2022-11-20
Le pillole di Petra e Carlo: il galateo della cioccolata
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Chissà se questa sarà la volta buona. Il 14 maggio papa Leone XIV dovrebbe visitare l’Università La Sapienza di Roma, lo stesso ateneo che nel 2008 respinse con rabbia Benedetto XVI offrendo una clamorosa anticipazione della censura woke che sarebbe divenuta prassi circa un decennio dopo. Leone, fanno sapere dalla Sala stampa vaticana, dovrebbe cominciare la visita alle 10.20 dalla cappella universitaria «Divina Sapienza», dove ad accoglierlo ci saranno il cardinale vicario Baldo Reina, la rettrice dell’Università, Antonella Polimeni, e il cappellano don Gabriele Vecchione.
Dopo un momento di preghiera silenziosa, il pontefice dovrebbe spostarsi nel piazzale centrale dell’università per un saluto agli studenti. Alle 10.45 avrà un colloquio con la rettrice, quindi sarà scoperta una targa celebrativa della giornata. Fatti i saluti di rito al personale, alle 11.15 papa Leone sarà accompagnato a visitare le mostra «Sapienza e il Papato». Infine il momento più delicato: un discorso nell’Aula magna a docenti e studenti.
«Papa Leone XIV ha mostrato sempre grande attenzione al mondo giovanile e ha chiesto alla sua diocesi di accompagnare i cammini di crescita nella fede delle nuove generazioni», dice il comunicato ufficiale del cardinale Reina. «La Sapienza Università di Roma è la più grande università d’Europa. Entrare in dialogo con quanti si affacciano al futuro attraverso le varie scienze e la ricerca è di fondamentale importanza. Ci metteremo in ascolto di quanto il Santo Padre dirà durante la visita e ne faremo tesoro per la pastorale universitaria e la pastorale giovanile».
Rispetto al caso di Benedetto XVI si nota una differenza sottile ma determinante. Ratzinger fu invitato dall’allora rettore, Renato Guarini, all’inaugurazione del settecentocinquesimo anno accademico dell’ateneo romano, il 17 gennaio del 2008. Avrebbe dovuto tenere una lectio magistralis, non un semplice discorso. Fu proprio questo a far inviperire alcuni docenti. In 67, tra cui il futuro premio Nobel Giorgio Parisi, scrissero una lettera al rettore contestando duramente la sua decisione di concedere spazio al Papa. Il primo a protestare fu Marcello Cini, fisico e docente emerito della Sapienza, secondo cui la presenza di Ratzinger sarebbe stata «considerata, nel mondo, come un salto indietro nel tempo di 300 anni e più». Cini non ne fece solo una questione di forma, ma soprattutto di sostanza. Egli contestava «la linea politica del papato di Benedetto XVI», che «si fonda sulla tesi che la spartizione delle rispettive sfere di competenza fra fede e conoscenza non vale più».
Il professore insisteva sulla «pericolosità dal punto di vista politico e culturale» di tale visione. «Ci vuole un bel coraggio a sostenere questa tesi e nascondere sotto lo zerbino le Crociate, i pogrom contro gli ebrei, lo sterminio degli indigeni delle Americhe, la tratta degli schiavi, i roghi dell’Inquisizione che i cristiani hanno regalato al mondo», scrisse Cini particolarmente risentito. In realtà, egli - volutamente o meno - aveva profondamente frainteso la posizione di Benedetto XVI pronunciato a Ratisbona e in generale il pensiero del Papa, il quale non voleva sovrapporre la fede alla scienza ma rivendicare il ruolo della ragione umana anche nell’esperienza della fede cristiana. Con tutta probabilità, però, più che le motivazioni filosofiche, a rilevare fu il contesto politico. Ratzinger aveva da poco pronunciato il celeberrimo discorso di Ratisbona e per i laicissimi e tollerantissimi professori italiani risultava inaccettabile ospitare un Papa accusato da sinistra di islamofobia e conservatorismo.
Come si diceva, quel grottesco episodio fu non solo una incredibile dimostrazione di ostilità e di rifiuto del dialogo, ma pure una potente cartina di tornasole del rapporto di buona parte dell’intellighenzia italica con il pensiero cattolico e con la figura del pontefice. Ai nostri illustri pensatori, progressisti ma non soltanto, i Papi, gli altri prelati e i preti vanno bene quando si attengono al copione già scritto, quando rientrano nei ristretti confini del pensiero prevalente.
Va bene il presidente della Cei, Matteo Maria Zuppi, quando tratta con benevolenza più o meno esplicita il fronte del No al referendum. Vanno bene i pensatori come monsignor Vincenzo Paglia quando se la prendono con Peter Thiel ed Elon Musk, accusati l’altro giorno sulla Stampa di essere dei pericolosi transumanisti (ed è curioso che lo stesso Paglia, come molti altri illustri esponenti della gerarchia ecclesiastica, abbia sempre contestato con veemenza populisti e sovranisti che pure si opponevano all’ideologia digitale, al transumanesimo e alla globalizzazione sfrenata sostenuta dalle Big tech).
La cultura cristiana, in sostanza, è sopportata fino a che si mostra addomesticata, finché le tesi che esprime sono profittevoli e utili al discorso politico progressista. Ma se osa alzare la testa, scendere in profondità e sfiorare temi più delicati, suscita immediatamente sdegno e rigetto. Per questo sarà molto interessante ascoltare fra qualche giorno il discorso del Papa, anche se non sarà una lectio magistralis. Anche se ammesso quale visitatore e non docente, e a meno di sorprese, un pontefice entrerà alla Sapienza e si rivolgerà a studenti e docenti. I quali, chissà, potrebbero perfino imparare qualcosa dalle sue parole, ammesso che vogliano ascoltarle.
«Questa riforma non s’ha da fare». Si potrebbe ricorrere alla parafrasi di una delle battute più celebri de I promessi sposi per sintetizzare l’attuale posizione del ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, rispetto a una delle proposte di revisione dei programmi scolastici liceali avanzate nei giorni scorsi da una commissione ministeriale formata da docenti di scuola superiore e dell’università.
Proposta in base alla quale la lettura del capolavoro ottocentesco di Alessandro Manzoni andrebbe spostata dal secondo al quarto anno dei licei. Valditara si è appunto mostrato scettico: «È una proposta della commissione. Ha una sua ragionevolezza ma ho qualche perplessità, perché ritengo che I promessi sposi siano particolarmente formativi anche per un giovane di 14-15 anni. Penso sia prematuro dare per scontata questa innovazione».
In sé, il cambiamento suggerito dalla commissione non avrebbe nulla di particolarmente traumatico o rivoluzionario e, come osservato dallo stesso Valditara, esso non appare nemmeno privo di una sua ragion d’essere. Ma è proprio questa ragion d’essere a suscitare domande e qualche preoccupata considerazione sull’istruzione italiana nel suo complesso. Per suffragare il differimento di un biennio della lettura del romanzo manzoniano, pietra angolare della letteratura del nostro Paese e testo che - «risciacquando i panni in Arno» - ha posto le fondamenta della lingua italiana odierna, i redattori della bozza delle nuove linee guida per i licei affermano: «Com’è evidente, I promessi sposi non sono più un “classico contemporaneo”. Al secondo anno del biennio, a discrezione dell’insegnante, in alternativa al romanzo di Manzoni sarà pertanto possibile far leggere integralmente agli studenti altri libri meno complessi dal punto di vista linguistico (per esempio quelli elencati nelle righe precedenti), rimandando la lettura de I promessi sposi, in forma integrale o per brani, al quarto anno del percorso di studio».
Si potrebbe intanto obiettare che la definizione «classico contemporaneo» - recuperata dai programmi scolastici di fine Ottocento - è non solo sorpassata ma una contraddizione in termini, dato che un classico è necessariamente e sempre contemporaneo (cioè in grado di parlare a noi come ha fatto con i nostri predecessori), altrimenti classico non sarebbe. Inoltre, molti degli autori che vengono suggeriti come possibili sostituti non risultano affatto linguisticamente meno complessi del Manzoni de I promessi sposi (il che segnala un certo disorientamento da parte dei componenti della commissione): si pensi a nomi come Aldo Palazzeschi, Beppe Fenoglio, Cesare Pavese, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia e Giuseppe Pontiggia, per non parlare di stranieri quali Stendhal, Dickens, Tolstoj, Dostoevskij, Henry James e Kafka.
A destare inquietudine, però, è soprattutto il motivo del rinvio: poiché gli studenti di oggi non hanno confidenza con la lettura di «testi lunghi» (che dunque faticano a comprendere) e viceversa sono «abituati alla comunicazione breve», si ritiene opportuno - anziché provare a mitigarla almeno a scuola - assecondare in tutto e per tutto tale deriva, arrendendosi al fatto che le nuove generazioni dispongano di sempre più limitate capacità cognitive. È un percorso che sembra smentire gli intenti della «scuola del merito» - l’approccio educativo e didattico promosso, sulla carta, dall’attuale governo - e che somiglia piuttosto a una resa a quel livellamento verso il basso che ha caratterizzato, con forti accelerazioni nei tempi più recenti, l’ultimo mezzo secolo d’istruzione in Italia. Peraltro, il fatto che le difficoltà nella comprensione di un testo siano così diffuse e gravi persino fra gli studenti liceali chiama in causa, e pone sotto accusa, l’intero ciclo di studi che questi studenti hanno svolto in precedenza, ossia negli anni della scuola primaria e secondaria di primo grado (elementari e medie); oltre, ovviamente, a evidenziare i limiti - se non proprio a sancire il fallimento - di quell’insegnamento da remoto a cui gli odierni liceali sono stati a lungo costretti durante il periodo della pandemia.
Ieri, su Repubblica, il professor Claudio Giunta, coordinatore della commissione ministeriale per le Indicazioni nazionali di letteratura, ha scritto che «I promessi sposi risultano incomprensibili a molti studenti: incomprensibili, dunque scoraggianti, frustranti, e quindi inutili. Sarà bene che questi studenti comincino la loro carriera di lettori “seri” con un libro oggettivamente molto difficile oppure con un libro più facile, per poi arrivare due anni dopo, adeguatamente maturi, alla difficoltà di Manzoni?».
Ammesso e non concesso che i libri proposti in alternativa - lo si è già detto - siano più «facili», il vero rischio derivante dal considerare I promessi sposi un romanzo «oggettivamente difficile» è ritrovarsi poi con degli studenti che, una volta usciti dal liceo, si domandino: «Manzoni! Chi era costui?». Senza nemmeno immaginare di stare citandolo, Manzoni.
C’era un tempo in cui i sindacati incrociavano le braccia per evitare che si vendessero gli stabilimenti industriali. Oggi, invece, accade il contrario. La storia ha dell’incredibile. Come apparso già da qualche giorno sulla stampa, Stellantis sta valutando di cedere lo stabilimento di Cassino a un grande gruppo cinese (Dongfeng).
Parliamo dello stabilimento in provincia di Frosinone sono stati prodotti modelli storici del gruppo Fiat come la Fiat Ritmo, la Tipo, La Lancia Delta e l’Alfa Romeo Giulietta. E oggi, tra uno stop e l’altro, dalle linee produttive escono l’Alfa Romeo Giulia, la Stelvio e modelli di lusso come la Maserati Grecale, versione elettrica inclusa.
Un’icona del made in Italia. La questione si fa divertente anche perché in un’intervista al Corriere di Torino, il segretario dalla Cgil del Piemonte, Giorgio Airaudo, di ritorno da un viaggio in Cina, non solo non ha proposto di non vendere Cassino, ma ha consigliato al presidente del Piemonte, Alberto Cirio, e al sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, di vendere Mirafiori, a suo dire, stabilimento ancora più inguaiato di Cassino. «Stellantis valuta di vendere a Dongfeng quattro fabbriche europei tra cui Cassino? Mi pare un’ottima opportunità che il governo deve cogliere. Cirio e Lo Russo propongano Mirafiori che oggi è mezza vuota», ha detto il sindacalista.
Le parole di Giorgio Airaudo riaprono quindi il dossier sul futuro degli stabilimenti italiani di Stellantis, ma sollevano anche una questione più profonda: qual è oggi il ruolo del sindacato di fronte a ipotesi di cessione industriale? Perché se è vero che il dirigente della Cgil Piemonte invita a cogliere le opportunità legate a eventuali partnership con player cinesi, è altrettanto vero che la sua posizione rappresenta una invesrione a U rispetto alla funzione storica della rappresentanza del lavoro.
Le dichiarazioni di Airaudo sono in totale controtendenza con quello che ha sempre sostenuto la Cgil: non certo spingere l’azienda a cedere degli asset.
Il punto non è negare la crisi strutturale dell’automotive europeo, né sottovalutare l’ascesa dei costruttori cinesi. I dati citati dallo stesso Airaudo sono corretti: «La Cina produce 30 milioni di auto e lo fa innovando. Noi siamo sotto le 300.000 vetture, stiamo scomparendo dalla mappa». Il punto è che la risposta sindacale dovrebbe muoversi lungo un’altra direttrice: pretendere investimenti, vincoli produttivi, garanzie occupazionali. Non facilitare un disimpegno industriale, di Stellantis.
Airaudo prova invece a spostare il focus sull’utilizzo degli spazi: «Io dico invece Mirafiori, dove abbiamo 3 milioni di metri quadri poco utilizzati». Ma il sottoutilizzo di un impianto non è, di per sé, un argomento a favore della cessione. È semmai il sintomo di una strategia industriale carente da parte dell’azienda, che il sindacato dovrebbe contestare chiedendo saturazione produttiva, nuovi modelli, riconversione tecnologica.
Anche il confronto con altri Paesi europei - Spagna e Ungheria in primis - viene spesso utilizzato per giustificare l’apertura ai capitali cinesi. Tuttavia, in quei casi gli investimenti sono stati accompagnati da politiche industriali attive e da un ruolo negoziale forte delle istituzioni. In Italia, al contrario, il rischio è che l’ingresso di nuovi player avvenga in un contesto di debolezza contrattuale, con il sindacato che rinuncia preventivamente a esercitare il suo ruolo attivo.
È qui che emerge la contraddizione più evidente. Quando Airaudo afferma: «Un secondo produttore è l’unico modo per rilanciare un impianto così grande sopra le 200 mila vetture», individua un obiettivo condivisibile - aumentare la produzione – ma accetta implicitamente che ciò passi attraverso una cessione. Una scorciatoia che, nel medio periodo, può ridurre ulteriormente il peso industriale nazionale.
Quando lo Stato non ce la fa più, entra in scena il capitale privato. È successo con le autostrade, con le telecomunicazioni, con qualche ospedale. Ora tocca perfino ai bambini. La denatalità, che per anni è stata affrontata da governi armati di bonus una tantum, depliant ministeriali e slogan sulla famiglia, passa di mano: ci pensano i miliardari.
Da Hong Kong a Seul, da Shanghai alla Silicon valley, i super-ricchi stanno aprendo il portafoglio per convincere le coppie a fare figli. Filantropia, certo. Ma anche sano pragmatismo: meno nascite oggi significano meno consumatori domani. E un mondo senza clienti è l’unico scenario che spaventa davvero chi produce e vende qualcosa. Il caso simbolo, come evidenzia un’inchiesta di Bloomberg, arriva da Hong Kong. Percy Lee e Gloria Kwok avevano pianificato tutto con la precisione di due accademici: prima finire il dottorato, poi il figlio. Ma, come spesso accade, la biologia se ne infischia dei calendari universitari. Così si sono ritrovati con un neonato tra poppate notturne, tesi da consegnare, affitto da pagare e la solita domanda contemporanea: meglio comprare pannolini o pagare l’asilo?
Il governo locale ha fatto la sua parte: bonus nascita da 20.000 dollari di Hong Kong (circa 2.100 euro) evaporati in un attimo tra culla, passeggino e accessori vari. Quanto costa una babysitter rispetto a un semestre universitario? E soprattutto: come si fa a essere genitori, ricercatori e inquilini nello stesso momento? Ed ecco il colpo di scena. È arrivato un secondo messaggio, stavolta non dal pubblico ma dal privato. La fondazione Genovation, creata da James Liang, cofondatore di Trip.com (principale concorrente di Booking) ha versato altri 50.000 dollari a testa ai due neogenitori (circa 5.500 euro). Una specie di venture capital applicato alla maternità. Con quei soldi la coppia ha pagato una babysitter e Gloria è riuscita persino a partecipare a una missione di ricerca.
Gli amici, raccontano, considerano il bambino «fortunato», quasi avesse vinto una borsa di studio per il solo fatto di essere nato. Non è escluso che presto nei reparti maternità si distribuiscano brochure: «Congratulazioni, è maschio. E ha già un piano welfare». A pagare però non saranno più le Asl. Il fenomeno non si ferma a Hong Kong. In Corea del Sud, dove il tasso di fertilità è così basso che i grafici sembrano piste da sci, i grandi imprenditori sono passati all’azione. Krafton, colosso dei videogiochi, promette circa 43.000 dollari per ogni nascita più assegni fino agli otto anni del bambino. La Booyoung Co. (edilizia e immobili) rilancia con 72.000 dollari cash per ogni neonato. Più che bonus bebè, sembrano premi fedeltà. Visto che si occupa anche di mattone, offre alloggi esentasse.
In Cina non sono da meno. Yili (colosso dell’industria agroalimentare) ha lanciato un piano da 1,6 miliardi di yuan per sostenere la fertilità. China Feihe (latte artificiale) ne mette 1,2 miliardi. Il fondatore di Miniso (bambole e giocattoli), Ye Guofu, ha creato un Fondo matrimonio e nascita con regali di nozze e bonus neonati. Ha spiegato che la famiglia non è solo un fatto privato ma nazionale. Tradotto dal mandarino economico alla lingua corrente: senza famiglie si svuotano i centri commerciali.
A Taiwan, Terry Gou, fondatore di Foxconn, ha portato il dibattito su terreni più creativi. Tra le sue proposte: regalare un animale domestico alle coppie che decidono di avere un figlio. Una formula innovativa: prima il cucciolo, poi il bambino. Non è chiaro se il bonus valga anche per pesci rossi e tartarughe.
Negli Stati Uniti il dibattito prende toni più ideologici. Elon Musk da anni avverte che il crollo demografico minaccia la civiltà occidentale. Lo sostiene con l’autorevolezza di chi ha tanti figli da poter allestire una squadra di calcio, riserve comprese: sono 14, nati da quattro compagne diverse. Peter Thiel teme, invece, la piramide demografica rovesciata e i suoi effetti politici. In sostanza: pochi giovani, tanti anziani, tempesta nelle urne elettorali con risultati imprevedibili.
Il punto vero, però, è un altro. Se perfino i miliardari devono intervenire dove gli Stati hanno fallito, significa che la macchina pubblica è rimasta senza benzina. Perché i giovani non rifiutano i figli per capriccio ideologico: semplicemente non possono permetterseli. Case carissime, stipendi fermi, lavori totalizzanti, carriere che puniscono la maternità. Anche per questo in Italia il tasso di natalità è di 1,14 figli per donna in calo rispetto alla deprimente media europea di 1,34. E così il capitalismo è costretto a finanziare la materia prima che vale più di tutto: i consumatori. Il mercato che salva il mercato.
Resta solo da capire il prossimo passo. Dopo i bonus nascita dei miliardari, potrebbero arrivare i fondi hedge per il secondo figlio e le stock option per i gemelli. Del resto, quando lo Stato si arrende, qualcuno deve pur occuparsi del reparto culle.

