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2019-11-08
Patuanelli per l’Ilva convoca gli altri indiani di Jindal. Ma c’è l’idea di nazionalizzare
Ansa
«Ma che occasione, ma che affare. Vendo Bagnoli, chi la vuol comprare». Parole e musica di Edoardo Bennato, anno del signore 1989, esattamente 30 anni fa. Bennato si riferiva al destino dell'Italsider di Bagnoli, mega acciaieria situata in uno dei luoghi più panoramici di Napoli, il cui smantellamento iniziò proprio nel 1989. Da allora, progetti, ipotesi, piani di recupero o riconversione, sono stati centinaia: non è successo assolutamente niente.
Basta cambiare la parola Bagnoli con Taranto, ed eccoci arrivati a oggi, con la crisi dell'Ilva che sembra senza via di uscita, con un governo in ostaggio di se stesso, della sua pseudo maggioranza che tale non è, e soprattutto di un partito, il M5s, ormai allo sbando. Basta che una senatrice come Barbara Lezzi, incavolata con il suo capo, Luigi Di Maio, per non essere stata riconfermata al governo, si metta di traverso, ed ecco che il futuro di quasi 15.000 lavoratori (indotto compreso) diventa un incubo.
Che ne sarà, dell'Ilva di Taranto? Ieri il premier, Giuseppe Conte, non sapendo che pesci pigliare, è andato dal suo dante causa, Sergio Mattarella, a chiedere lumi. Dopo l'incontro con il presidente della Repubblica, a Porta a Porta, su Rai Uno, Conte non ha escluso l'ipotesi della nazionalizzazione dell'Ilva di Taranto nè la possibilità di portare la gestione commissariale in capo al Mise: «Stiamo già valutando», dice Conte rispondendo a una domanda sul tema, «tutte le possibili alternative. Ma adesso non mi voglio concentrare su questo, non ha senso adesso, aspetto di riparlare con la famiglia Mittal nelle prossime ore, aspetto una risposta da loro». Nazionalizzazione vorrebbe dire caricare sui contribuenti italiani un costo esorbitante, insostenibile.
La verità la conosce bene Conte, la conosce bene Mattarella, la conoscono bene tutti gli italiani: eliminare lo scudo penale ha dato la possibilità ad Arcelor Mittal di rescindere il contratto, al di là di ogni altra considerazione. Sia stato o meno un pretesto utilizzato dalla multinazionale francoindiana, questa assurda decisione del governo e della maggioranza rende insidiosa qualunque ulteriore trattativa, sia con i Mittal che con qualsiasi altro colosso eventualmente interessato all'Ilva, perché con le grane giudiziarie che pendono come tagliole nessuno andrebbe mai a impegolarsi in un investimento così enorme senza la garanzia di non dover pagare colpe non sue. Sarebbe difficile perfino trovare dirigenti pubblici disposti a metterci la faccia (e la fedina penale). «Il problema non è lo scudo», aggiunge Conte, «l'ho offerto io subito, una volta aperto il tavolo con Mittal. Ci hanno detto che il problema non era quello, ma che il piano industriale non è sostenibile economicamente». Il premier bluffa quando dice che è pronto a reinserire lo scudo penale, perché sa perfettamente che mezzo M5s non voterebbe il provvedimento, che dunque o sarebbe bocciato (e il governo andrebbe a casa) o passerebbe con i voti dell'opposizione (e il governo andrebbe a casa). «Non è un problema legale», argomenta ancora il premier, «perché una battaglia legale ci vedrebbe tutti perdenti. Ove mai fosse giudiziaria, sarebbe quella del secolo». Fuffa: l'eliminazione dello scudo penale darà ad Arcelor Mittal l'arma letale anche in tribunale.
Come se non bastasse, ecco che arriva il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che su Facebook gioca a fare il sovranista con il lavoro degli altri: «La prima cosa che voglio dirvi», scrive Di Maio, «è che in questi giorni si sta consumando una battaglia per la sovranità dello Stato italiano. Se una Multinazionale ha firmato un impegno con lo Stato, lo Stato deve farsi rispettare, chiedendo il rispetto dei patti e facendosi risarcire i danni». E via con gli attacchi a Matteo Salvini, ama sembra il solito modo del leader grillino per buttarla in caciara, come da suo costume. Chi oggi avrà una giornata campale è invece Stefano Patuanelli. Il quale, assieme a Conte è alla disperata ricerca di una qualunque soluzione per non lasciarci la testa e per arrivare all'incontro di domani con i Mittal a mani vuote. Oggi alla sede del Mise, infatti, il ministro incontrerà una delegazione dei Jindal. L'azienda indiana aveva partecipato alla cordata che con Cdp e Arvedi aveva conteso l'Ilva ad Arcelor Mittal. All'indomani dell'esplosione della bomba Taranto è stato per primo Matteo Renzi a tirare fuori l'ipotesi Jindal. «Se se ne vanno i primi subentrano, i secondi», riferendosi a un gruppo tanto caro al Giglio Magico. Marco Carrai è infatti nel cda di Jsw Italia che controlla Piombino. L'ex sindaco di Firenze non vedeva l'ora di riportare in auge l'altro gruppo siderurgico (nonostante i risultati delle acciaierie toscane siano deludenti), con il sostegno di Cdp. Cassa si è però sfilata subito e ha lasciato la palla al governo. Che nella persona di Patuanelli ha comunque rienuto di convocare Jindal che oggi si presenterà da sola e senza i sostegno dei vecchi soci italiani. Appare difficile che sblocchino al situazione, ma gli indiani potrebbe far leva sulla disperazione di Conte e spuntare condizioni veramente vantaggiose. Certo, sulle spalle dei contirbuenti a quel punto resterebbe l'enorme contenzioso con Arcelor Mittal.
E Di Maio gioca a fare il sovranista
Altra giornata di passione per Ilva, in attesa del nuovo round di incontri - oggi - tra governo, proprietà Mittal e (come scriviamo sopra), Jindal. Giuseppe Conte, che l'altra sera non aveva trovato di meglio da sostenere se non una linea di pura colpevolizzazione dell'azienda, nel tentativo di circoscrivere il peso della sciagurata decisione della sua maggioranza di azzerare lo scudo legale, ieri è salito al Quirinale per informare il presidente Sergio Mattarella, che nei giorni scorsi - almeno pubblicamente - era parso più preso dalla difesa della cultura del cattolicesimo di sinistra (e da una sorta di dibattito a distanza con il cardinale Camillo Ruini) che da una crisi industriale devastante per l'Italia. Secondo fonti del Quirinale, il capo dello Stato avrebbe manifestato preoccupazione per l'Ilva e le altre crisi aziendali, invitando il governo a cercare soluzioni rapide.
Più tardi, registrando Porta a porta, Conte ha seguito un doppio binario. Da un lato, ha riaperto allo scudo: «L'ho offerto come primo argomento di conversazione, se è un problema lo reintroduciamo subito, il governo è compatto». Affermazione ardita, considerando le posizioni della sua maggioranza. Dall'altro, ha aggiunto che il punto non è questo, a suo avviso: «Il problema è che il piano industriale non è sostenibile economicamente». Poi, su una linea sempre più avventurosa, Conte non ha detto no alla nazionalizzazione: «Stiamo già valutando tutte le possibili alternative, ma ora non ha senso parlarne».
Intanto, alla Camera, è intervenuto il ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli: davanti a pochi deputati, visto che l'emiciclo presentava larghi vuoti. Ma a movimentare la giornata ha provveduto la Lega, con una robusta e durissima protesta, culminata nell'esposizione di cartelli con l'eloquente scritta, rivolta al governo: «A casa voi, non gli operai dell'Ilva».
Piuttosto deludente l'informativa di Patuanelli, un misto di accuse contro Arcelor Mittal e un vago appello all'unità. Senza però alcun passaggio autocritico sul ruolo giocato dai pasdaran M5s e dall'emendamento dell'ex ministra Barbara Lezzi, poi sostenuto da Pd e Italia Viva.
«Arcelor Mittal», ha esordito Patuanelli, «non si impegna a produrre più di 4 milioni di tonnellate e chiede 5.000 esuberi. Questo il governo non può accettarlo». Infine, l'appello: «Chiedo un atto di responsabilità a tutte le forze politiche, anche all'opposizione, anche ai sindacati e alle parti sociali. Questa situazione la risolviamo se rispondiamo come sistema Paese. Non ho problemi a metterci la faccia ma la risposta deve essere unitaria e univoca. Negli altri Paesi si fa così, non accusandosi». Atteggiamento curioso, da parte di un governo che, sin dal suo atto di nascita, ha ogni giorno criminalizzato la sua opposizione.
E a sostegno di Patuanelli si è schierato Luigi Di Maio su Facebook, con un linguaggio che sembra mutuato dall'estrema sinistra: «Le multinazionali sbagliano i conti», «Conte ha smascherato il bluff». E ancora: «Voglio dirvi è che in questi giorni si sta consumando una battaglia per la sovranità dello stato italiano. Se una multinazionale ha firmato un impegno con lo stato, lo Stato deve farsi rispettare, chiedendo il rispetto dei patti e facendosi risarcire i danni». E poi l'attacco selvaggio alla Lega e ai sovranisti: «Victor Orban, il loro idolo, in Ungheria combatte le multinazionali, nazionalizzando addirittura le banche. Gli mette nuove tasse e li vuole cacciare via dalla gestione di servizi strategici, come gas e luce. In questi giorni ci sarà da far rispettare la sovranità dello Stato. E non lo potranno fare i camerieri delle multinazionali travestiti da sovranisti». E se questa è la strategia del ministro degli Esteri italiano, c'è da immaginare investitori in fuga, altro che attrazione di risorse.
Poi, nel tardo pomeriggio, sono stati convocati a Palazzo Chigi i leader sindacali, più i rappresentanti della politica locale. Oltre al solito Michele Emiliano, tra i più politicamente scatenati contro Mittal in tutti questi anni, si è segnalato un altro esponente Pd, il sindaco di Taranto Melucci, a testimonianza di quanto Pd e grillini siano ormai sovrapponibili nelle loro posizioni: «Pensiamo già al dopo Arcelor Mittal, per il bene di Taranto e dell'Italia. Non ci stracciamo le vesti se Arcelor Mittal minaccia di andarsene. Vogliamo che sia restituita centralità e dignità all'uomo e alla comunità locale, prima che al profitto e al Pil». Come se si potesse fare a meno allegramente di 10.700 posti di lavoro, di 30.000 legati all'indotto, e sostituire tutto con il surreale mix cozze più manette.
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Giuseppe Conte incontra Sergio Mattarella e spiega: «Non si esclude nuova gestione commissariale». Il governo sonda il gruppo (sponsorizzato da Matteo Renzi) già sconfitto da Mittal a Taranto. E Luigi Di Maio gioca a fare il sovranista. Il ministro Stefano Patuanelli chiede «unità» ma in Parlamento c'è solo la Lega. E Giggino sempre più allo sbando tira in ballo Matteo Salvini: «Fa il cameriere delle multinazionali». Lo speciale comprende due articoli. «Ma che occasione, ma che affare. Vendo Bagnoli, chi la vuol comprare». Parole e musica di Edoardo Bennato, anno del signore 1989, esattamente 30 anni fa. Bennato si riferiva al destino dell'Italsider di Bagnoli, mega acciaieria situata in uno dei luoghi più panoramici di Napoli, il cui smantellamento iniziò proprio nel 1989. Da allora, progetti, ipotesi, piani di recupero o riconversione, sono stati centinaia: non è successo assolutamente niente. Basta cambiare la parola Bagnoli con Taranto, ed eccoci arrivati a oggi, con la crisi dell'Ilva che sembra senza via di uscita, con un governo in ostaggio di se stesso, della sua pseudo maggioranza che tale non è, e soprattutto di un partito, il M5s, ormai allo sbando. Basta che una senatrice come Barbara Lezzi, incavolata con il suo capo, Luigi Di Maio, per non essere stata riconfermata al governo, si metta di traverso, ed ecco che il futuro di quasi 15.000 lavoratori (indotto compreso) diventa un incubo. Che ne sarà, dell'Ilva di Taranto? Ieri il premier, Giuseppe Conte, non sapendo che pesci pigliare, è andato dal suo dante causa, Sergio Mattarella, a chiedere lumi. Dopo l'incontro con il presidente della Repubblica, a Porta a Porta, su Rai Uno, Conte non ha escluso l'ipotesi della nazionalizzazione dell'Ilva di Taranto nè la possibilità di portare la gestione commissariale in capo al Mise: «Stiamo già valutando», dice Conte rispondendo a una domanda sul tema, «tutte le possibili alternative. Ma adesso non mi voglio concentrare su questo, non ha senso adesso, aspetto di riparlare con la famiglia Mittal nelle prossime ore, aspetto una risposta da loro». Nazionalizzazione vorrebbe dire caricare sui contribuenti italiani un costo esorbitante, insostenibile. La verità la conosce bene Conte, la conosce bene Mattarella, la conoscono bene tutti gli italiani: eliminare lo scudo penale ha dato la possibilità ad Arcelor Mittal di rescindere il contratto, al di là di ogni altra considerazione. Sia stato o meno un pretesto utilizzato dalla multinazionale francoindiana, questa assurda decisione del governo e della maggioranza rende insidiosa qualunque ulteriore trattativa, sia con i Mittal che con qualsiasi altro colosso eventualmente interessato all'Ilva, perché con le grane giudiziarie che pendono come tagliole nessuno andrebbe mai a impegolarsi in un investimento così enorme senza la garanzia di non dover pagare colpe non sue. Sarebbe difficile perfino trovare dirigenti pubblici disposti a metterci la faccia (e la fedina penale). «Il problema non è lo scudo», aggiunge Conte, «l'ho offerto io subito, una volta aperto il tavolo con Mittal. Ci hanno detto che il problema non era quello, ma che il piano industriale non è sostenibile economicamente». Il premier bluffa quando dice che è pronto a reinserire lo scudo penale, perché sa perfettamente che mezzo M5s non voterebbe il provvedimento, che dunque o sarebbe bocciato (e il governo andrebbe a casa) o passerebbe con i voti dell'opposizione (e il governo andrebbe a casa). «Non è un problema legale», argomenta ancora il premier, «perché una battaglia legale ci vedrebbe tutti perdenti. Ove mai fosse giudiziaria, sarebbe quella del secolo». Fuffa: l'eliminazione dello scudo penale darà ad Arcelor Mittal l'arma letale anche in tribunale. Come se non bastasse, ecco che arriva il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che su Facebook gioca a fare il sovranista con il lavoro degli altri: «La prima cosa che voglio dirvi», scrive Di Maio, «è che in questi giorni si sta consumando una battaglia per la sovranità dello Stato italiano. Se una Multinazionale ha firmato un impegno con lo Stato, lo Stato deve farsi rispettare, chiedendo il rispetto dei patti e facendosi risarcire i danni». E via con gli attacchi a Matteo Salvini, ama sembra il solito modo del leader grillino per buttarla in caciara, come da suo costume. Chi oggi avrà una giornata campale è invece Stefano Patuanelli. Il quale, assieme a Conte è alla disperata ricerca di una qualunque soluzione per non lasciarci la testa e per arrivare all'incontro di domani con i Mittal a mani vuote. Oggi alla sede del Mise, infatti, il ministro incontrerà una delegazione dei Jindal. L'azienda indiana aveva partecipato alla cordata che con Cdp e Arvedi aveva conteso l'Ilva ad Arcelor Mittal. All'indomani dell'esplosione della bomba Taranto è stato per primo Matteo Renzi a tirare fuori l'ipotesi Jindal. «Se se ne vanno i primi subentrano, i secondi», riferendosi a un gruppo tanto caro al Giglio Magico. Marco Carrai è infatti nel cda di Jsw Italia che controlla Piombino. L'ex sindaco di Firenze non vedeva l'ora di riportare in auge l'altro gruppo siderurgico (nonostante i risultati delle acciaierie toscane siano deludenti), con il sostegno di Cdp. Cassa si è però sfilata subito e ha lasciato la palla al governo. Che nella persona di Patuanelli ha comunque rienuto di convocare Jindal che oggi si presenterà da sola e senza i sostegno dei vecchi soci italiani. Appare difficile che sblocchino al situazione, ma gli indiani potrebbe far leva sulla disperazione di Conte e spuntare condizioni veramente vantaggiose. Certo, sulle spalle dei contirbuenti a quel punto resterebbe l'enorme contenzioso con Arcelor Mittal. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/patuanelli-per-lilva-convoca-gli-altri-indiani-di-jindal-ma-ce-lidea-di-nazionalizzare-2641252691.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-di-maio-gioca-a-fare-il-sovranista" data-post-id="2641252691" data-published-at="1770752222" data-use-pagination="False"> E Di Maio gioca a fare il sovranista Altra giornata di passione per Ilva, in attesa del nuovo round di incontri - oggi - tra governo, proprietà Mittal e (come scriviamo sopra), Jindal. Giuseppe Conte, che l'altra sera non aveva trovato di meglio da sostenere se non una linea di pura colpevolizzazione dell'azienda, nel tentativo di circoscrivere il peso della sciagurata decisione della sua maggioranza di azzerare lo scudo legale, ieri è salito al Quirinale per informare il presidente Sergio Mattarella, che nei giorni scorsi - almeno pubblicamente - era parso più preso dalla difesa della cultura del cattolicesimo di sinistra (e da una sorta di dibattito a distanza con il cardinale Camillo Ruini) che da una crisi industriale devastante per l'Italia. Secondo fonti del Quirinale, il capo dello Stato avrebbe manifestato preoccupazione per l'Ilva e le altre crisi aziendali, invitando il governo a cercare soluzioni rapide. Più tardi, registrando Porta a porta, Conte ha seguito un doppio binario. Da un lato, ha riaperto allo scudo: «L'ho offerto come primo argomento di conversazione, se è un problema lo reintroduciamo subito, il governo è compatto». Affermazione ardita, considerando le posizioni della sua maggioranza. Dall'altro, ha aggiunto che il punto non è questo, a suo avviso: «Il problema è che il piano industriale non è sostenibile economicamente». Poi, su una linea sempre più avventurosa, Conte non ha detto no alla nazionalizzazione: «Stiamo già valutando tutte le possibili alternative, ma ora non ha senso parlarne». Intanto, alla Camera, è intervenuto il ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli: davanti a pochi deputati, visto che l'emiciclo presentava larghi vuoti. Ma a movimentare la giornata ha provveduto la Lega, con una robusta e durissima protesta, culminata nell'esposizione di cartelli con l'eloquente scritta, rivolta al governo: «A casa voi, non gli operai dell'Ilva». Piuttosto deludente l'informativa di Patuanelli, un misto di accuse contro Arcelor Mittal e un vago appello all'unità. Senza però alcun passaggio autocritico sul ruolo giocato dai pasdaran M5s e dall'emendamento dell'ex ministra Barbara Lezzi, poi sostenuto da Pd e Italia Viva. «Arcelor Mittal», ha esordito Patuanelli, «non si impegna a produrre più di 4 milioni di tonnellate e chiede 5.000 esuberi. Questo il governo non può accettarlo». Infine, l'appello: «Chiedo un atto di responsabilità a tutte le forze politiche, anche all'opposizione, anche ai sindacati e alle parti sociali. Questa situazione la risolviamo se rispondiamo come sistema Paese. Non ho problemi a metterci la faccia ma la risposta deve essere unitaria e univoca. Negli altri Paesi si fa così, non accusandosi». Atteggiamento curioso, da parte di un governo che, sin dal suo atto di nascita, ha ogni giorno criminalizzato la sua opposizione. E a sostegno di Patuanelli si è schierato Luigi Di Maio su Facebook, con un linguaggio che sembra mutuato dall'estrema sinistra: «Le multinazionali sbagliano i conti», «Conte ha smascherato il bluff». E ancora: «Voglio dirvi è che in questi giorni si sta consumando una battaglia per la sovranità dello stato italiano. Se una multinazionale ha firmato un impegno con lo stato, lo Stato deve farsi rispettare, chiedendo il rispetto dei patti e facendosi risarcire i danni». E poi l'attacco selvaggio alla Lega e ai sovranisti: «Victor Orban, il loro idolo, in Ungheria combatte le multinazionali, nazionalizzando addirittura le banche. Gli mette nuove tasse e li vuole cacciare via dalla gestione di servizi strategici, come gas e luce. In questi giorni ci sarà da far rispettare la sovranità dello Stato. E non lo potranno fare i camerieri delle multinazionali travestiti da sovranisti». E se questa è la strategia del ministro degli Esteri italiano, c'è da immaginare investitori in fuga, altro che attrazione di risorse. Poi, nel tardo pomeriggio, sono stati convocati a Palazzo Chigi i leader sindacali, più i rappresentanti della politica locale. Oltre al solito Michele Emiliano, tra i più politicamente scatenati contro Mittal in tutti questi anni, si è segnalato un altro esponente Pd, il sindaco di Taranto Melucci, a testimonianza di quanto Pd e grillini siano ormai sovrapponibili nelle loro posizioni: «Pensiamo già al dopo Arcelor Mittal, per il bene di Taranto e dell'Italia. Non ci stracciamo le vesti se Arcelor Mittal minaccia di andarsene. Vogliamo che sia restituita centralità e dignità all'uomo e alla comunità locale, prima che al profitto e al Pil». Come se si potesse fare a meno allegramente di 10.700 posti di lavoro, di 30.000 legati all'indotto, e sostituire tutto con il surreale mix cozze più manette.
Roberto Speranza e Francesca Bertorello (Ansa)
Il civilista Bertorello e il penalista Salvatore Bottiglieri, legali dei genitori della trentaduenne insegnante genovese, chiedono la prosecuzione delle indagini. Non sono emerse responsabilità penali dei medici vaccinatori, né di coloro che la assistettero in ospedale, ma non basta per chiedere l’archiviazione: occorre indagare ai piani alti, politici e sanitari.
Gli avvocati sostengono che i profili di indagine penale devono rivolgersi a tutta la «catena di comando» dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, del Comitato tecnico scientifico (Cts) ed «eventuali altri organismi pubblici come l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa)», che in Italia nella primavera del 2021, tra togliere e rimettere in commercio il vaccino, concessero l’autorizzazione per Astrazeneca anche a tutti i soggetti di età superiore ai 18 anni «in iniziative, quali i vaccination day».
Il decesso di Francesca Tuscano è «ragionevolmente da riferirsi a effetti avversi da somministrazione di vaccino anti Covid-19», dichiararono i sanitari incaricati dalla Procura di Genova di redigere la perizia medico legale. Il 22 marzo 2021 la giovane aveva ricevuto la prima dose di Astrazeneca al polo vaccinale della struttura nota a Genova come Albergo dei poveri.
Pochi giorni dopo, il 3 aprile, i genitori con i quali viveva la trovarono in tarda mattinata ancora a letto, priva di coscienza. Il 118 la trasportò in stato comatoso all’Ospedale San Martino di Genova dove una Tac dell’encefalo rivelò una vasta emorragia celebrale, associata a trombosi dei seni venosi, con marcati segni di effetto massa. Il neurochirurgo decise di non intervenire chirurgicamente, Francesca venne trasferita nel reparto di rianimazione. Non ne uscirà viva: alle 9 di mattina del 4 aprile venne certificata la sua morte cerebrale.
Un fascicolo di indagine venne aperto d’ufficio dalla Procura di Genova, che diede incarico di redigere l’apposita relazione di consulenza tecnica al dottor Luca Tajana, specialista in medicina legale e delle assicurazioni, e al dottor Franco Piovella, specialista in ematologia clinica e di laboratorio. Le conclusioni furono che il decesso della giovane erano da riferirsi a effetti avversi da somministrazione di vaccino anti Covid-19, come successivamente confermò la Commissione medica ospedaliera del Dipartimento militare di medicina legale della Spezia e un’ulteriore perizia.
L’indagine era andata parallela a quella per la morte di Camilla Canepa, la studentessa diciottenne di Sestri Levante deceduta sempre per Vitt dopo una dose di Astrazeneca che le era stata somministrata in un Open day del maggio di quell’anno. Il nesso causale per Francesca è stato accertato, la morte era avvenuta per trombocitopenia e trombosi immunitaria indotta dal vaccino a vettore adenovirale
Per Tuscano, l’opposizione all’archiviazione verrà discussa il prossimo 26 febbraio davanti al gip Angela Nutini. «Non ci interessa verificare le responsabilità di Astrazeneca», spiega Bertorello. «Ci interessano le responsabilità penali e civili dello Stato italiano, chiediamo che si interroghino e si perseguano coloro che hanno deciso e coadiuvato le scelte dell’allora ministero della Salute di continuare a somministrare Astrazeneca».
L’avvocato sottolinea che Francesca era morta dopo Zelia Guzzo, l’insegnante di Gela di 37 anni deceduta per una trombosi celebrale il 24 marzo 2021 in seguito alla somministrazione dello stesso vaccino anglosvedese. «Obbligata pure Zelia a vaccinarsi in quanto insegnante, il ministero si limitò a sospendere Astrazeneca per una settimana, salvo poi riutilizzarlo malgrado ci fossero grandi dubbi, come documentò la Verità pubblicando i file video dove si faceva cenno anche a pressioni politiche per abbassare la soglia di età».
Si riferisce a un fuori onda, con l’allora presidente dell’Aifa, Giorgio Palù, che parlava con il microfono aperto: «Ci sono pressioni che non capisco sia per portarla più bassa Astrazeneca che Johnson&Johnson. Le dico la verità, glielo dico perché, uno per la responsabilità, perché il Cts in questo momento dà un parere e credo che ho espresso il mio parere anche come virologo e non mi sento di tornare indietro ecco, per qualche insistenza o desiderata ministeriale, ecco, volevo dirglielo questo…».
Bertorello trova inaccettabile che ancora non si sia provveduto a desecretare «i contratti firmati dal governo Conte con i produttori di vaccino, sulla base di accordi stipulati dall’Unione europea. Purtroppo la maggioranza di centrodestra non è compatta nel chiedere che siano resi noti. E c’è ancora chi confonde queste battaglie per i diritti dei danneggiati, o dei morti da vaccino, come rivendicazioni di no vax».
Il riconoscimento dello Stato per i genitori di Francesca Tuscano è stato irrisorio, poco più di 77.468,53 euro. «Una riapertura delle indagini e possibilmente un rinvio a giudizio di questi soggetti potrebbe aprire uno spiraglio per ottenere il risarcimento dei danni», dichiara Bertorello.
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«Bambini di piombo» (Netflix)
Quando Jolanta Wadowska-Król ha iniziato il proprio percorso di ricerca era il 1974. In Alta Slesia, come nel resto della Polonia, comandava il regime comunista. Nulla era chiaro, perché tutto doveva essere subordinato all'ideologia e funzionale alla sua sopravvivenza. Di più, alla sua magnificazione.
La dottoressa, però, era donna di scienza, e fra il dovere implicito di compiacere il proprio governo e la verità medica non ha faticato a scegliere. Jolanta Wadowska-Król, che sarebbe poi stata soprannominata la Erin Brockovich della Slesia, ha fatto tutto di nascosto. Giorno dopo giorno, esame dopo esame. In silenzio, ha visitato oltre cinquemila bambini, lei che nel distretto di Szopienice si è resa conto per prima dello stato di salute precario in cui versavano i più piccoli. Notò un'incidenza anomala di anemia e disturbi neurologici tra i bambini del distretto. Avevano alti livelli di saturnismo. E, nonostante i proclami del regime, la dottoressa decise di imputare queste patologie alla vicina fonderia di zinco. Alle sue esalazioni. A quel che il governo negava, minacciando ritorsioni per chiunque avesse sostenuto il contrario.
Jolanta Wadowska-Król, cui Netflix ora ha dedicato la serie Bambini di piombo, non ha chinato il capo. Sola, è andata avanti, riuscendo a far ricoverare i casi più gravi nei sanatori polacchi e riuscendo persino a ricollocare intere famiglie, procurando loro un'esistenza diversa, lontana dalla fonderia. Nessuno le ha teso una mano. Il regime, al contrario, ha provato a spogliarla della sua credibilità. E lei è finita così, isolata, impaurita. Ma determinata, in ogni caso, a portare avanti quel che aveva iniziato.
Quel che Bambini di piombo documenta in sei episodi, muovendosi indietro nel tempo fino a ritrovare quel clima di terrore, quella paura, quella lotta impari, condotta da una donna che - sulla carta - non avrebbe dovuto avere alcuna possibilità di sopravvivere al governo che le stava sopra.
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Keir Starmer (Ansa)
Nel Regno Unito l’affare Epstein sta assumendo proporzioni talmente imponenti che ieri si sono esposti anche il principe William e la moglie Kate. La famiglia reale è coinvolta per colpa di Andrea Mountbatten-Windsor (zio di William e fratello di Re Carlo III), ora sospettato - in aggiunta agli scandali sessuali già noti - di aver trasmesso documenti riservati all’amico Epstein mentre ricopriva l’incarico di inviato speciale per il Commercio nel 2010. A tal proposito, la polizia britannica ha avviato nuove indagini per esaminare quanto emerso dall’ultima tranche di file pubblicati. «Possiamo confermare che il principe e la principessa di Galles sono profondamente preoccupati per le continue rivelazioni», si legge in un comunicato ufficiale di Palazzo Reale. «I loro pensieri vanno tutti alle vittime». Anche Re Carlo, in una nota separata, si è detto pronto a collaborare nelle indagini sul fratello. Le pressioni contro Starmer, tuttavia, non sembrano diminuire al cadere dei vari capri espiatori, e non provengono solo dalle file dell’opposizione. Da giorni si susseguono voci su un possibile cambio di guardia all’interno del Partito laburista e ieri, a chiedere la testa dell’attuale presidente del Consiglio, si è unito anche il leader dei laburisti scozzesi Anas Sarwa.
È singolare, ma la maggior parte delle figure finora travolte dall’ondata degli Epstein files si trovano in Europa. La polizia norvegese ha aperto un’inchiesta contro la nota diplomatica Mona Juul e il marito Terje Rod-Larsen, sospettati rispettivamente di «corruzione aggravata» e «complicità in corruzione aggravata». Entrambi furono protagonisti dei negoziati segreti tra Israele e l’Olp che portarono agli accordi di Oslo degli anni Novanta. In serata, Juul ha annunciato le sue dimissioni da ambasciatrice della Giordania, ruolo da cui era già stata sospesa nei giorni scorsi. In Francia, dopo le clamorose indagini su Jack Lang (finito sotto scorta insieme alla moglie per via delle minacce subite sui social) e la famiglia Caroline, Emmanuel Macron ha dichiarato che il caso riguarda «soprattutto gli Stati Uniti» e, in questo senso, «la giustizia americana deve fare il suo lavoro e basta». Una frase piuttosto incomprensibile, vista la natura dello scandalo e la fitta corrispondenza del pedofilo. Anche Deutsche Bank ieri ha dovuto rilasciare un comunicato di scuse pubbliche: «Come sottolineato ripetutamente dal 2020, la banca riconosce di aver sbagliato ad accettare Jeffrey Epstein come cliente nel 2013», ha dichiarato un portavoce della più importante banca tedesca. Il magnate avrebbe gestito temporaneamente più di 40 conti presso l’istituto di Francoforte, custodendovi gran parte del proprio patrimonio.
Non che Oltreoceano le acque siano più calme. Ieri, la compagna e complice del pedofilo, Ghislaine Maxwell, è stata convocata dalla commissione d’inchiesta del Congresso degli Stati Uniti, ma la donna si è avvalsa del quinto emendamento e ha rifiutato di rispondere alle domande. I suoi legali giocano sporco e affermano che «la signora Maxwell è pronta a parlare in modo completo e onesto se le sarà data la grazia dal presidente Trump», aggiungendo, inoltre, che soltanto lei può spiegare «perché sia il presidente Trump che il presidente Clinton sono innocenti, non hanno commesso nulla di sbagliato».
Da ieri, inoltre, i membri del Congresso possono consultare i documenti originali non censurati presso il Dipartimento della Giustizia (Doj). «Domani (ieri per chi legge, ndr) andrò al Doj per vedere gli Epstein files non redatti. Che documenti dovrei vedere? Allegate i link originali in risposta», ha scritto domenica sul suo profilo X il deputato repubblicano Thomas Massie. Lo stesso esponente del Gop, non certo uno dei più trumpiani, da giorni chiede le dimissioni del segretario al Commercio, Howard Lutnick, già citato più volte dalla Verità in relazione al suo discorso sulla fine della globalizzazione tenuto a Davos. Lutnick dichiarò di aver interrotto i legami con Epstein nel 2005, ma le recenti email desecretate smentiscono tali affermazioni.
Le risposte degli utenti al post di Massie fanno ben comprendere lo stato di confusione in cui giace l’opinione pubblica mondiale, non solo americana, e la necessità di un atto di trasparenza democratico di cui questo passaggio parlamentare potrebbe costituire un buon inizio. La prima risposta sotto al post allega una mail indirizzata a Epstein il cui mittente, però, è oscurato con una barra nera: «Ti do il permesso di ucciderlo. Dovrebbe essere insieme a [redatto]. Ha mentito a te e ha mentito a me», si legge. Un altro profilo chiede al deputato di visionare un’email inviata dal pedofilo a un destinatario altrettanto oscurato in cui è scritto: «Dove sei? Tutto bene? Mi è piaciuto tantissimo il video delle torture». Di elementi da chiarire, in questa storia, ce ne sono ancora parecchi.
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