Le notizie che arrivano di continuo dallo Stato del Minnesota mostrano un quadro di eccezionale gravità. Le autorità federali hanno individuato almeno tre reti criminali distinte, tutte impegnate nello sfruttamento sistematico dei programmi di assistenza pubblica. Il bilancio giudiziario parla chiaro: 59 condanne in sede federale, 86 persone incriminate e una sottrazione di risorse ai contribuenti che supera il miliardo di dollari. Un dato colpisce più di altri: solo otto degli imputati non hanno origini somale.
Il contesto demografico è noto. Il Minnesota ospita oggi la più numerosa comunità somala degli Stati Uniti, frutto di una traiettoria iniziata nei primi anni Novanta, quando il collasso dello Stato somalo e la guerra civile spinsero decine di migliaia di persone a fuggire, in particolare da Mogadiscio. I programmi federali di reinsediamento indirizzarono una parte consistente dei rifugiati verso il Midwest, dove il Minnesota offriva opportunità occupazionali, un sistema di welfare accessibile e un costo della vita relativamente contenuto. Oggi la presenza somala, stimata in circa 80.000 persone, è una componente stabile del tessuto sociale, economico e politico dello Stato. È proprio all’interno di questo contesto che esplode uno scandalo rapidamente divenuto nazionale, mettendo sotto pressione il governatore Tim Walz, candidato a un terzo mandato.
Le indagini descrivono un sistema di frodi condotto con modalità grossolane, privo di reali contromisure, inserito in un ambiente caratterizzato da politiche permissive in materia di immigrazione, integrazione e accesso ai sussidi. La vicenda ha assunto un rilievo politico immediato. Nel corso di una riunione di gabinetto, il presidente Donald Trump ha adottato toni durissimi, chiamando in causa la deputata di origine somala Ilhan Omar (punto di riferimento dei Fratelli Musulmani negli Usa) e «chi le sta attorno», sostenendo che «non dovrebbero stare nel nostro Paese» e invitandoli a «tornare indietro a risolvere i problemi da cui provengono». Trump ha affermato che «gran parte delle frodi in Minnesota, fino al 90%, è causata da persone arrivate illegalmente dalla Somalia», rinnovando gli attacchi a Ilhan Omar e definendola «una delle tante truffatrici». «Rimandateli indietro da dove sono venuti, dalla Somalia, forse il Paese peggiore e più corrotto della terra», ha scritto.
Ora l’amministrazione Usa ha deciso di congelare 185 milioni di dollari in sussidi federali destinati all’assistenza all’infanzia a basso reddito, in seguito alle accuse di frode che coinvolgono asili nido gestiti da cittadini somali americani a Minneapolis. Sul piano istituzionale, il portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato a Fox News che l’amministrazione «sta valutando» la possibilità di revocare la cittadinanza ai cittadini somali americani condannati per frode, precisando che la denaturalizzazione resta «uno strumento a disposizione del presidente e del segretario di Stato». Una misura giuridicamente possibile, ma rara, che richiede un elevato onere probatorio.
Intanto, le verifiche stanno assumendo dimensioni sempre più vaste. Gli investigatori segnalano che la quasi totalità dei centri formalmente destinati alla comunità somala risulta fittizia, vuota o abbandonata, pur avendo incassato fondi pubblici. Emergono reti di enti non profit solo sulla carta, utilizzati – secondo l’accusa – come veicoli per drenare risorse statali e federali. Indagini analoghe sono in corso anche in Ohio, California e Nebraska, dove affiorano schemi identici: strutture registrate, progetti rendicontati e servizi mai erogati.






