Per tenere su la filiera di Fca Elkann chiede 6,3 miliardi garantiti dal decreto imprese
Dopo l’accordo col fisco in un maxi contenzioso, il gruppo che ha sede legale in Olanda negozia con Intesa il più grande prestito della storia italiana. Paracadute Sace all’80%

Fca tratta un maxi prestito da 6,3 miliardi con Intesa che chiederà la garanzia dello Stato. Un paracadute di liquidità necessario per tenere in piedi tutta la filiera dell’automotive finita in panne con l’emergenza Covid-19. Un’operazione di sistema, dunque, per tamponare l’impatto della crisi su indotto, fornitori e dipendenti del settore che lavora con i marchi del gruppo.

Le prime indiscrezioni erano apparse sul Fatto Quotidiano lo scorso 5 maggio, ieri sono state rilanciate dal quotidiano Mf e poi da Bloomberg che ha però aggiunto un dettaglio in più: il nome della banca con cui starebbe trattando Fca per ottenere la linea di credito, ovvero Intesa Sanpaolo. L’istituto guidato da Carlo Messina, scrive l’agenzia Usa, sarebbe il principale finanziatore mentre Sace fornirebbe una garanzia pubblica per l’80% dell’importo. Intesa non commenta anche perché il via libera a quello che potrebbe essere il più grande prestito bancario della storia italiana deve prima passare al vaglio del cda. Se scatterà il semaforo verde, il soggetto finanziatore – in questo caso la banca – dovrà tempestivamente coordinarsi con Sace per l’avvio della fase istruttoria. L’operazione rientrerebbe, infatti, nell’ambito della «procedura ordinaria» prevista dal dl Imprese: ovvero quella riservata ad aziende con fatturato individuale superiore o uguale a 1,5 miliardi di euro o con numero di dipendenti in Italia superiore o uguale a 5.000 e per finanziamenti di importo superiore o uguale a 375 milioni. Pertanto, si legge nel manuale operativo, «prima dell’avvio delle procedure interne di analisi creditizia e di verifica dei requisiti di eleggibilità previsti dal decreto per accertarne la piena sussistenza, il soggetto finanziatore dovrà comunicare a Sace il nominativo dell’impresa che ha richiesto un finanziamento con le caratteristiche previste dal decreto non appena ricevuta la richiesta stessa da parte dell’impresa (e non dopo la conclusione del proprio processo istruttorio). Una volta completata l’istruttoria, Sace ne invia gli esiti al ministero dell’Economia. Il rilascio della garanzia sarà comunque subordinato all’emissione di un apposito decreto da parte del Mef. Ottenute le garanzie, la banca erogherà il prestito che comunque sarà di mercato, ovvero con interessi.

L’iter dunque è lungo e non scontato in quanto l’ok richiede il rispetto di tutta una serie di condizioni. Per esempio che gli investimenti cui è finalizzato il prestito vengano fatti in Italia e che la società richiedente non distribuisca dividendi. Fca ha annunciato nei giorni scorsi che la fusione con Psa sarà completata prima della fine del primo trimestre 2021 ma che entrambe le società non staccheranno la cedola ordinaria nel 2020 (pari a 1,1 miliardi solo per il Lingotto) a differenza di altri gruppi come Bmw che, nonostante Cig e aiuto dallo Stato, ha comunque versato l’assegno ai soci. Non solo. Fca, che ha sede legale in Olanda (e fiscale nel Regno Unito) , utilizzerebbe la linea di credito attraverso Fca Italy per fare da cordone sanitario alla filiera italiana e per sostenere gli stabilimenti che ha nel Paese. La crisi morde: il gruppo ha chiuso il primo trimestre con una perdita netta di 1,7 miliardi, un calo del 18% delle consegne complessive e una flessione del 16% dei ricavi a quota 20,6 miliardi ma nessun lancio dei modelli previsto quest’anno è stato cancellato, al massimo subirà un ritardo medio di tre mesi.

«La liquidità disponibile è pari a 18,6 miliardi a fine marzo, inclusa una linea di credito revolving da 6,25 miliardi che è stata interamente utilizzata in aprile. Inoltre, sempre nel mese di aprile, la liquidità è stata rafforzata con una linea di credito aggiuntiva da 3,5 miliardi, attualmente inutilizzata», ha detto l’ad Mike Manley lo scorso 5 maggio. Il 12 maggio è saltata l’operazione PartnerRe, che avrebbe dovuto portare 9 miliardi di dollari nelle casse di Exor, la holding della famiglia Agnelli e maggiore azionista di Fca: la francese Covéa, gigante delle assicurazioni, però ci ha ripensato e ha fatto un passo indietro. In cassaforte, al 31 dicembre 2019, la finanziaria poteva contare su 790 milioni di liquidità. Con lo stop ai dividendi ordinari di Fca e Psa, Exor perderà circa 320 milioni. Resta comunque da capire la sorte del dividendo straordinario da 5,5 miliardi che il Lingotto distribuirà prima della fusione con Peugeot, comunque nel 2021. Gli Agnelli hanno inoltre chiuso di recente il contenzioso con l’Agenzia delle entrate: l’Erario contestava a Fca di aver sottostimato le attività Usa di Chrysler (al tempo dell’acquisizione nel 2014) per 5,1 miliardi di imponibile e chiedeva di pagare 1,3 miliardi tra multa e mancate tasse. L’accordo, invece, prevede che l’ammontare riconosciuto al fisco si fermi a 730 milioni. Non ci sarà alcun esborso cash e nessuna multa o sanzione è stata comminata. Un bel colpo per Fca, nel pieno delle opportunità legali concesse da una transazione.

Nella lettera agli azionisti di Exor John Elkann aveva citato le parole di Albert Camus: «Ai tempi della peste abbiamo imparato che ci sono negli uomini più cose da ammirare che da disprezzare». E concluso con una promessa: «Continueremo a fare tutto ciò che possiamo, sia nelle nostre società sia nelle comunità in cui viviamo, al contempo avendo cura di pianificare i progetti futuri». Con l’aiuto di Intesa e la garanzia dello Stato.

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