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2018-10-11
Piegarci a furia di maxi sanzioni. La road map delle purghe Ue è pronta
ANSA
Nonostante la bocciatura alla Nota di aggiornamento al Def, arrivata nella tarda serata di martedì da parte dell'Ufficio parlamentare di bilancio, il governo tira dritto e conferma le previsioni contenute nel documento. «Non dobbiamo lasciare che la volatilità di breve termine dei mercati offuschi la nostra capacità di formulare valutazioni e previsioni equilibrati», ha detto il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, in audizione di fronte alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato. «I rischi politici ed economici internazionali sono sempre esistiti ed è anche per questo motivo che nei documenti di programmazione si formulano previsioni prudenziali e non ottimistiche. Ma non possiamo», ha aggiunto Tria, «basare il quadro programmatico su scenari di rischio a ribasso altrimenti stravolgiamo il significato di tale previsione».
L'Upb ha motivato la decisione di non validare le previsioni macroeconomiche sul 2019 nel quadro programmatico, spiegando in audizione che «i significativi e diffusi disallineamenti relativi alle principali variabili del quadro programmatico - rispetto alle stime elaborate dal panel dei previsori - rendono eccessivamente ottimistica la previsione di crescita sia del Pil reale (1,5%) sia di quello nominale (3,1% nel 2019), variabile quest'ultima cruciale per la dinamica degli aggregati di finanza pubblica». Secondo i tecnici, nella Nota «sembrerebbe mancare una compiuta analisi delle condizioni cicliche che hanno portato alla proposta del governo di deviare dal percorso di avvicinamento all'obiettivo di medio termine, nonché la scansione temporale del piano di rientro».
In realtà non è la prima volta che l'Upb manca di validare la Nadef. Era già successo nel 2016, quando al governo c'era Matteo Renzi e al Mef sedeva Pier Carlo Padoan. Nel corso dell'audizione tenutasi il 3 ottobre di quell'anno, l'ufficio lamentava «un eccessivo ottimismo delle previsioni ufficiali per il 2017», aggiungendo che «in assenza di una revisione coerente con tali rilievi del quadro programmatico pubblicato nella Nadef, non è possibile per l'Upb procedere a una validazione positiva». Analogamente a quanto sta accadendo in questi giorni, il titolare di Via XX Settembre si trovò a doversi giustificare delle stime inserite nel documento, spiegando come lo scarto rispetto al panel dell'Upb fosse «contenuto» e «non significativo». Dunque, niente di particolarmente nuovo sotto il sole.
La tabella di marcia ora si fa serratissima. Entro lunedì occorre inviare alla Commissione Ue il Draf budgetary plan contenente le stime di finanza pubblica. La strada per il governo è irta di ostacoli, e le conseguenze di un «muro contro muro» potenzialmente esplosive. È quanto spiega nel dettaglio un articolo pubblicato dal think tank Bruegel, tipicamente vicino alle istituzioni europee, basti pensare che Mario Monti ne è stato il presidente dal 2005 al 2008. Entro due settimane dalla presentazione della bozza la Commissione può inviare le sue osservazioni e chiederci l'invio di un nuovo documento corretto. Per fine novembre, infine, è atteso un primo giudizio definitivo.
A quel punto la Commissione deciderà di che morte dobbiamo morire. La percentuale del deficit, paradossalmente, rappresenta il male minore. Sulla base delle stime formulate sulla crescita, il governo ha previsto una riduzione del rapporto debito/Pil al 127% entro il 2021. Se le previsioni si dovessero effettivamente rivelare troppo ottimistiche, come sostengono sia l'Ue che i ricercatori di Bruegel, il debito «nella migliore delle ipotesi, ristagnerà o, molto più probabilmente, crescerà ancora come conseguenza delle nuove misure fiscali».
Le opzioni sul piatto per Bruxelles sono due. Come prima cosa, la Commissione potrebbe contestare al governo la violazione del cosiddetto «braccio preventivo». Dei due tronconi che formano il Patto di stabilità e crescita (Psc), il braccio preventivo è quello che assicura la sostenibilità delle politiche fiscali dei Paesi membri. Le cifre contenute nella Nadef violerebbero sia l'obiettivo di bilancio a medio termine (Omt), che dovrebbe tendere al pareggio, sia la «regola della spesa», che vincola la crescita della spesa pubblica. Dopo un mese, in assenza di riscontri da parte del nostro esecutivo, il Consiglio europeo potrebbe intimare all'Italia le politiche correttive da mettere in atto per rientrare all'interno dei binari previsti dalle regole europee. Nel caso in cui Roma dovesse continuare a dimostrarsi recalcitrante, le possibili sanzioni prevedono l'obbligo di effettuare un deposito pari allo 0,2% del Pil (circa 3,4 miliardi di euro).
Ma la Commissione può riservarsi anche la possibilità di aprire direttamente la procedura per disavanzo eccessivo, come previsto dall'articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea. Siamo nel campo del «braccio correttivo», quello che si attiva nel caso di sforamento di uno dei due parametri previsti dal Psc, cioè il rapporto deficit/Pil al 3% oppure il debito/Pil al 60%. La sanzione sarebbe più elevata, fino allo 0,5% del Pil (ovvero 8,5 miliardi circa) ma i tempi si allungherebbero. L'iter richiede fino a 6 mesi e, considerata la vicinanza con le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo della prossima primavera, non è remota l'eventualità che tocchi a una Commissione completamente diversa gestire la questione.
A prescindere dalle modalità e dei dettagli tecnici, l'avvio di un contenzioso con Bruxelles rischia di scatenare la violenta reazione dei mercati. L'ultima ratio, l'abbiamo sperimentato nel 2011, prevede la sostituzione del governo scomodo con uno più malleabile. Una strada che, come dimostra il dettagliato articolo di Bruegel, è già perfettamente tracciata.
Dalle agenzie di rating le prime minacce di un declassamento
La differenza di anno in anno è attribuibile alla contabilizzazione a valere sui conti pubblici del taglio di imposizione fiscale Irpef relativamente ad acconto e saldo. Crisi risolta tra i due, ma come abbiamo più volte scritto meglio non dare numeri finché non sono scritti nero su bianco dentro il perimetro della manovra. Anche perché il saldo delle coperture è ancora lontano dalla cifra zero. Non a caso ieri è arrivato il pizzino di Fitch. «Vediamo rischi considerevoli per i target (della manovra, ndr), specie dopo il 2019», ha sostenuto in una nota l'agenzia di rating. «I dettagli della politica di bilancio e la messa in pratica rimangono un elemento chiave della nostra valutazione sul rating sovrano» dell'Italia, ha aggiunto Fitch, che assegna all'Italia un rating Bbb, due gradini sopra il livello speculativo, con prospettive negative. «La nostra prossima revisione messa in programma è nel primo trimestre 2019», ha fatto sapere ancora Fitch, la quale comunque entro fine mese dovrà pronunciarsi sull'outlook «Gli obiettivi della nota di aggiornamento al Def», si legge, «puntano a una moderata riduzione del deficit nel 2020 al 2,1% del Pil. Noi ci aspettiamo un risultato più vicino al 2,6% che avevamo previsto da agosto, il che contribuisce a una stima del rapporto tra debito e Pil più alta». Discorso simile si può fare per l'intervista rilasciata ieri alla Stampa dal capo economista di Moody's, Mark Zandi. «È logico aspettarsi che le preoccupazioni sull'Italia manifestate in questi giorni dai mercati», ha affermato mentre lo spread si attestava a 295 punti base (dai 307 dell'altra sera), «si rifletteranno anche nelle prossime valutazioni di rating». Un messaggio che sa tanto di avvertimento.
Anche perché altri dettagli al momento non ci sono. Ci si concentra sull'entità complessiva della manovra che al netto dei maggiori interessi sul debito e della revisione dell'andamento del Pil si aggira sui 36,7 miliardi di euro. Almeno stando a quanto ribadito ieri da Tria, il quale ha formalmente risposto all'ufficio parlamentare di bilancio. In sostanza, l'impatto della manovra sul tasso di variazione del Pil è di 0,6 punti percentuali. Le coperture 15 miliardi di euro, di cui 6,9 di tagli e 8,1 di più entrate. Però il tono della giornata di ieri è dato dalle mosse politiche più che dai numeri. Attivissimo nel suo silenzio, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ieri in vista del prossimo consiglio europeo, ha ricevuto al Quirinale il premier Giuseppe Conte e quasi tutti i ministri. Intanto era in corso a Palazzo Chigi la cabina di regia convocata dal premier tra il governo e le aziende di Stato. «Oggi abbiamo avuto un'anticipazione di cosa significa fare sistema», ha detto il premier Giuseppe Conte, al fine di rafforzare e incrementare il piano degli investimenti in Italia. Tutte le principali aziende partecipate dallo Stato hanno esposto i rispettivi piani di investimento anticipando la disponibilità a incrementare ulteriormente i piani originari nel prossimo triennio.
Dall'incontro «è derivato un piano di investimenti aggiuntivo di 15 miliardi di euro, rispetto a quello da loro programmati, per il prossimo quinquennio. Si potrebbe arrivare a 20 miliardi nel caso in cui riuscissimo a realizzare, come ci proponiamo di fare, tutta la semplificazione burocratica e quelle riforme strutturali che abbiamo anticipato», ha aggiunto il premier: «Siamo soddisfatti e orgogliosi e dobbiamo procedere su questa linea». Con le aziende, ha concluso, «abbiamo convenuto con loro che una diversa manovra avrebbe avuto una prospettiva di crescita molto debole e avrebbe potuto portare ad una fase di recessione. il Paese non se lo merita. Abbiamo una grande potenzialità e voleremo in questa direzione».
La mossa politica apre però un monte di incognite. Le società in questione (almeno Eni, Leonardo, Fincantieri e Tim) sono quotate. È quindi anomalo che prendano impegni d'investimento in una riunione di governo e quindi al di fuori della cabina di regia che le rispettive governance impongono. Senza contare che su tutto aleggia l'interrogativo Cassa depositi e prestiti. Fino dove può spingersi l'azienda guidata da Fabrizio Palermo senza sconfinare negli aiuti di Stato. Da segnalare il giallo legato a Dagospia. Il sito ieri ha pubblicato la notizia di una lettera firmata Eurostat e diretta a Cdp nella quale si farebbero le pulci sul perimetro d'azione e sollevando il rischio di riportare gli investimenti della Cassa dentro il debito pubblico. L'invio della lettera è stato smentito alla Verità. Se la cosa fosse vera, saremmo di fronte a una bomba nucleare.
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Un paper dell'istituto Bruegel, think thank europeista, svela le possibili conseguenze di una rottura sui conti con Bruxelles. I trattati prevedono multe da 3 a 8 miliardi e procedure di infrazione. I mercati faranno il resto.Fitch e Moody's lo dicono: con questo Def, i giudizi saranno negativi. Summit di governo con le partecipate per 15 miliardi di investimenti.Lo speciale contiene due articoli.Nonostante la bocciatura alla Nota di aggiornamento al Def, arrivata nella tarda serata di martedì da parte dell'Ufficio parlamentare di bilancio, il governo tira dritto e conferma le previsioni contenute nel documento. «Non dobbiamo lasciare che la volatilità di breve termine dei mercati offuschi la nostra capacità di formulare valutazioni e previsioni equilibrati», ha detto il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, in audizione di fronte alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato. «I rischi politici ed economici internazionali sono sempre esistiti ed è anche per questo motivo che nei documenti di programmazione si formulano previsioni prudenziali e non ottimistiche. Ma non possiamo», ha aggiunto Tria, «basare il quadro programmatico su scenari di rischio a ribasso altrimenti stravolgiamo il significato di tale previsione».L'Upb ha motivato la decisione di non validare le previsioni macroeconomiche sul 2019 nel quadro programmatico, spiegando in audizione che «i significativi e diffusi disallineamenti relativi alle principali variabili del quadro programmatico - rispetto alle stime elaborate dal panel dei previsori - rendono eccessivamente ottimistica la previsione di crescita sia del Pil reale (1,5%) sia di quello nominale (3,1% nel 2019), variabile quest'ultima cruciale per la dinamica degli aggregati di finanza pubblica». Secondo i tecnici, nella Nota «sembrerebbe mancare una compiuta analisi delle condizioni cicliche che hanno portato alla proposta del governo di deviare dal percorso di avvicinamento all'obiettivo di medio termine, nonché la scansione temporale del piano di rientro».In realtà non è la prima volta che l'Upb manca di validare la Nadef. Era già successo nel 2016, quando al governo c'era Matteo Renzi e al Mef sedeva Pier Carlo Padoan. Nel corso dell'audizione tenutasi il 3 ottobre di quell'anno, l'ufficio lamentava «un eccessivo ottimismo delle previsioni ufficiali per il 2017», aggiungendo che «in assenza di una revisione coerente con tali rilievi del quadro programmatico pubblicato nella Nadef, non è possibile per l'Upb procedere a una validazione positiva». Analogamente a quanto sta accadendo in questi giorni, il titolare di Via XX Settembre si trovò a doversi giustificare delle stime inserite nel documento, spiegando come lo scarto rispetto al panel dell'Upb fosse «contenuto» e «non significativo». Dunque, niente di particolarmente nuovo sotto il sole. La tabella di marcia ora si fa serratissima. Entro lunedì occorre inviare alla Commissione Ue il Draf budgetary plan contenente le stime di finanza pubblica. La strada per il governo è irta di ostacoli, e le conseguenze di un «muro contro muro» potenzialmente esplosive. È quanto spiega nel dettaglio un articolo pubblicato dal think tank Bruegel, tipicamente vicino alle istituzioni europee, basti pensare che Mario Monti ne è stato il presidente dal 2005 al 2008. Entro due settimane dalla presentazione della bozza la Commissione può inviare le sue osservazioni e chiederci l'invio di un nuovo documento corretto. Per fine novembre, infine, è atteso un primo giudizio definitivo. A quel punto la Commissione deciderà di che morte dobbiamo morire. La percentuale del deficit, paradossalmente, rappresenta il male minore. Sulla base delle stime formulate sulla crescita, il governo ha previsto una riduzione del rapporto debito/Pil al 127% entro il 2021. Se le previsioni si dovessero effettivamente rivelare troppo ottimistiche, come sostengono sia l'Ue che i ricercatori di Bruegel, il debito «nella migliore delle ipotesi, ristagnerà o, molto più probabilmente, crescerà ancora come conseguenza delle nuove misure fiscali». Le opzioni sul piatto per Bruxelles sono due. Come prima cosa, la Commissione potrebbe contestare al governo la violazione del cosiddetto «braccio preventivo». Dei due tronconi che formano il Patto di stabilità e crescita (Psc), il braccio preventivo è quello che assicura la sostenibilità delle politiche fiscali dei Paesi membri. Le cifre contenute nella Nadef violerebbero sia l'obiettivo di bilancio a medio termine (Omt), che dovrebbe tendere al pareggio, sia la «regola della spesa», che vincola la crescita della spesa pubblica. Dopo un mese, in assenza di riscontri da parte del nostro esecutivo, il Consiglio europeo potrebbe intimare all'Italia le politiche correttive da mettere in atto per rientrare all'interno dei binari previsti dalle regole europee. Nel caso in cui Roma dovesse continuare a dimostrarsi recalcitrante, le possibili sanzioni prevedono l'obbligo di effettuare un deposito pari allo 0,2% del Pil (circa 3,4 miliardi di euro).Ma la Commissione può riservarsi anche la possibilità di aprire direttamente la procedura per disavanzo eccessivo, come previsto dall'articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea. Siamo nel campo del «braccio correttivo», quello che si attiva nel caso di sforamento di uno dei due parametri previsti dal Psc, cioè il rapporto deficit/Pil al 3% oppure il debito/Pil al 60%. La sanzione sarebbe più elevata, fino allo 0,5% del Pil (ovvero 8,5 miliardi circa) ma i tempi si allungherebbero. L'iter richiede fino a 6 mesi e, considerata la vicinanza con le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo della prossima primavera, non è remota l'eventualità che tocchi a una Commissione completamente diversa gestire la questione.A prescindere dalle modalità e dei dettagli tecnici, l'avvio di un contenzioso con Bruxelles rischia di scatenare la violenta reazione dei mercati. L'ultima ratio, l'abbiamo sperimentato nel 2011, prevede la sostituzione del governo scomodo con uno più malleabile. 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Non a caso ieri è arrivato il pizzino di Fitch. «Vediamo rischi considerevoli per i target (della manovra, ndr), specie dopo il 2019», ha sostenuto in una nota l'agenzia di rating. «I dettagli della politica di bilancio e la messa in pratica rimangono un elemento chiave della nostra valutazione sul rating sovrano» dell'Italia, ha aggiunto Fitch, che assegna all'Italia un rating Bbb, due gradini sopra il livello speculativo, con prospettive negative. «La nostra prossima revisione messa in programma è nel primo trimestre 2019», ha fatto sapere ancora Fitch, la quale comunque entro fine mese dovrà pronunciarsi sull'outlook «Gli obiettivi della nota di aggiornamento al Def», si legge, «puntano a una moderata riduzione del deficit nel 2020 al 2,1% del Pil. Noi ci aspettiamo un risultato più vicino al 2,6% che avevamo previsto da agosto, il che contribuisce a una stima del rapporto tra debito e Pil più alta». Discorso simile si può fare per l'intervista rilasciata ieri alla Stampa dal capo economista di Moody's, Mark Zandi. «È logico aspettarsi che le preoccupazioni sull'Italia manifestate in questi giorni dai mercati», ha affermato mentre lo spread si attestava a 295 punti base (dai 307 dell'altra sera), «si rifletteranno anche nelle prossime valutazioni di rating». Un messaggio che sa tanto di avvertimento. Anche perché altri dettagli al momento non ci sono. Ci si concentra sull'entità complessiva della manovra che al netto dei maggiori interessi sul debito e della revisione dell'andamento del Pil si aggira sui 36,7 miliardi di euro. Almeno stando a quanto ribadito ieri da Tria, il quale ha formalmente risposto all'ufficio parlamentare di bilancio. In sostanza, l'impatto della manovra sul tasso di variazione del Pil è di 0,6 punti percentuali. Le coperture 15 miliardi di euro, di cui 6,9 di tagli e 8,1 di più entrate. Però il tono della giornata di ieri è dato dalle mosse politiche più che dai numeri. Attivissimo nel suo silenzio, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ieri in vista del prossimo consiglio europeo, ha ricevuto al Quirinale il premier Giuseppe Conte e quasi tutti i ministri. Intanto era in corso a Palazzo Chigi la cabina di regia convocata dal premier tra il governo e le aziende di Stato. «Oggi abbiamo avuto un'anticipazione di cosa significa fare sistema», ha detto il premier Giuseppe Conte, al fine di rafforzare e incrementare il piano degli investimenti in Italia. Tutte le principali aziende partecipate dallo Stato hanno esposto i rispettivi piani di investimento anticipando la disponibilità a incrementare ulteriormente i piani originari nel prossimo triennio. Dall'incontro «è derivato un piano di investimenti aggiuntivo di 15 miliardi di euro, rispetto a quello da loro programmati, per il prossimo quinquennio. Si potrebbe arrivare a 20 miliardi nel caso in cui riuscissimo a realizzare, come ci proponiamo di fare, tutta la semplificazione burocratica e quelle riforme strutturali che abbiamo anticipato», ha aggiunto il premier: «Siamo soddisfatti e orgogliosi e dobbiamo procedere su questa linea». Con le aziende, ha concluso, «abbiamo convenuto con loro che una diversa manovra avrebbe avuto una prospettiva di crescita molto debole e avrebbe potuto portare ad una fase di recessione. il Paese non se lo merita. Abbiamo una grande potenzialità e voleremo in questa direzione». La mossa politica apre però un monte di incognite. Le società in questione (almeno Eni, Leonardo, Fincantieri e Tim) sono quotate. È quindi anomalo che prendano impegni d'investimento in una riunione di governo e quindi al di fuori della cabina di regia che le rispettive governance impongono. Senza contare che su tutto aleggia l'interrogativo Cassa depositi e prestiti. Fino dove può spingersi l'azienda guidata da Fabrizio Palermo senza sconfinare negli aiuti di Stato. Da segnalare il giallo legato a Dagospia. Il sito ieri ha pubblicato la notizia di una lettera firmata Eurostat e diretta a Cdp nella quale si farebbero le pulci sul perimetro d'azione e sollevando il rischio di riportare gli investimenti della Cassa dentro il debito pubblico. L'invio della lettera è stato smentito alla Verità. Se la cosa fosse vera, saremmo di fronte a una bomba nucleare.
Romano Prodi premier nel 2006 (Ansa)
L’editorialista di Repubblica ha citato Giuseppe Conte spiegando che la nuova norma sarebbe peggiore della legge truffa e della legge Acerbo del 1923 che concesse la maggioranza alla lista di Benito Mussolini. «Stiamo virando dalle democrazie rappresentative alle autocrazie elettive», ha affermato in diretta un preoccupatissimo Giannini. A suo dire, esiste un piano di Giorgia Meloni che coincide con quello di Donald Trump in cui la riforma della giustizia, il premierato e, appunto, la legge elettorale si incastrano quali tasselli di un mosaico eversivo. Il centrodestra sarebbe, dunque, alla «ricerca di pieni poteri» e usa la legge elettorale come «scorciatoia per raggiungerli il prima possibile». Tale norma, infatti, «consente alla maggioranza di prendere tutto, dove tutto significa non solo il Parlamento, ma anche le nomine e le elezioni di tutti gli organi di garanzia, la Corte costituzionale, il Csm e la presidenza della Repubblica».
Ed eccolo qui il vero problema. La sinistra accusa Meloni di voler mettere le mani sul Colle e questo è semplicemente inaccettabile per un sola, cristallina ragione: il Quirinale è prerogativa progressista, non sia mai che vi salga qualcuno su cui il Partito democratico non abbia fatto calare la sua entusiastica benedizione. Per questo motivo i dem dichiarano ai quattro venti che il testo di legge è «inaccettabile» e «irricevibile». Elly Schlein ripete che «può essere molto distorsivo della rappresentanza e con premi alti e senza limiti. Quindi, da questo punto di vista», ribadisce il segretario del Pd, «rischiano di consegnare a chi può vincere le elezioni anche la possibilità di eleggere da solo il presidente della Repubblica».
Ovviamente, queste grida scomposte e allarmate sono strumentali e piuttosto pretestuose. Posto che, come notava qualcuno, questa legge potrebbe persino giovare alla Schlein, garantendole, in mancanza di altri leader credibili, di inchiodarsi alla guida del suo partito, non è affatto detto che una nuova norma avvantaggi la destra. Anzi, la storia recente insegna che le leggi elettorali pensate da una maggioranza per assicurarsi maggiore stabilità non hanno mai funzionato granché, rivelandosi più spesso un boomerang.
In ogni caso, è bene rinfrescarsi un poco la memoria a proposito di alchimie elettorali, premi di maggioranza e pieni poteri, anche solo per svelare l’ipocrisia democratica sul tema. Quelli che ora berciano di deriva autoritaria e si struggono per il premio di maggioranza abbondante, in passato hanno profittato eccome dei premi offerti dalle leggi elettorali vigenti. Nel 2006, per dire, si andò a votare con il famigerato Porcellum di cui va riconosciuta la paternità a Roberto Calderoli. Quella norma prevedeva un premio di maggioranza su base nazionale per la Camera e regionale per il Senato. Il partito più votato risultò essere Forza Italia, ma vinse l’Unione di Romano Prodi con un margine risicatissimo, grazie ai famigerati voti esteri. Alla Camera, il centrosinistra prese il 49,81% dei voti contro il 49,74% del centrodestra. Grazie al premio, la sinistra prese 67 seggi in più e tanti saluti. Romano Prodi divenne presidente del Consiglio e, a stretto giro, la sinistra elesse Giorgio Napolitano al Quirinale. Nessuno si fece scrupoli, non ci furono pianti sulla deriva autoritaria e la legge elettorale pensata a destra alla fine fu un bel regalo per la sinistra. Altro giro e altro regalo nel 2013, di nuovo con il Porcellum. Il partito più votato alla Camera risultò essere il Movimento 5 stelle, che si era sempre opposto al Porcellum giudicandolo addirittura immorale. Il centrosinistra prese il 29,54% dei voti, il centrodestra il 29,18%, i grillini arrivarono al 25,5%. Grazie al premio previsto dalla legge, la sinistra ottenne 220 seggi in più e, dunque, la maggioranza alla Camera e, dato che Pier Luigi Bersani non fu in grado di trovare un accordo con i pentastellati, nacque il governo di larghe intese guidato da Enrico Letta. Il Pd, insomma, si prese senza restarci troppo male la presidenza del Consiglio e di lì a un paio di anni circa si avviò serenamente a scegliere Sergio Mattarella quale presidente della Repubblica.
In buona sostanza, quando c’è stato da prendere il potere, il Partito democratico non si è mai fatto troppi scrupoli, e non si è dato gran pena per il rispetto delle decisioni degli elettori, la concentrazione dei poteri. Come al solito, la deriva autoritaria non è deriva e non è autoritaria se favorisce il Pd.
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Il Bitcoin è scivolato sotto la soglia psicologica dei 64.000 dollari, bruciando - secondo i dati riportati da Bloomberg - qualcosa come 128 miliardi di capitalizzazione in poche ore. Ethereum ha fatto anche peggio, con cadute vicine all’8%.
Gli analisti lo chiamano «risk-off». Vuol dire che quando iniziano a volare i missili gli investitori cambiamo spalla al fucile. Vista la situazione puntano sulla concretezza dell’oro, che comunque è salito molto.
Il punto non è tanto quanto petrolio produce l’Iran - circa 3,45 milioni di barili al giorno, meno del 3% dell’offerta globale secondo la International Energy Agency.
Il punto è dove passa il petrolio degli altri. Il collo di bottiglia si chiama Stretto di Hormuz di cui ieri i pasdaran iraniani hanno annunciato la chiusura. Da lì transita circa un quinto dell’offerta mondiale di greggio: qualcosa come 21 milioni di barili al giorno provenienti da tutto il Golfo. Non è una rotta. È la rotta. Alternative? Poche, complicate e molto più costose. Tradotto: se Hormuz si inceppa, il prezzo dell’energia non sale. Vola.
Secondo Capital Economics, citata dal Wall Street Journal, il blocco del traffico nello stretto potrebbe spingere il greggio fino a 100 dollari al barile, trascinando anche il gas naturale.
Uno scenario che aggiungerebbe tra lo 0,6% e lo 0,7% all’inflazione globale media. In altre parole: proprio quello che le banche centrali non volevano vedere mentre iniziavano a sognare il taglio dei tassi. Il rischio - sottolinea ancora il giornale americano - è quello di mandare all’aria una convalescenza economica già fragile, rallentata da guerre commerciali e crescita asfittica. Paradossalmente, la perdita dei barili iraniani, da sola, sarebbe gestibile. Analisti di Ubs osservano che Arabia Saudita e altri produttori potrebbero compensare eventuali stop temporanei. In questo senso una prima risposta potrebbe arrivare dalla riunione dei Paesi Opec di oggi. Il vero problema è l’effetto domino: assicurazioni marittime che esplodono, navi che evitano l’area, traffico che rallenta anche senza un blocco formale. Negli anni Ottanta Teheran minò quelle acque: i mercati se lo ricordano benissimo. Un petrolio stabilmente a tre cifre significherebbe inflazione di ritorno, proprio quando sembrava sconfitta. Banche centrali costrette a fermare, o invertire, i tagli dei tassi. Crescita rallentata in Europa e Stati Uniti. Nuova pressione sui Paesi emergenti importatori di energia. In sintesi: la geopolitica che si trasforma immediatamente in macroeconomia.
La globalizzazione digitale, l’Intelligenza artificiale, la finanza algoritmica. Tutto modernissimo. Poi basta un tratto di mare tra Iran e Oman per ricordare che l’economia mondiale funziona ancora con logiche ottocentesche: navi, petrolio, strozzature fisiche. Le criptovalute dovevano essere il futuro senza confini. Alla prima crisi vera, hanno reagito come qualsiasi asset speculativo: scendendo. Il petrolio, invece, continua a fare quello che fa da un secolo: comanda. E oggi, più che nei palazzi della diplomazia, il destino dell’economia mondiale si decide lì, nello Stretto di Hormuz. Dove non passa solo il greggio. Passa il sangue dei mercati.
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