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2018-10-11
Piegarci a furia di maxi sanzioni. La road map delle purghe Ue è pronta
ANSA
Nonostante la bocciatura alla Nota di aggiornamento al Def, arrivata nella tarda serata di martedì da parte dell'Ufficio parlamentare di bilancio, il governo tira dritto e conferma le previsioni contenute nel documento. «Non dobbiamo lasciare che la volatilità di breve termine dei mercati offuschi la nostra capacità di formulare valutazioni e previsioni equilibrati», ha detto il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, in audizione di fronte alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato. «I rischi politici ed economici internazionali sono sempre esistiti ed è anche per questo motivo che nei documenti di programmazione si formulano previsioni prudenziali e non ottimistiche. Ma non possiamo», ha aggiunto Tria, «basare il quadro programmatico su scenari di rischio a ribasso altrimenti stravolgiamo il significato di tale previsione».
L'Upb ha motivato la decisione di non validare le previsioni macroeconomiche sul 2019 nel quadro programmatico, spiegando in audizione che «i significativi e diffusi disallineamenti relativi alle principali variabili del quadro programmatico - rispetto alle stime elaborate dal panel dei previsori - rendono eccessivamente ottimistica la previsione di crescita sia del Pil reale (1,5%) sia di quello nominale (3,1% nel 2019), variabile quest'ultima cruciale per la dinamica degli aggregati di finanza pubblica». Secondo i tecnici, nella Nota «sembrerebbe mancare una compiuta analisi delle condizioni cicliche che hanno portato alla proposta del governo di deviare dal percorso di avvicinamento all'obiettivo di medio termine, nonché la scansione temporale del piano di rientro».
In realtà non è la prima volta che l'Upb manca di validare la Nadef. Era già successo nel 2016, quando al governo c'era Matteo Renzi e al Mef sedeva Pier Carlo Padoan. Nel corso dell'audizione tenutasi il 3 ottobre di quell'anno, l'ufficio lamentava «un eccessivo ottimismo delle previsioni ufficiali per il 2017», aggiungendo che «in assenza di una revisione coerente con tali rilievi del quadro programmatico pubblicato nella Nadef, non è possibile per l'Upb procedere a una validazione positiva». Analogamente a quanto sta accadendo in questi giorni, il titolare di Via XX Settembre si trovò a doversi giustificare delle stime inserite nel documento, spiegando come lo scarto rispetto al panel dell'Upb fosse «contenuto» e «non significativo». Dunque, niente di particolarmente nuovo sotto il sole.
La tabella di marcia ora si fa serratissima. Entro lunedì occorre inviare alla Commissione Ue il Draf budgetary plan contenente le stime di finanza pubblica. La strada per il governo è irta di ostacoli, e le conseguenze di un «muro contro muro» potenzialmente esplosive. È quanto spiega nel dettaglio un articolo pubblicato dal think tank Bruegel, tipicamente vicino alle istituzioni europee, basti pensare che Mario Monti ne è stato il presidente dal 2005 al 2008. Entro due settimane dalla presentazione della bozza la Commissione può inviare le sue osservazioni e chiederci l'invio di un nuovo documento corretto. Per fine novembre, infine, è atteso un primo giudizio definitivo.
A quel punto la Commissione deciderà di che morte dobbiamo morire. La percentuale del deficit, paradossalmente, rappresenta il male minore. Sulla base delle stime formulate sulla crescita, il governo ha previsto una riduzione del rapporto debito/Pil al 127% entro il 2021. Se le previsioni si dovessero effettivamente rivelare troppo ottimistiche, come sostengono sia l'Ue che i ricercatori di Bruegel, il debito «nella migliore delle ipotesi, ristagnerà o, molto più probabilmente, crescerà ancora come conseguenza delle nuove misure fiscali».
Le opzioni sul piatto per Bruxelles sono due. Come prima cosa, la Commissione potrebbe contestare al governo la violazione del cosiddetto «braccio preventivo». Dei due tronconi che formano il Patto di stabilità e crescita (Psc), il braccio preventivo è quello che assicura la sostenibilità delle politiche fiscali dei Paesi membri. Le cifre contenute nella Nadef violerebbero sia l'obiettivo di bilancio a medio termine (Omt), che dovrebbe tendere al pareggio, sia la «regola della spesa», che vincola la crescita della spesa pubblica. Dopo un mese, in assenza di riscontri da parte del nostro esecutivo, il Consiglio europeo potrebbe intimare all'Italia le politiche correttive da mettere in atto per rientrare all'interno dei binari previsti dalle regole europee. Nel caso in cui Roma dovesse continuare a dimostrarsi recalcitrante, le possibili sanzioni prevedono l'obbligo di effettuare un deposito pari allo 0,2% del Pil (circa 3,4 miliardi di euro).
Ma la Commissione può riservarsi anche la possibilità di aprire direttamente la procedura per disavanzo eccessivo, come previsto dall'articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea. Siamo nel campo del «braccio correttivo», quello che si attiva nel caso di sforamento di uno dei due parametri previsti dal Psc, cioè il rapporto deficit/Pil al 3% oppure il debito/Pil al 60%. La sanzione sarebbe più elevata, fino allo 0,5% del Pil (ovvero 8,5 miliardi circa) ma i tempi si allungherebbero. L'iter richiede fino a 6 mesi e, considerata la vicinanza con le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo della prossima primavera, non è remota l'eventualità che tocchi a una Commissione completamente diversa gestire la questione.
A prescindere dalle modalità e dei dettagli tecnici, l'avvio di un contenzioso con Bruxelles rischia di scatenare la violenta reazione dei mercati. L'ultima ratio, l'abbiamo sperimentato nel 2011, prevede la sostituzione del governo scomodo con uno più malleabile. Una strada che, come dimostra il dettagliato articolo di Bruegel, è già perfettamente tracciata.
Dalle agenzie di rating le prime minacce di un declassamento
La differenza di anno in anno è attribuibile alla contabilizzazione a valere sui conti pubblici del taglio di imposizione fiscale Irpef relativamente ad acconto e saldo. Crisi risolta tra i due, ma come abbiamo più volte scritto meglio non dare numeri finché non sono scritti nero su bianco dentro il perimetro della manovra. Anche perché il saldo delle coperture è ancora lontano dalla cifra zero. Non a caso ieri è arrivato il pizzino di Fitch. «Vediamo rischi considerevoli per i target (della manovra, ndr), specie dopo il 2019», ha sostenuto in una nota l'agenzia di rating. «I dettagli della politica di bilancio e la messa in pratica rimangono un elemento chiave della nostra valutazione sul rating sovrano» dell'Italia, ha aggiunto Fitch, che assegna all'Italia un rating Bbb, due gradini sopra il livello speculativo, con prospettive negative. «La nostra prossima revisione messa in programma è nel primo trimestre 2019», ha fatto sapere ancora Fitch, la quale comunque entro fine mese dovrà pronunciarsi sull'outlook «Gli obiettivi della nota di aggiornamento al Def», si legge, «puntano a una moderata riduzione del deficit nel 2020 al 2,1% del Pil. Noi ci aspettiamo un risultato più vicino al 2,6% che avevamo previsto da agosto, il che contribuisce a una stima del rapporto tra debito e Pil più alta». Discorso simile si può fare per l'intervista rilasciata ieri alla Stampa dal capo economista di Moody's, Mark Zandi. «È logico aspettarsi che le preoccupazioni sull'Italia manifestate in questi giorni dai mercati», ha affermato mentre lo spread si attestava a 295 punti base (dai 307 dell'altra sera), «si rifletteranno anche nelle prossime valutazioni di rating». Un messaggio che sa tanto di avvertimento.
Anche perché altri dettagli al momento non ci sono. Ci si concentra sull'entità complessiva della manovra che al netto dei maggiori interessi sul debito e della revisione dell'andamento del Pil si aggira sui 36,7 miliardi di euro. Almeno stando a quanto ribadito ieri da Tria, il quale ha formalmente risposto all'ufficio parlamentare di bilancio. In sostanza, l'impatto della manovra sul tasso di variazione del Pil è di 0,6 punti percentuali. Le coperture 15 miliardi di euro, di cui 6,9 di tagli e 8,1 di più entrate. Però il tono della giornata di ieri è dato dalle mosse politiche più che dai numeri. Attivissimo nel suo silenzio, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ieri in vista del prossimo consiglio europeo, ha ricevuto al Quirinale il premier Giuseppe Conte e quasi tutti i ministri. Intanto era in corso a Palazzo Chigi la cabina di regia convocata dal premier tra il governo e le aziende di Stato. «Oggi abbiamo avuto un'anticipazione di cosa significa fare sistema», ha detto il premier Giuseppe Conte, al fine di rafforzare e incrementare il piano degli investimenti in Italia. Tutte le principali aziende partecipate dallo Stato hanno esposto i rispettivi piani di investimento anticipando la disponibilità a incrementare ulteriormente i piani originari nel prossimo triennio.
Dall'incontro «è derivato un piano di investimenti aggiuntivo di 15 miliardi di euro, rispetto a quello da loro programmati, per il prossimo quinquennio. Si potrebbe arrivare a 20 miliardi nel caso in cui riuscissimo a realizzare, come ci proponiamo di fare, tutta la semplificazione burocratica e quelle riforme strutturali che abbiamo anticipato», ha aggiunto il premier: «Siamo soddisfatti e orgogliosi e dobbiamo procedere su questa linea». Con le aziende, ha concluso, «abbiamo convenuto con loro che una diversa manovra avrebbe avuto una prospettiva di crescita molto debole e avrebbe potuto portare ad una fase di recessione. il Paese non se lo merita. Abbiamo una grande potenzialità e voleremo in questa direzione».
La mossa politica apre però un monte di incognite. Le società in questione (almeno Eni, Leonardo, Fincantieri e Tim) sono quotate. È quindi anomalo che prendano impegni d'investimento in una riunione di governo e quindi al di fuori della cabina di regia che le rispettive governance impongono. Senza contare che su tutto aleggia l'interrogativo Cassa depositi e prestiti. Fino dove può spingersi l'azienda guidata da Fabrizio Palermo senza sconfinare negli aiuti di Stato. Da segnalare il giallo legato a Dagospia. Il sito ieri ha pubblicato la notizia di una lettera firmata Eurostat e diretta a Cdp nella quale si farebbero le pulci sul perimetro d'azione e sollevando il rischio di riportare gli investimenti della Cassa dentro il debito pubblico. L'invio della lettera è stato smentito alla Verità. Se la cosa fosse vera, saremmo di fronte a una bomba nucleare.
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Un paper dell'istituto Bruegel, think thank europeista, svela le possibili conseguenze di una rottura sui conti con Bruxelles. I trattati prevedono multe da 3 a 8 miliardi e procedure di infrazione. I mercati faranno il resto.Fitch e Moody's lo dicono: con questo Def, i giudizi saranno negativi. Summit di governo con le partecipate per 15 miliardi di investimenti.Lo speciale contiene due articoli.Nonostante la bocciatura alla Nota di aggiornamento al Def, arrivata nella tarda serata di martedì da parte dell'Ufficio parlamentare di bilancio, il governo tira dritto e conferma le previsioni contenute nel documento. «Non dobbiamo lasciare che la volatilità di breve termine dei mercati offuschi la nostra capacità di formulare valutazioni e previsioni equilibrati», ha detto il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, in audizione di fronte alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato. «I rischi politici ed economici internazionali sono sempre esistiti ed è anche per questo motivo che nei documenti di programmazione si formulano previsioni prudenziali e non ottimistiche. Ma non possiamo», ha aggiunto Tria, «basare il quadro programmatico su scenari di rischio a ribasso altrimenti stravolgiamo il significato di tale previsione».L'Upb ha motivato la decisione di non validare le previsioni macroeconomiche sul 2019 nel quadro programmatico, spiegando in audizione che «i significativi e diffusi disallineamenti relativi alle principali variabili del quadro programmatico - rispetto alle stime elaborate dal panel dei previsori - rendono eccessivamente ottimistica la previsione di crescita sia del Pil reale (1,5%) sia di quello nominale (3,1% nel 2019), variabile quest'ultima cruciale per la dinamica degli aggregati di finanza pubblica». Secondo i tecnici, nella Nota «sembrerebbe mancare una compiuta analisi delle condizioni cicliche che hanno portato alla proposta del governo di deviare dal percorso di avvicinamento all'obiettivo di medio termine, nonché la scansione temporale del piano di rientro».In realtà non è la prima volta che l'Upb manca di validare la Nadef. Era già successo nel 2016, quando al governo c'era Matteo Renzi e al Mef sedeva Pier Carlo Padoan. Nel corso dell'audizione tenutasi il 3 ottobre di quell'anno, l'ufficio lamentava «un eccessivo ottimismo delle previsioni ufficiali per il 2017», aggiungendo che «in assenza di una revisione coerente con tali rilievi del quadro programmatico pubblicato nella Nadef, non è possibile per l'Upb procedere a una validazione positiva». Analogamente a quanto sta accadendo in questi giorni, il titolare di Via XX Settembre si trovò a doversi giustificare delle stime inserite nel documento, spiegando come lo scarto rispetto al panel dell'Upb fosse «contenuto» e «non significativo». Dunque, niente di particolarmente nuovo sotto il sole. La tabella di marcia ora si fa serratissima. Entro lunedì occorre inviare alla Commissione Ue il Draf budgetary plan contenente le stime di finanza pubblica. La strada per il governo è irta di ostacoli, e le conseguenze di un «muro contro muro» potenzialmente esplosive. È quanto spiega nel dettaglio un articolo pubblicato dal think tank Bruegel, tipicamente vicino alle istituzioni europee, basti pensare che Mario Monti ne è stato il presidente dal 2005 al 2008. Entro due settimane dalla presentazione della bozza la Commissione può inviare le sue osservazioni e chiederci l'invio di un nuovo documento corretto. Per fine novembre, infine, è atteso un primo giudizio definitivo. A quel punto la Commissione deciderà di che morte dobbiamo morire. La percentuale del deficit, paradossalmente, rappresenta il male minore. Sulla base delle stime formulate sulla crescita, il governo ha previsto una riduzione del rapporto debito/Pil al 127% entro il 2021. Se le previsioni si dovessero effettivamente rivelare troppo ottimistiche, come sostengono sia l'Ue che i ricercatori di Bruegel, il debito «nella migliore delle ipotesi, ristagnerà o, molto più probabilmente, crescerà ancora come conseguenza delle nuove misure fiscali». Le opzioni sul piatto per Bruxelles sono due. Come prima cosa, la Commissione potrebbe contestare al governo la violazione del cosiddetto «braccio preventivo». Dei due tronconi che formano il Patto di stabilità e crescita (Psc), il braccio preventivo è quello che assicura la sostenibilità delle politiche fiscali dei Paesi membri. Le cifre contenute nella Nadef violerebbero sia l'obiettivo di bilancio a medio termine (Omt), che dovrebbe tendere al pareggio, sia la «regola della spesa», che vincola la crescita della spesa pubblica. Dopo un mese, in assenza di riscontri da parte del nostro esecutivo, il Consiglio europeo potrebbe intimare all'Italia le politiche correttive da mettere in atto per rientrare all'interno dei binari previsti dalle regole europee. Nel caso in cui Roma dovesse continuare a dimostrarsi recalcitrante, le possibili sanzioni prevedono l'obbligo di effettuare un deposito pari allo 0,2% del Pil (circa 3,4 miliardi di euro).Ma la Commissione può riservarsi anche la possibilità di aprire direttamente la procedura per disavanzo eccessivo, come previsto dall'articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea. Siamo nel campo del «braccio correttivo», quello che si attiva nel caso di sforamento di uno dei due parametri previsti dal Psc, cioè il rapporto deficit/Pil al 3% oppure il debito/Pil al 60%. La sanzione sarebbe più elevata, fino allo 0,5% del Pil (ovvero 8,5 miliardi circa) ma i tempi si allungherebbero. L'iter richiede fino a 6 mesi e, considerata la vicinanza con le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo della prossima primavera, non è remota l'eventualità che tocchi a una Commissione completamente diversa gestire la questione.A prescindere dalle modalità e dei dettagli tecnici, l'avvio di un contenzioso con Bruxelles rischia di scatenare la violenta reazione dei mercati. L'ultima ratio, l'abbiamo sperimentato nel 2011, prevede la sostituzione del governo scomodo con uno più malleabile. 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Non a caso ieri è arrivato il pizzino di Fitch. «Vediamo rischi considerevoli per i target (della manovra, ndr), specie dopo il 2019», ha sostenuto in una nota l'agenzia di rating. «I dettagli della politica di bilancio e la messa in pratica rimangono un elemento chiave della nostra valutazione sul rating sovrano» dell'Italia, ha aggiunto Fitch, che assegna all'Italia un rating Bbb, due gradini sopra il livello speculativo, con prospettive negative. «La nostra prossima revisione messa in programma è nel primo trimestre 2019», ha fatto sapere ancora Fitch, la quale comunque entro fine mese dovrà pronunciarsi sull'outlook «Gli obiettivi della nota di aggiornamento al Def», si legge, «puntano a una moderata riduzione del deficit nel 2020 al 2,1% del Pil. Noi ci aspettiamo un risultato più vicino al 2,6% che avevamo previsto da agosto, il che contribuisce a una stima del rapporto tra debito e Pil più alta». Discorso simile si può fare per l'intervista rilasciata ieri alla Stampa dal capo economista di Moody's, Mark Zandi. «È logico aspettarsi che le preoccupazioni sull'Italia manifestate in questi giorni dai mercati», ha affermato mentre lo spread si attestava a 295 punti base (dai 307 dell'altra sera), «si rifletteranno anche nelle prossime valutazioni di rating». Un messaggio che sa tanto di avvertimento. Anche perché altri dettagli al momento non ci sono. Ci si concentra sull'entità complessiva della manovra che al netto dei maggiori interessi sul debito e della revisione dell'andamento del Pil si aggira sui 36,7 miliardi di euro. Almeno stando a quanto ribadito ieri da Tria, il quale ha formalmente risposto all'ufficio parlamentare di bilancio. In sostanza, l'impatto della manovra sul tasso di variazione del Pil è di 0,6 punti percentuali. Le coperture 15 miliardi di euro, di cui 6,9 di tagli e 8,1 di più entrate. Però il tono della giornata di ieri è dato dalle mosse politiche più che dai numeri. Attivissimo nel suo silenzio, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ieri in vista del prossimo consiglio europeo, ha ricevuto al Quirinale il premier Giuseppe Conte e quasi tutti i ministri. Intanto era in corso a Palazzo Chigi la cabina di regia convocata dal premier tra il governo e le aziende di Stato. «Oggi abbiamo avuto un'anticipazione di cosa significa fare sistema», ha detto il premier Giuseppe Conte, al fine di rafforzare e incrementare il piano degli investimenti in Italia. Tutte le principali aziende partecipate dallo Stato hanno esposto i rispettivi piani di investimento anticipando la disponibilità a incrementare ulteriormente i piani originari nel prossimo triennio. Dall'incontro «è derivato un piano di investimenti aggiuntivo di 15 miliardi di euro, rispetto a quello da loro programmati, per il prossimo quinquennio. Si potrebbe arrivare a 20 miliardi nel caso in cui riuscissimo a realizzare, come ci proponiamo di fare, tutta la semplificazione burocratica e quelle riforme strutturali che abbiamo anticipato», ha aggiunto il premier: «Siamo soddisfatti e orgogliosi e dobbiamo procedere su questa linea». Con le aziende, ha concluso, «abbiamo convenuto con loro che una diversa manovra avrebbe avuto una prospettiva di crescita molto debole e avrebbe potuto portare ad una fase di recessione. il Paese non se lo merita. Abbiamo una grande potenzialità e voleremo in questa direzione». La mossa politica apre però un monte di incognite. Le società in questione (almeno Eni, Leonardo, Fincantieri e Tim) sono quotate. È quindi anomalo che prendano impegni d'investimento in una riunione di governo e quindi al di fuori della cabina di regia che le rispettive governance impongono. Senza contare che su tutto aleggia l'interrogativo Cassa depositi e prestiti. Fino dove può spingersi l'azienda guidata da Fabrizio Palermo senza sconfinare negli aiuti di Stato. Da segnalare il giallo legato a Dagospia. Il sito ieri ha pubblicato la notizia di una lettera firmata Eurostat e diretta a Cdp nella quale si farebbero le pulci sul perimetro d'azione e sollevando il rischio di riportare gli investimenti della Cassa dentro il debito pubblico. L'invio della lettera è stato smentito alla Verità. Se la cosa fosse vera, saremmo di fronte a una bomba nucleare.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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