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2020-06-30
Piovono le euroballe dei tifosi della Troika per convincere il M5s a digerire il Salvastati
Nicola Zingaretti (Ansa)
L'offensiva mediatica del fine settimana, prolungatasi fino a ieri, sull'eventuale richiesta da parte dell'Italia del prestito al Mes, ci costringe a tornare su temi che credevamo ormai archiviati. La disperazione e l'affanno dei sostenitori del Mes è inversamente proporzionale alla qualità degli argomenti portati a sostegno. Più è alta la prima e più decresce la seconda. Ma ieri sono state toccate vette altissime e l'abbrivio l'ha fornito il «sobrio» titolo in prima del Giornale: «Allarme Mes: senza il prestito il Paese è fallito».
Sì, forse hanno ragione. Ma il Paese rischia di fallire per la miseria di 75 miliardi di maggior indebitamento netto e 180 miliardi di saldo netto da finanziare stanziati per fronteggiare la crisi economica da Covid-19. Tra i peggiori Paesi dell'Eurozona in termini di risposta del bilancio statale alla crisi. E, non a caso, le previsioni del Fmi per il Pil 2020 ci vedono fanalino di coda con un -12,8%. La Francia o la Germania fanno meglio di noi non grazie a un'illuminazione celeste, ma grazie a soldi «veri» - non immaginifiche «potenze di fuoco» - immessi nell'economia. L'Italia continua ad avere agevole accesso al finanziamento sui mercati con Bot e Btp i cui tassi nelle ultime aste sono stati addirittura decrescenti.
Giova ripetere che i circa 36 miliardi del Mes arriverebbero in 7 rate mensili. Resta da capire come sia possibile che un Paese sull'orlo del fallimento possa essere salvato da finanziamenti a rate da 5,4 miliardi mensili. Meno della somma che l'Italia raccoglie in una sola asta di Bot a metà mese.
Ieri ci ha pensato il collega Fabio Dragoni a stendere un velo pietoso sul commento con cui Federico Fubini, sul Corriere della Sera, si è avventurato in improbabili confronti tra i tassi del Mes e quelli del Btp.
Ad affollare tale parterre de roi, è giunta, non nuova, la professoressa Veronica De Romanis sulla Stampa. Dalla quale apprendiamo che «L'Europa in questa crisi si è mossa molto velocemente mettendo a disposizione diversi strumenti […]. I primi ammontano a circa 570 miliardi di prestiti da destinare all'occupazione con il fondo Sure, alla sanità con il Meccanismo europeo di Stabilità (Mes) e ai progetti delle piccole e medie imprese con il ricorso alla Banca europea degli investimenti (Bei). I suddetti finanziamenti sono già disponibili». Sorvolando sui 570 miliardi che però sarebbero 540, ci spiace far notare alla De Romanis che Sure e finanziamenti Bei non sono disponibili ma sono fermi ai box di partenza perché mancano ancora le garanzie degli Stati membri (per l'Italia una «quisquilia» da 3,2 miliardi per il Sure e 4,7 per la Bei).
Riguardo al Mes, registriamo poi una sincera voce dal sen fuggita quando la De Romanis afferma che «non è semplice spiegare la posizione italiana […]. Sostenere come fanno molti esponenti del Movimento 5 stelle che si tratta di risorse condizionate, non ha nessun senso visto che tutte le altre risorse europee sono soggette a condizioni». Apprezzabile la leggiadria con cui ella passa da «non ci sono condizioni» al «fa niente, tanto ci sono condizioni dappertutto, allora tanto vale prendiamo il Mes». Anche perché, come ha sottolineato ieri Angela Merkel, «il cammino per l'accordo su Recovery fund e bilancio Ue è ancora lungo».
Ma la Palma d'Oro della giornata va al segretario del Pd, Nicola Zingaretti che, sul Corriere della Sera, si esibisce in un'accurata e dotta dissertazione sul «potenziamento e l'ammodernamento del sistema sanitario nazionale». Gli si deve riconoscere un'indubbia competenza in materia. Chi meglio di lui per intervenire su un sistema sanitario ridotto all'osso in termini di posti letto per abitante, soprattutto in terapia intensiva, dopo aver tagliato tutto il possibile per anni? Chiamare il potatore per far rigermogliare una pianta è in effetti un'ottima strategia. Ma ci sono almeno tre controindicazioni.
La prima è che avremmo voluto vedere quei 10 punti programmatici nel 2012, non dopo una crisi sanitaria che in almeno 4 Regioni ha visto scoppiare gli ospedali.
La seconda è che almeno 4 punti su 10 si riferiscono a spese correnti e non a investimenti una tantum, che potrebbero essere i soli a poter essere finanziati da un'entrata una tantum come il prestito del Mes.
Ci sarebbe da chiedere a Zingaretti da dove prenderebbe i soldi per pagare gli ulteriori medici di base e personale sanitario o le borse di studio o i posti per specializzandi, nel 2022, quando sarà necessario rimborsare il prestito del Mes. Zingaretti ha letto il protocollo d'intesa del Mes che prevede solo il finanziamento di spese dirette e indirette connesse al Covid-19? Sa che non potrà finanziare le spese per malattie oncologiche? Infine, giova ripetere che il Mes è pur sempre una modalità di finanziamento della spesa. E se non c'è una legge che prevede delle spese - sanitarie in questo caso - non ha senso invocare la loro copertura finanziaria. Quindi chi sostiene il Mes, prima di sbandierare farlocche analisi di convenienza, voti un atto di indirizzo parlamentare previsto dalla legge 234/2012, poi faccia approvare uno scostamento di bilancio reso obbligatorio dalla legge 243/2012, e poi si presenti con un disegno di legge di spesa sanitaria in Parlamento. Ma a quel punto rischia di non esserci più un governo. Tutto il resto è noia.
La nostra sanità è malata d’austerity. Lo dice pure il «saggio» della Merkel
Se l'Italia è giunta impreparata all'appuntamento con il Covid, la colpa va ricercata nelle politiche di austerità imposte negli ultimi decenni da Bruxelles.
Farà discutere l'articolo pubblicato sull'ultimo numero della rivista Intereconomics da Franz Prante e Alessandro Bramucci della Berlin school of economics and law, e Achim Truger, docente all'Università di Duisburg-Essen e membro dei «cinque saggi», il ristretto circolo di consiglieri della cancelliera tedesca Angela Merkel. Perché le conclusioni alle quali sono giunti i tre illustri autori della ricerca, ripresa ieri dall'Huffington Post, coincidono con uno dei cavalli di battaglia del populismo nostrano. Nell'analisi condotta da Prante, Bramucci e Truger, il declino del nostro Sistema sanitario nazionale parte da lontano, precisamente dagli anni Novanta, durante i quali «l'obiettivo primario a livello macroeconomico era quello di limitare la crescita del debito pubblico per rispettare i criteri del Trattato di Maastricht e del Patto di stabilità e crescita». Tradotto, toccava farsi belli per Bruxelles. Ma quel lifting è costato caro perché, spiegano gli studiosi, in quel periodo «a differenza della maggior parte dei Paesi industrializzati, l'Italia ha registrato un calo della spesa sanitaria pubblica». Sul finire del decennio, le cose migliorano e negli anni Duemila ci mettiamo al passo con gli altri Stati. Complice la crisi, tuttavia, «a partire dal 2010 inizia una nuova fase del contenimento della spesa sanitaria che si protrae fino al 2015 per poi rimanere relativamente costante fino al 2018».
Un periodo nel quale la nostra spesa destinata alla salute diminuisce dell'8,2%, meno che in Grecia, ma più che in Spagna e Portogallo. Mentre i governi si affannano per rientrare nei parametri dettati dagli euroburocrati, inanellando quasi 30 anni consecutivi di avanzi primari (che si verificano quando le entrate dello Stato superano le uscite), a farne le spese sono gli italiani. Come dimostrato dai tre ricercatori, infatti, «periodi con tagli alle spese sanitarie reali tendono a corrispondere o a seguire periodi di forte consolidamento di bilancio nella prima metà degli anni Novanta e durante la crisi dell'euro dopo il 2010».
Le cifre snocciolate nello studio parlano da sole. «Dal 2008 al 2018», si legge, «la spesa sanitaria pubblica totale in termini nominali (cioè compresa l'inflazione) è aumentata solo del 5,3% in Italia, mentre in Germania è aumentata del 46,8%». Nel mirino finiscono gli ospedali, «spesso visti come una delle principali fonti potenziali di tagli alla sanità». Una tendenza piuttosto generalizzata in Europa, ma che colpisce più duramente Italia e Belgio. Non a caso, rispettivamente, secondo e quarto debito pubblico in percentuale sul Pil di tutta l'Unione.
Calano i posti letto, in favore dei servizi day hospital e ambulatoriali. Se nei primi anni Novanta la nostra capacità ospedaliera si avvicinava alla Germania (tra 2,5 e 3 ospedali ogni 100.000 abitanti), a metà del decennio appena trascorso finiamo molto più in basso (appena sopra 1,5 ospedali/100.000 abitanti), appaiati con Portogallo e Grecia. Peggio ancora per quanto riguarda i posti letto, scesi da 7 ogni 1.000 abitanti del 1990 ad appena 2,6 nel 2017, contro i 6 della Germania, i 5 del Belgio, e più giù di Francia, Portogallo e Grecia. Sebbene il numero di posti letto in terapia intensiva sia rimasto costante, figuriamo sempre tra gli ultimi in Europa, con un numero quasi sei volte inferiore rispetto alla Germania, che nell'ultimo decennio ha visto bene di incrementare la capacità di circa il 10% (da 25.000 a 28.000 posti letto).
È così che abbiamo sacrificato il nostro sistema sanitario sull'altare dei conti pubblici messo in piedi da Bruxelles. Risultato? Facciamolo dire agli stessi ricercatori. «La riduzione delle risorse destinate al Ssn e in particolare al sistema ospedaliero pubblico va avanti da quasi 30 anni e ha causato gravi difficoltà nell'affrontare efficacemente le conseguenze del Covid-19», e «l'attenzione unilaterale al contenimento della spesa e alla riduzione del debito pubblico ha privato il sistema sanitaria italiano di una parte importante della sua capacità di offrire una protezione adeguata alla popolazione». Parole ancora più pesanti se pronunciate da un fedelissimo della Merkel, che oggi con l'appoggio dal Pd vuole imporci il Mes sanitario. Una scelta che rischia di incatenare la nostra salute al vincolo esterno per lunghi anni a venire.
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Nicola Zingaretti mente su almeno 4 dei 10 punti pro Mes, l'economista Veronica De Romanis ammette: «Condizionalità ovunque». La cancelliera è lapidaria: «Lontana l'intesa sul Recovery»Lo studio tedesco: Italia fragile dinanzi al virus per colpa di 30 anni di tagli targati UeLo speciale contiene due articoliL'offensiva mediatica del fine settimana, prolungatasi fino a ieri, sull'eventuale richiesta da parte dell'Italia del prestito al Mes, ci costringe a tornare su temi che credevamo ormai archiviati. La disperazione e l'affanno dei sostenitori del Mes è inversamente proporzionale alla qualità degli argomenti portati a sostegno. Più è alta la prima e più decresce la seconda. Ma ieri sono state toccate vette altissime e l'abbrivio l'ha fornito il «sobrio» titolo in prima del Giornale: «Allarme Mes: senza il prestito il Paese è fallito».Sì, forse hanno ragione. Ma il Paese rischia di fallire per la miseria di 75 miliardi di maggior indebitamento netto e 180 miliardi di saldo netto da finanziare stanziati per fronteggiare la crisi economica da Covid-19. Tra i peggiori Paesi dell'Eurozona in termini di risposta del bilancio statale alla crisi. E, non a caso, le previsioni del Fmi per il Pil 2020 ci vedono fanalino di coda con un -12,8%. La Francia o la Germania fanno meglio di noi non grazie a un'illuminazione celeste, ma grazie a soldi «veri» - non immaginifiche «potenze di fuoco» - immessi nell'economia. L'Italia continua ad avere agevole accesso al finanziamento sui mercati con Bot e Btp i cui tassi nelle ultime aste sono stati addirittura decrescenti.Giova ripetere che i circa 36 miliardi del Mes arriverebbero in 7 rate mensili. Resta da capire come sia possibile che un Paese sull'orlo del fallimento possa essere salvato da finanziamenti a rate da 5,4 miliardi mensili. Meno della somma che l'Italia raccoglie in una sola asta di Bot a metà mese.Ieri ci ha pensato il collega Fabio Dragoni a stendere un velo pietoso sul commento con cui Federico Fubini, sul Corriere della Sera, si è avventurato in improbabili confronti tra i tassi del Mes e quelli del Btp.Ad affollare tale parterre de roi, è giunta, non nuova, la professoressa Veronica De Romanis sulla Stampa. Dalla quale apprendiamo che «L'Europa in questa crisi si è mossa molto velocemente mettendo a disposizione diversi strumenti […]. I primi ammontano a circa 570 miliardi di prestiti da destinare all'occupazione con il fondo Sure, alla sanità con il Meccanismo europeo di Stabilità (Mes) e ai progetti delle piccole e medie imprese con il ricorso alla Banca europea degli investimenti (Bei). I suddetti finanziamenti sono già disponibili». Sorvolando sui 570 miliardi che però sarebbero 540, ci spiace far notare alla De Romanis che Sure e finanziamenti Bei non sono disponibili ma sono fermi ai box di partenza perché mancano ancora le garanzie degli Stati membri (per l'Italia una «quisquilia» da 3,2 miliardi per il Sure e 4,7 per la Bei).Riguardo al Mes, registriamo poi una sincera voce dal sen fuggita quando la De Romanis afferma che «non è semplice spiegare la posizione italiana […]. Sostenere come fanno molti esponenti del Movimento 5 stelle che si tratta di risorse condizionate, non ha nessun senso visto che tutte le altre risorse europee sono soggette a condizioni». Apprezzabile la leggiadria con cui ella passa da «non ci sono condizioni» al «fa niente, tanto ci sono condizioni dappertutto, allora tanto vale prendiamo il Mes». Anche perché, come ha sottolineato ieri Angela Merkel, «il cammino per l'accordo su Recovery fund e bilancio Ue è ancora lungo».Ma la Palma d'Oro della giornata va al segretario del Pd, Nicola Zingaretti che, sul Corriere della Sera, si esibisce in un'accurata e dotta dissertazione sul «potenziamento e l'ammodernamento del sistema sanitario nazionale». Gli si deve riconoscere un'indubbia competenza in materia. Chi meglio di lui per intervenire su un sistema sanitario ridotto all'osso in termini di posti letto per abitante, soprattutto in terapia intensiva, dopo aver tagliato tutto il possibile per anni? Chiamare il potatore per far rigermogliare una pianta è in effetti un'ottima strategia. Ma ci sono almeno tre controindicazioni.La prima è che avremmo voluto vedere quei 10 punti programmatici nel 2012, non dopo una crisi sanitaria che in almeno 4 Regioni ha visto scoppiare gli ospedali.La seconda è che almeno 4 punti su 10 si riferiscono a spese correnti e non a investimenti una tantum, che potrebbero essere i soli a poter essere finanziati da un'entrata una tantum come il prestito del Mes.Ci sarebbe da chiedere a Zingaretti da dove prenderebbe i soldi per pagare gli ulteriori medici di base e personale sanitario o le borse di studio o i posti per specializzandi, nel 2022, quando sarà necessario rimborsare il prestito del Mes. Zingaretti ha letto il protocollo d'intesa del Mes che prevede solo il finanziamento di spese dirette e indirette connesse al Covid-19? Sa che non potrà finanziare le spese per malattie oncologiche? Infine, giova ripetere che il Mes è pur sempre una modalità di finanziamento della spesa. E se non c'è una legge che prevede delle spese - sanitarie in questo caso - non ha senso invocare la loro copertura finanziaria. Quindi chi sostiene il Mes, prima di sbandierare farlocche analisi di convenienza, voti un atto di indirizzo parlamentare previsto dalla legge 234/2012, poi faccia approvare uno scostamento di bilancio reso obbligatorio dalla legge 243/2012, e poi si presenti con un disegno di legge di spesa sanitaria in Parlamento. Ma a quel punto rischia di non esserci più un governo. 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Farà discutere l'articolo pubblicato sull'ultimo numero della rivista Intereconomics da Franz Prante e Alessandro Bramucci della Berlin school of economics and law, e Achim Truger, docente all'Università di Duisburg-Essen e membro dei «cinque saggi», il ristretto circolo di consiglieri della cancelliera tedesca Angela Merkel. Perché le conclusioni alle quali sono giunti i tre illustri autori della ricerca, ripresa ieri dall'Huffington Post, coincidono con uno dei cavalli di battaglia del populismo nostrano. Nell'analisi condotta da Prante, Bramucci e Truger, il declino del nostro Sistema sanitario nazionale parte da lontano, precisamente dagli anni Novanta, durante i quali «l'obiettivo primario a livello macroeconomico era quello di limitare la crescita del debito pubblico per rispettare i criteri del Trattato di Maastricht e del Patto di stabilità e crescita». Tradotto, toccava farsi belli per Bruxelles. Ma quel lifting è costato caro perché, spiegano gli studiosi, in quel periodo «a differenza della maggior parte dei Paesi industrializzati, l'Italia ha registrato un calo della spesa sanitaria pubblica». Sul finire del decennio, le cose migliorano e negli anni Duemila ci mettiamo al passo con gli altri Stati. Complice la crisi, tuttavia, «a partire dal 2010 inizia una nuova fase del contenimento della spesa sanitaria che si protrae fino al 2015 per poi rimanere relativamente costante fino al 2018». Un periodo nel quale la nostra spesa destinata alla salute diminuisce dell'8,2%, meno che in Grecia, ma più che in Spagna e Portogallo. Mentre i governi si affannano per rientrare nei parametri dettati dagli euroburocrati, inanellando quasi 30 anni consecutivi di avanzi primari (che si verificano quando le entrate dello Stato superano le uscite), a farne le spese sono gli italiani. Come dimostrato dai tre ricercatori, infatti, «periodi con tagli alle spese sanitarie reali tendono a corrispondere o a seguire periodi di forte consolidamento di bilancio nella prima metà degli anni Novanta e durante la crisi dell'euro dopo il 2010». Le cifre snocciolate nello studio parlano da sole. «Dal 2008 al 2018», si legge, «la spesa sanitaria pubblica totale in termini nominali (cioè compresa l'inflazione) è aumentata solo del 5,3% in Italia, mentre in Germania è aumentata del 46,8%». Nel mirino finiscono gli ospedali, «spesso visti come una delle principali fonti potenziali di tagli alla sanità». Una tendenza piuttosto generalizzata in Europa, ma che colpisce più duramente Italia e Belgio. Non a caso, rispettivamente, secondo e quarto debito pubblico in percentuale sul Pil di tutta l'Unione. Calano i posti letto, in favore dei servizi day hospital e ambulatoriali. Se nei primi anni Novanta la nostra capacità ospedaliera si avvicinava alla Germania (tra 2,5 e 3 ospedali ogni 100.000 abitanti), a metà del decennio appena trascorso finiamo molto più in basso (appena sopra 1,5 ospedali/100.000 abitanti), appaiati con Portogallo e Grecia. Peggio ancora per quanto riguarda i posti letto, scesi da 7 ogni 1.000 abitanti del 1990 ad appena 2,6 nel 2017, contro i 6 della Germania, i 5 del Belgio, e più giù di Francia, Portogallo e Grecia. Sebbene il numero di posti letto in terapia intensiva sia rimasto costante, figuriamo sempre tra gli ultimi in Europa, con un numero quasi sei volte inferiore rispetto alla Germania, che nell'ultimo decennio ha visto bene di incrementare la capacità di circa il 10% (da 25.000 a 28.000 posti letto). È così che abbiamo sacrificato il nostro sistema sanitario sull'altare dei conti pubblici messo in piedi da Bruxelles. Risultato? Facciamolo dire agli stessi ricercatori. «La riduzione delle risorse destinate al Ssn e in particolare al sistema ospedaliero pubblico va avanti da quasi 30 anni e ha causato gravi difficoltà nell'affrontare efficacemente le conseguenze del Covid-19», e «l'attenzione unilaterale al contenimento della spesa e alla riduzione del debito pubblico ha privato il sistema sanitaria italiano di una parte importante della sua capacità di offrire una protezione adeguata alla popolazione». Parole ancora più pesanti se pronunciate da un fedelissimo della Merkel, che oggi con l'appoggio dal Pd vuole imporci il Mes sanitario. Una scelta che rischia di incatenare la nostra salute al vincolo esterno per lunghi anni a venire.
Ansa
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha comunicato che almeno tre italovenezuelani sarebbero rimasti uccisi nel sisma, cinque sarebbero feriti e altri 35 sicuramente dispersi, ma, come ha aggiunto, la comunità degli italiani iscritti all’Aire, cioè censiti come italiani in Venezuela, è composta da circa 150.000 persone e per questo motivo il nostro ministero sta monitorando con grande attenzione quello che accade. L’area colpita vede la presenza di oltre 65.000 italiani che rappresentano la spina dorsale economica del Venezuela e che sono membri attivi sia a livello politico che sociale nella società sudamericana.
I due eventi sismici, distanti meno di un minuto, hanno devastato il Nord-ovest venezuelano colpendo sia sulla costa che nell’interno. Il fenomeno sarebbe avvenuto fra i 10 e i 20 chilometri di profondità, ma nonostante questo gli edifici colpiti non hanno retto, soprattutto la seconda scossa dopo che la prima aveva messo a dura prova costruzioni vecchie e con poca manutenzione. Il bilancio è arrivato a 920 vittime, al momento in cui stiamo scrivendo, oltre 4.000 feriti e almeno 50.000 dispersi, ma sui media locali e su Internet appaiono continuamente foto di persone scomparse che si aggiungono alle migliaia già segnalate.
Da Caracas arrivano storie sempre più drammatiche e i cittadini della capitale e dello Stato di La Guaira raccontano di scavare con le mani fra le macerie alla ricerca dei propri cari. A Caracas stanno arrivando un centinaio di esperti in soccorso in caso di calamità naturali fra vigili del fuoco, protezione civile e l’unità di crisi, ma il governo italiano è intenzionato a sostenere con forza la popolazione venezuelana in questo momento di difficoltà. Le Nazioni unite hanno dichiarato che le persone colpite dal sisma sono 6,8 milioni, in crescita costante anche per le scosse di assestamento che non danno tregua. La presidente ad interim Delcy Rodriguez ha annunciato la militarizzazione dello Stato di La Guaira, con l’obiettivo di facilitare le operazioni di soccorso nella zona più disastrata del Paese.
Le famiglie rimaste senza casa che dovranno essere accolte in campi profughi sono già più di 70.000, ma arrivano anche buone notizie come quella di un neonato estratto vivo dalle macerie e di una donna salvata dopo 36 ore dal crollo della propria abitazione a La Guaira. L’Unione europea ha già attivato il suo meccanismo di protezione civile, ma oltre all’Italia, altre nazioni si stanno muovendo anche autonomamente. La Spagna ha messo a disposizione 54 militari esperti in operazioni di soccorso, la Francia ha annunciato che attiverà un team di 85 soccorritori, mentre dalla Germania arriveranno sei aerei da trasporto con materiale tecnico. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha reso disponibile un secondo velivolo dell’Aeronautica militare che trasporterà personale specializzato e attrezzature dei Vigili del fuoco. Nell’annunciare l’iniziativa ha dichiarato: «Un impegno concreto che conferma la vocazione dell’Italia all’aiuto» verso «chi soffre».
Ma la situazione sanitaria del Paese appare drammatica per la carenza di materiale negli ospedali, soprattutto in alcune zone che risultano addirittura irraggiungibili. Il primo a lanciare l’allarme è stato il presidente della Federazione medica che due giorni prima del sisma aveva chiesto trasparenza riguardo alla distribuzione di 71 tonnellate di medicinali consegnate dagli Stati Uniti. Un appello all’Italia arriva anche da Maria Andreina De Grazia, figlia dell’ex deputato italiano Americo De Grazia a lungo incarcerato dal regime di Maduro, che chiede al nostro Paese di restare accanto al Venezuela e soprattutto di non dimenticare i prigionieri i politici italovenezuelani ancora nelle carceri del regime.
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La nuova Audi A6 allroad
Audi rinnova la A6 allroad quattro, giunta alla quinta generazione, facendo così evolvere uno dei modelli più iconici della gamma di questo marchio. Più larga, tecnologica ed elettrificata, la nuova allroad conferma la propria doppia vocazione: grande viaggiatrice su strada e compagna affidabile lontano dall’asfalto. Per la prima volta nella storia del modello, accanto al tradizionale V6 TDI arriva infatti una variante plug-in hybrid da 367 CV.
«Audi A6 allroad è un’icona dei quattro anelli e da sempre è caratterizzata da una doppia anima: eccezionalmente confortevole nell’utilizzo quotidiano e al tempo stesso in grado di spingersi agevolmente dove finisce l’asfalto», ha dichiarato Rouven Mohr, Chief Technical Officer di Audi AG, sottolineando il ruolo della trazione integrale quattro e delle sospensioni pneumatiche adattive. Sul piano stilistico, la nuova A6 allroad si distingue per un corpo vettura più muscoloso. Per la prima volta è più larga di oltre 11 centimetri rispetto alla A6 Avant da cui deriva, con carreggiate maggiorate e una presenza su strada ancora più marcata. Il look all terrain è enfatizzato da passaruota dedicati, protezioni sottoscocca, mancorrenti specifici e un’altezza da terra superiore. La gamma prevede cerchi fino a 21 pollici e otto colori per la carrozzeria.
Tra gli elementi tecnici più caratterizzanti figurano le sospensioni pneumatiche adattive di serie, sviluppate appositamente per questo modello. L’escursione massima raggiunge i 55 millimetri e consente di modificare l’assetto in funzione della velocità e della modalità di guida selezionata. In autostrada la vettura si abbassa per migliorare efficienza e stabilità, mentre nelle modalità dedicate all’off-road aumenta sensibilmente la distanza dal suolo per affrontare terreni difficili.La nuova A6 allroad è basata sulla piattaforma Premium Platform Combustion (PPC) e beneficia di una scocca più rigida, sospensioni multilink a cinque bracci e sterzo progressivo evoluto. È inoltre disponibile lo sterzo integrale, che migliora agilità alle basse velocità e stabilità alle andature più elevate.
La principale novità riguarda la gamma motori. Debutta infatti la prima Audi A6 allroad e-hybrid quattro, che abbina il quattro cilindri 2.0 TFSI da 252 CV a un motore elettrico da 143 CV per una potenza complessiva di 367 CV e 500 Nm di coppia. Le prestazioni sono brillanti, con uno 0-100 km/h coperto in 5,5 secondi, mentre la batteria da 25,9 kWh garantisce fino a 95 chilometri di autonomia elettrica WLTP. La ricarica in corrente alternata fino a 11 kW permette di completare il pieno di energia in circa due ore e mezza. Accanto alla versione plug-in viene proposta la motorizzazione V6 3.0 TDI da 299 CV, dotata della tecnologia mild hybrid plus a 48 Volt. Il sistema integra un powertrain generator capace di fornire fino a 24 CV e 230 Nm supplementari, migliorando efficienza e risposta all’acceleratore. Il motore beneficia inoltre di una sofisticata sovralimentazione a due stadi che combina turbocompressore tradizionale e compressore elettrico, garantendo prestazioni elevate e una risposta immediata. La vettura accelera da 0 a 100 km/h in 5,4 secondi. Entrambe le motorizzazioni sono abbinate alla trazione integrale quattro ultra, che gestisce in modo predittivo la distribuzione della coppia tra avantreno e retrotreno, privilegiando l’efficienza senza rinunciare alla motricità.
Grande attenzione è stata dedicata anche alla digitalizzazione. L’abitacolo adotta la nuova architettura elettronica Audi con integrazione di ChatGPT nell’assistente vocale e sistema operativo Android Automotive OS. Il cosiddetto Audi Digital Stage comprende il quadro strumenti digitale da 11,9 pollici e il display OLED curvo da 14,5 pollici, cui può aggiungersi uno schermo dedicato al passeggero.Completano il quadro i proiettori Matrix LED digitali di nuova generazione, i gruppi ottici OLED 2.0 e numerosi sistemi di assistenza alla guida e di comunicazione con l’ambiente circostante. Lunga 5,02 metri e con una capacità di carico fino a 1.497 litri, la nuova Audi A6 allroad quattro arriverà nelle concessionarie italiane nel quarto trimestre del 2026, con prezzi a partire da 82.350 euro per la versione V6 TDI e da 88.650 euro per la variante plug-in hybrid.
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I nuovi modelli di Maserati, Grecale, GranTurismo e GranCabrio, sfilano in Piazza Unità d'Italia a Trieste
Maserati rinnova la propria gamma con il debutto di Nuova Grecale, Nuova GranTurismo e Nuova GranCabrio, tre modelli che rappresentano un importante aggiornamento strategico per il marchio nell’anno del centenario del Tridente. Le novità puntano a rafforzare il posizionamento del brand nel segmento luxury attraverso una proposta che unisce design, eleganza, prestazioni, artigianalità e innovazione tecnologica, nel solco della tradizione Maserati.
«Con la nuova gamma del Tridente rafforziamo la peculiarità che da sempre ci definisce: il Gran Turismo italiano, in cui design, eleganza, prestazioni e maestria artigianale si fondono in un equilibrio di eleganza mai ostentata, ma sempre orientata alla performance», ha dichiarato Santo Ficili, Ceo di Alfa Romeo e Coo di Maserati. Ficili ha inoltre sottolineato la volontà del marchio di continuare a crescere nel segmento del lusso attraverso l’ampliamento dell’offerta e lo sviluppo delle tecnologie che meglio esprimono il carattere del brand, «dallo sviluppo di motorizzazioni iconiche come il V6 Nettuno all’evoluzione delle performance della gamma Folgore».
Il rinnovamento stilistico completa un percorso avviato dal Centro Stile Maserati con la MCXtrema, la vettura da pista che ha introdotto un nuovo linguaggio formale caratterizzato da frontali più orizzontali, netti e aggressivi. Un’impostazione successivamente sviluppata sulla GT2 Stradale e sulla MCPURA e oggi applicata alle nuove GranTurismo, GranCabrio e Grecale.
Le nuove GranTurismo e GranCabrio si presentano con un design aggiornato, interni ulteriormente raffinati e contenuti tecnici evoluti. Al centro dell’offerta rimane il motore V6 Nettuno 3.0 biturbo, disponibile fino a 590 CV nella versione Trofeo, capace di spingere la GranTurismo oltre i 320 km/h. Il propulsore sfrutta la tecnologia di combustione a precamera derivata dal motorsport e condivisa con la MCPURA, confermando il trasferimento tecnologico tra competizioni e produzione stradale. Tutta la gamma dispone di serie della trazione integrale e delle sospensioni pneumatiche regolabili, soluzioni che consentono di coniugare comfort e dinamica di guida. Le due granturismo mantengono inoltre quattro veri posti, una caratteristica distintiva che permette di unire sportività e praticità nell’utilizzo quotidiano. Le nuove GranTurismo e GranCabrio sono disponibili in tre configurazioni. Le versioni da 490 CV privilegiano comfort ed eleganza, mentre le Trofeo da 590 CV esaltano il carattere sportivo grazie a scarico dedicato, assetto specifico e dettagli in fibra di carbonio. Al vertice si collocano le varianti Folgore, dotate di una tecnologia elettrica a 800 Volt con tre motori, oltre 1.200 CV installati e 760 CV disponibili alle ruote. La GranTurismo Folgore raggiunge i 325 km/h, mentre la GranCabrio Folgore, prima cabriolet completamente elettrica del segmento, arriva a 290 km/h. Importanti anche gli interventi sul piano aerodinamico e stilistico. Il frontale è stato completamente riprogettato con nuove prese d’aria, air curtain e splitter ottimizzati per incrementare l’efficienza aerodinamica e la deportanza. All’interno debuttano un nuovo volante ispirato al mondo delle corse, un Maserati Digital Clock ridisegnato, un’interfaccia grafica aggiornata e un sistema di monitoraggio che rileva distrazione e affaticamento del conducente. Ampio spazio viene dedicato alla personalizzazione attraverso il programma BOTTEGAFUORISERIE, che introduce nuove colorazioni esterne, finiture dedicate e inedite combinazioni per gli interni. Per la prima volta, anche la capote della GranCabrio può essere completamente personalizzata nell’ambito delle configurazioni Bespoke.
Accanto alle due granturismo, la nuova Grecale rafforza il proprio ruolo all’interno della gamma Maserati. Il D-SUV luxury della Casa modenese evolve con aggiornamenti estetici e tecnici che ne accentuano il carattere sportivo senza rinunciare a comfort e versatilità. Il nuovo frontale presenta una fascia più marcata e ribassata che accentua la percezione di larghezza, mentre paraurti e griglie ridisegnati migliorano l’efficienza aerodinamica. L’abitacolo viene aggiornato con un nuovo volante, un orologio digitale rivisitato e un selettore PRND con tecnologia aptica. Materiali autentici come pelle, legno e fibra di carbonio contribuiscono a elevare la qualità percepita, mentre il sistema MIA con display Ultra HD da 12,3 pollici, l’head-up display e l’impianto audio Sonus faber completano una dotazione tecnologica di alto livello.
Tra le principali novità tecniche figura il debutto del V6 Nettuno da 390 CV, disponibile nelle versioni Grecale V6 e Modena V6. Al vertice resta la Trofeo V6 da 530 CV, che accelera da 0 a 100 km/h in 3,8 secondi e raggiunge i 285 km/h. La Grecale Folgore conferma invece la proposta elettrica del modello, migliorando ulteriormente autonomia ed efficienza grazie a interventi aerodinamici e a nuovi algoritmi di gestione energetica. Le tre novità sono sviluppate e prodotte in Italia, tra Modena e Cassino, a testimonianza del forte legame tra Maserati e il territorio nazionale. Il lancio assume inoltre un valore simbolico nell’anno in cui il marchio celebra sia il centenario del Tridente sia il centenario della prima vittoria sportiva ottenuta da Alfieri Maserati alla Targa Florio del 1926, ribadendo il legame storico tra le vetture da competizione e quelle stradali.
Particolare attenzione è stata dedicata anche alla sostenibilità. Gli interni in pelle provengono da fornitori certificati secondo gli standard del Leather Working Group, di cui Maserati è membro attivo, confermando l’impegno verso una visione sempre più responsabile del lusso. Contestualmente al lancio debutta anche il nuovo Web Configurator Maserati, una piattaforma fotorealistica che consente ai clienti di visualizzare in tempo reale la propria vettura in ambientazioni tridimensionali immersive. Il nuovo strumento rappresenta un ulteriore passo nell’evoluzione del customer journey del marchio, integrando in un’unica esperienza showroom fisico e ambiente digitale con una qualità visiva di livello cinematografico.
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Giuseppe Valditara (Imagoeconomica)
Il ministro dell’Istruzione e del merito l’aveva già annunciato in altre occasioni: il recupero della tradizione e della memoria storica della civiltà occidentale è essenziale nella formazione delle generazioni future. Non si tratta di un ritorno al passato, di un orgoglio vagamente nostalgico, quanto della ripresa di un patrimonio essenziale oggi più che mai capace di affrontare le sfide del futuro. Riguardo alle quali torna utile anche l’apertura all’Intelligenza artificiale, adottata non certo in maniera selvaggia, bensì come strumento di lavoro da usare con spirito critico e finalizzato a funzioni all’interno di discipline precise. Quanto ai chiacchierati Promessi sposi, che fine fanno? Restano invariabilmente al secondo anno del percorso per l’importanza che questo libro ha nella «storia linguistica, culturale e civile» italiana. «Proprio in ragione di tale importanza», si legge nelle note del ministro, «è questo l’unico libro, oltre alla Commedia di Dante, la cui lettura sia (e debba restare) obbligatoria, in forma integrale o per ampi brani».
Le nuove Indicazioni nazionali per i licei, che modificano quelle del ministro Maria Stella Gelmini risalenti al 2010, sono state elaborate da una commissione ministeriale e sottoposte «a un lungo lavoro di ascolto, a decine di audizioni con il mondo associativo, scientifico e sindacale, comprese le associazioni delle famiglie» e sono giunte alla «stesura definitiva dopo un confronto con chi la scuola la vive ogni giorno». Per la prima volta hanno contribuito a questo lavoro anche le rappresentanze studentesche con un impegno costruttivo e proposte puntuali. La riforma Valditara si prefigge un rafforzamento dell’identità sul piano della formazione degli studenti e un’accelerazione nell’innovazione delle materie tecnico scientifiche, le cosiddette Stem (Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).
Al centro del nuovo impianto pedagogico e didattico c’è la persona. La formazione del giovane avviene attraverso quella che il ministro chiama «la rivoluzione del buon senso». Il liceo nelle sue diverse declinazioni è la scuola dell’adolescenza, ovvero «il tempo delle cose che accadono per la prima volta». Per la costruzione di una corretta soggettività giovanile, capace di relazioni emotive consapevoli e non discriminatorie, è necessario favorire rapporti con figure adulte autorevoli e coinvolgere in modo sistematico le famiglie degli studenti in una corresponsabilità che riguarda l’orientamento, la valutazione e il lavoro quotidiano in classe. L’obiettivo dei licei è valorizzare i talenti, promuovendo il merito in un corretto rapporto tra libertà e norma all’interno del quale lo spirito critico è la capacità di esprimere anche il dissenso, purché in modo argomentato.
Consistenti le novità didattiche definite e auspicate. Nel biennio di letteratura è consigliato l’approfondimento dei poemi classici della civiltà europea (Odissea ed Eneide) e, superando certe proteste pregiudiziali, «di alcune pagine della Bibbia, “grande codice” di ispirazione delle letterature». Detto del mantenimento dei Promessi sposi, la maggiore apertura agli autori contemporanei non sostituisce il canone, ma si aggiunge a esso. Nei primi due anni è raccomandata la lettura integrale di almeno sei autori contemporanei, italiani o stranieri. In filosofia si suggerisce un insegnamento comparato e, nell’ambito dell’educazione alla cittadinanza, l’approfondimento dei principi che hanno ispirato la Costituzione. Insieme alla letteratura e alla filosofia, anche la storia e la storia dell’arte si concentreranno sul recupero dell’identità occidentale. Ma lo studente, sottolinea il testo del ministro, «dovrà altresì essere in grado di riconoscere le caratteristiche delle civiltà più significative collocandone i percorsi storici entro un quadro comparativo di lungo periodo». La matematica, non più proposta come tecnica ma come percorso di crescita all’interno del quale anche l’errore sarà «un’opportunità di apprendimento e di confronto», è sottoposta a profonda revisione. In particolare, insegnando concetti e linguaggi che sono alla base dell’Intelligenza artificiale, al quinto anno se ne favorisce un uso consapevole per sviluppare una comprensione critica e responsabile del funzionamento di questi sistemi per imparare a «valutarne l’affidabilità e le implicazioni». Lo stesso uso vigile dell’IA è suggerito per gli ultimi anni di latino e greco, materie nelle quali la traduzione automatica, di cui si registra l’enorme espansione, non deve sostituire le strategie di problem solving.
La riforma del liceo punta a formare studenti che sappiano da dove vengono e dove vanno. Che siano, perciò più occidentali, usino l’intelligenza artificiale con giudizio e leggano con disinvoltura i testi della letteratura italiana ed europea. E i docenti? Non basta che si aggiornino, devono studiare anche loro, auspica Valditara. Giusto. Magari, sia detto sommessamente, facendo in modo che possano ritrovare l’orgoglio di una professione fondamentale ma, in realtà, fortemente mortificata.
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