True
2022-01-05
Quirinale, si vota da lunedì 24. Spunta l'ipotesi Draghi+Ursula
Mario Draghi (Ansa)
Nella trottola di schemi possibili per la grande e caotica partita del Quirinale, irrompe il fattore Ursula. Il piano politico, un’ipotesi che ovviamente può avere i numeri o no, ma di cui si è discusso a massimo livelli, vede infatti Mario Draghi sul Colle e Dario Franceschini a Palazzo Chigi, sostenuto da una maggioranza Ursula, appunto: Forza Italia dentro e la Lega all’opposizione. Questo l’accordo, o almeno un accordo, al quale si sta lavorando per sbloccare l’impasse sull’elezione del prossimo Capo dello Stato, condizionata dalla necessità di individuare contestualmente un nuovo presidente del Consiglio.
Condizione necessaria, considerato che per convincere i parlamentari a votare per Draghi, al Quirinale occorre rassicurarli sul fatto che la legislatura prosegua fino al 2023: l’incubo delle elezioni anticipate, infatti, rappresenta il più irto ostacolo all’ascesa di «nonno» Mario alla prima carica dello Stato. L’idea di un tecnico, anzi di un altro tecnico, a Palazzo Chigi, ad esempio l’attuale ministro dell’Economia, Daniele Franco, non convince praticamente nessuno, e così il punto di caduta, a quanto ci risulta sarebbe stato individuato in un esponente del Pd: il ministro della Cultura, Dario Franceschini. Va ricordato che Franceschini non è assolutamente in buoni rapporti con Draghi: non a caso lo schema potrebbe restare valido anche con Enrico Letta premier.
L’accordo sarebbe stato raggiunto molto di recente, e quasi a prescindere da Matteo Salvini, il quale non avrebbe grossi problemi a votare Draghi ma che avrebbe ancor più interesse a non far parte di una nuova maggioranza con un dem a Palazzo Chigi. Del resto, sarebbe davvero strano il contrario: il leader del Carroccio ha già pagato un sostanzioso pedaggio dal punto di vista dei consensi con il sostegno al governo Draghi, sarebbe impossibile per lui convincere i suoi elettori a sostenere un esecutivo a guida Pd. Non solo: un annetto all’opposizione consentirebbe forse a Salvini di recuperare un gruzzolo di consensi, affiancando Giorgia Meloni all’opposizione. E da qui sarebbe meno difficile, a patto di mantenere unito il partito, sfilarsi da molti provvedimenti in tema di emergenza sanitaria su cui perfino Giancarlo Giorgetti ha iniziato a smarcarsi già adesso.
Forza Italia invece resterebbe a far parte della maggioranza di governo. La convergenza della Lega su Draghi, infatti, non potrebbe certamente incrinare il rapporto tra Salvini e Silvio Berlusconi (in fondo è già accaduto l’opposto: Lega al governo, azzurri all’opposizione). Il Cavaliere, che sta puntando tutto sulla presidenza della Repubblica, un obiettivo che avrebbe necessariamente bisogno tuttavia della rinuncia o della bocciatura dell’attuale premier alla corsa per il Colle. D’altro canto, però, Forza Italia è un partito che si è caratterizzato per la moderazione e per la tendenza alla stabilità, e inoltre i parlamentari azzurri non accetterebbero di certo le elezioni anticipate, poiché tra calo dei consensi e taglio dei parlamentari al prossimo giro saranno in pochissimi a essere riconfermati. Forza Italia resterebbe dunque inchiodata al governo, completando quella maggioranza Ursula che è un po’ l’obiettivo di tutte le forze politiche che potremmo definire «non sovraniste», e che hanno contribuito alla elezione di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea nel 2019.
Per il Pd sarebbe l’apoteosi: otterrebbe infatti la presidenza del Consiglio in una legislatura partita con uno dei peggiori risultati di sempre, quel 18% che costò la segreteria a Matteo Renzi. Il Pd si confermerebbe partito di sistema per eccellenza: Enrico Letta ha tentato, o finto di tentare, di mantenere Draghi a Palazzo Chigi, ma non potrebbe mai e poi mai rinunciare a esprimere il premier destinato a traghettare l’Italia fino alle elezioni del prossimo anno. Non solo: tenere la Lega fuori dalla maggioranza di governo è sempre stato l’obiettivo di Letta e degli altri capicorrente dem, e non è certo un caso che proprio oggi è previsto un Consiglio dei ministri incandescente, con Pd, Leu e Forza Italia che premono per l’obbligo vaccinale o comunque per l’estensione dell’obbligo del super green pass alla maggior parte delle categorie professionali, a partire dai dipendenti della Pubblica amministrazione.
Contrari Lega e M5s: a proposito dei pentastellati, è evidente che per il partito guidato (per così dire) da Giuseppe Conte qualunque soluzione del rebus Quirinale che non porti alle elezioni anticipate sarà accolta con trenini di festeggiamento. I grillini, o presunti tali, sono letteralmente terrorizzati dalle urne anticipate, che vedrebbero decimata la loro pattuglia parlamentare: Franceschini premier o chi per lui andrebbe dunque benissimo, come del resto chiunque altro. L’elezione di Mario Draghi alla presidenza della Repubblica si potrebbe celebrare al primo scrutinio, un altro fattore che sta facendo propendere le forze politiche per questa soluzione. Ricordiamo sempre, infatti, che sull’elezione del successore di Sergio Mattarella incombe il dilagare dei contagi di questi giorni, con decine di deputati e senatori in quarantena: se si arrivasse, come è stato ipotizzato, a 100 assenti il 24 gennaio, giorno della prima votazione, sarebbe difficile per chiunque raggiungere i quorum necessari all’elezione, che sono fissati a quota 671 (i due terzi del totale dei grandi elettori, 1.007) nelle prime tre votazioni e a 504 (la maggioranza assoluta) dalla quarta in poi. Difficile per chiunque, ma non per un candidato votato da tutti o quasi (non si sa cosa farà Giorgia Meloni). Ovvero, per chiunque ma non per Mario Draghi.
Il valzer dell’elezione inizia lunedì 24. Numeri ballerini per il fattore virus
«Ho convocato il Parlamento in seduta comune per l’elezione del presidente della Repubblica il 24 gennaio alle ore 15»: il presidente della Camera, Roberto Fico, apre ufficialmente il valzer del Quirinale con un post su Facebook. «Nelle prossime due settimane», aggiunge Fico, «all’attività ordinaria della Camera si affiancherà quella di preparazione al voto. Siamo al lavoro insieme al collegio dei questori per definire l’organizzazione e le misure per garantire la piena operatività e sicurezza del voto». La lettera per convocare deputati, senatori e delegati regionali è partita ieri, 30 giorni prima della scadenza del mandato di Sergio Mattarella, come prevede la Costituzione. La procedura per la votazione sarà condizionata dal Covid: è previsto il contingentamento degli ingressi nell’aula di Montecitorio di parlamentari e delegati regionali che saranno divisi in gruppi a seconda dell’iniziale del cognome.
Il numero totale dei grandi elettori è ancora incerto. Il plenum sarebbe di 1.009: 321 senatori , 630 deputati e 58 delegati regionali, tre per ogni Regione, a eccezione della Valle d’Aosta che ne ha uno, eletti dai rispettivi consigli regionali in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze (di norma la terna è composta dal governatore e dal presidente del consiglio regionale, esponenti della maggioranza, e da un consigliere di opposizione). A oggi, i grandi elettori effettivi sono 1.007: i senatori in carica sono infatti 320, in attesa che l’Aula convalidi il subentro del senatore del Pd Fabio Porta a quello del Maie Adriano Cario, dichiarato decaduto. I deputati attualmente in carica sono invece 629, poiché il seggio lasciato dal sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, è ancora vacante: domenica 16 gennaio sono in programma le elezioni suppletive, pertanto il nuovo eletto si aggiungerà al plenum appena verrà proclamato.
La Costituzione prevede che nelle prime tre votazioni la maggioranza richiesta per l’elezione del presidente della Repubblica sia quella dei due terzi dei componenti dell’assemblea, 671 voti. Dal quarto scrutinio in poi il quorum si abbassa: per essere eletti basterà la maggioranza assoluta pari a 504 voti.
La consuetudine prevede che votino prima tutti i senatori, poi i deputati e quindi i delegati regionali. La chiama viene ripetuta due volte. In questa occasione, però, la procedura potrebbe cambiare a causa della necessità, come abbiamo detto, di contingentare gli accessi all’Aula di Montecitorio a causa della pandemia. Sotto il banco del presidente della Camera vengono montate due cabine, i cosiddetti catafalchi, per garantire la segretezza assoluta del voto. L’elettore entra, compila la scheda che gli viene consegnata da un commesso, con tanto di timbro, esce e la deposita nell’urna, la famosa «insalatiera».
Terminata la votazione, inizia lo spoglio delle schede, che viene eseguito dal presidente della Camera, che legge il contenuto della scheda in maniera integrale. In questo modo, è possibile in sostanza controllare se i vari gruppi parlamentari hanno votato come previsto. Basta ad esempio che un certo partito dica ai suoi elettori di scrivere «Mario Rossi», un altro «Rossi Mario», un altro solo «Rossi», un altro ancora «presidente Rossi» e via così per avere il quadro di quanti sono stati gli eventuali «ribelli» che non hanno seguito le indicazioni dei leader. Di norma si svolgono due votazioni al giorno, ma anche questa prassi potrebbe cambiare a causa del coronavirus, costringendo a una sola votazione quotidiana.
Continua a leggereRiduci
I dem lavorano a un accordo per sostituire Sergio Mattarella con Super Mario e prendersi Palazzo Chigi, sbattendo fuori il Carroccio dal governo. Dario Franceschini in pole position ma i rapporti con Mr Bce non sono buoni. E alla fine può spuntarla lo stesso Enrico Letta.Numeri ballerini per il fattore virus. Roberto Fico annuncia la convocazione su Facebook. Nei primi tre giri servono 671 voti, poi 504.Lo speciale comprende due articoli.Nella trottola di schemi possibili per la grande e caotica partita del Quirinale, irrompe il fattore Ursula. Il piano politico, un’ipotesi che ovviamente può avere i numeri o no, ma di cui si è discusso a massimo livelli, vede infatti Mario Draghi sul Colle e Dario Franceschini a Palazzo Chigi, sostenuto da una maggioranza Ursula, appunto: Forza Italia dentro e la Lega all’opposizione. Questo l’accordo, o almeno un accordo, al quale si sta lavorando per sbloccare l’impasse sull’elezione del prossimo Capo dello Stato, condizionata dalla necessità di individuare contestualmente un nuovo presidente del Consiglio. Condizione necessaria, considerato che per convincere i parlamentari a votare per Draghi, al Quirinale occorre rassicurarli sul fatto che la legislatura prosegua fino al 2023: l’incubo delle elezioni anticipate, infatti, rappresenta il più irto ostacolo all’ascesa di «nonno» Mario alla prima carica dello Stato. L’idea di un tecnico, anzi di un altro tecnico, a Palazzo Chigi, ad esempio l’attuale ministro dell’Economia, Daniele Franco, non convince praticamente nessuno, e così il punto di caduta, a quanto ci risulta sarebbe stato individuato in un esponente del Pd: il ministro della Cultura, Dario Franceschini. Va ricordato che Franceschini non è assolutamente in buoni rapporti con Draghi: non a caso lo schema potrebbe restare valido anche con Enrico Letta premier.L’accordo sarebbe stato raggiunto molto di recente, e quasi a prescindere da Matteo Salvini, il quale non avrebbe grossi problemi a votare Draghi ma che avrebbe ancor più interesse a non far parte di una nuova maggioranza con un dem a Palazzo Chigi. Del resto, sarebbe davvero strano il contrario: il leader del Carroccio ha già pagato un sostanzioso pedaggio dal punto di vista dei consensi con il sostegno al governo Draghi, sarebbe impossibile per lui convincere i suoi elettori a sostenere un esecutivo a guida Pd. Non solo: un annetto all’opposizione consentirebbe forse a Salvini di recuperare un gruzzolo di consensi, affiancando Giorgia Meloni all’opposizione. E da qui sarebbe meno difficile, a patto di mantenere unito il partito, sfilarsi da molti provvedimenti in tema di emergenza sanitaria su cui perfino Giancarlo Giorgetti ha iniziato a smarcarsi già adesso.Forza Italia invece resterebbe a far parte della maggioranza di governo. La convergenza della Lega su Draghi, infatti, non potrebbe certamente incrinare il rapporto tra Salvini e Silvio Berlusconi (in fondo è già accaduto l’opposto: Lega al governo, azzurri all’opposizione). Il Cavaliere, che sta puntando tutto sulla presidenza della Repubblica, un obiettivo che avrebbe necessariamente bisogno tuttavia della rinuncia o della bocciatura dell’attuale premier alla corsa per il Colle. D’altro canto, però, Forza Italia è un partito che si è caratterizzato per la moderazione e per la tendenza alla stabilità, e inoltre i parlamentari azzurri non accetterebbero di certo le elezioni anticipate, poiché tra calo dei consensi e taglio dei parlamentari al prossimo giro saranno in pochissimi a essere riconfermati. Forza Italia resterebbe dunque inchiodata al governo, completando quella maggioranza Ursula che è un po’ l’obiettivo di tutte le forze politiche che potremmo definire «non sovraniste», e che hanno contribuito alla elezione di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea nel 2019.Per il Pd sarebbe l’apoteosi: otterrebbe infatti la presidenza del Consiglio in una legislatura partita con uno dei peggiori risultati di sempre, quel 18% che costò la segreteria a Matteo Renzi. Il Pd si confermerebbe partito di sistema per eccellenza: Enrico Letta ha tentato, o finto di tentare, di mantenere Draghi a Palazzo Chigi, ma non potrebbe mai e poi mai rinunciare a esprimere il premier destinato a traghettare l’Italia fino alle elezioni del prossimo anno. Non solo: tenere la Lega fuori dalla maggioranza di governo è sempre stato l’obiettivo di Letta e degli altri capicorrente dem, e non è certo un caso che proprio oggi è previsto un Consiglio dei ministri incandescente, con Pd, Leu e Forza Italia che premono per l’obbligo vaccinale o comunque per l’estensione dell’obbligo del super green pass alla maggior parte delle categorie professionali, a partire dai dipendenti della Pubblica amministrazione.Contrari Lega e M5s: a proposito dei pentastellati, è evidente che per il partito guidato (per così dire) da Giuseppe Conte qualunque soluzione del rebus Quirinale che non porti alle elezioni anticipate sarà accolta con trenini di festeggiamento. I grillini, o presunti tali, sono letteralmente terrorizzati dalle urne anticipate, che vedrebbero decimata la loro pattuglia parlamentare: Franceschini premier o chi per lui andrebbe dunque benissimo, come del resto chiunque altro. L’elezione di Mario Draghi alla presidenza della Repubblica si potrebbe celebrare al primo scrutinio, un altro fattore che sta facendo propendere le forze politiche per questa soluzione. Ricordiamo sempre, infatti, che sull’elezione del successore di Sergio Mattarella incombe il dilagare dei contagi di questi giorni, con decine di deputati e senatori in quarantena: se si arrivasse, come è stato ipotizzato, a 100 assenti il 24 gennaio, giorno della prima votazione, sarebbe difficile per chiunque raggiungere i quorum necessari all’elezione, che sono fissati a quota 671 (i due terzi del totale dei grandi elettori, 1.007) nelle prime tre votazioni e a 504 (la maggioranza assoluta) dalla quarta in poi. Difficile per chiunque, ma non per un candidato votato da tutti o quasi (non si sa cosa farà Giorgia Meloni). Ovvero, per chiunque ma non per Mario Draghi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/piano-ursula-draghi-al-colle-il-premier-al-pd-2656219741.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-valzer-dellelezione-inizia-lunedi-24-numeri-ballerini-per-il-fattore-virus" data-post-id="2656219741" data-published-at="1641331375" data-use-pagination="False"> Il valzer dell’elezione inizia lunedì 24. Numeri ballerini per il fattore virus «Ho convocato il Parlamento in seduta comune per l’elezione del presidente della Repubblica il 24 gennaio alle ore 15»: il presidente della Camera, Roberto Fico, apre ufficialmente il valzer del Quirinale con un post su Facebook. «Nelle prossime due settimane», aggiunge Fico, «all’attività ordinaria della Camera si affiancherà quella di preparazione al voto. Siamo al lavoro insieme al collegio dei questori per definire l’organizzazione e le misure per garantire la piena operatività e sicurezza del voto». La lettera per convocare deputati, senatori e delegati regionali è partita ieri, 30 giorni prima della scadenza del mandato di Sergio Mattarella, come prevede la Costituzione. La procedura per la votazione sarà condizionata dal Covid: è previsto il contingentamento degli ingressi nell’aula di Montecitorio di parlamentari e delegati regionali che saranno divisi in gruppi a seconda dell’iniziale del cognome. Il numero totale dei grandi elettori è ancora incerto. Il plenum sarebbe di 1.009: 321 senatori , 630 deputati e 58 delegati regionali, tre per ogni Regione, a eccezione della Valle d’Aosta che ne ha uno, eletti dai rispettivi consigli regionali in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze (di norma la terna è composta dal governatore e dal presidente del consiglio regionale, esponenti della maggioranza, e da un consigliere di opposizione). A oggi, i grandi elettori effettivi sono 1.007: i senatori in carica sono infatti 320, in attesa che l’Aula convalidi il subentro del senatore del Pd Fabio Porta a quello del Maie Adriano Cario, dichiarato decaduto. I deputati attualmente in carica sono invece 629, poiché il seggio lasciato dal sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, è ancora vacante: domenica 16 gennaio sono in programma le elezioni suppletive, pertanto il nuovo eletto si aggiungerà al plenum appena verrà proclamato. La Costituzione prevede che nelle prime tre votazioni la maggioranza richiesta per l’elezione del presidente della Repubblica sia quella dei due terzi dei componenti dell’assemblea, 671 voti. Dal quarto scrutinio in poi il quorum si abbassa: per essere eletti basterà la maggioranza assoluta pari a 504 voti. La consuetudine prevede che votino prima tutti i senatori, poi i deputati e quindi i delegati regionali. La chiama viene ripetuta due volte. In questa occasione, però, la procedura potrebbe cambiare a causa della necessità, come abbiamo detto, di contingentare gli accessi all’Aula di Montecitorio a causa della pandemia. Sotto il banco del presidente della Camera vengono montate due cabine, i cosiddetti catafalchi, per garantire la segretezza assoluta del voto. L’elettore entra, compila la scheda che gli viene consegnata da un commesso, con tanto di timbro, esce e la deposita nell’urna, la famosa «insalatiera». Terminata la votazione, inizia lo spoglio delle schede, che viene eseguito dal presidente della Camera, che legge il contenuto della scheda in maniera integrale. In questo modo, è possibile in sostanza controllare se i vari gruppi parlamentari hanno votato come previsto. Basta ad esempio che un certo partito dica ai suoi elettori di scrivere «Mario Rossi», un altro «Rossi Mario», un altro solo «Rossi», un altro ancora «presidente Rossi» e via così per avere il quadro di quanti sono stati gli eventuali «ribelli» che non hanno seguito le indicazioni dei leader. Di norma si svolgono due votazioni al giorno, ma anche questa prassi potrebbe cambiare a causa del coronavirus, costringendo a una sola votazione quotidiana.
Roberto Speranza e Francesca Bertorello (Ansa)
Il civilista Bertorello e il penalista Salvatore Bottiglieri, legali dei genitori della trentaduenne insegnante genovese, chiedono la prosecuzione delle indagini. Non sono emerse responsabilità penali dei medici vaccinatori, né di coloro che la assistettero in ospedale, ma non basta per chiedere l’archiviazione: occorre indagare ai piani alti, politici e sanitari.
Gli avvocati sostengono che i profili di indagine penale devono rivolgersi a tutta la «catena di comando» dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, del Comitato tecnico scientifico (Cts) ed «eventuali altri organismi pubblici come l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa)», che in Italia nella primavera del 2021, tra togliere e rimettere in commercio il vaccino, concessero l’autorizzazione per Astrazeneca anche a tutti i soggetti di età superiore ai 18 anni «in iniziative, quali i vaccination day».
Il decesso di Francesca Tuscano è «ragionevolmente da riferirsi a effetti avversi da somministrazione di vaccino anti Covid-19», dichiararono i sanitari incaricati dalla Procura di Genova di redigere la perizia medico legale. Il 22 marzo 2021 la giovane aveva ricevuto la prima dose di Astrazeneca al polo vaccinale della struttura nota a Genova come Albergo dei poveri.
Pochi giorni dopo, il 3 aprile, i genitori con i quali viveva la trovarono in tarda mattinata ancora a letto, priva di coscienza. Il 118 la trasportò in stato comatoso all’Ospedale San Martino di Genova dove una Tac dell’encefalo rivelò una vasta emorragia celebrale, associata a trombosi dei seni venosi, con marcati segni di effetto massa. Il neurochirurgo decise di non intervenire chirurgicamente, Francesca venne trasferita nel reparto di rianimazione. Non ne uscirà viva: alle 9 di mattina del 4 aprile venne certificata la sua morte cerebrale.
Un fascicolo di indagine venne aperto d’ufficio dalla Procura di Genova, che diede incarico di redigere l’apposita relazione di consulenza tecnica al dottor Luca Tajana, specialista in medicina legale e delle assicurazioni, e al dottor Franco Piovella, specialista in ematologia clinica e di laboratorio. Le conclusioni furono che il decesso della giovane erano da riferirsi a effetti avversi da somministrazione di vaccino anti Covid-19, come successivamente confermò la Commissione medica ospedaliera del Dipartimento militare di medicina legale della Spezia e un’ulteriore perizia.
L’indagine era andata parallela a quella per la morte di Camilla Canepa, la studentessa diciottenne di Sestri Levante deceduta sempre per Vitt dopo una dose di Astrazeneca che le era stata somministrata in un Open day del maggio di quell’anno. Il nesso causale per Francesca è stato accertato, la morte era avvenuta per trombocitopenia e trombosi immunitaria indotta dal vaccino a vettore adenovirale
Per Tuscano, l’opposizione all’archiviazione verrà discussa il prossimo 26 febbraio davanti al gip Angela Nutini. «Non ci interessa verificare le responsabilità di Astrazeneca», spiega Bertorello. «Ci interessano le responsabilità penali e civili dello Stato italiano, chiediamo che si interroghino e si perseguano coloro che hanno deciso e coadiuvato le scelte dell’allora ministero della Salute di continuare a somministrare Astrazeneca».
L’avvocato sottolinea che Francesca era morta dopo Zelia Guzzo, l’insegnante di Gela di 37 anni deceduta per una trombosi celebrale il 24 marzo 2021 in seguito alla somministrazione dello stesso vaccino anglosvedese. «Obbligata pure Zelia a vaccinarsi in quanto insegnante, il ministero si limitò a sospendere Astrazeneca per una settimana, salvo poi riutilizzarlo malgrado ci fossero grandi dubbi, come documentò la Verità pubblicando i file video dove si faceva cenno anche a pressioni politiche per abbassare la soglia di età».
Si riferisce a un fuori onda, con l’allora presidente dell’Aifa, Giorgio Palù, che parlava con il microfono aperto: «Ci sono pressioni che non capisco sia per portarla più bassa Astrazeneca che Johnson&Johnson. Le dico la verità, glielo dico perché, uno per la responsabilità, perché il Cts in questo momento dà un parere e credo che ho espresso il mio parere anche come virologo e non mi sento di tornare indietro ecco, per qualche insistenza o desiderata ministeriale, ecco, volevo dirglielo questo…».
Bertorello trova inaccettabile che ancora non si sia provveduto a desecretare «i contratti firmati dal governo Conte con i produttori di vaccino, sulla base di accordi stipulati dall’Unione europea. Purtroppo la maggioranza di centrodestra non è compatta nel chiedere che siano resi noti. E c’è ancora chi confonde queste battaglie per i diritti dei danneggiati, o dei morti da vaccino, come rivendicazioni di no vax».
Il riconoscimento dello Stato per i genitori di Francesca Tuscano è stato irrisorio, poco più di 77.468,53 euro. «Una riapertura delle indagini e possibilmente un rinvio a giudizio di questi soggetti potrebbe aprire uno spiraglio per ottenere il risarcimento dei danni», dichiara Bertorello.
Continua a leggereRiduci
«Bambini di piombo» (Netflix)
Quando Jolanta Wadowska-Król ha iniziato il proprio percorso di ricerca era il 1974. In Alta Slesia, come nel resto della Polonia, comandava il regime comunista. Nulla era chiaro, perché tutto doveva essere subordinato all'ideologia e funzionale alla sua sopravvivenza. Di più, alla sua magnificazione.
La dottoressa, però, era donna di scienza, e fra il dovere implicito di compiacere il proprio governo e la verità medica non ha faticato a scegliere. Jolanta Wadowska-Król, che sarebbe poi stata soprannominata la Erin Brockovich della Slesia, ha fatto tutto di nascosto. Giorno dopo giorno, esame dopo esame. In silenzio, ha visitato oltre cinquemila bambini, lei che nel distretto di Szopienice si è resa conto per prima dello stato di salute precario in cui versavano i più piccoli. Notò un'incidenza anomala di anemia e disturbi neurologici tra i bambini del distretto. Avevano alti livelli di saturnismo. E, nonostante i proclami del regime, la dottoressa decise di imputare queste patologie alla vicina fonderia di zinco. Alle sue esalazioni. A quel che il governo negava, minacciando ritorsioni per chiunque avesse sostenuto il contrario.
Jolanta Wadowska-Król, cui Netflix ora ha dedicato la serie Bambini di piombo, non ha chinato il capo. Sola, è andata avanti, riuscendo a far ricoverare i casi più gravi nei sanatori polacchi e riuscendo persino a ricollocare intere famiglie, procurando loro un'esistenza diversa, lontana dalla fonderia. Nessuno le ha teso una mano. Il regime, al contrario, ha provato a spogliarla della sua credibilità. E lei è finita così, isolata, impaurita. Ma determinata, in ogni caso, a portare avanti quel che aveva iniziato.
Quel che Bambini di piombo documenta in sei episodi, muovendosi indietro nel tempo fino a ritrovare quel clima di terrore, quella paura, quella lotta impari, condotta da una donna che - sulla carta - non avrebbe dovuto avere alcuna possibilità di sopravvivere al governo che le stava sopra.
Continua a leggereRiduci
Keir Starmer (Ansa)
Nel Regno Unito l’affare Epstein sta assumendo proporzioni talmente imponenti che ieri si sono esposti anche il principe William e la moglie Kate. La famiglia reale è coinvolta per colpa di Andrea Mountbatten-Windsor (zio di William e fratello di Re Carlo III), ora sospettato - in aggiunta agli scandali sessuali già noti - di aver trasmesso documenti riservati all’amico Epstein mentre ricopriva l’incarico di inviato speciale per il Commercio nel 2010. A tal proposito, la polizia britannica ha avviato nuove indagini per esaminare quanto emerso dall’ultima tranche di file pubblicati. «Possiamo confermare che il principe e la principessa di Galles sono profondamente preoccupati per le continue rivelazioni», si legge in un comunicato ufficiale di Palazzo Reale. «I loro pensieri vanno tutti alle vittime». Anche Re Carlo, in una nota separata, si è detto pronto a collaborare nelle indagini sul fratello. Le pressioni contro Starmer, tuttavia, non sembrano diminuire al cadere dei vari capri espiatori, e non provengono solo dalle file dell’opposizione. Da giorni si susseguono voci su un possibile cambio di guardia all’interno del Partito laburista e ieri, a chiedere la testa dell’attuale presidente del Consiglio, si è unito anche il leader dei laburisti scozzesi Anas Sarwa.
È singolare, ma la maggior parte delle figure finora travolte dall’ondata degli Epstein files si trovano in Europa. La polizia norvegese ha aperto un’inchiesta contro la nota diplomatica Mona Juul e il marito Terje Rod-Larsen, sospettati rispettivamente di «corruzione aggravata» e «complicità in corruzione aggravata». Entrambi furono protagonisti dei negoziati segreti tra Israele e l’Olp che portarono agli accordi di Oslo degli anni Novanta. In serata, Juul ha annunciato le sue dimissioni da ambasciatrice della Giordania, ruolo da cui era già stata sospesa nei giorni scorsi. In Francia, dopo le clamorose indagini su Jack Lang (finito sotto scorta insieme alla moglie per via delle minacce subite sui social) e la famiglia Caroline, Emmanuel Macron ha dichiarato che il caso riguarda «soprattutto gli Stati Uniti» e, in questo senso, «la giustizia americana deve fare il suo lavoro e basta». Una frase piuttosto incomprensibile, vista la natura dello scandalo e la fitta corrispondenza del pedofilo. Anche Deutsche Bank ieri ha dovuto rilasciare un comunicato di scuse pubbliche: «Come sottolineato ripetutamente dal 2020, la banca riconosce di aver sbagliato ad accettare Jeffrey Epstein come cliente nel 2013», ha dichiarato un portavoce della più importante banca tedesca. Il magnate avrebbe gestito temporaneamente più di 40 conti presso l’istituto di Francoforte, custodendovi gran parte del proprio patrimonio.
Non che Oltreoceano le acque siano più calme. Ieri, la compagna e complice del pedofilo, Ghislaine Maxwell, è stata convocata dalla commissione d’inchiesta del Congresso degli Stati Uniti, ma la donna si è avvalsa del quinto emendamento e ha rifiutato di rispondere alle domande. I suoi legali giocano sporco e affermano che «la signora Maxwell è pronta a parlare in modo completo e onesto se le sarà data la grazia dal presidente Trump», aggiungendo, inoltre, che soltanto lei può spiegare «perché sia il presidente Trump che il presidente Clinton sono innocenti, non hanno commesso nulla di sbagliato».
Da ieri, inoltre, i membri del Congresso possono consultare i documenti originali non censurati presso il Dipartimento della Giustizia (Doj). «Domani (ieri per chi legge, ndr) andrò al Doj per vedere gli Epstein files non redatti. Che documenti dovrei vedere? Allegate i link originali in risposta», ha scritto domenica sul suo profilo X il deputato repubblicano Thomas Massie. Lo stesso esponente del Gop, non certo uno dei più trumpiani, da giorni chiede le dimissioni del segretario al Commercio, Howard Lutnick, già citato più volte dalla Verità in relazione al suo discorso sulla fine della globalizzazione tenuto a Davos. Lutnick dichiarò di aver interrotto i legami con Epstein nel 2005, ma le recenti email desecretate smentiscono tali affermazioni.
Le risposte degli utenti al post di Massie fanno ben comprendere lo stato di confusione in cui giace l’opinione pubblica mondiale, non solo americana, e la necessità di un atto di trasparenza democratico di cui questo passaggio parlamentare potrebbe costituire un buon inizio. La prima risposta sotto al post allega una mail indirizzata a Epstein il cui mittente, però, è oscurato con una barra nera: «Ti do il permesso di ucciderlo. Dovrebbe essere insieme a [redatto]. Ha mentito a te e ha mentito a me», si legge. Un altro profilo chiede al deputato di visionare un’email inviata dal pedofilo a un destinatario altrettanto oscurato in cui è scritto: «Dove sei? Tutto bene? Mi è piaciuto tantissimo il video delle torture». Di elementi da chiarire, in questa storia, ce ne sono ancora parecchi.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 10 febbraio 2026. Il nostro Stefano Graziosi ci illustra gli indici di gradimento di Donald Trump negli Usa in vista delle elezioni di midterm.