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2025-12-04
Tutte le tracce dell’inchiesta Striano che portano dritto al complotto Metropol
Gianluca Savoini (Ansa)
Nel 2019 gli «scoop» dell’Espresso, firmati dai giornalisti Giovanni Tizian e Stefano Vergine, indagati insieme con Striano e successivamente passati al quotidiano Domani, raccontavano di un presunto accordo tra rappresentanti della Lega e intermediari russi, vicini all’entourage di Vladimir Putin, per finanziare il partito attraverso una compravendita di petrolio a tariffa agevolata. Gli autori delle pubblicazioni a puntate sostenevano di aver seguito dal vivo quelle trattative e di essere entrati in possesso dell’audio di uno degli incontri. La storia ebbe un’enorme risonanza internazionale e spinse la Procura di Milano ad avviare un’indagine per corruzione internazionale (poi archiviata). Con quella serie di articoli e con il volume che ne derivò (Il libro nero della Lega di Tizian e Vergine), stampa e avversari politici tentarono di mettere Matteo Salvini all’angolo proprio alla vigilia delle elezioni europee. Quando il fascicolo penale è stato archiviato, la storia del Watergate de noantri è stato riscritto dalla Verità alla luce di un’informativa della Guardia di finanza, datata luglio 2020. Un’annotazione che gettava una luce sinistra sull’intera inchiesta giornalistica del settimanale. Le Fiamme gialle meneghine hanno, infatti, ricostruito come uno dei partecipanti all’incontro dell’albergo moscovita, l’avvocato Gianluca Meranda, fosse da tempo in contatto con i cronisti, quasi un agente provocatore.
L’inchiesta su Striano portata avanti dalle Procure di Perugia e Roma aggiunge nuovi tasselli a questo inquietante quadro. Basta leggere le carte per capire che i protagonisti di quella vicenda, i nomi che hanno riempito le pagine dei giornali (e poi Il libro nero della Lega), dall’autunno 2018, sono stati compulsati di continuo, pescati nei database, estratti dalle Sos, cercati e ricercati negli anni. Un pattern investigativo e mediatico martellante, quasi compulsivo. Il primo nome, quello da cui tutto parte, è Gianluca Savoini, ex portavoce di Salvini con solidi legami a Mosca. «Questa Pg», annota la Guardia di finanza, «ha proceduto ad analizzare le digitazioni nominative effettuate da Striano in banca dati dal 6 marzo al 29 agosto 2019, riscontrando la ricerca di nominativi […] collegati alla Lega Nord in quanto emersi dagli articoli stampa relativi alle vicende Fondi Lega e Caso Metropol, riportanti il contenuto di segnalazioni di operazioni sospette consultate da Striano in data antecedente alla pubblicazione degli articoli». Gli atti mostrano consultazioni ripetute sulle sue società, sui movimenti e su associazioni come Lombardia-Russia, considerate hub dell’intero affare. Tre accessi su Savoini vengono cristallizzati: 3 settembre 2019, 7 dicembre 2020, 7 aprile 2022. A quelle date, però, non corrispondono tutte le ricerche. Agli investigatori risultano «attività antecedenti al 2019», ma le «informazioni relative alle visure eseguite dal tenente Striano in possesso» della polizia giudiziaria «partono […] dal gennaio 2019».
In sostanza le ricerche degli investigatori hanno preso in considerazione (anche per non inseguire reati prescritti) un arco di tempo successivo al summit del Metropol. Ma qualche impronta è rimasta. Infatti, secondo gli inquirenti, «l’analisi delle email rinvenute sul personal computer di Striano ha consentito di riscontrare un fitto scambio di corrispondenza con il giornalista (Tizian, ndr) a far data dal 2012 fino al novembre 2022». La ricerca attraverso la parola chiave «Tizian» avrebbe «consentito», ricostruiscono i finanzieri, «di disvelare che lo scambio di email e l’invio di informazioni da parte di Striano al giornalista, tutte tratte dalle banche dati in uso al corpo e da altri archivi risale al 2012. Lo stesso si interrompe tra il 2014 e il 2018». Ma proprio nel 2018 «la modalità di invio dei documenti cambia, in quanto i due cominciano a utilizzare il servizio Wetransfer». L’ultima email inviata risale al 29 ottobre 2022. E in quel lasso di tempo di informazioni ne sarebbero transitate parecchie. E su diversi nominativi ricercati dal tenente.
Il secondo nome fisso nella costruzione del caso Metropol è proprio quello di Meranda. Compare, insieme a Savoini, in una Sos cercata da Striano. Poi c’è il bancario toscano Francesco Vannucci, anche lui coinvolto nel presunto affare del petrolio. L’uomo viene «menzionato», annotano gli investigatori, «in articolo stampa intitolato “Soldi pubblici per mr. Russiagate” pubblicato su L’Espresso in data 15 settembre 2019». La ricerca del nominativo nella banca dati è del 14 marzo dello stesso anno. Un nome poco noto fuori dagli atti, ma ricorrente dentro, è quello di Ernesto Ferlenghi. Compare in tre Sos e in un appunto redatto da Striano. «Un’ulteriore ricerca sui supporti informatici e in particolare sul cellulare in uso a Striano», evidenziano gli investigatori, «ha consentito di riscontrare, a riprova dell’illiceità del proprio operato, la presenza di un’email, già approfondita nel paragrafo relativo a Tizian, con la quale utilizzando l’applicazione Wetransfer, Striano invia gli allegati alla segnalazione in analisi». Su Ferlenghi, gli accessi si ripetono: settembre 2019, dicembre 2020, aprile 2022. In alternanza con Savoini e Glauco Verdoia.
Per Verdoia, manager piemontese coinvolto (e mai indagato) nella trattativa del Metropol come potenziale intermediario bancario, gli atti raccolti dal tenente Striano parlano di «attività pre-investigativa» avviata nel 2021 nella «prevenzione dei fenomeni di criminalità finanziaria connessi all’emergenza Covid-19». Ma la sua scheda investigativa compare accanto agli stessi nomi del cluster Metropol. La Sos su Oleg Kostyukov, console russo, descrive invece una operazione: «Ha convertito in contanti [...] Usd 25.000 [...] e Usd 100.000 [...] senza farli transitare dal proprio conto corrente». Striano lo cerca nelle banche dati quattro volte in due giorni. Una frequenza «anomala», scrivono gli inquirenti, «non riconducibile ad alcuna diretta attività investigativa delegata». E, coincidenza, «a tal proposito», aggiungono i finanzieri, «si evidenzia che il contenuto della Sos è confluito nell’articolo dal titolo “Quei 125.000 euro in contanti per il convegno con Salvini e Putin" pubblicato dal Domani in data 30 luglio 2022 a firma, tra l’altro, di Tizian».
Ma non è finita: «Attesa la coincidenza tra la data della visura e la data di creazione del file, appare verosimile ritenere che lo stesso sia riconducibile alla predetta consultazione effettuata da Striano, i cui dati sono successivamente confluiti nell’articolo». Il format Metropol è stato costruito così.
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Nelle carte di Roma e Perugia sugli «spioni» la frenetica ricerca dei nomi legati alla macchinazione contro la Lega.I faldoni dell’inchiesta sulle spiate nelle banche dati investigative ai danni di esponenti del mondo della politica, delle istituzioni e non solo, che ha prodotto 56 capi d’imputazione per le 23 persone indagate, contengono le tracce che portano dritte al complotto Metropol come epicentro di un complotto politico-finanziario russo-italiano. A un’ossessione che non è solo una storia, ma un format. Costruito, emerge dalle informative, su un metodo: quello del tenente della Guardia di finanza, Pasquale Striano, l’investigatore del Gruppo Sos della Direzione nazionale antimafia attorno al quale ruota tutta l’indagine della Procura di Perugia, poi trasferita a Roma.Nel 2019 gli «scoop» dell’Espresso, firmati dai giornalisti Giovanni Tizian e Stefano Vergine, indagati insieme con Striano e successivamente passati al quotidiano Domani, raccontavano di un presunto accordo tra rappresentanti della Lega e intermediari russi, vicini all’entourage di Vladimir Putin, per finanziare il partito attraverso una compravendita di petrolio a tariffa agevolata. Gli autori delle pubblicazioni a puntate sostenevano di aver seguito dal vivo quelle trattative e di essere entrati in possesso dell’audio di uno degli incontri. La storia ebbe un’enorme risonanza internazionale e spinse la Procura di Milano ad avviare un’indagine per corruzione internazionale (poi archiviata). Con quella serie di articoli e con il volume che ne derivò (Il libro nero della Lega di Tizian e Vergine), stampa e avversari politici tentarono di mettere Matteo Salvini all’angolo proprio alla vigilia delle elezioni europee. Quando il fascicolo penale è stato archiviato, la storia del Watergate de noantri è stato riscritto dalla Verità alla luce di un’informativa della Guardia di finanza, datata luglio 2020. Un’annotazione che gettava una luce sinistra sull’intera inchiesta giornalistica del settimanale. Le Fiamme gialle meneghine hanno, infatti, ricostruito come uno dei partecipanti all’incontro dell’albergo moscovita, l’avvocato Gianluca Meranda, fosse da tempo in contatto con i cronisti, quasi un agente provocatore.L’inchiesta su Striano portata avanti dalle Procure di Perugia e Roma aggiunge nuovi tasselli a questo inquietante quadro. Basta leggere le carte per capire che i protagonisti di quella vicenda, i nomi che hanno riempito le pagine dei giornali (e poi Il libro nero della Lega), dall’autunno 2018, sono stati compulsati di continuo, pescati nei database, estratti dalle Sos, cercati e ricercati negli anni. Un pattern investigativo e mediatico martellante, quasi compulsivo. Il primo nome, quello da cui tutto parte, è Gianluca Savoini, ex portavoce di Salvini con solidi legami a Mosca. «Questa Pg», annota la Guardia di finanza, «ha proceduto ad analizzare le digitazioni nominative effettuate da Striano in banca dati dal 6 marzo al 29 agosto 2019, riscontrando la ricerca di nominativi […] collegati alla Lega Nord in quanto emersi dagli articoli stampa relativi alle vicende Fondi Lega e Caso Metropol, riportanti il contenuto di segnalazioni di operazioni sospette consultate da Striano in data antecedente alla pubblicazione degli articoli». Gli atti mostrano consultazioni ripetute sulle sue società, sui movimenti e su associazioni come Lombardia-Russia, considerate hub dell’intero affare. Tre accessi su Savoini vengono cristallizzati: 3 settembre 2019, 7 dicembre 2020, 7 aprile 2022. A quelle date, però, non corrispondono tutte le ricerche. Agli investigatori risultano «attività antecedenti al 2019», ma le «informazioni relative alle visure eseguite dal tenente Striano in possesso» della polizia giudiziaria «partono […] dal gennaio 2019». In sostanza le ricerche degli investigatori hanno preso in considerazione (anche per non inseguire reati prescritti) un arco di tempo successivo al summit del Metropol. Ma qualche impronta è rimasta. Infatti, secondo gli inquirenti, «l’analisi delle email rinvenute sul personal computer di Striano ha consentito di riscontrare un fitto scambio di corrispondenza con il giornalista (Tizian, ndr) a far data dal 2012 fino al novembre 2022». La ricerca attraverso la parola chiave «Tizian» avrebbe «consentito», ricostruiscono i finanzieri, «di disvelare che lo scambio di email e l’invio di informazioni da parte di Striano al giornalista, tutte tratte dalle banche dati in uso al corpo e da altri archivi risale al 2012. Lo stesso si interrompe tra il 2014 e il 2018». Ma proprio nel 2018 «la modalità di invio dei documenti cambia, in quanto i due cominciano a utilizzare il servizio Wetransfer». L’ultima email inviata risale al 29 ottobre 2022. E in quel lasso di tempo di informazioni ne sarebbero transitate parecchie. E su diversi nominativi ricercati dal tenente.Il secondo nome fisso nella costruzione del caso Metropol è proprio quello di Meranda. Compare, insieme a Savoini, in una Sos cercata da Striano. Poi c’è il bancario toscano Francesco Vannucci, anche lui coinvolto nel presunto affare del petrolio. L’uomo viene «menzionato», annotano gli investigatori, «in articolo stampa intitolato “Soldi pubblici per mr. Russiagate” pubblicato su L’Espresso in data 15 settembre 2019». La ricerca del nominativo nella banca dati è del 14 marzo dello stesso anno. Un nome poco noto fuori dagli atti, ma ricorrente dentro, è quello di Ernesto Ferlenghi. Compare in tre Sos e in un appunto redatto da Striano. «Un’ulteriore ricerca sui supporti informatici e in particolare sul cellulare in uso a Striano», evidenziano gli investigatori, «ha consentito di riscontrare, a riprova dell’illiceità del proprio operato, la presenza di un’email, già approfondita nel paragrafo relativo a Tizian, con la quale utilizzando l’applicazione Wetransfer, Striano invia gli allegati alla segnalazione in analisi». Su Ferlenghi, gli accessi si ripetono: settembre 2019, dicembre 2020, aprile 2022. In alternanza con Savoini e Glauco Verdoia.Per Verdoia, manager piemontese coinvolto (e mai indagato) nella trattativa del Metropol come potenziale intermediario bancario, gli atti raccolti dal tenente Striano parlano di «attività pre-investigativa» avviata nel 2021 nella «prevenzione dei fenomeni di criminalità finanziaria connessi all’emergenza Covid-19». Ma la sua scheda investigativa compare accanto agli stessi nomi del cluster Metropol. La Sos su Oleg Kostyukov, console russo, descrive invece una operazione: «Ha convertito in contanti [...] Usd 25.000 [...] e Usd 100.000 [...] senza farli transitare dal proprio conto corrente». Striano lo cerca nelle banche dati quattro volte in due giorni. Una frequenza «anomala», scrivono gli inquirenti, «non riconducibile ad alcuna diretta attività investigativa delegata». E, coincidenza, «a tal proposito», aggiungono i finanzieri, «si evidenzia che il contenuto della Sos è confluito nell’articolo dal titolo “Quei 125.000 euro in contanti per il convegno con Salvini e Putin" pubblicato dal Domani in data 30 luglio 2022 a firma, tra l’altro, di Tizian».Ma non è finita: «Attesa la coincidenza tra la data della visura e la data di creazione del file, appare verosimile ritenere che lo stesso sia riconducibile alla predetta consultazione effettuata da Striano, i cui dati sono successivamente confluiti nell’articolo». Il format Metropol è stato costruito così.
Catherine, la mamma della famiglia nel bosco, parla dopo mesi di silenzio e racconta la sua versione dei fatti. Ringrazia l'Italia e non rinnega le sue scelte di vita. E si dice pronta a tutto per i suoi figli.
Il Global Terrorism Index 2026 registra un calo di attacchi e vittime, ma segnala una minaccia più concentrata e letale. Africa epicentro del jihadismo, mentre in Occidente crescono i «lupi solitari» e la radicalizzazione giovanile.
Il terrorismo globale arretra nei numeri, ma evolve nella forma e nella distribuzione geografica, diventando più concentrato e potenzialmente più destabilizzante. È questa la principale conclusione del Global Terrorism Index 2026, che evidenzia una diminuzione significativa degli attacchi nel 2025 ma al tempo stesso segnala l’emergere di nuove dinamiche capaci di alimentare instabilità su scala internazionale. Nel corso dell’ultimo anno le vittime del terrorismo sono scese del 28 per cento, fermandosi a 5.582 morti, mentre gli attacchi sono diminuiti del 22 per cento, per un totale di 2.944 episodi registrati. Un miglioramento diffuso, con 81 Paesi che hanno visto ridurre l’impatto del terrorismo e solo 19 che hanno registrato un peggioramento.Dietro questo apparente calo si nasconde però una trasformazione profonda del fenomeno. Il terrorismo non scompare, ma si concentra in aree specifiche e assume forme più fluide. Oggi quasi il 70 per cento delle vittime si concentra in cinque Paesi: Pakistan, Burkina Faso, Nigeria, Niger e Repubblica Democratica del Congo. Si tratta di contesti caratterizzati da instabilità politica, conflitti interni e debolezza istituzionale, dove gruppi armati riescono a operare con maggiore libertà sfruttando l’assenza di controllo statale.
Il cambiamento più evidente riguarda lo spostamento del baricentro del terrorismo globale verso il Sahel e l’Africa subsahariana. Oltre la metà delle morti legate al terrorismo si registra infatti in questa regione, dove la combinazione di fragilità statale, crisi economica e tensioni etniche favorisce l’espansione dei gruppi jihadisti. Negli ultimi anni il fenomeno si è progressivamente spostato dal Medio Oriente verso l’Africa, trasformando l’area saheliana nel principale laboratorio dell’estremismo violento. Questo spostamento ha implicazioni dirette anche per l’Europa, sia per la prossimità geografica sia per le rotte migratorie e commerciali che collegano le due sponde del Mediterraneo. A dominare la scena restano quattro organizzazioni principali: lo Stato Islamico, Jamaat Nusrat al-Islam wal Muslimeen, Tehrik-e-Taliban Pakistan e al-Shabaab. Questi gruppi sono responsabili complessivamente del 70 per cento delle vittime del terrorismo nel 2025, confermando il peso delle reti jihadiste transnazionali e la loro capacità di adattamento ai nuovi contesti operativi. Lo Stato Islamico, pur operando in meno Paesi rispetto al passato, resta l’organizzazione più letale, grazie a una struttura decentralizzata che permette di mantenere attive numerose affiliate regionali. In questo quadro emerge un dato significativo: il report non colloca Hamas tra i principali gruppi responsabili delle vittime globali. L’assenza del movimento palestinese dalla lista delle organizzazioni più letali non significa una riduzione del suo peso politico, ma riflette la metodologia dell’indice, che misura il terrorismo in base al numero di attacchi e di morti registrati a livello globale. Il rapporto evidenzia infatti come il fenomeno sia oggi dominato da gruppi attivi soprattutto in Africa e in Asia meridionale, mentre il Medio Oriente pesa meno nelle statistiche complessive, pur rimanendo strategicamente rilevante. Il Marocco si conferma tra i Paesi più sicuri al mondo secondo il Global Terrorism Index 2026, che inserisce il Regno nel gruppo delle nazioni con il più basso livello di minaccia terroristica su scala globale. In un contesto internazionale caratterizzato da persistenti focolai di violenza e da una crescente instabilità in diverse aree, Rabat si distingue per l’assenza di attentati registrati negli ultimi anni, risultato attribuito all’efficacia dell’azione svolta dai suoi apparati di sicurezza e al consolidamento di un solido sistema di prevenzione.
Il Pakistan è risultato il Paese più colpito dal terrorismo per la prima volta nella storia dell’indice, a causa della ripresa delle attività di gruppi armati legati ai talebani e delle tensioni lungo i confini con l’Afghanistan. Anche Nigeria e Repubblica Democratica del Congo hanno registrato un forte aumento delle vittime, mentre Burkina Faso, pur restando tra i Paesi più colpiti, ha segnato la riduzione più significativa nel numero di morti, con un calo del 45 per cento. Tuttavia, il report sottolinea che la diminuzione degli attacchi è stata accompagnata da una maggiore letalità, segno di operazioni meno frequenti ma più devastanti. Parallelamente cresce la preoccupazione per l’Occidente. Nel 2025 le morti legate al terrorismo nei Paesi occidentali sono aumentate del 280 per cento, un dato che riflette una serie di attacchi ad alta visibilità mediatica e spesso legati a individui radicalizzati autonomamente. Il fenomeno dei cosiddetti “lupi solitari” domina la scena: negli ultimi cinque anni il 93 per cento degli attacchi mortali in Occidente è stato compiuto da singoli individui, spesso difficili da individuare preventivamente dalle autorità.
Uno degli elementi più allarmanti riguarda la radicalizzazione giovanile. Bambini e adolescenti hanno rappresentato il 42 per cento delle indagini antiterrorismo in Europa e Nord America nel 2025, con un incremento triplo rispetto al 2021. Il tempo necessario per la radicalizzazione si è drasticamente ridotto e può avvenire nel giro di poche settimane, alimentato da propaganda online, algoritmi dei social network e contenuti estremisti facilmente accessibili. Il report evidenzia inoltre il ruolo sempre più centrale delle aree di confine. Oltre il 41 per cento degli attacchi avviene entro 50 chilometri da un confine internazionale e il 64 per cento entro 100 chilometri. Le zone di frontiera rappresentano spazi dove il controllo statale è limitato e dove i gruppi armati possono muoversi agevolmente tra diversi Paesi, sfruttando rivalità politiche e scarsa cooperazione tra governi. Questo fenomeno è particolarmente evidente nel Sahel, nel confine tra Afghanistan e Pakistan e nella regione tra Colombia e Venezuela.
Il documento menziona tuttavia Hamas in un contesto più ampio legato alle dinamiche regionali e alle reti di proxy. Il report sottolinea che l’escalation geopolitica, in particolare quella che coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele, potrebbe aumentare il rischio di attacchi indiretti attraverso organizzazioni alleate, tra cui Hamas, Hezbollah e gli Houthi. Ciò significa che, pur non essendo tra i principali attori statistici, questi gruppi restano rilevanti sul piano strategico e potrebbero influenzare l’evoluzione della minaccia terroristica. Nel complesso, il Global Terrorism Index 2026 descrive una minaccia in trasformazione. Il terrorismo diventa meno diffuso ma più concentrato, meno strutturato ma più imprevedibile, meno legato a grandi organizzazioni e sempre più alimentato da reti decentralizzate e individui radicalizzati online. La diminuzione registrata nel 2025 potrebbe quindi rappresentare solo una pausa temporanea. L’evoluzione dei conflitti internazionali, l’instabilità delle regioni di frontiera e la crescente radicalizzazione giovanile suggeriscono che il rischio di nuove ondate terroristiche rimane elevato, con implicazioni dirette anche per l’Europa e l’Occidente.
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Marine Le Pen (Ansa)
Analizzando più attentamente i dati e pur tenendo presente che il voto locale ha sempre logiche proprie, potrebbero però emergere effetti contrastanti e indicazioni di una certa rilevanza anche in vista delle presidenziali previste nel 2027. La prima indicazione evidenzia che il secondo turno delle elezioni municipali francesi ha confermato l’avanzata del Rassemblement national sul piano nazionale, anche se non si è tradotta nella conquista delle principali grandi città, offrendo così letture discordanti in vista del voto del prossimo anno. Il Rassemblement non sfonda nei grandi centri urbani in presenza di un elettorato più giovane, più istruito, più globalizzato, mentre guadagna i favori di un elettorato periferico e rurale, evidenziando così che la frattura tra una Francia urbana e una Francia periferica è una frattura politica strutturale.
Il leader del Rassemblement national Jordan Bardella ha comunque rivendicato «la più grande svolta della sua storia», sostenendo che il partito ha acquisito «un forte slancio», spendibile nel prossimo futuro. La destra ha infatti ottenuto una vittoria significativa a Nizza e si è imposta in diverse città piccole e medie, soprattutto nel Sud del Paese, come Carcassonne, Agde e Mentone, aggiungendo questi risultati al successo del primo turno a Perpignan.
Secondo un sondaggio della società di ricerca Harris Interactive, Bardella resterebbe il favorito per il primo turno delle prossime presidenziali con il 35%, 17 punti sopra l’ex primo ministro Édouard Philippe. Tuttavia, e questa è la seconda indicazione, l’esito delle municipali ha mostrato la persistente difficoltà del Rassemblement national nei ballottaggi, dove si scontra con la tradizionale convergenza delle altre forze politiche per bloccarne l’ascesa. A Tolone, ad esempio, la candidata del partito Laure Lavalette, in vantaggio al primo turno, è stata superata al ballottaggio dalla sindaca conservatrice uscente José Massi. I risultati hanno premiato anche Philippe, rieletto a Le Havre, e acceso la competizione nel campo conservatore, dove i Repubblicani, pur rivendicando il ruolo di principale forza politica, appaiono ancora privi di una candidatura presidenziale unitaria. Nel complesso, il voto municipale consegna al Rassemblement national un rafforzamento territoriale e politico, ma al contempo, conferma anche che il partito di Marine Le Pen e Jordan Bardella continua a incontrare forti resistenze quando si tratta di trasformare il consenso in vittorie decisive nei principali centri, dove affronta un «soffitto urbano» che può essere decisivo al secondo turno.
In questo quadro una terza indicazione emerge dall’esito elettorale di Nizza, che potrebbe configurarsi forse come un piccolo laboratorio per il resto del Paese. Da questa città infatti, la quinta della Francia, sono emersi equilibri tali da poter influenzare le prossime presidenziali. Le recenti esperienze hanno dimostrato che, quando al secondo turno arrivava una lista della destra, l’appello al cosiddetto Rassemblement republicain, l’alleanza trasversale delle altre forze politiche, bastava spesso ad orientare il voto. A Nizza questo non è avvenuto e una più ragionata politica delle alleanze ha permesso alla destra, con Eric Ciotti, di conquistare la città. Certo, e questo vale per tutti, è necessario non eccedere troppo nel considerare queste elezioni un «antipasto presidenziale», dal momento che il voto per i sindaci francesi rimane quello con maggiori implicazioni locali: sono gli stessi francesi a ritenerlo tale. Tuttavia, le indicazioni emerse invitano a un’attenta valutazione, mantenendo lo sguardo sulla Costa Azzurra, oggi più di ieri.
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Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia a margine dell'evento «Stop the Ets to save the ceramics sector» organizzato dall'eurodeputato Stefano Cavedagna dello stesso partito.