong per tutti, più favole per tutti. Parafrasando una serie di spot impressionisti dell'epoca d'oro di Cetto La Qualunque, la campagna elettorale del Pd è cominciata con messaggi calibrati e profondi che prefigurano gli obiettivi e hanno un denominatore comune: non si occupano degli italiani. O meglio bypassano con distratto disprezzo i problemi dei cittadini alle prese con la quotidianità: sicurezza, lavoro, ripresa economica, gestione dei flussi migratori, futuro delle giovani generazioni, strangolamento fiscale. Banalità, sembra dire dai manifesti Nicola Zingaretti, al quale le recenti sconfitte «hanno imparato» poco.
Con una sorprendente coazione a ripetere la sinistra italiana preferisce dedicarsi quasi completamente a migranti e Ong, veri punti di forza della campagna per conquistare Bruxelles pur sapendo che i sondaggi su questi temi sono devastanti e gli elettori vorrebbero girare alla larga dagli slogan cari a Roberto Saviano, Michela Murgia e Gad Lerner. Per comprendere l'arcano basta dedicare qualche minuto ai manifesti del Pd che tappezzano le città italiane, con i loro segnali subliminali fin troppo evidenti. «Investiamo nella scuola, non nella paura» (dei clandestini). «Costruiamo speranze, non muri» (per i migranti). «Creiamo lavoro, non odio» (per gli stranieri). È un'ossessione, uno sbilanciamento sospetto, come se le ragioni degli italiani fossero un pretesto per parlare d'altro.
In queste scelte non c'è solo autolesionismo. Evidentemente il Pd non può smarcarsi dai suoi sostenitori oltre le Alpi, da quell'internazionale progressista che spinge per i porti aperti, gli hotspot pieni e nuovi plotoni di disperati (le famose «risorse») a ingrossare le periferie degradate. Ce ne sono 800.000 pronti in Libia, perché non farli arrivare tutti? Senza la tratta di esseri umani, sia le Ong vicine ai centri sociali, sia gli armatori affaristi, sia le cooperative che costituiscono il portafoglio di voti del partito non avrebbero ragione di esistere. Mai come in questo caso gli ideali coincidono con gli affari: i provvedimenti di Matteo Salvini hanno ridotto del 93% i flussi, una vera sciagura, niente più bandi, sovrastrutture, guadagni. Bisogna rimediare. La lezione istituzionale di Marco Minniti quando era ministro non è servita a niente.
Le ragioni del profugo, dello straniero sono in cima alla lista delle priorità, oscurano tutto il resto. A tal punto che il nuovo segretario del Pd, quando è sollecitato a snocciolare i suoi programmi, parte sempre dallo ius soli. Sarà la battaglia d'autunno, la conferma di un riposizionamento forte su un tema sociale di retroguardia sul quale costruire una prima alleanza con il Movimento 5 stelle dell'ala di Roberto Fico, prove tecniche di inciucio. La spinta esterofila in favore dell'euroburocrazia rigorista è confermata da alcune candidature, soprattutto quella di Beatrice Covassi, che da rappresentante dell'Unione europea a Roma è diventata in automatico una perfetta candidata piddina.
Dalle ragioni di Jean-Claude Juncker a quelle di Antonio Gramsci c'è un mondo, c'è l'intera storia della sinistra europea che combattè per i diritti dei lavoratori, contro le disuguaglianze e quindi le élite che tirano i fili dai Palazzi di vetro. Che ci faccio io qui? Ce lo chiediamo tutti, anche perché finora la signora si è distinta con due frasi imperdibili: «L'Europa è un bel posto per vivere» e «La Ue è come un amministratore di condominio». Candidata nell'Italia centrale, la Covassi ha ottime possibilità di venire eletta; in suo favore ha già fatto endorsement la potente Comunità di Sant'Egidio che guarda al tema migranti con enorme interesse. La signora si è precipitata a rassicurare i potenziali sponsor con l'imperativo: «Riapriremo i porti», adombrando decisioni che potrebbero aumentare il deficit di sovranità nazionale già al lumicino.
E poi c'è Greta Thunberg. Poteva il Pd lasciarsi scappare il giovane simbolo scandinavo del riscaldamento globale con la tessera ad honorem della Cgil per titillare la voglia di bontà planetaria degli elettori dei centri storici? Certo che no, tutto molto pittoresco. La ragazzina che istiga allo sciopero permanente in attesa della fine del mondo (il 21 giugno 2030, mattina o pomeriggio?) è una testimonial naturale della gauche a piedi nudi nel parco, come lo erano Naomi Klein e Al Gore prima di scomparire con la cassa. Ma Zingaretti non ha potuto fare a meno di farsi fotografare mentre ride anche davanti alle lacrime della Terra. Slogan: «L'Europa che salva il pianeta, zero emissioni di Co2».
Il manifesto è stato ritirato in fretta perché nello slancio ideale nessuno si è accorto che «Co» con la vocale minuscola non è il simbolo dell'anidride carbonica che crea l'effetto serra ma del cobalto, elemento ferromagnetico molto duro, usato per le turbine degli aerei. Della serie, i competenti salveranno il mondo. Il Web si è scatenato con manifestazioni di ironia nei confronti di chi non ha pietà per i congiuntivi degli altri. E qualcuno ha consigliato i creativi del Pd di «lasciar perdere la chimica che è una cosa seria».
Ma è già pronta la controffensiva: sui giornaloni il partito ha comprato pagine di pubblicità con la foto del pianeta e lo slogan: «Una, o nessuno, Se non salviamo la Terra, i nostri figli non avranno un posto in cui vivere».
La gioiosa macchina da guerra è partita alla conquista di Bruxelles. Senza Matteo Renzi nel motore (lui è più concentrato sulle querele a cantanti e cuochi) ma con frecce al cobalto nella faretra, come i migranti, le Ong, la lunga mano di Juncker a Roma, lo ius soli e la meravigliosa Europa dei burocrati al 3%. Uno scenario spettacolare. All'orizzonte non c'è più il sol dell'avvenire, ma un gommone. Con Luca Casarini al timone.





