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2020-06-30
Piovono le euroballe dei tifosi della Troika per convincere il M5s a digerire il Salvastati
Nicola Zingaretti (Ansa)
L'offensiva mediatica del fine settimana, prolungatasi fino a ieri, sull'eventuale richiesta da parte dell'Italia del prestito al Mes, ci costringe a tornare su temi che credevamo ormai archiviati. La disperazione e l'affanno dei sostenitori del Mes è inversamente proporzionale alla qualità degli argomenti portati a sostegno. Più è alta la prima e più decresce la seconda. Ma ieri sono state toccate vette altissime e l'abbrivio l'ha fornito il «sobrio» titolo in prima del Giornale: «Allarme Mes: senza il prestito il Paese è fallito».
Sì, forse hanno ragione. Ma il Paese rischia di fallire per la miseria di 75 miliardi di maggior indebitamento netto e 180 miliardi di saldo netto da finanziare stanziati per fronteggiare la crisi economica da Covid-19. Tra i peggiori Paesi dell'Eurozona in termini di risposta del bilancio statale alla crisi. E, non a caso, le previsioni del Fmi per il Pil 2020 ci vedono fanalino di coda con un -12,8%. La Francia o la Germania fanno meglio di noi non grazie a un'illuminazione celeste, ma grazie a soldi «veri» - non immaginifiche «potenze di fuoco» - immessi nell'economia. L'Italia continua ad avere agevole accesso al finanziamento sui mercati con Bot e Btp i cui tassi nelle ultime aste sono stati addirittura decrescenti.
Giova ripetere che i circa 36 miliardi del Mes arriverebbero in 7 rate mensili. Resta da capire come sia possibile che un Paese sull'orlo del fallimento possa essere salvato da finanziamenti a rate da 5,4 miliardi mensili. Meno della somma che l'Italia raccoglie in una sola asta di Bot a metà mese.
Ieri ci ha pensato il collega Fabio Dragoni a stendere un velo pietoso sul commento con cui Federico Fubini, sul Corriere della Sera, si è avventurato in improbabili confronti tra i tassi del Mes e quelli del Btp.
Ad affollare tale parterre de roi, è giunta, non nuova, la professoressa Veronica De Romanis sulla Stampa. Dalla quale apprendiamo che «L'Europa in questa crisi si è mossa molto velocemente mettendo a disposizione diversi strumenti […]. I primi ammontano a circa 570 miliardi di prestiti da destinare all'occupazione con il fondo Sure, alla sanità con il Meccanismo europeo di Stabilità (Mes) e ai progetti delle piccole e medie imprese con il ricorso alla Banca europea degli investimenti (Bei). I suddetti finanziamenti sono già disponibili». Sorvolando sui 570 miliardi che però sarebbero 540, ci spiace far notare alla De Romanis che Sure e finanziamenti Bei non sono disponibili ma sono fermi ai box di partenza perché mancano ancora le garanzie degli Stati membri (per l'Italia una «quisquilia» da 3,2 miliardi per il Sure e 4,7 per la Bei).
Riguardo al Mes, registriamo poi una sincera voce dal sen fuggita quando la De Romanis afferma che «non è semplice spiegare la posizione italiana […]. Sostenere come fanno molti esponenti del Movimento 5 stelle che si tratta di risorse condizionate, non ha nessun senso visto che tutte le altre risorse europee sono soggette a condizioni». Apprezzabile la leggiadria con cui ella passa da «non ci sono condizioni» al «fa niente, tanto ci sono condizioni dappertutto, allora tanto vale prendiamo il Mes». Anche perché, come ha sottolineato ieri Angela Merkel, «il cammino per l'accordo su Recovery fund e bilancio Ue è ancora lungo».
Ma la Palma d'Oro della giornata va al segretario del Pd, Nicola Zingaretti che, sul Corriere della Sera, si esibisce in un'accurata e dotta dissertazione sul «potenziamento e l'ammodernamento del sistema sanitario nazionale». Gli si deve riconoscere un'indubbia competenza in materia. Chi meglio di lui per intervenire su un sistema sanitario ridotto all'osso in termini di posti letto per abitante, soprattutto in terapia intensiva, dopo aver tagliato tutto il possibile per anni? Chiamare il potatore per far rigermogliare una pianta è in effetti un'ottima strategia. Ma ci sono almeno tre controindicazioni.
La prima è che avremmo voluto vedere quei 10 punti programmatici nel 2012, non dopo una crisi sanitaria che in almeno 4 Regioni ha visto scoppiare gli ospedali.
La seconda è che almeno 4 punti su 10 si riferiscono a spese correnti e non a investimenti una tantum, che potrebbero essere i soli a poter essere finanziati da un'entrata una tantum come il prestito del Mes.
Ci sarebbe da chiedere a Zingaretti da dove prenderebbe i soldi per pagare gli ulteriori medici di base e personale sanitario o le borse di studio o i posti per specializzandi, nel 2022, quando sarà necessario rimborsare il prestito del Mes. Zingaretti ha letto il protocollo d'intesa del Mes che prevede solo il finanziamento di spese dirette e indirette connesse al Covid-19? Sa che non potrà finanziare le spese per malattie oncologiche? Infine, giova ripetere che il Mes è pur sempre una modalità di finanziamento della spesa. E se non c'è una legge che prevede delle spese - sanitarie in questo caso - non ha senso invocare la loro copertura finanziaria. Quindi chi sostiene il Mes, prima di sbandierare farlocche analisi di convenienza, voti un atto di indirizzo parlamentare previsto dalla legge 234/2012, poi faccia approvare uno scostamento di bilancio reso obbligatorio dalla legge 243/2012, e poi si presenti con un disegno di legge di spesa sanitaria in Parlamento. Ma a quel punto rischia di non esserci più un governo. Tutto il resto è noia.
La nostra sanità è malata d’austerity. Lo dice pure il «saggio» della Merkel
Se l'Italia è giunta impreparata all'appuntamento con il Covid, la colpa va ricercata nelle politiche di austerità imposte negli ultimi decenni da Bruxelles.
Farà discutere l'articolo pubblicato sull'ultimo numero della rivista Intereconomics da Franz Prante e Alessandro Bramucci della Berlin school of economics and law, e Achim Truger, docente all'Università di Duisburg-Essen e membro dei «cinque saggi», il ristretto circolo di consiglieri della cancelliera tedesca Angela Merkel. Perché le conclusioni alle quali sono giunti i tre illustri autori della ricerca, ripresa ieri dall'Huffington Post, coincidono con uno dei cavalli di battaglia del populismo nostrano. Nell'analisi condotta da Prante, Bramucci e Truger, il declino del nostro Sistema sanitario nazionale parte da lontano, precisamente dagli anni Novanta, durante i quali «l'obiettivo primario a livello macroeconomico era quello di limitare la crescita del debito pubblico per rispettare i criteri del Trattato di Maastricht e del Patto di stabilità e crescita». Tradotto, toccava farsi belli per Bruxelles. Ma quel lifting è costato caro perché, spiegano gli studiosi, in quel periodo «a differenza della maggior parte dei Paesi industrializzati, l'Italia ha registrato un calo della spesa sanitaria pubblica». Sul finire del decennio, le cose migliorano e negli anni Duemila ci mettiamo al passo con gli altri Stati. Complice la crisi, tuttavia, «a partire dal 2010 inizia una nuova fase del contenimento della spesa sanitaria che si protrae fino al 2015 per poi rimanere relativamente costante fino al 2018».
Un periodo nel quale la nostra spesa destinata alla salute diminuisce dell'8,2%, meno che in Grecia, ma più che in Spagna e Portogallo. Mentre i governi si affannano per rientrare nei parametri dettati dagli euroburocrati, inanellando quasi 30 anni consecutivi di avanzi primari (che si verificano quando le entrate dello Stato superano le uscite), a farne le spese sono gli italiani. Come dimostrato dai tre ricercatori, infatti, «periodi con tagli alle spese sanitarie reali tendono a corrispondere o a seguire periodi di forte consolidamento di bilancio nella prima metà degli anni Novanta e durante la crisi dell'euro dopo il 2010».
Le cifre snocciolate nello studio parlano da sole. «Dal 2008 al 2018», si legge, «la spesa sanitaria pubblica totale in termini nominali (cioè compresa l'inflazione) è aumentata solo del 5,3% in Italia, mentre in Germania è aumentata del 46,8%». Nel mirino finiscono gli ospedali, «spesso visti come una delle principali fonti potenziali di tagli alla sanità». Una tendenza piuttosto generalizzata in Europa, ma che colpisce più duramente Italia e Belgio. Non a caso, rispettivamente, secondo e quarto debito pubblico in percentuale sul Pil di tutta l'Unione.
Calano i posti letto, in favore dei servizi day hospital e ambulatoriali. Se nei primi anni Novanta la nostra capacità ospedaliera si avvicinava alla Germania (tra 2,5 e 3 ospedali ogni 100.000 abitanti), a metà del decennio appena trascorso finiamo molto più in basso (appena sopra 1,5 ospedali/100.000 abitanti), appaiati con Portogallo e Grecia. Peggio ancora per quanto riguarda i posti letto, scesi da 7 ogni 1.000 abitanti del 1990 ad appena 2,6 nel 2017, contro i 6 della Germania, i 5 del Belgio, e più giù di Francia, Portogallo e Grecia. Sebbene il numero di posti letto in terapia intensiva sia rimasto costante, figuriamo sempre tra gli ultimi in Europa, con un numero quasi sei volte inferiore rispetto alla Germania, che nell'ultimo decennio ha visto bene di incrementare la capacità di circa il 10% (da 25.000 a 28.000 posti letto).
È così che abbiamo sacrificato il nostro sistema sanitario sull'altare dei conti pubblici messo in piedi da Bruxelles. Risultato? Facciamolo dire agli stessi ricercatori. «La riduzione delle risorse destinate al Ssn e in particolare al sistema ospedaliero pubblico va avanti da quasi 30 anni e ha causato gravi difficoltà nell'affrontare efficacemente le conseguenze del Covid-19», e «l'attenzione unilaterale al contenimento della spesa e alla riduzione del debito pubblico ha privato il sistema sanitaria italiano di una parte importante della sua capacità di offrire una protezione adeguata alla popolazione». Parole ancora più pesanti se pronunciate da un fedelissimo della Merkel, che oggi con l'appoggio dal Pd vuole imporci il Mes sanitario. Una scelta che rischia di incatenare la nostra salute al vincolo esterno per lunghi anni a venire.
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Nicola Zingaretti mente su almeno 4 dei 10 punti pro Mes, l'economista Veronica De Romanis ammette: «Condizionalità ovunque». La cancelliera è lapidaria: «Lontana l'intesa sul Recovery»Lo studio tedesco: Italia fragile dinanzi al virus per colpa di 30 anni di tagli targati UeLo speciale contiene due articoliL'offensiva mediatica del fine settimana, prolungatasi fino a ieri, sull'eventuale richiesta da parte dell'Italia del prestito al Mes, ci costringe a tornare su temi che credevamo ormai archiviati. La disperazione e l'affanno dei sostenitori del Mes è inversamente proporzionale alla qualità degli argomenti portati a sostegno. Più è alta la prima e più decresce la seconda. Ma ieri sono state toccate vette altissime e l'abbrivio l'ha fornito il «sobrio» titolo in prima del Giornale: «Allarme Mes: senza il prestito il Paese è fallito».Sì, forse hanno ragione. Ma il Paese rischia di fallire per la miseria di 75 miliardi di maggior indebitamento netto e 180 miliardi di saldo netto da finanziare stanziati per fronteggiare la crisi economica da Covid-19. Tra i peggiori Paesi dell'Eurozona in termini di risposta del bilancio statale alla crisi. E, non a caso, le previsioni del Fmi per il Pil 2020 ci vedono fanalino di coda con un -12,8%. La Francia o la Germania fanno meglio di noi non grazie a un'illuminazione celeste, ma grazie a soldi «veri» - non immaginifiche «potenze di fuoco» - immessi nell'economia. L'Italia continua ad avere agevole accesso al finanziamento sui mercati con Bot e Btp i cui tassi nelle ultime aste sono stati addirittura decrescenti.Giova ripetere che i circa 36 miliardi del Mes arriverebbero in 7 rate mensili. Resta da capire come sia possibile che un Paese sull'orlo del fallimento possa essere salvato da finanziamenti a rate da 5,4 miliardi mensili. Meno della somma che l'Italia raccoglie in una sola asta di Bot a metà mese.Ieri ci ha pensato il collega Fabio Dragoni a stendere un velo pietoso sul commento con cui Federico Fubini, sul Corriere della Sera, si è avventurato in improbabili confronti tra i tassi del Mes e quelli del Btp.Ad affollare tale parterre de roi, è giunta, non nuova, la professoressa Veronica De Romanis sulla Stampa. Dalla quale apprendiamo che «L'Europa in questa crisi si è mossa molto velocemente mettendo a disposizione diversi strumenti […]. I primi ammontano a circa 570 miliardi di prestiti da destinare all'occupazione con il fondo Sure, alla sanità con il Meccanismo europeo di Stabilità (Mes) e ai progetti delle piccole e medie imprese con il ricorso alla Banca europea degli investimenti (Bei). I suddetti finanziamenti sono già disponibili». Sorvolando sui 570 miliardi che però sarebbero 540, ci spiace far notare alla De Romanis che Sure e finanziamenti Bei non sono disponibili ma sono fermi ai box di partenza perché mancano ancora le garanzie degli Stati membri (per l'Italia una «quisquilia» da 3,2 miliardi per il Sure e 4,7 per la Bei).Riguardo al Mes, registriamo poi una sincera voce dal sen fuggita quando la De Romanis afferma che «non è semplice spiegare la posizione italiana […]. Sostenere come fanno molti esponenti del Movimento 5 stelle che si tratta di risorse condizionate, non ha nessun senso visto che tutte le altre risorse europee sono soggette a condizioni». Apprezzabile la leggiadria con cui ella passa da «non ci sono condizioni» al «fa niente, tanto ci sono condizioni dappertutto, allora tanto vale prendiamo il Mes». Anche perché, come ha sottolineato ieri Angela Merkel, «il cammino per l'accordo su Recovery fund e bilancio Ue è ancora lungo».Ma la Palma d'Oro della giornata va al segretario del Pd, Nicola Zingaretti che, sul Corriere della Sera, si esibisce in un'accurata e dotta dissertazione sul «potenziamento e l'ammodernamento del sistema sanitario nazionale». Gli si deve riconoscere un'indubbia competenza in materia. Chi meglio di lui per intervenire su un sistema sanitario ridotto all'osso in termini di posti letto per abitante, soprattutto in terapia intensiva, dopo aver tagliato tutto il possibile per anni? Chiamare il potatore per far rigermogliare una pianta è in effetti un'ottima strategia. Ma ci sono almeno tre controindicazioni.La prima è che avremmo voluto vedere quei 10 punti programmatici nel 2012, non dopo una crisi sanitaria che in almeno 4 Regioni ha visto scoppiare gli ospedali.La seconda è che almeno 4 punti su 10 si riferiscono a spese correnti e non a investimenti una tantum, che potrebbero essere i soli a poter essere finanziati da un'entrata una tantum come il prestito del Mes.Ci sarebbe da chiedere a Zingaretti da dove prenderebbe i soldi per pagare gli ulteriori medici di base e personale sanitario o le borse di studio o i posti per specializzandi, nel 2022, quando sarà necessario rimborsare il prestito del Mes. Zingaretti ha letto il protocollo d'intesa del Mes che prevede solo il finanziamento di spese dirette e indirette connesse al Covid-19? Sa che non potrà finanziare le spese per malattie oncologiche? Infine, giova ripetere che il Mes è pur sempre una modalità di finanziamento della spesa. E se non c'è una legge che prevede delle spese - sanitarie in questo caso - non ha senso invocare la loro copertura finanziaria. Quindi chi sostiene il Mes, prima di sbandierare farlocche analisi di convenienza, voti un atto di indirizzo parlamentare previsto dalla legge 234/2012, poi faccia approvare uno scostamento di bilancio reso obbligatorio dalla legge 243/2012, e poi si presenti con un disegno di legge di spesa sanitaria in Parlamento. Ma a quel punto rischia di non esserci più un governo. Tutto il resto è noia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/piovono-le-euroballe-dei-tifosi-della-troika-per-convincere-il-m5s-a-digerire-il-salvastati-2646292860.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-nostra-sanita-e-malata-dausterity-lo-dice-pure-il-saggio-della-merkel" data-post-id="2646292860" data-published-at="1593468683" data-use-pagination="False"> La nostra sanità è malata d’austerity. Lo dice pure il «saggio» della Merkel Se l'Italia è giunta impreparata all'appuntamento con il Covid, la colpa va ricercata nelle politiche di austerità imposte negli ultimi decenni da Bruxelles. Farà discutere l'articolo pubblicato sull'ultimo numero della rivista Intereconomics da Franz Prante e Alessandro Bramucci della Berlin school of economics and law, e Achim Truger, docente all'Università di Duisburg-Essen e membro dei «cinque saggi», il ristretto circolo di consiglieri della cancelliera tedesca Angela Merkel. Perché le conclusioni alle quali sono giunti i tre illustri autori della ricerca, ripresa ieri dall'Huffington Post, coincidono con uno dei cavalli di battaglia del populismo nostrano. Nell'analisi condotta da Prante, Bramucci e Truger, il declino del nostro Sistema sanitario nazionale parte da lontano, precisamente dagli anni Novanta, durante i quali «l'obiettivo primario a livello macroeconomico era quello di limitare la crescita del debito pubblico per rispettare i criteri del Trattato di Maastricht e del Patto di stabilità e crescita». Tradotto, toccava farsi belli per Bruxelles. Ma quel lifting è costato caro perché, spiegano gli studiosi, in quel periodo «a differenza della maggior parte dei Paesi industrializzati, l'Italia ha registrato un calo della spesa sanitaria pubblica». Sul finire del decennio, le cose migliorano e negli anni Duemila ci mettiamo al passo con gli altri Stati. Complice la crisi, tuttavia, «a partire dal 2010 inizia una nuova fase del contenimento della spesa sanitaria che si protrae fino al 2015 per poi rimanere relativamente costante fino al 2018». Un periodo nel quale la nostra spesa destinata alla salute diminuisce dell'8,2%, meno che in Grecia, ma più che in Spagna e Portogallo. Mentre i governi si affannano per rientrare nei parametri dettati dagli euroburocrati, inanellando quasi 30 anni consecutivi di avanzi primari (che si verificano quando le entrate dello Stato superano le uscite), a farne le spese sono gli italiani. Come dimostrato dai tre ricercatori, infatti, «periodi con tagli alle spese sanitarie reali tendono a corrispondere o a seguire periodi di forte consolidamento di bilancio nella prima metà degli anni Novanta e durante la crisi dell'euro dopo il 2010». Le cifre snocciolate nello studio parlano da sole. «Dal 2008 al 2018», si legge, «la spesa sanitaria pubblica totale in termini nominali (cioè compresa l'inflazione) è aumentata solo del 5,3% in Italia, mentre in Germania è aumentata del 46,8%». Nel mirino finiscono gli ospedali, «spesso visti come una delle principali fonti potenziali di tagli alla sanità». Una tendenza piuttosto generalizzata in Europa, ma che colpisce più duramente Italia e Belgio. Non a caso, rispettivamente, secondo e quarto debito pubblico in percentuale sul Pil di tutta l'Unione. Calano i posti letto, in favore dei servizi day hospital e ambulatoriali. Se nei primi anni Novanta la nostra capacità ospedaliera si avvicinava alla Germania (tra 2,5 e 3 ospedali ogni 100.000 abitanti), a metà del decennio appena trascorso finiamo molto più in basso (appena sopra 1,5 ospedali/100.000 abitanti), appaiati con Portogallo e Grecia. Peggio ancora per quanto riguarda i posti letto, scesi da 7 ogni 1.000 abitanti del 1990 ad appena 2,6 nel 2017, contro i 6 della Germania, i 5 del Belgio, e più giù di Francia, Portogallo e Grecia. Sebbene il numero di posti letto in terapia intensiva sia rimasto costante, figuriamo sempre tra gli ultimi in Europa, con un numero quasi sei volte inferiore rispetto alla Germania, che nell'ultimo decennio ha visto bene di incrementare la capacità di circa il 10% (da 25.000 a 28.000 posti letto). È così che abbiamo sacrificato il nostro sistema sanitario sull'altare dei conti pubblici messo in piedi da Bruxelles. Risultato? Facciamolo dire agli stessi ricercatori. «La riduzione delle risorse destinate al Ssn e in particolare al sistema ospedaliero pubblico va avanti da quasi 30 anni e ha causato gravi difficoltà nell'affrontare efficacemente le conseguenze del Covid-19», e «l'attenzione unilaterale al contenimento della spesa e alla riduzione del debito pubblico ha privato il sistema sanitaria italiano di una parte importante della sua capacità di offrire una protezione adeguata alla popolazione». Parole ancora più pesanti se pronunciate da un fedelissimo della Merkel, che oggi con l'appoggio dal Pd vuole imporci il Mes sanitario. Una scelta che rischia di incatenare la nostra salute al vincolo esterno per lunghi anni a venire.
Il sindaco di Genova Silvia Salis e il cantante Olly
Ovvero diversi soggetti vennero chiamati a fare un’offerta. Tra gli aggiudicatari ci fu anche la storica agenzia di eventi cittadina che l’attuale amministrazione ha estromesso dal bando per l’organizzazione dell’ultimo show di San Silvestro, secondo il Tar della Liguria in modo irregolare. Ma questa volta la Procura non sembra reattiva da par suo. Nessuna indagine in tempo reale (ormai il Capodanno è passato da quasi sette mesi). E anche giornali e tv non sembrano troppo interessati alla questione.
La Concertopoli denunciata dalla Verità con analisi delle sentenze della giustizia amministrativa e delle società vincitrici del bando non sembra appassionare i segugi del giornalismo investigativo locale, che non hanno dedicato neppure una riga alla storia della Rst events e della Ops eventi, due società controllate da Nicolò Sasso e Alessandro Orlando che a Genova ottengono affidamenti su affidamenti e organizzano quasi tutti gli eventi a cui partecipa da protagonista la sindaca Silvia Salis. Stiamo parlando di centinaia di migliaia di euro consegnati a una coppia di ditte con un solo dipendente. C’è poi la questione degli impianti sportivi comunali concessi gratuitamente dall’amministrazione comunale, con conti non proprio floridi. Per esempio la consigliera Anna Orlando ha chiesto delucidazioni sull’utilizzo, quasi certamente a titolo gratuito, dello stadio Luigi Ferraris per i tre concerti di Olly. Show privati per cui 90.000 fan hanno pagato tra i 49 e gli 89 euro a biglietto. Sarebbe stato «regalato» agli organizzatori anche il palazzetto dello sport cittadino per un quadrangolare internazionale di pallavolo. In questo caso, sempre senza bando, l’amministrazione ha versato anche un contributo di 180.000 euro alla Fipav che, però, le partite le ha fatte pagare profumatamente (70 euro a biglietto, comprensivi della prevendita). Da approfondire anche la questione della lounge extralusso allestita per gli ospiti vip a margine dell’evento di Capodanno. Agli invitati sarebbe stato offerto il catering di uno chef stellato e un servizio di baby-sitting.
polemiche
Ma torniamo alla gara delle polemiche. In vista del Capodanno 2025 il Comune lancia un bando che mette sul piatto 740.000 euro per portare almeno un grande artista a Genova. La Duemilagrandieventi propone un ribasso del 7,5%, circa 55.000 euro in meno rispetto alla base d’asta e assicura di avere pronti Ghali, i Subsonica e Joan Thiel. «Tutti e tre insieme», chiarisce Paola Donati, socia e direttrice dell’azienda. La Rst dentro alla busta ha, invece, il nome dei Pinguini tattici nucleari e un ribasso dello 0,5% (il costo complessivo è di 736.000 euro). La commissione aggiudicatrice, formata dalla dirigente dell’Ufficio Grandi eventi, Monica Bocchiardo, (secondo le nostre fonti in ottimi rapporti con i titolari della Rst), da Pietro Toso e Cinzia Marino, però, prima dell’aggiudicazione, fa la cosiddetta verifica di congruità e chiede alle parti di esibire i contratti firmati dei cantanti. La Duemilagrandieventi presenta le mail intercorse con gli agenti degli artisti e si sente rispondere che tali comunicazioni «sono riconducibili a mere trattative preliminari e non a un impegno vincolante per l’artista». In mancanza del «contratto di ingaggio o di opzione», viene espresso «il giudizio di incongruità dell’offerta». E anche se, dopo l’esclusione, alla società viene concesso di presentare eventuali accordi, la Duemilagradieventi fa sapere che, a quel punto, «nessun artista ha più ritenuto di sottoscrivere impegni definitivi per un evento di incerta organizzazione».
Parte così il ricorso al Tar, che dà ragione alla Duemilagrandieventi. Secondo i giudici amministrativi «dalla piana esegesi» del disciplinare di gara «si evince chiaramente che l’esistenza dei contratti di ingaggio degli artisti era necessaria solo al momento dell’aggiudicazione e non nelle fasi anteriori, quindi neppure nell’ambito del subprocedimento di verifica di congruità dell’offerta che, notoriamente, precede l’aggiudicazione». In seguito all’annullamento della gara, il Comune ha fatto ricorso e, a ottobre, il Consiglio di Stato dovrà dire la parola definitiva sulla querelle.
scintille
La consigliera leghista Paola Bordilli chiede da tempo chiarezza: «La sindaca ha incontrato, nel corso del bando di gara, gli aggiudicatari finali? Quali problemi ha la Salis a rispondere a questa domanda che pongo da novembre? Perché, nonostante abbiamo segnalato la questione al prefetto, il sindaco tace quasi in disprezzo anche della autorità governativa?». Durante le presunte trattative, i Pinguini tattici nucleari avrebbero accettato di limare leggermente il proprio cachet e, quasi contestualmente, il Comune avrebbe garantito un contributo per favorire lo sbarco di Olly nell’impianto genovese. Che sarebbe stato concesso gratuitamente.
Visto che gli spettacoli sono stati organizzati dalle medesime società, la domanda sorge spontanea: il presunto sconto sul gruppo milanese è stato bilanciato dalla possibilità di utilizzare lo stadio? Secondo una nostra fonte, la sindaca, quando ha saputo della vittoria del pacchetto con Ghali, non avrebbe gradito la notizia e non lo avrebbe nascosto. L’esclusione della Duemilagrandieventi è una conseguenza di quel presunto mancato gradimento della prima cittadina?
veglione
Si tratta di questioni ancora tutte da verificare. Noi abbiamo provato a chiederlo agli organizzatori, ma non ci è stata data risposta. Ma se la gara di Capodanno e l’annullamento deciso dal Tar sembrano interessare stampa, politica e magistratura molto meno dell’organizzazione del Tricapodanno da parte della giunta di centrodestra, resta aperto un altro tema. Quello della presunta telefonata tra Sasso e l’agente dello spettacolo Cristina Lodi, a cui, in vista del Capodanno 2025, l’imprenditore avrebbe riferito che non sarebbe stata gradita la sua presenza alla conferenza stampa e all’evento vero e proprio per la sua vecchia candidatura nelle fila del centrodestra.
Una vicenda che Sasso non ha voluto commentare, ma su cui è intervenuta Ilaria Cavo, deputata di Noi moderati e consigliera (più votata) del Comune di Genova: «Quello capitato a Cristina Lodi è un episodio molto increscioso. Bene che sia rientrato con la posizione dell’amministrazione comunale. Visto che è diventato pubblico, sarebbe opportuna una chiara presa di posizione della sindaca, anche se sono certa che tutto sia rientrato. Nessuna figura professionale può essere penalizzata per il fatto di essersi candidata in una lista politica, che in questo caso era “Noi moderati Bucci Orgoglio Genova” da me guidata».
La Cavo ha, però, un altro appunto da fare: «Quello che non torna, in questo momento, è soprattutto la rassegna stampa del Comune di Genova. Nonostante parlino della nostra città, non sono presenti gli articoli della Verità che questa settimana ha pubblicato inchieste su accrediti, concerti, sport legati a Genova. Un giorno può capitare, ma difficile pensare a una svista ripetuta. Ne chiederemo conto con un’interrogazione perché non può esserci il minimo sospetto di censura. I concerti e i grandi eventi che riempiono piazze e attirano i giovani li abbiamo sempre sostenuti e li continueremo a sostenere insieme al rispetto per la stampa».
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I rottami del motorino sul quale viaggiava Sofia Barberi, 23 anni, morta a Ceriale dopo lo scontro con una Cinquecento guidata da una neopatentata (Ansa). Nel riquadro il frame tratto dal video girato e pubblicato su Instagram da un ragazzo, in cui viene ripreso il luogo dell'incidente in cui ha perso la vita la 23enne. Scena accompagnata dalle risate del giovane
Nel video, pubblicato in una storia Instagram da un ragazzo marocchino che era a bordo della Fiat 500 coinvolta nello schianto, vengono riprese le conseguenze dell’incidente. Sui due sedili anteriori ci sono due ragazze giovanissime. Su quelli posteriori due giovani marocchini (probabilmente minorenni). Poi, nonostante la consapevolezza che una vita si era spezzata troppo presto e che un’altra era appesa solo a un filo di speranza, arrivano le parole, pronunciate tra le risate, che hanno scatenato rabbia e indignazione: «Porca puttana, addio amica mia, free Noemi. Free Noemi. Ve lo giuro, questa è morta… abbiamo rotto tutto stanotte, bro’. Per un mese niente lavoro fratello, tentato omicidio ci han fatto». I filmati sono finiti rapidamente anche negli uffici investigativi dei carabinieri. Che hanno acquisito anche un secondo video ritenuto di rilievo per le indagini. Perché sembra mostrare alcuni momenti precedenti allo schianto.
La Verità è in possesso anche di un terzo filmato, girato probabilmente dopo le attività in caserma: si vedono i due ragazzi protagonisti anche degli altri due video seduti sul sedile posteriore di un’auto guidata da un ragazzo più grande. Uno dei due ha tra le mani una cartina, poi rollata. Sembrano ancora particolarmente su di giri mentre si riprendono. E alla fine uno dei due dice: «Comandiamo noi». Quando il caso esplode sui social, arriva però una parziale retromarcia. Nel pomeriggio il giovanotto è tornato sui social con un video di scuse: «Ragazzuoli, io chiedo scusa per le storie che ho messo. Non avevo capito la gravità delle cose, sono un coglione. Me ne vergogno. Non pensavo le cose fossero così gravi. Chiedo veramente scusa, una ragazza ha perso la vita e, boh, mi spiace veramente tanto. Scusate veramente per le storie». E ammette: «Ero ubriaco, non capivo la situazione, mi dispiace».
Ma la polemica non si è fermata. Durissimo l’intervento della Croce bianca di Finale Ligure, intervenuta sul luogo dell’incidente: «Vedere qualcuno fare l’idiota sui social» mentre i soccorritori «facevano l’impossibile sull’asfalto, mentre delle famiglie venivano distrutte per sempre da una notizia che nessuno vorrebbe mai ricevere», lascia «senza parole e con un profondo senso di nausea e sdegno». L’incidente si è verificato intorno all’1 per cause che, per prudenza, gli investigatori definiscono come «ancora in fase di accertamento».
Le vittime viaggiavano su una moto. Come i due ragazzi finiti sull’asfalto, all’alba, al confine tra Marina di Pietrasanta e Forte dei Marmi, non lontano dalla discoteca Twiga. Da Ceriale alla Versilia, il copione cambia nei dettagli ma non nell’esito: ragazzi giovanissimi e famiglie costrette a fare i conti con una tragedia arrivata all’improvviso. Per un’inversione a «U» di un Suv Range Rover. Lo scooter che arriva sulla corsia opposta e l’impatto. Definitivo. Gabriele Martini, 17 anni, muore sul colpo. Il passeggero, sbalzato anche lui dall’urto, trasportato in elicottero all’ospedale Cisanello di Pisa e ricoverato in gravi condizioni. Dall’altra parte, invece, un buco nero. Perché le tre persone che si trovavano a bordo del Suv con targa svizzera coinvolto nell’incidente dopo la manovra improvvisa (l’inversione di marcia effettuata poco prima dell’impatto) si sono allontanate a piedi e hanno perdere le loro tracce.
Per Gabriele, residente a Viareggio e figlio di un operatore socio-sanitario del Pronto soccorso dell’ospedale Versilia, i soccorritori che hanno tentato a lungo di rianimarlo si sono dovuti arrendere per constatare il decesso. Nel frattempo è scattata la caccia. I carabinieri hanno disposto controlli straordinari sul territorio. Raccolgono testimonianze e analizzano le immagini dei sistemi di videosorveglianza. Nel pomeriggio arriva la svolta. Il presunto conducente del Suv viene individuato a Forte dei Marmi. Si chiama Luigi Giordano, ha 27 anni, è originario di Catania e risiede a Trezzano sul Naviglio, nel Milanese. Secondo quanto ricostruito, sarebbe stato lui a fermare una volante della polizia e a dire: «Quello di stamattina sono io». Dopo l’interrogatorio è stato portato in ospedale per gli accertamenti tossicologici e alcolemici. Poi gli è stato contestato l’omicidio stradale con l’aggravante della fuga. In auto con lui c’erano due ragazze che sono poi state identificate dai carabinieri.
A Ceriale come in Versilia restano i filmati da analizzare e le indagini sulla dinamica da completare. Ma anche un vuoto che le indagini potranno spiegare, ma non colmare.
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