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2020-06-30
Piovono le euroballe dei tifosi della Troika per convincere il M5s a digerire il Salvastati
Nicola Zingaretti (Ansa)
L'offensiva mediatica del fine settimana, prolungatasi fino a ieri, sull'eventuale richiesta da parte dell'Italia del prestito al Mes, ci costringe a tornare su temi che credevamo ormai archiviati. La disperazione e l'affanno dei sostenitori del Mes è inversamente proporzionale alla qualità degli argomenti portati a sostegno. Più è alta la prima e più decresce la seconda. Ma ieri sono state toccate vette altissime e l'abbrivio l'ha fornito il «sobrio» titolo in prima del Giornale: «Allarme Mes: senza il prestito il Paese è fallito».
Sì, forse hanno ragione. Ma il Paese rischia di fallire per la miseria di 75 miliardi di maggior indebitamento netto e 180 miliardi di saldo netto da finanziare stanziati per fronteggiare la crisi economica da Covid-19. Tra i peggiori Paesi dell'Eurozona in termini di risposta del bilancio statale alla crisi. E, non a caso, le previsioni del Fmi per il Pil 2020 ci vedono fanalino di coda con un -12,8%. La Francia o la Germania fanno meglio di noi non grazie a un'illuminazione celeste, ma grazie a soldi «veri» - non immaginifiche «potenze di fuoco» - immessi nell'economia. L'Italia continua ad avere agevole accesso al finanziamento sui mercati con Bot e Btp i cui tassi nelle ultime aste sono stati addirittura decrescenti.
Giova ripetere che i circa 36 miliardi del Mes arriverebbero in 7 rate mensili. Resta da capire come sia possibile che un Paese sull'orlo del fallimento possa essere salvato da finanziamenti a rate da 5,4 miliardi mensili. Meno della somma che l'Italia raccoglie in una sola asta di Bot a metà mese.
Ieri ci ha pensato il collega Fabio Dragoni a stendere un velo pietoso sul commento con cui Federico Fubini, sul Corriere della Sera, si è avventurato in improbabili confronti tra i tassi del Mes e quelli del Btp.
Ad affollare tale parterre de roi, è giunta, non nuova, la professoressa Veronica De Romanis sulla Stampa. Dalla quale apprendiamo che «L'Europa in questa crisi si è mossa molto velocemente mettendo a disposizione diversi strumenti […]. I primi ammontano a circa 570 miliardi di prestiti da destinare all'occupazione con il fondo Sure, alla sanità con il Meccanismo europeo di Stabilità (Mes) e ai progetti delle piccole e medie imprese con il ricorso alla Banca europea degli investimenti (Bei). I suddetti finanziamenti sono già disponibili». Sorvolando sui 570 miliardi che però sarebbero 540, ci spiace far notare alla De Romanis che Sure e finanziamenti Bei non sono disponibili ma sono fermi ai box di partenza perché mancano ancora le garanzie degli Stati membri (per l'Italia una «quisquilia» da 3,2 miliardi per il Sure e 4,7 per la Bei).
Riguardo al Mes, registriamo poi una sincera voce dal sen fuggita quando la De Romanis afferma che «non è semplice spiegare la posizione italiana […]. Sostenere come fanno molti esponenti del Movimento 5 stelle che si tratta di risorse condizionate, non ha nessun senso visto che tutte le altre risorse europee sono soggette a condizioni». Apprezzabile la leggiadria con cui ella passa da «non ci sono condizioni» al «fa niente, tanto ci sono condizioni dappertutto, allora tanto vale prendiamo il Mes». Anche perché, come ha sottolineato ieri Angela Merkel, «il cammino per l'accordo su Recovery fund e bilancio Ue è ancora lungo».
Ma la Palma d'Oro della giornata va al segretario del Pd, Nicola Zingaretti che, sul Corriere della Sera, si esibisce in un'accurata e dotta dissertazione sul «potenziamento e l'ammodernamento del sistema sanitario nazionale». Gli si deve riconoscere un'indubbia competenza in materia. Chi meglio di lui per intervenire su un sistema sanitario ridotto all'osso in termini di posti letto per abitante, soprattutto in terapia intensiva, dopo aver tagliato tutto il possibile per anni? Chiamare il potatore per far rigermogliare una pianta è in effetti un'ottima strategia. Ma ci sono almeno tre controindicazioni.
La prima è che avremmo voluto vedere quei 10 punti programmatici nel 2012, non dopo una crisi sanitaria che in almeno 4 Regioni ha visto scoppiare gli ospedali.
La seconda è che almeno 4 punti su 10 si riferiscono a spese correnti e non a investimenti una tantum, che potrebbero essere i soli a poter essere finanziati da un'entrata una tantum come il prestito del Mes.
Ci sarebbe da chiedere a Zingaretti da dove prenderebbe i soldi per pagare gli ulteriori medici di base e personale sanitario o le borse di studio o i posti per specializzandi, nel 2022, quando sarà necessario rimborsare il prestito del Mes. Zingaretti ha letto il protocollo d'intesa del Mes che prevede solo il finanziamento di spese dirette e indirette connesse al Covid-19? Sa che non potrà finanziare le spese per malattie oncologiche? Infine, giova ripetere che il Mes è pur sempre una modalità di finanziamento della spesa. E se non c'è una legge che prevede delle spese - sanitarie in questo caso - non ha senso invocare la loro copertura finanziaria. Quindi chi sostiene il Mes, prima di sbandierare farlocche analisi di convenienza, voti un atto di indirizzo parlamentare previsto dalla legge 234/2012, poi faccia approvare uno scostamento di bilancio reso obbligatorio dalla legge 243/2012, e poi si presenti con un disegno di legge di spesa sanitaria in Parlamento. Ma a quel punto rischia di non esserci più un governo. Tutto il resto è noia.
La nostra sanità è malata d’austerity. Lo dice pure il «saggio» della Merkel
Se l'Italia è giunta impreparata all'appuntamento con il Covid, la colpa va ricercata nelle politiche di austerità imposte negli ultimi decenni da Bruxelles.
Farà discutere l'articolo pubblicato sull'ultimo numero della rivista Intereconomics da Franz Prante e Alessandro Bramucci della Berlin school of economics and law, e Achim Truger, docente all'Università di Duisburg-Essen e membro dei «cinque saggi», il ristretto circolo di consiglieri della cancelliera tedesca Angela Merkel. Perché le conclusioni alle quali sono giunti i tre illustri autori della ricerca, ripresa ieri dall'Huffington Post, coincidono con uno dei cavalli di battaglia del populismo nostrano. Nell'analisi condotta da Prante, Bramucci e Truger, il declino del nostro Sistema sanitario nazionale parte da lontano, precisamente dagli anni Novanta, durante i quali «l'obiettivo primario a livello macroeconomico era quello di limitare la crescita del debito pubblico per rispettare i criteri del Trattato di Maastricht e del Patto di stabilità e crescita». Tradotto, toccava farsi belli per Bruxelles. Ma quel lifting è costato caro perché, spiegano gli studiosi, in quel periodo «a differenza della maggior parte dei Paesi industrializzati, l'Italia ha registrato un calo della spesa sanitaria pubblica». Sul finire del decennio, le cose migliorano e negli anni Duemila ci mettiamo al passo con gli altri Stati. Complice la crisi, tuttavia, «a partire dal 2010 inizia una nuova fase del contenimento della spesa sanitaria che si protrae fino al 2015 per poi rimanere relativamente costante fino al 2018».
Un periodo nel quale la nostra spesa destinata alla salute diminuisce dell'8,2%, meno che in Grecia, ma più che in Spagna e Portogallo. Mentre i governi si affannano per rientrare nei parametri dettati dagli euroburocrati, inanellando quasi 30 anni consecutivi di avanzi primari (che si verificano quando le entrate dello Stato superano le uscite), a farne le spese sono gli italiani. Come dimostrato dai tre ricercatori, infatti, «periodi con tagli alle spese sanitarie reali tendono a corrispondere o a seguire periodi di forte consolidamento di bilancio nella prima metà degli anni Novanta e durante la crisi dell'euro dopo il 2010».
Le cifre snocciolate nello studio parlano da sole. «Dal 2008 al 2018», si legge, «la spesa sanitaria pubblica totale in termini nominali (cioè compresa l'inflazione) è aumentata solo del 5,3% in Italia, mentre in Germania è aumentata del 46,8%». Nel mirino finiscono gli ospedali, «spesso visti come una delle principali fonti potenziali di tagli alla sanità». Una tendenza piuttosto generalizzata in Europa, ma che colpisce più duramente Italia e Belgio. Non a caso, rispettivamente, secondo e quarto debito pubblico in percentuale sul Pil di tutta l'Unione.
Calano i posti letto, in favore dei servizi day hospital e ambulatoriali. Se nei primi anni Novanta la nostra capacità ospedaliera si avvicinava alla Germania (tra 2,5 e 3 ospedali ogni 100.000 abitanti), a metà del decennio appena trascorso finiamo molto più in basso (appena sopra 1,5 ospedali/100.000 abitanti), appaiati con Portogallo e Grecia. Peggio ancora per quanto riguarda i posti letto, scesi da 7 ogni 1.000 abitanti del 1990 ad appena 2,6 nel 2017, contro i 6 della Germania, i 5 del Belgio, e più giù di Francia, Portogallo e Grecia. Sebbene il numero di posti letto in terapia intensiva sia rimasto costante, figuriamo sempre tra gli ultimi in Europa, con un numero quasi sei volte inferiore rispetto alla Germania, che nell'ultimo decennio ha visto bene di incrementare la capacità di circa il 10% (da 25.000 a 28.000 posti letto).
È così che abbiamo sacrificato il nostro sistema sanitario sull'altare dei conti pubblici messo in piedi da Bruxelles. Risultato? Facciamolo dire agli stessi ricercatori. «La riduzione delle risorse destinate al Ssn e in particolare al sistema ospedaliero pubblico va avanti da quasi 30 anni e ha causato gravi difficoltà nell'affrontare efficacemente le conseguenze del Covid-19», e «l'attenzione unilaterale al contenimento della spesa e alla riduzione del debito pubblico ha privato il sistema sanitaria italiano di una parte importante della sua capacità di offrire una protezione adeguata alla popolazione». Parole ancora più pesanti se pronunciate da un fedelissimo della Merkel, che oggi con l'appoggio dal Pd vuole imporci il Mes sanitario. Una scelta che rischia di incatenare la nostra salute al vincolo esterno per lunghi anni a venire.
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Nicola Zingaretti mente su almeno 4 dei 10 punti pro Mes, l'economista Veronica De Romanis ammette: «Condizionalità ovunque». La cancelliera è lapidaria: «Lontana l'intesa sul Recovery»Lo studio tedesco: Italia fragile dinanzi al virus per colpa di 30 anni di tagli targati UeLo speciale contiene due articoliL'offensiva mediatica del fine settimana, prolungatasi fino a ieri, sull'eventuale richiesta da parte dell'Italia del prestito al Mes, ci costringe a tornare su temi che credevamo ormai archiviati. La disperazione e l'affanno dei sostenitori del Mes è inversamente proporzionale alla qualità degli argomenti portati a sostegno. Più è alta la prima e più decresce la seconda. Ma ieri sono state toccate vette altissime e l'abbrivio l'ha fornito il «sobrio» titolo in prima del Giornale: «Allarme Mes: senza il prestito il Paese è fallito».Sì, forse hanno ragione. Ma il Paese rischia di fallire per la miseria di 75 miliardi di maggior indebitamento netto e 180 miliardi di saldo netto da finanziare stanziati per fronteggiare la crisi economica da Covid-19. Tra i peggiori Paesi dell'Eurozona in termini di risposta del bilancio statale alla crisi. E, non a caso, le previsioni del Fmi per il Pil 2020 ci vedono fanalino di coda con un -12,8%. La Francia o la Germania fanno meglio di noi non grazie a un'illuminazione celeste, ma grazie a soldi «veri» - non immaginifiche «potenze di fuoco» - immessi nell'economia. L'Italia continua ad avere agevole accesso al finanziamento sui mercati con Bot e Btp i cui tassi nelle ultime aste sono stati addirittura decrescenti.Giova ripetere che i circa 36 miliardi del Mes arriverebbero in 7 rate mensili. Resta da capire come sia possibile che un Paese sull'orlo del fallimento possa essere salvato da finanziamenti a rate da 5,4 miliardi mensili. Meno della somma che l'Italia raccoglie in una sola asta di Bot a metà mese.Ieri ci ha pensato il collega Fabio Dragoni a stendere un velo pietoso sul commento con cui Federico Fubini, sul Corriere della Sera, si è avventurato in improbabili confronti tra i tassi del Mes e quelli del Btp.Ad affollare tale parterre de roi, è giunta, non nuova, la professoressa Veronica De Romanis sulla Stampa. Dalla quale apprendiamo che «L'Europa in questa crisi si è mossa molto velocemente mettendo a disposizione diversi strumenti […]. I primi ammontano a circa 570 miliardi di prestiti da destinare all'occupazione con il fondo Sure, alla sanità con il Meccanismo europeo di Stabilità (Mes) e ai progetti delle piccole e medie imprese con il ricorso alla Banca europea degli investimenti (Bei). I suddetti finanziamenti sono già disponibili». Sorvolando sui 570 miliardi che però sarebbero 540, ci spiace far notare alla De Romanis che Sure e finanziamenti Bei non sono disponibili ma sono fermi ai box di partenza perché mancano ancora le garanzie degli Stati membri (per l'Italia una «quisquilia» da 3,2 miliardi per il Sure e 4,7 per la Bei).Riguardo al Mes, registriamo poi una sincera voce dal sen fuggita quando la De Romanis afferma che «non è semplice spiegare la posizione italiana […]. Sostenere come fanno molti esponenti del Movimento 5 stelle che si tratta di risorse condizionate, non ha nessun senso visto che tutte le altre risorse europee sono soggette a condizioni». Apprezzabile la leggiadria con cui ella passa da «non ci sono condizioni» al «fa niente, tanto ci sono condizioni dappertutto, allora tanto vale prendiamo il Mes». Anche perché, come ha sottolineato ieri Angela Merkel, «il cammino per l'accordo su Recovery fund e bilancio Ue è ancora lungo».Ma la Palma d'Oro della giornata va al segretario del Pd, Nicola Zingaretti che, sul Corriere della Sera, si esibisce in un'accurata e dotta dissertazione sul «potenziamento e l'ammodernamento del sistema sanitario nazionale». Gli si deve riconoscere un'indubbia competenza in materia. Chi meglio di lui per intervenire su un sistema sanitario ridotto all'osso in termini di posti letto per abitante, soprattutto in terapia intensiva, dopo aver tagliato tutto il possibile per anni? Chiamare il potatore per far rigermogliare una pianta è in effetti un'ottima strategia. Ma ci sono almeno tre controindicazioni.La prima è che avremmo voluto vedere quei 10 punti programmatici nel 2012, non dopo una crisi sanitaria che in almeno 4 Regioni ha visto scoppiare gli ospedali.La seconda è che almeno 4 punti su 10 si riferiscono a spese correnti e non a investimenti una tantum, che potrebbero essere i soli a poter essere finanziati da un'entrata una tantum come il prestito del Mes.Ci sarebbe da chiedere a Zingaretti da dove prenderebbe i soldi per pagare gli ulteriori medici di base e personale sanitario o le borse di studio o i posti per specializzandi, nel 2022, quando sarà necessario rimborsare il prestito del Mes. Zingaretti ha letto il protocollo d'intesa del Mes che prevede solo il finanziamento di spese dirette e indirette connesse al Covid-19? Sa che non potrà finanziare le spese per malattie oncologiche? Infine, giova ripetere che il Mes è pur sempre una modalità di finanziamento della spesa. E se non c'è una legge che prevede delle spese - sanitarie in questo caso - non ha senso invocare la loro copertura finanziaria. Quindi chi sostiene il Mes, prima di sbandierare farlocche analisi di convenienza, voti un atto di indirizzo parlamentare previsto dalla legge 234/2012, poi faccia approvare uno scostamento di bilancio reso obbligatorio dalla legge 243/2012, e poi si presenti con un disegno di legge di spesa sanitaria in Parlamento. Ma a quel punto rischia di non esserci più un governo. Tutto il resto è noia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/piovono-le-euroballe-dei-tifosi-della-troika-per-convincere-il-m5s-a-digerire-il-salvastati-2646292860.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-nostra-sanita-e-malata-dausterity-lo-dice-pure-il-saggio-della-merkel" data-post-id="2646292860" data-published-at="1593468683" data-use-pagination="False"> La nostra sanità è malata d’austerity. Lo dice pure il «saggio» della Merkel Se l'Italia è giunta impreparata all'appuntamento con il Covid, la colpa va ricercata nelle politiche di austerità imposte negli ultimi decenni da Bruxelles. Farà discutere l'articolo pubblicato sull'ultimo numero della rivista Intereconomics da Franz Prante e Alessandro Bramucci della Berlin school of economics and law, e Achim Truger, docente all'Università di Duisburg-Essen e membro dei «cinque saggi», il ristretto circolo di consiglieri della cancelliera tedesca Angela Merkel. Perché le conclusioni alle quali sono giunti i tre illustri autori della ricerca, ripresa ieri dall'Huffington Post, coincidono con uno dei cavalli di battaglia del populismo nostrano. Nell'analisi condotta da Prante, Bramucci e Truger, il declino del nostro Sistema sanitario nazionale parte da lontano, precisamente dagli anni Novanta, durante i quali «l'obiettivo primario a livello macroeconomico era quello di limitare la crescita del debito pubblico per rispettare i criteri del Trattato di Maastricht e del Patto di stabilità e crescita». Tradotto, toccava farsi belli per Bruxelles. Ma quel lifting è costato caro perché, spiegano gli studiosi, in quel periodo «a differenza della maggior parte dei Paesi industrializzati, l'Italia ha registrato un calo della spesa sanitaria pubblica». Sul finire del decennio, le cose migliorano e negli anni Duemila ci mettiamo al passo con gli altri Stati. Complice la crisi, tuttavia, «a partire dal 2010 inizia una nuova fase del contenimento della spesa sanitaria che si protrae fino al 2015 per poi rimanere relativamente costante fino al 2018». Un periodo nel quale la nostra spesa destinata alla salute diminuisce dell'8,2%, meno che in Grecia, ma più che in Spagna e Portogallo. Mentre i governi si affannano per rientrare nei parametri dettati dagli euroburocrati, inanellando quasi 30 anni consecutivi di avanzi primari (che si verificano quando le entrate dello Stato superano le uscite), a farne le spese sono gli italiani. Come dimostrato dai tre ricercatori, infatti, «periodi con tagli alle spese sanitarie reali tendono a corrispondere o a seguire periodi di forte consolidamento di bilancio nella prima metà degli anni Novanta e durante la crisi dell'euro dopo il 2010». Le cifre snocciolate nello studio parlano da sole. «Dal 2008 al 2018», si legge, «la spesa sanitaria pubblica totale in termini nominali (cioè compresa l'inflazione) è aumentata solo del 5,3% in Italia, mentre in Germania è aumentata del 46,8%». Nel mirino finiscono gli ospedali, «spesso visti come una delle principali fonti potenziali di tagli alla sanità». Una tendenza piuttosto generalizzata in Europa, ma che colpisce più duramente Italia e Belgio. Non a caso, rispettivamente, secondo e quarto debito pubblico in percentuale sul Pil di tutta l'Unione. Calano i posti letto, in favore dei servizi day hospital e ambulatoriali. Se nei primi anni Novanta la nostra capacità ospedaliera si avvicinava alla Germania (tra 2,5 e 3 ospedali ogni 100.000 abitanti), a metà del decennio appena trascorso finiamo molto più in basso (appena sopra 1,5 ospedali/100.000 abitanti), appaiati con Portogallo e Grecia. Peggio ancora per quanto riguarda i posti letto, scesi da 7 ogni 1.000 abitanti del 1990 ad appena 2,6 nel 2017, contro i 6 della Germania, i 5 del Belgio, e più giù di Francia, Portogallo e Grecia. Sebbene il numero di posti letto in terapia intensiva sia rimasto costante, figuriamo sempre tra gli ultimi in Europa, con un numero quasi sei volte inferiore rispetto alla Germania, che nell'ultimo decennio ha visto bene di incrementare la capacità di circa il 10% (da 25.000 a 28.000 posti letto). È così che abbiamo sacrificato il nostro sistema sanitario sull'altare dei conti pubblici messo in piedi da Bruxelles. Risultato? Facciamolo dire agli stessi ricercatori. «La riduzione delle risorse destinate al Ssn e in particolare al sistema ospedaliero pubblico va avanti da quasi 30 anni e ha causato gravi difficoltà nell'affrontare efficacemente le conseguenze del Covid-19», e «l'attenzione unilaterale al contenimento della spesa e alla riduzione del debito pubblico ha privato il sistema sanitaria italiano di una parte importante della sua capacità di offrire una protezione adeguata alla popolazione». Parole ancora più pesanti se pronunciate da un fedelissimo della Merkel, che oggi con l'appoggio dal Pd vuole imporci il Mes sanitario. Una scelta che rischia di incatenare la nostra salute al vincolo esterno per lunghi anni a venire.
Getty Images
Accelerano le iniziative del Vecchio continente per riaprire lo Stretto di Hormuz, anche perché il presidente americano Donald Trump, nei giorni scorsi, ha dichiarato che chi «riceve petrolio» dal canale marittimo «se lo dovrà andare a prendere» visto che a Washington «non serve».
Poco prima dell’inizio della riunione virtuale della Coalizione di Hormuz, ospitata dal governo britannico, il premier laburista Keir Starmer si è confrontato con il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Palazzo Chigi ha reso noto che i due, durante il colloquio telefonico, hanno discusso «l’impatto della crisi sulla stabilità regionale e sui mercati energetici mondiali», considerando soprattutto «le ricadute per le economie nazionali».
Nel vertice, che ha visto la presenza di oltre 40 Paesi, non è stata però presa una decisione volta a trovare una soluzione immediata. Nel comunicato del ministro degli Esteri britannico, Yvette Cooper, che ha presieduto l’incontro virtuale, si legge che sono state affrontate «diverse aree di possibile azione collettiva», ovvero «l’aumento della pressione diplomatica internazionale» sull’Iran; la valutazione di «misure economiche e politiche coordinate come le sanzioni»; «la collaborazione con l’Organizzazione marittima internazionale per il rilascio delle navi e dei marinai e il ripristino della navigazione»; e «l’adozione di accordi congiunti per sostenere una maggiore fiducia nel mercato e nelle operazioni». Cooper, separatamente, ha dichiarato che nel Regno Unito si sta discutendo con i responsabili della pianificazione militare delle attività di sminamento dello Stretto, una volta ripristinata la stabilità.
La posizione italiana, espressa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, si affida al «quadro multilaterale dell’Onu». In particolare, per garantire il passaggio sicuro delle navi il nostro Paese si è detto disponibile a valutare la partecipazione a iniziative multilaterali, ma resta essenziale il mandato delle Nazioni Unite. Il ruolo del Palazzo di vetro è fondamentale anche per «creare un corridoio umanitario per i fertilizzanti e per evitare una nuova crisi alimentare, a cominciare dai Paesi africani», ha scritto il vicepremier su X. Il 30% del commercio globale di fertilizzanti, infatti, arriva proprio dal Golfo. Questa proposta è stata condivisa durante il vertice anche dal ministro olandese e dal viceministro degli Emirati Arabi Uniti. Peraltro, Tajani, prima del videocollegamento, aveva sottolineato come il blocco dello Stretto di Hormuz abbia un impatto diretto anche sui flussi migratori.
La questione della riapertura del canale marittimo sarà anche al centro di una riunione del G7 che si terrà la prossima settimana insieme ai Paesi del Golfo. Ad annunciarlo è stato il portavoce del ministero degli Esteri francese, Pascal Confavreux: ha rivelato che ieri si è tenuto un colloquio telefonico «per preparare l’incontro». Confavreux ha poi specificato che le attività di Parigi si muovono lungo l’asse «diplomatico» ma anche «operativo». E a tal proposito ha ricordato la riunione di fine marzo dei capi militari di 35 Paesi per costituire un’eventuale coalizione per garantire la sicurezza dello Stretto, nonostante Parigi abbia riaffermato la sua linea «strettamente difensiva». Tra l’altro, le tensioni tra la Francia e gli Stati Uniti sono sempre più evidenti. Il presidente francese, Emmanuel Macron, è intervenuto sulla crisi in Medio Oriente scagliandosi contro Trump: «Dobbiamo essere seri, e quando si vuole essere seri non si dice ogni giorno il contrario di quello che si è detto il giorno prima». Ha poi aggiunto che l’operazione auspicata dal tycoon di «liberare» lo Stretto con la forza è «irrealistica». Ma secondo Politico non sarebbe impossibile qualora si agisse in un quadro di legalità. Poche ore prima dell’invettiva del capo dell’Eliseo, il quotidiano ha svelato che la Francia starebbe svolgendo un ruolo di consulenza per il Bahrein in merito a una bozza di risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu. L’iniziativa mira a ottenere l’autorizzazione all’uso della forza per riaprire lo Stretto. Ed è in questo contesto che sarebbe avvenuto l’incontro, lo scorso 25 marzo, tra il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, e il suo omologo del Bahrein. Va detto che la bozza redatta da un Paese non membro del Consiglio di sicurezza, che in questo caso sarebbe il Bahrein, deve essere proposta da un membro del Consiglio per poter essere votata, quindi in questo contesto la Francia o gli Stati Uniti. Qualora il progetto fosse confermato e dovesse procedere, l’ostacolo principale sarebbe la Russia.
Chi ormai ha completato la bozza è l’Iran, ma in merito al protocollo per un nuovo regime di navigazione nello Stretto. Il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha puntualizzato che «una volta pronta», Teheran «avvierà i negoziati con l’Oman così da poter redigere un protocollo congiunto». Per «monitorare il transito» e «garantire un passaggio sicuro», l’iniziativa prevede che, una volta terminata la guerra, le navi avranno bisogno di ottenere in anticipo le licenze e i permessi richiesti, oltre agli accordi necessari con Teheran e Mascate.
Razzo sulla base italiana in Libano. Non chiara l’origine, nessun ferito
Un razzo ha colpito nel pomeriggio la base di Shama, nel Sud del Libano, sede del contingente italiano e del settore Ovest della missione Unifil. Non si registrano feriti tra i militari italiani, mentre i danni risultano limitati ad alcune infrastrutture logistiche. L’origine del lancio è ancora in fase di accertamento e non è stato possibile stabilire con certezza la responsabilità dell’attacco. Il ministro della Difesa Guido Crosetto è rimasto in costante contatto con il Capo di Stato maggiore della Difesa, con il comandante del Covi e con il responsabile del contingente italiano per ricevere aggiornamenti continui sull’evoluzione della situazione e sulle condizioni del personale dispiegato nell’area. L’episodio si inserisce in un quadro di crescente tensione lungo il confine settentrionale di Israele. Nelle stesse ore, due persone sono rimaste leggermente ferite dopo il lancio di circa 150 razzi da parte di Hezbollah contro il Nord del Paese. La risposta israeliana non si è fatta attendere: l’esercito ha colpito decine di obiettivi in Libano riconducibili al movimento sciita sostenuto dall’Iran.
Sul piano diplomatico, l’Iran continua a respingere l’ipotesi di negoziati sostanziali con gli Stati Uniti. Secondo valutazioni di intelligence, Teheran ritiene di trovarsi in una posizione favorevole e non considera credibili le aperture negoziali provenienti da Washington. La leadership iraniana non avrebbe quindi intenzione di accettare richieste di de-escalation, ritenendo che il proseguimento del confronto possa rafforzare la propria posizione regionale. Il ministero degli Esteri iraniano ha inoltre smentito che la Guida Suprema Mojtaba Khamenei sia rimasta ferita durante i raid statunitensi e israeliani. Il portavoce Esmaeil Baghaei ha affermato che il leader «è in perfetta salute» e che la sua assenza dalla scena pubblica «rientra nelle normali misure adottate in tempo di guerra». Nel frattempo nuovi attacchi sono stati registrati in Iran. In un’ampia ondata di raid su Teheran, l’aviazione israeliana ha colpito una base del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione e diversi centri di comando di alto livello. Il ponte strategico B1 sulla direttrice verso la capitale è stato bombardato e distrutto dalle forze Usa, mentre a Tabriz è stato centrato e messo fuori uso un sito di missili balistici. Con un attacco mirato nella zona di Kermanshah, l’aviazione israeliana ha eliminato Makram Atimi, comandante di un’unità missilistica centrale nell’Iran occidentale. L’agenzia iraniana Fars ha confermato la morte del comandante delle forze speciali terrestri delle Guardie Rivoluzionarie, Mohammadali Fathalizadeh. Le Forze di Difesa israeliane hanno a loro volta annunciato anche l’uccisione del generale Jamshid Eshaghi e il bombardamento di diversi quartier generali legati alla gestione delle finanze militari.
A Mashhad un bombardamento ha colpito un serbatoio di carburante nell’area aeroportuale, provocando un incendio ma senza causare vittime. Più grave il bilancio nella provincia di Alborz, dove un attacco congiunto statunitense e israeliano ha colpito il ponte autostradale tra Karaj e Teheran, causando due morti e diversi feriti, oltre a danni in altre zone urbane. Secondo i media statali, il Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche avrebbe preso di mira un centro di cloud computing collegato ad Amazon in Bahrein come rappresaglia. Nei giorni precedenti Teheran aveva annunciato l’intenzione di colpire sedi di aziende statunitensi presenti nella regione. Le due principali acciaierie iraniane hanno inoltre sospeso le attività a causa dei bombardamenti, stimando tempi di ripresa compresi tra sei mesi e un anno. In risposta ai raid, le Guardie Rivoluzionarie hanno dichiarato di aver colpito impianti siderurgici e di alluminio legati agli Stati Uniti nei Paesi del Golfo, definendo l’azione un avvertimento e minacciando ritorsioni più dure. Contemporaneamente sirene d’allarme sono risuonate a Gerusalemme dopo il lancio di missili balistici dall’Iran, mentre i sistemi di difesa israeliani sono entrati in funzione per intercettare i vettori.
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Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti e il premier Giorgia Meloni (Ansa)
Con il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, i due vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi. Una riunione decisiva che avrà una ricaduta diretta sul Consiglio dei ministri di oggi che dovrà affrontare risolutivamente il nodo del caro carburanti.
A unire il campo largo invece in questo momento c’è poco se non una convinzione: Giuseppe Conte farebbe qualunque cosa pur di tornare a fare il premier. Non un semplice sospetto ma una certezza con cui deve fare i conti Elly Schlein. Da segretario del Pd e quindi del partito con maggior percentuale di voti, dovrebbe essere lei il punto di riferimento e l’interlocutore di chiunque volesse relazionarsi con le opposizioni in Italia. I fatti però hanno dimostrato tutto il contrario. L’incontro di Conte con Paolo Zampolli l’uomo di Donald Trump in Italia, infatti, dice tante cose. La prima è che da ex premier, il leader pentastellato è considerato l’uomo di riferimento dall’entourage del presidente degli Stati Uniti. Un fatto che Giuseppi ha tenuto a sbandierare. Il San Lorenzo è uno dei più noti locali di pesce a Roma, e come altri, viene spesso usato per incontri di lavoro ai più alti vertici. È nella categoria dei ristoranti dove si va «per farsi vedere». Ed è quindi così che dovrebbe arrivare il messaggio a Schlein. Forte e chiaro. «Il leader sono io», sembra dire, «lo sanno anche Oltreoceano».
Per Carlo Calenda, «Conte può incontrare Vladimir Putin e dire che è progressista, poi incontrare Trump e dire che è liberale, può fare la manifestazione “No Kings” e poi mandargli un messaggino. È concavo e convesso, dove lo metti sta e se dovesse saltare l’alleanza col centrosinistra lui per rientrare a Palazzo Chigi fa l’alleanza con Casapound e visto che c’è si porta dietro quello che è il secondo trasformista in Italia dopo di lui, cioè Matteo Renzi. Quindi sono una coppia perfetta», ironizza pungente. Poi aggiunge: «Schlein deve sapere e il Pd deve sapere che questa roba porterà alla scomparsa del Partito democratico, come già fu il Conte due. Io gli avevo detto: non lo fate e l’hanno fatto. Il Movimento 5 stelle era inesistente e adesso abbiamo un Movimento 5 stelle che contende la leadership al Partito democratico».
Ed è chiaro a tutti che il tema della leadership è estremamente divisivo, un elefante nella stanza che non può più continuare a esser ignorato. Eppure c’è chi rimanda il problema.
Goffredo Bettini, dirigente nazionale del Pd, in un editoriale pubblicato dal suo Rinascita, scrive: «Sono giorni che si parla solo di questo. Delle divisioni nella coalizione progressista, delle ambizioni che ognuno coltiva, dei reciproci sospetti e, infine, nelle ultime ore è divampata la ricerca verticistica, irrealistica, inopportuna del cosiddetto federatore». Per questo, per Bettini, su un punto «occorre essere chiari: troveremo il modo più largo, trasparente e sensato di scegliere il leader delle forze progressiste, il candidato premier. Allo stato attuale, tuttavia, occorre il più rapidamente possibile levare dal campo questo tema divisivo e prematuro. Questo affanno personalistico e distraente». Piuttosto, per l’esponente dem, «occorre agire da subito, insieme, come opposizione al governo Meloni, che allo stato attuale resta». E poi: «In secondo luogo, nel modo più ragionato, pacato e responsabile vanno create le condizioni perché i vari partiti della coalizione elaborino una posizione comune sulle grandi questioni del futuro. Non sono affatto pessimista».
All’ottimista Bettini si affianca Andrea Orlando, che rincara: «Penso che sia stato un errore precipitare la discussione sulle primarie, credo che la vittoria referendaria non si possa trasferire automaticamente nel campo politico. Lo può diventare se siamo in grado di far sì che tutto il popolo che ha partecipato al voto sia partecipe alla costruzione dell’alternativa. Si ridia la possibilità di partecipare non solo per andare a votare questo o quell’altro alle primarie ma per costruire dal basso un altro percorso alternativo a quello della destra».
Anche per Matteo Renzi, leader di Italia viva, bisogna stare sui temi. Per l’ex premier bisogna puntare tutto sulla sicurezza: «Il centrosinistra deve dire parole chiare. Su questo tema ci giochiamo le prossime elezioni ma soprattutto il futuro dei nostri ragazzi».
Schlein ha detto la sua due sere fa, ospite di Rete 4. «Io lavorerò come sempre per costruire un’alleanza. Ricordo che nel 2022 abbiamo perso le elezioni perché non c’era un’alleanza. Lavoriamo anzitutto sui programmi e poi naturalmente condivideremo la scelta del candidato premier e se saranno le primarie, io ho sempre detto benissimo, perché io sarò assolutamente disponibile a questo».
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Claudia Conte (Ansa)
Quando ci sono di mezzo i sentimenti, le cose sono sempre complicate.
Il caso della relazione extraconiugale del titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, con la giornalista Anna Claudia Conte sta agitando le acque intorno al governo. Non solo perché il ministro dell’Interno, 62 anni, è ancora sposato con il prefetto di Grosseto, Paola Berardino (dalla quale starebbe comunque divorziando), ma anche perché c’è da capire chi sia davvero questa Conte, da dove sia sbucata e, soprattutto, se abbia ottenuto favori da questo rapporto (cosa che comunque il ministro nega con forza). Originaria di Aquino, provincia di Frosinone, 34 anni, padre poliziotto, laurea in giurisprudenza alla Luiss, dopo gli inizi come attrice su Rai Cinema e modella, si butta sull’informazione: speaker di Isoradio, presentatrice e opinionista tv, scrittrice (cinque libri).
In questi anni la Conte è stata la madrina del tour mondiale della nave Amerigo Vespucci, la presentatrice ufficiale dei concerti di tutte le bande delle Forze Armate.
Radio Esercito l’ha inviata a seguire il Festival di Sanremo. Molto vicina anche all’ex generale Roberto Vannacci per il quale ha moderato diversi eventi. Ha anche fondato l’associazione «per la cultura a 360 gradi» Nova Era, insieme ad Emanuele Ajello, militante di Futuro nazionale.
Il 12 febbraio è stata nominata «a tempo parziale e a titolo gratuito» consulente della commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie, organismo di Montecitorio presieduto dal deputato di Forza Italia, Alessandro Battilocchio. «Si è autocandidata e nessuno si è opposto», spiegano dalla commissione. Conte è stata presa «in quanto portavoce dell’Osservatorio nazionale sul bullismo e sul disagio giovanile», chiarisce Battilocchio. Sul suo profilo Whatsapp c’è una foto mentre stringe la mano al Papa, su Instagram (conta 311.000 follower ma pare che il 21% siano sospetti) alterna foto con politici e militari a video del suo programma su Rai Radio Uno. Dal 2024 conduce, infatti, La mezz’ora legale, uno spazio realizzato insieme alla Polizia di Stato. Ad assumerla l’ex direttore Francesco Pionati, ex parlamentare Udc, amico d’infanzia e compaesano di Piantedosi.
È stata anche socia in affari con Renzo Lusetti, ex parlamentare Pd e volto storico della Dc, con il quale ha fondato, nel 2021, la Shallow srls «un’impresa culturale femminile, con focus sulla responsabilità sociale e lo sviluppo sostenibile».
Lusetti è amico intimo di Pionati. Conte è pure codirettrice artistica del Ferrara film festival e producer di eventi realizzati in collaborazione con istituzioni, Santa Sede e realtà del Terzo settore.
Ma la verace e vorace (di visibilità) giornalista ciociara s’intende anche di arte contemporanea: infatti fa parte del cda della Fondazione Marini San Pancrazio di Firenze, nominata nel 2022 dall’allora sindaco Dario Nardella, oggi eurodeputato Pd.
In passato ha avuto una relazione con il calciatore Angelo Paradiso (ex Napoli e Lecce), conclusa dopo che lei lo ha denunciato per stalking, diffamazione e revenge porn. Paradiso venne arrestato e rimase cinque mesi ai domiciliari, salvo poi essere assolto alla fine del 2023, perché «il fatto non sussiste». Una vicenda che pesa ancora.
Ieri, la Conte ha interrotto il mutismo, pubblicando prima un video sulla giornata dell’autismo e poi per inviare solamente un breve messaggio all’agenzia di stampa Ansa in cui affermava: «Al momento preferisco il silenzio, ricordo solo le mie competenze professionali di circa dieci anni».
Avs guarda solo nei letti degli altri
Il leader di Azione, Carlo Calenda, in un post su X ha centrato il problema: «Fare i guardoni nelle camere da letto altrui, con una buona dose di sessismo, è indegno della politica e del giornalismo. Continuate a nuotare in questo mare di fango mentre il mondo va a fuoco». Chiarimenti a parte, sugli incarichi che Claudia Conte ha avuto in questi anni e che giustamente Mario Giordano sollecita, irrita vedere quanto ecciti Avs la relazione della giornalista con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
In un’interrogazione scritta, Angelo Bonelli di Alleanza Verdi Sinistra ha chiesto alla premier Giorgia Meloni non solo lumi sulle consulenze pubbliche conferite alla scrittrice e conduttrice, ma «se, alla luce dei fatti esposti e al fine di tutelare il corretto funzionamento delle istituzioni, il ministro dell’Interno sia nelle condizioni di continuare a svolgere pienamente le proprie funzioni».
Davvero singolare che proprio il gruppo politico che candidò alle Europee una detenuta italiana in Ungheria, divenuta intoccabile una volta eletta, sollevi obiezioni sull’idoneità del ministro dell’Interno. Piantedosi non ha commesso reati, non si è fatto più di un anno di carcere con l’accusa di aver aggredito a martellate due presunti neonazisti come nel caso di Ilaria Salis, eppure per Bonelli e Fratoianni dovrebbe lasciare il Viminale. «L’obiettivo è chiaro, fare fuori Piantedosi con una faccenda privata, così come si è fatto per Sangiuliano», scriveva ieri il direttore Maurizio Belpietro.
Guardare attraverso il buco della serratura non sembra sconveniente per Avs, quando nel letto c’è un esponente del governo, però guai se la polizia bussa alla porta della camera d’hotel dove la Salis era con Ivan Bonnin, suo assistente al Parlamento europeo. «L’idea, è che intorno alla candidatura di Ilaria Salis si possa generare una grande e generosa battaglia affinché l’Unione europea difenda i principi dello stato di diritto e riaffermi l’inviolabilità dei diritti umani fondamentali su tutto il suo territorio e in ognuno degli stati membri», dichiaravano nell’aprile di due anni fa Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli.
Potevano dirlo subito, che puntavano non solo all’immunità dell’ex detenuta che rischiava fino a 24 anni di carcere, ma anche al suo essere al di fuori di ogni controllo. I cittadini devono sottostare a procedure, l’eurodeputata pagata con i soldi nostri è al di sopra delle regole tanto da non dover aprire la porta e mostrare i propri documenti?
Per Alleanza Verdi Sinistra il controllo alla Salis è diventato una questione di Stato, anzi di «Regime». Un affronto di cui la Germania dovrebbe pagarne le conseguenze per l’alert «inopportuno» e Piantedosi chiedere scusa. Anzi, oggi possibilmente dimettersi dopo la relazione data in pasto ai media.
Nessuna remora, visti i precedenti dell’eurodeputata passata dal carcere a Bruxelles, aveva suggerito un ragionevole silenzio al duo Avs. «Solo l’ipotesi che una rappresentante delle istituzioni europee possa essere in qualche maniera collegata ad ambienti politici violenti, sicuramente è una questione molto grave, molto seria e da affrontare con rigore e non solo con la polemica», ha fatto notare invece in un’interrogazione Letizia Giorgianni, deputata Fdi.
La capogruppo alla Camera di Avs, Luana Zanella, ha chiesto chiarimenti al titolare del Viminale. «Perché Conte ha avuto bisogno di raccontare la sua relazione che dovrebbe essere un fatto privato?», è partita all’attacco, definendo «comunque molto opache le rivelazioni di Claudia Conte […] Stiamo parlando di una istituzione cruciale, il ministero degli Interni, che non può essere travolta dal gossip».
Il Parlamento europeo, invece, doveva accogliere dalla galera senza fiatare un’attivista che partecipava a spedizioni punitive armata di martello.
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