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2019-05-16
Party gender e concerti rave nel palazzo occupato e «miracolato» dal cardinale
Ansa
Poteva restarci fulminato, il cardinale Konrad Krajewski, l'elemosiniere del Papa, che ha rotto i sigilli e «restituito» la corrente elettrica allo stabile occupato Spin Time Labs a Roma. Altro che gesto eroico: si è trattato di un atto sconsiderato, che avrebbe potuto provocare conseguenze tragiche, perché manomettere una cabina elettrica a media tensione nei sotterranei di un immobile che ospita 400 persone è una operazione estremamente pericolosa, non solo per chi la effettua (sempre che sia stato veramente lui, ci consentirà di avere qualche dubbio) ma anche per chi in quell'edificio ci vive.
Krajewski ha rivendicato l'azione, e c'è da capirlo: essendo un cardinale sarà molto difficile che subisca conseguenze penali, cosa che invece succede a qualunque povero cristo che si trova con la corrente elettrica staccata per non aver pagato la bolletta e sconsideratamente rompe i sigilli. Si va in galera, con l'accusa di furto di energia elettrica e danneggiamento, in molti casi analoghi, o almeno agli arresti domiciliari, ma Krajewski è la longa manus di papa Francesco, mica un imprenditore qualsiasi assediato dai debiti, e dunque potrebbe godere dell'immunità, se si appurasse che l'azione è stata ideata in Vaticano.
In ogni caso, quello che è certo è che, nonostante 320.000 euro di morosità, gli attivisti di Spin Time Labs possono continuare tranquillamente a utilizzare l'energia elettrica per le loro attività, alla faccia di chi per pagare le bollette di casa o dell'azienda fa i salti mortali. Cosa accadrà, infatti adesso? Semplicemente niente, o meglio: niente che non sia stabilito dall'Autorità giudiziaria. Areti, la società di Acea che gestisce la rete di distribuzione dell'energia elettrica, e che aveva apposto i sigilli alla cabina, ha presentato un esposto in Procura non solo in relazione alla violazione degli stessi sigilli, ma anche al fatto che chi si è reso responsabile di questo gesto, che sia l'elemosiniere o chi per lui, non ha certamente seguito le complesse norme che regolano questo tipo di interventi, e che quindi non è certo se ora lo stabile sia da considerarsi in sicurezza.
Areti non può fare nulla che non sia autorizzato o sollecitato dalla magistratura: la palla è nelle mani della Procura di Roma. Stesso discorso anche per quanto riguarda Hera Comm, la società di distribuzione di energia elettrica che materialmente ha tra i suoi clienti il proprietario dello stabile occupato, e che aveva chiesto ad Areti di procedere al distacco per morosità.
Nessuno può fare niente, quindi, se non su ordine della magistratura, e quindi gli attivisti di Spin Time possono continuare a organizzare i loro eventi grazie alla mano santa di Krajewski. Lo Spin Time Labs, infatti, è un bel business: in quell'edificio si mangia, si beve, si balla e si festeggia allegramente, e rigorosamente a pagamento. Basta uno sguardo al calendario degli appuntamenti e alle pagine social di Spin Time Labs per imbattersi, ad esempio, in un bel manifesto di un evento che certamente avrà riempito di orgoglio il buon elemosiniere: il «Genderotica Party», che nel maggio del 2015 fece furore nello stabile occupato. «Contaminazioni di arte queer», si legge nella descrizione della serata, ancora disponibile in rete, dove per queer, leggiamo da gay.it, si intendono «quelle persone che non vogliono identificarsi in un'etichetta. Insomma non vogliono affermarsi come gay, etero o altri generi. Con il termine si rinuncia a identificarsi e a indicare un orientamento sessuale». «Quest'anno», si legge ancora nella presentazione dell'evento, «parleremo ancora più esplicitamente di erotismo, pornografia, Fem, Trans, Sex Workers, femminismo, desiderio». Premesso che ciascuno nella sua vita può scegliere come, dove, quando e con chi divertirsi, non ci sembra un manifesto in linea con le posizioni della Chiesa cattolica, ma all'elemosiniere evidentemente poco interessa.
Altro evento in cartellone, lo scorso ottobre, una bella serata in onore di Mediterranea Saving Humans, la Ong protagonista di numerosi «salvataggi» di immigrati e dei conseguenti bracci di ferro con il governo, alla quale ha partecipato Sandro Metz, armatore della nave. Agli appuntamenti più ludici, come le serate musicali e i concerti, si accede pagando un biglietto, che gli organizzatori definiscono «sottoscrizione», da 5 o 10 euro. Fa ridere osservare i listini prezzi dei menu dell'osteria Spin Time, che somigliano a quelli di un ristorante turistico: cozze alla tarantina 4 euro, spaghetti ai frutti di mare 5 euro, baccalà in umido con patate 7 euro (un po' caro, ma si sa, i compagni che okkupano hanno il palato fine),un bella birra italiana da 66 cl 3 euro (caruccia anche questa, ci vorrebbe un po' di attenzione ai bisognosi); esagerati poi i 6,5 euro chiesti per un panino con hamburger.
Interessante quello che si legge nella presentazione del Rave Party che si è svolto dalle 16 dello scorso 30 aprile all'alba del 1° Maggio: «Oltre 40 concerti», si legge, «a un prezzo popolare e altissima qualità artistica. Intervenendo sosterrai l'orchestra notturna clandestina, e l'attività di rigenerazione del nostro auditorium santa croce. Puoi acquistare qui i tagliandi di ingresso a meno di un euro a concerto! L'acquisto dei biglietti», aggiungono gli organizzatori, «si intende in forma di donazione a sostegno delle attività artistiche dell'orchestra notturna clandestina, e per tanto non soggetta a tassazione e ad alcun genere di fiscalità». Niente tasse di nessun genere, per la gioia dell'elemosiniere.
Le guardie svizzere improvvisate pronte a difendere l’indifendibile
Ormai tutti conoscono le gesta dell'atletico elemosiniere vaticano. Ma l'aspetto più surreale della vicenda è che il cardinalone elettricista sta godendo dell'assistenza (qualcuno in forma di sostegno proclamato, qualcun altro fischiettando e facendo finta di non essersi accorto di nulla) di tutto un mondo cosiddetto (o sedicente) liberale e laico. Da bersaglieri a Porta Pia a guardie svizzere in divisa multicolore.
Da sempre, c'era stato uno schieramento di personalità, giornali, aree culturali e politiche, che avevano fatto dello spirito laico una bandiera: chi con modalità un po' da mangiapreti, chi - in spirito liberale e tocquevilliano - riconoscendo la piena facoltà di intervento delle confessioni religiose nella dimensione pubblica e nella società, ma - ecco il punto - senza privilegi né agevolazioni fiscali.
La novità è che, tranne rare eccezioni - ormai conteggiabili su poche dita di una sola mano di un grande mutilato - quel mondo è sparito in questi giorni. Avevano lezione di judo? Di pilates? Avevano finito i giga sul telefonino per twittare e postare? Prima o poi qualcuno di costoro, in omaggio a papa Francesco, finirà pure per sfoggiare un accento vagamente argentino.
Non risultano ad esempio sui suoi profili social dichiarazioni di Emma Bonino, oggi pupilla del Pontefice, ma un tempo favorevole all'abolizione del Concordato. Il suo collega Benedetto Della Vedova, ad Agorà su Rai 3, dopo aver precisato (bontà sua) che «le bollette si pagano», ha spiegato che «se deve scegliere tra Casa Pound e gli inquilini di Spin Time», difenderebbe questi ultimi. Insomma, c'è occupante e occupante. Prevale un certo silenzio - a meno di nostri errori - anche nel resto della galassia radicale.
Allora si potrebbe essere indotti a cercare soddisfazione nel mondo più liberista, sensibile per definizione alla proprietà privata. Macché, Oscar Giannino sciorina un elenco (Antigone, Socrate, John Hampden, Henry Thoreau, Gandhi, Martin Luther King e Hannah Arendt): tutti convocati per spiegare che la «disobbedienza civile è un fondamento essenziale della civiltà occidentale». Non risulta però che le figure citate avessero bollette dell'Acea insolute o organizzassero attività commerciali in locali occupati. Risulta semmai che, per vertenze un tantino più significative, si autodenunciassero preventivamente, perché la disobbedienza civile è una cosa seria.
E il resto dei giornaloni di tradizione laica? Un tripudio per il cardinale. Al quale si sono aggregati anche altri: Giuliano Ferrara si è entusiasmato per «il porporato che discende agli inferi per guadagnare un pezzo di paradiso illuminato», e «parla con la lingua di fuoco che sola può battere i demagoghi». Lo scavalca Adriano Sofri, che ci rende partecipi del suo «intimo rimpianto di non essere sceso in quel tombino». «Meraviglioso», esulta Nicola Zingaretti. Tutti asserragliati nel tombino.
Si uniscono al fan club del cardinalone pure i giuristi, che per anni avevamo sentito parlare di «legalità». Ma ora sono lì ad arrampicarsi sugli specchi per giustificare un reato (la rottura dei sigilli) che si applica a un altro reato (l'occupazione abusiva). Paolo Maddalena, già vicepresidente della Consulta, è sulle barricate, come racconta La Repubblica: «Questa gente non è abusiva, perché quando c'è uno stato di necessità uno cerca di salvarsi». Pure lui stila le classifiche tra occupanti buoni e cattivi: «Per Casa Pound no, il discorso non vale: non ha alcun diritto a occupare perché non sono poveri ma politici, si pagassero le loro cose e non usufruissero dei beni di tutti gli italiani. Quelli di Casa Pound hanno torto marcio». Nella rincorsa, il giudice ci fa supporre che la proprietà privata sia già stata abolita: «I centri sociali occupano luoghi abbandonati che non possono esistere perché con l'abbandono del luogo viene meno la proprietà privata del titolare e diventa della comunità. Può dunque essere assegnata ai centri sociali, a persone che non siano associazioni a delinquere. La legge che ha impedito l'approvvigionamento di acqua e luce non è costituzionale, quindi padre Konrad non ha commesso alcun reato».
Stessa tesi anche per un altro ex presidente della Corte, Cesare Mirabelli: «I cardinali che commettono un reato in Italia, non riferibile alla funzione di governo della Santa Sede, sono perseguibili. Se però l'atto viene compiuto per “stato di necessità" non può essere punito». Brillante trovata, questa dello «stato di necessità»: chissà che non venga in mente pure a un rapinatore di giustificarsi così.
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Nello scantinato dello stabile cui monsignor Konrad Krajewski ha ridato illegalmente la luce, una ricca agenda di eventi. Per nulla in linea con le posizioni della Chiesa. Le guardie svizzere improvvisate pronte a difendere l'indifendibile. Giuristi, più sedicenti laici e la solita compagnia di giro dei politici «liberali»: tutti uniti nel surreale fan club del cardinale elettricista. Per giustificare gli occupanti buoni contro quelli cattivi. Lo speciale comprende due articoli. Poteva restarci fulminato, il cardinale Konrad Krajewski, l'elemosiniere del Papa, che ha rotto i sigilli e «restituito» la corrente elettrica allo stabile occupato Spin Time Labs a Roma. Altro che gesto eroico: si è trattato di un atto sconsiderato, che avrebbe potuto provocare conseguenze tragiche, perché manomettere una cabina elettrica a media tensione nei sotterranei di un immobile che ospita 400 persone è una operazione estremamente pericolosa, non solo per chi la effettua (sempre che sia stato veramente lui, ci consentirà di avere qualche dubbio) ma anche per chi in quell'edificio ci vive. Krajewski ha rivendicato l'azione, e c'è da capirlo: essendo un cardinale sarà molto difficile che subisca conseguenze penali, cosa che invece succede a qualunque povero cristo che si trova con la corrente elettrica staccata per non aver pagato la bolletta e sconsideratamente rompe i sigilli. Si va in galera, con l'accusa di furto di energia elettrica e danneggiamento, in molti casi analoghi, o almeno agli arresti domiciliari, ma Krajewski è la longa manus di papa Francesco, mica un imprenditore qualsiasi assediato dai debiti, e dunque potrebbe godere dell'immunità, se si appurasse che l'azione è stata ideata in Vaticano. In ogni caso, quello che è certo è che, nonostante 320.000 euro di morosità, gli attivisti di Spin Time Labs possono continuare tranquillamente a utilizzare l'energia elettrica per le loro attività, alla faccia di chi per pagare le bollette di casa o dell'azienda fa i salti mortali. Cosa accadrà, infatti adesso? Semplicemente niente, o meglio: niente che non sia stabilito dall'Autorità giudiziaria. Areti, la società di Acea che gestisce la rete di distribuzione dell'energia elettrica, e che aveva apposto i sigilli alla cabina, ha presentato un esposto in Procura non solo in relazione alla violazione degli stessi sigilli, ma anche al fatto che chi si è reso responsabile di questo gesto, che sia l'elemosiniere o chi per lui, non ha certamente seguito le complesse norme che regolano questo tipo di interventi, e che quindi non è certo se ora lo stabile sia da considerarsi in sicurezza. Areti non può fare nulla che non sia autorizzato o sollecitato dalla magistratura: la palla è nelle mani della Procura di Roma. Stesso discorso anche per quanto riguarda Hera Comm, la società di distribuzione di energia elettrica che materialmente ha tra i suoi clienti il proprietario dello stabile occupato, e che aveva chiesto ad Areti di procedere al distacco per morosità. Nessuno può fare niente, quindi, se non su ordine della magistratura, e quindi gli attivisti di Spin Time possono continuare a organizzare i loro eventi grazie alla mano santa di Krajewski. Lo Spin Time Labs, infatti, è un bel business: in quell'edificio si mangia, si beve, si balla e si festeggia allegramente, e rigorosamente a pagamento. Basta uno sguardo al calendario degli appuntamenti e alle pagine social di Spin Time Labs per imbattersi, ad esempio, in un bel manifesto di un evento che certamente avrà riempito di orgoglio il buon elemosiniere: il «Genderotica Party», che nel maggio del 2015 fece furore nello stabile occupato. «Contaminazioni di arte queer», si legge nella descrizione della serata, ancora disponibile in rete, dove per queer, leggiamo da gay.it, si intendono «quelle persone che non vogliono identificarsi in un'etichetta. Insomma non vogliono affermarsi come gay, etero o altri generi. Con il termine si rinuncia a identificarsi e a indicare un orientamento sessuale». «Quest'anno», si legge ancora nella presentazione dell'evento, «parleremo ancora più esplicitamente di erotismo, pornografia, Fem, Trans, Sex Workers, femminismo, desiderio». Premesso che ciascuno nella sua vita può scegliere come, dove, quando e con chi divertirsi, non ci sembra un manifesto in linea con le posizioni della Chiesa cattolica, ma all'elemosiniere evidentemente poco interessa. Altro evento in cartellone, lo scorso ottobre, una bella serata in onore di Mediterranea Saving Humans, la Ong protagonista di numerosi «salvataggi» di immigrati e dei conseguenti bracci di ferro con il governo, alla quale ha partecipato Sandro Metz, armatore della nave. Agli appuntamenti più ludici, come le serate musicali e i concerti, si accede pagando un biglietto, che gli organizzatori definiscono «sottoscrizione», da 5 o 10 euro. Fa ridere osservare i listini prezzi dei menu dell'osteria Spin Time, che somigliano a quelli di un ristorante turistico: cozze alla tarantina 4 euro, spaghetti ai frutti di mare 5 euro, baccalà in umido con patate 7 euro (un po' caro, ma si sa, i compagni che okkupano hanno il palato fine),un bella birra italiana da 66 cl 3 euro (caruccia anche questa, ci vorrebbe un po' di attenzione ai bisognosi); esagerati poi i 6,5 euro chiesti per un panino con hamburger. Interessante quello che si legge nella presentazione del Rave Party che si è svolto dalle 16 dello scorso 30 aprile all'alba del 1° Maggio: «Oltre 40 concerti», si legge, «a un prezzo popolare e altissima qualità artistica. Intervenendo sosterrai l'orchestra notturna clandestina, e l'attività di rigenerazione del nostro auditorium santa croce. Puoi acquistare qui i tagliandi di ingresso a meno di un euro a concerto! L'acquisto dei biglietti», aggiungono gli organizzatori, «si intende in forma di donazione a sostegno delle attività artistiche dell'orchestra notturna clandestina, e per tanto non soggetta a tassazione e ad alcun genere di fiscalità». Niente tasse di nessun genere, per la gioia dell'elemosiniere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/party-gender-e-concerti-rave-nel-palazzo-occupato-e-miracolato-dal-cardinale-2637219289.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-guardie-svizzere-improvvisate-pronte-a-difendere-lindifendibile" data-post-id="2637219289" data-published-at="1774141323" data-use-pagination="False"> Le guardie svizzere improvvisate pronte a difendere l’indifendibile Ormai tutti conoscono le gesta dell'atletico elemosiniere vaticano. Ma l'aspetto più surreale della vicenda è che il cardinalone elettricista sta godendo dell'assistenza (qualcuno in forma di sostegno proclamato, qualcun altro fischiettando e facendo finta di non essersi accorto di nulla) di tutto un mondo cosiddetto (o sedicente) liberale e laico. Da bersaglieri a Porta Pia a guardie svizzere in divisa multicolore. Da sempre, c'era stato uno schieramento di personalità, giornali, aree culturali e politiche, che avevano fatto dello spirito laico una bandiera: chi con modalità un po' da mangiapreti, chi - in spirito liberale e tocquevilliano - riconoscendo la piena facoltà di intervento delle confessioni religiose nella dimensione pubblica e nella società, ma - ecco il punto - senza privilegi né agevolazioni fiscali. La novità è che, tranne rare eccezioni - ormai conteggiabili su poche dita di una sola mano di un grande mutilato - quel mondo è sparito in questi giorni. Avevano lezione di judo? Di pilates? Avevano finito i giga sul telefonino per twittare e postare? Prima o poi qualcuno di costoro, in omaggio a papa Francesco, finirà pure per sfoggiare un accento vagamente argentino. Non risultano ad esempio sui suoi profili social dichiarazioni di Emma Bonino, oggi pupilla del Pontefice, ma un tempo favorevole all'abolizione del Concordato. Il suo collega Benedetto Della Vedova, ad Agorà su Rai 3, dopo aver precisato (bontà sua) che «le bollette si pagano», ha spiegato che «se deve scegliere tra Casa Pound e gli inquilini di Spin Time», difenderebbe questi ultimi. Insomma, c'è occupante e occupante. Prevale un certo silenzio - a meno di nostri errori - anche nel resto della galassia radicale. Allora si potrebbe essere indotti a cercare soddisfazione nel mondo più liberista, sensibile per definizione alla proprietà privata. Macché, Oscar Giannino sciorina un elenco (Antigone, Socrate, John Hampden, Henry Thoreau, Gandhi, Martin Luther King e Hannah Arendt): tutti convocati per spiegare che la «disobbedienza civile è un fondamento essenziale della civiltà occidentale». Non risulta però che le figure citate avessero bollette dell'Acea insolute o organizzassero attività commerciali in locali occupati. Risulta semmai che, per vertenze un tantino più significative, si autodenunciassero preventivamente, perché la disobbedienza civile è una cosa seria. E il resto dei giornaloni di tradizione laica? Un tripudio per il cardinale. Al quale si sono aggregati anche altri: Giuliano Ferrara si è entusiasmato per «il porporato che discende agli inferi per guadagnare un pezzo di paradiso illuminato», e «parla con la lingua di fuoco che sola può battere i demagoghi». Lo scavalca Adriano Sofri, che ci rende partecipi del suo «intimo rimpianto di non essere sceso in quel tombino». «Meraviglioso», esulta Nicola Zingaretti. Tutti asserragliati nel tombino. Si uniscono al fan club del cardinalone pure i giuristi, che per anni avevamo sentito parlare di «legalità». Ma ora sono lì ad arrampicarsi sugli specchi per giustificare un reato (la rottura dei sigilli) che si applica a un altro reato (l'occupazione abusiva). Paolo Maddalena, già vicepresidente della Consulta, è sulle barricate, come racconta La Repubblica: «Questa gente non è abusiva, perché quando c'è uno stato di necessità uno cerca di salvarsi». Pure lui stila le classifiche tra occupanti buoni e cattivi: «Per Casa Pound no, il discorso non vale: non ha alcun diritto a occupare perché non sono poveri ma politici, si pagassero le loro cose e non usufruissero dei beni di tutti gli italiani. Quelli di Casa Pound hanno torto marcio». Nella rincorsa, il giudice ci fa supporre che la proprietà privata sia già stata abolita: «I centri sociali occupano luoghi abbandonati che non possono esistere perché con l'abbandono del luogo viene meno la proprietà privata del titolare e diventa della comunità. Può dunque essere assegnata ai centri sociali, a persone che non siano associazioni a delinquere. La legge che ha impedito l'approvvigionamento di acqua e luce non è costituzionale, quindi padre Konrad non ha commesso alcun reato». Stessa tesi anche per un altro ex presidente della Corte, Cesare Mirabelli: «I cardinali che commettono un reato in Italia, non riferibile alla funzione di governo della Santa Sede, sono perseguibili. Se però l'atto viene compiuto per “stato di necessità" non può essere punito». Brillante trovata, questa dello «stato di necessità»: chissà che non venga in mente pure a un rapinatore di giustificarsi così.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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