2022-11-20
Le pillole di Petra e Carlo: il galateo della cioccolata
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I tagli ai volumi produttivi previsti per l’Europa non riguarderanno l’Italia. Le regole europee sulla CO2 preoccupano. Nel nostro Paese saranno costruiti nuovi modelli.
Ma a Mirafiori una ripresa sostenuta della capacità produttiva della mastodontica fabbrica ancora non c’è. E forse mai ci sarà. Ieri mattina Emanuele Cappellano, responsabile Stellantis in Europa, ha incontrato i giornalisti per approfondire alcuni punti del piano industriale FastLane 2030, presentato una settimana fa a Detroit. E chiaramente la parte del leone l’ha fatta la presenza e il futuro dell’ex Fiat in Italia.
Cappellano è partito dalle certezze. A Melfi nel 2028 ci sarà la produzione di una vettura Alfa Romeo. Sarà un suv che riporterà il Biscione a presidiare il segmento C. «Non era prevista nel Piano Italia, è un modello aggiuntivo», ha spiegato l’alto dirigente Stellantis, annunciando che potrebbe prendere il posto della Tonale. Alfa sarà contraddistinta anche da un altro modello compatto, sempre di segmento C (l’erede della Giulietta e della 147), e da un progetto speciale, «sulla linea della 33 Stradale». Pezzi quasi da collezione. Continuità prevista anche per Giulia e Stelvio, i modelli più anziani del listino. Avranno un erede («Non abbiamo intenzione di ridurre la gamma», ha spiegato Cappellano), ma ancora non si sa come saranno e dove verranno prodotti.
La sensazione è che, dopo anni di mazzate sui denti, Stellantis abbia ripreso a guardare con favore all’Italia. La conferma di tutti gli investimenti nel nostro Paese parrebbe andare proprio nella direzione di una pax automobilistica con Roma. Anche la temuta scure sulla capacità produttiva del costruttore in Europa, che il ceo Antonio Filosa aveva quantificato in 800.000 vetture in meno per adeguarsi al ridimensionamento delle vendite globali e alle difficoltà di esportazione, causa dazi, negli Stati Uniti e in Cina, non toccherà l’Italia. Insomma, a Torino hanno preparato un mazzo di ramoscelli di ulivo in vista dell’incontro, in agenda il 17 giugno, di Filosa in Parlamento. Un’audizione che sarà preceduta, il 15, da un vertice tra Cappellano e le sigle sindacali, sempre a Roma. «Con il governo il dialogo è essenziale», ha detto Cappellano, «Vogliamo rafforzare questi legami dopo in periodo di cui, come impresa, non siamo stati molto aperti al dialogo».
«Guardando i dati attuali, secondo le nostre previsioni la produzione in Italia del 2026 sarà più alta del 2025», ha specificato Cappellano. Lo scorso anno erano uscite dalle fabbriche tricolore meno di 400.000 vetture. E il milione di vetture tricolori fatto balenare qualche tempo addietro? «Non l’abbiamo mai ufficializzato», taglia corto il manager. Oltre al già citato modello Alfa di Melfi, Cappellano ha confermato la nuova generazioni di furgoni nello stabilimento di Atessa e l’arrivo, nel 2028, della doppia E-car 100% elettrica made in Pomigliano. Una uscirà con il marchio Citroen e dovrebbe essere l’erede della2 Cv. L’altra, marchiata Fiat, raccoglierà l’eredità della Pandina (Cappellano ha, però, confermato che l’attuale modello continuerà a essere prodotto e venduto finché le norme lo consentiranno). Queste due vetture saranno messe in vendita a un prezzo inferiore ai 15.000 euro.
Ma non ci sono rose senza spine. La prima si chiama Fiat 500. «Non so se riusciremo a raggiungere la produzione di 100.000 Fiat 500 ibride a Mirafiori», ha detto il dirigente, snocciolando un dato: nei primi tre mesi ne sono state assemblate appena 15.000. «E siamo in crescita», ha continuato, evitando di fissare un obiettivo di produzione dell’erede dell’iconico modello a causa della «volatilità del mercato». A Mirafiori, dunque, oltre alla 500 elettrica e a quella ibrida, non è previsto lo sbarco di altri modelli. «È un hub con circular economy, Battery tech hub e cambi E-Dct per l’Europa», ha proseguito. Della Fabbrica italiana automobili Torino resta ormai ben poco. E infatti i sindacati promettono battaglia. La seconda spina è il costo dell’energia: in Italia è intorno ai 200 euro kW, contro circa 100 euro in Francia e 40-50 euro in Spagna, un divario che «pesa» sulla competitività produttiva del Paese, per Cappellano.
Infine, c’è, la spina (floreale ed elettrica) Europa. Stellantis spera una revisione delle regole europee sulle emissioni. A preoccupare è il mercato dei veicoli commerciali, dove la domanda di elettrico resta lontana dai target Ue («Le vendite di veicoli commerciali elettrici si attestano all’11%, secondo le regole Ue dovremmo già essere sopra al 20%», ha commentato Cappellano), con il rischio di «dover accantonare nuove risorse per le multe per lo sforamento dei target CO2». I veicoli alla spina vengono addirittura proposti allo stesso prezzo di quelli diesel. Ma nessuno li vuole. Non è, dunque, un problema di prezzo, ma di clienti. Chi lavora, ha bisogno del furgone subito. Non dopo una «comoda» ricarica.
A trent'anni dalla sua nascita, Asmel torna a rivendicare un ruolo centrale per i Comuni italiani e rilancia il confronto sul futuro delle autonomie locali. Lo ha fatto a Napoli, dove si è svolto il Forum delle Autonomie, appuntamento che ha riunito i rappresentanti della rete associativa che conta 4.886 enti locali aderenti.
Nel corso dell'iniziativa, il segretario generale di Asmel, Francesco Pinto, ha ribadito la visione che ha accompagnato la crescita dell'associazione fin dalla sua fondazione. «Trent'anni fa la Rete Asmel è nata con l'idea che i Comuni non fossero una periferia amministrativa, ma il cuore operativo della Repubblica», ha affermato, sottolineando come nel tempo l'organizzazione si sia sviluppata come una rete nazionale impegnata nella difesa dell'autonomia e della capacità decisionale dei territori.
Tra i temi più discussi durante il Forum c'è stata la vicenda del nuovo elenco dei Comuni montani approvato dal governo lo scorso febbraio. Secondo Asmel, il provvedimento ha escluso 641 Comuni dalle agevolazioni e dai contributi previsti per le aree montane, applicando criteri che non sarebbero in grado di rappresentare la reale situazione dei territori interessati. L'associazione ha sostenuto i ricorsi presentati al Tar del Lazio da diversi enti locali contro il provvedimento, chiedendone la sospensione. L'obiettivo è evitare che i Comuni esclusi perdano risorse considerate fondamentali per la manutenzione del territorio e per il funzionamento dei servizi amministrativi.
Pinto ha contestato in particolare i parametri utilizzati per definire i Comuni montani. A suo giudizio, il governo avrebbe preso in considerazione esclusivamente fattori come altitudine e pendenza del territorio, trascurando altri indicatori legati alla fragilità economica e sociale delle comunità locali. Tra gli esempi citati, quello di Ercolano, inserito nell'elenco nonostante sia una città costiera, poiché il suo territorio si estende fino alle pendici del Vesuvio.
Un altro tema affrontato nel corso della giornata è stato quello del reclutamento nella pubblica amministrazione. In collegamento video è intervenuto il presidente dell'Aran, Antonio Naddeo, che ha richiamato l'attenzione sulle sfide legate al ricambio generazionale. Secondo le stime ricordate durante il Forum, entro il 2033-2034 circa un milione di dipendenti pubblici raggiungerà l'età pensionabile. Per Naddeo, i Comuni dovranno assumere un ruolo più attivo nelle politiche di assunzione, superando l'approccio tradizionale basato sull'attesa dei candidati ai concorsi pubblici. In questo contesto è stato richiamato il progetto dell'Elenco Idonei Asmel, che secondo l'associazione ha già consentito circa 1.700 assunzioni attraverso procedure condivise tra enti locali. Il presidente dell'Aran ha inoltre sottolineato l'importanza della collaborazione tra istituzioni, associazioni e università per favorire l'innovazione nella pubblica amministrazione, evidenziando il valore della condivisione di esperienze e competenze tra gli enti.
A chiudere il Forum è stato il presidente di Asmel, Giovanni Caggiano, che ha rivendicato il ruolo della rete associativa nel rafforzare la cooperazione tra i Comuni. «In trent'anni Asmel ha dimostrato che i Comuni, quando fanno rete, non sono l'anello debole del sistema istituzionale, ma la sua forza più concreta», ha dichiarato.
Nell'era dell'I.A. applicata ai sistemi missilistici e ai droni, le vecchie categorie dottrinali crollano. Quando la morte è affidata a un click automatizzato che può cancellare intere popolazioni, l'unica alternativa reale alla distruzione totale è il negoziato a oltranza.
Carla Romana Raineri, già magistrato in servizio con funzioni di presidente della Prima sezione civile della Corte d’appello di Milano, concede questa intervista alla Verità dopo l’archiviazione nella vicenda Equalize. Racconta la sua versione dopo mesi di indagini, esposizione mediatica e sofferenza personale.
Che effetto le ha fatto quanto è accaduto?
«È stata un’esperienza davvero sorprendente quanto inimmaginabile. Ma ero certa della mia estraneità agli addebiti contestati. Purtroppo ci è voluto tempo per giungere alla archiviazione, anche perché la Procura di Milano, che era peraltro funzionalmente incompetente sulla mia posizione, ha trasmesso gli atti a Brescia dopo oltre due anni dall’inizio delle indagini».
Chi desidera ringraziare oggi?
«La mia gratitudine è rivolta, primo fra tutti, al mio difensor, Nicola Menardo dello studio Weigmann. Ma vorrei anche ringraziare pubblicamente il presidente della Corte, dottor Ondei, che mai ha dubitato della mia integrità e mi ha sempre sostenuta con autentico affetto. Come del resto i miei colleghi, gli amici e, non da ultimo, la mia splendida famiglia».
C’è qualche precisazione che vuole fare?
«Una precisazione vorrei farla, per evitare fraintendimenti. Innanzitutto non si è trattato affatto di accertamenti in relazione a una presunta infedeltà coniugale, essendo io separata dal lontano 2008 e avendo sempre mantenuto ottimi rapporti con il mio ex marito. Al contrario, i miei figli e io ci siamo attivati proprio a “sua” protezione, in circostanze molto delicate, avendo in animo di presentare una denuncia-querela in sede penale».
E rispetto a Equalize?
«Premesso che non ho mai richiesto a Equalize accessi abusivi a banche dati protette, come correttamente attestato nel provvedimento di archiviazione, anche le informazioni di natura bancaria che avrebbero dovuto sorreggere la denuncia in sede penale - benché attività tipicamente svolte dalle agenzie investigative autorizzate - non erano state sin dall’origine da me richieste ad Equalize, di cui sconoscevo l’esistenza, e mai hanno avuto un seguito, come parimenti emerge dal provvedimento di archiviazione».
C’è qualche sassolino che vuole togliersi?
«In effetti non posso sottacere che sono state commesse molte scorrettezze, per usare un eufemismo. E ne sono molto rammaricata».
Da dove vuole partire?
«Innanzitutto, la Procura di Milano non aveva alcuna competenza funzionale nei miei confronti. I magistrati milanesi sono soggetti alla giurisdizione di Brescia».
Che cosa contesta al pm Francesco De Tommasi?
«Il pm De Tommasi ha indagato su di me per oltre due anni senza neppure iscrivermi nel registro degli indagati e, soprattutto, senza trasmettere gli atti a Brescia, funzionalmente competente. Le informative di cui è venuta in possesso la stampa contenevano dati a me riferibili che non sono stati minimamente riscontrati dal pm milanese. Alcuni passaggi erano talmente surreali che anche un non addetto ai lavori avrebbe potuto desumerne l’assoluta inverosimiglianza. E avrebbero dovuto consigliare il pm ad astenersi dal depositarle, almeno nella parte che mi concerneva, tanto più che la mia posizione esulava dalla sua competenza».
E poi c’è stato il tema delle intercettazioni.
«Sono stati pubblicati stralci di intercettazioni con tanto di nomi, cognomi, ruoli e professioni, soprattutto di parti terze rispetto al procedimento. Una pratica illegale, oltreché incivile in uno Stato di diritto. E non è di poco momento il fatto che il mio nome sia comparso sui quotidiani in relazione all’indagine milanese, nonostante l’incompetenza funzionale di quella Procura, piuttosto che in ragione delle indagini legittimamente svolte dalla Procura di Brescia, in ordine alle quali si è invece mantenuto il massimo riserbo. Certo che se il procuratore capo di Milano avesse esercitato il potere di vigilanza sull’operato del titolare del fascicolo, essendo ciò nelle sue prerogative e nei suoi doveri, almeno lo scempio mediatico si sarebbe potuto evitare. E così i conseguenti pregiudizi reputazionali a mio danno e a danno dei miei familiari».
Ha reagito a quanto accaduto?
«Certo. Ovviamente con gli strumenti che la legge prevede. Mi sono anzitutto difesa e questo ha comportato un notevole dispendio di energie. Inoltre, il mio ex marito e io abbiamo congiuntamente presentato un esposto nei confronti del pm De Tommasi all’attenzione del procuratore generale presso la Cassazione, del ministro della Giustizia, del Consiglio superiore della magistratura, del Garante della privacy».
Ne conoscete già l’esito?
«Ne attendiamo ancora fiduciosamente gli esiti. Ho, però, appreso, seppure in riferimento a tutt’altra vicenda, che il Consiglio giudiziario di Milano, nel dicembre 2025, ha bocciato la valutazione di professionalità del pm De Tommasi per “assenza di equilibrio”. Anche la stampa ne ha dato evidenza. Sulla pratica dovrà ora pronunciarsi il Csm. Devo dire che, in 44 anni di magistratura, non mi è mai capitato di leggere, o di redigere quale presidente, un giudizio del genere in relazione a un collega».
Su Brescia che giudizio dà?
«Non si pensi che la Procura di Brescia abbia usato un occhio di riguardo nei miei confronti. Brescia ha agito con un tale rigore che mi parso giustificato non tanto in virtù dell’applicazione del sacrosanto principio secondo cui “la legge è uguale per tutti”, quanto piuttosto proprio perché ero un magistrato».
Che cosa è stato fatto?
«Non mi è stato risparmiato nulla. Hanno perquisito la mia abitazione ed il mio ufficio. Hanno sequestrato tutti i miei dispositivi informatici e il mio telefono e passato al setaccio tutta la mia vita».
Lo ha vissuto come eccessivo?
«Molti miei colleghi lo hanno considerato eccessivo rispetto a una vicenda squisitamente privata che nulla aveva a che vedere con l’esercizio delle funzioni. Forse lo è stato, ma va bene così. Lo hanno comunque fatto con discrezione e senza clamore. E dopo 19 mesi di penetranti indagini, dopo aver esaminato scrupolosamente tutte le risultanze e aver letto le difese che ho presentato attraverso il mio avvocato (cosa non sempre scontata), hanno chiesto correttamente e lealmente l’archiviazione in ragione della accertata infondatezza della notizia di reato».
Che cosa riconosce ai pm di Brescia?
«Hanno dimostrato un equilibrio e una compostezza istituzionale ineccepibili, purtroppo totalmente assenti nella condotta della Procura di Milano».
E adesso com’è la sua vita?
«La mia è sempre stata e continua a essere una vita piena e appagante. Ed ora decisamente anche più “leggera” visto che si è finalmente chiuso l’incubo di Equalize. Sono, semplicemente, felice, ma è difficile dimenticare».

