
Nessun coinvolgimento del premier, Giorgia Meloni, nel licenziamento della direttrice musicale Beatrice Venezi dal Teatro La Fenice di Venezia. La narrazione secondo la quale dopo la sconfitta referendaria il presidente del Consiglio avrebbe adottato la linea dura del «chi sbaglia paga», non è piaciuta alla stessa Meloni, che ieri ha contestato la ricostruzione del Corriere della Sera sul suo ipotetico intervento nel licenziamento.
Infatti, il giorno dopo la nota della Fondazione La Fenice, presieduta dal sindaco veneziano Luigi Brugnaro, che tramite il sovrintendente Nicola Colabianchi, ha fatto sapere di aver deciso di «annullare tutte le collaborazioni future con Beatrice Venezi a seguito delle reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche della maestra, offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione e della sua orchestra», Palazzo Chigi smentisce il quotidiano di Via Solferino secondo il quale governo e Fratelli d’Italia avrebbero «scaricato» il Maestro lucchese e sarebbe stata la stessa Meloni a dare l’ok finale a una «scelta inevitabile» perché la Venezi era «ormai indifendibile».
Una ricostruzione «priva di fondamento», secondo la nota di Palazzo Chigi, a cui si aggiunge la conferma del ministro della Cultura, Alessandro Giuli: «Il licenziamento è stata una libera e autonoma scelta del sovrintendente Colabianchi. Si tratta a tutti gli effetti di un atto insindacabile, pur condiviso appieno dal ministro, sul quale il governo non avrebbe potuto avere e in generale non intende avere alcuna facoltà di condizionamento».
In effetti il rapporto tra la direttrice e la Fenice non era mai decollato ed è finito tra gli applausi e le grida di giubilo dentro e fuori il teatro di pubblico e orchestrali che, per la verità, hanno dato un indegno spettacolo. La «direttrice sgradita», considerata un simbolo culturale del melonismo, chiude così la sua fulminea collaborazione: nominata a settembre 2025 doveva entrare in carica come direttrice musicale stabile, per quattro anni, il prossimo prima ottobre e invece, domenica, la revoca.
Nella serata di ieri, la Venezi ha diffuso una nota: «Prendo atto della dichiarazione del sovrintendente Colabianchi e della decisione della Fondazione Teatro La Fenice, che andrà comunque chiarita nelle motivazioni e a cui si dovrà rispondere in modo opportuno», sottolineando di aver appreso dall’Ansa la decisione dell’annullamento delle sue future collaborazioni. Una fine provocata dall’intervista al quotidiano argentino La Nación, nella quale Venezi ha accusato l’orchestra di nepotismo: «Non vengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra nella quale i posti si passano praticamente di padre in figlio». L’accusa non è piaciuta agli addetti ai lavori e ha messo così fine a una nomina, per le maestranze del teatro, avvenuta con «modalità poco trasparenti» e un curriculum «non comparabile» a quello dei precedenti direttori musicali.
Nel corso degli ultimi mesi sono state tante le proteste contro la sua nomina, molte delle quali anche ingiustificate e basate probabilmente sulla sua simpatia politica verso la destra. E così la tensione è cresciuta progressivamente, passando da scioperi, cortei, volantinaggi, spillette anti Venezi indossate da orchestrali e pubblico, fino alla richiesta di dimissioni del sovrintendente. Un clima che ha reso sempre più evidente la frattura tra le parti. Soddisfatta la Rsu della Fondazione: «Si tratta di un atto doveroso nei confronti di un’istituzione d’eccellenza e delle sue maestranze, le cui professionalità sono state oggetto di dichiarazioni pubbliche gravi, infondate e lesive della dignità del lavoro».
«Tagliare Venezi mi è costato, ovviamente, perché non era previsto. Ha fatto dichiarazioni lesive della dignità dell’istituzione. Questo non era più tollerabile e ha determinato una decisione definitiva», ha spiegato il sovrintendente. Sul nuovo direttore musicale Colabianchi prende tempo: «Non è una figura obbligatoria, non è urgente procedere a questa nomina. Abbiamo tempo, troveremo la soluzione più opportuna». Ricerca non facilissima e tempi stretti che non aiutano, visto che i sindacati dopo Venezi non recedono dalla richiesta di dimissioni del sovrintendente.
Sulle offese però la bacchetta toscana non è d’accordo: «Mai sono mancata e mai mancherò di rispetto ai lavoratori di nessun teatro, a differenza di quanto invece ho ricevuto dai lavoratori della Fenice negli ultimi otto mesi, che mi hanno costantemente e sistematicamente diffamata, calunniata, offesa e bullizzata, sui social, giornali, tv, in Italia e in tutto il mondo, con l’intento dichiarato di danneggiare la mia immagine professionale e conseguentemente la mia carriera», spiega. «In Italia essere giovane è un handicap e poi donna un aggravante. Il mio è il successo di una ragazza di provincia che si è fatta da sola. E questo non piace alla Casta».






