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2019-02-01
Pensione di Pietrostefani coperta fino al 2022. Dopo lo manterremo noi
Non ci ha provato solo Giorgio Pietrostefani, condannato per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi e latitante a Parigi dal 2000, a chiedere la pensione all'Inps. Ha tentato di seguire il suo esempio anche il concittadino Raffaele Silvio Ventura, per cui la Procura generale di Milano nel 2017 ha rinnovato l'ordine di carcerazione per scontare 24 anni di pena. L'ex membro delle Formazioni comuniste combattenti, originario di Varese, dove è nato nell'ottobre del 1949, è nella lista dei 30 most wanted in mano al ministro dell'Interno Matteo Salvini, ma potrebbe evitare la prigione essendo diventato cittadino francese grazie al matrimonio con una signora d'Oltralpe. Nei mesi scorsi Ventura ha chiesto la pensione (sulla base di una convenzione tra Italia e Francia) come ha fatto l'ex leader di Lotta continua Pietrostefani. Ma nel 2018 l'Inps ha respinto la richiesta in via amministrativa, visto che l'ex terrorista aveva versato in Italia contributi insufficienti, mentre altri li aveva versati in Francia come lavoratore autonomo. I tribunali italiani lo hanno condannato per banda armata, associazione sovversiva, rapina, devastazione, detenzione e porto illegale di armi e di bottiglie incendiarie. Il primo ordine di carcerazione è del 1997. Nel 2017 è stato rinnovato. Ma, a causa del suo nuovo passaporto, è molto probabile che resterà uccel di bosco.
In ogni caso, dopo la copertina di Panorama sulla pensione che l'Inps versa al latitante Pietrostefani, in Italia si è aperto il dibattito sull'opportunità di pagare l'assegno a chi si sta sottraendo all'esecuzione della propria pena. Infatti Pietrostefani nel 2000 è stato condannato definitivamente quale mandante dell'omicidio del commissario Calabresi insieme con Ovidio Bompressi (graziato dall'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano) e Adriano Sofri, tutti leader del disciolto movimento Lotta continua.
All'Inps risulta che in Italia Pietrostefani abbia versato contributi riferiti a quasi 297.400 euro di salari spalmati in nove anni, tra il 1983 e il 1992. A questi vanno aggiunti altri 600 euro di retribuzioni percepite per due mesi e mezzo di lavoro tra il 1976 e il 1977. Il totale fa 298.000. Considerando che il 33% circa va in contributi, Pietrostefani ha pagato quasi 100.000 euro in Italia. Lo Stato gliene ha già restituiti 41.000, 21.740 nel 2017, 17.700 nel 2018 e 1.565 con l'assegno di gennaio di quest'anno. Ciò significa che nei prossimi 36 mesi Pietrostefani avrà esaurito il suo credito e allora saremo noi a pagargli la pensione. Diventando in un certo senso complici di un latitante. Anche perché tra 36 mesi sarà il febbraio del 2022, mentre Pietrostefani deve scontare ancora 14 anni e due mesi di carcere: a partire da oggi la sua pena scadrebbe nel 2033.
Nei giorni scorsi sul Foglio l'ex compagno di Pietrostefani, Sofri, ha provato a negare che il vecchio amico sia tecnicamente un latitante: «Giorgio Pietrostefani vive notoriamente a Parigi, dove ha la residenza da un gran numero di anni. Vi risiedeva già quando venne a consegnarsi al carcere nel gennaio 1997, con una previsione piuttosto fondata di non uscirne più. Ci restò due anni e otto mesi, fino a quando, accolta l'istanza di revisione della nostra condanna, fummo provvisoriamente scarcerati. Non c'è niente di clandestino nella sua esistenza. Ha sempre e regolarmente lavorato. Chiunque voglia frequentarlo - e lui voglia frequentare -lo può fare: io per esempio. Con qualche limitazione in più da quando, tre anni fa, per un carcinoma al fegato, ha avuto, grazie alla sanità pubblica di quel Paese, un trapianto di fegato che gli ha salvato in extremis la vita. Gli ho chiesto come va: dopo di allora infatti ha subito 13 interventi in endoscopia, di riparazione o di manutenzione (uso termini profani). I controlli permanenti e gli effetti dei farmaci immunosoppressori incidono naturalmente sulla sua vita quotidiana. Del resto, è una persona di 75 anni. Mi auguro che il titolo di “Primula rossa in fuga", che oggi viene tributato a lui e altri in là con gli anni, lo rincuori». L'arringa di Sofri continua: «Dopo il respingimento della revisione, nel 2000, Pietrostefani restò a Parigi. Lo fece a malincuore, per una sola ragione: a differenza di Ovidio Bompressi e me, che avevamo figli grandi, aveva una figlia bambina e scelse di starle vicino. Gli costò. Io ne fui contento». Bene, Sofri ne fu contento. Ma gli altri? I giudici? Le forze dell'ordine? E gli italiani che oggi gli devono pagare la pensione?
Per il giudice milanese Guido Salvini, Pietrostefani, Sofri e Bompressi hanno ancora qualche segreto da svelare: «Dopo le confessioni di Leonardo Marino e le sentenze delle Corti di Milano, nessuna persona di buon senso può credere che Lotta continua non abbia fatto la sua parte in quell'omicidio (di Calabresi, ndr). È una storia che comunque non conosciamo per intero. Per esempio chi era l'informatore del Sid “Como", di cui ho trovato negli anni Novanta le relazioni e che faceva parte dell'esecutivo di Lotta continua nel periodo dell'omicidio Calabresi? I dirigenti di Lotta continua dell'epoca sarebbero in grado di identificarlo; non si può escludere nessuno, lo dico come mera ipotesi, nemmeno che fosse Pietrostefani o una persona a lui vicina. Posto che militanti di Lotta continua hanno certamente eseguito l'omicidio, a quale livello militare o politico è stata presa quella decisione? […] Non ci sono le risposte che sarebbe giusto avere prima che quella generazione scompaia».
Forse anche solo per ottenere queste risposte bisognerebbe chiedere che qualcuno applichi la legge Fornero che prevede la revoca delle prestazioni assistenziali per chi abbia subito una condanna definitiva per reati «di particolare allarme sociale» come l'associazione o l'attentato per finalità di terrorismo, il sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione, l'associazione di tipo mafioso, il voto di scambio politico mafioso, la strage.
Giacomo Amadori
Assegno da 739 euro al mese pure al terrorista nero
L'uomo che visse due volte se ne sta da qualche parte vicino a San Isidro, in Argentina, con la sua pensione Inps da artigiano da 739 euro al mese pagata dallo Stato italiano, come ha scoperto Panorama. Lo stesso uomo che da oltre 40 anni l'Italia cerca in mezzo mondo.
Mario Pellegrini, nell'unica foto agli atti dell'Antiterrorismo, sfoggia due baffoni messicani e un mezzo ghigno di sfida. Deve scontare 12 anni e sei mesi per il sequestro (avvenuto il 26 agosto 1975) del banchiere leccese Luigi Mariano, che dovette ricomprarsi la libertà pagando 280 milioni di lire. I soldi dovevano finanziare la nascita in Puglia di un movimento di estrema destra chiamato La pietra eletta, guidato da Pierluigi Concutelli, l'assassino del giudice Vittorio Occorsio. Un'associazione sovversiva, dai rituali para massonici, che avrebbe affiancato Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, di cui lo stesso Pellegrini era ruvido militante nelle scorribande su tutto il territorio nazionale.
Nato a Papozze (Rovigo) il 4 agosto del 1939, Pellegrini agli inizi degli anni Settanta è il duro di un gruppo di neofascisti toscani. Gestisce il bar Versilia sul Lido di Camaiore, che è un po' il ritrovo dei nostalgici del Ventennio della zona. Accusato di aver picchiato e accoltellato un giovane strillone dell'Unità (per rappresaglia, si disse, i rossi gli incendiarono il bar) viene spedito al soggiorno obbligato a San Pancrazio Salentino, in provincia di Brindisi. Qui -insieme ad altri militanti di Avanguardia nazionale e dell'Msi - organizza il rapimento dell'uomo d'affari. Le forze dell'ordine lo cercano ovunque, anche in Sicilia, dove intanto sono stati allestiti diversi campi di addestramento neofascisti sotto l'occhiuto controllo della mafia, ma è imprendibile. I servizi segreti lo individuano in fuga nella Spagna post franchista.
Il pentito Vincenzo Vinciguerra, a sua volta latitante in terra iberica per sfuggire a un ordine di arresto per una serie di attentati dei Legionari in Friuli, raccontò che Pellegrini si sarebbe arruolato nella struttura logistica e operativa creata dall'attivista anticomunista francese Yves Guérin-Sérac e da Stefano Delle Chiaie. «Seppi che un gruppetto di camerati aveva fatto un agguato a un dirigente dell'Eta, uccidendolo», disse Vinciguerra al pm, «ma questi prima di morire aveva reagito sparando a sua volta e ferendo in modo gravissimo l'italiano. Questi, prima che il gruppo potesse rientrare in Spagna, era morto e, a quanto mi fu detto, fu abbandonato in un fiume al fine di non lasciare tracce».
L'italiano doveva essere Pellegrini, così credettero tutti. Tranne l'Interpol e le forze dell'ordine italiane che, il 19 gennaio 2002, lo arrestano vicino a Buenos Aires. Pellegrini, che all'epoca aveva 63 anni, rimase a disposizione dell'autorità giudiziaria argentina pochi giorni perché la richiesta di estradizione venne rigettata. Oggi il suo nome è tra i 30 terroristi ricercati a cui il Viminale ha deciso di dare la caccia.
Simone di Meo
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I pagamenti previdenziali di Giorgio Pietrostefani basteranno soltanto per altri tre anni. Al «collega» Raffaele Silvio Ventura, sempre latitante in Francia, l'Inps ha risposto picche. Mario Pellegrini, membro di Avanguardia nazionale condannato per sequestro, fuggì in Argentina. Versò i contributi come artigiano. Lo speciale comprende due articoli. Non ci ha provato solo Giorgio Pietrostefani, condannato per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi e latitante a Parigi dal 2000, a chiedere la pensione all'Inps. Ha tentato di seguire il suo esempio anche il concittadino Raffaele Silvio Ventura, per cui la Procura generale di Milano nel 2017 ha rinnovato l'ordine di carcerazione per scontare 24 anni di pena. L'ex membro delle Formazioni comuniste combattenti, originario di Varese, dove è nato nell'ottobre del 1949, è nella lista dei 30 most wanted in mano al ministro dell'Interno Matteo Salvini, ma potrebbe evitare la prigione essendo diventato cittadino francese grazie al matrimonio con una signora d'Oltralpe. Nei mesi scorsi Ventura ha chiesto la pensione (sulla base di una convenzione tra Italia e Francia) come ha fatto l'ex leader di Lotta continua Pietrostefani. Ma nel 2018 l'Inps ha respinto la richiesta in via amministrativa, visto che l'ex terrorista aveva versato in Italia contributi insufficienti, mentre altri li aveva versati in Francia come lavoratore autonomo. I tribunali italiani lo hanno condannato per banda armata, associazione sovversiva, rapina, devastazione, detenzione e porto illegale di armi e di bottiglie incendiarie. Il primo ordine di carcerazione è del 1997. Nel 2017 è stato rinnovato. Ma, a causa del suo nuovo passaporto, è molto probabile che resterà uccel di bosco. In ogni caso, dopo la copertina di Panorama sulla pensione che l'Inps versa al latitante Pietrostefani, in Italia si è aperto il dibattito sull'opportunità di pagare l'assegno a chi si sta sottraendo all'esecuzione della propria pena. Infatti Pietrostefani nel 2000 è stato condannato definitivamente quale mandante dell'omicidio del commissario Calabresi insieme con Ovidio Bompressi (graziato dall'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano) e Adriano Sofri, tutti leader del disciolto movimento Lotta continua. All'Inps risulta che in Italia Pietrostefani abbia versato contributi riferiti a quasi 297.400 euro di salari spalmati in nove anni, tra il 1983 e il 1992. A questi vanno aggiunti altri 600 euro di retribuzioni percepite per due mesi e mezzo di lavoro tra il 1976 e il 1977. Il totale fa 298.000. Considerando che il 33% circa va in contributi, Pietrostefani ha pagato quasi 100.000 euro in Italia. Lo Stato gliene ha già restituiti 41.000, 21.740 nel 2017, 17.700 nel 2018 e 1.565 con l'assegno di gennaio di quest'anno. Ciò significa che nei prossimi 36 mesi Pietrostefani avrà esaurito il suo credito e allora saremo noi a pagargli la pensione. Diventando in un certo senso complici di un latitante. Anche perché tra 36 mesi sarà il febbraio del 2022, mentre Pietrostefani deve scontare ancora 14 anni e due mesi di carcere: a partire da oggi la sua pena scadrebbe nel 2033. Nei giorni scorsi sul Foglio l'ex compagno di Pietrostefani, Sofri, ha provato a negare che il vecchio amico sia tecnicamente un latitante: «Giorgio Pietrostefani vive notoriamente a Parigi, dove ha la residenza da un gran numero di anni. Vi risiedeva già quando venne a consegnarsi al carcere nel gennaio 1997, con una previsione piuttosto fondata di non uscirne più. Ci restò due anni e otto mesi, fino a quando, accolta l'istanza di revisione della nostra condanna, fummo provvisoriamente scarcerati. Non c'è niente di clandestino nella sua esistenza. Ha sempre e regolarmente lavorato. Chiunque voglia frequentarlo - e lui voglia frequentare -lo può fare: io per esempio. Con qualche limitazione in più da quando, tre anni fa, per un carcinoma al fegato, ha avuto, grazie alla sanità pubblica di quel Paese, un trapianto di fegato che gli ha salvato in extremis la vita. Gli ho chiesto come va: dopo di allora infatti ha subito 13 interventi in endoscopia, di riparazione o di manutenzione (uso termini profani). I controlli permanenti e gli effetti dei farmaci immunosoppressori incidono naturalmente sulla sua vita quotidiana. Del resto, è una persona di 75 anni. Mi auguro che il titolo di “Primula rossa in fuga", che oggi viene tributato a lui e altri in là con gli anni, lo rincuori». L'arringa di Sofri continua: «Dopo il respingimento della revisione, nel 2000, Pietrostefani restò a Parigi. Lo fece a malincuore, per una sola ragione: a differenza di Ovidio Bompressi e me, che avevamo figli grandi, aveva una figlia bambina e scelse di starle vicino. Gli costò. Io ne fui contento». Bene, Sofri ne fu contento. Ma gli altri? I giudici? Le forze dell'ordine? E gli italiani che oggi gli devono pagare la pensione? Per il giudice milanese Guido Salvini, Pietrostefani, Sofri e Bompressi hanno ancora qualche segreto da svelare: «Dopo le confessioni di Leonardo Marino e le sentenze delle Corti di Milano, nessuna persona di buon senso può credere che Lotta continua non abbia fatto la sua parte in quell'omicidio (di Calabresi, ndr). È una storia che comunque non conosciamo per intero. Per esempio chi era l'informatore del Sid “Como", di cui ho trovato negli anni Novanta le relazioni e che faceva parte dell'esecutivo di Lotta continua nel periodo dell'omicidio Calabresi? I dirigenti di Lotta continua dell'epoca sarebbero in grado di identificarlo; non si può escludere nessuno, lo dico come mera ipotesi, nemmeno che fosse Pietrostefani o una persona a lui vicina. Posto che militanti di Lotta continua hanno certamente eseguito l'omicidio, a quale livello militare o politico è stata presa quella decisione? […] Non ci sono le risposte che sarebbe giusto avere prima che quella generazione scompaia». Forse anche solo per ottenere queste risposte bisognerebbe chiedere che qualcuno applichi la legge Fornero che prevede la revoca delle prestazioni assistenziali per chi abbia subito una condanna definitiva per reati «di particolare allarme sociale» come l'associazione o l'attentato per finalità di terrorismo, il sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione, l'associazione di tipo mafioso, il voto di scambio politico mafioso, la strage. 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Deve scontare 12 anni e sei mesi per il sequestro (avvenuto il 26 agosto 1975) del banchiere leccese Luigi Mariano, che dovette ricomprarsi la libertà pagando 280 milioni di lire. I soldi dovevano finanziare la nascita in Puglia di un movimento di estrema destra chiamato La pietra eletta, guidato da Pierluigi Concutelli, l'assassino del giudice Vittorio Occorsio. Un'associazione sovversiva, dai rituali para massonici, che avrebbe affiancato Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, di cui lo stesso Pellegrini era ruvido militante nelle scorribande su tutto il territorio nazionale. Nato a Papozze (Rovigo) il 4 agosto del 1939, Pellegrini agli inizi degli anni Settanta è il duro di un gruppo di neofascisti toscani. Gestisce il bar Versilia sul Lido di Camaiore, che è un po' il ritrovo dei nostalgici del Ventennio della zona. Accusato di aver picchiato e accoltellato un giovane strillone dell'Unità (per rappresaglia, si disse, i rossi gli incendiarono il bar) viene spedito al soggiorno obbligato a San Pancrazio Salentino, in provincia di Brindisi. Qui -insieme ad altri militanti di Avanguardia nazionale e dell'Msi - organizza il rapimento dell'uomo d'affari. Le forze dell'ordine lo cercano ovunque, anche in Sicilia, dove intanto sono stati allestiti diversi campi di addestramento neofascisti sotto l'occhiuto controllo della mafia, ma è imprendibile. I servizi segreti lo individuano in fuga nella Spagna post franchista. Il pentito Vincenzo Vinciguerra, a sua volta latitante in terra iberica per sfuggire a un ordine di arresto per una serie di attentati dei Legionari in Friuli, raccontò che Pellegrini si sarebbe arruolato nella struttura logistica e operativa creata dall'attivista anticomunista francese Yves Guérin-Sérac e da Stefano Delle Chiaie. «Seppi che un gruppetto di camerati aveva fatto un agguato a un dirigente dell'Eta, uccidendolo», disse Vinciguerra al pm, «ma questi prima di morire aveva reagito sparando a sua volta e ferendo in modo gravissimo l'italiano. Questi, prima che il gruppo potesse rientrare in Spagna, era morto e, a quanto mi fu detto, fu abbandonato in un fiume al fine di non lasciare tracce». L'italiano doveva essere Pellegrini, così credettero tutti. Tranne l'Interpol e le forze dell'ordine italiane che, il 19 gennaio 2002, lo arrestano vicino a Buenos Aires. Pellegrini, che all'epoca aveva 63 anni, rimase a disposizione dell'autorità giudiziaria argentina pochi giorni perché la richiesta di estradizione venne rigettata. Oggi il suo nome è tra i 30 terroristi ricercati a cui il Viminale ha deciso di dare la caccia. Simone di Meo
iStock
Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.
Pierbattista Pizzaballa (Getty Images)
La lettera, indirizzata alla chiesa di Gerusalemme, che ha giurisdizione su Israele, Palestina, Giordania e Cipro, offre innanzitutto una diagnosi lucida del presente. La guerra, scrive il Patriarca, «è diventata oggetto di un culto idolatra: non ci si siede più ai tavoli per evitare in modo assoluto i conflitti, ma li si tiene ben presenti come scenario possibile o, addirittura, inevitabile». In questo orizzonte, «i civili non sono più considerati vittime collaterali, ma diventano danni da imputare alla mancata resa del nemico o strumenti funzionali al raggiungimento del proprio scopo». La guerra, insomma, «agisce come fine a sé stessa».
Da questa constatazione emergono interrogativi etici inediti, specialmente di fronte all’uso dell’intelligenza artificiale nelle operazioni belliche. «Non si tratta più solo di armi sempre più sofisticate o di droni telecomandati: stiamo entrando in una fase in cui sono gli algoritmi a selezionare obiettivi, a compiere scelte che fino a ieri rimanevano esclusivamente umane». Il patriarca si chiede: «Cosa accade quando a decidere chi vive e chi muore è una macchina? Quale responsabilità resta all’uomo?».
La lettera affronta poi il tema del dolore e della vittimizzazione che nascono dalla guerra, con una distinzione che non può passare inosservata, specialmente con riferimento proprio alla situazione in Medio Oriente e a Gaza. «Di fronte alle tragedie e alle ingiustizie di questo tempo, il sentirsi vittima è una reazione profondamente diffusa. Ciascuno tende a percepire la propria tribolazione come unica e assoluta», ma «esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato. Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità».
Al cuore della riflessione del patriarca c’è Gerusalemme, non solo come realtà fisica ma come «modello di riferimento ideale». Uno sguardo che il Patriarca sviluppa a partire dal libro dell’Apocalisse. La città, nella visione biblica, «ha un cielo. Può sembrare banale o scontato», scrive Pizzaballa, «ma è il suo tratto distintivo più eloquente». Così il cuore della questione non è tecnico o politico, ma teologico: per costruire la città e tessere relazioni autentiche, «si deve partire innanzitutto dalla coscienza della presenza di Dio, il primato di Dio, la fede. Dio non deve essere escluso. Gerusalemme non è solo una questione di confini politici o accordi tecnici. La sua identità principale - la caratteristica più importante della Città e di tutta la Terra Santa - è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio, il luogo dove le fedi sono a casa».
La lettera si sofferma quindi sulla Gerusalemme celeste dell’Apocalisse, «che scende dal cielo, da Dio», e ne trae una lezione decisiva per la città terrena. «Giovanni afferma: “Non vidi alcun tempio”. Non perché venga meno la Presenza di Dio, ma perché Essa non è più concentrata in uno spazio separato». Di conseguenza, «non esistono spazi nei quali Dio è presente e altri nei quali non lo è. Non ci sono luoghi in cui Egli ascolta e altri in cui non ascolta». Per la Gerusalemme terrena, spesso lacerata dall’«ossessione per l’occupazione degli spazi e per la proprietà», questo è un monito severo: l’uso di Dio per giustificare barriere o esclusioni nega la sua stessa natura.
Per abitare questa storia martoriata, occorre quindi un nuovo modo di vedere la realtà attraverso la «lampada dell’Agnello», una luce «pasquale», scrive Pizzaballa, che appartiene a chi ha donato la vita per amore. Questa luce permette di scorgere la vita anche tra le macerie, insegnando a riconoscere in ogni persona una creatura fatta a immagine di Dio.
La terza parte della lettera delinea 13 ambiti pastorali, dal dialogo ecumenico all’accoglienza, dalla cura degli anziani al rifiuto della cultura di violenza. Vie da percorrere per incarnare questa luce nuova. È significativo però che il Patriarca indichi come primo ambito «il primato della liturgia e della preghiera». Perché, scrive, «c’è una tentazione sottile che dobbiamo riconoscere: quella di ridurre la liturgia e la preghiera a uno strumento, a qualcosa che serve per ottenere qualcos’altro, fosse pure la pace, la fine della guerra, la soluzione dei problemi. La preghiera non è un mezzo. […] Chi prega trova fiducia, anche quando sembra impossibile, perché forse la preghiera non cambia tutto né porta risultati immediati e tangibili, ma trasforma il nostro modo di vedere le cose».
La lettera si chiude con l’immagine evangelica che le dà il titolo: i discepoli che, dopo l’ascensione, «tornarono a Gerusalemme con grande gioia». «Anche noi», conclude il Patriarca, «desideriamo tornare alla nostra Gerusalemme quotidiana - le nostre case, le nostre parrocchie, le nostre comunità, il nostro impegno quotidiano - con quella stessa gioia. Non una gioia ingenua, che ignora le fatiche. Ma una gioia pasquale, che sa che la luce vince le tenebre, che la vita sconfigge la morte, che l’amore disarma l’odio». Questa gioia è la vera resistenza per quella che papa Leone XIV ha definito «ora oscura della storia».
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