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2021-07-12
Piovono guai sul Lazio di Zingaretti
Nicola Zingaretti (Ansa)
Ci mancavano i social network e le televisioni a complicare l'anno nero di Nicola Zingaretti. Da quando è scoppiata la pandemia, le grane per il governatore della Regione Lazio si sono moltiplicate. E non è bastato dire addio alla segreteria del Pd, con tanto di «vergogna» nei confronti di un partito troppo attento alle poltrone, per mettere una toppa ai tanti guai che in questi mesi hanno travolto il suo mandato. Come svelato dalla Verità, l'ultimo guaio per il presidente è l'inchiesta della Procura di Roma sulle sue presunte «missioni istituzionali»: gli inquirenti vogliono chiarire le giustificazioni per le assenze del governatore in Consiglio regionale.
L'indagine per falso, che coinvolgerebbe uno dei suoi più stretti collaboratori, punta a fare luce sulle «attività istituzionali» per le quali Zingaretti veniva segnato presente in Consiglio pur essendo impegnato altrove, in attività che poco o nulla avevano a che fare con la sua carica. Incrociando i verbali delle sedute con gli spezzoni delle interviste televisive o le apparizioni social, diversi consiglieri di opposizione hanno ricostruito la mappa degli impegni a cui il governatore ha preso parte, per dimostrare come «alcune attività istituzionali fossero in realtà poco riscontrabili». Tra queste, le presenze alle feste del Pd o le apparizioni nei comizi dei candidati democratici in corsa alle elezioni europee del 2019.
Oltre alle dubbie giustificazioni, diversi altri nodi hanno ingarbugliato il secondo mandato di Zingaretti, in bilico tra scandali e spese discutibili. Nelle casse regionali, per esempio, c'è ancora un buco da 13 milioni di euro per l'acquisto di mascherine mai arrivate. E poi, la valanga Concorsopoli che s'ingrossa giorno dopo giorno e coinvolge amministrazioni comunali, Asl e comunità montane, dopo aver toccato gli uomini più vicini al presidente. In un quadro già complicato, si inserisce poi l'esame del collegato al bilancio 2021, che ha iniziato il suo iter in commissione. Come denunciano le opposizioni, sono spuntati emendamenti strani e nuove spese piuttosto dubbie, come la nuova sede istituzionale della partecipata Astral. «Zingaretti ci riprova», racconta alla Verità uno dei consiglieri di opposizione che sta lavorando al testo. «Dopo lo scandalo del palazzo della Provincia, ora viene fuori un nuovo stabile, da ristrutturare: evidentemente, il governatore ha un'attrazione fatale per il mattone».
Palazzo da 40 milioni per l'azienda che non chiude le buche stradali
Almeno 55 milioni di euro di cui ancora si sa poco, o forse nulla. Nonostante le richieste delle opposizioni. Nelle Disposizioni collegate alla legge di stabilità regionale, approvate dalla Giunta di Nicola Zingaretti lo scorso 14 maggio, è finito di tutto. Anche alcune norme sulla cui immediata ricaduta economica è sorto più di un dubbio in Consiglio regionale, come i 40 milioni da impegnare per il nuovo palazzo di Astral o i 15 milioni da versare all'università di Roma Tor Vergata. E di spazio per altre «decisioni poco trasparenti» - come le definisce chi sta studiando il testo - potrebbe essercene ancora, dal momento che la maggioranza ha preparato circa 150 emendamenti alla proposta di legge, quasi la metà di quelli presentati.
«Si tratta di emendamenti aggiuntivi, che non modificano le norme esistenti, ma ne introducono altre», spiegano dalla Commissione bilancio, dove è partito l'iter per l'approvazione del collegato, che dovrebbe concludersi agli inizi di agosto. Sicure dell'approvazione sono le due norme più pesanti per le casse della Regione, a cominciare dal palazzo che la Pisana ha deciso di realizzare per le «risorse umane e strumentali» dell'Azienda strade del Lazio, partecipata al 100% dalla Regione. L'idea è quella di liberarsi del canone di locazione da quasi 69.000 euro al mese, che l'Azienda paga per la sede di via del Pescaccio, attingendo dal patrimonio di proprietà. Peccato che la scelta, come confermato in audizione dall'assessore al Bilancio Daniele Leodori, sia ricaduta su uno stabile che non ha propriamente le sembianze di un palazzo: l'area interessata, infatti, è catalogata come capannone industriale, utilizzata probabilmente come rimessa di autobus dalla precedente proprietà, Cotral patrimonio spa, prima che questa confluisse in Astral.
«L'operazione è molto stravagante: impegniamo i soldi dei cittadini per i prossimi 30 anni, con il solo scopo di ristrutturare e riadattare un capannone», racconta Laura Corrotti, vicepresidente della Commissione bilancio, in quota Lega. «Non sappiamo se, prima di impegnare questi soldi, in Giunta si siano premurati di controllare l'intero patrimonio immobiliare della Regione Lazio per capire se esistono soluzioni alternative, magari già pronte e disponibili». Alla richiesta delle opposizioni di visionare i progetti, nessuno ha ancora risposto. La Giunta non ha prodotto alcuna documentazione neanche sui 15 milioni impegnati per ripianare le passività della vecchia Fondazione policlinico Tor Vergata e dell'Azienda autonoma dell'università Policlinico Tor Vergata. Secondo il collegato al bilancio approvato lo scorso anno, i due enti si sarebbero dovuti fondere in un unico soggetto, «entro 90 giorni dall'approvazione della legge». Di giorni ne sono trascorsi più del doppio, ma dell'Azienda ospedaliera universitaria policlinico Tor Vergata non c'è traccia.
«Come spesso accade quando di mezzo ci sono le fondazioni, molte cose si scoprono con il tempo», spiega una fonte del Consiglio regionale interpellata dalla Verità. «Il motivo dei ritardi sta nel buco da 15 milioni di cui si farà carico il nuovo soggetto giuridico, che verrà ripianato con soldi pubblici». Sulla natura dell'ammanco, tuttavia, non ci sono conferme: «Come si è arrivati a un passivo del genere? Sono spese per la gestione delle sedi o i soldi sono stati buttati in qualcos'altro, magari in consulenze?», si chiede ancora Corrotti. Tra i banchi delle opposizioni, circola il sospetto che, nel calderone degli emendamenti presentati dalla maggioranza, si nasconda un altro aiutino alle fondazioni: l'emendamento firmato dal consigliere Enrico Panunzi (Pd), permetterebbe di privatizzare le Ipab, Istituti pubblici di assistenza e beneficenza, trasformandole in fondazioni private. «Le Ipab sono il vero centro di potere in Regione, dove sono stati piazzati molti politici vicini all'attuale amministrazione, come l'ex parlamentare Pd Enrico Gasbarra», dicono dagli uffici legislativi dei gruppi di opposizione. «La trasformazione renderebbe impossibile l'accesso ad alcune informazioni, oltre al rischio di trasferire parte del patrimonio pubblico nelle mani dei privati».
«Le grane ci sono sempre state ma da segretario Pd era protetto»
«Nicola Zingaretti si è sempre fregiato di essere un ottimo amministratore, l'ultimo anno e mezzo ha dimostrato che non è così. O almeno non lo è più, dal momento che non ne ha presa una».
Chiara Colosimo, consigliere regionale del Lazio in quota Fratelli d'Italia, da quando Zingaretti è tornato a fare il governatore a tempo pieno le «grane» sembrano non finire. Non è stata una decisione felice, la sua?
«Non gli ha portato molta fortuna lasciare la segreteria del Pd, ma di grane da gestire ne ha sempre avute tante. Anche prima. La copertura politica di cui ha goduto lo ha tenuto al riparo: alcuni organi di stampa e alcuni commentatori si sono fatti più di un problema a evidenziare le malefatte note a chi lavora in Regione Lazio».
In principio furono le mascherine, pagate e mai arrivate.
«Lo scandalo delle mascherine è stata la vicenda più triste nell'ultimo anno di pandemia. Questa storia non ha ancora avuto un epilogo: il responsabile della Protezione civile che ha firmato le determine è ancora al suo posto, i soldi non sono rientrati e delle mascherine non c'è traccia».
Poi Allumiere e il sistema dei concorsi in Regione, su cui cerca di fare luce la Commissione trasparenza che lei presiede.
«Al netto dei legami politici di cui hanno goduto molti candidati, lo scandalo di Allumiere mi ha impressionato perché siamo di fronte a un concorso totalmente sballato: ci sono posti gonfiati, punteggi arbitrari e graduatorie fantasma o sbagliate».
Come è possibile che tutto ciò passi sotto il naso del presidente della Regione?
«Questa è la grande capacità di Zingaretti».
Qualcuno mormora che sia il «presidente che non c'entra mai nulla».
«Qualcun altro lo chiama anche “saponetta". Zingaretti ha la responsabilità politica di tutti gli scandali che coinvolgono la Regione Lazio. È evidente che lui non abbia firmato, né sul caso delle mascherine né su quello dei concorsi, atti o determine, ma qualcuno può forse sostenere che un presidente di Regione non sappia cosa fa il suo presidente del Consiglio o il suo vicepresidente in Giunta? Io tendo a non crederci. È sempre stato assente, almeno fino al suo ritorno a tempo pieno, avvenuto con tanto di insulti al Partito democratico. Ci saremmo aspettati un certo senso di vergogna anche per quello che è successo, se è vero che non ne sapeva nulla».
«Mi state rovinando la carriera politica» avrebbe detto ai collaboratori dopo che il pasticcio di Allumiere è esploso.
«Se qualcuno si comporta male, metti mano e rimuovi o ridimensioni le persone che ti stanno “rovinando". Se tutto resta così com'è, è un po' difficile credergli».
Ritiene che siano stati gli scandali a fermare la corsa di Zingaretti verso il Campidoglio? Prima della candidatura di Roberto Gualtieri, il suo nome circolava molto.
«Gli scandali hanno contribuito al passo indietro. Ha cambiato idea varie volte durante le settimane in cui si parlava di lui come candidato sindaco di Roma. La mancata candidatura segna una doppia debolezza: nei confronti del Movimento 5 stelle, che avrebbe staccato la spina e mandato la Regione al voto, e nei confronti del Pd, la cui classe dirigente in Regione sarebbe stata lasciata a piedi, con gli scandali ancora freschi».
«Zingaretti usa la Regione solo per fare campagna elettorale», ha scritto qualche settimana fa. Che intende?
«Lo stiamo vedendo anche in questi giorni a Roma, sempre al fianco di Gualtieri. Zingaretti ha usato la Regione prima per farsi la campagna da segretario del Pd e poi per sostenere i candidati sindaci nei vari Comuni che andavano al voto».
«A Roma si vive male perché la città è governata male», ha detto il presidente in una delle ultime uscite pubbliche.
«Su questo mi trova d'accordo, ma lui non è un passante. Per farle un solo esempio, le sponde del Tevere sono di competenza regionale: di chi è il compito di eliminare le discariche abusive o le baraccopoli lungo il fiume? La responsabilità del malgoverno è condivisa».
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Dopo l'inchiesta sulle missioni sospette, altri scandali colpiscono il presidente: Concorsopoli, i 13 milioni di euro per acquistare mascherine mai arrivate e un bilancio riscritto da strani emendamenti di maggioranza.Si aprono voragini nei conti, maxi regalo anche alla Fondazione Tor Vergata.La presidente della Commissione trasparenza: «Molti lo chiamano "saponetta" per l'abilità nel sottrarsi alla responsabilità politica. Non avrà firmato ogni carta, ma non può dire che è successo tutto a sua insaputa».Lo speciale contiene tre articoli.Ci mancavano i social network e le televisioni a complicare l'anno nero di Nicola Zingaretti. Da quando è scoppiata la pandemia, le grane per il governatore della Regione Lazio si sono moltiplicate. E non è bastato dire addio alla segreteria del Pd, con tanto di «vergogna» nei confronti di un partito troppo attento alle poltrone, per mettere una toppa ai tanti guai che in questi mesi hanno travolto il suo mandato. Come svelato dalla Verità, l'ultimo guaio per il presidente è l'inchiesta della Procura di Roma sulle sue presunte «missioni istituzionali»: gli inquirenti vogliono chiarire le giustificazioni per le assenze del governatore in Consiglio regionale. L'indagine per falso, che coinvolgerebbe uno dei suoi più stretti collaboratori, punta a fare luce sulle «attività istituzionali» per le quali Zingaretti veniva segnato presente in Consiglio pur essendo impegnato altrove, in attività che poco o nulla avevano a che fare con la sua carica. Incrociando i verbali delle sedute con gli spezzoni delle interviste televisive o le apparizioni social, diversi consiglieri di opposizione hanno ricostruito la mappa degli impegni a cui il governatore ha preso parte, per dimostrare come «alcune attività istituzionali fossero in realtà poco riscontrabili». Tra queste, le presenze alle feste del Pd o le apparizioni nei comizi dei candidati democratici in corsa alle elezioni europee del 2019. Oltre alle dubbie giustificazioni, diversi altri nodi hanno ingarbugliato il secondo mandato di Zingaretti, in bilico tra scandali e spese discutibili. Nelle casse regionali, per esempio, c'è ancora un buco da 13 milioni di euro per l'acquisto di mascherine mai arrivate. E poi, la valanga Concorsopoli che s'ingrossa giorno dopo giorno e coinvolge amministrazioni comunali, Asl e comunità montane, dopo aver toccato gli uomini più vicini al presidente. In un quadro già complicato, si inserisce poi l'esame del collegato al bilancio 2021, che ha iniziato il suo iter in commissione. Come denunciano le opposizioni, sono spuntati emendamenti strani e nuove spese piuttosto dubbie, come la nuova sede istituzionale della partecipata Astral. «Zingaretti ci riprova», racconta alla Verità uno dei consiglieri di opposizione che sta lavorando al testo. «Dopo lo scandalo del palazzo della Provincia, ora viene fuori un nuovo stabile, da ristrutturare: evidentemente, il governatore ha un'attrazione fatale per il mattone». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/piovono-guai-sul-lazio-di-zingaretti-2653749215.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="palazzo-da-40-milioni-per-l-azienda-che-non-chiude-le-buche-stradali" data-post-id="2653749215" data-published-at="1626047200" data-use-pagination="False"> Palazzo da 40 milioni per l'azienda che non chiude le buche stradali Almeno 55 milioni di euro di cui ancora si sa poco, o forse nulla. Nonostante le richieste delle opposizioni. Nelle Disposizioni collegate alla legge di stabilità regionale, approvate dalla Giunta di Nicola Zingaretti lo scorso 14 maggio, è finito di tutto. Anche alcune norme sulla cui immediata ricaduta economica è sorto più di un dubbio in Consiglio regionale, come i 40 milioni da impegnare per il nuovo palazzo di Astral o i 15 milioni da versare all'università di Roma Tor Vergata. E di spazio per altre «decisioni poco trasparenti» - come le definisce chi sta studiando il testo - potrebbe essercene ancora, dal momento che la maggioranza ha preparato circa 150 emendamenti alla proposta di legge, quasi la metà di quelli presentati. «Si tratta di emendamenti aggiuntivi, che non modificano le norme esistenti, ma ne introducono altre», spiegano dalla Commissione bilancio, dove è partito l'iter per l'approvazione del collegato, che dovrebbe concludersi agli inizi di agosto. Sicure dell'approvazione sono le due norme più pesanti per le casse della Regione, a cominciare dal palazzo che la Pisana ha deciso di realizzare per le «risorse umane e strumentali» dell'Azienda strade del Lazio, partecipata al 100% dalla Regione. L'idea è quella di liberarsi del canone di locazione da quasi 69.000 euro al mese, che l'Azienda paga per la sede di via del Pescaccio, attingendo dal patrimonio di proprietà. Peccato che la scelta, come confermato in audizione dall'assessore al Bilancio Daniele Leodori, sia ricaduta su uno stabile che non ha propriamente le sembianze di un palazzo: l'area interessata, infatti, è catalogata come capannone industriale, utilizzata probabilmente come rimessa di autobus dalla precedente proprietà, Cotral patrimonio spa, prima che questa confluisse in Astral. «L'operazione è molto stravagante: impegniamo i soldi dei cittadini per i prossimi 30 anni, con il solo scopo di ristrutturare e riadattare un capannone», racconta Laura Corrotti, vicepresidente della Commissione bilancio, in quota Lega. «Non sappiamo se, prima di impegnare questi soldi, in Giunta si siano premurati di controllare l'intero patrimonio immobiliare della Regione Lazio per capire se esistono soluzioni alternative, magari già pronte e disponibili». Alla richiesta delle opposizioni di visionare i progetti, nessuno ha ancora risposto. La Giunta non ha prodotto alcuna documentazione neanche sui 15 milioni impegnati per ripianare le passività della vecchia Fondazione policlinico Tor Vergata e dell'Azienda autonoma dell'università Policlinico Tor Vergata. Secondo il collegato al bilancio approvato lo scorso anno, i due enti si sarebbero dovuti fondere in un unico soggetto, «entro 90 giorni dall'approvazione della legge». Di giorni ne sono trascorsi più del doppio, ma dell'Azienda ospedaliera universitaria policlinico Tor Vergata non c'è traccia. «Come spesso accade quando di mezzo ci sono le fondazioni, molte cose si scoprono con il tempo», spiega una fonte del Consiglio regionale interpellata dalla Verità. «Il motivo dei ritardi sta nel buco da 15 milioni di cui si farà carico il nuovo soggetto giuridico, che verrà ripianato con soldi pubblici». Sulla natura dell'ammanco, tuttavia, non ci sono conferme: «Come si è arrivati a un passivo del genere? Sono spese per la gestione delle sedi o i soldi sono stati buttati in qualcos'altro, magari in consulenze?», si chiede ancora Corrotti. Tra i banchi delle opposizioni, circola il sospetto che, nel calderone degli emendamenti presentati dalla maggioranza, si nasconda un altro aiutino alle fondazioni: l'emendamento firmato dal consigliere Enrico Panunzi (Pd), permetterebbe di privatizzare le Ipab, Istituti pubblici di assistenza e beneficenza, trasformandole in fondazioni private. «Le Ipab sono il vero centro di potere in Regione, dove sono stati piazzati molti politici vicini all'attuale amministrazione, come l'ex parlamentare Pd Enrico Gasbarra», dicono dagli uffici legislativi dei gruppi di opposizione. «La trasformazione renderebbe impossibile l'accesso ad alcune informazioni, oltre al rischio di trasferire parte del patrimonio pubblico nelle mani dei privati». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/piovono-guai-sul-lazio-di-zingaretti-2653749215.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-grane-ci-sono-sempre-state-ma-da-segretario-pd-era-protetto" data-post-id="2653749215" data-published-at="1626047200" data-use-pagination="False"> «Le grane ci sono sempre state ma da segretario Pd era protetto» «Nicola Zingaretti si è sempre fregiato di essere un ottimo amministratore, l'ultimo anno e mezzo ha dimostrato che non è così. O almeno non lo è più, dal momento che non ne ha presa una». Chiara Colosimo, consigliere regionale del Lazio in quota Fratelli d'Italia, da quando Zingaretti è tornato a fare il governatore a tempo pieno le «grane» sembrano non finire. Non è stata una decisione felice, la sua? «Non gli ha portato molta fortuna lasciare la segreteria del Pd, ma di grane da gestire ne ha sempre avute tante. Anche prima. La copertura politica di cui ha goduto lo ha tenuto al riparo: alcuni organi di stampa e alcuni commentatori si sono fatti più di un problema a evidenziare le malefatte note a chi lavora in Regione Lazio». In principio furono le mascherine, pagate e mai arrivate. «Lo scandalo delle mascherine è stata la vicenda più triste nell'ultimo anno di pandemia. Questa storia non ha ancora avuto un epilogo: il responsabile della Protezione civile che ha firmato le determine è ancora al suo posto, i soldi non sono rientrati e delle mascherine non c'è traccia». Poi Allumiere e il sistema dei concorsi in Regione, su cui cerca di fare luce la Commissione trasparenza che lei presiede. «Al netto dei legami politici di cui hanno goduto molti candidati, lo scandalo di Allumiere mi ha impressionato perché siamo di fronte a un concorso totalmente sballato: ci sono posti gonfiati, punteggi arbitrari e graduatorie fantasma o sbagliate». Come è possibile che tutto ciò passi sotto il naso del presidente della Regione? «Questa è la grande capacità di Zingaretti». Qualcuno mormora che sia il «presidente che non c'entra mai nulla». «Qualcun altro lo chiama anche “saponetta". Zingaretti ha la responsabilità politica di tutti gli scandali che coinvolgono la Regione Lazio. È evidente che lui non abbia firmato, né sul caso delle mascherine né su quello dei concorsi, atti o determine, ma qualcuno può forse sostenere che un presidente di Regione non sappia cosa fa il suo presidente del Consiglio o il suo vicepresidente in Giunta? Io tendo a non crederci. È sempre stato assente, almeno fino al suo ritorno a tempo pieno, avvenuto con tanto di insulti al Partito democratico. Ci saremmo aspettati un certo senso di vergogna anche per quello che è successo, se è vero che non ne sapeva nulla». «Mi state rovinando la carriera politica» avrebbe detto ai collaboratori dopo che il pasticcio di Allumiere è esploso. «Se qualcuno si comporta male, metti mano e rimuovi o ridimensioni le persone che ti stanno “rovinando". Se tutto resta così com'è, è un po' difficile credergli». Ritiene che siano stati gli scandali a fermare la corsa di Zingaretti verso il Campidoglio? Prima della candidatura di Roberto Gualtieri, il suo nome circolava molto. «Gli scandali hanno contribuito al passo indietro. Ha cambiato idea varie volte durante le settimane in cui si parlava di lui come candidato sindaco di Roma. La mancata candidatura segna una doppia debolezza: nei confronti del Movimento 5 stelle, che avrebbe staccato la spina e mandato la Regione al voto, e nei confronti del Pd, la cui classe dirigente in Regione sarebbe stata lasciata a piedi, con gli scandali ancora freschi». «Zingaretti usa la Regione solo per fare campagna elettorale», ha scritto qualche settimana fa. Che intende? «Lo stiamo vedendo anche in questi giorni a Roma, sempre al fianco di Gualtieri. Zingaretti ha usato la Regione prima per farsi la campagna da segretario del Pd e poi per sostenere i candidati sindaci nei vari Comuni che andavano al voto». «A Roma si vive male perché la città è governata male», ha detto il presidente in una delle ultime uscite pubbliche. «Su questo mi trova d'accordo, ma lui non è un passante. Per farle un solo esempio, le sponde del Tevere sono di competenza regionale: di chi è il compito di eliminare le discariche abusive o le baraccopoli lungo il fiume? La responsabilità del malgoverno è condivisa».
Giovanni Rezza (Imagoeconomica)
Un’audizione interessante, quella di Rezza, perché, nonostante gli strenui tentativi delle opposizioni che allora governavano (Pd e M5S, con in testa l’onorevole Alfonso Colucci, «difensore d’ufficio» dell’allora premier Giuseppe Conte), l’ex dg ha involontariamente confermato che le misure adottate all’epoca - vaccinazioni di massa dei giovani, obblighi vaccinali e green pass - non poggiavano su evidenze scientifiche certe e non erano state indicate dagli scienziati: «Ha deciso la politica, il Cts ha dato soltanto pareri». Colucci si è buttato a pesce sulla presunta logica del green pass e per ben tre volte ha chiesto a Rezza se con la vaccinazione venisse trasmessa una carica virale inferiore, «quindi si induceva una malattia meno severa». Rezza, per altrettante volte, non ha dato conferma, anzi: «Ci sarebbe stato bisogno di maggiori evidenze. Non possiamo escludere il fatto che una persona vaccinata si ammalasse, su questo bisogna essere intellettualmente onesti». Non solo: «Quando è arrivata Omicron (a dicembre 2021, ossia proprio quando il governo di Mario Draghi intensificò la stretta contro chi non si vaccinava con il super green pass, ndr) la protezione della vaccinazione nei confronti di Omicron è diventata più bassa rispetto alle varianti precedenti», ha spiegato. Smentendo il famoso mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali, muori e fai morire»: «L’effetto del lockdown», ha dichiarato l’infettivologo, «non era di evitare il numero totale di casi, ma di distribuire nel tempo i casi di infezione, così da curare non solo i malati Covid ma anche gli altri pazienti». Era un problema di salute pubblica, insomma, con buona pace dei cittadini che sono corsi a vaccinarsi per evitare di ammalarsi.
Il docente ha anche parlato degli effetti collaterali. Il problema, ha osservato, risiedeva nell’incidenza dei casi: «Se va al di sotto di una certa soglia nelle persone più giovani, dato che i vaccini possono causare degli effetti collaterali, allora lì bisogna bilanciare i rischi e benefici. Quando l’incidenza cala, gli effetti collaterali dei vaccini prendono il sopravvento e questo è il motivo per cui noi a un certo punto non abbiamo più vaccinato le persone giovani», ha dichiarato. Senza però spiegare quando esattamente il governo avrebbe smesso di vaccinare le persone più giovani: ancora nel 2022, l’esecutivo Draghi e il ministero della Salute di Speranza stringevano le maglie soprattutto sulla fascia di popolazione da 0 a 20 anni.
«Durante la pandemia, l’allora governo italiano attuò una campagna vaccinale di massa senza conoscere quante persone avevano sviluppato un’immunità naturale. L’assenza della banca dati dei guariti è stata confermata dal professor Rezza. Abbiamo la conferma che le politiche in termini vaccinali hanno ignorato il principio di precauzione e il rapporto tra rischi e benefici», ha commentato Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia.
Se davvero i governi Conte e Draghi hanno commesso così tanti imperdonabili errori sulla pelle dei cittadini in pandemia, resta da capire per quale motivo scienziati come Rezza scelsero il silenzio anziché la protesta. E c’è sempre chi, come Giuseppe Ippolito (ex direttore scientifico dello Spallanzani di Roma e membro del Cts), non rinuncia a buttarla in politica: «L’epidemia di Ebola in Congo e Uganda risente del limitato supporto dato dagli Stati Uniti. L’uscita degli Usa dall’Oms, decisa da Trump, ha fatto sì che ci sia meno personale sul terreno». La colpa, insomma, è sempre del presidente Usa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 27 maggio 2026. Con il nostro Stefano Piazza analizziamo gli errori degli Usa in Iran.
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.