True
2020-06-30
Piovono le euroballe dei tifosi della Troika per convincere il M5s a digerire il Salvastati
Nicola Zingaretti (Ansa)
L'offensiva mediatica del fine settimana, prolungatasi fino a ieri, sull'eventuale richiesta da parte dell'Italia del prestito al Mes, ci costringe a tornare su temi che credevamo ormai archiviati. La disperazione e l'affanno dei sostenitori del Mes è inversamente proporzionale alla qualità degli argomenti portati a sostegno. Più è alta la prima e più decresce la seconda. Ma ieri sono state toccate vette altissime e l'abbrivio l'ha fornito il «sobrio» titolo in prima del Giornale: «Allarme Mes: senza il prestito il Paese è fallito».
Sì, forse hanno ragione. Ma il Paese rischia di fallire per la miseria di 75 miliardi di maggior indebitamento netto e 180 miliardi di saldo netto da finanziare stanziati per fronteggiare la crisi economica da Covid-19. Tra i peggiori Paesi dell'Eurozona in termini di risposta del bilancio statale alla crisi. E, non a caso, le previsioni del Fmi per il Pil 2020 ci vedono fanalino di coda con un -12,8%. La Francia o la Germania fanno meglio di noi non grazie a un'illuminazione celeste, ma grazie a soldi «veri» - non immaginifiche «potenze di fuoco» - immessi nell'economia. L'Italia continua ad avere agevole accesso al finanziamento sui mercati con Bot e Btp i cui tassi nelle ultime aste sono stati addirittura decrescenti.
Giova ripetere che i circa 36 miliardi del Mes arriverebbero in 7 rate mensili. Resta da capire come sia possibile che un Paese sull'orlo del fallimento possa essere salvato da finanziamenti a rate da 5,4 miliardi mensili. Meno della somma che l'Italia raccoglie in una sola asta di Bot a metà mese.
Ieri ci ha pensato il collega Fabio Dragoni a stendere un velo pietoso sul commento con cui Federico Fubini, sul Corriere della Sera, si è avventurato in improbabili confronti tra i tassi del Mes e quelli del Btp.
Ad affollare tale parterre de roi, è giunta, non nuova, la professoressa Veronica De Romanis sulla Stampa. Dalla quale apprendiamo che «L'Europa in questa crisi si è mossa molto velocemente mettendo a disposizione diversi strumenti […]. I primi ammontano a circa 570 miliardi di prestiti da destinare all'occupazione con il fondo Sure, alla sanità con il Meccanismo europeo di Stabilità (Mes) e ai progetti delle piccole e medie imprese con il ricorso alla Banca europea degli investimenti (Bei). I suddetti finanziamenti sono già disponibili». Sorvolando sui 570 miliardi che però sarebbero 540, ci spiace far notare alla De Romanis che Sure e finanziamenti Bei non sono disponibili ma sono fermi ai box di partenza perché mancano ancora le garanzie degli Stati membri (per l'Italia una «quisquilia» da 3,2 miliardi per il Sure e 4,7 per la Bei).
Riguardo al Mes, registriamo poi una sincera voce dal sen fuggita quando la De Romanis afferma che «non è semplice spiegare la posizione italiana […]. Sostenere come fanno molti esponenti del Movimento 5 stelle che si tratta di risorse condizionate, non ha nessun senso visto che tutte le altre risorse europee sono soggette a condizioni». Apprezzabile la leggiadria con cui ella passa da «non ci sono condizioni» al «fa niente, tanto ci sono condizioni dappertutto, allora tanto vale prendiamo il Mes». Anche perché, come ha sottolineato ieri Angela Merkel, «il cammino per l'accordo su Recovery fund e bilancio Ue è ancora lungo».
Ma la Palma d'Oro della giornata va al segretario del Pd, Nicola Zingaretti che, sul Corriere della Sera, si esibisce in un'accurata e dotta dissertazione sul «potenziamento e l'ammodernamento del sistema sanitario nazionale». Gli si deve riconoscere un'indubbia competenza in materia. Chi meglio di lui per intervenire su un sistema sanitario ridotto all'osso in termini di posti letto per abitante, soprattutto in terapia intensiva, dopo aver tagliato tutto il possibile per anni? Chiamare il potatore per far rigermogliare una pianta è in effetti un'ottima strategia. Ma ci sono almeno tre controindicazioni.
La prima è che avremmo voluto vedere quei 10 punti programmatici nel 2012, non dopo una crisi sanitaria che in almeno 4 Regioni ha visto scoppiare gli ospedali.
La seconda è che almeno 4 punti su 10 si riferiscono a spese correnti e non a investimenti una tantum, che potrebbero essere i soli a poter essere finanziati da un'entrata una tantum come il prestito del Mes.
Ci sarebbe da chiedere a Zingaretti da dove prenderebbe i soldi per pagare gli ulteriori medici di base e personale sanitario o le borse di studio o i posti per specializzandi, nel 2022, quando sarà necessario rimborsare il prestito del Mes. Zingaretti ha letto il protocollo d'intesa del Mes che prevede solo il finanziamento di spese dirette e indirette connesse al Covid-19? Sa che non potrà finanziare le spese per malattie oncologiche? Infine, giova ripetere che il Mes è pur sempre una modalità di finanziamento della spesa. E se non c'è una legge che prevede delle spese - sanitarie in questo caso - non ha senso invocare la loro copertura finanziaria. Quindi chi sostiene il Mes, prima di sbandierare farlocche analisi di convenienza, voti un atto di indirizzo parlamentare previsto dalla legge 234/2012, poi faccia approvare uno scostamento di bilancio reso obbligatorio dalla legge 243/2012, e poi si presenti con un disegno di legge di spesa sanitaria in Parlamento. Ma a quel punto rischia di non esserci più un governo. Tutto il resto è noia.
La nostra sanità è malata d’austerity. Lo dice pure il «saggio» della Merkel
Se l'Italia è giunta impreparata all'appuntamento con il Covid, la colpa va ricercata nelle politiche di austerità imposte negli ultimi decenni da Bruxelles.
Farà discutere l'articolo pubblicato sull'ultimo numero della rivista Intereconomics da Franz Prante e Alessandro Bramucci della Berlin school of economics and law, e Achim Truger, docente all'Università di Duisburg-Essen e membro dei «cinque saggi», il ristretto circolo di consiglieri della cancelliera tedesca Angela Merkel. Perché le conclusioni alle quali sono giunti i tre illustri autori della ricerca, ripresa ieri dall'Huffington Post, coincidono con uno dei cavalli di battaglia del populismo nostrano. Nell'analisi condotta da Prante, Bramucci e Truger, il declino del nostro Sistema sanitario nazionale parte da lontano, precisamente dagli anni Novanta, durante i quali «l'obiettivo primario a livello macroeconomico era quello di limitare la crescita del debito pubblico per rispettare i criteri del Trattato di Maastricht e del Patto di stabilità e crescita». Tradotto, toccava farsi belli per Bruxelles. Ma quel lifting è costato caro perché, spiegano gli studiosi, in quel periodo «a differenza della maggior parte dei Paesi industrializzati, l'Italia ha registrato un calo della spesa sanitaria pubblica». Sul finire del decennio, le cose migliorano e negli anni Duemila ci mettiamo al passo con gli altri Stati. Complice la crisi, tuttavia, «a partire dal 2010 inizia una nuova fase del contenimento della spesa sanitaria che si protrae fino al 2015 per poi rimanere relativamente costante fino al 2018».
Un periodo nel quale la nostra spesa destinata alla salute diminuisce dell'8,2%, meno che in Grecia, ma più che in Spagna e Portogallo. Mentre i governi si affannano per rientrare nei parametri dettati dagli euroburocrati, inanellando quasi 30 anni consecutivi di avanzi primari (che si verificano quando le entrate dello Stato superano le uscite), a farne le spese sono gli italiani. Come dimostrato dai tre ricercatori, infatti, «periodi con tagli alle spese sanitarie reali tendono a corrispondere o a seguire periodi di forte consolidamento di bilancio nella prima metà degli anni Novanta e durante la crisi dell'euro dopo il 2010».
Le cifre snocciolate nello studio parlano da sole. «Dal 2008 al 2018», si legge, «la spesa sanitaria pubblica totale in termini nominali (cioè compresa l'inflazione) è aumentata solo del 5,3% in Italia, mentre in Germania è aumentata del 46,8%». Nel mirino finiscono gli ospedali, «spesso visti come una delle principali fonti potenziali di tagli alla sanità». Una tendenza piuttosto generalizzata in Europa, ma che colpisce più duramente Italia e Belgio. Non a caso, rispettivamente, secondo e quarto debito pubblico in percentuale sul Pil di tutta l'Unione.
Calano i posti letto, in favore dei servizi day hospital e ambulatoriali. Se nei primi anni Novanta la nostra capacità ospedaliera si avvicinava alla Germania (tra 2,5 e 3 ospedali ogni 100.000 abitanti), a metà del decennio appena trascorso finiamo molto più in basso (appena sopra 1,5 ospedali/100.000 abitanti), appaiati con Portogallo e Grecia. Peggio ancora per quanto riguarda i posti letto, scesi da 7 ogni 1.000 abitanti del 1990 ad appena 2,6 nel 2017, contro i 6 della Germania, i 5 del Belgio, e più giù di Francia, Portogallo e Grecia. Sebbene il numero di posti letto in terapia intensiva sia rimasto costante, figuriamo sempre tra gli ultimi in Europa, con un numero quasi sei volte inferiore rispetto alla Germania, che nell'ultimo decennio ha visto bene di incrementare la capacità di circa il 10% (da 25.000 a 28.000 posti letto).
È così che abbiamo sacrificato il nostro sistema sanitario sull'altare dei conti pubblici messo in piedi da Bruxelles. Risultato? Facciamolo dire agli stessi ricercatori. «La riduzione delle risorse destinate al Ssn e in particolare al sistema ospedaliero pubblico va avanti da quasi 30 anni e ha causato gravi difficoltà nell'affrontare efficacemente le conseguenze del Covid-19», e «l'attenzione unilaterale al contenimento della spesa e alla riduzione del debito pubblico ha privato il sistema sanitaria italiano di una parte importante della sua capacità di offrire una protezione adeguata alla popolazione». Parole ancora più pesanti se pronunciate da un fedelissimo della Merkel, che oggi con l'appoggio dal Pd vuole imporci il Mes sanitario. Una scelta che rischia di incatenare la nostra salute al vincolo esterno per lunghi anni a venire.
Continua a leggereRiduci
Nicola Zingaretti mente su almeno 4 dei 10 punti pro Mes, l'economista Veronica De Romanis ammette: «Condizionalità ovunque». La cancelliera è lapidaria: «Lontana l'intesa sul Recovery»Lo studio tedesco: Italia fragile dinanzi al virus per colpa di 30 anni di tagli targati UeLo speciale contiene due articoliL'offensiva mediatica del fine settimana, prolungatasi fino a ieri, sull'eventuale richiesta da parte dell'Italia del prestito al Mes, ci costringe a tornare su temi che credevamo ormai archiviati. La disperazione e l'affanno dei sostenitori del Mes è inversamente proporzionale alla qualità degli argomenti portati a sostegno. Più è alta la prima e più decresce la seconda. Ma ieri sono state toccate vette altissime e l'abbrivio l'ha fornito il «sobrio» titolo in prima del Giornale: «Allarme Mes: senza il prestito il Paese è fallito».Sì, forse hanno ragione. Ma il Paese rischia di fallire per la miseria di 75 miliardi di maggior indebitamento netto e 180 miliardi di saldo netto da finanziare stanziati per fronteggiare la crisi economica da Covid-19. Tra i peggiori Paesi dell'Eurozona in termini di risposta del bilancio statale alla crisi. E, non a caso, le previsioni del Fmi per il Pil 2020 ci vedono fanalino di coda con un -12,8%. La Francia o la Germania fanno meglio di noi non grazie a un'illuminazione celeste, ma grazie a soldi «veri» - non immaginifiche «potenze di fuoco» - immessi nell'economia. L'Italia continua ad avere agevole accesso al finanziamento sui mercati con Bot e Btp i cui tassi nelle ultime aste sono stati addirittura decrescenti.Giova ripetere che i circa 36 miliardi del Mes arriverebbero in 7 rate mensili. Resta da capire come sia possibile che un Paese sull'orlo del fallimento possa essere salvato da finanziamenti a rate da 5,4 miliardi mensili. Meno della somma che l'Italia raccoglie in una sola asta di Bot a metà mese.Ieri ci ha pensato il collega Fabio Dragoni a stendere un velo pietoso sul commento con cui Federico Fubini, sul Corriere della Sera, si è avventurato in improbabili confronti tra i tassi del Mes e quelli del Btp.Ad affollare tale parterre de roi, è giunta, non nuova, la professoressa Veronica De Romanis sulla Stampa. Dalla quale apprendiamo che «L'Europa in questa crisi si è mossa molto velocemente mettendo a disposizione diversi strumenti […]. I primi ammontano a circa 570 miliardi di prestiti da destinare all'occupazione con il fondo Sure, alla sanità con il Meccanismo europeo di Stabilità (Mes) e ai progetti delle piccole e medie imprese con il ricorso alla Banca europea degli investimenti (Bei). I suddetti finanziamenti sono già disponibili». Sorvolando sui 570 miliardi che però sarebbero 540, ci spiace far notare alla De Romanis che Sure e finanziamenti Bei non sono disponibili ma sono fermi ai box di partenza perché mancano ancora le garanzie degli Stati membri (per l'Italia una «quisquilia» da 3,2 miliardi per il Sure e 4,7 per la Bei).Riguardo al Mes, registriamo poi una sincera voce dal sen fuggita quando la De Romanis afferma che «non è semplice spiegare la posizione italiana […]. Sostenere come fanno molti esponenti del Movimento 5 stelle che si tratta di risorse condizionate, non ha nessun senso visto che tutte le altre risorse europee sono soggette a condizioni». Apprezzabile la leggiadria con cui ella passa da «non ci sono condizioni» al «fa niente, tanto ci sono condizioni dappertutto, allora tanto vale prendiamo il Mes». Anche perché, come ha sottolineato ieri Angela Merkel, «il cammino per l'accordo su Recovery fund e bilancio Ue è ancora lungo».Ma la Palma d'Oro della giornata va al segretario del Pd, Nicola Zingaretti che, sul Corriere della Sera, si esibisce in un'accurata e dotta dissertazione sul «potenziamento e l'ammodernamento del sistema sanitario nazionale». Gli si deve riconoscere un'indubbia competenza in materia. Chi meglio di lui per intervenire su un sistema sanitario ridotto all'osso in termini di posti letto per abitante, soprattutto in terapia intensiva, dopo aver tagliato tutto il possibile per anni? Chiamare il potatore per far rigermogliare una pianta è in effetti un'ottima strategia. Ma ci sono almeno tre controindicazioni.La prima è che avremmo voluto vedere quei 10 punti programmatici nel 2012, non dopo una crisi sanitaria che in almeno 4 Regioni ha visto scoppiare gli ospedali.La seconda è che almeno 4 punti su 10 si riferiscono a spese correnti e non a investimenti una tantum, che potrebbero essere i soli a poter essere finanziati da un'entrata una tantum come il prestito del Mes.Ci sarebbe da chiedere a Zingaretti da dove prenderebbe i soldi per pagare gli ulteriori medici di base e personale sanitario o le borse di studio o i posti per specializzandi, nel 2022, quando sarà necessario rimborsare il prestito del Mes. Zingaretti ha letto il protocollo d'intesa del Mes che prevede solo il finanziamento di spese dirette e indirette connesse al Covid-19? Sa che non potrà finanziare le spese per malattie oncologiche? Infine, giova ripetere che il Mes è pur sempre una modalità di finanziamento della spesa. E se non c'è una legge che prevede delle spese - sanitarie in questo caso - non ha senso invocare la loro copertura finanziaria. Quindi chi sostiene il Mes, prima di sbandierare farlocche analisi di convenienza, voti un atto di indirizzo parlamentare previsto dalla legge 234/2012, poi faccia approvare uno scostamento di bilancio reso obbligatorio dalla legge 243/2012, e poi si presenti con un disegno di legge di spesa sanitaria in Parlamento. Ma a quel punto rischia di non esserci più un governo. Tutto il resto è noia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/piovono-le-euroballe-dei-tifosi-della-troika-per-convincere-il-m5s-a-digerire-il-salvastati-2646292860.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-nostra-sanita-e-malata-dausterity-lo-dice-pure-il-saggio-della-merkel" data-post-id="2646292860" data-published-at="1593468683" data-use-pagination="False"> La nostra sanità è malata d’austerity. Lo dice pure il «saggio» della Merkel Se l'Italia è giunta impreparata all'appuntamento con il Covid, la colpa va ricercata nelle politiche di austerità imposte negli ultimi decenni da Bruxelles. Farà discutere l'articolo pubblicato sull'ultimo numero della rivista Intereconomics da Franz Prante e Alessandro Bramucci della Berlin school of economics and law, e Achim Truger, docente all'Università di Duisburg-Essen e membro dei «cinque saggi», il ristretto circolo di consiglieri della cancelliera tedesca Angela Merkel. Perché le conclusioni alle quali sono giunti i tre illustri autori della ricerca, ripresa ieri dall'Huffington Post, coincidono con uno dei cavalli di battaglia del populismo nostrano. Nell'analisi condotta da Prante, Bramucci e Truger, il declino del nostro Sistema sanitario nazionale parte da lontano, precisamente dagli anni Novanta, durante i quali «l'obiettivo primario a livello macroeconomico era quello di limitare la crescita del debito pubblico per rispettare i criteri del Trattato di Maastricht e del Patto di stabilità e crescita». Tradotto, toccava farsi belli per Bruxelles. Ma quel lifting è costato caro perché, spiegano gli studiosi, in quel periodo «a differenza della maggior parte dei Paesi industrializzati, l'Italia ha registrato un calo della spesa sanitaria pubblica». Sul finire del decennio, le cose migliorano e negli anni Duemila ci mettiamo al passo con gli altri Stati. Complice la crisi, tuttavia, «a partire dal 2010 inizia una nuova fase del contenimento della spesa sanitaria che si protrae fino al 2015 per poi rimanere relativamente costante fino al 2018». Un periodo nel quale la nostra spesa destinata alla salute diminuisce dell'8,2%, meno che in Grecia, ma più che in Spagna e Portogallo. Mentre i governi si affannano per rientrare nei parametri dettati dagli euroburocrati, inanellando quasi 30 anni consecutivi di avanzi primari (che si verificano quando le entrate dello Stato superano le uscite), a farne le spese sono gli italiani. Come dimostrato dai tre ricercatori, infatti, «periodi con tagli alle spese sanitarie reali tendono a corrispondere o a seguire periodi di forte consolidamento di bilancio nella prima metà degli anni Novanta e durante la crisi dell'euro dopo il 2010». Le cifre snocciolate nello studio parlano da sole. «Dal 2008 al 2018», si legge, «la spesa sanitaria pubblica totale in termini nominali (cioè compresa l'inflazione) è aumentata solo del 5,3% in Italia, mentre in Germania è aumentata del 46,8%». Nel mirino finiscono gli ospedali, «spesso visti come una delle principali fonti potenziali di tagli alla sanità». Una tendenza piuttosto generalizzata in Europa, ma che colpisce più duramente Italia e Belgio. Non a caso, rispettivamente, secondo e quarto debito pubblico in percentuale sul Pil di tutta l'Unione. Calano i posti letto, in favore dei servizi day hospital e ambulatoriali. Se nei primi anni Novanta la nostra capacità ospedaliera si avvicinava alla Germania (tra 2,5 e 3 ospedali ogni 100.000 abitanti), a metà del decennio appena trascorso finiamo molto più in basso (appena sopra 1,5 ospedali/100.000 abitanti), appaiati con Portogallo e Grecia. Peggio ancora per quanto riguarda i posti letto, scesi da 7 ogni 1.000 abitanti del 1990 ad appena 2,6 nel 2017, contro i 6 della Germania, i 5 del Belgio, e più giù di Francia, Portogallo e Grecia. Sebbene il numero di posti letto in terapia intensiva sia rimasto costante, figuriamo sempre tra gli ultimi in Europa, con un numero quasi sei volte inferiore rispetto alla Germania, che nell'ultimo decennio ha visto bene di incrementare la capacità di circa il 10% (da 25.000 a 28.000 posti letto). È così che abbiamo sacrificato il nostro sistema sanitario sull'altare dei conti pubblici messo in piedi da Bruxelles. Risultato? Facciamolo dire agli stessi ricercatori. «La riduzione delle risorse destinate al Ssn e in particolare al sistema ospedaliero pubblico va avanti da quasi 30 anni e ha causato gravi difficoltà nell'affrontare efficacemente le conseguenze del Covid-19», e «l'attenzione unilaterale al contenimento della spesa e alla riduzione del debito pubblico ha privato il sistema sanitaria italiano di una parte importante della sua capacità di offrire una protezione adeguata alla popolazione». Parole ancora più pesanti se pronunciate da un fedelissimo della Merkel, che oggi con l'appoggio dal Pd vuole imporci il Mes sanitario. Una scelta che rischia di incatenare la nostra salute al vincolo esterno per lunghi anni a venire.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
Continua a leggereRiduci
iStock
Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
Continua a leggereRiduci
Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.