Siamo alla commedia dell’assurdo: Bruxelles non solo non vuole che si sfori il patto del 3%, ma punta addirittura a introdurre tasse europee dell’ordine di 60 miliardi l’anno. Se un uomo venisse dalla Luna e gli spiegassimo cosa sta accadendo nella Ue, ci prenderebbe per matti. Purtroppo è tutto vero. Che poi 60 miliardi l’anno di cosiddette «entrate proprie» fanno a spanne circa 8 miliardi di balzelli per il nostro Paese, a spanne 300 euro a famiglia. Aggiuntivi ovviamente a quelli tricolore. E gli effetti della guerra? E la crisi energetica? E il Pil dell’eurozona che cresce un quarto rispetto a quello americano? E l’invasione cinese?
Si parla spesso di rilanciare la competitività europea, ma con questa trovata partorita dal Parlamento dell’Unione si affosserebbe la competitività. Altro che rilancio. Altro che obiettivi al 2035 o 2050: di questo passo non si arriva nemmeno al 2027. Figuriamoci al 2028, anno in cui entrerà in vigore il nuovo bilancio europeo. È questo il progetto suicida di cui si discute in queste ore al Parlamento europeo. Andiamo con ordine.
A luglio dello scorso anno la Commissione europea ha presentato la sua proposta per il Quadro finanziario pluriennale (Qfp), prevedendo già un aumento considerevole di risorse, circa 700 miliardi di euro in più, rispetto al quadro attuale. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha definito l’entità «irragionevole» in un momento in cui gli Stati membri stanno riducendo le spese. Ursula von der Leyen allora ha fatto sapere agli Stati: non volete inviare a Bruxelles maggiori contributi? Allora sarà inevitabile introdurre nuove entrate. Proprio intervenendo dopo l’ultimo vertice informale Ue a Cipro, la presidente della Commissione ha sottolineato la necessità di ripagare i prestiti contratti durante la pandemia nell’ambito del programma NextGenerationEu, di incrementare gli investimenti in settori quali la competitività, la difesa e l’energia e di preservare i finanziamenti per l’agricoltura e la coesione.
Come? «C’è una sola soluzione. Nuove risorse proprie sono indispensabili. Senza di esse, la scelta è netta: maggiori contributi nazionali o minore capacità di spesa. [...] Ciò significherebbe meno Europa proprio dove l’Europa ha bisogno di fare di più». C’è da aver paura a sentire certe frasi. Ma il Parlamento vuole spingersi ancora oltre. La commissione bilancio chiede un aumento del 10% rispetto alla proposta della Commissione, senza però incrementare i contributi nazionali diretti. Infatti al punto 13 della «Proposta di risoluzione del Parlamento europeo» che sarà votata tra oggi e domani si legge: servono «entrate sostenibili, prevedibili e resilienti per il bilancio dell’Ue [...] che dovrebbero corrispondere al versante delle spese nonché alle priorità strategiche e alle esigenze di finanziamento individuate dell’Ue».
E ancora: si chiede un «fermo impegno del Parlamento a introdurre nuove risorse proprie, non solo per il rimborso del debito» legato ai Pnrr, «ma anche per finanziare le maggiori ambizioni politiche dell’Unione». Per tanto si «invita il Consiglio a sbloccare la situazione di stallo registrata dal 2020 in relazione a un paniere di nuove risorse proprie autentiche, per giungere a un livello di entrate di almeno 60 miliardi di euro all’anno».
Quali sarebbero queste nuove tasse? Si inizia con le entrate derivanti dal sistema di scambio di quote di emissione (Ets) della Ue, compresa la sua estensione agli edifici e ai trasporti a partire dal 2027. L’Italia vorrebbe abolire l’Ets, A Bruxelles invece vogliono tenerlo per spartirsi i soldi. Così come puntano a tenere una buona detta degli introiti derivanti dal Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere: stiamo parlando del famoso Cbam, tanto odiato dalle nostre aziende, che di fatto è una tassa sul carbonio applicata alle importazioni che rischia di innescare tensioni commerciali. Terzo balzello: una tassa sulle imprese, nota come Core, in sostanza un onere annuale fisso sulle grandi aziende che operano nella Ue. Quarta gabella: una parte delle entrate nazionali derivanti dalle accise sul tabacco. Infine: una tassa sui rifiuti elettronici che mira ad allineare gli incentivi ambientali con la generazione di entrate.
E se la risoluzione non passasse? Punto 123: il Consiglio europeo «colmi la conseguente lacuna aumentando le aliquote di prelievo per altre fonti o sostituendole con un’altra fonte [...] le entrate potrebbero essere generate, tra l’altro, da un prelievo sui servizi digitali mirato alle principali piattaforme, da un prelievo sui servizi di gioco d’azzardo e scommesse online» e «da un prelievo sulle plusvalenze delle cripto-attività».
Che poi c’è un aspetto, come spiega alla Verità Paolo Borchia, capodelegazione della Lega al Parlamento europeo. «L’Italia versa più di quanto riceve dall’Unione: il nostro Paese è un contributore netto al bilancio. La parte di denaro che ci ritorna è sottoposto a vincoli: diamo, riceviamo una parte che dobbiamo spendere come ci dice Bruxelles. Già l’impianto di base non è esaltante», prosegue Borchia, «se iniziamo a guardare in quanti rivoli vengono sprecati i nostri soldi c’è da star male. Anziché parlare di aumenti di bilancio, sarebbe il caso di iniziare a spendere meno e meglio», conclude il capodelegazione leghista al Parlamento europeo, «senza avere l’illusione di poter arrivare ovunque: ogni ritocco verso l’alto, corrisponde a più soldi che dobbiamo versare nel calderone di Bruxelles».




