- Nicola Zingaretti mente su almeno 4 dei 10 punti pro Mes, l’economista Veronica De Romanis ammette: «Condizionalità ovunque». La cancelliera è lapidaria: «Lontana l’intesa sul Recovery»
- Lo studio tedesco: Italia fragile dinanzi al virus per colpa di 30 anni di tagli targati Ue
Lo speciale contiene due articoli
L’offensiva mediatica del fine settimana, prolungatasi fino a ieri, sull’eventuale richiesta da parte dell’Italia del prestito al Mes, ci costringe a tornare su temi che credevamo ormai archiviati. La disperazione e l’affanno dei sostenitori del Mes è inversamente proporzionale alla qualità degli argomenti portati a sostegno. Più è alta la prima e più decresce la seconda. Ma ieri sono state toccate vette altissime e l’abbrivio l’ha fornito il «sobrio» titolo in prima del Giornale: «Allarme Mes: senza il prestito il Paese è fallito».
Sì, forse hanno ragione. Ma il Paese rischia di fallire per la miseria di 75 miliardi di maggior indebitamento netto e 180 miliardi di saldo netto da finanziare stanziati per fronteggiare la crisi economica da Covid-19. Tra i peggiori Paesi dell’Eurozona in termini di risposta del bilancio statale alla crisi. E, non a caso, le previsioni del Fmi per il Pil 2020 ci vedono fanalino di coda con un -12,8%. La Francia o la Germania fanno meglio di noi non grazie a un’illuminazione celeste, ma grazie a soldi «veri» – non immaginifiche «potenze di fuoco» – immessi nell’economia. L’Italia continua ad avere agevole accesso al finanziamento sui mercati con Bot e Btp i cui tassi nelle ultime aste sono stati addirittura decrescenti.
Giova ripetere che i circa 36 miliardi del Mes arriverebbero in 7 rate mensili. Resta da capire come sia possibile che un Paese sull’orlo del fallimento possa essere salvato da finanziamenti a rate da 5,4 miliardi mensili. Meno della somma che l’Italia raccoglie in una sola asta di Bot a metà mese.
Ieri ci ha pensato il collega Fabio Dragoni a stendere un velo pietoso sul commento con cui Federico Fubini, sul Corriere della Sera, si è avventurato in improbabili confronti tra i tassi del Mes e quelli del Btp.
Ad affollare tale parterre de roi, è giunta, non nuova, la professoressa Veronica De Romanis sulla Stampa. Dalla quale apprendiamo che «L’Europa in questa crisi si è mossa molto velocemente mettendo a disposizione diversi strumenti […]. I primi ammontano a circa 570 miliardi di prestiti da destinare all’occupazione con il fondo Sure, alla sanità con il Meccanismo europeo di Stabilità (Mes) e ai progetti delle piccole e medie imprese con il ricorso alla Banca europea degli investimenti (Bei). I suddetti finanziamenti sono già disponibili». Sorvolando sui 570 miliardi che però sarebbero 540, ci spiace far notare alla De Romanis che Sure e finanziamenti Bei non sono disponibili ma sono fermi ai box di partenza perché mancano ancora le garanzie degli Stati membri (per l’Italia una «quisquilia» da 3,2 miliardi per il Sure e 4,7 per la Bei).
Riguardo al Mes, registriamo poi una sincera voce dal sen fuggita quando la De Romanis afferma che «non è semplice spiegare la posizione italiana […]. Sostenere come fanno molti esponenti del Movimento 5 stelle che si tratta di risorse condizionate, non ha nessun senso visto che tutte le altre risorse europee sono soggette a condizioni». Apprezzabile la leggiadria con cui ella passa da «non ci sono condizioni» al «fa niente, tanto ci sono condizioni dappertutto, allora tanto vale prendiamo il Mes». Anche perché, come ha sottolineato ieri Angela Merkel, «il cammino per l’accordo su Recovery fund e bilancio Ue è ancora lungo».
Ma la Palma d’Oro della giornata va al segretario del Pd, Nicola Zingaretti che, sul Corriere della Sera, si esibisce in un’accurata e dotta dissertazione sul «potenziamento e l’ammodernamento del sistema sanitario nazionale». Gli si deve riconoscere un’indubbia competenza in materia. Chi meglio di lui per intervenire su un sistema sanitario ridotto all’osso in termini di posti letto per abitante, soprattutto in terapia intensiva, dopo aver tagliato tutto il possibile per anni? Chiamare il potatore per far rigermogliare una pianta è in effetti un’ottima strategia. Ma ci sono almeno tre controindicazioni.
La prima è che avremmo voluto vedere quei 10 punti programmatici nel 2012, non dopo una crisi sanitaria che in almeno 4 Regioni ha visto scoppiare gli ospedali.
La seconda è che almeno 4 punti su 10 si riferiscono a spese correnti e non a investimenti una tantum, che potrebbero essere i soli a poter essere finanziati da un’entrata una tantum come il prestito del Mes.
Ci sarebbe da chiedere a Zingaretti da dove prenderebbe i soldi per pagare gli ulteriori medici di base e personale sanitario o le borse di studio o i posti per specializzandi, nel 2022, quando sarà necessario rimborsare il prestito del Mes. Zingaretti ha letto il protocollo d’intesa del Mes che prevede solo il finanziamento di spese dirette e indirette connesse al Covid-19? Sa che non potrà finanziare le spese per malattie oncologiche? Infine, giova ripetere che il Mes è pur sempre una modalità di finanziamento della spesa. E se non c’è una legge che prevede delle spese – sanitarie in questo caso – non ha senso invocare la loro copertura finanziaria. Quindi chi sostiene il Mes, prima di sbandierare farlocche analisi di convenienza, voti un atto di indirizzo parlamentare previsto dalla legge 234/2012, poi faccia approvare uno scostamento di bilancio reso obbligatorio dalla legge 243/2012, e poi si presenti con un disegno di legge di spesa sanitaria in Parlamento. Ma a quel punto rischia di non esserci più un governo. Tutto il resto è noia.
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