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2019-05-16
Party gender e concerti rave nel palazzo occupato e «miracolato» dal cardinale
Ansa
Poteva restarci fulminato, il cardinale Konrad Krajewski, l'elemosiniere del Papa, che ha rotto i sigilli e «restituito» la corrente elettrica allo stabile occupato Spin Time Labs a Roma. Altro che gesto eroico: si è trattato di un atto sconsiderato, che avrebbe potuto provocare conseguenze tragiche, perché manomettere una cabina elettrica a media tensione nei sotterranei di un immobile che ospita 400 persone è una operazione estremamente pericolosa, non solo per chi la effettua (sempre che sia stato veramente lui, ci consentirà di avere qualche dubbio) ma anche per chi in quell'edificio ci vive.
Krajewski ha rivendicato l'azione, e c'è da capirlo: essendo un cardinale sarà molto difficile che subisca conseguenze penali, cosa che invece succede a qualunque povero cristo che si trova con la corrente elettrica staccata per non aver pagato la bolletta e sconsideratamente rompe i sigilli. Si va in galera, con l'accusa di furto di energia elettrica e danneggiamento, in molti casi analoghi, o almeno agli arresti domiciliari, ma Krajewski è la longa manus di papa Francesco, mica un imprenditore qualsiasi assediato dai debiti, e dunque potrebbe godere dell'immunità, se si appurasse che l'azione è stata ideata in Vaticano.
In ogni caso, quello che è certo è che, nonostante 320.000 euro di morosità, gli attivisti di Spin Time Labs possono continuare tranquillamente a utilizzare l'energia elettrica per le loro attività, alla faccia di chi per pagare le bollette di casa o dell'azienda fa i salti mortali. Cosa accadrà, infatti adesso? Semplicemente niente, o meglio: niente che non sia stabilito dall'Autorità giudiziaria. Areti, la società di Acea che gestisce la rete di distribuzione dell'energia elettrica, e che aveva apposto i sigilli alla cabina, ha presentato un esposto in Procura non solo in relazione alla violazione degli stessi sigilli, ma anche al fatto che chi si è reso responsabile di questo gesto, che sia l'elemosiniere o chi per lui, non ha certamente seguito le complesse norme che regolano questo tipo di interventi, e che quindi non è certo se ora lo stabile sia da considerarsi in sicurezza.
Areti non può fare nulla che non sia autorizzato o sollecitato dalla magistratura: la palla è nelle mani della Procura di Roma. Stesso discorso anche per quanto riguarda Hera Comm, la società di distribuzione di energia elettrica che materialmente ha tra i suoi clienti il proprietario dello stabile occupato, e che aveva chiesto ad Areti di procedere al distacco per morosità.
Nessuno può fare niente, quindi, se non su ordine della magistratura, e quindi gli attivisti di Spin Time possono continuare a organizzare i loro eventi grazie alla mano santa di Krajewski. Lo Spin Time Labs, infatti, è un bel business: in quell'edificio si mangia, si beve, si balla e si festeggia allegramente, e rigorosamente a pagamento. Basta uno sguardo al calendario degli appuntamenti e alle pagine social di Spin Time Labs per imbattersi, ad esempio, in un bel manifesto di un evento che certamente avrà riempito di orgoglio il buon elemosiniere: il «Genderotica Party», che nel maggio del 2015 fece furore nello stabile occupato. «Contaminazioni di arte queer», si legge nella descrizione della serata, ancora disponibile in rete, dove per queer, leggiamo da gay.it, si intendono «quelle persone che non vogliono identificarsi in un'etichetta. Insomma non vogliono affermarsi come gay, etero o altri generi. Con il termine si rinuncia a identificarsi e a indicare un orientamento sessuale». «Quest'anno», si legge ancora nella presentazione dell'evento, «parleremo ancora più esplicitamente di erotismo, pornografia, Fem, Trans, Sex Workers, femminismo, desiderio». Premesso che ciascuno nella sua vita può scegliere come, dove, quando e con chi divertirsi, non ci sembra un manifesto in linea con le posizioni della Chiesa cattolica, ma all'elemosiniere evidentemente poco interessa.
Altro evento in cartellone, lo scorso ottobre, una bella serata in onore di Mediterranea Saving Humans, la Ong protagonista di numerosi «salvataggi» di immigrati e dei conseguenti bracci di ferro con il governo, alla quale ha partecipato Sandro Metz, armatore della nave. Agli appuntamenti più ludici, come le serate musicali e i concerti, si accede pagando un biglietto, che gli organizzatori definiscono «sottoscrizione», da 5 o 10 euro. Fa ridere osservare i listini prezzi dei menu dell'osteria Spin Time, che somigliano a quelli di un ristorante turistico: cozze alla tarantina 4 euro, spaghetti ai frutti di mare 5 euro, baccalà in umido con patate 7 euro (un po' caro, ma si sa, i compagni che okkupano hanno il palato fine),un bella birra italiana da 66 cl 3 euro (caruccia anche questa, ci vorrebbe un po' di attenzione ai bisognosi); esagerati poi i 6,5 euro chiesti per un panino con hamburger.
Interessante quello che si legge nella presentazione del Rave Party che si è svolto dalle 16 dello scorso 30 aprile all'alba del 1° Maggio: «Oltre 40 concerti», si legge, «a un prezzo popolare e altissima qualità artistica. Intervenendo sosterrai l'orchestra notturna clandestina, e l'attività di rigenerazione del nostro auditorium santa croce. Puoi acquistare qui i tagliandi di ingresso a meno di un euro a concerto! L'acquisto dei biglietti», aggiungono gli organizzatori, «si intende in forma di donazione a sostegno delle attività artistiche dell'orchestra notturna clandestina, e per tanto non soggetta a tassazione e ad alcun genere di fiscalità». Niente tasse di nessun genere, per la gioia dell'elemosiniere.
Le guardie svizzere improvvisate pronte a difendere l’indifendibile
Ormai tutti conoscono le gesta dell'atletico elemosiniere vaticano. Ma l'aspetto più surreale della vicenda è che il cardinalone elettricista sta godendo dell'assistenza (qualcuno in forma di sostegno proclamato, qualcun altro fischiettando e facendo finta di non essersi accorto di nulla) di tutto un mondo cosiddetto (o sedicente) liberale e laico. Da bersaglieri a Porta Pia a guardie svizzere in divisa multicolore.
Da sempre, c'era stato uno schieramento di personalità, giornali, aree culturali e politiche, che avevano fatto dello spirito laico una bandiera: chi con modalità un po' da mangiapreti, chi - in spirito liberale e tocquevilliano - riconoscendo la piena facoltà di intervento delle confessioni religiose nella dimensione pubblica e nella società, ma - ecco il punto - senza privilegi né agevolazioni fiscali.
La novità è che, tranne rare eccezioni - ormai conteggiabili su poche dita di una sola mano di un grande mutilato - quel mondo è sparito in questi giorni. Avevano lezione di judo? Di pilates? Avevano finito i giga sul telefonino per twittare e postare? Prima o poi qualcuno di costoro, in omaggio a papa Francesco, finirà pure per sfoggiare un accento vagamente argentino.
Non risultano ad esempio sui suoi profili social dichiarazioni di Emma Bonino, oggi pupilla del Pontefice, ma un tempo favorevole all'abolizione del Concordato. Il suo collega Benedetto Della Vedova, ad Agorà su Rai 3, dopo aver precisato (bontà sua) che «le bollette si pagano», ha spiegato che «se deve scegliere tra Casa Pound e gli inquilini di Spin Time», difenderebbe questi ultimi. Insomma, c'è occupante e occupante. Prevale un certo silenzio - a meno di nostri errori - anche nel resto della galassia radicale.
Allora si potrebbe essere indotti a cercare soddisfazione nel mondo più liberista, sensibile per definizione alla proprietà privata. Macché, Oscar Giannino sciorina un elenco (Antigone, Socrate, John Hampden, Henry Thoreau, Gandhi, Martin Luther King e Hannah Arendt): tutti convocati per spiegare che la «disobbedienza civile è un fondamento essenziale della civiltà occidentale». Non risulta però che le figure citate avessero bollette dell'Acea insolute o organizzassero attività commerciali in locali occupati. Risulta semmai che, per vertenze un tantino più significative, si autodenunciassero preventivamente, perché la disobbedienza civile è una cosa seria.
E il resto dei giornaloni di tradizione laica? Un tripudio per il cardinale. Al quale si sono aggregati anche altri: Giuliano Ferrara si è entusiasmato per «il porporato che discende agli inferi per guadagnare un pezzo di paradiso illuminato», e «parla con la lingua di fuoco che sola può battere i demagoghi». Lo scavalca Adriano Sofri, che ci rende partecipi del suo «intimo rimpianto di non essere sceso in quel tombino». «Meraviglioso», esulta Nicola Zingaretti. Tutti asserragliati nel tombino.
Si uniscono al fan club del cardinalone pure i giuristi, che per anni avevamo sentito parlare di «legalità». Ma ora sono lì ad arrampicarsi sugli specchi per giustificare un reato (la rottura dei sigilli) che si applica a un altro reato (l'occupazione abusiva). Paolo Maddalena, già vicepresidente della Consulta, è sulle barricate, come racconta La Repubblica: «Questa gente non è abusiva, perché quando c'è uno stato di necessità uno cerca di salvarsi». Pure lui stila le classifiche tra occupanti buoni e cattivi: «Per Casa Pound no, il discorso non vale: non ha alcun diritto a occupare perché non sono poveri ma politici, si pagassero le loro cose e non usufruissero dei beni di tutti gli italiani. Quelli di Casa Pound hanno torto marcio». Nella rincorsa, il giudice ci fa supporre che la proprietà privata sia già stata abolita: «I centri sociali occupano luoghi abbandonati che non possono esistere perché con l'abbandono del luogo viene meno la proprietà privata del titolare e diventa della comunità. Può dunque essere assegnata ai centri sociali, a persone che non siano associazioni a delinquere. La legge che ha impedito l'approvvigionamento di acqua e luce non è costituzionale, quindi padre Konrad non ha commesso alcun reato».
Stessa tesi anche per un altro ex presidente della Corte, Cesare Mirabelli: «I cardinali che commettono un reato in Italia, non riferibile alla funzione di governo della Santa Sede, sono perseguibili. Se però l'atto viene compiuto per “stato di necessità" non può essere punito». Brillante trovata, questa dello «stato di necessità»: chissà che non venga in mente pure a un rapinatore di giustificarsi così.
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Nello scantinato dello stabile cui monsignor Konrad Krajewski ha ridato illegalmente la luce, una ricca agenda di eventi. Per nulla in linea con le posizioni della Chiesa. Le guardie svizzere improvvisate pronte a difendere l'indifendibile. Giuristi, più sedicenti laici e la solita compagnia di giro dei politici «liberali»: tutti uniti nel surreale fan club del cardinale elettricista. Per giustificare gli occupanti buoni contro quelli cattivi. Lo speciale comprende due articoli. Poteva restarci fulminato, il cardinale Konrad Krajewski, l'elemosiniere del Papa, che ha rotto i sigilli e «restituito» la corrente elettrica allo stabile occupato Spin Time Labs a Roma. Altro che gesto eroico: si è trattato di un atto sconsiderato, che avrebbe potuto provocare conseguenze tragiche, perché manomettere una cabina elettrica a media tensione nei sotterranei di un immobile che ospita 400 persone è una operazione estremamente pericolosa, non solo per chi la effettua (sempre che sia stato veramente lui, ci consentirà di avere qualche dubbio) ma anche per chi in quell'edificio ci vive. Krajewski ha rivendicato l'azione, e c'è da capirlo: essendo un cardinale sarà molto difficile che subisca conseguenze penali, cosa che invece succede a qualunque povero cristo che si trova con la corrente elettrica staccata per non aver pagato la bolletta e sconsideratamente rompe i sigilli. Si va in galera, con l'accusa di furto di energia elettrica e danneggiamento, in molti casi analoghi, o almeno agli arresti domiciliari, ma Krajewski è la longa manus di papa Francesco, mica un imprenditore qualsiasi assediato dai debiti, e dunque potrebbe godere dell'immunità, se si appurasse che l'azione è stata ideata in Vaticano. In ogni caso, quello che è certo è che, nonostante 320.000 euro di morosità, gli attivisti di Spin Time Labs possono continuare tranquillamente a utilizzare l'energia elettrica per le loro attività, alla faccia di chi per pagare le bollette di casa o dell'azienda fa i salti mortali. Cosa accadrà, infatti adesso? Semplicemente niente, o meglio: niente che non sia stabilito dall'Autorità giudiziaria. Areti, la società di Acea che gestisce la rete di distribuzione dell'energia elettrica, e che aveva apposto i sigilli alla cabina, ha presentato un esposto in Procura non solo in relazione alla violazione degli stessi sigilli, ma anche al fatto che chi si è reso responsabile di questo gesto, che sia l'elemosiniere o chi per lui, non ha certamente seguito le complesse norme che regolano questo tipo di interventi, e che quindi non è certo se ora lo stabile sia da considerarsi in sicurezza. Areti non può fare nulla che non sia autorizzato o sollecitato dalla magistratura: la palla è nelle mani della Procura di Roma. Stesso discorso anche per quanto riguarda Hera Comm, la società di distribuzione di energia elettrica che materialmente ha tra i suoi clienti il proprietario dello stabile occupato, e che aveva chiesto ad Areti di procedere al distacco per morosità. Nessuno può fare niente, quindi, se non su ordine della magistratura, e quindi gli attivisti di Spin Time possono continuare a organizzare i loro eventi grazie alla mano santa di Krajewski. Lo Spin Time Labs, infatti, è un bel business: in quell'edificio si mangia, si beve, si balla e si festeggia allegramente, e rigorosamente a pagamento. Basta uno sguardo al calendario degli appuntamenti e alle pagine social di Spin Time Labs per imbattersi, ad esempio, in un bel manifesto di un evento che certamente avrà riempito di orgoglio il buon elemosiniere: il «Genderotica Party», che nel maggio del 2015 fece furore nello stabile occupato. «Contaminazioni di arte queer», si legge nella descrizione della serata, ancora disponibile in rete, dove per queer, leggiamo da gay.it, si intendono «quelle persone che non vogliono identificarsi in un'etichetta. Insomma non vogliono affermarsi come gay, etero o altri generi. Con il termine si rinuncia a identificarsi e a indicare un orientamento sessuale». «Quest'anno», si legge ancora nella presentazione dell'evento, «parleremo ancora più esplicitamente di erotismo, pornografia, Fem, Trans, Sex Workers, femminismo, desiderio». Premesso che ciascuno nella sua vita può scegliere come, dove, quando e con chi divertirsi, non ci sembra un manifesto in linea con le posizioni della Chiesa cattolica, ma all'elemosiniere evidentemente poco interessa. Altro evento in cartellone, lo scorso ottobre, una bella serata in onore di Mediterranea Saving Humans, la Ong protagonista di numerosi «salvataggi» di immigrati e dei conseguenti bracci di ferro con il governo, alla quale ha partecipato Sandro Metz, armatore della nave. Agli appuntamenti più ludici, come le serate musicali e i concerti, si accede pagando un biglietto, che gli organizzatori definiscono «sottoscrizione», da 5 o 10 euro. Fa ridere osservare i listini prezzi dei menu dell'osteria Spin Time, che somigliano a quelli di un ristorante turistico: cozze alla tarantina 4 euro, spaghetti ai frutti di mare 5 euro, baccalà in umido con patate 7 euro (un po' caro, ma si sa, i compagni che okkupano hanno il palato fine),un bella birra italiana da 66 cl 3 euro (caruccia anche questa, ci vorrebbe un po' di attenzione ai bisognosi); esagerati poi i 6,5 euro chiesti per un panino con hamburger. Interessante quello che si legge nella presentazione del Rave Party che si è svolto dalle 16 dello scorso 30 aprile all'alba del 1° Maggio: «Oltre 40 concerti», si legge, «a un prezzo popolare e altissima qualità artistica. Intervenendo sosterrai l'orchestra notturna clandestina, e l'attività di rigenerazione del nostro auditorium santa croce. Puoi acquistare qui i tagliandi di ingresso a meno di un euro a concerto! L'acquisto dei biglietti», aggiungono gli organizzatori, «si intende in forma di donazione a sostegno delle attività artistiche dell'orchestra notturna clandestina, e per tanto non soggetta a tassazione e ad alcun genere di fiscalità». Niente tasse di nessun genere, per la gioia dell'elemosiniere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/party-gender-e-concerti-rave-nel-palazzo-occupato-e-miracolato-dal-cardinale-2637219289.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-guardie-svizzere-improvvisate-pronte-a-difendere-lindifendibile" data-post-id="2637219289" data-published-at="1774932584" data-use-pagination="False"> Le guardie svizzere improvvisate pronte a difendere l’indifendibile Ormai tutti conoscono le gesta dell'atletico elemosiniere vaticano. Ma l'aspetto più surreale della vicenda è che il cardinalone elettricista sta godendo dell'assistenza (qualcuno in forma di sostegno proclamato, qualcun altro fischiettando e facendo finta di non essersi accorto di nulla) di tutto un mondo cosiddetto (o sedicente) liberale e laico. Da bersaglieri a Porta Pia a guardie svizzere in divisa multicolore. Da sempre, c'era stato uno schieramento di personalità, giornali, aree culturali e politiche, che avevano fatto dello spirito laico una bandiera: chi con modalità un po' da mangiapreti, chi - in spirito liberale e tocquevilliano - riconoscendo la piena facoltà di intervento delle confessioni religiose nella dimensione pubblica e nella società, ma - ecco il punto - senza privilegi né agevolazioni fiscali. La novità è che, tranne rare eccezioni - ormai conteggiabili su poche dita di una sola mano di un grande mutilato - quel mondo è sparito in questi giorni. Avevano lezione di judo? Di pilates? Avevano finito i giga sul telefonino per twittare e postare? Prima o poi qualcuno di costoro, in omaggio a papa Francesco, finirà pure per sfoggiare un accento vagamente argentino. Non risultano ad esempio sui suoi profili social dichiarazioni di Emma Bonino, oggi pupilla del Pontefice, ma un tempo favorevole all'abolizione del Concordato. Il suo collega Benedetto Della Vedova, ad Agorà su Rai 3, dopo aver precisato (bontà sua) che «le bollette si pagano», ha spiegato che «se deve scegliere tra Casa Pound e gli inquilini di Spin Time», difenderebbe questi ultimi. Insomma, c'è occupante e occupante. Prevale un certo silenzio - a meno di nostri errori - anche nel resto della galassia radicale. Allora si potrebbe essere indotti a cercare soddisfazione nel mondo più liberista, sensibile per definizione alla proprietà privata. Macché, Oscar Giannino sciorina un elenco (Antigone, Socrate, John Hampden, Henry Thoreau, Gandhi, Martin Luther King e Hannah Arendt): tutti convocati per spiegare che la «disobbedienza civile è un fondamento essenziale della civiltà occidentale». Non risulta però che le figure citate avessero bollette dell'Acea insolute o organizzassero attività commerciali in locali occupati. Risulta semmai che, per vertenze un tantino più significative, si autodenunciassero preventivamente, perché la disobbedienza civile è una cosa seria. E il resto dei giornaloni di tradizione laica? Un tripudio per il cardinale. Al quale si sono aggregati anche altri: Giuliano Ferrara si è entusiasmato per «il porporato che discende agli inferi per guadagnare un pezzo di paradiso illuminato», e «parla con la lingua di fuoco che sola può battere i demagoghi». Lo scavalca Adriano Sofri, che ci rende partecipi del suo «intimo rimpianto di non essere sceso in quel tombino». «Meraviglioso», esulta Nicola Zingaretti. Tutti asserragliati nel tombino. Si uniscono al fan club del cardinalone pure i giuristi, che per anni avevamo sentito parlare di «legalità». Ma ora sono lì ad arrampicarsi sugli specchi per giustificare un reato (la rottura dei sigilli) che si applica a un altro reato (l'occupazione abusiva). Paolo Maddalena, già vicepresidente della Consulta, è sulle barricate, come racconta La Repubblica: «Questa gente non è abusiva, perché quando c'è uno stato di necessità uno cerca di salvarsi». Pure lui stila le classifiche tra occupanti buoni e cattivi: «Per Casa Pound no, il discorso non vale: non ha alcun diritto a occupare perché non sono poveri ma politici, si pagassero le loro cose e non usufruissero dei beni di tutti gli italiani. Quelli di Casa Pound hanno torto marcio». Nella rincorsa, il giudice ci fa supporre che la proprietà privata sia già stata abolita: «I centri sociali occupano luoghi abbandonati che non possono esistere perché con l'abbandono del luogo viene meno la proprietà privata del titolare e diventa della comunità. Può dunque essere assegnata ai centri sociali, a persone che non siano associazioni a delinquere. La legge che ha impedito l'approvvigionamento di acqua e luce non è costituzionale, quindi padre Konrad non ha commesso alcun reato». Stessa tesi anche per un altro ex presidente della Corte, Cesare Mirabelli: «I cardinali che commettono un reato in Italia, non riferibile alla funzione di governo della Santa Sede, sono perseguibili. Se però l'atto viene compiuto per “stato di necessità" non può essere punito». Brillante trovata, questa dello «stato di necessità»: chissà che non venga in mente pure a un rapinatore di giustificarsi così.
Andrea Delmastro (Imagoeconomica)
Per il «Delma» le cose non si mettono bene. La Direzione distrettuale antimafia sospetta che l’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, abbia agito come prestanome per il clan romano dei Senese, contribuendo a costruire una rete di attività formalmente regolari ma funzionali a ripulire capitali illeciti. Le cosiddette «lavatrici di soldi sporchi». Al centro dell’inchiesta c’è la Bisteccheria d’Italia, un ristorante in via Tuscolana a Roma che, secondo gli inquirenti, sarebbe stato utilizzato per riciclare il denaro riconducibile al clan guidato da Michele Senese, detto «o’ pazz». L’indagine coinvolge Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato a febbraio 2026 a quattro anni di carcere per intestazione fittizia di beni aggravata da favoreggiamento del clan Senese. Miriam è incensurata ed è amministratrice unica della società costituita a Biella il 16 dicembre 2024 insieme a Delmastro, che deteneva il 25%, e ad altri tre esponenti Fdi piemontesi che detenevano quote minoritarie. L’accusa è di aver «trasferito e reinvestito» nella società, soldi delle attività illecite del clan. Si ipotizzano i reati di riciclaggio e intestazione fittizia dei beni. Un’attività illecita aggravata dal fatto di averla «commessa al fine di agevolare l'associazione di stampo mafioso» del gruppo criminale. Nel mirino anche una cena alla Bisteccheria d’Italia alla quale avrebbero preso parte figure di vertice dell’amministrazione penitenziaria di cui Delmastro aveva le deleghe e del ministero della Giustizia.
Delmastro ha tentato frettolosamente e maldestramente di uscirne cedendo le sue quote prima a un’altra delle sue società (novembre 2025) e poi a un’altra socia, Donatella Pelle (febbraio 2026). La stessa Pelle aveva poi rimesso le quote alla socia di maggioranza, Miriam Caroccia, rendendo tutta la situazione ancor più sospetta.
Delmastro, che per questa storia è stato costretto alle dimissioni, ha sempre sostenuto di aver investito in buona fede, dichiarandosi ignaro di qualsiasi collegamento con ambienti criminali e sottolineando di essersi ritirato non appena sono emersi i primi dubbi. Anche l’avvocato Fabrizio Gallo, che assiste Mauro e Miriam Caroccia, respingono le accuse: «In quella società non c’erano soldi della camorra».
Ma il quadro delineato dagli inquirenti racconta una storia diversa. Secondo gli investigatori la Bisteccheria d’Italia, rappresenta l’evoluzione di un modello già noto: attività di ristorazione apparentemente ordinarie, con volumi d’affari sproporzionati rispetto alle dimensioni del locale, utilizzate per immettere nel circuito legale denaro di provenienza illecita. Un meccanismo che, negli anni, avrebbe consentito al clan Senese di riciclare enormi somme di denaro. Il caso ovviamente è diventato politico e istituzionale. Il leader del M5s, Giuseppe Conte, sbraita: «Meloni qual è la tua responsabilità politica? Te lo tieni nel partito? Vieni a riferire in Parlamento».
Ieri si è riunito l’ufficio di presidenza della commissione parlamentare Antimafia che ha approvato all’unanimità l’avvio di un ciclo di audizioni: della Procura di Roma, delle forze dell’ordine, del Dap, dell’Ucis, della scorta coinvolta e, ovviamente, dello stesso Delmastro. Entro questa settimana saranno sentiti dai pm della Dda di piazzale Clodio, Mauro Caroccia e la figlia Miriam. Domani si riunisce anche il comitato etico di Montecitorio, presieduto dal deputato di Fdi, Riccardo Zucconi. Tra i componenti dell’organismo c’è anche l’altra meloniana, Carolina Varchi, candidabile al posto di Delmastro. Se il comitato segnalerà la cattiva condotta dell’ex sottosegretario, spetterà al presidente della Camera, Lorenzo Fontana, leggere pubblicamente in aula una dichiarazione di censura nei suoi confronti. Un caso senza precedenti. Ma il caso ha ricadute anche in Piemonte. Ieri sera la vicepresidente della Regione, Elena Chiorino, coinvolta nell’affaire Delmastro, si è dimessa anche da assessore.
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Renato Guttuso. Stretto di Messina Scilla, 1949
Una mostra che definirei «essenziale » e sintetica, sia per l’allestimento minimale che per le opere esposte, ma che nella sua semplicità rende bene l’idea di quella che è stata la parabola artistica di Renato Guttuso (1911-1987), politico, intellettuale e tra i più importanti pittori neorealisti italiani del XX secolo.
Siciliano di Bagheria, una passione per l’arte trasmessagli sin dall’infanzia dal padre Gioacchino, agrimensore e acquarellista, già dalla prima adolescenza Renato Guttuso comincia a distinguersi per alcune sue opere, paesaggi soprattutto, rilievi montuosi e scorci della sua Sicilia e di Bagheria, quelle origini che porterà sempre nel cuore e che saranno fonte di ispirazione durante tutta la sua carriera. Artista impegnato politicamente, amico di Sciascia e Pasolini, antifascista convinto e fedele al PCI sino alla morte (nel 1940 aderì al Partito Comunista d’Italia clandestino e nel 1976 fu eletto senatore nel collegio di Sciacca ), l’arte di Guttuso è il riflesso della sua coscienza politica, che con quel suo straordinario Neorealismo fatto di tratti decisi e colori accesi (i suoi potenti rossi innanzitutto, ma anche il giallo sole, il verde brillante, il blu intenso...), da voce al dolore, alla fatica, alle ingiustizie sociali , all’emarginazione di contadini e operai. E se uno dei suoi più noti capolavori, I funerali di Togliatti (1976), è forse l’espressione più evidente del suo credo politico, una sorta di manifesto del «realismo comunista», nell’ altrettanto famosa Vucciria (1974) come nell’ Occupazione delle terre incolte in Sicilia (1949), passando per il Raccoglitore di olive (opera esposta nella mostra di Sarzana)e Contadini al lavoro (1951), emerge a tutto tondo non solo il legame viscerale per la sua terra natia, ma anche tutto il suo interesse, profondo e genuino, per quel mondo oppresso, sfruttato e bistrattato, fatto di proletari , sottoproletari e poveri agricoltori. Ma se impegno politico e sociale sono tematiche costanti nell’arte del Maestro siciliano, altrettanto ricorrenti sono l’eros, il paesaggio, le nature morte e il ritratto, la sua esperienza personale che si unisce alla dimensione collettiva, arte e vita che si fondono in un unico, indissolubile gesto. Per Guttuso dipingere era un modo per prendere posizione, per dialogare con la storia e la politica non in modo astratto, ma concretamente e con partecipata sofferenza. Esponente di punta del gruppo di Corrente, costituitosi a Milano nel 1938 in contrapposizione alla cultura e al linguaggio retorico del regime fascista, Guttuso, al pari di Vedova, Sassu, Morlotti, Birolli e Treccani (quest’ultimo fondatore del gruppo), guardava all’Ottocento francese, alle Avanguardie internazionali e a quegli artisti così eccezionali da sfuggire ad ogni tentativo di «classificazione»: Van Gogh, ma soprattutto Picasso ,la cui influenza cubista emerge chiaramente in molte delle sue opere. Nella Marsigliese contadina (1947) per esempio, ma anche nello Stretto di Messina (1949), una delle tele in mostra a Sarzana.
La Mostra
Ospitata negli spazi rinascimentali della Fortezza Firmafede , come ha ben sottolineato il curatore, Lorenzo Canova «…La mostra attraversa quarant’anni della ricerca di Guttuso, dall’impegno politico e civile al paesaggio, dalla natura morta all’eros, mettendo in dialogo opere emblematiche come Figure sedute, Stretto di Messina: Scilla, I Falsari, Donna al telefono, fino a Donne nello studio di Velate. Un percorso che restituisce tutta la coerenza, la forza e l’attualità di un artista che ha sempre vissuto la pittura come un atto vitale e necessario». Certo, è innegabile che il visitatore possa «sentire la mancanza» di qualche opera iconica (per esempio le già citate Vucceria e I funerali di Togliatti), ma il percorso espositivo offre comunque l’opportunità di seguire tutta la parabola artistica del Maestro , ben equilibrandosi fra dipinti, disegni e opere grafiche, partendo dalle influenze cubiste e postcubiste picassiane degli anni ‘40 fino ad arrivare alle tele dedicate alla natura, al paesaggio, agli oggetti quotidiani e, naturalmente all’eros, altro elemento ( o forse è meglio dire energia) che attraversa tutta l’opera di Guttuso. La sua rappresentazione dell’eros è potente e sensuale, fatta di corpi femminili che attraggono e inquietano, luoghi di desiderio e di tensione emotiva, di immaginato e di reale. Che siano contadine o donne sensuali, reduci dai campi o da una notte d’amore, le donne di Guttuso sono personaggi più che persone fisiche, donne indagate e rappresentate in tutte le forme artistiche, pittoriche e grafiche, ma mai volgari, nemmeno quando si mostrano in una potente, spregiudicata nudità. Disegnatore «seriale» (è risaputo che Guttuso disegnasse sempre e ovunque) , parte della mostra accoglie anche un ciclo di interessanti disegni (bellissimi Emigranti e l’allucinata visione infernale dei Falsari ) e una piccola sezione dedicata alla grafica, che con tratti e segni raffinati, spesso arricchiti da un'intensa componente cromatica, rappresenta e unisce natura, figure femminili, politica e impegno civile. In pratica, tutto Guttuso…
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La scuola di Trescore dove è avvenuta l'aggressione. Nel riquadro, Chiara Mocchi (Ansa)
«Dettata con voce flebile» dalla professoressa di 57 anni, accoltellata mercoledì scorso al collo e al torace da un tredicenne della scuola media Leonardo Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca. Le condizioni di Mocchi sono migliorate, ieri pomeriggio ha potuto lasciare l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo dove era ricoverata e tornare a casa, a Berzo San Fermo.
Mentre era ancora in reparto, ha messo insieme altri particolari dell’aggressione. Scrive della sua «potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo. Un fendente arrivato a mezzo millimetro dall’aorta. Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l’ombra diventava addio». L’insegnante vuole ringraziare i soccorritori, tra questi l’adolescente che ha sentito la sua prof urlare e non ha esitato a intervenire. Mentre Mocchi tentava di difendersi e cadeva a terra, l’alunno di terza media ha affrontato il compagno armato di coltello prendendolo a calci e facendolo scappare. «È indubbiamente un eroe. Ha rischiato di prendersi delle coltellate anche lui, come mi ha riferito la mia assistita. Sono intenzionato a proporlo per una medaglia perché se le merita», ha dichiarato l’avvocato Murtas.
C’è un tredicenne che non sembra smettere di odiare, non dimostra alcun pentimento durante gli interrogatori, anzi ribadisce che la sua volontà era di uccidere l’insegnante di francese perché si considera «vittima di ingiustizie da parte sua»; è c’è uno studente che non si fa frenare dalla giovanissima età per arginare un atto di violenza estrema.
Non è scappato a nascondersi, anche se nessuno l’avrebbe biasimato: ogni allievo poteva essere vittima di altri fendenti in quegli attimi di terrore. «E» non ha dato retta alla paura che certamente l’avrà assalito, ma non bloccato. Si è buttato in difesa della donna che ha visto colpire più volte e crollare a terra. Il giovane, poco più di un bambino, era a mani nude ma le gambe sono scattate e ha preso a calci quel coetaneo impazzito. Con l’adrenalina a mille, ha reagito allo spavento sferrando colpi con i piedi riuscendo a fermare l’accanimento sull’insegnante e a far scappare l’accoltellatore.
Immaginarlo, mentre così giovane reagisce temerario e coraggioso, fa un gran bene. Perché significa che non c’è solo indifferenza, rassegnazione al male, alla violenza o, peggio, voglia di commetterla come testimonia la volontà di trasmettere in diretta su Telegram un omicidio che risultava programmato con dovizia di particolari.
Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, dopo aver fatto visita a Mocchi nella giornata di domenica, ha chiamato la preside dell’istituto per invitare il ragazzo e la sua classe al ministero per ringraziarlo e premiarlo per il suo coraggio. L’insegnante aveva rischiato di non raggiungere viva l’ospedale. «Ricordo una voce di donna, ferma e urgente: “Abbiamo pochi secondi, la stiamo perdendo, ora o mai più”», scrive nella seconda lettera. Durante il volo dell’eliambulanza, la trasfusione di sangue ha scongiurato l’esito letale. Ricorda: «Una voce maschile scandiva: “Ancora una sacca… presto, ancora una!”. Era il sangue donato, quello che ricominciava a circolare nel mio cuore che riprendeva il suo ritmo».
L’insegnante nomina tutti i componenti dell’equipaggio Blood on Board che definisce «professionisti, ma soprattutto esseri umani che non dimenticherò mai». Un pensiero speciale, commosso, lo rivolge al suo legale: «Penso - e non è un sogno - che il sangue che ora scorre nelle mie sia quello del mio avvocato Angelo Lino Murtas, donatore Avis da oltre 45 anni, che ha salvato la vita a tante persone e che aveva donato il sangue proprio il giorno prima all’Avis di Monterosso a Bergamo. Come lui, ci sono migliaia di persone anonime che offrono una parte di sé senza voler nulla in cambio. Gesti che sembrano piccoli, ma che diventano enormi quando salvano una vita».
L’insegnante si augura che il lettore «trovi il coraggio e la volontà di diventare donatore», se ancora non l’ha fatto e conclude con un pensiero al padre che «fondò l’Avis-Aido della Media Val Cavallina, con quel motto che da sempre custodisco nel cuore: “Una goccia di sangue può salvare una vita”».
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Si chiama Fomo e sembra il nome di un locale all’ultima moda, invece è quello di una patologia psicologica. Il termine «fomo», infatti, in realtà è l’acronimo di Fear Of Missing Out, che significa paura di essere esclusi. Da che cosa? Non - intendiamoci - letteralmente dalla società tutta, quanto dalla socialità. E da quella esercitata da chi ci è più vicino. La paura, quindi, riguarda qualunque piccolo o grande gruppo sociale: la paura di essere esclusi dall’invito alla cena di Capodanno dei familiari oppure al matrimonio del cugino, il gruppo sociale in questo caso è familiare; la paura di essere esclusi dall’invito a pausa pranzo dal gruppo di cui si fa parte in ufficio; esclusi dall’invito del condominio alla festicciola per gli auguri di Natale. Di qualunque gruppo si faccia parte, la Fomo è il timore che il gruppo ci escluda e che, a causa di quell’esclusione, si perdano opportunità, eventi, esperienze piacevoli e il senso di appartenenza al gruppo stesso. La Fomo è, quindi, direttamente collegata al bisogno evolutivo di connessione sociale.
Si potrebbe pensare che essa nasca con i social network, in realtà la Fomo esiste da ben prima che i social network diventassero i fili che manovrano molte persone come burattini da mane a sera e da sera a mane. Facebook, per esempio, è arrivato in Italia in lingua italiana nel 2008, ma in un primo momento usufruivano dei social network soltanto coloro che in qualche modo erano fortemente digitali. Chi, per esempio, aveva un personal computer a casa o in ufficio (se l’ufficio permetteva di connettersi ad Internet anche per cose personali). Gli «scrivoni internettiani» prima dei social network avevano i propri blog oppure partecipavano coi commenti a blog altrui. Chi scrive aveva il proprio blog (e il proprio sito Internet personale), che smise di aggiornare quando si iscrisse a Facebook e Twitter oggi X. In quel primo decennio del secondo millennio, Internet non era ancora una rete capillare come oggi, si trattava di una rete per pochi smanettoni, una rete con pochi nodi: chi non aveva molto da dire, chi non avrebbe potuto riempire giornalmente un blog non aveva alcun interesse a porsi sui social network. Dopo qualche anno dalla sua nascita, avvenuta nel 2007, per la precisione con la diffusione delle antenne 3G, divenne diffusissimo lo smartphone Apple. Era almeno un quinquennio dopo il 2007 quando tutti, veramente tutti, iniziarono a possedere uno smartphone sempre connesso e ad iscriversi in massa ai social network. Se i primi modelli di iPhone Apple e prima ancora dell’iPhone Apple il pioniere dello smartphone, il Blackberry, che permetteva le notifiche push delle e-mail, erano stati appannaggio di chi doveva essere sempre connesso per lavoro, quindi liberi professionisti, politici, Vip, quadri e impiegati in settori tecnologici, con la massiccia diffusione dell’iPhone e contemporaneamente delle antenne 3G tutto il mondo si è riversato sui social network, anche se non aveva davvero niente di interessante da dire (se ricordate, in un primo momento nemmeno i politici erano sui social network. Solo poi hanno capito la potenzialità comunicativa barra propagandistica della rete, anche osservando cosa era riuscito a fare Beppe Grillo, negli anni addietro, col suo blog, cioè che movimento era riuscito a creare, divenuto poi voti in sede elettorale). Insomma, tutto il mondo si è riversato sui social network, in una sorta di Fomo collettiva di non appartenere alla rete. Tutto il mondo, infatti, ci si è riversato per essere connesso, quindi parte di un gruppo sociale, che fosse quello della famiglia, dell’ufficio, della squadra di calcetto, degli ex compagni di scuola. Giusto, bene. Ma questo, determinando la possibilità di avere sempre davanti agli occhi la vita degli altri, ha trasformato la Fomo da semplice paura che si poteva vivere una tantum, in una vita non connessa tramite la rete Internet, a paura continua. Oggi si definisce Fomo l’ansia che nasce dal timore di perdere esperienze gratificanti vissute da altri, spesso amplificata dall’uso dei social network. Ragioniamoci. Prima dei social network, per sapere chi era stato invitato, mentre noi no, al matrimonio del cugino di secondo grado a Gradoli, per dire, bisognava agire in qualunque modo per saperlo. E nemmeno era facile riuscirci. Coi social network, la vita degli altri con cui siamo connessi è continuamente rappresentata sotto i nostri occhi, basta entrare nella app sullo smartphone a seguito, innanzitutto, delle notifiche. Ma quando la dipendenza è instaurata, nemmeno si aspettano le notifiche. Si entra e si va a guardare. Quindi la Fomo digitale è sì collegata ad atavici e normali bisogni psicologici di appartenenza e connessione sociale insoddisfatti come era la Fomo prima dell’avvento dei social network, ma dopo questo avvento è divenuta un’ansia più diffusa e più pericolosa, causata dagli stessi social network che inducono le persone a controllare frequentemente aggiornamenti e interazioni online e così possono trovarsi a sapere che, per dire, alcuni colleghi di ufficio sono andati a fare l’aperitivo, ma non li hanno invitati, l’amico che aveva detto a Ruggero che sarebbe andato a dormire in realtà è andato a ballare con Mattia e Matteo e Ruggero, poverino, si sente tradito, a causa della menzogna di colui che credeva amico, e abbandonato e così via. Considerato che già il meraviglioso viaggio della vita offre comunque una serie di difficoltà, potevamo sicuramente fare a meno delle novelle difficoltà procurate dalla rete… Ma ci siamo dentro e allora conviene conoscerle per restarne lontani. I social network, se ci pensiamo, sono quei luoghi in cui la possibilità della visione delle vite altrui non ha pari. Ci fanno assaporare l’onniscienza divina, ma allo stesso tempo se non sappiamo fregarcene ci possono far dannare come se fossimo all’inferno, non nel paradiso, che è il luogo in cui risiede Dio. Fino a prima dei social network si poteva osservare fisicamente la propria realtà fisica: ora, grazie alla rete, si può osservare da remoto la rappresentazione elettronica della vita di chiunque ed essere connesso con chiunque, soffrendo se si è esclusi. I paragoni che possono ingenerare sofferenza tramite l’osservazione sui social network sono molti, ma di solito chi è saggio ne sta al riparo. Purtroppo, non tutti sono o sanno divenire saggi, tutelare la propria serenità ed alimentare correttamente la propria autostima.
Stare al riparo dai tanti problemi causati dai social network e, nello specifico, dalla Fomo, insomma, per tanti è difficile. Innanzitutto per i giovani che sono nati e crescono in un ambiente già sempre connesso e sempre digitale e quindi si trovano dentro una vita già completamente pregna di connettività praticamente obbligata. Il giovane non deve scegliere se essere connesso, la connessione è normale, ovvia, da molti coetanei si sarebbe considerati degli spostati rifiutandola in tutto o in parte. Ma non è semplice nemmeno per gli adulti. A ulteriore testimonianza del fatto che la Fomo odierna digitale è direttamente indotta dalla stessa digitalità social, spesso esordisce in maniera apparentemente blanda, per poi vivere un crescendo dei sintomi. Quali sono? L’esordio è caratterizzato dal controllo continuo dei social network, l’incapacità di trattenersi dal leggere le notifiche delle attività condivise dagli altri o, addirittura, andare a cercare direttamente le novità delle vite altrui, poi la necessità di condividere ogni propria attività per apparire interessanti. Faccio, dunque sono. Faccio anch’io, dunque valgo anche io. Quando la verità è che si è e si vale a prescindere dal fare e dal mostrarlo sui social network. Si soffre di Fomo digitale se si presentano questi due precisi elementi: sintomi di ansia, angoscia e depressione all’idea che gli altri possano avere delle esperienze piacevoli a cui il soggetto con Fomo non partecipa e poi aumento del controllo degli altri tramite i social network proprio per vedere cosa stanno facendo, stando ulteriormente male (altra ansia, altra angoscia, altra depressione) se si vede che stanno facendo cose che il soggetto con Fomo trova migliori di quelle che sta facendo lui.
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