L’Unione europea fa il record di importazioni di Gnl russo mentre inizia il divieto di import. Da una parte vieta l’acquisto di gas dalla Russia a partire dai prossimi giorni, dall’altra a marzo fa il record di importazioni di Gnl dalla stessa.
La spettacolare rivisitazione europea del racconto di Robert Louis Stevenson, Dottor Jekyll e Mr. Hyde, si sostanzia nell’acquisto di 2,46 miliardi di metri cubi di Gnl a marzo (dati Istituto Bruegel), record assoluto in volume, e in un istruttivo elenco dei maggiori acquirenti.
La prima della classe nelle rinnovabili, la Spagna, infatti, zitta zitta, è stata anche il primo e migliore cliente di Vladimir Putin, con acquisti per 355 milioni di euro (+124% rispetto al mese precedente). Niente male anche la Francia, con 287 milioni di euro di acquisti in un solo mese, poi Belgio e Olanda, da cui i volumi vanno, in gran parte, in Germania. Da aprile questo non sarà più possibile, essendo scattato il bando progressivo del gas russo, un processo che si concluderà tra un anno e mezzo. Tutti i terminali spagnoli hanno aumentato i ritiri di gas russo, con Bilbao come principale punto di ingresso.
Questo dato si inserisce in una dinamica che prosegue da tempo. Dal dicembre 2022 a marzo 2026 l’Unione europea ha acquistato più Gnl russo rispetto a Cina e Giappone messi insieme, rappresentando la metà delle esportazioni totali di Gnl della Russia. Nello stesso periodo l’Ue si è confermata anche il principale acquirente di gas russo via gasdotto, con una quota del 33% sull’export. Dunque l’Ue, mentre presta decine di miliardi a Kiev per difendersi dall’orso russo, allo stesso tempo fornisce a quest’ultimo centinaia di milioni di euro freschi di stampa.
Tra il blocco dello Stretto di Hormuz e il bando del gas russo, l’Europa si trova ancora una volta nel mezzo, senza una strategia energetica credibile. Niente di nuovo. Nel frattempo, il Dipartimento dell’energia americano informa che nel 2025 le esportazioni di Gnl verso l’Europa hanno raggiunto il record di 107 miliardi di metri cubi, di cui 5,1 diretti in Italia. Il nostro Paese fa segnare il maggiore incremento di import dagli Usa rispetto all’anno precedente. Nel complesso, l’Europa ha rappresentato il 68% dell’export americano, con un aumento del 63% rispetto al 2024.
Se però i prezzi del gas a marzo non sono andati alle stelle è anche perché le importazioni cinesi di Gnl sono diminuite del 10,7% su base annua, scendendo a 11,3 mld Smc. Alcune compagnie cinesi hanno addirittura rivenduto sul mercato asiatico tra 8 e 10 carichi di Gnl. Questo ha aumentato l’offerta disponibile nell’area e ha contribuito a ridurre la pressione sui prezzi internazionali, ampliando la liquidità del mercato nel breve periodo.
La riduzione dei flussi dal Qatar, legata alla crisi nel Golfo Persico, si è inserita in questo contesto. I minori volumi attesi non si sono tradotti in una compressione dell’offerta disponibile in Europa, perché compensati dalla maggiore disponibilità derivante dalla domanda asiatica più debole e dalla continuità dei flussi russi verso l’Europa. Vedremo cosa succederà nei prossimi giorni, ma la concomitanza della crisi di Hormuz con l’inizio del bando del gas russo non è esattamente un modello di sicurezza energetica, né di garanzia di costi bassi.
Tanto che la stessa Commissione europea, in preda ad evidente stordimento, si avvia barcollando a cercare qualche crepa nel suo stesso furore ideologico. Green ad ogni costo, Patto di stabilità e divieto di aiuti di stato: una scarica di diretti che manderebbe al tappeto qualunque economia mondiale e che invece a Bruxelles è una specie di Trinità.
Bruxelles ha elaborato un quadro temporaneo per gestire gli effetti della crisi iraniana. Il Temporary Iran Crisis Energy Framework (ancora in bozza di discussione) consente agli Stati membri di introdurre misure di sostegno per famiglie e imprese, con l’obiettivo dichiarato di limitare l’impatto economico dello shock. La Commissione prevede la possibilità di intervenire sul prezzo dell’elettricità attraverso un abbattimento (temporaneo) del costo del gas utilizzato nella generazione, includendo strumenti di riduzione diretta del prezzo finale. Qui si inserisce la trattativa Stato-Commissione sul famigerato articolo 6 del Decreto bollette del governo di Giorgia Meloni, già convertito in legge. La norma italiana prevede che i costi dell’Ets (la tassa sulla CO2 emessa) vengano rimborsati ai produttori termoelettrici per abbassare il prezzo dell’energia elettrica. Il quadro temporaneo della Commissione, invece, dice che qualunque aiuto di Stato deve preservare i segnali di investimento di lungo periodo e compensare esclusivamente l’aumento del prezzo del gas, senza includere il costo delle emissioni Ets.
Detta così non sembra esserci speranza per il decreto italiano sull’Ets. Ma pochi giorni fa il direttore generale della Direzione Mercati e Infrastrutture energetiche presso il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase), Alessandro Noce, ha detto che in realtà il documento della Commissione consente la misura italiana sull’Ets perché formalmente non è una cancellazione dell’Ets, ma un rimborso parametrato ad esso. Posizione ardita e assai sottile. Può sembrare un cavillo, ma non lo è. In effetti, il decreto non tocca l’impianto normativo dell’Ets, che resta in vigore, ma stabilisce un rimborso ai termoelettrici di un valore pari al costo dell’Ets. Intanto, il sottosegretario Vannia Gava è incaricata della trattativa con Bruxelles.





