2022-11-20
Le pillole di Petra e Carlo: il galateo della cioccolata
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Il giudice del Lavoro del Tribunale di Agrigento, Pietro Mastrorilli, ha condannato il ministero della Salute a corrispondere l’indennizzo a un cinquantottenne con il braccio paralizzato dopo due dosi di vaccino Pfizer. «La domanda va accolta sulla scorta della verosimile probabilità, quanto meno di un nesso concausale e per l’effetto», si legge nella sentenza del 15 gennaio scorso.
Qualche giudice per fortuna ci prova, a rompere il muro di gomma che rende quasi impossibile il ristoro al cittadino, stabilito per legge a carico dello Stato per motivi di solidarietà sociale, a seguito di lesioni o infermità provocate da vaccinazioni obbligatorie o raccomandate. Il ministero è stato condannato anche a rifondere le spese processuali.
È stato dunque accolto in pieno il ricorso presentato dall’avvocato Angelo Farruggia, per ottenere il riconoscimento di Parsonage-Turner (amiotrofia nevralgica) del suo assistito. Il signor Giovanni (nome di fantasia), addetto alla sicurezza in alcune aziende, aveva riportato questa infermità a causa del vaccino anti-Sars-CoV-2 Comirnaty, che gli era stato somministrato in due dosi, il 27 marzo e il 7 aprile del 2021. L’uomo, affetto da cardiopatia ipertensiva e diabete mellito di tipo 2, quindi fragile, seguendo le raccomandazioni del ministero della Salute si era vaccinato ma dopo il secondo inoculo aveva manifestato forti dolori al braccio sinistro. Tre mesi dopo, nell’agosto del 2021 la sintomatologia dolorosa prima tollerabile si acuiva. A seguito di accertamenti, la diagnosi era stata di «sospetta amiotrofia nevralgica o sindrome di Parsonage-Turner». Si tratta di una rara malattia neurologica che colpisce il plesso brachiale, una rete di nervi che controlla i muscoli e le sensazioni di spalla, braccio e mano, caratterizzata da dolore improvvisi e limitazioni fisiche.
Venne fatta segnalazione all’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), la commissione aziendale dell’Asp di Agrigento dispensò il paziente dalla terza dose e il primo gennaio 2023 fu presentata la richiesta di indennizzo. Nel settembre 2023 ebbe luogo la visita davanti alla Commissione medico ospedaliera (Cmo) del dipartimento militare di medicina legale di Messina, che riconosceva la patologia «refrattaria al trattamento» e quindi ascrivibile alla categoria sesta della tabella A per danni da vaccini/trasfusioni.
La domanda era stata presentata nei termini di legge, però la Cmo negava il nesso in quanto la comparsa dell’amiotrofia nevralgica si era verificata oltre il termine dei 30 giorni e, si sosteneva, «non può essere considerata verosimile» l’associazione causale tra la somministrazione del vaccino e l’infermità, sulla scorta del Rapporto sulla sorveglianza dei vaccini Covid-19 redatto dall’Aifa. Rapporto del 2021, quindi affatto attendibile in termini di reazioni avverse, pesantemente sottostimate da una sorveglianza attiva pressoché inesistente.
Contro il giudizio negativo della Cmo a concedere l’indennizzo, l’avvocato Farruggia il 20 ottobre 2023 presentò ricorso amministrativo al ministero della Salute che, per legge, entro tre mesi, sentito l’ufficio medico-legale, decide sul ricorso stesso con atto che è comunicato al ricorrente entro trenta giorni.
«Il ministero doveva decidere entro il 18 gennaio 2024, e comunicare il relativo esito entro il 17 febbraio 2024 invece ci fu silenzio assoluto», spiega il legale. «Così, a novembre 2024 ho depositato il ricorso giudiziale contro il ministero della Salute e l’Aifa davanti al Tribunale di Agrigento, sezione Lavoro».
Ricorso accolto. In mancanza, all’anamnesi, di ulteriori fattori di rischio e di familiarità; considerate le incertezze scientifiche che caratterizzano le reazioni avverse ai vaccini anti-Covid 19, la previsione dell’indennizzo di un evento avverso al trattamento vaccinale, a differenza del risarcimento del danno, spetta anche in presenza di un rischio imprevedibile.
Il giudice ha tenuto conto di tutti i rilievi sollevati dall’avvocato Farruggia, compreso l’interrogativo: «Il dato statistico, secondo cui l’amiotrofia nevralgica, normalmente, si manifesta entro trenta giorni dalla somministrazione del vaccino, deve risolversi in senso sfavorevole al danneggiato?». La domanda è stata accolta, il signor Giovanni riceverà a vita 1.600 euro ogni due mesi con decorrenza febbraio 2023, quando presentò la domanda.
«Il ministero/Stato ci ha sollecitato a partecipare alla campagna vaccinale, la cittadinanza ha aderito, il vaccino si è dimostrato inefficace a contrastare la diffusione. Quando si verifica un danno e non ci sono altri fattori causali, non si può ricercare la certezza scientifica del nesso, ma la verosimile probabilità scientifica. L’indennizzo, solidaristico, va riconosciuto al danneggiato proprio perché il singolo, quando si sottopone alla vaccinazione, lo fa anche per un interesse collettivo», sottolinea Farruggia.
Dal capo dello Stato in giù, era il monito declinato per esortare a porgere il braccio. Poi, però, davanti a reazioni avverse, si mostra indifferenza o le si negano. «Mi occupo di cause contro il ministero da vent’anni, seguivo i risarcimenti da trasfusioni di sangue infetto», spiega l’avvocato. «Ministero della Salute e avvocatura dello Stato non si sono mai difesi così come stanno facendo per le cause da vaccinazione Covid. A tappeto rigettano le domande, quando si fa il ricorso amministrativo non rispondono, in fase di giudizio si difendono strenuamente per negare l’indennizzo».
Atteggiamento vergognoso, verso chi soffre. E devastante, in previsione di possibili campagne vaccinali per nuove pandemie.
Un tram della linea 9 è deragliato nel pomeriggio di oggi a Milano, causando una vittima e almeno venti feriti, alcuni dei quali in condizioni gravi. L’incidente è avvenuto poco dopo le 16 in viale Vittorio Veneto.
Secondo le prime ricostruzioni, il convoglio stava viaggiando da piazza Repubblica in direzione Porta Venezia quando, giunto all’altezza dell’incrocio con via Lazzaretto, è uscito dai binari. Il mezzo ha deviato rispetto al tracciato previsto, ha abbattuto un semaforo ed è finito contro l’angolo di un edificio, sfondando la vetrina di un ristorante.
Nel deragliamento sarebbero state investite alcune persone. Il bilancio, ancora provvisorio, parla di un uomo morto, non ancora identificato, e di oltre venti feriti. Diverse persone sono rimaste incastrate sotto il tram o tra le lamiere del convoglio: i vigili del fuoco sono intervenuti con cinque mezzi dalla sede centrale di via Messina, per un totale di 25 uomini, e stanno lavorando per liberare un passeggero rimasto bloccato. Almeno quattro feriti sono stati trasportati in ospedale. Sul posto sono arrivate numerose ambulanze del 118, oltre alla polizia municipale, che ha delimitato l’area per consentire le operazioni di soccorso e i rilievi.
Tra i passeggeri a bordo si sono vissuti momenti di panico. «Abbiamo sentito qualcosa sotto il tram, poi siamo caduti tutti e siamo stato sballottati tutti. Non abbiamo capito cosa è successo», racconta una donna che si trovava sul convoglio. Un altro ferito riferisce: «Ho pensato al terremoto. Ero seduto e sono finito per terra, insieme agli altri passeggeri. È stato terribile. Per fortuna ho soltanto battuto un ginocchio, ma l'uomo accanto a me perdeva sangue dalla testa». Un’altra passeggera spiega: «Il tram ha virato, ha preso una certa velocità e ha colpito un edificio. Ero salita alla fermata prima, quella di Repubblica, ero in piedi vicino all'autista. Mi sono venuti tutti addosso».
Non è ancora chiaro cosa abbia provocato il deragliamento. Le cause sono in corso di accertamento. Il mezzo coinvolto è un Tramlink di ultima generazione, entrato in servizio da poche settimane a Milano: un tram bidirezionale lungo 25 metri, composto da tre carrozze comunicanti e dotato di due cabine di guida. Le verifiche tecniche serviranno a stabilire se vi siano stati guasti o altri fattori all’origine dell’incidente.
La Repubblica italiana, a partire dal 13 agosto 2021, quando da Bruxelles è arrivato il primo bonifico per il prefinanziamento, ha stipulato nove mutui per il Pnrr. Infatti, da allora, si sono susseguite altre otto erogazioni di importo variabile tra 14,4 e 6,9 miliardi. L’ultima, proprio a fine dicembre, di 9,7 miliardi, ha concorso al totale parziale di 99 miliardi che con le prossime ultime due rate, arriverà alla somma complessiva di 122,6 miliardi, resi inizialmente disponibili dalla Commissione nel 2021. E parliamo solo di prestiti, a cui si aggiungono 53 miliardi di sussidi (su 71 previsti), il cui rimborso transita, però, dal bilancio Ue.
Il problema è che - come abbiamo evidenziato ieri - la spesa per interessi generata da questi prestiti ha sforato qualsiasi previsione e sta mettendo in difficoltà sia il bilancio Ue sia quello italiano, gravato nel 2026 per 2,85 miliardi e 3,4 miliardi nel 2027 e 2028. Infatti nel 2021, il tasso medio ponderato (escludendo i titoli a breve) all’emissione pagati dal Mef è stato pari allo 0,45%, di poco superiore a quello della Commissione; ma tale tasso, in conseguenza dei ripetuti rialzi attuati dalla Bce a partire dal luglio 2022, è poi arrivato a sfiorare il 4% per l’Italia e il 3,4% per la Ue. Si tratta ovviamente di una media ponderata che tiene conto delle diverse scadenze superiori ai 12 mesi fino a 30 anni, ma che costituisce un punto di riferimento per confrontare il costo sostenuto all’emissione a Roma e a Bruxelles.
La Ue ci aggiunge, poi, dei costi per il servizio di gestione della liquidità e per le spese generali amministrative e ci presenta il costo della spesa. E lo ha sempre fatto per ciascuna delle otto rate incassate (oltre al prefinanziamento) inviando un semplice «avviso di conferma» (confirmation notice) al Mef, entro 20 giorni lavorativi antecedenti alla data di pagamento. In quel documento, che resta riservato, da Bruxelles viene comunicato l’importo del finanziamento, il relativo costo, la scadenza, il calendario del rimborso, il periodo di vigenza del tasso di interesse e le spese. Tutti elementi di cui al Mef sono all’oscuro fino a pochi giorni prima dell’erogazione e che dipendono, per la gran parte, dalle modalità con cui la Commissione fa provvista sui mercati.
Se già fino a questo punto la faccenda si presenta intricata, diventa un vero e proprio labirinto quando si tratta di determinare il tasso di interesse che la Ue applica agli Stati membri, direttamente dipendente dal tasso pagato sui mercati. Il ministro Giancarlo Giorgetti ha recentemente parlato di tasso «di poco sopra il 3%» riferendosi presumibilmente alle rate incassate nel 2025. Ma il criterio di determinazione di quel costo è molto complesso ed è il risultato delle regole definite con la decisione di esecuzione 2024/1974 della Commissione del 12 luglio 2024. Un vero e proprio ginepraio - di cui vi risparmiamo i dettagli - finalizzato a collegare l’attività della Commissione sui mercati con i relativi costi di emissione e i momenti di erogazione delle diverse rate agli Stati membri. Servono 18 articoli e quattro pagine di formule di matematica finanziaria per arrivare a un dato di costo del finanziamento attribuito a ciascun comparto temporale di emissione (in genere coincidente con un semestre) e presentare il conto al Mef che ogni volta, recepisce il tutto con un decreto ministeriale di accertamento.
Ma la catena che ci tiene legati alle scelte di Bruxelles è destinata a durare fino al 2058, perché su ciascuno di quei mutui si pagano solo interessi per i primi dieci anni e il rimborso dei capitale avviene, poi, in rate costanti nei 20 anni successivi. Il tutto è caratterizzato da una sconcertante assenza di trasparenza, a differenza di quanto accade con il costo di finanziamento con i titoli pubblici, per i quali è sufficiente consultare il sito del Tesoro per conoscere immediatamente i tassi di ciascuna emissione e i tassi medi di emissione per ciascun anno.
Diventa così irrilevante il minor tasso di interesse (qualche decina di punti base) che in tutti questi anni i titoli Ue hanno pagato rispetto a quelli italiani. È, infatti, normale che un mutuo chirografario (il debito pubblico italiano) costi un po’ di più di uno ipotecario (il debito Ue). Infatti quest’ultimo è assistito da condizioni così gravose - in primis il rispetto dei vincoli del patto di stabilità, dannosi per la crescita, oltre ad essere di fatto privilegiato nel rimborso - il cui costo super agevolmente l’apparente risparmio.
Si rende quindi necessaria un’operazione trasparenza: perché oltre 3 miliardi annui di oneri finanziari - che peseranno per i prossimi 30 anni sui nostri conti, pur in misura decrescente, per un totale approssimabile a circa 50-60 miliardi - sono determinati in modo così opaco e il Mef non pubblica, come fa per le aste dei Btp, gli avvisi di conferma della Commissione?
I rider che portano il cibo a casa vogliono essere trattati come lavoratori autonomi e ora Ugl chiede che il contratto voluto dal sindacato guidato da Paolo Capone venga rinnovato passando la paga oraria da 10 a 15 euro l’ora. Ma non tutti sono d’accordo e in passato gli scontri non sono mancati. La Verità ne ha parlato proprio con il numero uno dell’Ugl.
Capone, quando vi siete interessati per la prima volta al tema dei rider e perché?
«All’inizio ero convinto che la soluzione dovesse essere l’inquadramento pieno nel lavoro subordinato. Al primo tavolo istituzionale aperto quando c’era ancora il ministro Luigi Di Maio, si ragionava proprio in questi termini: “sconfiggere il precariato” e quindi contratto da dipendenti. Io stesso dichiarai quella linea. Poi ho cambiato posizione per un motivo semplice: ho iniziato ad ascoltare i rider e a verificare i dati reali, non i riflessi ideologici».
Cosa vi ha fatto cambiare lettura?
«Una constatazione: la gran parte dei rider chiedeva autonomia, non subordinazione. Non per “romanticismo”, ma per convenienza concreta: più libertà nella gestione dei tempi, possibilità di conciliare studio, famiglia, altri lavori e, spesso, redditi orari competitivi. In assenza di un quadro collettivo, però, il mercato era un far west: regole fissate unilateralmente dalle piattaforme, pagamenti e tutele non standardizzati. Da lì l’idea: se il lavoro è scelto come autonomo, va governato con un contratto vero».
Avete fatto anche un test sul campo, giusto?
«Ho chiesto a un dirigente confederale di iscriversi a una piattaforma senza qualificarsi come sindacalista e di fare consegne con continuità per tre mesi, parlando sistematicamente con i colleghi nei punti di ritrovo. Il risultato è stato netto: praticamente nessuno tra quelli incontrati dichiarava di desiderare un contratto da subordinato. È stato un passaggio decisivo perché ci ha dato un riscontro empirico, non mediato».
Sul piano della rappresentanza, che numeri avete nel settore?
«Il comparto vale circa 40.000 addetti ed è a bassissima sindacalizzazione, perché molti entrano ed escono rapidamente. In questo contesto Ugl Rider è il primo sindacato: circa il 13% del totale addetti e, soprattutto, quel 13% pesa circa il 96% dei rider sindacalizzati. Questo significa che, quando portiamo un’esigenza al tavolo, non lo facciamo da osservatori esterni».
La critica principale della Cgil era: “Applichiamo la logistica”. Perché non funziona?
«Perché non è un contratto specifico per lavoro su piattaforma e, soprattutto, non intercetta la domanda prevalente di autonomia. È un approccio “novecentesco” a un lavoro che ha dinamiche diverse. Il punto non è demonizzare la subordinazione: il punto è riconoscere che nel mercato reale oggi coesistono due opzioni e i rider scelgono».
Perché a Landini non sta bene?
«In Cgil hanno ancora una visione del lavoro organizzato con modelli novecenteschi. Non hanno mai cercato una mediazione con noi e hanno sempre cercato di osteggiare la nostra iniziativa. Hanno, di fatto, contrastato il primo contratto in Europa per lavoratori autonomi di questo tipo. Fosse per Landini i rider oggi non avrebbero tutele».
Lei cita spesso il confronto tra modelli. Quali sono i numeri che portate?
«È un fatto: in Italia oggi ci sono due strade. Una piattaforma che applica un impianto di lavoro subordinato (il caso di Just Eat) è passata da circa 6.000 addetti a meno di 2.000 dopo l’applicazione di quel modello. Dall’altra parte, circa 35.000 rider hanno scelto aziende che applicano un contratto per autonomi. Se la scelta è libera e la forbice è questa, significa che l’autonomia, regolata, risponde meglio alle esigenze di molti».
Andiamo al vostro contratto: cosa garantisce, in concreto, al rider autonomo?
«La base è un compenso indicato in 10 euro l’ora lavorata. Poi, ci sono tutele che prima non erano scontate: assicurazione per infortunio, formazione sulla sicurezza, dotazioni a carico dell’azienda (zaino, vestiario, dispositivi) con sostituzioni periodiche; e meccanismi incentivanti come premi annuali e di produzione definiti su base aziendale con la rappresentanza dei rider».
Siete in fase di rinnovo: cosa chiedete?
«Abbiamo aperto il confronto a inizio gennaio e la richiesta è chiara: portare la base da 10 a 15 euro l’ora lavorata. Sappiamo come funzionano le trattative: si alza l’asticella per arrivare a un punto di equilibrio plausibile. In parallelo chiediamo di estendere l’assicurazione anche alla malattia (oggi è centrata sull’infortunio) e di rafforzare le regole sul controllo/trasparenza dell’algoritmo, perché è lì che si gioca una parte rilevante della qualità del lavoro su piattaforma».
Un passaggio discusso è la vostra proposta sul riconoscimento facciale. Perché?
«Perché il vero sfruttamento, quando emerge, spesso non nasce dal contratto in sé ma dal “caporalato digitale”: account moltiplicati e poi “affittati” a lavoratori vulnerabili, spesso irregolari, che di fatto corrono mentre qualcun altro incassa e trattiene una quota. Lì sì che possono saltare fuori paghe da fame. La proposta è legare l’account a un riconoscimento facciale per impedire la sostituzione dell’identità. Serve un confronto serio con privacy e garanzie, ma l’obiettivo è colpire la filiera dello sfruttamento, non i regolari».
Il sospetto è che sopra la pizza fumante, non ci sia niente. Perché non vanno bene gli affari del delivery in Italia, almeno a giudicare dai numeri ufficiali. Fanno pochi utili, pagano pochissime tasse e questo nonostante costi del personale tenuti davvero al minimo. La soluzione sarebbe forse spostare la sede in qualche paradiso fiscale, anche comunitario, come l’Irlanda, ma poi non sarebbe facile giustificare un business che si vede molto bene, ogni giorno e ogni sera, sulle strade italiane.
Due giorni fa la procura di Milano ha contestato un reato abbastanza odioso come il caporalato all’amministratore unico di Deliveroo Italia. Qualche settimana prima, era toccato alla filiale italiana di Glovo, con tanto di controllo giudiziario urgente per mettere a posto situazioni di asserite «schiavitù». Che nel food delivery succeda di tutto è sotto gli occhi di molti: turni massacranti, finte partite Iva, paghe da fame, bici elettriche più o meno scassate o stranamente costose e oltre metà dei rider che sono immigrati, pronti a tutto pur di uscire dalla clandestinità. Però non siamo nel mondo dorato della grandi società americane che vendono servizi tecnologici e internet, macinano miliardi di utili e pagano le tasse un po’ dove vogliono, tanto che hanno un continuo contenzioso con l’Agenzie delle Entrate e con Bruxelles.
Il delivery in Italia c’è da oltre 10 anni e dei primi quattro operatori ne sono rimasti solo due, perché Foodora e Ubereats hanno già levato le tende. Deliveroo Italia è una srl da 10.000 euro di capitale, controllata dalla Roofods Ltd londinese. La sede è a Milano in via Carlo Bo e ha una ottima presenza commerciale. Oggi è sospettata dai pm di Milano di schiavizzare i suoi rider, ma solo cinque anni fa, per i suoi spot girati a Roma nel quartiere Prati, aveva ingaggiato il popolare attore comico Frank Matano. Deliveroo Italia ha 150 dipendenti e circa 20.000 rider, ai quali trattiene come sostituto d’imposta il 20% degli emolumenti. Nel 2018, fatturava 6 milioni di euro e ne versò appena 6.000 come Irap e Ires. L’anno dopo il fatturato è esploso a 50 milioni e le tasse sono rimaste sotto i 115.000 euro. Nel 2021 il fatturato ha raggiunto i 123 milioni, nel 2023 è salito a 176 milioni (con 3,4 di utile). Il costo del personale è al 7,2% dei ricavi, un’inezia, ma ovviamente non contempla i rider che sono fornitori di servizi. È evidente che se un tribunale italiano, o il governo con un decreto, costringessero un’azienda simile ad assumere tutti coloro che lavorano per lei, questa o se ne andrebbe dalla Penisola, o porterebbe i libri in tribunale.
Sul concorrente (si fa per dire, visto l’oligopolio) ci sono ancor meno dati, ma la situazione sembra simile. Glovo è dei tedeschi di Delivery Hero, che hanno comprato la piattaforma di origini spagnole, nata a Barcellona nel 2014. La controllata italiana è una semplice srl milanese, con sede in Via Pirelli 31 e nome accattivante, da calciatore brasiliano: Foodinho. Nel 2019 non risulta che abbia versato imposte, perché era in perdita. Nel 2022 ha registrato 147 milioni di fatturato (+30%), con 187 dipendenti. Da un’ispezione di tre anni fa, risultavano 19.000 rider. A giugno del 2021, Foodinho si è vista comminare una sanzione dal Garante della Privacy da 2,6 milioni per «trattamento discriminatorio dei rider», che sarebbero statti profilati pesantemente, molto controllati (a loro insaputa) e nell’impossibilità di sapere che cosa dicono di loro i clienti.
In attesa di vedere a dove porteranno le inchieste penali della procura milanese, che come spesso accade si muove in evidente supplenza di alcuni sindacati e di altri poteri dello Stato, resta il fatto che apparentemente il food delivery è un business povero, privo di un vero valore aggiunto industriale, senza contenuti tecnologici, «costretto» a campare sul costo del lavoro basso e su piattaforme diffuse quanto poco concorrenziali. Mentre dal punto di vista fiscale presenta un’anomalia notevole: da un lato assicura poco gettito al paese ospitante, dall’altro è abbastanza evidente che chi va al ristorante, dove il conto a fine pasto in questi 10 anni è esploso, paghi una tassa occulta che finanzia il delivery. Un servizio che «non puoi non offrire», ma che non sta molto in piedi se la compliance è totale.

