Per il caso Epstein arriva il primo arresto eccellente: il fratello di Re Carlo, fin dall'inizio coinvolto nelle scabrose vicende del faccendiere. Ma è solo l'inizio del terremoto.
Per il caso Epstein arriva il primo arresto eccellente: il fratello di Re Carlo, fin dall'inizio coinvolto nelle scabrose vicende del faccendiere. Ma è solo l'inizio del terremoto.
(Imagoeconomica)
Ok a più agenti e stipendi migliori, ma le forze dell'ordine devono essere più tutelate.
Nei talk mi capita spesso di sentire la voce della sinistra che si lamenta del governo sulla sicurezza. A loro dire «il governo dovrebbe assumere di più e aumentare i salari delle forze dell’ordine». Un ritornello facile facile che apre qualche breccia pure tra qualche elettore del centrodestra, insoddisfatto per gli episodi di criminalità e di delinquenza raccontati in televisione.
Facciamo così, proviamo a seguirli. Non fosse altro che per noi la sicurezza è davvero un tema urgente, necessario e grave. Che il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, stia governando in maniera efficace e sicuramente di gran lunga migliore di qualsiasi altra opzione targata centrosinistra non c’è dubbio. Si può fare meglio? Figuratevi se qui abbiamo remore ad alzare l’asticella. Quindi, facciamo così: chiediamo anche noi sempre più agenti e auspichiamo stipendi migliori. Ma chiediamo anche che le forze dell’ordine quando lavorano siano rispettate e tutelate perché lavorare contro criminali e delinquenti significa non avere dubbi sull’esercizio della forza, che è lecita solo quando è in capo a chi autorizzato dalle leggi.
Con più agenti per strada si avrebbe un maggiore controllo del territorio nel contrastare delinquenti e criminali. Gente come quel Mansouri che nel bosco di Rogoredo, il bosco della droga e della morte, stava presidiando la «sua» area di spaccio. Mansouri è uscito dal buio portando con sé il «ferro» che, solo successivamente, si è scoperto essere una pistola replica (smettiamola di usare l’espressione «pistola giocattolo»). Quel ferro lo ha puntato verso i poliziotti, uno dei quali ha reagito sparando e uccidendolo. Incriminazione per lui e pure per i colleghi.
Prima di entrare nel discorso magistratura, restiamo in quello politico. La sinistra che vuole più forze dell’ordine sa che più poliziotti per strada significa anche più situazioni di scontro con i criminali? È inevitabile dal momento che tra criminali italiani e criminali immigrati la somma fa un pessimo totale, intollerabile. La sinistra non può volere più poliziotti o carabinieri e poi non dire che alla gente come Mansouri , che presidia il traffico di stupefacenti, che estrae una pistola (affari suoi se è a salve...) e la punta verso gli agenti, si debba sparare. Perché questa cosa, nei talk, non la dicono mai. Balbettano e si rintanano dietro l’azione della magistratura.
E arriviamo così ai giudici. Era necessaria questa nuova iniziativa contro gli agenti di Milano che stavano contrastando il traffico di stupefacenti? Anche questa è, come sentiamo ripetere ogni volta in casi in cui un agente è costretto ad aprire il fuoco, un’inchiesta a tutela degli agenti? Non credo. Qui stiamo dentro quella zona grigia - della quale ha parlato Giorgia Meloni - dove si diffida di chi indossa un’uniforme, si teme sempre che l’agente agisca da giustiziere della notte, da Rambo, da esaltato. Basta, direi. A furia di pensarla così, teppisti di ogni risma, delinquenti e criminali, agiscono seguendo il copione Acab, cioè che «tutti i poliziotti sono bastardi». Lo stesso vale per il caso Ramy e in tutti quegli altri in cui poliziotti e carabinieri finiscono a processo e magari vengono pure condannati. E poi: era necessario stoppare il rimpatrio di un algerino irregolare, con 23 condanne come curriculum? Diciamo che tanta attenzione verso le... «altre divise» che menano i poliziotti e sfidano lo Stato ci pare di non vederla. Ma sicuramente la colpa è nostra e non dei magistrati ai quali non si può rimproverare alcunché (ora; figuriamoci se dovessero pure vincere i No alla riforma...).
Per farla breve, le critiche della sinistra al governo sono ipocrisia pura. Ma ci forniscono un assist: caro governo, la sicurezza non basta mai e siccome non vogliamo né la privatizzazione dell’ordine pubblico né un mondo alla Minority Report, si assumano più agenti e decidiamo una volta per sempre se nello scontro tra buoni e cattivi, lo Stato copre i suoi operatori oppure se offre indirettamente spazi e appigli perché i fetenti la facciano franca. Onestamente mi sono rotto di questa zona grigia. E credo di essere in buona compagnia.
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Ecco #DimmiLaVerità del 19 febbraio 2026. Il nostro Fabio Amendolara ci spiega la vicenda del rimborso alla Ong Sea Watch.
In dieci anni le ditte tricolori sono calate del 5% mentre quelle straniere sono aumentate del 21%. E adesso il 10% degli imprenditori è nato all’estero. Un boom che parla cinese e romeno e che fotografa il nostro declino.
Prendi i soldi e scappa. Viene da dire così leggendo i dati diffusi dalla Camera di Commercio di Venezia e Rovigo, ed elaborati dalla Fondazione Leone Moressa, sulla nazionalità delle imprese che operano in Italia. L’italiano non è più la lingua ufficiale dell’imprenditoria visto che quelle condotte da stranieri crescono e quelle tricolori deperiscono.
La rilevazione racconta che alla fine del 2025 c’erano 796.000 imprenditori nati all’estero (10,8% del totale) e 600.000 imprese a conduzione «straniera» (11,9%). Dal 2015 al 2025, gli imprenditori nati in Italia sono diminuiti (-5,2%) e i nati all’estero aumentati (+21,3%).
Perché prendi i soldi e scappa? Questi dati andrebbero confrontati con i livelli di mortalità: la sensazione è che si avviino i negozi e le ditte di costruzione fin quando non ci sono le prime vere scadenze fiscali o fin quando durano le agevolazioni e poi si chiude. Anni fa Raffaello Lupi, uno dei tributaristi di maggior caratura - insegna all’università di Tor Vergata - in un suo studio sull’evasione fiscale, faceva giustizia di molti luoghi comuni: non esiste il fisco amico e l’evasione è figlia di un malfunzionamento dello Stato perché riscuote solo dai grandi aggregati ma lascia perdere il bangladino, la microimpresa che anche sotto il profilo contributivo induce qualche perplessità.
Leggendo i dati viene fuori che l’andamento dell’anagrafe delle imprese riflette esattamente quello che sta accadendo alla nostra economia. Tornano a fiorire i cinesi che ormai hanno monopolizzato la vendita al dettaglio e la manifattura in conto terzi, calano le imprese edili perché la spinta del 110% si sta esaurendo. Ma ciò che preoccupa è l’addensarsi in alcune aree geografiche di una forte presenza di imprese straniere, segno evidente che c’è un perdurante invecchiamento delle aziende made in Italy e anche del made in Italay. I dati raccontano che anche nell’ultimo anno, c’è stato un aumento degli imprenditori nati all’estero (+1,1%) e un calo dei nati in Italia (-0,6%). Le aziende condotte da imprenditori nati in Cina sono in ripresa e rappresentano la maggioranza con 79.996 imprese attive, contro le 79.228 rumene. È interessante notare che le comunità con gli aumenti più significativi sono state Albania (+5,4%), Moldavia (+6,9%) e Ucraina (+7,3%). In calo, invece, i Paesi africani come Marocco (-1,9%), Nigeria (-5,2%) e Senegal (-5,2%). Questo significa che le opportunità economiche si sono spostate su tre settori: commercio, contoterzismo e assistenza alla persona, mentre è decisamente in calo il ricorso a imprese straniere per attività di servizi di base (pulizie, guardianaggio e facchinaggio) e in agricoltura.
Come si diceva c’è un evidente nesso con i flussi economici nel constatare che i cinesi sono quelli a maggior densità d’imprenditori (uno su tre) con la massima espressione d’impresa femminile (le cinesi sono 36.414, pari al 16,4% delle imprenditrici immigrate), a riprova che questi immigrati si concentrano su due commercio e contoterzismo. E che le imprese al femminile siano tutte concentrate in attività di lavorazioni di base, soprattutto per il sistema moda, e di servizi alla persona è confermato dal dato complessivo dell’imprenditoria femminile estera. In totale le «aziende» sono 220.000; oltre il 70% tra i nati in Thailandia che fa impresa è donna, per Bielorussia e Lituania il tasso d’imprenditoria femminile supera il 60%, così come tra gli stranieri che arrivano dai Paesi dell’Est. Significativo è il fatto che le aziende «estere» si concentrino nelle regioni dove ci sono i maggiori distretti industriali, con unica eccezione delle Marche, dove il comparto moda-calzature, anche per il perdurare delle sanzioni alla Russia, ha ridotto i volumi di esportazione e quindi di domanda di lavorazioni di base.
Le regioni con più imprenditori nati all’estero sono Lombardia (177.000), Lazio (81.000), Toscana (75.000) ed Emilia-Romagna (74.000). Rispetto agli imprenditori totali, l’incidenza maggiore si registra in Liguria (15,5%) e Toscana (14,7%) e contemporaneamente in tutti questi territori, con l’eccezione di Sicilia e Campania, si è avuto un calo degli imprenditori nati in Italia. Interessante è il valore dell’occupazione che rileva come siano quasi tutte aziende di piccole dimensioni, ma capaci di creare lavoro: hanno circa 900.000 occupati (5% del totale). Tra le 600.000 imprese «straniere» attive, quasi un terzo si concentra nel commercio. Considerando l’edilizia si arriva quasi al 60%. Nell’edilizia oltre un quinto delle imprese è a conduzione «straniera» (22,1%).
È partendo da questa «fotografia» che l’onorevole Alberto Gusmeroli (Lega), presidente della commissione Attività produttive della Camera, ha chiesto un’indagine conoscitiva su andamento e composizione del Pil nel periodo 1992-2025, constatando che lo sviluppo è inferiore alla media europea.
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2026-02-19
Decreto Bollette, su l’Irap alle imprese. L’ad di Edison, Monti: così stop investimenti
Nicola Monti (Imagoeconomica)
Aumento di due punti dell’imposta. Il manager: «Modifiche sugli Ets? Improbabili se unilaterali». Bonus per le famiglie.
Il consiglio dei ministri di ieri ha finalmente dato il via libera all’attesissimo decreto sull’energia, che nelle intenzioni dovrebbe portare ad un abbassamento dei costi dell’energia per famiglie e imprese. Il decreto ora sarà pubblicato e poi trasmesso alle Camere per la conversione in legge.
L’aiuto per le famiglie in condizioni economiche svantaggiate, in numero di circa 2,7 milioni, sale a 115 euro, superiore ai valori contenuti nelle bozze circolate. Tra la sorpresa generale, è spuntato nel decreto un aumento dell’aliquota Irap per le aziende del comparto energetico, dal 3,9% al 5,9%. La misura dovrebbe fruttare circa 900 milioni in due anni, che saranno utilizzati per abbassare gli oneri di sistema nella bolletta delle piccole e medie imprese. Il riferimento è in particolare alla componente Asos, destinata a pagare gli incentivi alle fonti rinnovabili.
L’altra notizia importante è che sulla sospensione del sistema ETS (il pagamento degli oneri di emissione di CO2) il governo va avanti e aprirà una interlocuzione con la Commissione europea. Ha pensato Giorgia Meloni stessa a spiegare i contenuti del decreto con un video sui social, in cui dice che nel complesso si tratta di interventi del valore di 5 miliardi di euro.
Oltre agli aiuti alle famiglie vi sarà una riduzione degli oneri generali di sistema. La manovra su questo è ampia: taglio dei tempi di pagamento degli oneri di sistema che le aziende energetiche versano allo Stato e aumento dell’Irap del 2% sulle aziende che producono, distribuiscono e vendono energia e prodotti energetici. Par di capire quindi che non si tratta solo di energia elettrica e gas, ma anche di gasolio e benzina. Gli introiti di questo aumento di tasse saranno destinati, appunto, all’abbattimento degli oneri di sistema. Il governo, dice Meloni, con il decreto darà un aiuto alle aziende che consumano molto gas, con l’abbattimento degli oneri di trasporto e altre componenti della tariffa. Meloni non ne ha parlato direttamente, ma il decreto contiene anche la nuova «gas release» e l’abbattimento del differenziale tra i prezzi del gas sul mercato Ttf e su quello italiano del Psv, attraverso un complesso meccanismo.
Le norme che incidono sui prezzi del gas avranno effetti anche sui prezzi dell’energia elettrica, afferma Meloni, che poi fa qualche esempio di risparmio. Si va dai 500 euro all’anno di risparmi per un ristoratore ai 220.000 euro all’anno per un’industria gasivora.
Il presidente del consiglio ha illustrato anche la norma che agevola la sottoscrizione di contratti di lungo termine tra produttori da fonte rinnovabile e piccole e medie aziende, mettendole sotto il cappello del «disaccoppiamento» del prezzo dell’energia elettrica da quello del gas. Sarà infatti potenziata la piattaforma pubblica per stipulare i Ppa (Power Purchase Agreement) in modo che le piccole aziende possano aggregarsi per contrattualizzare energia a lungo termine. Sace e il Gse avranno un ruolo di garanzia e coordinamento. Meloni infine apre un capitolo a parte per parlare dell’Ets. «Una tassa voluta dall’Europa», dice nel video, che grava su chi emette di più. «Questo ha una sua logica, il problema è che oggi si tiene conto anche degli Ets per determinare il prezzo di tutte le forme di energia anche quelle rinnovabili che questa tassa non la pagano. Noi vogliamo scorporare il costo degli Ets dalla determinazione del prezzo delle energie rinnovabili, come ad esempio l’idroelettrico e il solare», afferma il premier. Che poi specifica: «È una norma che chiaramente avrà bisogno dell’autorizzazione dell’Ue e che è coerente con l’impegno che stiamo portando avanti». Il governo italiano, dunque, punta ad inserire questa norma nel quadro più ampio dei negoziati in corso a livello di Unione sulla riduzione degli oneri Ets, giocando d’anticipo.
«Ridurre il peso delle bollette e i costi energetici era un preciso obiettivo di Forza Italia: oggi diventa una promessa mantenuta. Il decreto approvato dedica la necessaria attenzione alle difficoltà di famiglie e imprese, con un forte impulso alle rinnovabili e all’innovazione. Va dato atto al ministro Pichetto Fratin di aver portato a termine un lavoro tecnico molto solido, che serve alla competitività del nostro Paese», ha dichiarato in una nota Paolo Barelli, presidente dei deputati di Forza Italia.
Voci critiche si levano invece da parte degli operatori. L’amministratore delegato di Edison, Nicola Monti, durante la presentazione dei risultati 2025 alla stampa, ieri mattina aveva detto che «fare manovre invasive rischia di distorcere gli equilibri e la messa a terra di ciò che gli investitori hanno deciso di fare». Sul tema dell’Ets, Monti ha affermato di ritenere «improbabile che si possa fare una modifica unilaterale di un provvedimento europeo». Questo prima che si sapesse dell’aumento dell’Irap sulle aziende energetiche, una sorpresa certo non gradita. Mentre il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha accolto con favore il decreto.
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