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2020-06-30
Piovono le euroballe dei tifosi della Troika per convincere il M5s a digerire il Salvastati
Nicola Zingaretti (Ansa)
L'offensiva mediatica del fine settimana, prolungatasi fino a ieri, sull'eventuale richiesta da parte dell'Italia del prestito al Mes, ci costringe a tornare su temi che credevamo ormai archiviati. La disperazione e l'affanno dei sostenitori del Mes è inversamente proporzionale alla qualità degli argomenti portati a sostegno. Più è alta la prima e più decresce la seconda. Ma ieri sono state toccate vette altissime e l'abbrivio l'ha fornito il «sobrio» titolo in prima del Giornale: «Allarme Mes: senza il prestito il Paese è fallito».
Sì, forse hanno ragione. Ma il Paese rischia di fallire per la miseria di 75 miliardi di maggior indebitamento netto e 180 miliardi di saldo netto da finanziare stanziati per fronteggiare la crisi economica da Covid-19. Tra i peggiori Paesi dell'Eurozona in termini di risposta del bilancio statale alla crisi. E, non a caso, le previsioni del Fmi per il Pil 2020 ci vedono fanalino di coda con un -12,8%. La Francia o la Germania fanno meglio di noi non grazie a un'illuminazione celeste, ma grazie a soldi «veri» - non immaginifiche «potenze di fuoco» - immessi nell'economia. L'Italia continua ad avere agevole accesso al finanziamento sui mercati con Bot e Btp i cui tassi nelle ultime aste sono stati addirittura decrescenti.
Giova ripetere che i circa 36 miliardi del Mes arriverebbero in 7 rate mensili. Resta da capire come sia possibile che un Paese sull'orlo del fallimento possa essere salvato da finanziamenti a rate da 5,4 miliardi mensili. Meno della somma che l'Italia raccoglie in una sola asta di Bot a metà mese.
Ieri ci ha pensato il collega Fabio Dragoni a stendere un velo pietoso sul commento con cui Federico Fubini, sul Corriere della Sera, si è avventurato in improbabili confronti tra i tassi del Mes e quelli del Btp.
Ad affollare tale parterre de roi, è giunta, non nuova, la professoressa Veronica De Romanis sulla Stampa. Dalla quale apprendiamo che «L'Europa in questa crisi si è mossa molto velocemente mettendo a disposizione diversi strumenti […]. I primi ammontano a circa 570 miliardi di prestiti da destinare all'occupazione con il fondo Sure, alla sanità con il Meccanismo europeo di Stabilità (Mes) e ai progetti delle piccole e medie imprese con il ricorso alla Banca europea degli investimenti (Bei). I suddetti finanziamenti sono già disponibili». Sorvolando sui 570 miliardi che però sarebbero 540, ci spiace far notare alla De Romanis che Sure e finanziamenti Bei non sono disponibili ma sono fermi ai box di partenza perché mancano ancora le garanzie degli Stati membri (per l'Italia una «quisquilia» da 3,2 miliardi per il Sure e 4,7 per la Bei).
Riguardo al Mes, registriamo poi una sincera voce dal sen fuggita quando la De Romanis afferma che «non è semplice spiegare la posizione italiana […]. Sostenere come fanno molti esponenti del Movimento 5 stelle che si tratta di risorse condizionate, non ha nessun senso visto che tutte le altre risorse europee sono soggette a condizioni». Apprezzabile la leggiadria con cui ella passa da «non ci sono condizioni» al «fa niente, tanto ci sono condizioni dappertutto, allora tanto vale prendiamo il Mes». Anche perché, come ha sottolineato ieri Angela Merkel, «il cammino per l'accordo su Recovery fund e bilancio Ue è ancora lungo».
Ma la Palma d'Oro della giornata va al segretario del Pd, Nicola Zingaretti che, sul Corriere della Sera, si esibisce in un'accurata e dotta dissertazione sul «potenziamento e l'ammodernamento del sistema sanitario nazionale». Gli si deve riconoscere un'indubbia competenza in materia. Chi meglio di lui per intervenire su un sistema sanitario ridotto all'osso in termini di posti letto per abitante, soprattutto in terapia intensiva, dopo aver tagliato tutto il possibile per anni? Chiamare il potatore per far rigermogliare una pianta è in effetti un'ottima strategia. Ma ci sono almeno tre controindicazioni.
La prima è che avremmo voluto vedere quei 10 punti programmatici nel 2012, non dopo una crisi sanitaria che in almeno 4 Regioni ha visto scoppiare gli ospedali.
La seconda è che almeno 4 punti su 10 si riferiscono a spese correnti e non a investimenti una tantum, che potrebbero essere i soli a poter essere finanziati da un'entrata una tantum come il prestito del Mes.
Ci sarebbe da chiedere a Zingaretti da dove prenderebbe i soldi per pagare gli ulteriori medici di base e personale sanitario o le borse di studio o i posti per specializzandi, nel 2022, quando sarà necessario rimborsare il prestito del Mes. Zingaretti ha letto il protocollo d'intesa del Mes che prevede solo il finanziamento di spese dirette e indirette connesse al Covid-19? Sa che non potrà finanziare le spese per malattie oncologiche? Infine, giova ripetere che il Mes è pur sempre una modalità di finanziamento della spesa. E se non c'è una legge che prevede delle spese - sanitarie in questo caso - non ha senso invocare la loro copertura finanziaria. Quindi chi sostiene il Mes, prima di sbandierare farlocche analisi di convenienza, voti un atto di indirizzo parlamentare previsto dalla legge 234/2012, poi faccia approvare uno scostamento di bilancio reso obbligatorio dalla legge 243/2012, e poi si presenti con un disegno di legge di spesa sanitaria in Parlamento. Ma a quel punto rischia di non esserci più un governo. Tutto il resto è noia.
La nostra sanità è malata d’austerity. Lo dice pure il «saggio» della Merkel
Se l'Italia è giunta impreparata all'appuntamento con il Covid, la colpa va ricercata nelle politiche di austerità imposte negli ultimi decenni da Bruxelles.
Farà discutere l'articolo pubblicato sull'ultimo numero della rivista Intereconomics da Franz Prante e Alessandro Bramucci della Berlin school of economics and law, e Achim Truger, docente all'Università di Duisburg-Essen e membro dei «cinque saggi», il ristretto circolo di consiglieri della cancelliera tedesca Angela Merkel. Perché le conclusioni alle quali sono giunti i tre illustri autori della ricerca, ripresa ieri dall'Huffington Post, coincidono con uno dei cavalli di battaglia del populismo nostrano. Nell'analisi condotta da Prante, Bramucci e Truger, il declino del nostro Sistema sanitario nazionale parte da lontano, precisamente dagli anni Novanta, durante i quali «l'obiettivo primario a livello macroeconomico era quello di limitare la crescita del debito pubblico per rispettare i criteri del Trattato di Maastricht e del Patto di stabilità e crescita». Tradotto, toccava farsi belli per Bruxelles. Ma quel lifting è costato caro perché, spiegano gli studiosi, in quel periodo «a differenza della maggior parte dei Paesi industrializzati, l'Italia ha registrato un calo della spesa sanitaria pubblica». Sul finire del decennio, le cose migliorano e negli anni Duemila ci mettiamo al passo con gli altri Stati. Complice la crisi, tuttavia, «a partire dal 2010 inizia una nuova fase del contenimento della spesa sanitaria che si protrae fino al 2015 per poi rimanere relativamente costante fino al 2018».
Un periodo nel quale la nostra spesa destinata alla salute diminuisce dell'8,2%, meno che in Grecia, ma più che in Spagna e Portogallo. Mentre i governi si affannano per rientrare nei parametri dettati dagli euroburocrati, inanellando quasi 30 anni consecutivi di avanzi primari (che si verificano quando le entrate dello Stato superano le uscite), a farne le spese sono gli italiani. Come dimostrato dai tre ricercatori, infatti, «periodi con tagli alle spese sanitarie reali tendono a corrispondere o a seguire periodi di forte consolidamento di bilancio nella prima metà degli anni Novanta e durante la crisi dell'euro dopo il 2010».
Le cifre snocciolate nello studio parlano da sole. «Dal 2008 al 2018», si legge, «la spesa sanitaria pubblica totale in termini nominali (cioè compresa l'inflazione) è aumentata solo del 5,3% in Italia, mentre in Germania è aumentata del 46,8%». Nel mirino finiscono gli ospedali, «spesso visti come una delle principali fonti potenziali di tagli alla sanità». Una tendenza piuttosto generalizzata in Europa, ma che colpisce più duramente Italia e Belgio. Non a caso, rispettivamente, secondo e quarto debito pubblico in percentuale sul Pil di tutta l'Unione.
Calano i posti letto, in favore dei servizi day hospital e ambulatoriali. Se nei primi anni Novanta la nostra capacità ospedaliera si avvicinava alla Germania (tra 2,5 e 3 ospedali ogni 100.000 abitanti), a metà del decennio appena trascorso finiamo molto più in basso (appena sopra 1,5 ospedali/100.000 abitanti), appaiati con Portogallo e Grecia. Peggio ancora per quanto riguarda i posti letto, scesi da 7 ogni 1.000 abitanti del 1990 ad appena 2,6 nel 2017, contro i 6 della Germania, i 5 del Belgio, e più giù di Francia, Portogallo e Grecia. Sebbene il numero di posti letto in terapia intensiva sia rimasto costante, figuriamo sempre tra gli ultimi in Europa, con un numero quasi sei volte inferiore rispetto alla Germania, che nell'ultimo decennio ha visto bene di incrementare la capacità di circa il 10% (da 25.000 a 28.000 posti letto).
È così che abbiamo sacrificato il nostro sistema sanitario sull'altare dei conti pubblici messo in piedi da Bruxelles. Risultato? Facciamolo dire agli stessi ricercatori. «La riduzione delle risorse destinate al Ssn e in particolare al sistema ospedaliero pubblico va avanti da quasi 30 anni e ha causato gravi difficoltà nell'affrontare efficacemente le conseguenze del Covid-19», e «l'attenzione unilaterale al contenimento della spesa e alla riduzione del debito pubblico ha privato il sistema sanitaria italiano di una parte importante della sua capacità di offrire una protezione adeguata alla popolazione». Parole ancora più pesanti se pronunciate da un fedelissimo della Merkel, che oggi con l'appoggio dal Pd vuole imporci il Mes sanitario. Una scelta che rischia di incatenare la nostra salute al vincolo esterno per lunghi anni a venire.
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Nicola Zingaretti mente su almeno 4 dei 10 punti pro Mes, l'economista Veronica De Romanis ammette: «Condizionalità ovunque». La cancelliera è lapidaria: «Lontana l'intesa sul Recovery»Lo studio tedesco: Italia fragile dinanzi al virus per colpa di 30 anni di tagli targati UeLo speciale contiene due articoliL'offensiva mediatica del fine settimana, prolungatasi fino a ieri, sull'eventuale richiesta da parte dell'Italia del prestito al Mes, ci costringe a tornare su temi che credevamo ormai archiviati. La disperazione e l'affanno dei sostenitori del Mes è inversamente proporzionale alla qualità degli argomenti portati a sostegno. Più è alta la prima e più decresce la seconda. Ma ieri sono state toccate vette altissime e l'abbrivio l'ha fornito il «sobrio» titolo in prima del Giornale: «Allarme Mes: senza il prestito il Paese è fallito».Sì, forse hanno ragione. Ma il Paese rischia di fallire per la miseria di 75 miliardi di maggior indebitamento netto e 180 miliardi di saldo netto da finanziare stanziati per fronteggiare la crisi economica da Covid-19. Tra i peggiori Paesi dell'Eurozona in termini di risposta del bilancio statale alla crisi. E, non a caso, le previsioni del Fmi per il Pil 2020 ci vedono fanalino di coda con un -12,8%. La Francia o la Germania fanno meglio di noi non grazie a un'illuminazione celeste, ma grazie a soldi «veri» - non immaginifiche «potenze di fuoco» - immessi nell'economia. L'Italia continua ad avere agevole accesso al finanziamento sui mercati con Bot e Btp i cui tassi nelle ultime aste sono stati addirittura decrescenti.Giova ripetere che i circa 36 miliardi del Mes arriverebbero in 7 rate mensili. Resta da capire come sia possibile che un Paese sull'orlo del fallimento possa essere salvato da finanziamenti a rate da 5,4 miliardi mensili. Meno della somma che l'Italia raccoglie in una sola asta di Bot a metà mese.Ieri ci ha pensato il collega Fabio Dragoni a stendere un velo pietoso sul commento con cui Federico Fubini, sul Corriere della Sera, si è avventurato in improbabili confronti tra i tassi del Mes e quelli del Btp.Ad affollare tale parterre de roi, è giunta, non nuova, la professoressa Veronica De Romanis sulla Stampa. Dalla quale apprendiamo che «L'Europa in questa crisi si è mossa molto velocemente mettendo a disposizione diversi strumenti […]. I primi ammontano a circa 570 miliardi di prestiti da destinare all'occupazione con il fondo Sure, alla sanità con il Meccanismo europeo di Stabilità (Mes) e ai progetti delle piccole e medie imprese con il ricorso alla Banca europea degli investimenti (Bei). I suddetti finanziamenti sono già disponibili». Sorvolando sui 570 miliardi che però sarebbero 540, ci spiace far notare alla De Romanis che Sure e finanziamenti Bei non sono disponibili ma sono fermi ai box di partenza perché mancano ancora le garanzie degli Stati membri (per l'Italia una «quisquilia» da 3,2 miliardi per il Sure e 4,7 per la Bei).Riguardo al Mes, registriamo poi una sincera voce dal sen fuggita quando la De Romanis afferma che «non è semplice spiegare la posizione italiana […]. Sostenere come fanno molti esponenti del Movimento 5 stelle che si tratta di risorse condizionate, non ha nessun senso visto che tutte le altre risorse europee sono soggette a condizioni». Apprezzabile la leggiadria con cui ella passa da «non ci sono condizioni» al «fa niente, tanto ci sono condizioni dappertutto, allora tanto vale prendiamo il Mes». Anche perché, come ha sottolineato ieri Angela Merkel, «il cammino per l'accordo su Recovery fund e bilancio Ue è ancora lungo».Ma la Palma d'Oro della giornata va al segretario del Pd, Nicola Zingaretti che, sul Corriere della Sera, si esibisce in un'accurata e dotta dissertazione sul «potenziamento e l'ammodernamento del sistema sanitario nazionale». Gli si deve riconoscere un'indubbia competenza in materia. Chi meglio di lui per intervenire su un sistema sanitario ridotto all'osso in termini di posti letto per abitante, soprattutto in terapia intensiva, dopo aver tagliato tutto il possibile per anni? Chiamare il potatore per far rigermogliare una pianta è in effetti un'ottima strategia. Ma ci sono almeno tre controindicazioni.La prima è che avremmo voluto vedere quei 10 punti programmatici nel 2012, non dopo una crisi sanitaria che in almeno 4 Regioni ha visto scoppiare gli ospedali.La seconda è che almeno 4 punti su 10 si riferiscono a spese correnti e non a investimenti una tantum, che potrebbero essere i soli a poter essere finanziati da un'entrata una tantum come il prestito del Mes.Ci sarebbe da chiedere a Zingaretti da dove prenderebbe i soldi per pagare gli ulteriori medici di base e personale sanitario o le borse di studio o i posti per specializzandi, nel 2022, quando sarà necessario rimborsare il prestito del Mes. Zingaretti ha letto il protocollo d'intesa del Mes che prevede solo il finanziamento di spese dirette e indirette connesse al Covid-19? Sa che non potrà finanziare le spese per malattie oncologiche? Infine, giova ripetere che il Mes è pur sempre una modalità di finanziamento della spesa. E se non c'è una legge che prevede delle spese - sanitarie in questo caso - non ha senso invocare la loro copertura finanziaria. Quindi chi sostiene il Mes, prima di sbandierare farlocche analisi di convenienza, voti un atto di indirizzo parlamentare previsto dalla legge 234/2012, poi faccia approvare uno scostamento di bilancio reso obbligatorio dalla legge 243/2012, e poi si presenti con un disegno di legge di spesa sanitaria in Parlamento. Ma a quel punto rischia di non esserci più un governo. Tutto il resto è noia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/piovono-le-euroballe-dei-tifosi-della-troika-per-convincere-il-m5s-a-digerire-il-salvastati-2646292860.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-nostra-sanita-e-malata-dausterity-lo-dice-pure-il-saggio-della-merkel" data-post-id="2646292860" data-published-at="1593468683" data-use-pagination="False"> La nostra sanità è malata d’austerity. Lo dice pure il «saggio» della Merkel Se l'Italia è giunta impreparata all'appuntamento con il Covid, la colpa va ricercata nelle politiche di austerità imposte negli ultimi decenni da Bruxelles. Farà discutere l'articolo pubblicato sull'ultimo numero della rivista Intereconomics da Franz Prante e Alessandro Bramucci della Berlin school of economics and law, e Achim Truger, docente all'Università di Duisburg-Essen e membro dei «cinque saggi», il ristretto circolo di consiglieri della cancelliera tedesca Angela Merkel. Perché le conclusioni alle quali sono giunti i tre illustri autori della ricerca, ripresa ieri dall'Huffington Post, coincidono con uno dei cavalli di battaglia del populismo nostrano. Nell'analisi condotta da Prante, Bramucci e Truger, il declino del nostro Sistema sanitario nazionale parte da lontano, precisamente dagli anni Novanta, durante i quali «l'obiettivo primario a livello macroeconomico era quello di limitare la crescita del debito pubblico per rispettare i criteri del Trattato di Maastricht e del Patto di stabilità e crescita». Tradotto, toccava farsi belli per Bruxelles. Ma quel lifting è costato caro perché, spiegano gli studiosi, in quel periodo «a differenza della maggior parte dei Paesi industrializzati, l'Italia ha registrato un calo della spesa sanitaria pubblica». Sul finire del decennio, le cose migliorano e negli anni Duemila ci mettiamo al passo con gli altri Stati. Complice la crisi, tuttavia, «a partire dal 2010 inizia una nuova fase del contenimento della spesa sanitaria che si protrae fino al 2015 per poi rimanere relativamente costante fino al 2018». Un periodo nel quale la nostra spesa destinata alla salute diminuisce dell'8,2%, meno che in Grecia, ma più che in Spagna e Portogallo. Mentre i governi si affannano per rientrare nei parametri dettati dagli euroburocrati, inanellando quasi 30 anni consecutivi di avanzi primari (che si verificano quando le entrate dello Stato superano le uscite), a farne le spese sono gli italiani. Come dimostrato dai tre ricercatori, infatti, «periodi con tagli alle spese sanitarie reali tendono a corrispondere o a seguire periodi di forte consolidamento di bilancio nella prima metà degli anni Novanta e durante la crisi dell'euro dopo il 2010». Le cifre snocciolate nello studio parlano da sole. «Dal 2008 al 2018», si legge, «la spesa sanitaria pubblica totale in termini nominali (cioè compresa l'inflazione) è aumentata solo del 5,3% in Italia, mentre in Germania è aumentata del 46,8%». Nel mirino finiscono gli ospedali, «spesso visti come una delle principali fonti potenziali di tagli alla sanità». Una tendenza piuttosto generalizzata in Europa, ma che colpisce più duramente Italia e Belgio. Non a caso, rispettivamente, secondo e quarto debito pubblico in percentuale sul Pil di tutta l'Unione. Calano i posti letto, in favore dei servizi day hospital e ambulatoriali. Se nei primi anni Novanta la nostra capacità ospedaliera si avvicinava alla Germania (tra 2,5 e 3 ospedali ogni 100.000 abitanti), a metà del decennio appena trascorso finiamo molto più in basso (appena sopra 1,5 ospedali/100.000 abitanti), appaiati con Portogallo e Grecia. Peggio ancora per quanto riguarda i posti letto, scesi da 7 ogni 1.000 abitanti del 1990 ad appena 2,6 nel 2017, contro i 6 della Germania, i 5 del Belgio, e più giù di Francia, Portogallo e Grecia. Sebbene il numero di posti letto in terapia intensiva sia rimasto costante, figuriamo sempre tra gli ultimi in Europa, con un numero quasi sei volte inferiore rispetto alla Germania, che nell'ultimo decennio ha visto bene di incrementare la capacità di circa il 10% (da 25.000 a 28.000 posti letto). È così che abbiamo sacrificato il nostro sistema sanitario sull'altare dei conti pubblici messo in piedi da Bruxelles. Risultato? Facciamolo dire agli stessi ricercatori. «La riduzione delle risorse destinate al Ssn e in particolare al sistema ospedaliero pubblico va avanti da quasi 30 anni e ha causato gravi difficoltà nell'affrontare efficacemente le conseguenze del Covid-19», e «l'attenzione unilaterale al contenimento della spesa e alla riduzione del debito pubblico ha privato il sistema sanitaria italiano di una parte importante della sua capacità di offrire una protezione adeguata alla popolazione». Parole ancora più pesanti se pronunciate da un fedelissimo della Merkel, che oggi con l'appoggio dal Pd vuole imporci il Mes sanitario. Una scelta che rischia di incatenare la nostra salute al vincolo esterno per lunghi anni a venire.
Peter Magyar (Getty Images)
Fortunatamente, per ora, Peter Magyar sta confermando la linea di Orbán pressoché su tutto - anche perché dire che il gas e la benzina «non servono» è una roba per chi si era preso la «Tesla a rate» -, ed è proprio qui che si apre la riflessione sulla sinistra che esulta quando in Ungheria si è formato il Parlamento più a destra della sua storia. I conservatori si aggiudicano 138 seggi su 199, l’opposizione ai conservatori la fanno i sovranisti di Orbán con 55 seggi, l’estrema destra se ne aggiudica 7 e la sinistra ungherese evapora verso l’1% con zero seggi.
In questo contesto la sinistra italiana, ed europea in generale, si dichiara vincitrice perché il copione resistenziale sulla base del quale escono ancora libri sul fascismo che sembrano scritti nel 1944 impone le feste in piazza per non svelare che tutta la narrazione sul «rischio democratico» era una balla. Non si tratta, dunque, di miopia tattica, ma di ingenua rivelazione strutturale: la sinistra ha definitivamente smesso di essere laburista e si è ridotta al ruolo di preservazione del governo parallelo che in ogni nazione occidentale si occupa di sorvegliare l’agenda globalista. Si sta così assistendo al definitivo smascheramento della politica non più legata a qualsivoglia ruolo di intervento sulla reale composizione sociale di una nazione ma intesa come mera estensione degli apparati. Organizzazioni non governative, fondazioni, think tank, burocrazia Ue, burocrazia statale, apparato culturale, media, Terzo settore: sono questi i presidi gramsciani irrinunciabili, ed è qui che si combatte la vera battaglia politica per il controllo e il dominio della società. Ogni contenuto - «nuovi diritti», uguaglianza, antifascismo, immigrazionismo - è subordinato alla necessità di avere vertici politici che non ostacolino il flusso di risorse che dai fondi pubblici arrivano agli apparati.
Il caso ungherese è particolarmente interessante proprio perché non concede la benché minima possibilità di presentare il risultato come «una vittoria della sinistra», eppure c’è chi balla comunque in piazza. Lo stesso Magyar viene celebrato non perché «di sinistra» - qualcuno dice che «è più a sinistra di Orbán» ma in realtà su alcuni aspetti è più a destra - ma perché è europeista, più convintamente pro-Nato di Orbán e mercatista-liberale. Affermare che Magyar «soddisfa il bisogno di protezione economica e di sicurezza collettiva» significa svelare l’identificazione tra «bene» e Unione europea, tra sinistra e Unione europea e tra apparato tecnocratico e «libertà». In questa sorta di microfisica del potere i contenuti politici scompaiono e la politica non governa più ma si limita a gestire i flussi di sovvenzioni e legittimazione riducendo ogni conflitto politico alla garanzia di finanziamento per quel sistema parallelo che si identifica ormai a tutti gli effetti con la «tenuta democratica del Paese».
In questo modo, tuttavia, il concetto stesso di rappresentanza democratica entra in crisi: se le elezioni sono semplicemente il rito che legittima l’occupazione gramsciana delle istituzioni, allora non esiste più una reale possibilità di compiere scelte alternative. L’aver definito tutto ciò che fuoriesce dall’ambito della sinistra globalista come «fascista» ha portato con sé il frutto avvelenato della fine della democrazia e in questo senso la follia woke ha svolto il ruolo di salutare catalizzatore per coloro che avrebbero anche potuto credere che in fondo l’Emilia, la Toscana e San Francisco sono davvero «il migliore dei mondi possibili» al di fuori dei quali è inutile andare. Le strane esultanze di oggi stanno dunque dimostrando che Viktor Orbán era il «male assoluto» non per le politiche economiche o migratorie in sé, ma perché ha compiuto il peccato mortale di aver limitato l’ingerenza delle Ong e dei fondi Ue condizionali.
La politica si riduce così a fabbrica di «nuovi diritti» - economici, sessuoidentitari, ambientali - strutturati in modo da diventare oggetto di gestione amministrativa da parte di un enorme apparato controllato interamente dalla sinistra; chi consente questo meccanismo è «democratico» a prescindere dai contenuti politici che dichiara di perseguire, chi lo impedisce è «fascista». Ma giacché, come fatto notare tra gli altri da Giorgio Agamben, i «diritti» di per sé non emancipano, allora non possiamo non pensare che essi siano in realtà costruiti per moltiplicare le dipendenze dall’apparato e i «dispositivi di cattura» che lo Stato pone in azione nei confronti dei cittadini. Esultare perché i propri avversari hanno stravinto le elezioni sta mostrando proprio questo, che in realtà la posta in gioco era un’altra, non era la politica intesa in senso novecentesco ma era il semplice lasciapassare senza il quale le élite fanno più fatica ad agire.
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Péter Magyar (Ansa)
Al Semafor world economy summit a Washington, martedì Dombrovskis si è dichiarato molto fiducioso: «Ci sono alcune questioni rimaste in sospeso durante il precedente governo ungherese, quello del primo ministro Orbán. Speriamo di poter procedere rapidamente, ma in generale vediamo in Ungheria una svolta più filo europea».
Il neo eletto Magyar ha già detto che non bloccherà il prestito dell’Unione europea ma non parteciperà perché il suo Paese è in pessime condizioni economiche. Tanto basta a Ursula von der Leyen: ottenere la revoca del veto. Ieri, il presidente della Commissione europea ha detto di aver parlato con il vincitore delle elezioni. «Abbiamo discusso delle priorità immediate», annunciava in un post sulla piattaforma social X. «Bisogna agire rapidamente per ripristinare, riallineare e riformare. Ripristinare lo Stato di diritto. Riallinearsi ai nostri valori europei condivisi. E riformare, per sbloccare le opportunità offerte dagli investimenti europei», ha aggiunto Von der Leyen.
Al suo esecutivo interessa solo ottenere l’approvazione definitiva del sostanzioso pacchetto di aiuti promessi a Volodymyr Zelensky per il biennio 2026-2027, da fare arrivare a Kiev in due tranche da 45 miliardi di euro ciascuna. La posta in gioco è così alta per la Commissione che il suo presidente non ha esitato a blandire il neo eletto. «L’Ungheria è tornata nel cuore dell’Europa, dove ha sempre dovuto appartenere», ha scritto. «Questo è, soprattutto, un momento per il popolo ungherese. Per la sua voce, la sua dignità e il suo futuro in un’Ungheria sicura e prospera all’interno di un’Europa forte».
A Magyar «cedere» non costerà nulla (Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno ottenuto l’opt-out dal prestito), anzi finalmente potrà ottenere i quasi 37 miliardi di euro congelati da Bruxelles. Come ha riassunto il Financial Times, oltre alla revoca del veto ungherese sul prestito all’Ucraina i passi fondamentali devono essere il via libera al prossimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, la riforma del sistema giudiziario e dei servizi di sicurezza e il rimpasto ai vertici delle principali istituzioni pubbliche e imprese statali. Bruxelles, inoltre, chiede una risoluzione della controversia sulle irregolarità delle procedure di richiesta d’asilo per i migranti, che costa a Budapest una multa giornaliera di un milione di euro oggi arrivata a quasi 900 milioni.
Se è fondamentale lo sblocco dei fondi Ue per dare ossigeno all’economia ungherese e migliorarne le prospettive di crescita, importante sarà per Magyar mantenere le sue promesse elettorali, ovvero lavorare per ridurre l’imposta sul reddito personale per i redditi più bassi e aumentare le pensioni minime. Oggi alle 10, il futuro primo ministro avrà un incontro con Tamás Sulyokil, sollecitato dallo stesso presidente della Repubblica. «È nell’interesse dell’Ungheria che il passaggio di consegne e l’insediamento del nuovo governo avvengano il prima possibile», ha scritto Magyar sul suo profilo social.
Domenica sera, nel suo discorso di vittoria aveva chiesto le dimissioni di Sulyok. Ha ribadito l’argomento anche in conferenza stampa: si aspetta che il capo dello Stato convochi al più presto la sessione inaugurale dell’Assemblea nazionale (ha tempo entro 30 giorni dalle elezioni, ovvero entro il 12 maggio) e che, dopo aver proposto il presidente di Tisza come primo ministro, si dimetta. Quasi il 73% degli attuali membri dell’Assemblea lascerà il proprio incarico a maggio
Prima dell’incontro di oggi, Magyar sarà a Radio Kossuth e sul canale tv M1. L’ultima apparizione del quarantacinquenne politico nella tv pubblica risaliva al 26 settembre 2024, quando accusò l’istituzione di propaganda goebbelsiana. Negli ultimi giorni di campagna elettorale ha detto che, una volta eletto, i media pubblici non sarebbero stati chiusi, ma i loro servizi di informazione sospesi fino a quando non fosse stata garantita una copertura giornalistica equilibrata.
Da Mosca, intanto, il portavoce presidenziale russo Dmitry Peskov ha fatto sapere che c’è la volontà di proseguire un dialogo pragmatico «con il nuovo governo ungherese». Il Cremlino attende i primi passi concreti. Lunedì, Magyar aveva dichiarato l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalle fonti energetiche russe e la volontà di fare tutto il possibile per diversificare gli acquisti di petrolio e gas «ma questo non significa che ci disinvestiremo», ha tenuto a precisare. Convenienza economica e la sicurezza dell’approvvigionamento continueranno a essere le considerazioni principali.
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Dalla crisi nello Stretto di Hormuz alle tensioni su Trump, fino agli scandali e alla politica interna, l’America tra guerra, economia e instabilità.
«Posso confermare che l’Agenzia esecutiva per l’istruzione e la cultura (Eacea) ha inviato una lettera per informare la Fondazione La Biennale di Venezia della nostra intenzione di sospendere o revocare una sovvenzione in corso pari a 2 milioni di euro», ha dichiarato il portavoce della Commissione Ue, Thomas Regnier. «La Commissione aveva inoltre inviato una lettera al governo italiano nel mese di marzo. Come già menzionato, la Commissione condanna la decisione della Fondazione Biennale di consentire alla Russia di partecipare alla Biennale d’arte di Venezia del 2026».
Come risponderà il governo italiano? I casi sono due: o farà notare che quei soldi sono nostri visto che siamo contributori netti (riceviamo meno di quel che conferiamo alla Ue, per capirci) e quindi ce li debbono dare, oppure - come alcuni ambienti ci dicono - il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, approfitterà della letterina per accerchiare l’ex amico Buttafuoco costringendolo alle dimissioni o cercando una sfiducia.
Per farla breve: o i russi se ne stanno alla larga da Venezia oppure niente euro da Bruxelles. In mezzo c’è Buttafuoco, uomo di grande rigore morale, spessore culturale e col vizio della coerenza. Insomma è un bel problema per Giuli e Fazzolari.
I soldi, dicevamo. «Gli eventi culturali finanziati con il denaro dei contribuenti europei», ha ribadito il portavoce della Commissione Ue, «dovrebbero salvaguardare i valori democratici, promuovere il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione, valori che non vengono rispettati nella Russia odierna». E qui diciamo che la Commissione europea finisce in fuorigioco: perché alla Russia è preclusa la possibilità di allestire il suo proprio stand, mentre a Israele, all’Iran, alla stessa America invece questo spazio è consentito? Si tratta di una provocazione, certo, ma nemmeno così campata per aria: oltre ai casi citati, ce ne sarebbero altri: siamo certi che in altri Paesi presenti in Biennale si possano applicare i principi etici, morali e quelle libertà di espressione citati dal portavoce? Non ne sarei molto sicuro. Ma meglio non porsi troppe domande, come del resto facciamo sui fornitori di gas e petrolio. Ci torneremo.
La verità è che la Russia rappresenta un problema politico, anzi il problema politico numero uno di questa Europa. È il nemico che consente di azionare la leva a debito per comprare tante armi da rimettere in piedi un po’ di industria… tedesca (e non solo). E allora sarebbe da domandare ai solerti funzionari della Commissione: siete sicuri che i cittadini vogliano spendere i soldi in armi o non in un tentativo di dialogo che porti alla pace magari attraverso la stessa Biennale del cattivo Buttafuoco? Impossibile da sapere perché - a proposito di democrazia - l’Unione è allergica a interrogare il popolo.
Nel giorno in cui Giorgia Meloni è stata bravissima a rimettersi sulla stessa frequenza d’onda degli italiani, molto critici verso il blasfemo e guerrafondaio Donald Trump, così come verso il suo compare d’armi Benjamin Netanyahu, dispiace che il governo non colga l’opportunità della Biennale per un dialogo «meta-politico», un dialogo alla luce del sole e non negli interstizi delle trattative con Mosca in materia energetica, trattative di cui la gente sa poco.
Va dato atto all’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, di aver squarciato il muro di gomma proponendo di congelare il ban, cioè le sanzioni europee, contro il gas russo. Descalzi si mette in una posizione di attenzione e il governo farebbe bene a non scommettere troppo sulla redditività di posizioni attendiste, perché in questo arco di tempo gli altri si muoveranno. Trump per primo. E in Europa non è detto che la Francia ci freghi sul tempo, usando la Total.
La Commissione europea che si erge a fiero paladino morale contro la Biennale è la stessa che in questi anni ha fatto il pieno di acquisti di gas dalla Russia: basti pensare che solo nell’ultimo trimestre il gas naturale russo ha fatto il 14,2% di tutte le forniture all’Unione europea. Nel primo trimestre 2026, le imprese russe hanno incassato dai Paesi Ue quasi 5 miliardi di dollari per la vendita di gas: saranno una ventina di miliardi sull’anno. E tanti acquisti abbiamo fatto anche nel 2025 e ancor più nel 2024 (anno del record di acquisti). Miliardi che - se vogliamo dirla con la retorica dei buoni - finiscono in bombe, missili, proiettili contro gli ucraini.
Detto questo, mi venite a raccontare che la Biennale fa il gioco di Vladimir Putin? Se qui c’è una propaganda, beh quella è dell’Unione europea ed è una propaganda tanto stupida quanto meschina. Il guaio è che nel governo c’è chi gioca di sponda con Bruxelles e contro Buttafuoco, la Biennale e il messaggio universale della cultura.
Post scriptum. Sia chiaro: a noi, il gas russo piace talmente tanto che ne vorremmo di più.
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