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2021-11-29
Così Pechino si prende la nostra scuola
La cultura cinese sta invadendo la scuola italiana. Dal Veneto a Palermo. Gli istituti sembrano fare a gara per offrire, a volte con i progetti Pon (il Programma operativo nazionale del Miur), a volte con i Ptof (i progetti per ampliare l'offerta formativa), mandarino e cineserie culturali ai ragazzi, fin dalle primarie. Con tanto di giornalini e approfondimenti sulle tradizioni e sulla Via della seta. Sembrerebbe una normale attività scolastica, se non ci fossero campanelli d'allarme che da qualche tempo stanno mettendo in risalto alcune strategie del Partito comunista cinese per favorire la diffusione di una percezione positiva della Cina nel mondo, con tanto di media partner italiani, come ha svelato uno studio dello Iai, l'Istituto di affari internazionali: «Per rafforzare la propria presenza nell'ambiente mediatico italiano gli organi di informazione di Stato cinesi si sono affidati in larga misura ai Memorandum di intesa e agli accordi di condivisione dei contenuti».
Non solo. Un lavoro di analisi prodotto dal think tank ceco Sinopsis, in partnership con il Global commitee for the rule or law-Marco Pannella, ha messo in luce quali siano «le agenzie di influenza del Partito comunista cinese» e come avvengano «le loro operazioni nella politica parlamentare e locale italiana». Analizza, cioè, gli sforzi di Pechino per «cooptare parlamentari, partiti politici, amministratori locali e personalità influenti nei gruppi di opinione e nei media». Quanto di queste strategie sia entrato nella scuola per ora è difficile stabilirlo. Certo è che da un po' di tempo c'è uno strano fiorire di iniziative sulla cultura cinese.
Nella scuola di primo grado San Nicola a Bari vecchia, dove da metà ottobre gli alunni ogni venerdì studiano il mandarino, probabilmente si è un po' esagerato, tanto da attirare l'attenzione dell'emittente tv locale Telenorba, che ha documentato come in aula non c'era alcun docente selezionato con un concorso pubblico a insegnare ai ragazzi lingua e cultura cinese. E nel servizio televisivo si vede la professoressa Chen Qian mentre mostra una cartina Cina-centrica, con in bella vista i territori rivendicati dalla Repubblica popolare cinese: Taiwan, una fetta del Mar cinese meridionale e parte del Mar cinese orientale. Propaganda, insomma.
Agli istituti superiori Vespucci e al linguistico Enriques di Livorno, invece, è spuntato un progetto di lingua e cultura cinese rivolto alle classi terze, quarte e quinte, dove sembra essere molto in voga un giornalino già prodotto in tre uscite e ancora rintracciabile sul Web. La seconda uscita ha come titolo di apertura «Tradizioni, superstizioni e affascinanti leggende». All'interno, però, non c'è solo folklore. Gli articoli scritti dai ragazzi presentano il matrimonio tradizionale, l'abbigliamento tradizionale e le paladine d'oriente, tra le quali spicca la scrittrice femminista Leslie Chang. La pagina culturale, poi, è dedicata alle serie tv, presentate come strumento capace di «far conoscere meglio tutti gli aspetti di questo bellissimo Paese». Ma ci sono anche articoli critici nei confronti dell'Occidente che avrebbe «influenzato» la cultura cinese, arrivata a festeggiare per ben tre volte la festa di San Valentino.
Si arriva, infine, a magnificare le cinque invenzioni cinesi «che hanno cambiato il mondo». E se al Vespucci si sono concentrati su un percorso interattivo e multimediale su Marco Polo, per arrivare però alla «nuova Via della seta», alla rivista si sono dedicati gli studenti dell'Enriques, in collaborazione con l'Istituto Confucio, un'istituzione per la diffusione all'estero della lingua e cultura cinese creata dall'Ufficio Hanban, quartier generale del ministero dell'Istruzione della Repubblica popolare cinese. «Sostenuti in maniera attiva dal governo e dalle elite politiche comuniste», gli Istituti Confucio, stando a uno studio del China Brief tradotto da Asia news, «non propagano però soltanto la lingua e la cultura cinese, cercano di modificare l'immagine di Pechino agli occhi del mondo. L'operazione, per quanto imponente, non cambierà le critiche alle violazioni dei diritti umani e delle libertà religiose».
Nello stesso articolo, viene riportato il pensiero di Steven Mosher, presidente del Population research institute (Pri), che ritiene gli Istituti Confucio dei «cavalli di Troia che vogliono indottrinare i giovani e convincerli a credere che lo Stato e il Partito cinese non sono una minaccia per il proprio popolo e, in senso più ampio, per il mondo intero». La diffusione degli Istituti Confucio, infine, è spiegato ancora su China Brief, «è sostenuta all'interno del Paese dallo scopo di usarli come mezzi per la diplomazia soft. La rete di relazioni compresa all'interno dei Confucio corrisponde alla diplomazia di Pechino, e la strategia è di pubblicizzare la Cina e la sua immagine in crescita civilizzata, democratica, aperta e progressista in giro per il mondo».
Propaganda. Che sembra finire con una certa facilità anche nelle scuole italiane. Molto pubblicizzato è il corso di lingua e cultura cinese del De Amicis di Rovigo, organizzato, anche questa volta, in collaborazione con l'Istituto Confucio. I titoli rilasciati spesso vengono presentati come «riconosciuti anche in Cina». Lo fa ad esempio il liceo scientifico internazionale Maria Adelaide di Palermo. Mentre all'istituto comprensivo statale di Lendinara, in provincia di Rovigo, in occasione del capodanno cinese sono state organizzate attività via Zoom come la proiezione di un cartone animato per l'inizio dell'anno del Bufalo e la preparazione di un disegno augurale da colorare.
Il Veneto sembra essere particolarmente affascinato dalla Cina, tanto che l'ufficio scolastico regionale ha organizzato per la quarta volta consecutiva un concorso intitolato «Valorizziamo la cultura cinese». Il tema dell'ultimo anno scolastico era: «La Via della seta tra Oriente e Occidente». E la stampa locale va pazza per la gara di conoscenza culturale, dedicando non pochi servizi all'iniziativa e interviste, con tanto di foto, ai giovani vincitori.
Ma la Cina ha conquistato pure l'istituto scolastico della fondazione Cristo Re di Roma. Qui si comincia particolarmente presto. Nel presentare sul sito Web i corsi di cinese per i più piccoli, viene spiegato che «i nostri bambini sono destinati a essere i cittadini del mondo, ecco perché molti genitori scelgono di far intraprendere ai propri figli un percorso formativo multiculturale fin da piccoli. Tra i 3 e i 5 anni lo studio di una lingua avviene in modo intuitivo, mentre dopo i 7 anni questo diventa deduttivo, in quanto il bambino inizia a fare riflessioni sempre più coscienti».
A Taranto, invece, si sono superati. Al liceo Ferraris, in collaborazione con l'Istituto Confucio di Macerata, hanno organizzato un evento per promuovere il progetto «Classi di esperienza cinese». L'iniziativa è stata pubblicizzata annunciando che i ragazzi avrebbero preparato un video nel quale si sarebbero esibiti nella lettura in lingua di alcuni passi di Confucio e avrebbero cantato perfino l'inno della Repubblica popolare cinese. Ma c'è un luogo, a Padova, dove gli studenti alternano senza troppe difficoltà l'inno nazionale cinese e quello italiano: la Scuola internazionale italo-cinese, primo collegio europeo paritario bilingue con il cinese come seconda lingua. È l'unica scuola nel suo genere in Italia ad aver ottenuto l'approvazione dal Miur. Sul sito Internet dell'istituto è spiegato che «varcando i cancelli di questa scuola può capitare di vedere bambini cinesi che intonano l'inno nazionale italiano, o piccoli italiani che salutano con un cinese «Ni Hao».
Dalle elementari alle medie, i bambini possono alloggiare nell'istituto e, è spiegato ancora, «condividere le loro vite, tra studio, giochi e divertimento», tra gli insegnamenti di Confucio, le lanterne e i festeggiamenti per il capodanno. Rigorosamente secondo la tradizione di Pechino.
«In ballo molti soldi per costruirsi un’immagine nuova»

Giovanni Giacalone (centromachiavelli.com)
«Nel 2009 gli istituti italiani che insegnavano il cinese erano solo 17, poi, con i dati aggiornati al 2017, erano già diventati 279. Immagino che oggi si siano moltiplicati. Credo che oltre alla notevole richiesta da parte di un parterre sempre più attratto dalla Cina, ci siano anche tanti finanziamenti in ballo». Giovanni Giacalone, ricercatore del Centro studi Machiavelli e analista del team per la gestione delle emergenze dell'Università Cattolica di Milano, per la rivista The American conservative ha analizzato di recente proprio il «Manuale dell'infiltrazione» cinese in Occidente, sottolineando che agenti del Partito comunista cinese fanno proseliti tra i politici, nelle università e nelle principali agenzie di stampa americane ed europee.
Ora si scopre che la Cina ha trovato particolarmente interessanti le scuole italiane.
«Il governo di Pechino sta mettendo in atto una strategia su più livelli: culturale, sociale, economica e politica, con l'obiettivo di conquistare l'opinione pubblica e promuovere un'immagine nuova e pulita».
Qualche esempio di come funziona la macchina della propaganda?
«Il genocidio degli uiguri (un'etnia turcofona di religione islamica che vive nel Nordovest della Cina, ndr) anche in Italia non può essere definito tale. Il Partito comunista cinese promuove una versione che liquida la questione come un semplice screzio politico-religioso interno. Basta approfondire di poco la questione per scoprire che non è così. Ma questo è solo un esempio di una strategia ben più ampia. Un caso interessante, che ho citato su The American conservative, ha coinvolto la squadra Nba di pallacanestro di Houston, i Rockets, quando nel 2019 il general manager, Daryl Morey, ha twittato il suo sostegno ai manifestanti di Hong Kong. Pechino ha immediatamente reagito sospendendo la trasmissione dei giochi dei Rockets in Cina, dove la squadra ha un numero enorme di tifosi. La Chinese basketball association, il cui presidente è l'ex giocatore dei Rockets Yao Ming, ha interrotto la collaborazione con la squadra con sede a Houston e anche gli sponsor si sono affrettati a ritirarsi».
Anche nelle scuole italiane, quindi, non si può parlare male di Pechino?
«L'insegnamento della lingua cinese è un ottimo cavallo di troia per poi accedere al controllo della divulgazione culturale e, quindi, politica. Insegnando il cinese, come accaduto nella scuola media di Bari, diventa facile espandersi quasi in modo naturale nel campo della propaganda. I cinesi sanno che muoversi in Europa è difficile, e allora partono dalle menti dei più piccoli, che sono spugne. È su di loro che stanno lavorando. Bisogna tenere bene in mente che i cinesi sono in Italia non da ieri e hanno avuto quindi modo di studiare a fondo il nostro sistema educativo, dalle scuole dell'infanzia, alle elementari, alle medie inferiori e superiori e soprattutto all'università. Poi, grazie all'Istituto Confucio, è più facile trovare un varco nel target individuato».
Ma a livello operativo come si muovono?
«È risaputo che il regime cinese si avvale di varie associazioni e organizzazioni che si presentano come promotrici di amicizia e cooperazione tra i popoli, ma che sono legate al Pcc, come l'Associazione del popolo cinese per l'amicizia con l'estero o la China association for international friendly contatto».
È un fenomeno tutto italiano? O è qualcosa di cui ci stiamo accorgendo soltanto adesso?
«In altri Paesi, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, è una strategia consolidata. I cinesi non sono una sorpresa per molti osservatori, insomma. Che le autorità statunitensi fossero già ben consapevoli dell'infiltrazione del Partito comunista cinese nel Paese lo ha rivelato nel luglio 2020 l'Fbi. I cinesi operano lì in questo modo da molti anni. Come ho avuto modo di spiegare sul The American conservative, gli attori potenzialmente più ricettivi alla propaganda del regime cinese vengono identificati e il sistema viene infiltrato e lavorato dall'interno per trascinarlo dalla parte della Cina. Gli Stati Uniti, il Canada, la Gran Bretagna, la Francia, la Germania e l'Italia sono il terreno privilegiato dell'Istituto Confucio. Sono considerati i principali “campi di battaglia" per l'offensiva ideologica del Partito comunista cinese. Ma il tema vero è se ci sia o no consapevolezza e se si voglia arginare questo meccanismo di infiltrazione e di propaganda».
Parte tutto dal governo di Pechino?
«Il motore principale di questo processo è il Fronte unito, una strategia politica che il Pcc ha utilizzato per implementare la sua influenza e interferenza in tutto il mondo. Descritto dal presidente cinese Xi Jinping come la sua “arma magica", il Fronte unito si impegna in varie forme di guerra politica che vanno dal lobbismo alla pressione, con l'obiettivo di promuovere la narrativa del regime, censurando e indebolendo coloro che lo criticano. I leader del Fronte sono selezionati dal Partito comunista cinese e sono, nella maggior parte dei casi, membri del partito stesso. Attualmente è gestito da Wang Yang, il quarto membro del Politburo del Pcc».
Usano un metodo o mezzi particolari per individuare dove sia più opportuno intervenire?
«Il Partito comunista cinese ha un accurato meccanismo per identificare potenziali obiettivi di influenza dell'establishment politico e culturale. Come spiegato dal direttore dell'Ucla, il Center for China studies, Richard Baum (noto nel mondo per i suoi numerosi lavori accademici sulla politica cinese), il Pcc divide gli obiettivi di infiltrazione in categorie».
Per esempio?
«“Amico" è qualcuno pienamente in linea con ciò che dice la parte comunista; “amichevole" qualcuno di cui ci si può fidare ma non completamente, come gli uomini d'affari, a causa del loro interesse ad apparire amichevoli per raggiungere i loro obiettivi; poi vengono coloro che amano la Cina ma conoscono molto bene i vizi del Pcc; e quelli che difficilmente sono influenzabili. La penultima categoria identifica coloro a cui piace la Cina ma odiano il Pcc e gli ultimi sono coloro che semplicemente non sanno o non se ne curano».
A scuola, soprattutto nelle classi elementari, diventa quindi più semplice creare quelli che un giorno verranno definiti «amici».
«Il discorso scolastico ovviamente è molto sensibile e interessante. Far passare nelle aule la Cina come un Paese tra i più democratici non è difficile. Una volta che si è stratificata tra i più piccoli questa opinione il gioco è fatto».
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A Padova il primo collegio europeo paritario bilingue approvato dal ministero, a Taranto in aula si canta l'inno nazionale, a Bari fanno lezione maestri non autorizzati. Si moltiplicano corsi di mandarino, giornalini, addirittura un concorso intitolato «Valorizziamo la cultura cinese». Viaggio nella campagna di indottrinamento ideologico voluta dal regime. Con tanto di media partner nostrani.Giovanni Giacalone, ricercatore del centro studi Machiavelli: «Conquistati i giovani il gioco è fatto. E i centri di insegnamento continuano a crescere».Lo speciale contiene due articoli.La cultura cinese sta invadendo la scuola italiana. Dal Veneto a Palermo. Gli istituti sembrano fare a gara per offrire, a volte con i progetti Pon (il Programma operativo nazionale del Miur), a volte con i Ptof (i progetti per ampliare l'offerta formativa), mandarino e cineserie culturali ai ragazzi, fin dalle primarie. Con tanto di giornalini e approfondimenti sulle tradizioni e sulla Via della seta. Sembrerebbe una normale attività scolastica, se non ci fossero campanelli d'allarme che da qualche tempo stanno mettendo in risalto alcune strategie del Partito comunista cinese per favorire la diffusione di una percezione positiva della Cina nel mondo, con tanto di media partner italiani, come ha svelato uno studio dello Iai, l'Istituto di affari internazionali: «Per rafforzare la propria presenza nell'ambiente mediatico italiano gli organi di informazione di Stato cinesi si sono affidati in larga misura ai Memorandum di intesa e agli accordi di condivisione dei contenuti». Non solo. Un lavoro di analisi prodotto dal think tank ceco Sinopsis, in partnership con il Global commitee for the rule or law-Marco Pannella, ha messo in luce quali siano «le agenzie di influenza del Partito comunista cinese» e come avvengano «le loro operazioni nella politica parlamentare e locale italiana». Analizza, cioè, gli sforzi di Pechino per «cooptare parlamentari, partiti politici, amministratori locali e personalità influenti nei gruppi di opinione e nei media». Quanto di queste strategie sia entrato nella scuola per ora è difficile stabilirlo. Certo è che da un po' di tempo c'è uno strano fiorire di iniziative sulla cultura cinese.Nella scuola di primo grado San Nicola a Bari vecchia, dove da metà ottobre gli alunni ogni venerdì studiano il mandarino, probabilmente si è un po' esagerato, tanto da attirare l'attenzione dell'emittente tv locale Telenorba, che ha documentato come in aula non c'era alcun docente selezionato con un concorso pubblico a insegnare ai ragazzi lingua e cultura cinese. E nel servizio televisivo si vede la professoressa Chen Qian mentre mostra una cartina Cina-centrica, con in bella vista i territori rivendicati dalla Repubblica popolare cinese: Taiwan, una fetta del Mar cinese meridionale e parte del Mar cinese orientale. Propaganda, insomma. Agli istituti superiori Vespucci e al linguistico Enriques di Livorno, invece, è spuntato un progetto di lingua e cultura cinese rivolto alle classi terze, quarte e quinte, dove sembra essere molto in voga un giornalino già prodotto in tre uscite e ancora rintracciabile sul Web. La seconda uscita ha come titolo di apertura «Tradizioni, superstizioni e affascinanti leggende». All'interno, però, non c'è solo folklore. Gli articoli scritti dai ragazzi presentano il matrimonio tradizionale, l'abbigliamento tradizionale e le paladine d'oriente, tra le quali spicca la scrittrice femminista Leslie Chang. La pagina culturale, poi, è dedicata alle serie tv, presentate come strumento capace di «far conoscere meglio tutti gli aspetti di questo bellissimo Paese». Ma ci sono anche articoli critici nei confronti dell'Occidente che avrebbe «influenzato» la cultura cinese, arrivata a festeggiare per ben tre volte la festa di San Valentino.Si arriva, infine, a magnificare le cinque invenzioni cinesi «che hanno cambiato il mondo». E se al Vespucci si sono concentrati su un percorso interattivo e multimediale su Marco Polo, per arrivare però alla «nuova Via della seta», alla rivista si sono dedicati gli studenti dell'Enriques, in collaborazione con l'Istituto Confucio, un'istituzione per la diffusione all'estero della lingua e cultura cinese creata dall'Ufficio Hanban, quartier generale del ministero dell'Istruzione della Repubblica popolare cinese. «Sostenuti in maniera attiva dal governo e dalle elite politiche comuniste», gli Istituti Confucio, stando a uno studio del China Brief tradotto da Asia news, «non propagano però soltanto la lingua e la cultura cinese, cercano di modificare l'immagine di Pechino agli occhi del mondo. L'operazione, per quanto imponente, non cambierà le critiche alle violazioni dei diritti umani e delle libertà religiose».Nello stesso articolo, viene riportato il pensiero di Steven Mosher, presidente del Population research institute (Pri), che ritiene gli Istituti Confucio dei «cavalli di Troia che vogliono indottrinare i giovani e convincerli a credere che lo Stato e il Partito cinese non sono una minaccia per il proprio popolo e, in senso più ampio, per il mondo intero». La diffusione degli Istituti Confucio, infine, è spiegato ancora su China Brief, «è sostenuta all'interno del Paese dallo scopo di usarli come mezzi per la diplomazia soft. La rete di relazioni compresa all'interno dei Confucio corrisponde alla diplomazia di Pechino, e la strategia è di pubblicizzare la Cina e la sua immagine in crescita civilizzata, democratica, aperta e progressista in giro per il mondo». Propaganda. Che sembra finire con una certa facilità anche nelle scuole italiane. Molto pubblicizzato è il corso di lingua e cultura cinese del De Amicis di Rovigo, organizzato, anche questa volta, in collaborazione con l'Istituto Confucio. I titoli rilasciati spesso vengono presentati come «riconosciuti anche in Cina». Lo fa ad esempio il liceo scientifico internazionale Maria Adelaide di Palermo. Mentre all'istituto comprensivo statale di Lendinara, in provincia di Rovigo, in occasione del capodanno cinese sono state organizzate attività via Zoom come la proiezione di un cartone animato per l'inizio dell'anno del Bufalo e la preparazione di un disegno augurale da colorare. Il Veneto sembra essere particolarmente affascinato dalla Cina, tanto che l'ufficio scolastico regionale ha organizzato per la quarta volta consecutiva un concorso intitolato «Valorizziamo la cultura cinese». Il tema dell'ultimo anno scolastico era: «La Via della seta tra Oriente e Occidente». E la stampa locale va pazza per la gara di conoscenza culturale, dedicando non pochi servizi all'iniziativa e interviste, con tanto di foto, ai giovani vincitori.Ma la Cina ha conquistato pure l'istituto scolastico della fondazione Cristo Re di Roma. Qui si comincia particolarmente presto. Nel presentare sul sito Web i corsi di cinese per i più piccoli, viene spiegato che «i nostri bambini sono destinati a essere i cittadini del mondo, ecco perché molti genitori scelgono di far intraprendere ai propri figli un percorso formativo multiculturale fin da piccoli. Tra i 3 e i 5 anni lo studio di una lingua avviene in modo intuitivo, mentre dopo i 7 anni questo diventa deduttivo, in quanto il bambino inizia a fare riflessioni sempre più coscienti».A Taranto, invece, si sono superati. Al liceo Ferraris, in collaborazione con l'Istituto Confucio di Macerata, hanno organizzato un evento per promuovere il progetto «Classi di esperienza cinese». L'iniziativa è stata pubblicizzata annunciando che i ragazzi avrebbero preparato un video nel quale si sarebbero esibiti nella lettura in lingua di alcuni passi di Confucio e avrebbero cantato perfino l'inno della Repubblica popolare cinese. Ma c'è un luogo, a Padova, dove gli studenti alternano senza troppe difficoltà l'inno nazionale cinese e quello italiano: la Scuola internazionale italo-cinese, primo collegio europeo paritario bilingue con il cinese come seconda lingua. È l'unica scuola nel suo genere in Italia ad aver ottenuto l'approvazione dal Miur. Sul sito Internet dell'istituto è spiegato che «varcando i cancelli di questa scuola può capitare di vedere bambini cinesi che intonano l'inno nazionale italiano, o piccoli italiani che salutano con un cinese «Ni Hao». Dalle elementari alle medie, i bambini possono alloggiare nell'istituto e, è spiegato ancora, «condividere le loro vite, tra studio, giochi e divertimento», tra gli insegnamenti di Confucio, le lanterne e i festeggiamenti per il capodanno. Rigorosamente secondo la tradizione di Pechino.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/pechino-prende-nostra-scuola-2655870389.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-ballo-molti-soldi-per-costruirsi-unimmagine-nuova" data-post-id="2655870389" data-published-at="1638119945" data-use-pagination="False"> «In ballo molti soldi per costruirsi un’immagine nuova» Giovanni Giacalone (centromachiavelli.com) «Nel 2009 gli istituti italiani che insegnavano il cinese erano solo 17, poi, con i dati aggiornati al 2017, erano già diventati 279. Immagino che oggi si siano moltiplicati. Credo che oltre alla notevole richiesta da parte di un parterre sempre più attratto dalla Cina, ci siano anche tanti finanziamenti in ballo». Giovanni Giacalone, ricercatore del Centro studi Machiavelli e analista del team per la gestione delle emergenze dell'Università Cattolica di Milano, per la rivista The American conservative ha analizzato di recente proprio il «Manuale dell'infiltrazione» cinese in Occidente, sottolineando che agenti del Partito comunista cinese fanno proseliti tra i politici, nelle università e nelle principali agenzie di stampa americane ed europee. Ora si scopre che la Cina ha trovato particolarmente interessanti le scuole italiane. «Il governo di Pechino sta mettendo in atto una strategia su più livelli: culturale, sociale, economica e politica, con l'obiettivo di conquistare l'opinione pubblica e promuovere un'immagine nuova e pulita». Qualche esempio di come funziona la macchina della propaganda? «Il genocidio degli uiguri (un'etnia turcofona di religione islamica che vive nel Nordovest della Cina, ndr) anche in Italia non può essere definito tale. Il Partito comunista cinese promuove una versione che liquida la questione come un semplice screzio politico-religioso interno. Basta approfondire di poco la questione per scoprire che non è così. Ma questo è solo un esempio di una strategia ben più ampia. Un caso interessante, che ho citato su The American conservative, ha coinvolto la squadra Nba di pallacanestro di Houston, i Rockets, quando nel 2019 il general manager, Daryl Morey, ha twittato il suo sostegno ai manifestanti di Hong Kong. Pechino ha immediatamente reagito sospendendo la trasmissione dei giochi dei Rockets in Cina, dove la squadra ha un numero enorme di tifosi. La Chinese basketball association, il cui presidente è l'ex giocatore dei Rockets Yao Ming, ha interrotto la collaborazione con la squadra con sede a Houston e anche gli sponsor si sono affrettati a ritirarsi». Anche nelle scuole italiane, quindi, non si può parlare male di Pechino? «L'insegnamento della lingua cinese è un ottimo cavallo di troia per poi accedere al controllo della divulgazione culturale e, quindi, politica. Insegnando il cinese, come accaduto nella scuola media di Bari, diventa facile espandersi quasi in modo naturale nel campo della propaganda. I cinesi sanno che muoversi in Europa è difficile, e allora partono dalle menti dei più piccoli, che sono spugne. È su di loro che stanno lavorando. Bisogna tenere bene in mente che i cinesi sono in Italia non da ieri e hanno avuto quindi modo di studiare a fondo il nostro sistema educativo, dalle scuole dell'infanzia, alle elementari, alle medie inferiori e superiori e soprattutto all'università. Poi, grazie all'Istituto Confucio, è più facile trovare un varco nel target individuato». Ma a livello operativo come si muovono? «È risaputo che il regime cinese si avvale di varie associazioni e organizzazioni che si presentano come promotrici di amicizia e cooperazione tra i popoli, ma che sono legate al Pcc, come l'Associazione del popolo cinese per l'amicizia con l'estero o la China association for international friendly contatto». È un fenomeno tutto italiano? O è qualcosa di cui ci stiamo accorgendo soltanto adesso? «In altri Paesi, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, è una strategia consolidata. I cinesi non sono una sorpresa per molti osservatori, insomma. Che le autorità statunitensi fossero già ben consapevoli dell'infiltrazione del Partito comunista cinese nel Paese lo ha rivelato nel luglio 2020 l'Fbi. I cinesi operano lì in questo modo da molti anni. Come ho avuto modo di spiegare sul The American conservative, gli attori potenzialmente più ricettivi alla propaganda del regime cinese vengono identificati e il sistema viene infiltrato e lavorato dall'interno per trascinarlo dalla parte della Cina. Gli Stati Uniti, il Canada, la Gran Bretagna, la Francia, la Germania e l'Italia sono il terreno privilegiato dell'Istituto Confucio. Sono considerati i principali “campi di battaglia" per l'offensiva ideologica del Partito comunista cinese. Ma il tema vero è se ci sia o no consapevolezza e se si voglia arginare questo meccanismo di infiltrazione e di propaganda». Parte tutto dal governo di Pechino? «Il motore principale di questo processo è il Fronte unito, una strategia politica che il Pcc ha utilizzato per implementare la sua influenza e interferenza in tutto il mondo. Descritto dal presidente cinese Xi Jinping come la sua “arma magica", il Fronte unito si impegna in varie forme di guerra politica che vanno dal lobbismo alla pressione, con l'obiettivo di promuovere la narrativa del regime, censurando e indebolendo coloro che lo criticano. I leader del Fronte sono selezionati dal Partito comunista cinese e sono, nella maggior parte dei casi, membri del partito stesso. Attualmente è gestito da Wang Yang, il quarto membro del Politburo del Pcc». Usano un metodo o mezzi particolari per individuare dove sia più opportuno intervenire? «Il Partito comunista cinese ha un accurato meccanismo per identificare potenziali obiettivi di influenza dell'establishment politico e culturale. Come spiegato dal direttore dell'Ucla, il Center for China studies, Richard Baum (noto nel mondo per i suoi numerosi lavori accademici sulla politica cinese), il Pcc divide gli obiettivi di infiltrazione in categorie». Per esempio? «“Amico" è qualcuno pienamente in linea con ciò che dice la parte comunista; “amichevole" qualcuno di cui ci si può fidare ma non completamente, come gli uomini d'affari, a causa del loro interesse ad apparire amichevoli per raggiungere i loro obiettivi; poi vengono coloro che amano la Cina ma conoscono molto bene i vizi del Pcc; e quelli che difficilmente sono influenzabili. La penultima categoria identifica coloro a cui piace la Cina ma odiano il Pcc e gli ultimi sono coloro che semplicemente non sanno o non se ne curano». A scuola, soprattutto nelle classi elementari, diventa quindi più semplice creare quelli che un giorno verranno definiti «amici». «Il discorso scolastico ovviamente è molto sensibile e interessante. Far passare nelle aule la Cina come un Paese tra i più democratici non è difficile. Una volta che si è stratificata tra i più piccoli questa opinione il gioco è fatto».
Carlo Nordio (Imagoeconomica)
Detto ciò, il Guardasigilli non teme di fare autocritica, mostrando una sensibilità e onestà intellettuale fuori dal comune rispetto al panorama politico italiano: «Abbiamo tutti esagerato nei toni», sottolinea, «devo dire che alcuni toni sono stati particolarmente antipatici, soprattutto quando arrivano da magistrati. Parliamo ora in avanti solo di contenuti. Auspico che il confronto avvenga in termini pacati, razionali ed esclusivamente sui contenuti. Il governo non ha paura di perdere, non ha bisogno di essere rinforzato da una vittoria».
Autocritica sì, ma nessun pentimento per qualche considerazione apparsa abbastanza aspra, come quelle sul Csm che hanno provocato l’intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «Spero che questa polemica sia chiusa e sono in perfetta e rispettosissima sintonia con il capo dello Stato», argomenta Nordio, «sono dispiaciuto perché l’intervento, che ripeto io condivido e per il quale ringrazio il presidente della Repubblica, è stato interpretato come una sorta di rimprovero per una frase che era stata attribuita a me e che effettivamente ho pronunciato io, ma non in quanto mia. Io avevo citato un’espressione di un noto magistrato. Spero che questa polemica sia chiusa. Rivendico tutte le frasi dette in questa campagna elettorale», aggiunge ancora il ministro, e «mi dolgo del fatto che molto spesso, e non voglio dare la colpa ai giornalisti, le cose non vengano riferite in perfetta esattezza. Sicuramente, se dovessi rileggerle, è molto probabile che in un certo senso abbia esagerato. Il giusto pecca sette volte al giorno», ricorda Nordio citando la Bibbia, «la persona perbene fa errori sette volte al giorno. Guai se pensassi che non sbaglio mai».
Detto ciò, Nordio mette in guardia da una eventuale vittoria dei No: «Ho detto che converrebbe anche alla Schlein che vincesse il Sì. Con un Sì le cose cambierebbero in meglio», osserva Nordio, «se dovesse vincere il No sarebbe una vittoria dell’ala estrema della magistratura, che ipotecherebbe la politica. Se dovesse vincere il No temo che, politicizzandosi il referendum anche attraverso l’intervento molto forte dalla magistratura, la politica in generale sarebbe sconfitta. La magistratura, forte di una vittoria alla quale ha conferito un forte significato politico, si sentirebbe nella facoltà di mantenere l’ipoteca sulla politica».
Dall’opposizione, attacca frontalmente Nordio il leader del M5s Giuseppe Conte: «Io inorridisco», dice Conte nel corso di un dibattito con il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè di Forza Italia, «di fronte al ministro Nordio che parla di tangenti come di mazzette che non meritano approfondimento investigativo. Rafforziamo la pianta organica dei magistrati. Rafforziamo le piattaforme informatiche. Queste sono le urgenze della giustizia». «La Costituzione parla», replica Mulè, «e solo chi fa finta di non sentire può metterne in discussione la chiarezza cristallina. I fatti inchiodano la verità all’assoluta certezza che la riforma che voteremo il 22 e 23 marzo preserva e anzi rafforza autonomia e indipendenza della magistratura superando definitivamente il retaggio dell’ordinamento fascista con il giudice terzo e imparziale. Chi dice il contrario mente spudoratamente».
In campo anche la segretaria del Pd Elly Schlein: «Anzitutto», argomenta la Schlein, «non è una riforma della giustizia per una ragione banale: che non migliora l’efficienza della giustizia italiana. Questo l’ha detto il ministro Nordio e lo ringraziamo per la sincerità. L’ha detto anche Giulia Bongiorno in Parlamento: ha detto che bisogna essere degli ignoranti per pensare che questa riforma migliori l’efficienza della giustizia italiana, che acceleri i processi. Guardate che la giustizia in Italia non è perfetta, lo sappiamo. Abbiamo una lentezza dei processi, un lento adeguamento al processo telematico, abbiamo una carenza di organico negli uffici giudiziari, abbiamo 12.000 precari che vanno stabilizzati nella giustizia; e questa riforma non tocca nemmeno uno, nemmeno di lontano, nemmeno uno di questi aspetti. Nessuno. Allora», aggiunge la Schlein, «questa non è una riforma che migliora la giustizia per i cittadini, che accelera quei processi, che assume quell’organico, che stabilizza quei precari. E se posso aggiungere, nemmeno incide su altri problemi della giustizia che ci sono: lo scarso ricorso alle misure alternative alla detenzione in carcere, ad esempio; o ancora, il sovraffollamento carcerario che è arrivato a punte del 138,5% e negli ultimi anni con un triste, tragico record che è quello dei suicidi in carcere, non solo tra i detenuti ma anche tra gli agenti di polizia penitenziaria».
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Il calcolo delle probabilità che un evento accada è sempre una questione di numeri, e i numeri, anche nella drammatica storia di Domenico, purtroppo non mentono mai. La cornice della catena di errori su cui indaga la Procura di Napoli non sbalordisce chi lavora tra le mura dell’ospedale Monaldi, e racconta di gravi mancanze tra i corridoi del nosocomio che proseguivano da anni. Quella che, infatti, è sempre stata una struttura di eccellenza, tanto da dare il via ai trapianti di cuore nel 1988 sotto la mano sicura del cardiochirurgo Maurizio Cotrufo, oggi è una realtà dove da tempo si sussurrava che, prima o poi, qualcosa di grave sarebbe successo.
Tutto ha inizio nel 2017 quando un brusco aumento della mortalità nel reparto di chirurgia pediatrica e non insospettisce il ministero della Salute, che decide di mandare un’ispezione e chiudere il programma di trapianto pediatrico sotto la guida di Guido Oppido, perché ritenuto «insoddisfacente». Si tratta dello stesso chirurgo a cui il 23 dicembre dello scorso anno è stato affidato il destino del piccolo Domenico. Nei 12 mesi precedenti l’ispezione ministeriale, ovvero nel 2016, infatti, di due bambini trapiantati nessuno era sopravvissuto, e per quanto riguarda il reparto adulti la situazione non era molto migliore: su 18 persone trapiantate, nove non avevano superato l’intervento. Nel 2018 il reparto viene riorganizzato e l’equipe medica rinforzata, affiancando a Oppido un altro cardiochirurgo, Andrea Petraio, che nei successivi sei anni, secondo il report ospedaliero, esegue 33 trapianti. Guido Oppido, nello stesso periodo, invece, porta a termine un solo trapianto. Poi, il cambio di rotta.
«Nel 2024 siamo rimasti tutti sotto shock», ci racconta l’avvocato Carlo Spirito di Federconsumatori. «In quell’anno, a luglio, arriva la delibera regionale che autorizza i trapianti, quindi la decisione aziendale di affidare l’intero percorso trapianti pediatrico alla Unità operativa del dottor Oppido, un chirurgo che, secondo le carte a nostra disposizione, aveva eseguito soltanto un trapianto dal precedente rinnovo del 2019». La scelta effettuata dalla direttrice generale Anna Iervolino lascia tutti sorpresi. «Le carenze sollevate della precedenti indagini ministeriali non erano state colmate», continua Spirito. E oggi l’elemento più grave di tutti sembra essere la totale assenza di un reparto pediatrico trapianti adeguato, come richiesto dal ministero della Salute.
I bambini nel post-operatorio hanno bisogno di spazi specializzati, ambienti sterili, terapie intensive dedicate che minimizzino il rischio di essere esposti a virus o batteri, perché immunodepressi. «Da anni non sussistono in pratica le condizioni per poter operare in sicurezza, manca il reparto in toto. Le linee guida prevedono, invece, aree di degenza di terapia semi-intensiva protette (biocontenimento). Come è stato possibile rinnovare l'autorizzazione senza un reparto trapianti e senza un reparto di cardiochirurgia vero e proprio e, dunque, con un livello qualitativo minimo certificato? In questo contesto si sono moltiplicate le positività batteriche da Escherichia coli (batterio orofecale, ndr) sul torace e non solo. E questo vale sia per i bambini, sia per gli adulti», conclude Spirito. Ma soprattutto l’Unità operativa per i trapianti pediatrici di cuore non avrebbe rispettato i protocolli ministeriali, ieri come oggi. Prima di tutto perché per operare in sicurezza e poter effettuare trapianti è necessaria una soglia di almeno dieci operazioni in tre anni, secondo l’intesa Stato-Regioni, ovvero il raccordo tra Stato e Regione Campania. Inoltre, nel caso di Domenico, il trasporto del cuore in aereo da Bolzano a Napoli, da linee guida ministeriali, era responsabilità dell’equipe dell’ospedale «ricevente l’organo». Come ci spiega un ex medico della struttura che vuole rimanere anonimo, ma in attività fino a pochi mesi fa, la scelta di non avvalersi del box termico di ultima generazione da parte dell’equipe medica napoletana sarebbe dipesa dall’incapacità di utilizzarla. Nessuno dei medici in turno, infatti, avrebbe frequentato i corsi di formazione per l’utilizzo della sacca di ultima generazione e i training necessari in grado di assicurare il mantenimento dell’organo a temperatura corretta e costante. Una scelta, quella della sacca, che sarebbe poi risultata fatale per la riuscita dell’operazione del piccolo e di cui, secondo le linee ministeriali, il Monaldi era appunto responsabile.
In queste ore alcune mamme che in passato hanno vissuto l’esperienza di un ricovero dei propri figli nell’ospedale si stanno interrogando sull’efficienza delle cure ricevute e aumentano le richieste di trasferimenti dei bambini attualmente ricoverati presso altre strutture. Alcune di loro raccontano di aver dovuto pulire le stanze, assistere i bambini nel postoperatorio per mancanza di personale adeguato. Le stesse mamme che ore si stringono intorno a Patrizia, che ha perso Domenico e ha saputo di quanto successo in sala operatoria, delle condizioni del cuore prima dell’espianto, soltanto molte settimane dopo l’intervento, e attraverso la stampa.
Proprio ieri mattina una circolare interna confidenziale che siamo in grado di mostrarvi ricorda la necessità del rispetto dei percorsi ministeriali e indica l’esigenza in questo momento di affidare gli interventi urgenti di cardiochirurgia pediatrica presso l’ospedale Bambino Gesù di Roma. «Un fallimento per un’istituzione storica», ripete chi, in questi anni, ha vegliato, curato e accudito tanti bambini con problemi di cuore.
I genitori di Domenico chiedono l’accusa di omicidio volontario: «Fatti insabbiati»
Salgono a sette gli indagati per la morte del piccolo Domenico, il bimbo di due anni e mezzo deceduto dopo il trapianto di un «cuore bruciato» eseguito nell’ospedale Monaldi di Napoli. Il sostituto procuratore Giuseppe Tittaferrante, che segue le indagini coordinate dal procuratore aggiunto Antonio Ricci della Procura di Napoli) nella giornata di ieri ha disposto l’esame autoptico sul bimbo con incidente probatorio notificando il provvedimento agli indagati, ovvero ai dottori Mariangela Addonizio, Emma Borgonzoni, Francesca Blasi, Marisa De Feo, Gabriella Farina, Guido Oppido e Vincenzo Pagano. La difesa dei familiari del piccolo Domenico ha chiesto alla Procura di Napoli la riqualificazione del reato, contestato ai sette indagati «da omicidio colposo in omicidio volontario». Con la richiesta di incidente probatorio e l’autopsia, gli inquirenti puntano ad avere diverse risposte dai consulenti che saranno nominati e dovranno spiegare che cosa è successo dalla data del trapianto alla morte. I quesiti posti dal pm sono focalizzati sulla sussistenza di profili colposi e il riscontro di «negligenze, imprudenze e imperizia» da parte dei sanitari che hanno prestato assistenza al bambino. I consulenti dovranno chiarire se le operazioni di prelievo chirurgico, di trasporto e conservazione del cuore, donato e prelevato dall’equipe di espianto a Bolzano il 23 dicembre scorso, siano avvenute secondo le linee guida vigenti in materia di trapianti. Dovranno essere dunque verificate le condizioni dell’organo impiantato al bambino di due anni e la presenza di alterazioni anatomiche e funzionali collegate a errori dei sanitari dell’equipe del prelievo e del trapianto. Inoltre, i periti dovranno anche esprimersi sulla correttezza e l’adeguatezza delle scelte chirurgiche e terapeutiche dell’equipe dell’ospedale Mondali di Napoli, che ha eseguito il trapianto. I magistrati chiedono di chiarire se l’intervento chirurgico sia stato correttamente eseguito nei modi e nei tempi adeguati, con particolare riferimento al momento in cui è stato asportato il cuore malato del paziente. Sotto la lente degli inquirenti pure i tempi di arrivo e presentazione in sala operatoria dell’equipe di espianto. Gli accertamenti tecnici dovranno verificare, inoltre, se fossero state possibili soluzioni alternative e in quali tempi potevano essere prese in considerazione. L’avvocato Francesco Petruzzi, che rappresenta la famiglia del bimbo, ha presentato un’integrazione di querela, collegata alla richiesta di riqualificazione del reato. Il legale della famiglia ha spiegato che «vi è una richiesta di applicazione di misure cautelari per il dottor Oppido», il cardiochirurgo che ha realizzato il trapianto e che risulta indagato. E ha aggiunto che «qualora venisse provato che chi non ha posto in essere una valutazione alternativa, costituendo sin da subito un’équipe interdisciplinare, l’abbia fatto per cercare di non fare emergere e quindi occultare i fatti, ha accettato il rischio che il bambino, nel momento in cui fosse arrivato un cuore, non potesse essere più trapiantabile e di conseguenza andare incontro all’evento morte. In questo caso con il dolo eventuale si configura, secondo parere di questa difesa, l’omicidio volontario. Stanno emergendo atti, documenti, audit e tutte le contraddizioni, non si può parlare più di poca comunicazione. Parliamo di tentativo di occultamento da parte dei soggetti indagati, perché quello è stato, un insabbiamento». Mamma Patrizia, ieri, si è recata da un notaio per costituire una Fondazione dedicata al piccolo Domenico perché «non dovrà succedere più a nessun altro bambino e a nessuna famiglia di dover soffrire come abbiamo sofferto noi». «All’ospedale - ha detto la mamma del piccolo - non voglio dire niente. Penso che tutto quello che c’è fuori all’ospedale parli da sé. La giustizia sta andando avanti e scopriremo tutto. Ora io non ho niente da dire su questo. Confido nella giustizia». Patrizia Mercolino ha poi voluto ringraziare tutta Italia per il calore ricevuto. Intanto, l’avvocato Petruzzi andrà fino in fondo perché ci sono tanti aspetti da chiarire: «Vogliamo chiarire perché nella cartella clinica non vi è menzionato da nessuna parte l’ok del cuore arrivato, quindi nelle fasi dell’operazione non c’è scritto da nessuna parte che qualcuno abbia dato l’ok sulla verifica della validità e dell’integrità dell’organo».
Il legale, inoltre, insiste sul fatto che Domenico sia stato probabilmente privato del suo cuore con eccessivo anticipo, rendendo così inevitabile l’uso del nuovo organo malgrado il suo danneggiamento. Il «punto di non ritorno», quello in cui il cuore del paziente viene scollegato dall’organismo, si è registrato alle 14.18 «e per quanto riferito da varie fonti, Patrizia in primis, il cuore nuovo sarebbe arrivato solo alle 14.30». Ieri, l’Azienda ospedaliera dei Colli, di cui fa parte l’ospedale Monaldi, ha «smentito con fermezza» la mancanza del diario di perfusione dalla cartella clinica del bimbo di cui ha parlato il legale. Il diario di perfusione, cioè il tracciato di circolazione extracorporea, ha precisato l’Azienda ospedaliera, «è un allegato della cartella clinica acquisito dall’autorità giudiziaria il 20 gennaio 2026 e consegnato alla famiglia il 19 febbraio 2026. I Nas hanno, il 23 febbraio, acquisito nuovamente il tracciato di circolazione extracorporea dando atto che era già inserito nella cartella clinica consegnata».
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Vitkor Orbán e Robert Fico (Ansa)
Si apre oggi il quinto anno di guerra in Ucraina, ma le commemorazioni sono segnate dalle tensioni nel Vecchio Continente sul sostegno a Kiev. In occasione dell’anniversario, infatti, arriveranno oggi in Ucraina il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio europeo, António Costa, per manifestare «ampio sostegno» al «partner coraggioso e vicino». I due, oltre a incontrare il leader ucraino, Volodymyr Zelensky, parteciperanno alla cerimonia commemorativa e visiteranno un sito infrastrutturale che porta i segni dei bombardamenti russi. Inoltre, è atteso un intervento da remoto di Zelensky durante la plenaria straordinaria del Parlamento europeo. E se il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha ricordato che dall’inizio della guerra si contano «15.000 morti civili» solo in Ucraina, la Banca mondiale ha fatto il punto sulla ripresa del Paese. Per ricostruirlo saranno necessari «588 miliardi di dollari in un orizzonte temporale di dieci anni, equivalenti a quasi tre volte il Pil dell’Ucraina del 2025». A tirare le somme dopo quattro anni di guerra è anche l’Unione europea: ha ricordato che dall’inizio del conflitto ha stanziato quasi 195 miliardi di euro di aiuti a Kiev. Eppure, le fratture a Bruxelles sono evidenti. Il piano della Commissione Ue di approvare il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, proprio in occasione dell’anniversario, è stato un buco nell’acqua. A opporsi sono state l’Ungheria e la Slovacchia nel Consiglio esteri dell’Ue. Il veto dei due Paesi proseguirà fino a quando non saranno ripristinate le forniture del petrolio russo dall’oleodotto Druzhba: per Kiev è stato danneggiato da Mosca il 27 gennaio, ma l’Ungheria e la Slovacchia hanno accusato l’Ucraina di non voler riavviare l’attività dell’oleodotto di proposito. E Budapest ha anche minacciato di bloccare il prestito di 90 miliardi di euro a Kiev. Intervenendo in merito, il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto, ha dichiarato che è «un diritto sovrano decidere da dove provengano le fonti energetiche». Ha poi paragonato «i fanatici della guerra di Bruxelles» a «un uomo magrolino» che «cerca di mostrare i suoi bicipiti». Sulla stessa linea, il primo ministro slovacco, Robert Fico, che ha annunciato la sospensione delle forniture di energia elettrica di emergenza all’Ucraina. Queste posizioni hanno attirato duri rimproveri: la Germania si è detta «sbalordita», la Polonia ha parlato di «atto di sabotaggio politico», la Lituania è «arrabbiata e frustrata». Anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha sottolineato che «sbaglia chi non vuole fare delle scelte che spingano Mosca a venire a più miti consigli».
Nel tentativo di correre ai ripari, Costa ha già mandato una lettera al primo ministro ungherese, Vitkor Orbán, in merito al prestito da 90 miliardi a Kiev: «Ti invito fortemente a conformarti alla decisione presa al Consiglio europeo di dicembre». E ha fatto presente che oggi con Zelensky discuterà la questione dell’oleodotto. C’è da dire che l’Alto rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Kaja Kallas, dopo il flop, ha lanciato un avvertimento: Bruxelles può «sempre lavorare» all’«uso dei beni russi congelati».
Ma le visioni opposte in Europa interessano anche l’eventuale dialogo con Mosca. A bocciare l’iniziativa francese è stato il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul: «È l’approccio sbagliato». A rincarare la dose è stata anche Kallas: «Prima di parlare con Mosca, dovremmo essere chiari su ciò di cui vogliamo discutere».
Tensioni europee a parte, i negoziati tra la Russia, l’Ucraina e gli Stati Uniti proseguono: si svolgeranno entro «la fine di questa settimana», ha detto il capo della squadra negoziale di Kiev, Kyrylo Budanov. Sul tavolo, stando a quanto riferito da Ukrainska Pravda, ci sarà anche il tema della gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhia. E pare anche che nelle precedenti trattative a Ginevra sia stata discussa, sempre secondo il giornale ucraino, la creazione della zona economica libera di 40 chilometri sotto un’eventuale supervisione del Board of Peace.
Nel frattempo, il presidente russo, Vladimir Putin, durante la consegna della medaglia Eroe della Russia, ha dichiarato che Mosca «sta combattendo per il suo futuro, per l’indipendenza, per la verità e la giustizia». E ha poi avvisato che «la priorità assoluta» rimane «lo sviluppo della triade nucleare». A provocare Kiev è stato invece il vicesegretario del Consiglio di sicurezza, Dmitrij Medvedev: «Il destino di Benito Mussolini e Adolf Hitler costituisce un esempio lampante per le attuali autorità» ucraine. E se la guerra dovesse finire, «nel peggiore dei casi», i leader di Kiev «saranno impiccati dal loro stesso popolo proprio sulla Maidan».
Dall’altra parte, Zelensky in un’intervista alla Bbc, ha accusato lo zar russo di aver già «scatenato una terza guerra mondiale». Il presidente gialloblù ha anche esortato la Nato a «considerare i missili Oreshnik un obiettivo legittimo». Zelensky è infatti convinto che sono stati «portati i veicoli necessari» in Bielorussia. Ma non solo: ha affermato che Minsk è in contatto con Mosca per «esercitazioni militari congiunte» sul territorio bielorusso. Intanto, per affrontare l’emergenza energetica, dall’Italia sono arrivati a Kiev dieci generatori.
Mosca resta la regina del grano
Dopo quattro anni di guerra sul fronte ucraino l’Europa si scopre sempre più debole sul terreno agricolo e l’Italia paga un prezzo altissimo. È la nuova battaglia del grano da cui esce sconfitta la politica agricola comunitaria ed esce a pezzi la cerealicoltura nostra ed emergono enormi ipocrisie.
Chi continua a raccontare che l’economia russa è a pezzi e che gli ucraini sono alla fame non ha fatto i conti con il report del centro studi Divulga, presieduto dal professor Piermichele La Sala, economista agrario - non a caso -dell’Università di Foggia, che ieri ha diffuso uno studio sull’andamento del mercato mondiale del grano. Divulga, che lavora in collaborazione con Coldiretti, lancia un allarme: con l’attuale congiuntura dei prezzi internazionali in Italia produrre grano non è conveniente. Ma non lo è nemmeno nell’Ue: da qui le fortissime pressioni che gli agricoltori polacchi, rumeni, francesi e bulgari hanno fatto affinché si reintroducesse un dazio sul prodotto ucraino. Facendo due conti - osserva Divulga - a gennaio la quotazione del grano duro era di 261,4 euro a tonnellata. Non va diversamente per il grano tenero nazionale: il prezzo medio all’origine ha raggiunto i 231,76 euro a tonnellata a gennaio 2026.
Diamo uno sguardo ai costi di produzione. Si certifica nello studio che per il grano duro «nel centro Italia e in Sicilia il costo medio risulta pari a 318 euro a tonnellata, nel Nord siamo a circa 302 euro a tonnellata; per il grano tenero il costo medio è di poco superiore ai 230 euro a tonnellata. In Italia, di fatto, si coltiva in rimessa. Questo giustifica le massicce importazioni dell’Ucraina. E questo rende palese che - scrive Divulga - la Russia in questi quattro anni di guerra ha consolidato il primato delle esportazioni mondiali di grano (16% su totale export mondiale), ma l’Ucraina, grazie soprattutto all’Unione Europea, non crolla. Dal giorno dell’invasione, le esportazioni mondiali di grano, soprattutto duro, della Russia sono aumentate in Paesi come Kazakhstan (+303%), Arabia Saudita (+1758%), Pakistan (+315%), Kenya (+115%), Brasile (+732%), Cina (+190%), Turchia (+22%).
L’Unione europea, in questi quattro anni, dopo un’impennata nel primo biennio del conflitto, ha visto praticamente azzerarsi gli arrivi diretti da Mosca, ma chi ne ha approfittato è la Turchia, che fa triangolazione e, nonostante sia Paese della Nato, importa da Mosca e rivende in Europa con un’impennata del 600% delle sue esportazioni verso l’Ue.
Peraltro l’export da Kiev verso l’Unione europea di grano, soprattutto tenero, ha visto un incremento del 386% rispetto al periodo pre bellico. L’Ucraina è passata da meno di un milione di tonnellate prima dello scoppio del conflitto a oltre 4,4 milioni di tonnellate nei quattro anni di guerra. Per quel che riguarda l’Italia questo significa che dipendiamo dall’Ucraina per circa un terzo del fabbisogno di tenero (sul milione mezzo di tonnellate) e dal Canada per quasi l’intero stock d’importazione del duro, che supera i 2,5 milioni di tonnellate. Con il Mercosur finiamo per reimportare da Argentina e Brasile il grano duro di Mosca vietato dalle sanzioni. Con Ursula von der Leyen concentrata sul riarmo abbiamo perso di vista che il grano è un’arma strategica. Lo sa benissimo la Cina, che con circa 151 milioni di tonnellate ha 45% delle scorte mondiali di grano, la Russia ha più che raddoppiato i propri stock. Incremento forte delle riserve anche da parte di Usa e India, l’Europa invece - osserva Divulga - «mostra una preoccupante contrazione del 37%, confermando il progressivo indebolimento del proprio peso (meno del 5% delle scorte mondiali) in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche».
In un eventuale conflitto avremo ottimi carri armati tedeschi, in futuro, ma potremmo essere sconfitti dalla fame, perché la guerra del grano è quella che fa più vittime.
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È in corso una trasformazione demografica che è sotto gli occhi di tutti — basta guardare le nostre classi elementari — ma la politica sembra accorgersene solo quando può trarne vantaggio alle urne. Chi amministra oggi la verità in Europa? Stiamo vivendo la fine di un'era.