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2018-11-23
L’Italia è maglia nera nella lettura. Ma gli audiolibri spiccano il volo
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www.laverita.info
L'audiolibro, il suo potere evocativo simile solo a quello della radio, è un'invenzione piuttosto datata, frutto degli anni Ottanta. Del boom economico, di un processo creativo che, però, non ha saputo compiersi a dovere. La mancanza di tecnologie, allora, ha fatto degli audiolibri piccoli oggetti di nicchia, indirizzati a un pubblico, colto e limitato. È stato Internet, anni più tardi, la diffusione domestica e verticale delle avanguardie tecnologiche a trasformare quei libri formato audio in un fenomeno di massa, redditizio e popolare.
Le app, Amazon Audible e Storytel, gli abbonamenti mensili formato Netflix, la formula cosiddetta dell'all you can listen (tutto quello che puoi ascoltare, ndr), accessibile ad appena 9,99 euro al mese. E poi la Emons, casa editrice il cui lavoro consiste nell'individuare scritti appetibili, comprarne i diritti e, attraverso un'apposita selezione della voce adeguata a leggerli, trasformarli in audiolibri. Negli anni di Internet, della rete e dei social network, le società di audiolibri si sono moltiplicate al punto da colmare (o quasi) la mancanza di letteratura.
L'Istat ha diffuso dati allarmanti. Nel corso dell'ultimo anno, solo il 40,5% della popolazione italiana si è degnato di prendere un libro tra le mani e leggerlo. Il restante 59,5% non ha sfogliato nulla, nemmeno un volume di ricette. Eppure, quando dalla lettura tradizionale si passa all'ascolto di audiolibri, i dati cambiano. L'Italia, tra tutti i Paesi, è uno di quelli più dediti all'ascolto. Si stima che, ogni anno, ciascun abbonato Audible, Storytel o chissà che altro ascolti, in media, 18,1 audiolibri. Un'enormità che, spiega Sergio Polimente, direttore editoriale della Emons, dovrebbe rincuorare.
«L'audiolibro serve per leggere di più, non per sostituirsi al libro. Il problema, con la lettura tradizionale, è il tempo che abbiamo a disposizione durante la giornata per poterci sedere a leggere. Un problema che l'ascolto può ovviare. Se si sta facendo un lavoro manuale che non abbia bisogno di grande concentrazione intellettuale, se si sta facendo dello sport o dei servizi domestici, è possibile infilarsi le cuffiette in testa e ascoltare il libro preferito». La scelta è sterminata. In formato audiolibro, in file mp3 o in cd fisico, si trovano i grandi classici e i libri d'ultima uscita. Si trova Alessandro Manzoni, con i suoi Promessi Sposi, e J.K. Rowling, con la saga di Harry Potter. Si trova la tetralogia de L'Amica Geniale e le pubblicazioni di Gianrico Carofiglio. Tutte, o quasi, lette dalla voce di un grande attore.
«Quello che ci dicono le ricerche di mercato è che il genere che funziona di più è il noir», spiega ancora Polimene, «In realtà, però, quel che funziona sopra tutto è l'abbinamento grande voce-grande libro». Vittorio Sermonti, compianto scrittore, ha letto la Divina Commedia e Le Metamorfosi di Ovidio. Claudio Bisio la produzione letteraria di Daniel Pennac. Paolo Poli ha letto il Pellegrino Artusi, Roberto Saviano Se questo è un uomo di Primo Levi. Tommaso Ragno, ancora, che in televisione vedremo tra i protagonisti della miniserie Baby, su Netflix dal 30 novembre, ha letto Il nome della rosa e il Pendolo di Foucault. Poi, da Umberto Eco è passato a Charles Dickens, prestando la propria voce a Oliver Twist. E raccontando che, per leggere ad alta voce, bisogna impiegare soprattutto la schiena.
L'Italia li ama: in un anno vengono ascoltati in media 18 libri a persona
Due cuffiette, la testa penzoloni, nelle orecchie i bassi, altissimi, di una qualche musica orrenda. Quando la metropolitana schiude le proprie porte, lo scenario che si offre alla vista sembra sottratto alle pagine di Ray Bradbury, a Fahrenheit 451. I giovani, gli anziani, i lavoratori, gli studenti se ne stanno accatastati l'uno sull'altro, con lo sguardo perso e, tra le mani, luccicante, il proprio smartphone. Gli occhi sono puntati chissà dove, a inseguire una fantasia privata. Nella testa, suona l'eco di quella che, non necessariamente, è una canzone pop. Capita, infatti, che, tra i pendolari con le cuffiette alcuni scelgano di sostituire alla musica un audiolibro. Il racconto di un classico, la cronaca angosciante di un noir, un saggio.
Le indagini di mercato hanno rivelato che l'Italia è tra i Paesi che più ama gli audiolibri, nati con il boom degli anni Ottanta e arrivati alla massificazione grazie al progresso tecnologico. La media nostrana di titoli ascoltati in un anno si aggira attorno ai 18,1, un punto (o quasi) al di sopra della media mondiale. Il che significa che, nonostante l'allarme Istat, secondo cui solo il 40,3% della popolazione avrebbe letto un libro cartaceo (sia pure di ricette) nel corso dell'ultimo anno, un filo rosso che ancora unisce l'Italia al piacere della lettura esiste. E il merito di averlo scovato, probabilmente, va accordato a piattaforme online e case editrici digitali.
Audible, nata nel 1995 perché uno scrittore famelico potesse ingurgitare della buona letteratura durante le proprie sedute di jogging, è passata nel 2008 sotto l'egida di Amazon. E, negli anni, ha accumulato circa 13.000 titoli. Oggi, tra romanzi, podcast e poesie, ne offre 5.000 in lingua italiana, accessibili, tutti, alla cifra di 9,99 euro al mese. Si paga, e, come su Netflix, si ascolta quel che si vuole, quando si vuole, dove si vuole.
La formula, cosiddetta dell'all you can listen, ha come unica condizione l'accesso a una rete Internet, che permetta lo streaming audio dei libri preferiti. Su Amazon Audible se ne contano svariati. C'è l'intera saga di Harry Potter di J. K. Rowling letta da Francesco Pannofino, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa letto da Toni Servillo, Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald letto da Claudio Santamaria.
E poi ci sono una serie di grandi classici e capolavori editi, quasi tutti, dalla Emons. A differenza di Audible, Emons è una casa editrice tradizionale il cui lavoro consiste nell'individuare il romanzo da trasformare in audiolibro, comprarne i diritti e affidarne la lettura a un lettore professionista. Un attore, di solito.
«Un capolavoro, se letto male, perde tanto. La voce, quindi, è importante quanto il contenuto», spiega Sergio Polimene, direttore editoriale della Emons. «Solitamente siamo noi, attraverso una disamina del tipo di voce che reputiamo necessaria per la lettura del testo, a individuare l'attore giusto. Capita, però, che siano gli attori a proporsi. Qualcuno, ha un libro del cuore. Qualche altro, desidera impersonare un dato capolavoro. Allora, ci chiamano: “Scusate se mi permetto, ma se voleste inserire quello o quell'altro romanzo nel vostro piano editoriale, io sarei ben contento di partecipare". I classici più contesi sono stati Il nome della rosa di Umberto Eco, letto infine da Tommaso Ragno, e Pastorale americana di Philip Roth, per cui abbiamo scelto Massimo Popolizio».
Spesso un attore ha un richiamo spesso maggiore di quello che si può accordare a un libro. «Ci sono testi, come Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Emilio Gadda, letto da Fabrizio Gifuni, che scoraggiano il lettore per via di una complicanza, insieme, linguistica e testuale». Talvolta, però, capita che l'attore scelto sappia vincere la riluttanza dell'acquirente, convincendolo a comprare l'audiolibro, venduto da Emons, in libreria e online, sotto forma di cd o Mp3. «A dicembre lanceremo la nostra app, che, a differenza di Audible, non sarà in abbonamento. Si potranno comprare e scaricare, direttamente su smartphone o tablet, i nostri prodotti, che continueranno a essere venduti anche in libreria. L'ambizione è quella di raggiungere un pubblico quanto più ampio possibile, un pubblico che comprenda anche le persone non avvezze alla tecnologia». E i giovani, sui quali Emons, insieme con Audible e Storytel, app scandinava arrivata in Italia nel luglio 2018, con 1.800 titoli in italiano e abbonamenti mensili a 9,99 euro, possono avere una funzione quasi salvifica.
«L'abitudine dei ragazzi a tenere le cuffiette rende più semplice veicolare un romanzo, un saggio o qualcos'altro. Molti insegnanti ci hanno ringraziato, perché, specie nei bambini, l'ascolto serve come invito alla lettura», spiega ancora Polimene, annunciando che, sulla scia del fenomeno americano, la Emons comincerà a produrre anche audioserie originali, «lette da grandi attori e scritti da grandi autori». «Un paio di queste sarebbero già adattabili a una serie televisiva. Noi ci speriamo, ma audio first», chiude il direttore editoriale prossimo a lanciare Le Metamorfosi di Ovidio, lette dal compianto Vittorio Sermonti, e La famiglia Karnowski di Israel Joshua Singer, con la voce di Paolo Pierobon. Perché, nonostante il noir sia il genere più amato, i classici, ancora, si difendono bene.
«La tradizione orale risale a Omero»
Tommaso Ragno è tra gli esempi più fulgidi del binomio attore-audiolibro . Il primo romanzo, Il Ritratto di Dorian Gray, si è trovato a leggero nel 2006 all'interno di Ad alta voce, su Rai Radio3, dove ha potuto coronare il suo sogno. «Da adolescente, sono cresciuto in un mondo dove le possibilità di distrazione erano irrisorie». Internet non c'era, la televisione un plus. «Allora, amavo sentire alla radio che suono prendessero le parole, le frasi di un autore. Alcuni, li chiamo “incantatori" e li immagino così, intenti a soggiogare ignari lettori con la musica, flautata, dei sapera indiani. Negli anni, mi hanno incantato romanzieri e poeti. Lavorare con la voce è una fortuna che, da ragazzino, non mi ero spinto a considerare».
Ragno, prete ambiguo e perverso nel Miracolo di Niccolò Ammaniti, ha imparato a muoversi con disinvoltura tra i diritti del lettore, così come li ha enumerati Daniel Pennac in Come un romanzo, e la filmografia di Ingmar Bergman. Ha fatto cinema, tv, teatro. E ha interpretato 13 libri. L'ultimo, per la Emons, è Oliver Twist.
Come si prepara?
«Mi affido allo stesso criterio di cui parla Vladimir Nabokov nelle Lezioni di letteratura. Questi sostiene che, sebbene si legga con la mente, la sede del piacere artistico stia tra le scapole. Non serve a nulla leggere se non si fa con la schiena, se non si riesce a provare, o indurre, quel brivido, quel fremito fisico che sembra percorrere per intero la spina dorsale. Quando leggo, cerco di restituire un piacere del tipo descritto da Nabokov, e spesso, nel farlo, mi domando se ascoltare equivalga a leggere».
Cosa si risponde?
«Credo dovrebbe essere così. Leggere, a suo modo, è una forma di ascolto. E spesso, nella lettura ad alta voce, si scoprono cose che a una lettura individuale erano sfuggite».
L'Istat ha dipinto il quadro di un'Italia che legge sempre meno. Gli audiolibri hanno una funzione didattica?
«Non saprei. Ma la tradizionale orale, storicamente, è venuta prima di quella scritta. È stata la parola scritta, in qualche modo, a uccidere la parola detta. Con gli audiolibri si lavora su una cosa che è primaria, il leggere ad alta voce. La lettura per sé è frutto di un'acquisizione avvenuta secoli dopo Omero e i cantastorie greci».
Quando legge ad alta voce, lo fa per sé o per gli altri?
«Per entrambi. Leggo per me stesso e, al contempo, immagino di leggere nell'orecchio a un soggetto immaginario. È un'esperienza intima, la lettura, capace di metterti in rapporto con la tua solitudine di essere umano».
Che preparazione serve?
«Dipende dal libro, tendenzialmente cerco di fare una prima lettura. Leggere è anche rileggere. Ci sono parti di immediata percezione e parti più complicate. Cerco di non soffermarmici. Voglio che come prima cosa non sia sospeso il piacere della lettura, sia quando leggo per me, sia quando leggo ad alta voce».
Libri ostici?
«Alcuni mi hanno fatto penare. Il pendolo di Foucault è stato tra questi. Mi è parso che qualcosa sfuggisse alla mia comprensione. Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini ha dei momenti meravigliosi, altri più difficili, da non dire, quasi».
Qual è stato il libro che più l'ha segnata?
«Ogni fase della vita ne ha uno. Ricordo, avevo 30 anni, di aver letto Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust e di averlo trovato fondamentale. Senza Proust, i film di Andrej Tarkovskij, quelli di Theo Angelopoulos, la mia vita non sarebbe la stessa».
Leggere, però, a volte è estremamente complicato.
«La lettura non è sempre un piacere. A volte, è una rottura. Quando, nel 2016, ho letto per Emons Il nome della rosa, ho creduto di non poter sopravvivere alle descrizioni di Umberto Eco. Ho dovuto trovare l'azione dentro la porta di una biblioteca, nel potere temporale della Chiesa».
Cosa sta leggendo oggi?
«Tieni ferma la tua corona di Yannick Haenel».
Quanti libri legge in un mese?
«Non saprei. Dipende dagli impegni. Uso tablet, Kindle. Mi porto appresso libri che magari non riesco nemmeno a leggere solo per il piacere feticistico di averli appresso. E, quando in metropolitana vedo un passeggero con un libro in mano, capace di trovare tra tanti la propria solitudine, mi lascio colpire. In questi tempi in cui niente dura, trovare qualcuno capace di concentrarsi più di due secondi è sempre più raro».
Di quale romanzo vorrebbe fare un audiolibro?
«Il teatro di Sabbath di Philip Roth».
Continua a leggereRiduci
Abbiamo il primato mondiale nel settore, esploso negli anni Ottanta e ora rilanciato dalle app. Disponibili sia abbonamenti, sia singoli file da scaricare. Anche Francesco Pannofino e Toni Servillo hanno prestato le loro voci.Le indagini di mercato hanno rivelato che l'Italia è tra i Paesi che più ama gli audiolibri. La media di titoli ascoltati in un anno si aggira attorno ai 18.«La tradizione orale risale a Omero». L'attore Tommaso Ragno: «Registrare alcune opere è una rottura. Esempi? "Il nome della rosa"».Lo speciale comprende tre articoli. L'audiolibro, il suo potere evocativo simile solo a quello della radio, è un'invenzione piuttosto datata, frutto degli anni Ottanta. Del boom economico, di un processo creativo che, però, non ha saputo compiersi a dovere. La mancanza di tecnologie, allora, ha fatto degli audiolibri piccoli oggetti di nicchia, indirizzati a un pubblico, colto e limitato. È stato Internet, anni più tardi, la diffusione domestica e verticale delle avanguardie tecnologiche a trasformare quei libri formato audio in un fenomeno di massa, redditizio e popolare.Le app, Amazon Audible e Storytel, gli abbonamenti mensili formato Netflix, la formula cosiddetta dell'all you can listen (tutto quello che puoi ascoltare, ndr), accessibile ad appena 9,99 euro al mese. E poi la Emons, casa editrice il cui lavoro consiste nell'individuare scritti appetibili, comprarne i diritti e, attraverso un'apposita selezione della voce adeguata a leggerli, trasformarli in audiolibri. Negli anni di Internet, della rete e dei social network, le società di audiolibri si sono moltiplicate al punto da colmare (o quasi) la mancanza di letteratura.L'Istat ha diffuso dati allarmanti. Nel corso dell'ultimo anno, solo il 40,5% della popolazione italiana si è degnato di prendere un libro tra le mani e leggerlo. Il restante 59,5% non ha sfogliato nulla, nemmeno un volume di ricette. Eppure, quando dalla lettura tradizionale si passa all'ascolto di audiolibri, i dati cambiano. L'Italia, tra tutti i Paesi, è uno di quelli più dediti all'ascolto. Si stima che, ogni anno, ciascun abbonato Audible, Storytel o chissà che altro ascolti, in media, 18,1 audiolibri. Un'enormità che, spiega Sergio Polimente, direttore editoriale della Emons, dovrebbe rincuorare.«L'audiolibro serve per leggere di più, non per sostituirsi al libro. Il problema, con la lettura tradizionale, è il tempo che abbiamo a disposizione durante la giornata per poterci sedere a leggere. Un problema che l'ascolto può ovviare. Se si sta facendo un lavoro manuale che non abbia bisogno di grande concentrazione intellettuale, se si sta facendo dello sport o dei servizi domestici, è possibile infilarsi le cuffiette in testa e ascoltare il libro preferito». La scelta è sterminata. In formato audiolibro, in file mp3 o in cd fisico, si trovano i grandi classici e i libri d'ultima uscita. Si trova Alessandro Manzoni, con i suoi Promessi Sposi, e J.K. Rowling, con la saga di Harry Potter. Si trova la tetralogia de L'Amica Geniale e le pubblicazioni di Gianrico Carofiglio. Tutte, o quasi, lette dalla voce di un grande attore.«Quello che ci dicono le ricerche di mercato è che il genere che funziona di più è il noir», spiega ancora Polimene, «In realtà, però, quel che funziona sopra tutto è l'abbinamento grande voce-grande libro». Vittorio Sermonti, compianto scrittore, ha letto la Divina Commedia e Le Metamorfosi di Ovidio. Claudio Bisio la produzione letteraria di Daniel Pennac. Paolo Poli ha letto il Pellegrino Artusi, Roberto Saviano Se questo è un uomo di Primo Levi. Tommaso Ragno, ancora, che in televisione vedremo tra i protagonisti della miniserie Baby, su Netflix dal 30 novembre, ha letto Il nome della rosa e il Pendolo di Foucault. Poi, da Umberto Eco è passato a Charles Dickens, prestando la propria voce a Oliver Twist. E raccontando che, per leggere ad alta voce, bisogna impiegare soprattutto la schiena.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pezzo-casiraghi-2619050555.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="l-italia-li-ama-in-un-anno-vengono-ascoltati-in-media-18-libri-a-persona" data-post-id="2619050555" data-published-at="1781525618" data-use-pagination="False"> L'Italia li ama: in un anno vengono ascoltati in media 18 libri a persona Due cuffiette, la testa penzoloni, nelle orecchie i bassi, altissimi, di una qualche musica orrenda. Quando la metropolitana schiude le proprie porte, lo scenario che si offre alla vista sembra sottratto alle pagine di Ray Bradbury, a Fahrenheit 451. I giovani, gli anziani, i lavoratori, gli studenti se ne stanno accatastati l'uno sull'altro, con lo sguardo perso e, tra le mani, luccicante, il proprio smartphone. Gli occhi sono puntati chissà dove, a inseguire una fantasia privata. Nella testa, suona l'eco di quella che, non necessariamente, è una canzone pop. Capita, infatti, che, tra i pendolari con le cuffiette alcuni scelgano di sostituire alla musica un audiolibro. Il racconto di un classico, la cronaca angosciante di un noir, un saggio. Le indagini di mercato hanno rivelato che l'Italia è tra i Paesi che più ama gli audiolibri, nati con il boom degli anni Ottanta e arrivati alla massificazione grazie al progresso tecnologico. La media nostrana di titoli ascoltati in un anno si aggira attorno ai 18,1, un punto (o quasi) al di sopra della media mondiale. Il che significa che, nonostante l'allarme Istat, secondo cui solo il 40,3% della popolazione avrebbe letto un libro cartaceo (sia pure di ricette) nel corso dell'ultimo anno, un filo rosso che ancora unisce l'Italia al piacere della lettura esiste. E il merito di averlo scovato, probabilmente, va accordato a piattaforme online e case editrici digitali. Audible, nata nel 1995 perché uno scrittore famelico potesse ingurgitare della buona letteratura durante le proprie sedute di jogging, è passata nel 2008 sotto l'egida di Amazon. E, negli anni, ha accumulato circa 13.000 titoli. Oggi, tra romanzi, podcast e poesie, ne offre 5.000 in lingua italiana, accessibili, tutti, alla cifra di 9,99 euro al mese. Si paga, e, come su Netflix, si ascolta quel che si vuole, quando si vuole, dove si vuole. La formula, cosiddetta dell'all you can listen, ha come unica condizione l'accesso a una rete Internet, che permetta lo streaming audio dei libri preferiti. Su Amazon Audible se ne contano svariati. C'è l'intera saga di Harry Potter di J. K. Rowling letta da Francesco Pannofino, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa letto da Toni Servillo, Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald letto da Claudio Santamaria. E poi ci sono una serie di grandi classici e capolavori editi, quasi tutti, dalla Emons. A differenza di Audible, Emons è una casa editrice tradizionale il cui lavoro consiste nell'individuare il romanzo da trasformare in audiolibro, comprarne i diritti e affidarne la lettura a un lettore professionista. Un attore, di solito. «Un capolavoro, se letto male, perde tanto. La voce, quindi, è importante quanto il contenuto», spiega Sergio Polimene, direttore editoriale della Emons. «Solitamente siamo noi, attraverso una disamina del tipo di voce che reputiamo necessaria per la lettura del testo, a individuare l'attore giusto. Capita, però, che siano gli attori a proporsi. Qualcuno, ha un libro del cuore. Qualche altro, desidera impersonare un dato capolavoro. Allora, ci chiamano: “Scusate se mi permetto, ma se voleste inserire quello o quell'altro romanzo nel vostro piano editoriale, io sarei ben contento di partecipare". I classici più contesi sono stati Il nome della rosa di Umberto Eco, letto infine da Tommaso Ragno, e Pastorale americana di Philip Roth, per cui abbiamo scelto Massimo Popolizio». Spesso un attore ha un richiamo spesso maggiore di quello che si può accordare a un libro. «Ci sono testi, come Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Emilio Gadda, letto da Fabrizio Gifuni, che scoraggiano il lettore per via di una complicanza, insieme, linguistica e testuale». Talvolta, però, capita che l'attore scelto sappia vincere la riluttanza dell'acquirente, convincendolo a comprare l'audiolibro, venduto da Emons, in libreria e online, sotto forma di cd o Mp3. «A dicembre lanceremo la nostra app, che, a differenza di Audible, non sarà in abbonamento. Si potranno comprare e scaricare, direttamente su smartphone o tablet, i nostri prodotti, che continueranno a essere venduti anche in libreria. L'ambizione è quella di raggiungere un pubblico quanto più ampio possibile, un pubblico che comprenda anche le persone non avvezze alla tecnologia». E i giovani, sui quali Emons, insieme con Audible e Storytel, app scandinava arrivata in Italia nel luglio 2018, con 1.800 titoli in italiano e abbonamenti mensili a 9,99 euro, possono avere una funzione quasi salvifica. «L'abitudine dei ragazzi a tenere le cuffiette rende più semplice veicolare un romanzo, un saggio o qualcos'altro. Molti insegnanti ci hanno ringraziato, perché, specie nei bambini, l'ascolto serve come invito alla lettura», spiega ancora Polimene, annunciando che, sulla scia del fenomeno americano, la Emons comincerà a produrre anche audioserie originali, «lette da grandi attori e scritti da grandi autori». «Un paio di queste sarebbero già adattabili a una serie televisiva. Noi ci speriamo, ma audio first», chiude il direttore editoriale prossimo a lanciare Le Metamorfosi di Ovidio, lette dal compianto Vittorio Sermonti, e La famiglia Karnowski di Israel Joshua Singer, con la voce di Paolo Pierobon. Perché, nonostante il noir sia il genere più amato, i classici, ancora, si difendono bene. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pezzo-casiraghi-2619050555.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-tradizione-orale-risale-a-omero" data-post-id="2619050555" data-published-at="1781525618" data-use-pagination="False"> «La tradizione orale risale a Omero» Tommaso Ragno è tra gli esempi più fulgidi del binomio attore-audiolibro . Il primo romanzo, Il Ritratto di Dorian Gray, si è trovato a leggero nel 2006 all'interno di Ad alta voce, su Rai Radio3, dove ha potuto coronare il suo sogno. «Da adolescente, sono cresciuto in un mondo dove le possibilità di distrazione erano irrisorie». Internet non c'era, la televisione un plus. «Allora, amavo sentire alla radio che suono prendessero le parole, le frasi di un autore. Alcuni, li chiamo “incantatori" e li immagino così, intenti a soggiogare ignari lettori con la musica, flautata, dei sapera indiani. Negli anni, mi hanno incantato romanzieri e poeti. Lavorare con la voce è una fortuna che, da ragazzino, non mi ero spinto a considerare». Ragno, prete ambiguo e perverso nel Miracolo di Niccolò Ammaniti, ha imparato a muoversi con disinvoltura tra i diritti del lettore, così come li ha enumerati Daniel Pennac in Come un romanzo, e la filmografia di Ingmar Bergman. Ha fatto cinema, tv, teatro. E ha interpretato 13 libri. L'ultimo, per la Emons, è Oliver Twist. Come si prepara? «Mi affido allo stesso criterio di cui parla Vladimir Nabokov nelle Lezioni di letteratura. Questi sostiene che, sebbene si legga con la mente, la sede del piacere artistico stia tra le scapole. Non serve a nulla leggere se non si fa con la schiena, se non si riesce a provare, o indurre, quel brivido, quel fremito fisico che sembra percorrere per intero la spina dorsale. Quando leggo, cerco di restituire un piacere del tipo descritto da Nabokov, e spesso, nel farlo, mi domando se ascoltare equivalga a leggere». Cosa si risponde? «Credo dovrebbe essere così. Leggere, a suo modo, è una forma di ascolto. E spesso, nella lettura ad alta voce, si scoprono cose che a una lettura individuale erano sfuggite». L'Istat ha dipinto il quadro di un'Italia che legge sempre meno. Gli audiolibri hanno una funzione didattica? «Non saprei. Ma la tradizionale orale, storicamente, è venuta prima di quella scritta. È stata la parola scritta, in qualche modo, a uccidere la parola detta. Con gli audiolibri si lavora su una cosa che è primaria, il leggere ad alta voce. La lettura per sé è frutto di un'acquisizione avvenuta secoli dopo Omero e i cantastorie greci». Quando legge ad alta voce, lo fa per sé o per gli altri? «Per entrambi. Leggo per me stesso e, al contempo, immagino di leggere nell'orecchio a un soggetto immaginario. È un'esperienza intima, la lettura, capace di metterti in rapporto con la tua solitudine di essere umano». Che preparazione serve? «Dipende dal libro, tendenzialmente cerco di fare una prima lettura. Leggere è anche rileggere. Ci sono parti di immediata percezione e parti più complicate. Cerco di non soffermarmici. Voglio che come prima cosa non sia sospeso il piacere della lettura, sia quando leggo per me, sia quando leggo ad alta voce». Libri ostici? «Alcuni mi hanno fatto penare. Il pendolo di Foucault è stato tra questi. Mi è parso che qualcosa sfuggisse alla mia comprensione. Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini ha dei momenti meravigliosi, altri più difficili, da non dire, quasi». Qual è stato il libro che più l'ha segnata? «Ogni fase della vita ne ha uno. Ricordo, avevo 30 anni, di aver letto Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust e di averlo trovato fondamentale. Senza Proust, i film di Andrej Tarkovskij, quelli di Theo Angelopoulos, la mia vita non sarebbe la stessa». Leggere, però, a volte è estremamente complicato. «La lettura non è sempre un piacere. A volte, è una rottura. Quando, nel 2016, ho letto per Emons Il nome della rosa, ho creduto di non poter sopravvivere alle descrizioni di Umberto Eco. Ho dovuto trovare l'azione dentro la porta di una biblioteca, nel potere temporale della Chiesa». Cosa sta leggendo oggi? «Tieni ferma la tua corona di Yannick Haenel». Quanti libri legge in un mese? «Non saprei. Dipende dagli impegni. Uso tablet, Kindle. Mi porto appresso libri che magari non riesco nemmeno a leggere solo per il piacere feticistico di averli appresso. E, quando in metropolitana vedo un passeggero con un libro in mano, capace di trovare tra tanti la propria solitudine, mi lascio colpire. In questi tempi in cui niente dura, trovare qualcuno capace di concentrarsi più di due secondi è sempre più raro». Di quale romanzo vorrebbe fare un audiolibro? «Il teatro di Sabbath di Philip Roth».
Nel riquadro la copertina del libro di Nicoletta F. Prandi, «Fuori controllo» (iStock)
Il governo cinese avverte che smartwatch, auricolari e altri oggetti indossabili possono diventare una minaccia per la sicurezza nazionale. E nel frattempo la Cia annuncia il primo rapporto d’intelligence scritto autonomamente dall’intelligenza artificiale. Le Nazioni Unite discutono di Ia militare. Il cielo, intanto, si popola di satelliti, sensori, data center in orbita.
È da qui che bisogna partire per leggere e raccontare Fuori controllo, l'ultimo libro di Nicoletta F. Prandi. Non dobbiamo iniziare da una generica paura delle macchine, ma da un fatto più concreto: la tecnologia che compriamo per comodità, salute, gioco o compagnia può trasformarsi in una infrastruttura di sorveglianza.
Il libro attraversa molti territori. Dalla dipendenza digitale ai chatbot, dalla manipolazione emotiva alla regolazione fino alla democrazia. Ma il suo centro più forte è nei capitoli 2 e 3, dove l’autrice sposta il discorso dall’uso individuale dell’intelligenza artificiale al suo impiego strategico. Qui l’Ia non è più soltanto un assistente che scrive testi, risponde alle domande o consola utenti soli e problematici. Diventa un’arma cognitiva. Uno strumento capace di osservare, profilare, persuadere, reclutare.
Il capitolo “Dal polonio al veleno digitale” dice già molto. Lo spionaggio del Novecento era fatto di intercettazioni, pedinamenti, agenti doppi, microfilm, veleni. Quello contemporaneo lavora su un materiale più sfuggente: attenzione, emozioni, opinioni, vulnerabilità. Non mira necessariamente a eliminare un nemico. Può bastare alterarne la percezione, orientarne le scelte, inserirlo in un ambiente informativo costruito su misura.
È qui che Prandi introduce una delle immagini più efficaci del libro: la giornata tipo di una spia virtuale. Non un agente in impermeabile, ma un sistema di intelligenza artificiale che scandaglia fonti aperte, profili social, conversazioni pubbliche, tracce digitali. Cerca segnali di frustrazione, ambizione, solitudine, debolezza economica, risentimento. Poi adatta il linguaggio, costruisce familiarità, misura le reazioni. La spia non forza una porta. Entra nella mente per approssimazioni successive.
Il punto non è stabilire se questo scenario esista già in quella forma compiuta. Il punto è che i suoi ingredienti sono già disponibili. I dati ci sono. I modelli linguistici anche. Le tecniche di persuasione sono note. Le piattaforme hanno abituato miliardi di persone a raccontarsi, cercare conferme, chiedere consigli, esporsi. L’intelligenza artificiale aggiunge scala, velocità e mimetismo.
Da qui nasce la nuova guerra cognitiva, che nel libro viene letta soprattutto attraverso il confronto fra Stati Uniti e Cina. Washington ha il vantaggio dell’ecosistema privato: piattaforme, cloud, università, big tech, industria della difesa. Pechino dispone di un’altra forza: integrazione fra Stato, aziende, manifattura, hardware, sorveglianza e robotica. Da una parte il mercato; dall’altra il coordinamento. In mezzo, le democrazie, costrette a difendersi senza diventare simili a ciò che temono.
È una delle domande più serie poste dal libro: fino a che punto una democrazia può usare strumenti di manipolazione per contrastare la manipolazione altrui? Se un algoritmo individua una persona fragile e la considera una potenziale fonte, siamo ancora nel campo dell’intelligence o siamo entrati in quello della predazione psicologica?
Il capitolo 3 rende il quadro ancora più inquietante perché lo porta dentro la vita quotidiana. Robot, device e giochi non sono più semplici oggetti. Sono sensori. L’Ia più pervasiva, suggerisce Prandi, non sarà quella visibile nella finestra di una chat. Sarà quella che smetteremo di notare: auricolari, occhiali, anelli, orologi, fasce per dormire, dispositivi per meditare, robot domestici, giocattoli intelligenti.
È la sorveglianza con il volto della comodità. Paghiamo per essere misurati. Vogliamo dormire meglio, correre meglio, respirare meglio, studiare meglio. In cambio cediamo dati sempre più intimi: battito, voce, posizione, sonno, stress, umore, attenzione. Il vecchio consenso informato appare insufficiente. Non basta più accettare una privacy policy se ciò che viene raccolto non è soltanto un dato, ma un indizio della nostra condizione mentale.
La parte sui giocattoli intelligenti è forse la più inquietante. Un peluche o un robottino dotato di Ia può parlare con un bambino, rispondere, ricordare, consolare, indirizzare. Ma può anche raccogliere conversazioni, generare dipendenza, trasmettere valori, incorporare propaganda. Quando l’ideologia entra nel giocattolo, la guerra cognitiva scende all’altezza di una cameretta di un bambino.
Prandi insiste su un punto decisivo: i bambini non hanno ancora gli strumenti per distinguere una relazione da una simulazione di relazione. Se un oggetto li chiama per nome, li ascolta, li gratifica, li intrattiene senza stancarsi, quel dispositivo non è più soltanto un prodotto. È un ambiente educativo privato, opaco, commerciale.
Il discorso sui robot domestici e umanoidi chiude il cerchio. Qui la Cina appare in vantaggio non solo per ambizione politica, ma per capacità industriale. Sensori, batterie, motori, catene di fornitura, fabbriche, dati del mondo fisico: sono questi gli elementi che permettono all’intelligenza artificiale di uscire dallo schermo ed entrare nello spazio. Un chatbot può persuadere. Un robot può ascoltare, muoversi, mappare una casa, interagire con corpi e oggetti.
È questa la forza di Fuori controllo: mostrare che la questione dell’Ia non riguarda solo server remoti e grandi laboratori. Riguarda il polso, l’orecchio, il salotto, la camera dei figli. La geopolitica non passa soltanto dai semiconduttori e dai cavi sottomarini. Passa anche dall’aspirapolvere che disegna la pianta di casa, dall’orologio che conosce il nostro battito, dal giocattolo che risponde a un bambino.
Il libro ha un tono allarmato, talvolta volutamente incalzante. Ma il suo merito è non fermarsi alla denuncia. La domanda che pone è politica: quale parte della nostra autonomia siamo disposti a cedere in cambio di efficienza, conforto, intrattenimento?
Nelle conclusioni, “Il cielo stellato sopra di me”, Prandi allarga lo sguardo allo spazio, alla difesa, all’uso militare dell’intelligenza artificiale. Dal chatbot al satellite, dal peluche alla portaerei, il filo è sempre lo stesso: il controllo non si perde tutto insieme. Si consegna un pezzo alla volta.
La spia del futuro, suggerisce questo libro, potrebbe non entrare di nascosto. Potrebbe arrivare in una scatola elegante, con un’app da scaricare e una promessa di benessere. E siamo stati semplicemente noi a volerla e a comprarla.
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Un momento delle proteste di piazza registrate negli Usa contro l’IA (Getty Images)
Due mesi fa il manifesto anti-IA di Daniel Moreno-Gama, in cui il ventenne dichiarava ai suoi amici di voler uccidere Sam Altman, co-fondatore e amministratore delegato di OpenAI (la società di intelligenza artificiale che ha sviluppato ChatGpt). Poi, l’assalto ravvicinato con una bottiglia molotov contro la villa del manager a San Francisco. Meno di quarantotto ore dopo, colpi di pistola contro la stessa abitazione di Altman, esplosi da due giovani fuggiti poi a bordo di un’auto. Cinque mesi prima, gli ingressi della sede di OpenAI erano stati bloccati ai dipendenti dopo le minacce di morte del ventisettenne Sam Kirchner, militante della linea dura dell’attivismo tecnologico, che ha fondato nel 2024 il gruppo radicale Stop AI insieme al quarantacinquenne Guido Reichstadter, lasciandosi alle spalle la precedente esperienza nella rete internazionale Pause AI.
Si respira, insomma, un clima di forte tensione negli Stati Uniti, che rispecchia lo scetticismo dell’opinione pubblica americana contro l’IA: il Pew Center rileva preoccupazione diffusa, Gallup evidenzia che il 97% dei cittadini esige regole governative più severe mentre per Nbc News il 57% vede i rischi della super intelligenza superiori ai benefici. Nel mondo, il dissenso è di fatto diviso in due correnti: da un lato l’opposizione pragmatica dei più giovani, focalizzati su questioni prosaiche come la tutela del lavoro, il diritto d’autore e la sostenibilità climatica dei data center; dall’altro la posizione etica del Papa, incentrata sulla salvaguardia della responsabilità umana e sulla necessità che la tecnologia resti al servizio dell’uomo.
Quel che è certo è che il rapido sviluppo dell’Intelligenza artificiale ha definitivamente varcato i confini della Silicon valley per riversarsi nelle strade e nel dibattito politico globale. Ciò che inizialmente sembrava un confronto tecnico confinato ad accademici si è trasformato in una complessa battaglia sociale di portata storica, che vede in prima linea un fronte di tecnologi che paventano anche lo scenario estremo: l’«estinzione della specie umana». Altman ha pensato bene di sparigliare proponendo, pochi giorni fa, di vendere l’IA su un contatore, come acqua o elettricità, definendola un’utilità pubblica a pagamento, vista la potenza computazionale che consuma. Un’ipotesi che paradossalmente aiuterebbe i cittadini a gestirla meglio?
Per comprendere come si articola il dissenso internazionale occorre mappare le sue tre sigle principali, a partire dalla frangia più intransigente di Stop AI, che rifiuta i limiti legali e adotta la disobbedienza civile per imporre un bando totale sull’IA, considerata una minaccia per la civiltà. Le azioni sul campo, che hanno conquistato le prime pagine dei media internazionali quanto quelle dei paladini dell’emergenza climatica, includono scioperi della fame davanti a colossi come Google DeepMind e Anthropic o interruzioni di convegni.
Su posizioni più moderate e legalitarie si colloca, invece, PauseAI, fondata a Utrecht nel 2023 da Joep Meindertsma. I militanti si definiscono «tecno-ottimisti» fiduciosi nel «potenziale medico dell’IA» (quello della cura di massa, anziché della cura su misura del singolo, ndr) ma terrorizzati dall’assenza di controllo pubblico sulla sua evoluzione. Guidata negli Usa dalla biologa di Harvard Holly Elmore e nel Regno Unito dal ricercatore di Oxford Joseph Miller, la rete globale organizza soltanto proteste pacifiche e rifiuta nettamente le derive radicali.
All’opposto delle barricate stradali agisce anche ControlAI, l’ala più istituzionale della sicurezza informatica. Il gruppo preferisce le pubbliche relazioni e il lobbismo normativo, organizza campagne mediatiche d’impatto e cerca di indurre i parlamentari a firmare dichiarazioni sui rischi sistemici dell’IA.
Nell’arena politica, il dissenso sta cambiando pelle: l’opposizione all’IA è ormai diventata un tema centrale ed elettorale, seppur trasversale. Il governatore repubblicano della Florida, Ron DeSantis, ha proposto una «Carta dei diritti» sull’IA per tutelare i cittadini affinché siano informati quando interagiscono con l’Intelligenza artificiale, si forniscano controlli parentali sui chatbot e si pongano limiti all’uso dell’IA nella consulenza psicologica. Ma anche il democratico Bernie Sanders è favorevole a una moratoria, al contrario del suo collega dem Josh Shapiro, promotore di massicci investimenti infrastrutturali. Quanto alle risorse economiche che muovono la complessa macchina del dissenso, arrivate finora da canali differenti (donazioni spontanee, fondi del Future of life institute), oggi la sponda politica più concreta arriva dai partiti, pronti a scommettere sulle proteste locali e cavalcarle in vista delle prossime elezioni.
Contestazioni anche nel mondo accademico: a Oxford Michael Wooldridge denuncia i pericoli dell’IA, John Lennox ci vede un «capitalismo di sorveglianza», Nick Bostrom avverte sul rischio esistenziale e Mariarosaria Taddeo ne critica l’uso militare. Geoffrey Hinton, premio Nobel per la Fisica e uno dei padri fondatori del deep learning, ha firmato con oltre 200 accademici un appello formale all’Onu per stabilire linee rosse internazionali.
Il professor Mauro Lubrano dell’Università di Bath ha paragonato l’attivismo delle giovani generazioni contro l’IA al luddismo ottocentesco: gli operai non rifiutavano la tecnologia ma l’introduzione incontrollata che stravolgeva le loro vite; inascoltati, ricorsero alla violenza. Per il docente, l’IA usata in guerra, sul lavoro e nel controllo sociale consolida oggi una pericolosa oligarchia tecnologica.
E siamo sicuri che in questa contesa avranno sempre più peso i report sulle conseguenze per il mondo del lavoro. L’ultima fotografia l’ha scattata l’International Labour Organization ed è stata ripresa da Consumers’ Forum (ente indipendente di associazioni dei consumatori e imprese). Evidenzia come il 25% dell’occupazione globale rientri in professioni potenzialmente esposte all’IA - 1 posto di lavoro su 4 è a rischio - e come ad oggi gli algoritmi abbiano provocato 425.000 licenziamenti.
A questa mobilitazione laica si è affiancata una profonda riflessione della Chiesa cattolica. Nella sua recente enciclica, papa Leone XIV ha affrontato lo sviluppo algoritmico sollevando il tema cruciale della responsabilità delle scelte umane. Il pontefice, secondo il quale l’IA non è moralmente neutra, ha messo in guardia l’umanità contro l’illusione di oggettività e la simulazione della comunicazione umana, denunciando il rischio che settori vitali come il lavoro, il credito, l’accesso ai servizi sociali e la reputazione personale vengano totalmente affidati a sistemi automatizzati che occultano la responsabilità etica delle decisioni. L’Italia non è rimasta immune da questa ondata di attivismo algoritmico, sebbene nel contesto nazionale non si registrino manifestazioni violente. La presenza più significativa sul nostro territorio è rappresentata dalla sezione ufficiale di PauseAI Italia, che punta all’AI Act e su una moratoria internazionale. Una forte resistenza sindacale e legale si concentra invece sulla tutela del lavoro e del copyright con le associazioni di editoria, arte e doppiaggio schierate contro il Web scraping non autorizzato.
La partita sul futuro della tecnologia dimostra, insomma, che la sfida non si gioca più a colpi di codice nella Silicon valley, ma è diventata una complessa contesa sociale che ridefinirà le prossime partite elettorali. E soprattutto i confini della civiltà occidentale.
«Utilizzare oppure no l’algoritmo resta sempre una scelta da umani»
«Usare o meno l’IA è, in sé, una decisione». Oxford ospita diverse voci critiche contro l’Intelligenza artificiale, ma è anche la base del professor Alberto Giubilini, vicedirettore dei corsi d’insegnamento presso l’Istituto Uehiro di Oxford e coordinatore del team locale del progetto Cavaa, finanziato dall’Unione europea, che indaga proprio sulle implicazioni etiche della consapevolezza dell’Intelligenza artificiale.
Si parla di «rivoluzione silenziosa dell’IA»: gli individui stanno rinunciando alla capacità di decidere, come sostiene Papa Leone XIV?
«È vero che in un contesto in cui gran parte dei cittadini utilizza l’IA, c’è una forma di pressione a usarla per non “rimanere indietro”. Ma questo riguarda e ha storicamente riguardato molte altre tecnologie. Non credo che ciò che l’IA minacci sia la capacità di decidere: ci sono altri problemi, come la perdita di creatività individuale e collettiva, il rischio dell’uniformità di pensiero quando l’IA entra nella sfera delle questioni morali, o il senso (falso) di deresponsabilizzazione che si potrebbe avere quando si delega all’IA».
Perché lo definisce «falso»?
«Perché l’IA mette chi decide di fronte alla possibilità che ci siano conseguenze non previste ed errori esattamente come succede quando non la si usa. Di queste due opzioni, sono sempre gli umani i responsabili, decidendo se usare o no l’Intelligenza artificiale».
Oggi l’opposizione all’IA sembra viaggiare su due binari distinti: da un lato c’è la critica di papa Leone XIV, dall’altra quella portata avanti dai gruppi di opposizione che hanno rivendicazioni più contingenti. Non trova sorprendente che la riflessione più incisiva sia stata formulata da un’autorità spirituale?
«Non so se la critica del Papa sia più “incisiva” delle altre. Il pontefice ha un ruolo culturale e istituzionale che richiede attenzione a certi questioni e altri gruppi (ad esempio, gli ambientalisti) danno attenzione ad altre. Credo che siano tutte importanti, ma si riferiscono a problemi diversi. Le vedo più in sinergia che non in contrapposizione o gerarchia».
L’insorgente dissenso sociale verso l’IA esprime un’autentica resistenza etica a tecnocrazia e meccanicismo o piuttosto la declinazione 3.0 di quella retorica propria delle giovani generazioni, storicamente inclini alla contestazione?
«Credo che in parte non sia niente di nuovo: ci sono sempre gruppi che oppongono innovazioni tecnologiche radicali. C’è un elemento di retorica apocalittica, ma ci sono altre ragioni e preoccupazioni. Credo sia difficile raggruppare l’opposizione all’IA in un fenomeno unitario. L’opposizione può arrivare da retroterra culturali e politici diversi. È un po’ come l’opposizione ai vaccini o alla medicina più in generale: a volte l’opposizione arriva da ambienti più libertari-conservatori scettici verso i proclami della scienza, altre da gruppi più progressisti scettici verso Big Pharma o inclini a stili vita “naturali”. Anche qui, niente di nuovo, credo».
La repressione del dissenso sull’IA potrebbe alimentare un risentimento sotterraneo e comportamenti ancora più violenti, come suggerisce il professor Lubrano?
«Repressione e coercizione tradizionalmente esasperano gli animi. È un equilibrio delicato quello fra il mantenere ordine pubblico e un dibattito civile da un lato, e rispettare libertà di parola e manifestazione del dissenso dall’altro. Di nuovo, mi pare una questione molto più vecchia dell’IA».
Quale strategia legislativa ritiene capace di dare denti e sostanza ai principi etici sull’IA, riuscendo nell’impresa di non scadere nell’inefficacia?
«Credo sia importante affrontare la questione della responsibilità individuale per le conseguenze dell’uso dell’IA. Ed è importante evitare il rischio che, sia a livello etico che a livello legale, una persona possa dire “è stata l’IA, non è colpa mia”. Questo tipo di affermazione non è giustificata, ma c’è il rischio che la si prenda per buona. Credo la priorità della legge sia quella di chiarire che l’uso dell’IA non deresponsabilizza. È anzi vero il contrario».
Ritiene che la libertà dei singoli possa essere più minacciata dall’uso incontrollato dell’IA o da una sua rigida regolamentazione?
«L’uso incontrollato, da parte di qualcuno, di ogni tecnologia rischia sempre di interferire con la libertà altrui, perché la mancanza di controlli dà il potere di danneggiare altri. Ma credo nessuno sostenga che l’IA debba essere “incontrollata”. La rigida regolamentazione può prevenire questa situazione, ma al rischio di limitare troppo la mia libertà di accedere alla tecnologia».
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Marco Arenare
Partiamo quindi dall’inizio. Come mai ha scelto di diventare un incursore della Marina militare italiana?
«Sono nato a Policastro Bussentino, nel Cilento, dove il mare e il fiume Bussento erano il nostro campo giochi. Da ragazzini, alla foce del fiume, ci hanno avviato alla canoa: accompagnavamo i turisti nelle escursioni e con quel poco ci pagavamo le trasferte per le gare. Da lì la maglia azzurra e un argento ai Mondiali Junior del 1990. Poi la leva in Marina, sulla fregata Scirocco. Alla Spezia, in un capannone del centro sportivo, trovai un vecchio kayak olimpico in legno, impolverato e destinato alla distruzione: chiesi di poterlo sistemare e, pezzo dopo pezzo, lo riportai in acqua. In quel gesto c’era già tutto: la cura delle cose, la pazienza, il non arrendersi davanti a ciò che sembra finito. Quando mi parlarono degli incursori del Varignano risposi che prima dovevo vincere il concorso per sottufficiali: una cosa per volta. Così è stato. Poi il 46° corso Incursori e il Basco Verde. Non cercavo un lavoro, cercavo una vocazione: stare dove la selezione è più dura, al servizio del Paese».
Com’è stata l’esperienza dell’addestramento?
«Il percorso per diventare incursore è lungo e durissimo: su tanti che ci provano, pochissimi arrivano in fondo. Non si cerca il superuomo: si cerca chi non molla quando il corpo dice basta. Nuoto da combattimento, immersioni, paracadutismo, tiro, esplosivi: ogni fase toglie il superfluo e lascia solo l’essenziale. Ma la vera lezione è mentale: impari che il limite è quasi sempre più lontano di dove credi che sia. E impari l’umiltà, perché al Varignano c’è sempre qualcuno più bravo di te da cui rubare il mestiere. L’addestramento, poi, non finisce mai: in trent’anni non ho smesso di studiare, dai corsi fatti negli Stati Uniti accanto ai reparti speciali americani fino a quelli per imparare a guidare le persone e le organizzazioni, seguiti negli ultimi anni in Nato. L’operatore che smette di imparare è un operatore che ha già perso».
Quali missioni ha svolto all’estero e quale è stata la più difficile?
«Ho servito per tre decenni nel Gruppo operativo incursori, in operazioni nazionali e internazionali in diversi teatri, e per un periodo sono stato distaccato nei reparti speciali della Marina americana, i Navy Seal, lavorando fianco a fianco con loro. Molti dettagli, per riservatezza, non si possono raccontare. Posso parlare di due episodi a Herat, in Afghanistan, perché le motivazioni delle decorazioni sono pubbliche. Il primo: un’operazione contro il terrorismo per la liberazione di ostaggi, conclusa con 31 persone liberate, tra cui sei italiani. Il secondo, durante l’operazione Maashin IV: nel corso di violenti combattimenti un mio commilitone è stato ferito gravemente; l’ho raggiunto, ho messo in sicurezza la zona e gli ho prestato le prime cure. È stata la missione più difficile, non per il pericolo in sé, ma perché in quei momenti hai nelle mani la vita di un fratello. Tutto l’addestramento di una vita si comprime in pochi minuti. Le medaglie che ne sono seguite le sento come un riconoscimento al reparto, prima che a me».
Lei è stato anche soccorritore militare. Cosa significa fare il «medic» nelle forze speciali?
«Mi sono qualificato come paramedico delle forze speciali alla scuola di medicina militare dell’esercito americano, e ho applicato sul campo le procedure di soccorso in combattimento. Il soccorritore è l’assicurazione sulla vita della squadra: devi essere un operatore completo, capace di combattere come gli altri, ma quando qualcuno cade tocca a te. È come fare il medico del pronto soccorso, ma di notte, sotto il fuoco e con il solo materiale che ti porti addosso. La differenza tra la vita e la morte si gioca nei primi minuti e nella qualità delle decisioni che prendi. È una responsabilità enorme, ma è anche il ruolo che più mi ha insegnato il valore della vita umana».
Com’è stata la transizione alla vita civile? Più difficoltà o più opportunità?
«Entrambe. Quando togli l’uniforme dopo trent’anni, la prima sfida è l’identità: non sei più il tuo grado e il tuo reparto, devi ridefinirti. Il mio ultimo incarico mi ha aiutato molto: dal 2019 al 2023 sono stato il consigliere sottufficiale più anziano nel quartier generale delle forze speciali della Nato, in Belgio, nell’ufficio che sviluppa le capacità dei reparti speciali marittimi di tutti i Paesi alleati. Lì ho lavorato a livello strategico e ho investito sulla mia formazione: corsi di organizzazione aziendale, di gestione e crescita delle persone, di preparazione mentale. Ho scoperto che ciò che impari nelle operazioni speciali, guidare uomini, pianificare, gestire il rischio, decidere sotto pressione, è esattamente ciò che manca a molte aziende. Anche qui ho applicato la regola di sempre: una cosa per volta. La transizione è difficile se la subisci, è un’opportunità se la pianifichi come una missione».
Cos’è Novamas?
«Novamas Global è la società che ho fondato. Siamo veterani e ci vediamo come un ponte tra l’industria e chi opera sul campo. Da una parte aiutiamo Forze armate e Forze dell’Ordine ad analizzare le proprie esigenze e a scegliere i materiali giusti, con consulenza, forniture e formazione avanzata: ciò che proponiamo lo abbiamo usato o messo alla prova di persona. Dall’altra affianchiamo le aziende che vogliono capire meglio l’ambiente militare, per costruire prodotti davvero aderenti a chi li userà. Il nostro chiodo fisso è perfezionare l’integrazione tra l’operatore e lo strumento: la tecnologia migliore vale poco se non è costruita intorno all’uomo che la impiega. Lavoriamo molto anche sulla difesa contro i droni. Per noi è un modo di restituire qualcosa alla comunità che ci ha formati».
Com’è cambiata la guerra di oggi?
«Il campo di battaglia sta diventando una casa di vetro: satelliti, droni e sensori vedono tutto, sempre. Nascondersi è sempre più difficile e ciò che viene visto può essere colpito in pochi minuti. Non è uno scenario futuro: sta succedendo adesso, e l’Ucraina è il laboratorio di questa trasformazione. La seconda rivoluzione è una sfida tra Davide e Golia: un piccolo drone da poche centinaia di euro, poco più di un giocattolo modificato, può distruggere un carro armato da milioni. La terza, che per la mia esperienza è la più importante, è la velocità con cui bisogna adattarsi: tattiche e contromisure cambiano nel giro di settimane, non di anni. Chi non regge questo ritmo è già sconfitto».
Quanto contano i droni e come ci si difende?
«I droni sono ormai dappertutto: osservano, colpiscono, guidano il fuoco dell’artiglieria, trasportano rifornimenti, e cominciano a muoversi in sciami coordinati, come stormi di uccelli. E la minaccia non riguarda solo i campi di battaglia: aeroporti, infrastrutture e grandi eventi sono vulnerabili anche in tempo di pace, come dimostrano le incursioni che si stanno verificando sui cieli europei. Difendersi, a mio avviso, funziona come proteggere una casa: prima serve l’allarme che si accorge dell’intruso, cioè antenne e radar che rilevano il drone; poi la telecamera che lo riconosce e capisce se è una minaccia; infine, l’intervento che lo ferma, accecandolo, cioè interrompendo il collegamento con chi lo guida e il segnale satellitare che lo orienta, oppure abbattendolo. Non esiste una soluzione unica: serve un sistema a più strati e, soprattutto, persone addestrate a usarlo. È uno dei campi su cui con Novamas lavoriamo ogni giorno».
La domanda da un milione di dollari: come immagina le guerre di domani?
«Premetto che è un parere personale, maturato sul campo e negli anni in Nato: nessuno ha la sfera di cristallo, e il futuro della guerra è già in atto sotto i nostri occhi. Viviamo in un’epoca di sovrabbondanza di informazioni, e il campo di battaglia non fa eccezione: ogni sensore, ogni drone, ogni satellite riversa fiumi di dati nei posti di comando. La vera sfida non è più raccogliere informazioni, è filtrarle: separare ciò che conta dal rumore e decidere nel più breve tempo possibile. Come negli scacchi giocati a tempo: vince chi trova la mossa giusta più in fretta dell’avversario. È la superiorità decisionale, e l’intelligenza artificiale sta già dando ai comandanti questo vantaggio, comprimendo in secondi analisi che fino a ieri richiedevano ore. E non esisteranno più una guerra di terra, una di mare e una di cielo separate: terra, mare, cielo, spazio e mondo digitale stanno diventando un unico campo di battaglia, con macchine sempre più autonome e uomini sempre più protetti e decisivi. Ma la tecnologia cambia il volto della guerra, non la sua natura: alla fine contano sempre la volontà, l’addestramento e i valori di chi combatte. Per questo continueranno a servire professionisti seri e silenziosi. La macchina calcola, ma la responsabilità di decidere resta umana. Almeno per ora».
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