
«Sì, ho ricevuto pressioni e minacce di licenziamento affinché modificassi il rapporto e scrivessi che il piano pandemico risale al 2016 e non al 2006, come invece è».
A parlare è Francesco Zambon, coordinatore della sede veneziana degli uffici dell'Oms e del team di ricercatori che, nel maggio scorso, avevano redatto il dossier che sbugiardava la retorica sul «modello italiano», intitolato Una sfida senza precedenti: la prima risposta dell'Italia al Covid-19.
Zambon, intervistato ieri dal Corriere del Veneto, appare quasi rassegnato al siluramento: «Sono ancora nel mio ufficio di Venezia», riferisce, «ma non so per quanto». Intanto, però, assicura di essere pronto a testimoniare davanti ai pm di Bergamo, impegnati in quella che definisce «l'indagine del secolo». Finora, l'agenzia Onu ha bloccato lui e i coautori del rapporto, invocando l'immunità diplomatica per i propri rappresentanti. Curiosamente, però, non ha opposto resistenza alla convocazione del suo vicedirettore, nonché membro del Comitato tecnico scientifico italiano, Ranieri Guerra, sentito dai magistrati il 5 novembre scorso. Quasi come se l'Oms volesse che le toghe ascoltino solo la versione dell'uomo che, stando alle email mostrate dalla trasmissione Report di Rai 3, avrebbe brigato affinché fosse alterata e poi ritirata la relazione, in cui si definiva «caotica e creativa» la gestione della pandemia da parte del governo giallorosso. Una versione, quella di Guerra, che, a parere di Zambon, «non corrisponde al vero». Lo studioso precisa pure che, «secondo i pm, lo status diplomatico non dispenserebbe dall'obbligo di rendere testimonianza». Dunque, è questione di giorni: poi, il «pentito» dell'Oms dirà la sua in Procura.
Che Zambon fosse stato sollecitato a modificare il dossier, in particolare nel passaggio sull'aggiornamento del piano pandemico, era già chiaro dal tenore delle missive inviategli da Guerra. «Non fatemi casino su questo», intimava costui l'11 maggio: «Stasera andiamo sui denti di Report e non possiamo essere suicidi». Di qui, l'ordine di «correggere subito» il brano sul piano pandemico, che la relazione finanziata dal Kuwait indicava come «riconfermato nel 2017» e, quindi, sostanzialmente immutato dal 2006. Guerra, che era stato direttore del Dipartimento prevenzione del ministero e che avrebbe dovuto adeguarlo, pretendeva si scrivesse che il documento era stato aggiornato nel 2016. Ma Zambon aveva resistito al pressing. Così, 24 ore dopo la pubblicazione, il rapporto è stato ritirato: «Sono state fatte sparire tutte le copie cartacee», ricorda lo studioso, «le mie le tengo gelosamente in cassaforte». Sono documenti che scottano: alla Verità, l'ex generale Pier Paolo Lunelli ha dichiarato che, con un piano pandemico efficace, si sarebbero potute salvare almeno 10.000 vite. Zambon ha precisato che «si sarebbero potuti formare i sanitari in prima linea, risultati invece largamente impreparati».
Tra le ragioni addotte per giustificare la richiesta di manipolazione, Guerra aveva menzionato anche «uno degli atout di Speranza», ossia, «il poter riferirsi a Oms come consapevole figlia (sic) di fico per certe decisioni impopolari e criticate». Insomma, l'agenzia Onu doveva coprire gli svarioni del ministro e non urtarne «la sensibilità politica». Sarebbe stato d'accordo persino il direttore generale, Tedros Adhanom. E proprio in quest'email a Zambon, il supertecnico italiano, dopo aver ricordato i «10 milioni» di «contributo volontario» all'Oms, sborsati da Roma, si lasciava andare a una frase dal sapore vagamente intimidatorio: «Come sai, sto per iniziare con il ministro il percorso di riconferma parlamentare (e finanziaria) del centro di Venezia e non vorrei dover subire ritardi o contrattacchi». Una sortita che, in effetti, Zambon poteva leggere come un avvertimento: se fai uscire quel dossier così com'è, la tua sede di lavoro potrebbe finire in malora. Da parte sua, Ranieri Guerra ha negato di aver minacciato il collega e, tuttavia, non ha risposto alle domande dei giornalisti di Rai 3.
L'autogol, comunque, era già realizzato: il report di maggio ha forse avuto più risonanza di quella che gli sarebbe stata accordata se non fosse stato insabbiato. Per di più, i numeri sulla pandemia, che nessuno può mascherare, parlano da sé. Le elaborazioni della Johns Hopkins, aggiornate al mese di novembre, restituiscono un ritratto impietoso del «modello italiano»: la mortalità del virus in Italia è la più alta d'Europa, seconda solamente - e solo dello 0,1% - a quella della Gran Bretagna. La quale, d'altra parte, fa registrare meno decessi per milione di abitanti. Nell'altra macabra classifica, l'Italia è sesta al mondo. Messa molto peggio dei «negazionisti» Brasile, Usa e Svezia: e pensare che qualcuno si vantava di aver scongiurato le «fosse comuni»...
Ieri, lo scandalo ha fatto irruzione anche alla Camera, dove Giorgio Mulé, di Forza Italia, «sbigottito» dalle rivelazioni del ricercatore al Corriere del Veneto, ha incalzato Roberto Speranza: «Perché, ministro, non chiede all'Oms di svelare le carte, perché non convoca Zambon, perché non pretende chiarezza da Guerra? Sono dei fatti gravissimi e avete l'obbligo della trasparenza e della verità». Almeno per rispetto di 57.000 morti.






