True
2021-07-12
Piovono guai sul Lazio di Zingaretti
Nicola Zingaretti (Ansa)
Ci mancavano i social network e le televisioni a complicare l'anno nero di Nicola Zingaretti. Da quando è scoppiata la pandemia, le grane per il governatore della Regione Lazio si sono moltiplicate. E non è bastato dire addio alla segreteria del Pd, con tanto di «vergogna» nei confronti di un partito troppo attento alle poltrone, per mettere una toppa ai tanti guai che in questi mesi hanno travolto il suo mandato. Come svelato dalla Verità, l'ultimo guaio per il presidente è l'inchiesta della Procura di Roma sulle sue presunte «missioni istituzionali»: gli inquirenti vogliono chiarire le giustificazioni per le assenze del governatore in Consiglio regionale.
L'indagine per falso, che coinvolgerebbe uno dei suoi più stretti collaboratori, punta a fare luce sulle «attività istituzionali» per le quali Zingaretti veniva segnato presente in Consiglio pur essendo impegnato altrove, in attività che poco o nulla avevano a che fare con la sua carica. Incrociando i verbali delle sedute con gli spezzoni delle interviste televisive o le apparizioni social, diversi consiglieri di opposizione hanno ricostruito la mappa degli impegni a cui il governatore ha preso parte, per dimostrare come «alcune attività istituzionali fossero in realtà poco riscontrabili». Tra queste, le presenze alle feste del Pd o le apparizioni nei comizi dei candidati democratici in corsa alle elezioni europee del 2019.
Oltre alle dubbie giustificazioni, diversi altri nodi hanno ingarbugliato il secondo mandato di Zingaretti, in bilico tra scandali e spese discutibili. Nelle casse regionali, per esempio, c'è ancora un buco da 13 milioni di euro per l'acquisto di mascherine mai arrivate. E poi, la valanga Concorsopoli che s'ingrossa giorno dopo giorno e coinvolge amministrazioni comunali, Asl e comunità montane, dopo aver toccato gli uomini più vicini al presidente. In un quadro già complicato, si inserisce poi l'esame del collegato al bilancio 2021, che ha iniziato il suo iter in commissione. Come denunciano le opposizioni, sono spuntati emendamenti strani e nuove spese piuttosto dubbie, come la nuova sede istituzionale della partecipata Astral. «Zingaretti ci riprova», racconta alla Verità uno dei consiglieri di opposizione che sta lavorando al testo. «Dopo lo scandalo del palazzo della Provincia, ora viene fuori un nuovo stabile, da ristrutturare: evidentemente, il governatore ha un'attrazione fatale per il mattone».
Palazzo da 40 milioni per l'azienda che non chiude le buche stradali
Almeno 55 milioni di euro di cui ancora si sa poco, o forse nulla. Nonostante le richieste delle opposizioni. Nelle Disposizioni collegate alla legge di stabilità regionale, approvate dalla Giunta di Nicola Zingaretti lo scorso 14 maggio, è finito di tutto. Anche alcune norme sulla cui immediata ricaduta economica è sorto più di un dubbio in Consiglio regionale, come i 40 milioni da impegnare per il nuovo palazzo di Astral o i 15 milioni da versare all'università di Roma Tor Vergata. E di spazio per altre «decisioni poco trasparenti» - come le definisce chi sta studiando il testo - potrebbe essercene ancora, dal momento che la maggioranza ha preparato circa 150 emendamenti alla proposta di legge, quasi la metà di quelli presentati.
«Si tratta di emendamenti aggiuntivi, che non modificano le norme esistenti, ma ne introducono altre», spiegano dalla Commissione bilancio, dove è partito l'iter per l'approvazione del collegato, che dovrebbe concludersi agli inizi di agosto. Sicure dell'approvazione sono le due norme più pesanti per le casse della Regione, a cominciare dal palazzo che la Pisana ha deciso di realizzare per le «risorse umane e strumentali» dell'Azienda strade del Lazio, partecipata al 100% dalla Regione. L'idea è quella di liberarsi del canone di locazione da quasi 69.000 euro al mese, che l'Azienda paga per la sede di via del Pescaccio, attingendo dal patrimonio di proprietà. Peccato che la scelta, come confermato in audizione dall'assessore al Bilancio Daniele Leodori, sia ricaduta su uno stabile che non ha propriamente le sembianze di un palazzo: l'area interessata, infatti, è catalogata come capannone industriale, utilizzata probabilmente come rimessa di autobus dalla precedente proprietà, Cotral patrimonio spa, prima che questa confluisse in Astral.
«L'operazione è molto stravagante: impegniamo i soldi dei cittadini per i prossimi 30 anni, con il solo scopo di ristrutturare e riadattare un capannone», racconta Laura Corrotti, vicepresidente della Commissione bilancio, in quota Lega. «Non sappiamo se, prima di impegnare questi soldi, in Giunta si siano premurati di controllare l'intero patrimonio immobiliare della Regione Lazio per capire se esistono soluzioni alternative, magari già pronte e disponibili». Alla richiesta delle opposizioni di visionare i progetti, nessuno ha ancora risposto. La Giunta non ha prodotto alcuna documentazione neanche sui 15 milioni impegnati per ripianare le passività della vecchia Fondazione policlinico Tor Vergata e dell'Azienda autonoma dell'università Policlinico Tor Vergata. Secondo il collegato al bilancio approvato lo scorso anno, i due enti si sarebbero dovuti fondere in un unico soggetto, «entro 90 giorni dall'approvazione della legge». Di giorni ne sono trascorsi più del doppio, ma dell'Azienda ospedaliera universitaria policlinico Tor Vergata non c'è traccia.
«Come spesso accade quando di mezzo ci sono le fondazioni, molte cose si scoprono con il tempo», spiega una fonte del Consiglio regionale interpellata dalla Verità. «Il motivo dei ritardi sta nel buco da 15 milioni di cui si farà carico il nuovo soggetto giuridico, che verrà ripianato con soldi pubblici». Sulla natura dell'ammanco, tuttavia, non ci sono conferme: «Come si è arrivati a un passivo del genere? Sono spese per la gestione delle sedi o i soldi sono stati buttati in qualcos'altro, magari in consulenze?», si chiede ancora Corrotti. Tra i banchi delle opposizioni, circola il sospetto che, nel calderone degli emendamenti presentati dalla maggioranza, si nasconda un altro aiutino alle fondazioni: l'emendamento firmato dal consigliere Enrico Panunzi (Pd), permetterebbe di privatizzare le Ipab, Istituti pubblici di assistenza e beneficenza, trasformandole in fondazioni private. «Le Ipab sono il vero centro di potere in Regione, dove sono stati piazzati molti politici vicini all'attuale amministrazione, come l'ex parlamentare Pd Enrico Gasbarra», dicono dagli uffici legislativi dei gruppi di opposizione. «La trasformazione renderebbe impossibile l'accesso ad alcune informazioni, oltre al rischio di trasferire parte del patrimonio pubblico nelle mani dei privati».
«Le grane ci sono sempre state ma da segretario Pd era protetto»
«Nicola Zingaretti si è sempre fregiato di essere un ottimo amministratore, l'ultimo anno e mezzo ha dimostrato che non è così. O almeno non lo è più, dal momento che non ne ha presa una».
Chiara Colosimo, consigliere regionale del Lazio in quota Fratelli d'Italia, da quando Zingaretti è tornato a fare il governatore a tempo pieno le «grane» sembrano non finire. Non è stata una decisione felice, la sua?
«Non gli ha portato molta fortuna lasciare la segreteria del Pd, ma di grane da gestire ne ha sempre avute tante. Anche prima. La copertura politica di cui ha goduto lo ha tenuto al riparo: alcuni organi di stampa e alcuni commentatori si sono fatti più di un problema a evidenziare le malefatte note a chi lavora in Regione Lazio».
In principio furono le mascherine, pagate e mai arrivate.
«Lo scandalo delle mascherine è stata la vicenda più triste nell'ultimo anno di pandemia. Questa storia non ha ancora avuto un epilogo: il responsabile della Protezione civile che ha firmato le determine è ancora al suo posto, i soldi non sono rientrati e delle mascherine non c'è traccia».
Poi Allumiere e il sistema dei concorsi in Regione, su cui cerca di fare luce la Commissione trasparenza che lei presiede.
«Al netto dei legami politici di cui hanno goduto molti candidati, lo scandalo di Allumiere mi ha impressionato perché siamo di fronte a un concorso totalmente sballato: ci sono posti gonfiati, punteggi arbitrari e graduatorie fantasma o sbagliate».
Come è possibile che tutto ciò passi sotto il naso del presidente della Regione?
«Questa è la grande capacità di Zingaretti».
Qualcuno mormora che sia il «presidente che non c'entra mai nulla».
«Qualcun altro lo chiama anche “saponetta". Zingaretti ha la responsabilità politica di tutti gli scandali che coinvolgono la Regione Lazio. È evidente che lui non abbia firmato, né sul caso delle mascherine né su quello dei concorsi, atti o determine, ma qualcuno può forse sostenere che un presidente di Regione non sappia cosa fa il suo presidente del Consiglio o il suo vicepresidente in Giunta? Io tendo a non crederci. È sempre stato assente, almeno fino al suo ritorno a tempo pieno, avvenuto con tanto di insulti al Partito democratico. Ci saremmo aspettati un certo senso di vergogna anche per quello che è successo, se è vero che non ne sapeva nulla».
«Mi state rovinando la carriera politica» avrebbe detto ai collaboratori dopo che il pasticcio di Allumiere è esploso.
«Se qualcuno si comporta male, metti mano e rimuovi o ridimensioni le persone che ti stanno “rovinando". Se tutto resta così com'è, è un po' difficile credergli».
Ritiene che siano stati gli scandali a fermare la corsa di Zingaretti verso il Campidoglio? Prima della candidatura di Roberto Gualtieri, il suo nome circolava molto.
«Gli scandali hanno contribuito al passo indietro. Ha cambiato idea varie volte durante le settimane in cui si parlava di lui come candidato sindaco di Roma. La mancata candidatura segna una doppia debolezza: nei confronti del Movimento 5 stelle, che avrebbe staccato la spina e mandato la Regione al voto, e nei confronti del Pd, la cui classe dirigente in Regione sarebbe stata lasciata a piedi, con gli scandali ancora freschi».
«Zingaretti usa la Regione solo per fare campagna elettorale», ha scritto qualche settimana fa. Che intende?
«Lo stiamo vedendo anche in questi giorni a Roma, sempre al fianco di Gualtieri. Zingaretti ha usato la Regione prima per farsi la campagna da segretario del Pd e poi per sostenere i candidati sindaci nei vari Comuni che andavano al voto».
«A Roma si vive male perché la città è governata male», ha detto il presidente in una delle ultime uscite pubbliche.
«Su questo mi trova d'accordo, ma lui non è un passante. Per farle un solo esempio, le sponde del Tevere sono di competenza regionale: di chi è il compito di eliminare le discariche abusive o le baraccopoli lungo il fiume? La responsabilità del malgoverno è condivisa».
Continua a leggereRiduci
Dopo l'inchiesta sulle missioni sospette, altri scandali colpiscono il presidente: Concorsopoli, i 13 milioni di euro per acquistare mascherine mai arrivate e un bilancio riscritto da strani emendamenti di maggioranza.Si aprono voragini nei conti, maxi regalo anche alla Fondazione Tor Vergata.La presidente della Commissione trasparenza: «Molti lo chiamano "saponetta" per l'abilità nel sottrarsi alla responsabilità politica. Non avrà firmato ogni carta, ma non può dire che è successo tutto a sua insaputa».Lo speciale contiene tre articoli.Ci mancavano i social network e le televisioni a complicare l'anno nero di Nicola Zingaretti. Da quando è scoppiata la pandemia, le grane per il governatore della Regione Lazio si sono moltiplicate. E non è bastato dire addio alla segreteria del Pd, con tanto di «vergogna» nei confronti di un partito troppo attento alle poltrone, per mettere una toppa ai tanti guai che in questi mesi hanno travolto il suo mandato. Come svelato dalla Verità, l'ultimo guaio per il presidente è l'inchiesta della Procura di Roma sulle sue presunte «missioni istituzionali»: gli inquirenti vogliono chiarire le giustificazioni per le assenze del governatore in Consiglio regionale. L'indagine per falso, che coinvolgerebbe uno dei suoi più stretti collaboratori, punta a fare luce sulle «attività istituzionali» per le quali Zingaretti veniva segnato presente in Consiglio pur essendo impegnato altrove, in attività che poco o nulla avevano a che fare con la sua carica. Incrociando i verbali delle sedute con gli spezzoni delle interviste televisive o le apparizioni social, diversi consiglieri di opposizione hanno ricostruito la mappa degli impegni a cui il governatore ha preso parte, per dimostrare come «alcune attività istituzionali fossero in realtà poco riscontrabili». Tra queste, le presenze alle feste del Pd o le apparizioni nei comizi dei candidati democratici in corsa alle elezioni europee del 2019. Oltre alle dubbie giustificazioni, diversi altri nodi hanno ingarbugliato il secondo mandato di Zingaretti, in bilico tra scandali e spese discutibili. Nelle casse regionali, per esempio, c'è ancora un buco da 13 milioni di euro per l'acquisto di mascherine mai arrivate. E poi, la valanga Concorsopoli che s'ingrossa giorno dopo giorno e coinvolge amministrazioni comunali, Asl e comunità montane, dopo aver toccato gli uomini più vicini al presidente. In un quadro già complicato, si inserisce poi l'esame del collegato al bilancio 2021, che ha iniziato il suo iter in commissione. Come denunciano le opposizioni, sono spuntati emendamenti strani e nuove spese piuttosto dubbie, come la nuova sede istituzionale della partecipata Astral. «Zingaretti ci riprova», racconta alla Verità uno dei consiglieri di opposizione che sta lavorando al testo. «Dopo lo scandalo del palazzo della Provincia, ora viene fuori un nuovo stabile, da ristrutturare: evidentemente, il governatore ha un'attrazione fatale per il mattone». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/piovono-guai-sul-lazio-di-zingaretti-2653749215.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="palazzo-da-40-milioni-per-l-azienda-che-non-chiude-le-buche-stradali" data-post-id="2653749215" data-published-at="1626047200" data-use-pagination="False"> Palazzo da 40 milioni per l'azienda che non chiude le buche stradali Almeno 55 milioni di euro di cui ancora si sa poco, o forse nulla. Nonostante le richieste delle opposizioni. Nelle Disposizioni collegate alla legge di stabilità regionale, approvate dalla Giunta di Nicola Zingaretti lo scorso 14 maggio, è finito di tutto. Anche alcune norme sulla cui immediata ricaduta economica è sorto più di un dubbio in Consiglio regionale, come i 40 milioni da impegnare per il nuovo palazzo di Astral o i 15 milioni da versare all'università di Roma Tor Vergata. E di spazio per altre «decisioni poco trasparenti» - come le definisce chi sta studiando il testo - potrebbe essercene ancora, dal momento che la maggioranza ha preparato circa 150 emendamenti alla proposta di legge, quasi la metà di quelli presentati. «Si tratta di emendamenti aggiuntivi, che non modificano le norme esistenti, ma ne introducono altre», spiegano dalla Commissione bilancio, dove è partito l'iter per l'approvazione del collegato, che dovrebbe concludersi agli inizi di agosto. Sicure dell'approvazione sono le due norme più pesanti per le casse della Regione, a cominciare dal palazzo che la Pisana ha deciso di realizzare per le «risorse umane e strumentali» dell'Azienda strade del Lazio, partecipata al 100% dalla Regione. L'idea è quella di liberarsi del canone di locazione da quasi 69.000 euro al mese, che l'Azienda paga per la sede di via del Pescaccio, attingendo dal patrimonio di proprietà. Peccato che la scelta, come confermato in audizione dall'assessore al Bilancio Daniele Leodori, sia ricaduta su uno stabile che non ha propriamente le sembianze di un palazzo: l'area interessata, infatti, è catalogata come capannone industriale, utilizzata probabilmente come rimessa di autobus dalla precedente proprietà, Cotral patrimonio spa, prima che questa confluisse in Astral. «L'operazione è molto stravagante: impegniamo i soldi dei cittadini per i prossimi 30 anni, con il solo scopo di ristrutturare e riadattare un capannone», racconta Laura Corrotti, vicepresidente della Commissione bilancio, in quota Lega. «Non sappiamo se, prima di impegnare questi soldi, in Giunta si siano premurati di controllare l'intero patrimonio immobiliare della Regione Lazio per capire se esistono soluzioni alternative, magari già pronte e disponibili». Alla richiesta delle opposizioni di visionare i progetti, nessuno ha ancora risposto. La Giunta non ha prodotto alcuna documentazione neanche sui 15 milioni impegnati per ripianare le passività della vecchia Fondazione policlinico Tor Vergata e dell'Azienda autonoma dell'università Policlinico Tor Vergata. Secondo il collegato al bilancio approvato lo scorso anno, i due enti si sarebbero dovuti fondere in un unico soggetto, «entro 90 giorni dall'approvazione della legge». Di giorni ne sono trascorsi più del doppio, ma dell'Azienda ospedaliera universitaria policlinico Tor Vergata non c'è traccia. «Come spesso accade quando di mezzo ci sono le fondazioni, molte cose si scoprono con il tempo», spiega una fonte del Consiglio regionale interpellata dalla Verità. «Il motivo dei ritardi sta nel buco da 15 milioni di cui si farà carico il nuovo soggetto giuridico, che verrà ripianato con soldi pubblici». Sulla natura dell'ammanco, tuttavia, non ci sono conferme: «Come si è arrivati a un passivo del genere? Sono spese per la gestione delle sedi o i soldi sono stati buttati in qualcos'altro, magari in consulenze?», si chiede ancora Corrotti. Tra i banchi delle opposizioni, circola il sospetto che, nel calderone degli emendamenti presentati dalla maggioranza, si nasconda un altro aiutino alle fondazioni: l'emendamento firmato dal consigliere Enrico Panunzi (Pd), permetterebbe di privatizzare le Ipab, Istituti pubblici di assistenza e beneficenza, trasformandole in fondazioni private. «Le Ipab sono il vero centro di potere in Regione, dove sono stati piazzati molti politici vicini all'attuale amministrazione, come l'ex parlamentare Pd Enrico Gasbarra», dicono dagli uffici legislativi dei gruppi di opposizione. «La trasformazione renderebbe impossibile l'accesso ad alcune informazioni, oltre al rischio di trasferire parte del patrimonio pubblico nelle mani dei privati». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/piovono-guai-sul-lazio-di-zingaretti-2653749215.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-grane-ci-sono-sempre-state-ma-da-segretario-pd-era-protetto" data-post-id="2653749215" data-published-at="1626047200" data-use-pagination="False"> «Le grane ci sono sempre state ma da segretario Pd era protetto» «Nicola Zingaretti si è sempre fregiato di essere un ottimo amministratore, l'ultimo anno e mezzo ha dimostrato che non è così. O almeno non lo è più, dal momento che non ne ha presa una». Chiara Colosimo, consigliere regionale del Lazio in quota Fratelli d'Italia, da quando Zingaretti è tornato a fare il governatore a tempo pieno le «grane» sembrano non finire. Non è stata una decisione felice, la sua? «Non gli ha portato molta fortuna lasciare la segreteria del Pd, ma di grane da gestire ne ha sempre avute tante. Anche prima. La copertura politica di cui ha goduto lo ha tenuto al riparo: alcuni organi di stampa e alcuni commentatori si sono fatti più di un problema a evidenziare le malefatte note a chi lavora in Regione Lazio». In principio furono le mascherine, pagate e mai arrivate. «Lo scandalo delle mascherine è stata la vicenda più triste nell'ultimo anno di pandemia. Questa storia non ha ancora avuto un epilogo: il responsabile della Protezione civile che ha firmato le determine è ancora al suo posto, i soldi non sono rientrati e delle mascherine non c'è traccia». Poi Allumiere e il sistema dei concorsi in Regione, su cui cerca di fare luce la Commissione trasparenza che lei presiede. «Al netto dei legami politici di cui hanno goduto molti candidati, lo scandalo di Allumiere mi ha impressionato perché siamo di fronte a un concorso totalmente sballato: ci sono posti gonfiati, punteggi arbitrari e graduatorie fantasma o sbagliate». Come è possibile che tutto ciò passi sotto il naso del presidente della Regione? «Questa è la grande capacità di Zingaretti». Qualcuno mormora che sia il «presidente che non c'entra mai nulla». «Qualcun altro lo chiama anche “saponetta". Zingaretti ha la responsabilità politica di tutti gli scandali che coinvolgono la Regione Lazio. È evidente che lui non abbia firmato, né sul caso delle mascherine né su quello dei concorsi, atti o determine, ma qualcuno può forse sostenere che un presidente di Regione non sappia cosa fa il suo presidente del Consiglio o il suo vicepresidente in Giunta? Io tendo a non crederci. È sempre stato assente, almeno fino al suo ritorno a tempo pieno, avvenuto con tanto di insulti al Partito democratico. Ci saremmo aspettati un certo senso di vergogna anche per quello che è successo, se è vero che non ne sapeva nulla». «Mi state rovinando la carriera politica» avrebbe detto ai collaboratori dopo che il pasticcio di Allumiere è esploso. «Se qualcuno si comporta male, metti mano e rimuovi o ridimensioni le persone che ti stanno “rovinando". Se tutto resta così com'è, è un po' difficile credergli». Ritiene che siano stati gli scandali a fermare la corsa di Zingaretti verso il Campidoglio? Prima della candidatura di Roberto Gualtieri, il suo nome circolava molto. «Gli scandali hanno contribuito al passo indietro. Ha cambiato idea varie volte durante le settimane in cui si parlava di lui come candidato sindaco di Roma. La mancata candidatura segna una doppia debolezza: nei confronti del Movimento 5 stelle, che avrebbe staccato la spina e mandato la Regione al voto, e nei confronti del Pd, la cui classe dirigente in Regione sarebbe stata lasciata a piedi, con gli scandali ancora freschi». «Zingaretti usa la Regione solo per fare campagna elettorale», ha scritto qualche settimana fa. Che intende? «Lo stiamo vedendo anche in questi giorni a Roma, sempre al fianco di Gualtieri. Zingaretti ha usato la Regione prima per farsi la campagna da segretario del Pd e poi per sostenere i candidati sindaci nei vari Comuni che andavano al voto». «A Roma si vive male perché la città è governata male», ha detto il presidente in una delle ultime uscite pubbliche. «Su questo mi trova d'accordo, ma lui non è un passante. Per farle un solo esempio, le sponde del Tevere sono di competenza regionale: di chi è il compito di eliminare le discariche abusive o le baraccopoli lungo il fiume? La responsabilità del malgoverno è condivisa».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 5 gennaio con Carlo Cambi
iStock
Ricominciamo: la Regione Puglia - con un deficit da centinaia di milioni di euro, liste d’attesa infinite, macchinari dei reparti obsoleti e chi più ne ha più ne metta - ha deciso di chiedere indietro una parte dei compensi versati negli ultimi dieci anni ai propri medici di base, per una somma pari a 23 milioni di euro (circa 70.000 euro a testa). Si tratta di somme che la stessa Regione Puglia ha versato negli anni, attraverso le Asl, per aderire - correttamente - ad un Accordo collettivo nazionale (e ai conseguenti accordi integrativi regionali) che prevede l’erogazione di queste cifre ai medici di base e ai pediatri, a soddisfazione di un complesso meccanismo di compensazione degli emolumenti sottoscritto nel 2005.
E su che base la Regione Puglia ha improvvisamente deciso di chiedere indietro queste cifre? Sostanzialmente sulla base di una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna - attualmente sub iudice del pronunciamento in Cassazione - che solleva la Regione, guidata da Michele De Pascale, dal versamento retroattivo delle medesime somme ai propri sanitari. Somme che, se dovessero essere sborsate tutte in una volta, peserebbero per oltre 100 milioni di euro e manderebbero a gambe all’aria il sistema sanitario dell’Emilia-Romagna e con lui la tenuta dell’intero fortino Pd.
Ma torniamo in Puglia. La pretesa di riavere indietro 23 milioni di euro da parte dell’ente, che a partire al 7 gennaio sarà guidato da Antonio De Caro, è arrivata ai camici bianchi in modo davvero inatteso. Non solo per i contenuti, ma anche per le modalità con cui è stata comunicata. Le sigle sindacali che rappresentano i sanitari, infatti, senza incontri preliminari sul tema, né discussioni di merito si sono visti recapitare la pretesa - motivata con stralci della sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna - il 31 dicembre 2025 alle ore 20.48, quando immaginiamo bene gli uffici regionali gremiti di dipendenti intenti a sbrigare le ultime faccende prima di accomodarsi al cenone di capodanno.
Anche a causa di queste stranezze il sospetto - e si sa che a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca - è di essere di fronte a una sorta di tacito sostegno amministrativo tra due enti molto legati tra loro, a conferma di una linea - quella dell’Emilia-Romagna - che se dovesse essere sconfessata in Cassazione comporterebbe la debacle totale per una delle roccaforti della sinistra.
Per entrare in termini più tecnici si tratta della annosa questione degli «assegni individuali» e del fondo di compensazione che ogni Regione doveva accantonare per erogare emolumenti ai medici di base sostitutivi degli scatti di anzianità, eliminati nel 2005.
Per un po’ di tempo questo meccanismo funzionò senza intoppi, poi si bloccò nel periodo della spending review (dal 2010 al 2014) e nel 2016 riprese con un nuovo Accordo collettivo nazionale (il corrispettivo del Ccnl per i medici). Lo Stato cominciò a versare il dovuto alle Regioni per creare un fondo apposito da cui attingere, ma mentre alcune destinarono le cifre al rispetto di questo accordo (come la Puglia) altre, come l’Emilia-Romagna, preferirono usare le quote ricevute per la copertura di altre spese scegliendo, non solo di non versare il dovuto ai medici, ma di non creare nemmeno il fondo necessario a farlo.
Qualche tempo fa, i pediatri di Rimini hanno chiesto alla Asl di riferimento gli assegni mai ricevuti, con una causa vinta in primo grado. A quel punto la Asl di Rimini ha chiesto aiuto alla Regione Emilia-Romagna che in appello si è costituita come parte in causa e, sulla vicenda, ha ottenuto ragione dal Tar. I medici di Rimini, però non hanno desistito, sono ricorsi in Cassazione e attualmente la Regione di De Pascale - quella che nel frattempo ha alzato i ticket sanitari e ha chiuso le frontiere ai malati provenienti dal resto d’Italia - è in attesa del pronunciamento definitivo.
Che il fondo necessario per versare le integrazioni ai medici, sia ancora in essere (e dunque che lo Stato stia ancora versando alle Regioni le cifre necessarie) si evince dal vigente contratto nazionale che, all’articolo 44 stabilisce il trattamento economico dei medici riferendosi ad una «quota capitaria annua ripartita in base a tale fondo integrato con gli assegni individuali». Per questo le sigle sindacali delle due Regioni sono in rivolta.
Ci vorrà del tempo prima che la Cassazione si pronunci, ma come sarebbe bello (e utile) se, nel frattempo, tutte le altre Regioni si allineassero sostenendo che quei fondi non andavano mai erogati e che, magari, chi li ha erogati li chiedesse indietro. A volte i sogni si avverano.
Continua a leggereRiduci
Alcuni pellegrini in occasione del Giubileo Lgbt, a Roma, il 6 settembre 2025 (Ansa)
Il Vangelo non è politicamente corretto. Usa termini durissimi, perché sta parlando di salvezza che sarà data a chi fa parte del Regno dei Cieli e negata a chi non ne fa parte. I Vangelo non è gay friendly, e, soprattutto, non è inclusivo. Chiunque raccomandi l’inclusione sta rinnegando il Vangelo. Esiste una parabola che lo chiarisce. Le vergini sagge hanno portato sufficiente olio per le lampade, quelle stolte no. Quelle sagge non dividono il loro olio con le stolte, perché altrimenti non ci sarà olio sufficiente per nessuna. Ma come, non bisognava dividere tutto? E la generosità? La generosità non si fa con la dottrina, non si fa con la fede. Aggiusto la mia Messa, smusso la mia dottrina, così che anche i non credenti e i peccatori possano accedere alle perle, è il discorso anticristico dei preti sciocchi che rinnegano Cristo per l’inclusività. «Chi non è con me è contro di me» è un’affermazione che riduce i margini dell’inclusività a zero. Noi non dobbiamo includere quelli che sono fuori dal Regno dei Cieli fino a quando ne sono fuori; dobbiamo convertirli, così che diventino fratelli e figli di Dio nella sola maniera possibile, la fede in Cristo. Una delle opere di carità spirituale è avvertire il peccatore che sta peccando San Paolo ci ricorda che dobbiamo continuare ad avvertire il peccatore, quando è opportuno e quando è inopportuno, maleducato, politicamente scorretto, e anche quando è vietato e porta a un’accusa penale o sociale, per esempio l’accusa di omofobia.
Il cristianesimo condanna la sodomia, uno dei quattro peccati che grida vendetta a Dio. Il vescovo di Vienna ha profanato la Cattedrale di Santo Stefano con spettacoli gay e ovviamente osceni. Lo ha fatto, pare, per sensibilizzare sull’Aids. Secondo tutte le statistiche l’atto sodomitico moltiplica il rischio di malattie infettive, tanto più che molti gay disprezzano il preservativo, oppure, come pubblicizzato dall’intellettuale (?) gay (o queer) Leo Bersani amano ricercare volontariamente il contagio. A Vienna a entusiasmare un clero sempre più corrotto c’è anche una mostra d’arte (?), dove tra rane crocefisse spicca una Pietà dove il Cristo morto tiene in mano il pene di un uomo travestito da donna, un cosiddetto trans. Attualmente la sodomia è chiamata omosessualità, termine ampolloso e improprio. Nessuna attività sessuale è possibile tra persone dello stesso sesso, ma solo pratiche erotiche che devono necessariamente interessare il tubo digerente. Il tubo digerente non è un organo sessuale e non è un organo ricreativo, serve per digerire e per espellere feci che sono un tripudio di microbi e che per una mentre normale sono ripugnanti. Alla sodomia si affianca il queer. Queer vuol dire strano. Ognuno ha diritto di essere strano. Nessuno ha diritto di pretendere di essere accettato, perché nessuno può costringermi ad accettare qualcosa che è appunto strano, al di fuori della mia etica e della mia estetica. La potenza liberticida del queer, come di tutte le altre lettere della sigla Lgbt-qualche-altra-cosa, è che accettare l’altro diventa un dovere, anche se l’altro ha fatto tutto quello che poteva per essere ripugnante. I due maggiori intellettuali queer sono Mario Mieli e la/il filosofa/o ex Beatriz Preciado, attualmente Paul Preciado. Mario Mieli è autore di Elementi di critica omosessuale, dove parla della sublime bellezza di pedofilia, necrofilia e coprofagia. Mario Mieli faceva spettacoli teatrali dove mangiava gli escrementi suoi e del suo cane, crudi e sconditi. I colibatteri ne saranno stati lieti. Riporto un brano della persona che all’epoca era Beatriz Preciado, al momento Paul, pubblicato il 17 gennaio 2014 su Liberation, che riassume il suo pensiero. «Da questa modesta tribuna, io invito tutti i corpi delle donne allo sciopero dell’utero. Affermiamoci come cittadine intere e non come uteri riproduttivi. Attraverso l’astinenza, attraverso la omosessualità, ma anche attraverso la masturbazione, la sodomia, il feticismo, la coprofagia, la zoofilia (non vuol dire avere il micetto e mettere la foto su Fb, ma avere rapporti erotici con gli animali, ndr) e l’aborto. Non lasciamo penetrare nelle nostre vagine una sola goccia di sperma nazionale cattolico». Sottolineo in entrambi i casi l’affetto per la coprofagia. La coprofagia è autoaggressione, come l’aborto, come la zoofilia. Queer vuol dire aggressione all’uomo e dato che l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, vuol dire aggressione a Dio, per questo sono oscene le parole di Nicola Vendola, personaggio politico, che ha acquistato un bambino con l’odiosa pratica dell’utero in affitto, che definisce queer sia Cristo che la Madonna, un nuovo tipo di bestemmia. Preciado si limita a definire il Natale patriarcale e discriminatorio: in confronto, una vera signora.
La parola «omosessualità» crea una folle simmetria col neologismo altrettanto senza senso «eterosessualità». Se con un colpo di bacchetta magica scomparissero tutti gli atti eterosessuali (cioè sessuali) l’umanità si estinguerebbe. Se sparissero tutti gli atti cosiddetti omosessuali, si svuoterebbero gli ambulatori di proctologia e quelli di patologie sessualmente trasmissibili, e la sanità di ogni nazione ricupererebbe fiumi di quattrini. Il non odio per il peccato non è amore per il peccatore, ma indifferenza alla sua salvezza, un’indifferenza di cui, come ci ricorda Ezechiele, si dovrà rispondere nel giorno del giudizio: «Se tu non parli per distogliere l’empio dai suoi peccati, l’empio morirà per la sua iniquità, ma della sua morte chiederò conto a te». La diga rotta. La resa di Fiducia supplicans alla lobby omosessuale di José Antonio Ureta e Julio Loredo (ed. Tradizione Famiglia Proprietà) descrive l’inclusione di peccatori non pentiti e trionfalmente accolti col loro peccato, quello che Cristo definisce come dare le perle ai porci, come il crollo della diga. La Conferenza episcopale africana ha annunciato che non intende seguirla, ricordando che i cristiani devono avere per il male un «odio perfetto». Il gesuita John Mac Neal, nel 1970 scrisse una serie di articoli sulla più importante rivista di teologia degli Usa sostenendo quello che poi sarà l’argomento ricorrente delle lobby omosessuali: poiché Dio ha creato tutto, ha creato gli omosessuali, quindi essere omosessuali fa parte del progetto di Dio. Dio non ha creato omosessuali come non ha creato assassini. Ha creato uomini liberi che hanno scelto di fare il male e ne sono diventati dipendenti. L’ipotesi della genesi genetica della cosiddetta omosessualità è stata dimostrata falsa oltre ogni ragionevole dubbio. L’omoerotismo è un comportamento di cui si diventa totalmente dipendenti. Questi gesuiti che hanno partecipato ai primi Pride è possibile che fossero in conflitto di interessi?
Continua a leggereRiduci
Il condominio di Via Paruta 74 a Milano, dove è stato ritrovato il corpo della giovane Aurora Livoli (Getty Images)
In realtà, nel periodo tra la fallita espulsione e la concessione di un passaporto in regola, il presunto assassino (già, fino a che non sia intervenuta una sentenza definitiva, anche nel suo caso, nonostante le telecamere lo abbiano ripreso alle spalle di Aurora l’ultima volta che la giovane è stata vista viva, la colpevolezza è presunta) avrebbe dovuto essere trattenuto nel Cpr di Milano. Però al centro di via Corelli che avrebbe dovuto «ospitarlo» è stato rifiutato «a causa dell’inidoneità alla vita in comunità». Sì, avete letto bene: le forze dell’ordine avrebbero voluto impedirgli di andarsene a spasso per le note ragioni di pericolosità sociale, ma per «un’asserita patologia delle vie urinarie», certificata da un medico, Valdez Velazco è stato lasciato libero di tentare di violentare una ragazza alla fermata della metropolitana e di aggredire, e probabilmente uccidere, Aurora, una giovane che ha avuto il solo torto di incontrarlo.
Vi chiedete come sia possibile rimettere in circolazione una persona già finita in carcere (dove ha scontato solo parte della pena) per violenza sessuale, fermata per altre violenze commesse nel corso degli anni e per rapina aggravata, oltre che per immigrazione clandestina? La domanda va girata non soltanto ai magistrati che quasi sempre, con varie attenuanti, consentono a fior di delinquenti di trovare la scappatoia per non finire dietro le sbarre, ma anche a quella classe politica e giornalistica che ancora insiste a non voler vedere il nesso fra criminalità e immigrazione clandestina. Ogni volta che si mostrano i dati sugli arresti per stupro, per furto e rapina, costoro alzano sempre il ditino per spiegare che la maggioranza dei reati è commessa da italiani. È ovvio che in valore assoluto i connazionali figurano in cima alle classifiche, ma se si confrontano i numeri con la popolazione immigrata, basta un minimo di onestà per comprendere che il fenomeno della delinquenza d’importazione non è una percezione, come ogni tanto qualche «sinistrato» prova a spiegare.
La morte di Aurora, per cui immagino che né magistrati né opinionisti chiederanno scusa, dovrebbe essere di monito per cambiare le leggi sull’immigrazione clandestina, ma soprattutto per far comprendere che estendere dei diritti anche a chi non ha alcun titolo per beneficiarne può essere pericoloso. Le decisioni di rimettere in libertà o accogliere in Italia soggetti a rischio hanno delle conseguenze a carico delle persone più fragili. E Aurora era fra queste. Invece di essere aiutata è stata lasciata sola, nelle mani del suo assassino.
Continua a leggereRiduci