«Questa idea di compagnia che don Luigi Giussani lanciò più di cinquant’anni fa è la cosa di cui oggi, anche nella Chiesa, abbiamo più bisogno». Lo dice Franco Nembrini, insegnante e saggista, educatore, cantore di Dante, bergamasco di ferro. Si sente particolarmente interpellato dalla chiusura della fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio monsignor Luigi Giussani (1922-2005) che avviene oggi, alle 17, nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano, con la recita dei Vespri presieduta dall’arcivescovo Mario Delpini. Perché Giussani ha cambiato la vita di Franco Nembrini, come ha fatto con quella di alcune generazioni di persone che attraverso il carisma di questo prete e, appunto, la «compagnia» che ha generato, hanno incontrato la «realtà di Cristo».
Era il 1954 quando don Giussani lasciò la docenza teologica per dedicarsi a tempo pieno ai ragazzi del liceo Berchet di Milano, da quel momento fu un crescendo irresistibile fino alla nascita di Comunione e Liberazione. Franco, ma don Giussani voleva davvero creare qualcosa?
«Lo ha detto lui più volte: “Non ho inteso creare niente, ma solo richiamare all’essenziale del cristianesimo”. La caratteristica di Giussani è che non ha niente di particolare di cui occuparsi. Si occupa di tutto. Perché scommette sulla possibilità che il cuore dell’uomo sia fatto bene, sia fatto da Dio e viva della ricerca di Dio. La definizione secondo me più bella l’ha data lui stesso davanti a Giovanni Paolo II nel 1998: il cuore dell’uomo mendicante di Cristo e Cristo mendicante del cuore dell’uomo. È la sintesi del suo carisma, per quel che ho potuto vedere e capire io. Insomma, gli interessava l’uomo, l’uomo così come Dio l’ha fatto».
Però lo hanno accusato spesso di fare politica: lo hanno frainteso o forse proprio chi lo accusava era lui a fare politica?
«Non si può accusare Giussani di fare un uso politico dei rapporti, questa veramente è un’accusa che non gli si può fare. Faceva un uso religioso, nel senso profondo del termine, anche dei rapporti politici. Questo sì: perché la politica è dimensione della vita dell’uomo, è dimensione dell’espressività dell’uomo quando cerca di costruire qualcosa di buono. Quindi non gli è mai stata estranea l’azione politica. Ma assolutamente funzionale al realizzarsi del destino, della vocazione di tutti quelli che incontrava. Ripeto: dire che faceva politica nel senso ordinario con cui usiamo la parola è proprio tradirne l’intenzione e la spiritualità».
Come ha conosciuto don Giussani?
«Io l’ho conosciuto in un momento di crisi di fede, in tutto il caos del Sessantotto. Tra i 15 e i 17 anni non andavo più in chiesa, ero molto in crisi. Ed è stato un modo molto particolare, ma è una storia un po’ lunga».
Prego.
«Una mia sorella aveva incontrato uno del Clu di Milano, i ciellini universitari, che veniva in vacanza qui in paese. L’ha invitata - anche lei era in crisi - a partecipare agli incontri con un giovane prete di Milano, che era appunto don Giussani. Ha maturato in breve tempo una vocazione molto radicale: monaca di clausura tra le benedettine. Giussani la seguiva spiritualmente, e pochi mesi prima dell’ingresso in monastero decide di venire a conoscere la famiglia di questa ragazzina bergamasca che dice di avere nove fratelli. Capita qui a casa un giorno. Mia madre chiede di confessarsi da lui e gli confida il dolore che la accompagnava da tempo: il primo figlio maschio era stato in seminario sette anni, ne era uscito dopo l’estate del quinto ginnasio, e in brevissimo tempo era diventato un extraparlamentare, nemico dichiarato della Chiesa e del cristianesimo. Per lei, cattolica e contadina bergamasca, che il primogenito diventasse prete era il coronamento della sua vocazione. Invece era accaduto esattamente il contrario. Lo confida a don Giussani. Non so cosa si siano detti. Fatto sta che qualche giorno dopo arriva a casa mia un pacco di libri per questo mio fratello, con biglietto autografo firmato da don Giussani. Lo si chiama, gli si fa sapere che è arrivato questo regalo da Milano. La sera viene a casa a prendere il pacco, che nessuno aveva osato aprire. Ricordo la scena attorno al tavolo: i dieci fratelli, papà e la mamma, con Angelo che apre questo pacco arrivato da Milano. Il mio pensiero era: ecco il solito prete che cerca di recuperare la pecorella smarrita, gli avrà regalato la Bibbia, il Vangelo, le vite dei Santi... Invece, il primo libro che mio fratello tira fuori è Il capitale di Karl Marx. E poi ricordo altri libri, anche peggio del Capitale, ebbene questi sono i libri che Giussani ha regalato a mio fratello comunista. E io lì mi sono convertito».
In che senso?
«Perché in un attimo mi ha fulminato il cervello l’idea: questo prete ha a che fare con Dio. Solo Dio è misericordia. Solo Dio è la definizione dell’amore che avevo imparato da bambino al catechismo: Dio ci ha amati per primo. Tre mesi dopo partecipavo al primo raduno di Cl a Pesaro».
E l’ultima volta che lo ha incontrato?
«Il 21 gennaio 2003. Rientro da un viaggio in Sierra Leone. Era qualche tempo che non lo sentivo più. Mi ha chiamato: “Ho saputo che sei stato in Sierra Leone, vieni a trovarmi che mi racconti”. Pranzai con lui. Per mesi non sono riuscito a parlarne a nessuno. Scoppiavo a piangere quando mi chiedevano come era andato quel pranzo. Ne riportai un’impressione fortissima, analoga a quella della prima volta. Mi parve che quell’uomo in quel momento preciso avrebbe dato la vita per me. L’ultima volta che l’ho visto mi ha lasciato in eredità questo sguardo».
Se un giorno don Giussani dovesse essere canonizzato cosa potrà dare un Santo come lui a tutta la Chiesa, anche fuori dalla “compagnia” di CL?
«Quel che può già dare a tutta la Chiesa è esattamente quel che ha dato a noi che l’abbiamo conosciuto: un un ricentramento sull’essenziale, cioè su Cristo. E quindi la compagnia necessaria per vivere oggi questo incontro con il fatto di Cristo vivo, una compagnia che ti educa, ti accompagna, ti perdona».






