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2018-06-22
«Perfino la Germania ha un progetto per abbandonare la moneta unica»
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Mentre Angela Merkel è alla prese con la pesante questione migranti, che rischia di farla cadere e di condizionare la traballante costruzione europea, La Verità ha incontrato a Roma l'avvocato Bepi Pezzuli, presidente di Select Milano (organizzazione che ha l'obiettivo di rappresentare gli interessi italiani Oltremanica e dialogare con i rappresentanti della City di Londra), che ha rivelato l'esistenza di un presunto «piano B della Germania per uscire dall'euro».
Si tratta di un piano conosciuto da quanti operano nei marcati dei capitali. L'Ifo - l'Institute for economic research, il think tank conservatore vicino alla Cdu - ne sta parlando apertamente, e il piano B tedesco per l'uscita dall'euro è legato al tema di Target 2, cioè il sistema di pagamento intraeuropeo che gestisce la liquidità degli scambi nell'area euro. In Target 2, mentre l'Italia ha un saldo negativo, con un debito di circa 400 miliardi, la Germania ha un saldo attivo di 900 miliardi, quindi, in caso di crisi nella periferia dell'Eurozona o di crisi sovrane dell'Italia, questo credito di 900 miliardi tedesco verrebbe messo a rischio. Di conseguenza una delle ipotesi studiate dall'Ifo è appunto quella dell'uscita dall'euro, con relativo pagamento del saldo attivo di crediti che altrimenti andrebbero persi.
Se però fosse l'Italia a uscire prima dall'euro, la Germania ci rimetterebbe?
«Beh, in quel caso avrebbe da richiedere il credito all'Italia, ma se fosse la Germania a uscire prima, i saldi diverrebbero immediatamente pagabili».
Allora è questo il nodo fondamentale della questione?
«Su questo c'è stato addirittura l'inizio di un incidente diplomatico, poiché Mario Draghi (presidente della Bce ndr) aveva dichiarato, salvo poi fare marcia indietro, che in caso di uscita dall'euro i saldi di Target 2 diverrebbero immediatamente esigibili e liquidabili cash. A quel punto parte della stampa anglosassone rilevò che così si dava un incentivo a uscire dall'euro a Germania e Olanda che sono i grandi creditori nel sistema di Target 2».
Mario Draghi ha fatto marcia indietro, ma la norma è restata e quindi l'uscita dall'euro non è più un tabù?
«No, non lo è, tanto che la Germania sta lavorando per il drafting, cioè per una norma che possa essere inserita in quelle europee e disciplinare con modalità molto precise l'uscita di un Paese dall'euro».
Da quanto la Germania sta lavorando sul piano B?
«In realtà la Germania non è mai stata un avvocato dell'euro, nel senso che è stato voluto fortemente dall'allora cancelliere Helmut Kohl, che per poterlo ottenere dovette addirittura licenziare due banchieri centrali della Deutsche Bundesbank. La Germania infatti aveva sempre premuto per una sorta di “serpente monetario" con delle bande di flessibilità diverse da quelle degli anni Ottanta».
E chi spinse per l'euro?
«La Francia, perché dopo la riunificazione tedesca non si fece la federazione tra le due Germanie come voleva Parigi, ma si fece la riunificazione in uno Stato unico. Per pagare gli alti costi della riunificazione tedesca ed evitare l'iperinflazione nei lander (gli Stati federali, ndr) dell'Est, la Bundesbank portò i tassi di interesse all'11% dalla sera alla mattina, e quindi espulse dal sistema monetario europeo le due economie meno integrate con l'Ue, che erano l'Italia con la lira e l'Inghilterra con la sterlina. Per evitare che la Germania manipolasse i tassi di interesse di nuovo e contagiasse tutta l'Europa, la Francia insistette per fare la moneta unica».
Nel 2008, dopo la crisi, le cose sono un po' cambiate per la Germania?
«Sì, perché fino al 2008 la Germania era il grande malato d'Europa, poi con il governo Schröder si fecero riforme strutturali profonde e da allora la Germania è impegnata in una politica economica ferocemente mercantilistica che ha generato un grande surplus di bilancio. Gli squilibri da esso determinati cominciano a mordere anche la Germania medesima, perché il Paese non ha una domanda interna, non ha inflazione, i salari sono bassi, non ci sono investimenti nelle infrastrutture, non ci sono gli upgrade di tecnologia e quindi questo stato di squilibrio danneggia anche la Germania».
Quali sono i motivi?
«Uno è che Mario Draghi mantiene una politica di tassi negativi e sta di fatto danneggiando il risparmio privato tedesco. La banche tedesche hanno in pancia tanto risparmio tedesco per via del surplus, quindi l'euro per la Germania è un problema».
Alla luce di tutto questo, cosa potrebbe accadere in Europa?
«Le due economie che in questo momento hanno un problema con l'euro sono l'Italia e la Germania per motivi opposti. La Germania ha un problema più grosso, poiché per ragioni geopolitiche la Merkel è andata allo strappo con Donald Trump e con gli Stati Uniti, ed è in corso una guerra commerciale. La Casa Bianca, soprattutto il consigliere per il commercio internazionale Peter Navarro, già da tempo si lamenta dello stato dei rapporti commerciali e anno su anno si aggiungono circa 60 miliardi di deficit alle partite commerciali tra Usa e Berlino».
Come se ne esce?
«Washington ha suggerito una ricetta per la Germania: aumentare i salari, produrre politiche inflattive, fare maggiori investimenti pubblici per le infrastrutture, ma la Germania sembra non voler sentire. Anzi, al G7 di Messina la Merkel ha dichiarato che “sono finiti i tempi in cui l'Europa poteva contare sull'alleato americano, adesso noi dobbiamo guardare al mondo con occhi diversi". Questo per dire che la cancelliera sta giocando altre partire, che non necessariamente comprendono gli Stati Uniti».
Quali partite?
«La prima riguarda Nord stream, il gasdotto con la Russia che renderebbe la Germania il terminale per la distribuzione energetica in Europa. Come è evidente, qualcosa sta cambiando, ma nel frattempo l'Europa, intesa come Unione europea, non sta reagendo».
E l'Italia?
«Facendo parte della periferia dell'Eurozona, non può, essendo ingabbiata com'è nell'euro, produrre quelle riforme strutturali che necessitano della leva della flessibilità per rendere il Paese di nuovo competitivo».
In occasione della presentazione in Senato del suo libro L'altra Brexit (edizioni Milano Finanza), il sottosegretario ai Trasporti e alle infrastrutture Armando Siri ha parlato di un «sentimento atlantico» che il nostro Paese condivide con Gran Bretagna e Stati Uniti e, commentando l'uscita inglese dall'Unione europea, ha detto con una battuta: «Dopo la Brexit non è morto nessuno»…
«Concordo con Siri e aggiungo che la posizione internazionale dell'Italia, in ogni caso, non è in discussione. L'alleato storico dell'Italia è e resta l'America, ed esiste una condivisione di interessi con Londra. Se esiste un progetto di Eurasia che in qualche misura cambia il ruolo della Russia nei rapporti internazionali, questo è un ruolo che va perseguito dalla comunità degli Stati internazionali e non da uno Stato in maniera individuale, strappando con gli alleati storici».
Bepi Pezzulli
«L’area euro salterà. L’Italia ha il diritto di difendere sé stessa con un piano B»
Nel maggio del 2018 le cancellerie di tutta Europa discutono di un saggio pubblicato da un (fino ad allora) minuscolo sito di analisi. Il sito si chiama Scenarieconomici.it, ed è stato fondato, cinque anni prima, da un gruppo di sei amici tutti professori o esperti di economia. In quel mese Scenari passa da un record di 50.000 a 500.000 visite. Arrivano utenti da tutti i continenti del pianeta. Accorrono tutti per legge un lungo saggio - passa alla storia come «il piano B» - in cui si spiega come l'Italia potrebbe uscire dall'euro in un fine settimana. Inutile dire che il saggio, a più mani, è stato curato dall'animatore del sito, Antonio Rinaldi, insieme con amici autori. Gli chiedo: «Chi finanzia Scenari?». Lui scoppia a ridere: «Come chi? Noi». Chi paga i costi dei convegni. E lui: «Noi». Gli dico: «Non ci credo». E lui: «Caro Luca, questo sito, che ha avuto 17.000 attacchi o intrusioni informatiche, è gestito da un nostro amico che chiede come unico rimborso per le spese sostenute 750 euro l'anno. Quando facciamo un convegno, invece, mano alla saccoccia (in romanesco è il portafoglio, ndr) e quello che c'è da pagare si divide in quote uguali».
Pare incredibile ma il gruppo di professori e studiosi eccentrici e marginali, in questi cinque anni, e con questi due unici strumenti di comunicazione, è diventato il pensatoio di uno dei principali partiti di governo, il luogo di un pensiero egemone. Se provochi Rinaldi, su questi temi, minimizza. Ti spiega che loro sostengono tesi perfettamente assennate e razionali. Ad esempio l'incompatibilità e l'illegittimità del fiscal compact. Oppure il chiodo fisso della sovranità: «La nostra idea è semplicemente quella che bisogna rafforzare l'Italia per darle un giusto ruolo. La costruzione europea non può resistere con un'Italia debole. I veri europeisti siamo noi».
I no euro nel giugno del 2018 hanno trovato il conforto di una firma importante come Milena Gabanelli che ha scatenato un putiferio nella rete, sposando le loro tesi sull'insostenibilità del regime dei cambi. Le istituzioni nazionali - dicono - devono essere messe in grado di difendere il Paese. Mentre, sul famoso piano B, Rinaldi dice: «Se ci fosse un attacco militare pensi che non serva un piano di difesa? Sul piano monetario è la stessa cosa. È un rischio eventuale che deve essere calcolato». Dicono che un piano programmato in tre giorni è sospetto e furtivo. Rinaldi sorride ancora: «Non ho mai visto un piano di difesa pensato per svilupparsi nel corso di mesi». A lanciare la necessità di dotarsi di un piano B, ovviamente, è Paolo Savona, che lo ha spiegato con questo esempio: «Nessuno rimprovererebbe un progettista di navi per aver previsto le scialuppe a bordo. Nessuno direbbe a questo progettista che si augura il naufragio perché immagina una via di salvezza dalla catastrofe». Oggi Rinaldi è ancora più pessimista: «Temo che nel 99% delle possibilità ci sarà una rottura dell'euro per via di una nuova crisi monetaria dell'area euro, non per decisione autonoma dell'Italia». Se lo accusi di essere anti tedesco il professore sorride. Al contrario di molti economisti filomerkeliani lui la lingua di Johann Wolfgang Goethe la parla a casa: sua moglie è tedesca e per metà lo sono i suoi figli, Rodolfo e Antonio. «Proprio perché conosco bene i tedeschi quando vado in Germania», ripete Rinaldi, «non voglio essere considerato un parente povero. La nostra storia ce lo impone».
Rinaldi teme che uno scossone arriverà dalla fine della politica economica inaugurata da Mario Draghi alla Bce: «Se esiste il Qe», spiega, «vuol dire che la costituzione monetaria è una struttura instabile, che non riesce a trovare un equilibrio».
Per Rinaldi l'Italia è un malato con la flebo che continua a credere nel medico che sbaglia le diagnosi e che non gli spiega l'origine del suo male. Il piano B serve - sostiene - «perché ci saranno momenti di tensione».
Il nodo a suo avviso è tutto qui: «Tassi diversi e meccanismi di redistribuzione diseguali fanno sì che le disuguaglianze si allarghino. Le due velocità dell'Europa producono aree sempre più ricche e aree sempre più povere. Se non si corregge questo congegno siamo nei guai».
Rinaldi dice di aver iniziato il suo percorso euroscettico nel 2011, contemplando l'immagine degli anziani che frugavano nei cassonetti. E aggiunge di essere orgoglioso di essere considerato «pazzo e cialtrone» dai bocconiani dell'era Monti: «Sono ottusi, tutti uguali, sembrano fatti con lo stampino».
Oggi insegna finanza aziendale all'università Gabriele D'Annunzio di Pescara e alla Link campus university dell'ex ministro democristiano Enzo Scotti: «La distinzione tra destra e sinistra è definitivamente saltata sul tema della moneta e della sovranità. Su questo terreno, i vecchi liberali come Luigi Einaudi, i repubblicani come Ugo La Malfa, i comunisti come Enrico Berlinguer sarebbero tutti dalla stessa parte, a tutela dell'interesse nazionale. Io sono keynesiano perché difendo l'idea dello Stato a garanzia del bene pubblico. Perché voglio tutelare gli interessi del popolo contro quelli delle élites». Poi ride: «Se io fossi stato uno del sistema non avrei potuto sostenere queste tesi. Se avessi dovuto campare con il lavoro universitario mi avrebbero già fucilato».
Luca Telese
Continua a leggereRiduci
Il capo di Select Milano, Bepi Pezzulli: «Con Target 2, il nuovo sistema di pagamento intraeuropeo, Berlino ha paura di perdere 900 miliardi. Per questo il think thank vicino al partito della Merkel studia una via di fuga».Antonio Rinaldi, fondatore di Scenarieconomici.it, sito che ha ispiratola Lega: «Malati in mano a dottori che sbagliano la diagnosi».Claudio Borghi Aquilini conquista la poltrona del bilancio alla Camera. Ancora niente nomine per le bicamerali di garanzia, che spettano alle opposizioni. Il Pd vuole i servizi segreti, Forza Italia la Rai.Lo speciale contiene tre articoliMentre Angela Merkel è alla prese con la pesante questione migranti, che rischia di farla cadere e di condizionare la traballante costruzione europea, La Verità ha incontrato a Roma l'avvocato Bepi Pezzuli, presidente di Select Milano (organizzazione che ha l'obiettivo di rappresentare gli interessi italiani Oltremanica e dialogare con i rappresentanti della City di Londra), che ha rivelato l'esistenza di un presunto «piano B della Germania per uscire dall'euro». Si tratta di un piano conosciuto da quanti operano nei marcati dei capitali. L'Ifo - l'Institute for economic research, il think tank conservatore vicino alla Cdu - ne sta parlando apertamente, e il piano B tedesco per l'uscita dall'euro è legato al tema di Target 2, cioè il sistema di pagamento intraeuropeo che gestisce la liquidità degli scambi nell'area euro. In Target 2, mentre l'Italia ha un saldo negativo, con un debito di circa 400 miliardi, la Germania ha un saldo attivo di 900 miliardi, quindi, in caso di crisi nella periferia dell'Eurozona o di crisi sovrane dell'Italia, questo credito di 900 miliardi tedesco verrebbe messo a rischio. Di conseguenza una delle ipotesi studiate dall'Ifo è appunto quella dell'uscita dall'euro, con relativo pagamento del saldo attivo di crediti che altrimenti andrebbero persi. Se però fosse l'Italia a uscire prima dall'euro, la Germania ci rimetterebbe? «Beh, in quel caso avrebbe da richiedere il credito all'Italia, ma se fosse la Germania a uscire prima, i saldi diverrebbero immediatamente pagabili». Allora è questo il nodo fondamentale della questione?«Su questo c'è stato addirittura l'inizio di un incidente diplomatico, poiché Mario Draghi (presidente della Bce ndr) aveva dichiarato, salvo poi fare marcia indietro, che in caso di uscita dall'euro i saldi di Target 2 diverrebbero immediatamente esigibili e liquidabili cash. A quel punto parte della stampa anglosassone rilevò che così si dava un incentivo a uscire dall'euro a Germania e Olanda che sono i grandi creditori nel sistema di Target 2». Mario Draghi ha fatto marcia indietro, ma la norma è restata e quindi l'uscita dall'euro non è più un tabù?«No, non lo è, tanto che la Germania sta lavorando per il drafting, cioè per una norma che possa essere inserita in quelle europee e disciplinare con modalità molto precise l'uscita di un Paese dall'euro». Da quanto la Germania sta lavorando sul piano B?«In realtà la Germania non è mai stata un avvocato dell'euro, nel senso che è stato voluto fortemente dall'allora cancelliere Helmut Kohl, che per poterlo ottenere dovette addirittura licenziare due banchieri centrali della Deutsche Bundesbank. La Germania infatti aveva sempre premuto per una sorta di “serpente monetario" con delle bande di flessibilità diverse da quelle degli anni Ottanta». E chi spinse per l'euro?«La Francia, perché dopo la riunificazione tedesca non si fece la federazione tra le due Germanie come voleva Parigi, ma si fece la riunificazione in uno Stato unico. Per pagare gli alti costi della riunificazione tedesca ed evitare l'iperinflazione nei lander (gli Stati federali, ndr) dell'Est, la Bundesbank portò i tassi di interesse all'11% dalla sera alla mattina, e quindi espulse dal sistema monetario europeo le due economie meno integrate con l'Ue, che erano l'Italia con la lira e l'Inghilterra con la sterlina. Per evitare che la Germania manipolasse i tassi di interesse di nuovo e contagiasse tutta l'Europa, la Francia insistette per fare la moneta unica».Nel 2008, dopo la crisi, le cose sono un po' cambiate per la Germania?«Sì, perché fino al 2008 la Germania era il grande malato d'Europa, poi con il governo Schröder si fecero riforme strutturali profonde e da allora la Germania è impegnata in una politica economica ferocemente mercantilistica che ha generato un grande surplus di bilancio. Gli squilibri da esso determinati cominciano a mordere anche la Germania medesima, perché il Paese non ha una domanda interna, non ha inflazione, i salari sono bassi, non ci sono investimenti nelle infrastrutture, non ci sono gli upgrade di tecnologia e quindi questo stato di squilibrio danneggia anche la Germania».Quali sono i motivi?«Uno è che Mario Draghi mantiene una politica di tassi negativi e sta di fatto danneggiando il risparmio privato tedesco. La banche tedesche hanno in pancia tanto risparmio tedesco per via del surplus, quindi l'euro per la Germania è un problema». Alla luce di tutto questo, cosa potrebbe accadere in Europa?«Le due economie che in questo momento hanno un problema con l'euro sono l'Italia e la Germania per motivi opposti. La Germania ha un problema più grosso, poiché per ragioni geopolitiche la Merkel è andata allo strappo con Donald Trump e con gli Stati Uniti, ed è in corso una guerra commerciale. La Casa Bianca, soprattutto il consigliere per il commercio internazionale Peter Navarro, già da tempo si lamenta dello stato dei rapporti commerciali e anno su anno si aggiungono circa 60 miliardi di deficit alle partite commerciali tra Usa e Berlino». Come se ne esce?«Washington ha suggerito una ricetta per la Germania: aumentare i salari, produrre politiche inflattive, fare maggiori investimenti pubblici per le infrastrutture, ma la Germania sembra non voler sentire. Anzi, al G7 di Messina la Merkel ha dichiarato che “sono finiti i tempi in cui l'Europa poteva contare sull'alleato americano, adesso noi dobbiamo guardare al mondo con occhi diversi". Questo per dire che la cancelliera sta giocando altre partire, che non necessariamente comprendono gli Stati Uniti».Quali partite?«La prima riguarda Nord stream, il gasdotto con la Russia che renderebbe la Germania il terminale per la distribuzione energetica in Europa. Come è evidente, qualcosa sta cambiando, ma nel frattempo l'Europa, intesa come Unione europea, non sta reagendo».E l'Italia? «Facendo parte della periferia dell'Eurozona, non può, essendo ingabbiata com'è nell'euro, produrre quelle riforme strutturali che necessitano della leva della flessibilità per rendere il Paese di nuovo competitivo». In occasione della presentazione in Senato del suo libro L'altra Brexit (edizioni Milano Finanza), il sottosegretario ai Trasporti e alle infrastrutture Armando Siri ha parlato di un «sentimento atlantico» che il nostro Paese condivide con Gran Bretagna e Stati Uniti e, commentando l'uscita inglese dall'Unione europea, ha detto con una battuta: «Dopo la Brexit non è morto nessuno»…«Concordo con Siri e aggiungo che la posizione internazionale dell'Italia, in ogni caso, non è in discussione. L'alleato storico dell'Italia è e resta l'America, ed esiste una condivisione di interessi con Londra. Se esiste un progetto di Eurasia che in qualche misura cambia il ruolo della Russia nei rapporti internazionali, questo è un ruolo che va perseguito dalla comunità degli Stati internazionali e non da uno Stato in maniera individuale, strappando con gli alleati storici». Bepi Pezzulli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/perfino-la-germania-ha-un-progetto-per-abbandonare-la-moneta-unica-2580100077.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="larea-euro-saltera-litalia-ha-il-diritto-di-difendere-se-stessa-con-un-piano-b" data-post-id="2580100077" data-published-at="1781693090" data-use-pagination="False"> «L’area euro salterà. L’Italia ha il diritto di difendere sé stessa con un piano B» Nel maggio del 2018 le cancellerie di tutta Europa discutono di un saggio pubblicato da un (fino ad allora) minuscolo sito di analisi. Il sito si chiama Scenarieconomici.it, ed è stato fondato, cinque anni prima, da un gruppo di sei amici tutti professori o esperti di economia. In quel mese Scenari passa da un record di 50.000 a 500.000 visite. Arrivano utenti da tutti i continenti del pianeta. Accorrono tutti per legge un lungo saggio - passa alla storia come «il piano B» - in cui si spiega come l'Italia potrebbe uscire dall'euro in un fine settimana. Inutile dire che il saggio, a più mani, è stato curato dall'animatore del sito, Antonio Rinaldi, insieme con amici autori. Gli chiedo: «Chi finanzia Scenari?». Lui scoppia a ridere: «Come chi? Noi». Chi paga i costi dei convegni. E lui: «Noi». Gli dico: «Non ci credo». E lui: «Caro Luca, questo sito, che ha avuto 17.000 attacchi o intrusioni informatiche, è gestito da un nostro amico che chiede come unico rimborso per le spese sostenute 750 euro l'anno. Quando facciamo un convegno, invece, mano alla saccoccia (in romanesco è il portafoglio, ndr) e quello che c'è da pagare si divide in quote uguali». Pare incredibile ma il gruppo di professori e studiosi eccentrici e marginali, in questi cinque anni, e con questi due unici strumenti di comunicazione, è diventato il pensatoio di uno dei principali partiti di governo, il luogo di un pensiero egemone. Se provochi Rinaldi, su questi temi, minimizza. Ti spiega che loro sostengono tesi perfettamente assennate e razionali. Ad esempio l'incompatibilità e l'illegittimità del fiscal compact. Oppure il chiodo fisso della sovranità: «La nostra idea è semplicemente quella che bisogna rafforzare l'Italia per darle un giusto ruolo. La costruzione europea non può resistere con un'Italia debole. I veri europeisti siamo noi». I no euro nel giugno del 2018 hanno trovato il conforto di una firma importante come Milena Gabanelli che ha scatenato un putiferio nella rete, sposando le loro tesi sull'insostenibilità del regime dei cambi. Le istituzioni nazionali - dicono - devono essere messe in grado di difendere il Paese. Mentre, sul famoso piano B, Rinaldi dice: «Se ci fosse un attacco militare pensi che non serva un piano di difesa? Sul piano monetario è la stessa cosa. È un rischio eventuale che deve essere calcolato». Dicono che un piano programmato in tre giorni è sospetto e furtivo. Rinaldi sorride ancora: «Non ho mai visto un piano di difesa pensato per svilupparsi nel corso di mesi». A lanciare la necessità di dotarsi di un piano B, ovviamente, è Paolo Savona, che lo ha spiegato con questo esempio: «Nessuno rimprovererebbe un progettista di navi per aver previsto le scialuppe a bordo. Nessuno direbbe a questo progettista che si augura il naufragio perché immagina una via di salvezza dalla catastrofe». Oggi Rinaldi è ancora più pessimista: «Temo che nel 99% delle possibilità ci sarà una rottura dell'euro per via di una nuova crisi monetaria dell'area euro, non per decisione autonoma dell'Italia». Se lo accusi di essere anti tedesco il professore sorride. Al contrario di molti economisti filomerkeliani lui la lingua di Johann Wolfgang Goethe la parla a casa: sua moglie è tedesca e per metà lo sono i suoi figli, Rodolfo e Antonio. «Proprio perché conosco bene i tedeschi quando vado in Germania», ripete Rinaldi, «non voglio essere considerato un parente povero. La nostra storia ce lo impone». Rinaldi teme che uno scossone arriverà dalla fine della politica economica inaugurata da Mario Draghi alla Bce: «Se esiste il Qe», spiega, «vuol dire che la costituzione monetaria è una struttura instabile, che non riesce a trovare un equilibrio». Per Rinaldi l'Italia è un malato con la flebo che continua a credere nel medico che sbaglia le diagnosi e che non gli spiega l'origine del suo male. Il piano B serve - sostiene - «perché ci saranno momenti di tensione». Il nodo a suo avviso è tutto qui: «Tassi diversi e meccanismi di redistribuzione diseguali fanno sì che le disuguaglianze si allarghino. Le due velocità dell'Europa producono aree sempre più ricche e aree sempre più povere. Se non si corregge questo congegno siamo nei guai». Rinaldi dice di aver iniziato il suo percorso euroscettico nel 2011, contemplando l'immagine degli anziani che frugavano nei cassonetti. E aggiunge di essere orgoglioso di essere considerato «pazzo e cialtrone» dai bocconiani dell'era Monti: «Sono ottusi, tutti uguali, sembrano fatti con lo stampino». Oggi insegna finanza aziendale all'università Gabriele D'Annunzio di Pescara e alla Link campus university dell'ex ministro democristiano Enzo Scotti: «La distinzione tra destra e sinistra è definitivamente saltata sul tema della moneta e della sovranità. Su questo terreno, i vecchi liberali come Luigi Einaudi, i repubblicani come Ugo La Malfa, i comunisti come Enrico Berlinguer sarebbero tutti dalla stessa parte, a tutela dell'interesse nazionale. Io sono keynesiano perché difendo l'idea dello Stato a garanzia del bene pubblico. Perché voglio tutelare gli interessi del popolo contro quelli delle élites». Poi ride: «Se io fossi stato uno del sistema non avrei potuto sostenere queste tesi. Se avessi dovuto campare con il lavoro universitario mi avrebbero già fucilato». Luca Telese <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/perfino-la-germania-ha-un-progetto-per-abbandonare-la-moneta-unica-2580100077.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="particle-2" data-post-id="2580100077" data-published-at="1781693090" data-use-pagination="False"> Mancava soltanto un tassello per far partire la XVIII legislatura e rendere pienamente operativi Camera e Senato. E così, manuale Cencelli alla mano (anche se a Montecitorio c'è un leggero predominio dei grillini per effetto della grandezza dei gruppi parlamentari), ieri sono stati nominati i presidenti, i vice e i segretari delle 14 commissioni permanenti, equamente distribuiti tra Lega e Movimento 5 stelle. Tra i 28 presidenti, dieci sono alla prima esperienza in Parlamento, alcuni erano stati indicati da Luigi Di Maio per entrare nel governo ma alla fine erano stati scavalcati. Di particolare rilievo gli incarichi affidati ai leghisti Claudio Borghi Aquilini e Alberto Bagnai, responsabili di due cruciali commissioni economiche, strategiche perché esaminano tutti i provvedimenti finanziari, compresa la legge di bilancio. Alla Camera l'economista Claudio Borghi Aquilini, fedelissimo di Matteo Salvini, è stato scelto come presidente della commissione bilancio, mentre la pasionaria pentastellata Carla Ruocco, commercialista e funzionario tributario, già esponente del direttorio del Movimento e vicepresidente della commissione nella scorsa legislatura, guiderà la commissione finanze. Al Senato il leghista Alberto Bagnai è stato eletto presidente della commissione finanze, mentre il grillino Daniele Pesco, che lo scorso anno lavorò al dossier banche, sarà a capo del bilancio. Alle commissioni affari costituzionali, quelle che danno i pareri di costituzionalità su leggi e riforme istituzionali come la legge elettorale, vanno alla Camera il pentastellato Giuseppe Brescia, in passato anche capogruppo, e al Senato Stefano Borghesi della Lega. Per le commissioni giustizia (capitolo clou del contratto di governo) sono stati nominati alla Camera la grillina Giulia Sarti e al Senato Andrea Ostellari, avvocato padovano della Lega, noto per il disegno di legge sulla legittima difesa. La commissione lavoro avrà come presidenti Andrea Giaccone (ex assessore all'Urbanista del comune di Asti e segretario provinciale della Lega) alla Camera, e la grillina Nunzia Catalfo, prima firmataria del disegno di legge sul reddito di cittadinanza, al Senato. La commissione industria, commercio e turismo del Senato sarà presieduta dall'ex capogruppo 5 stelle Gianni Girotto, che ne era stato membro nella scorsa legislatura. Alle attività produttive della Camera andrà la leghista Barbara Saltamartini, ex An poi deputata del Pdl e del Nuovo centrodestra nella scorsa legislatura. Ai lavori pubblici in Senato va Mauro Coltorti, geomorfologo presentato nella lista dei ministri del M5s, mentre alla Camera i lavori pubblici rientrano nelle competenze della commissione Ambiente, presieduta da Alessandro Benvenuto, 31 anni, segretario provinciale della Lega a Torino. Al Senato l'ambiente va alla grillina Vilma Moronese, già componente della commissione nella XVII legislatura. Le commissioni esteri vanno entrambe al M5s, con l'ex capogruppo Vito Petrocelli al Senato e la deputata al secondo mandato Marta Grande, esperta di relazioni internazionali, alla Camera (nella commissione ci sarà anche l'ex premier Matteo Renzi). La leghista Donatella Tesei, sindaco di Montefalco, presiederà la commissione difesa al Senato e il rieletto deputato 5 stelle Gianluca Rizzo quella della Camera. Il senatore M5s Ettore Licheri guiderà la commissione delle politiche Ue al Senato, mentre il suo omologo a Montecitorio sarà Sergio Battelli, anche lui grillino. Al chirurgo e docente universitario dei 5 stelle Pierpaolo Sileri va la commissione sanità del Senato, mentre Marialucia Lorefice, al secondo mandato con il M5s, presiederà la commissione affari sociali a Montecitorio. Alessandro Morelli, ex capogruppo della Lega nel Consiglio comunale di Milano, presiederà la commissione trasporti alla Camera. A Montecitorio alla commissione agricoltura è stato eletto il pentastellato, già deputato nella scorsa legislatura, Filippo Gallinella, mentre Giampaolo Vallardi del Carroccio presiederà quella del Senato. Alla guida della commissione istruzione di Palazzo Madama va il responsabile scuola della Lega, Mario Pittoni, mentre il grillino Luigi Gallo è stato eletto presidente della commissione cultura della Camera. Ancora da definire la questione delle commissioni bicamerali di garanzia: Copasir, Antimafia e Vigilanza Rai, la cui presidenza spetta alle opposizioni (Pd, Fi e Fdi). Fratelli d'Italia punterebbe al Copasir, ambito anche dal Pd per Lorenzo Guerini; per la Vigilanza quasi certo il nome del forzista Maurizio Gasparri. Sarina Biraghi
Alessandro Morelli (Imagoeconomica)
Alessandro Morelli, sottosegretario leghista alla presidenza del Consiglio, oltre che essere interista è pure consigliere comunale nella sua Milano. E dai banchi dell’opposizione sta lavorando, insieme al resto del Carroccio, per tornare dall’altra parte della barricata a Palazzo Marino dopo le giunte Pisapia e Sala. Sabato e domenica ci sono le primarie della Lega per le comunali di Milano.
Morelli, lei per chi vota?
«Ogni militante non può non votare il segretario federale, un milanese doc. Poi deciderà Matteo Salvini cosa fare…».
Perché votate proprio Salvini? C’è qualcosa che bolle in pentola che non vuole dirci?
«Tra noi milanesi è sentito, la Lega di Milano sostiene sempre Salvini anche per il consigliere di condominio…»
Ma se il vicepremier vincesse le primarie della Lega, come la prenderebbe?
«La prenderebbe bene, credo però abbia altro da fare rispetto a candidarsi a sindaco…»
Scusi senatore, ci faccia capire: voi votate Salvini per dargli ancora più potere nelle trattative per il futuro candidato sindaco di Milano del centrodestra?
«L’idea dalla quale nasce questo voto è dare una sveglia agli alleati di centrodestra. Non so se tutti hanno la nostra foga di vincere le amministrative di Milano. La presenza fisica dimostra che la Lega c’è, in maniera solida ed è la prima a farlo».
Adesso c’è Maurizio Lupi, candidato da Ignazio La Russa, come unico nome del centrodestra…
«Sul tavolo c’è Lupi. La Lega presenterà il proprio … Magari il secondo o il terzo arrivato alle nostre primarie. E poi si vedrà chi sarà scelto…»
La Lega potrà esprimere il candidato per Milano?
«Possibile… siamo carichi e pronti a vincere insieme agli alleati».
Dopo 15 anni di sinistra quante chance ha il centrodestra di riprendere la città?
«A Milano si può vincere… è necessario però il miglior candidato, a prescindere dalla bandiera. Saranno valutati pesi e contrappesi, ci mancherebbe. Ripeto: serve il candidato migliore per tutti. Quando si fanno le riunioni c’è gente che dice: siamo indietro di dieci punti. Io dico invece: possiamo vincere, con il candidato».
Lupi non vi piace?
«Non ho interesse a dire sì o no a Lupi… è il candidato di Fdi al tavolo nazionale? Bene, ma penso si valuteranno anche altri candidati».
Vannacci ha fatto sapere che presenterà anche lui un suo candidato…
«… Direi un assist alla sinistra».
Non si vota solo a Milano, c’è anche Roma dove la Lega aveva candidato Antonio Maria Rinaldi, recentemente passato a Futuro Nazionale. Con le primarie pare però di capire che Milano vi interessi di più di altre città. È così?
«La Lega esprime cinque ministri lombardi, e molti esponenti di governo sono proprio milanesi, ovvio ci sia una sensibilità maggiore su Milano. Poi il tavolo è nazionale, le città sono tante… cerchiamo ovunque i candidati migliori».
Il tavolo nazionale sulle amministrative inevitabilmente si intreccerà con quello per le Politiche… Bisogna dialogare con Vannacci?
«Dipende dalla legge elettorale… non invidio chi sarà al tavolo».
Vannacci, secondo i sondaggi, sale… Da dove si parte per recuperare voti?
«Facendo la Lega, continuando a lavorare per il buon governo proponendo le cose buone che abbiamo fatto sui territori, ribadendo le nostre battaglie storiche… è un percorso, ma i sondaggi pagati dalle testate di Cairo lasciano il tempo che trovano».
Nella Lega si parla molto di modello Csu, di ritorno al Nord, di due leghe in una… A lei piacerebbe un ruolo politico più forte di Zaia e Fedriga?
«Partendo dal presupposto che il segretario è Salvini, io sono dalla parte di chiunque lavora per far crescere la Lega in vista delle Politiche. Però, come diceva Bossi, i panni sporchi vanno lavati in casa. Mi auguro non si lasci spazio a interpretazioni spesso più giornalistiche che reali perché ci fanno solo perdere tempo».
E la Schlein ignora il Pd meneghino
A Milano si scaldano i motori in vista della corsa per il rinnovo del Consiglio comunale e del sindaco del 2027. Qualche segnale è stato lanciato anche nella coalizione di governo, con una sortita del presidente del Senato La Russa che ha tenuto a far sapere la sua opinione sia sui tempi sia sulle caratteristiche per individuare la candidatura. È iniziato invece da diverso tempo ed è molto più articolato, il dibattito per individuare il candidato nel centrosinistra, ma troppa confusione c’è ancora sotto il cielo meneghino ed è quindi molto probabile che la ricerca venga rimandata a settembre.
Tanto per iniziare, a sinistra è ancora aperta la discussione sul «come» decidere il candidato: se ricorrere cioè allo strumento delle primarie o se invece trovare a tavolino un accordo tra i partiti. Sotto questo punto di vista la decisione su come procedere a Milano risente direttamente anche dell’impasse del centrosinistra a livello nazionale. All’indomani della vittoria al referendum sulla giustizia, a sinistra si è partiti lancia in resta con il dibattito su come individuare il candidato leader per le elezioni politiche del 2027, ma poi il dibattito si è impantanato nella palude delle diverse ipotesi, e a questo punto sono molti a dubitare che possano essere le «mitiche» primarie lo strumento per individuare il leader che guiderà la corsa per Palazzo Chigi.
Stessa situazione di incertezza a Milano: ma nel capoluogo lombardo, seppur regni prudenza, non si può davvero dire che tutto sia fermo. Alcuni possibili candidati si sono già palesati, altri invece rimangono in silenzio attendendo il momento propizio. Ovviamente i movimenti sono maggiori soprattutto nel principale partito della coalizione, il Pd.
Uno dei candidati in pectore è l’ex consigliere comunale, ex assessore, ex europarlamentare, ex candidato alla presidenza di Regione Lombardia e attualmente consigliere regionale Pierfrancesco Majorino, che si sta dando molto da fare. Le cronache cittadine raccontano di un susseguirsi di riunioni e incontri con diversi soggetti per saggiare il terreno e verificare se sussistano le condizioni per lanciare la sua (ennesima) candidatura. Tra l’altro dopo aver già partecipato alle primarie contro Beppe Sala nel 2016. Dato che le sue posizioni politiche eccessivamente sinistrorse non sembrano molto gradite a vasti settori moderati, Majorino si sta muovendo in due direzioni: da un lato smussando le sue posizioni per recuperare il consenso moderato (che serve sia per candidarsi che per vincere la contesa) e dall’altro per trovare conforto nell’appoggio pieno e incondizionato di Elly Schlein.
E qui il discorso si fa interessante e, per certi versi, persino divertente. Gli osservatori attenti e informati raccontano che nei diversi incontri che Majorino ha avuto con la segretaria del Partito democratico, quest’ultima abbia più volte affermato che lui sarebbe il candidato ideale. Naturalmente questi «rumors» avrebbero sollecitato sia il segretario cittadino milanese che la segretaria regionale del Pd (che pare non «amino» troppo questa candidatura) a verificare la fondatezza di tutto ciò direttamente alla fonte, e cioè con Roma. Raccontano, però, che nonostante abbiano tentato a più riprese di sollecitare una risposta di Elly Schlein, la segretaria del Pd non si sarebbe mai fatta trovare, lasciando gli elettori milanesi nell’incertezza e in un comprensibile sconcerto.
Quanto viene riferito, sembra proprio descrivere la situazione di confusione nella quale versa il Pd, primo partito del campo largo. Il problema principale è probabilmente la stessa segretaria, che si trova in una posizione delicata: è il leader del partito, ma sembra incapace di prendere posizioni decise e autorevoli. La sua modalità di gestione del partito, feroce nella «bassa cucina» o nel «minuto mantenimento», lascia invece trasparire una mancanza di coraggio e di decisione sulle questioni dirimenti che continuano a essere interpretate come segnali di debolezza, dando spazio a speculazioni e critiche interne. Non migliorano certo il clima le ultime defezioni di alcune rappresentanti istituzionali che non si trovano sintonia con la segretaria.
La figura di Elly Schlein è emblematica di una leader che si dibatte tra la chiarezza ideologica e l’incertezza nell’azione; volgarmente «vorrei ma non posso». Nonostante possieda indubbiamente un bagaglio di idee su temi quali la fiscalità, le pensioni, la lotta alla povertà, e una visione di un’Europa socialista, sembra tuttavia vacillare quando si tratta di prendere decisioni concrete e immediate. Questa percezione di incertezza o peggio di ambiguità, si manifesta chiaramente nelle sue azioni e scelte politiche, dove la fermezza ideale lascia spesso spazio a esitazioni, tentennamenti e passi indietro, anche di fronte a questioni meno complesse e fondamentali, come quella di dire la sua su chi potrebbe essere il candidato (del Pd) per Milano.
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JD Vance (Ansa)
La storia di una conversione. È questo, se vogliamo, il senso più profondo di Communion: il libro di JD Vance, uscito ieri negli Stati Uniti.
In quest’opera, il vicepresidente americano racconta due lati di sé distinti ma inscindibilmente interconnessi: quello intimo e quello politico. Vance parla innanzitutto del suo travagliato percorso interiore che, in gioventù, ha man mano messo in crisi la fede cristiano-evangelica in cui era stato cresciuto. Il vicepresidente cita la «rabbia» e un «senso di tradimento» che, nati dalle sofferenze e dalle tragedie della vita, lo hanno portato all’ateismo e, in particolare, alla filosofia individualistica di Ayn Rand. «Non mi importava della volontà di Dio. Mi importava di me stesso».
Da qui, racconta Vance, è tuttavia iniziato un percorso inverso che, nel corso degli anni, lo ha infine portato alla conversione al cattolicesimo.
Sotto questo aspetto, il vicepresidente sottolinea l’importanza del suo incontro con Peter Thiel. «Probabilmente la persona più intelligente che avessi mai conosciuto, si identificava apertamente come cristiano». Vance sostiene quindi che, grazie al fondatore di Palantir, sarebbe riuscito a scardinare la convinzione «secondo cui le persone stupide erano religiose e le persone intelligenti erano atee». Da Thiel, Vance è poi risalito a René Girard: filosofo particolarmente vicino al fondatore di Palantir.
Ed è proprio attraverso il pensiero girardiano che l’attuale vicepresidente americano sarebbe rientrato, per così dire, in contatto con la figura di Cristo: colui che, secondo il filosofo francese, avrebbe messo in crisi l’atavico (e crudele) meccanismo dei capri espiatori alla base delle società politiche. E si arriva così al 2018, quando, durante una visita in una cattedrale francese, Vance racconta di aver avvertito un «senso di appartenenza e di presenza». Un’esperienza, questa, che, l’anno successivo, lo avrebbe portato a convertirsi al cattolicesimo e a comprendere la centralità dell’eucaristia. «È uno dei mezzi più potenti per ricevere la grazia di Dio», scrive il vicepresidente, dicendosi influenzato da autori come Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino, Tolkien, Chesterton e Lewis.
Tuttavia, come detto, Communion è un libro anche politico. Il vicepresidente parla innanzitutto dell’impatto della fede sul suo impegno pubblico. Secondo Vance, l’antiabortismo tipico del Partito repubblicano non va abbandonato ma ripensato. «Dovremo formulare argomentazioni cristiane più convincenti, incentrate sulla costruzione di una cultura e di un’economia in grado di sostenere concretamente le giovani famiglie e la vita che esse portano nel mondo». Tra l’altro, il vicepresidente si dice possibilista sull’eventualità di un’armonizzazione tra l’amministrazione Trump e la Chiesa in materia migratoria. «L’invocazione della dignità dei migranti da parte della Chiesa impone una riflessione sui compromessi morali. E si può credere che tali compromessi portino a privilegiare una politica migratoria rigorosa senza disumanizzare nessuno».
In secondo luogo, Vance racconta anche della sua conversione politica al trumpismo: un tempo feroce critico dell’attuale presidente americano, fu nel 2016 che iniziò a rendersi conto di come le sue ricette fossero in linea con gli interessi dei colletti blu della Rust Belt. Un cambio di posizione che, stando alle sue stesse parole, Vance ha pagato con l’astio dei media che prima lo avevano elogiato. Infine, nel suo libro, il vicepresidente non rinuncia a una stoccata ai vertici della Santa Sede. «Ero lì, il cattolico di più alto rango nel governo degli Stati Uniti, e il Vaticano sembrava riluttante ad andare oltre le banali frasi fatte nella sua guida morale», scrive Vance, ricordando l’incontro che ebbe a Pasqua dell’anno scorso con i diplomatici vaticani a Roma sull’immigrazione irregolare.
E arriviamo quindi a una domanda ovvia: e se lo stretto connubio tra fede e dimensione politica di Communion fosse un manifesto in vista delle primarie repubblicane presidenziali del 2028? Non si può certo escludere. Che Vance nutra delle ambizioni in tal senso, non è un mistero. Così come non è un mistero che, in caso, il suo principale rivale sarebbe probabilmente un altro cattolico come il segretario di Stato americano Marco Rubio. Guarda caso, in Communion, il vicepresidente valorizza i tre principali pilastri della coalizione elettorale che ha riportato Donald Trump alla Casa Bianca nel 2024: i cattolici, i colletti blu della Rust Belt e (almeno una parte) del settore ipertecnologico (si pensi a Thiel). Al contempo, il vicepresidente ha mostrato una certa dose di coraggio, visto che alcuni passaggi del libro - soprattutto quello sulla necessità di un antiabortismo diverso - potrebbero irritare le aree più intransigenti della destra evangelica.
E comunque, al di là delle prossime elezioni, il libro di Vance si inserisce in un contesto culturale più ampio. Il cattolicesimo americano sta sperimentando una sorta di nuova primavera. L’anno scorso, è stato eletto il primo papa statunitense della storia e la stessa amministrazione Trump ospita ai suoi vertici numerosi fedeli della Chiesa di Roma. Communion si configura quindi come un tassello di questo complesso mosaico. Un mosaico che conferma la vitalità, sacramentale, sociale e intellettuale del cattolicesimo statunitense. Una vitalità da cui la Chiesa europea dovrebbe forse apprendere qualche lezione significativa.
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Emmanuel Macron (Getty Images)
Il G7 di Evian è per lui una delle ultime vetrine internazionali, sebbene la presenza ingombrante del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nonché di figure più «fresche» e destinate ancora a far parlare di sé, come il premier italiano Giorgia Meloni e quello nipponico Sanae Takaichi, lo mettano in ombra. Macron ha puntato molto sulla cena alla reggia di Versailles con Trump, con entusiasmo del presidente Usa: «Non è una copia dorata, è l’originale». Lì nel 1783 fu firmata la pace che consacrò la secessione dei nascenti Usa dall’Impero coloniale inglese grazie all’aiuto militare francese. Ricorso storico a cui Macron spera di riallacciarsi mostrando una Francia che tratta da pari a pari con gli Stati Uniti. Brucia ancora, forse, il ricordo dei funerali di papa Francesco, nell’aprile 2025, quando, nella Basilica di San Pietro, Trump volle parlare in disparte col presidente ucraino Volodymir Zelensky tenendone fuori Macron.
Si è rifatto a Evian con un trilaterale Trump-Macron-Zelensky dal quale è uscito il solito appello alla Russia affinché «faccia un accordo», nulla di nuovo sotto il cielo. Al G7 il presidente francese s’è premurato di presentare i vari «benvenuto» agli ospiti, con un post social in cui a ogni alleato ha riservato una specifica colonna sonora di sottofondo. A Trump ha associato Love is a long road di Tom Petty, per la Meloni ha optato per Felicità di Al Bano e Romina, poi Lieblingsmensch (persona preferita) di Namika per il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Arigato dei Nxnja Beats per la Takaichi, J'irai où tu iras (Andrò dove andrai tu) di Celine Dion per il premier canadese Mark Carney, The world is not enough dei Garbage, colonna sonora di James Bond, per il britannico Keir Starmer, infine, brano assai più scontato, L’inno alla gioia»di Beethoven, già considerata inno dell’Unione Europea, per Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo.
Quel Macron che anela a una guida francese per la missione navale europea nel Golfo Persico, allo scopo di recuperare al paese quella parte di «grandeur» perduta con la fine del colonialismo e che sopravvive grazie all’arsenale nucleare, bada ora ai contenuti musicali mentre nei dossier che contano il suo governo sembra più un gregario. Anche i calorosi baci e abbracci che Macron s’è scambiato con Merz all’insegna dell’asse franco-tedesco che ha sempre fatto da architrave dell’Ue, ovvero la «Framania», lasciano il tempo che trovano considerato che appena pochi giorni fa è stato chiuso il programma franco-tedesco per il nuovo aereo da caccia Fcas, Future Combat Air System, dopo anni di incomprensioni fra la francese Dassault e la tedesca Airbus. Francia e Germania hanno già visto fallire di recente altri due importanti progetti di difesa, l’evoluzione dell’elicottero Tiger e il carro armato Mgcs.
Ora la Francia si troverà a far da sola, come già 35 anni fa col Rafale, quando uscì dal programma Eurofighter. E che dire del crollo dell’influenza francese nel Sahel, dopo i golpe filorussi fra 2020 e 2023? Capitoli da svoltare per Macron, che negli ultimi anni ha sondato il terreno in cerca di popolarità con varie boutade. Una volta diceva sconsolato che «la Nato è in morte cerebrale». Poi ha sparato che sarebbe stato «pronto a condividere l’arsenale nucleare francese con l’Ue», estendendo l’ombrello della Force de Dissuasion (che si chiamava Force de Frappe ai tempi di Charles De Gaulle), salvo poi specificare che sarebbe rimasto tutto sotto il controllo dei francesi. Ora non gli resta che fare il «padrone di casa» e attendere un programmato momento di gloria per domani sera alle 20.00, quando è attesa su France 2 una sua intervista con la giornalista Caroline Roux sui grandi temi, da Hormuz al Libano, a proposito dei quali può però solo prender atto di decisioni altrui.
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Giorgia Meloni (Ansa)
A testimoniarlo, alcune «scenette» simpatiche catturate dai media. La prima: i leader si preparano a sedersi a tavola per il pranzo sul Medio Oriente, la Meloni si avvicina a un capannello nel quale c’è il presidente Usa, che sta parlando con il cancelliere tedesco Friederich Merz. Arriva il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, che vedendo la Meloni e Trump che parlano dice: «Siete di nuovo amici».
«Siamo sempre stati amici», risponde la Meloni, sorridendo. Trump fa il neomelodico: «Sono stato abbandonato», scherza, e la Meloni ribatte: «Ma no!». Il gelo tra la presidente del Consiglio e Trump, ricordiamolo, era calato due mesi fa, esattamente a metà aprile, quando l’inquilino della Casa Bianca aveva attaccato papa Leone provocando la dura reazione, in difesa del Santo Padre, di Giorgia Meloni, che aveva definito «inaccettabili» le parole del tycoon.
Il nostro premier aveva anche detto «no» alla partecipazione dell’Italia a operazioni militari per riaprire lo stretto di Hormuz. «È lei che è inaccettabile», aveva attaccato Trump in una intervista al Corriere, «perché non le importa se l’Iran ha un’arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità. Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo, molto diversa da quello che pensavo».
Va detto con franchezza che in fondo la fine della luna di miele politica tra Trump e la Meloni non aveva provocato né disperazione né tristezza a Palazzo Chigi, considerata la bassissima popolarità che il presidente americano riscuote in Italia (peggio di lui solo Benjamin Netanyahu).
Nell’ultimo sondaggio EuroScope, realizzato da Polling Europe, gli italiani sono sono i più contrari all’intervento militare in Iran di tutto il continente: il 73% lo giudica ingiustificato. Tuttavia, ora è interesse della Meloni far trapelare che il rapporto con «l’amico Donald» è stato riallacciato: non a caso sono state fonti diplomatiche italiane a far sapere che l’altro ieri, in occasione della cena dei leader del G7, i due si sono incontrati. Un colloquio descritto come «di chiarimento», «utile», con al centro l’interesse a ribadire il principio di unità dell’Occidente, ritenuto «necessario in questa fase di crisi».
Tornando a ieri, la Meloni si presenta al vertice con un outfit notevole: un tailleur con giacca e pantalone avana chiaro, con tanto di cravatta. Un look che suscita interesse e approvazione da parte dei colleghi: al cancelliere tedesco Friedrich Merz, che fa notare lo stile di Giorgia, lei risponde «consideratemi una combattente». Si chiacchiera anche della scelta della Meloni di smettere di fumare: «Ho preso un caffè per svegliarmi», dice agli altri leader, «ma niente sigaretta. Ho smesso di fumare un mese fa» (la prova del fuoco, anzi dell’accendino, sarà la sera dei risultati delle prossime politiche). Sul conflitto ucraino, la posizione espressa da Meloni ha contestato la narrazione del Cremlino, sostenendo che la situazione sul terreno non corrisponde all'immagine di una Russia in avanzata. Da qui la convinzione che il presidente russo Vladimir Putin non possa ottenere attraverso il negoziato ciò che non è riuscito a conquistare militarmente. Per Roma, la condizione essenziale per arrivare a una pace credibile resta dunque il mantenimento del sostegno occidentale a Kiev. La Meloni incontra anche, tra gli altri, lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan, presidente degli Emirati arabi uniti, e il premier canadese Mark Carney. Con quest’ultimo il presidente del Consiglio si trattiene a lungo: un colloquio che vede al centro l’argomento dei minerali critici.
La Meloni ringrazia Carney per la decisione del Canada di riservare all’Italia un accesso prioritario alle sue scorte, garantendo la sicurezza delle catene di approvvigionamento.
Nel pomeriggio, bilaterale con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Sheikh Mohamed bin Zayed Al-Nahyan. I due leader discutono della situazione nella regione anche alla luce del memorandum d’intesa siglato tra Iran e Stati Uniti, concordando sulla necessità di sostenere gli sforzi internazionali volti ad assicurare la libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz. La Meloni ribadisce il pieno sostegno dell’Italia alla sicurezza degli Emirati Arabi Uniti e di tutte le Nazioni del Golfo. A proposito di Hormuz, l’Italia è pronta a fare la sua parte per mettere in sicurezza lo stretto, utilizzando i cacciamine della Marina militare, considerati tra i migliori al mondo. Il «Crotone» e il «Rimini» sono vicini alla zona, nel porto di Gibuti, con circa 500 militari a bordo. Per entrare in azione, come ribadito dalla Meloni, occorre innanzitutto un passaggio in Parlamento, e poi che ci sia la certezza che le ostilità siano cessate.
Si attende in particolare la firma ufficiale, attesa per dopodomani 19 giugno, di quello che al momento è un accordo preliminare tra Washington e Teheran. Occorrerà oltretutto definire in quale quadro giuridico si configurerà la missione internazionale che avrà il compito di mettere in sicurezza Hormuz, una operazione che, solo per quel che riguarda lo sminamento, potrebbe richiedere diversi mesi.
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