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2025-05-17
Parte la trattativa Kiev-Mosca. Ue e volenterosi la boicottano
Da sinistra: Donald Tusk, Friedrich Merz, Emmanuel Macron e Keir Starmer (Getty Images)
Sanzioni e truppe. Difficile comprendere la posizione europea in questo delicato momento di trattativa tra Mosca e Kiev. Dura, come spesso fin qui, Ursula von der Leyen: «Putin prima ha chiesto un cessate il fuoco attorno all’anniversario del 9 maggio, non lo ha mai rispettato. Poi l’Ucraina ha chiesto un cessate il fuoco di 30 giorni pieno e incondizionato, che Putin ha respinto, e infine ha offerto un incontro in Turchia. Non si è mai presentato. Questo dimostra che non vuole la pace». Reazione che non si limita alla condanna a parole: «Dobbiamo aumentare la pressione», ha continuato il presidente della Commissione europea, «con più sanzioni. La nostra priorità immediata è un cessate il fuoco completo e incondizionato», ha spiegato. «Ecco perché stiamo aumentando ulteriormente la pressione per portare Putin al tavolo dei negoziati. Stiamo imponendo sanzioni severe alla Russia, pacchetto dopo pacchetto. Vogliamo una pace giusta e duratura per l’Ucraina e una sicurezza duratura per tutta l’Europa». Tra le nuove misure, Von der Leyen ha annunciato «un embargo per il Nord Stream 1 e 2, l’inserimento in blacklist di ulteriori imbarcazioni della flotta ombra russa, sanzioni alle banche russe e alle banche dei Paesi terzi che alimentano la macchina da guerra russa e una piattaforma per abbassare i prezzi del petrolio grezzo». Provvedimenti contro «tutto ciò che finanzia la macchina militare russa», come caldeggiato da Zelensky, che entreranno in vigore martedì, una volta approvati formalmente dal Consiglio Affari esteri. Si tratta del diciassettesimo pacchetto di sanzioni: 75 persone, fisiche e giuridiche e quasi 200 navi appartenenti alla «flotta ombra» di petroliere, che la Russia utilizza per aggirare il price cap sul greggio.
Intanto, l’Alto rappresentante Ue per la politica estera Kaja Kallas, fa sapere che si sta lavorando già al diciottesimo pacchetto. «Putin non è serio, sta giocando» ha spiegato, aggiungendo: «È importante mettere pressione sulla Russia in modo unitario e sono lieta che anche l’America voglia fare pressione su Putin: da Washington arriva un messaggio che anche loro sono con noi».
Così anche il premier britannico Keir Starmer: «La tattica di Putin di tergiversare e temporeggiare, mentre continua a uccidere e a causare spargimenti di sangue in tutta l’Ucraina, è intollerabile». E ancora: «Dovrà pagare per il suo rifiuto alla pace». Infine ha chiarito: «Dopo l’incontro con il presidente Zelensky e la telefonata con il presidente Trump, stiamo allineando le nostre risposte e continueremo a farlo». Proprio ieri infatti ha partecipato alla sessione plenaria del summit del Cpe (Comunità politica europea), e ha incontrato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, con il capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, e il premier polacco, Donald Tusk. I volenterosi, a termine del vertice, hanno tenuto un colloquio telefonico con il presidente americano, Donald Trump. Secondo Macron, «la Russia non è disposta a concludere un cessate il fuoco»: per questo egli ritiene che in Ucraina sia necessaria una «maggiore pressione» nei confronti di Mosca.
«Siamo uniti nel ritenere che la parte russa abbia avuto una buona opportunità di tenere colloqui iniziali su un accordo di pace con un precedente accordo di cessate il fuoco. Siamo molto delusi che ciò non sia avvenuto», il commento del cancelliere Merz. «La palla era esclusivamente nel campo della Russia. C’erano tutte le condizioni per un buon dialogo iniziale. Deve essere chiaro che stiamo da questa parte. L’Unione europea e la coalizione dei volonterosi sono determinate a continuare ad aiutare l’Ucraina affinché la guerra abbia fine. Gli sforzi diplomatici compiuti finora sono purtroppo falliti a causa della mancanza di volontà della Russia di fare i primi passi. Ma non ci arrenderemo. Continueremo e faremo bene a livello europeo e ci coordineremo anche con gli Usa». Il ministro della Difesa francese, Sebastien Lecornu, ha precisato: «Vorrei insistere su come possiamo rigenerare le forze ucraine tra il breve e medio termine perché tra le richieste russe c’è la smilitarizzazione dell’Ucraina. Questo impone una riflessione in termini di bilancio, e pensiamo all’uso dei beni congelati russi».
Il collega britannico John Healey ha rilanciato la possibilità di inviare truppe sul terreno. «La pianificazione è condotta dai militari e include trenta Paesi: stiamo considerando piani per la sicurezza in mare e in cielo, perché una Ucraina forte è il deterrente contro Putin. Se è necessario siamo disponibili a mandare truppe in Ucraina, assieme ad altri attori. Non vorrei dare altri dettagli perché non vorrei informare anche Putin, ma ci sono delle pianificazioni che però dovrebbero rimanere classificate». La dichiarazione ha urtato Giorgia Meloni, cui la stampa nostrana ha rinfacciato di essere stata esclusa dal confronto con i leader europei e quello statunitense. «L’Italia ha da tempo dichiarato di non essere disponibile a mandare truppe in Ucraina», ha ricordato. Incalzato sul punto dai giornalisti, Macron l’ha rintuzzata: «C'è un errore di interpretazione, non abbiamo parlato di inviare truppe, la discussione era per un cessate il fuoco in Ucraina, domenica e oggi. Guardiamoci dal divulgare false informazioni, ce ne sono a sufficienza di quelle russe». Si rileggano le parole del ministro inglese: «Se è necessario siamo disponibili a mandare truppe in Ucraina, assieme ad altri attori». Sarà che il problema è di chi divulga il panico?
Scambi di prigionieri e ipotesi di armistizio. A Istanbul si aprono spiragli per la tregua
Se ieri i leader europei avessero taciuto, si sarebbe pensato che, a Istanbul, russi e ucraini, dopo due ore di colloquio, avessero compiuto qualche passo avanti. Elementi simbolici: come la restituzione di 909 cadaveri di soldati della resistenza. È rimasta la frattura sul cessate il fuoco: Kiev lo vuole immediato e incondizionato; per l’inviato dello zar, Vladimir Medinsky, si può trattare mentre si combatte. D’altronde, benché insistesse sull’armistizio, Volodymyr Zelensky chiedeva che si lavorasse a «costruire almeno un livello minimo di fiducia» reciproca, «rilasciando i prigionieri di guerra, restituendo i bambini ucraini catturati dalla Russia e liberando gli ostaggi civili». E a qualcosa si è arrivati: è stato concordato lo scambio di 1.000 detenuti per parte. Entrambe le delegazioni hanno presentato «la propria visione di un possibile cessate il fuoco» e hanno ritenuto che sia «opportuno continuare i negoziati», dei quali la parte russa si è detta «soddisfatta», nonché pronta a «continuare i contatti».
Al solito, bisogna capire se Vladimir Putin intenda simulare una disponibilità al dialogo, per temporeggiare e massimizzare i guadagni sul campo. Di sicuro, sui colloqui in Turchia, che Mosca pretendeva di riprendere dal punto in cui si erano interrotti nel 2022, e Kiev contava di sganciare dalla puntata precedente, aleggiavano pressioni e interessi esterni ai belligeranti.
In mattinata, Donald Trump aveva ripetuto di voler incontrare Putin «non appena possibile». Un bilaterale sarebbe «necessario», ammetteva il Cremlino, ma va preparato bene. In serata, Emmanuel Macron ha assicurato che The Donald si parlerà con l’omologo «nelle prossime ore o nei prossimi giorni». Gli ucraini, intanto, insistevano per un faccia a faccia tra il presidente della Federazione e quello del Paese invaso. Il loro ministro della Difesa, Rustem Umerov, l’ha confermato: «Stiamo potenzialmente preparando un incontro» degli arcinemici. Il tycoon se n’è tornato a Washington, senza aver dato l’impressione di fidarsi granché dell’iniziativa promossa da Recep Tayyip Erdogan, che si è svolta in due fasi: discussioni con funzionari turchi e americani su entrambi i lati, ma russi e ucraini separati; e poi il confronto, con gli uomini del sultano e gli inviati a stelle e strisce che affiancavano, divisi in due squadre, i delegati dello zar e del presidente in tuta mimetica. Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, oltre al gruppo ucraino, ha dialogato con i consiglieri per la sicurezza di Parigi, Berlino e Londra.
Le intenzioni di Zelensky, come i disegni di Putin, sono un enigma. Il comandante in capo ha avuto una conversazione telefonica cui hanno partecipato i volenterosi (Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer e Donald Tusk) e l’inquilino della Casa Bianca. «La nostra posizione», ha detto l’ex attore, è che «se i russi rifiutano un cessate il fuoco completo e incondizionato e la fine delle uccisioni, devono seguire sanzioni severe. La pressione sulla Russia deve essere mantenuta finché la Russia non sarà pronta a porre fine alla guerra». In mattinata, Zelensky si è profuso in lodi dell’alleato statunitense: «Vuole la fine della guerra. Bisogna lavorare con lui». Ma sembra che il numero uno della resistenza stia giocando su più tavoli. E che, insieme agli europei, stia brigando per convincere The Donald a ridimensionare le sue aperture al Cremlino, se non a far saltare il banco e a foraggiare la prosecuzione delle ostilità.
In effetti, mentre il ministro degli Esteri di Erdogan, Hakan Fidan, prometteva che Ankara avrebbe continuato «a compiere ogni sforzo per rendere possibile il raggiungimento di una pace duratura», sulla falsariga di papa Leone XIV, l’Europa si ostinava a soffiare sul fuoco, aggrappandosi alla prima dichiarazione degli ucraini: essi avevano accusato i russi di aver avanzato «proposte irrealizzabili» appositamente «per abbandonare l’incontro senza alcun risultato». Richieste «scollegate dalla realtà», che andavano «oltre qualsiasi termine precedentemente discusso». A trattative ancora aperte, Ursula von der Leyen ha annunciato nuove sanzioni; i volenterosi hanno denunciato le «condizioni inaccettabili» poste da Mosca, provando a vincolare Trump a una reazione alla risposta «in alcun modo costruttiva» di Putin; la Gran Bretagna, anticipando lo stesso Zelensky, ha liquidato la posizione russa («Inaccettabile», ha chiosato Starmer in persona), per poi tornare a minacciare l’invio di truppe a Est; il ministro della Difesa polacco, Wadysaw Kosiniak-Kamysz, ha tuonato contro la Federazione, che «non ha alcuna volontà di pace, ci sta prendendo in giro e sta cercando di allungare i tempi».
Eppure, i toni degli ucraini non erano apocalittici. A Sky news, alcuni hanno svelato che l’équipe di Mosca avrebbe promesso «guerra eterna», rifiutando di affrontare i dettagli della tregua, in attesa dell’approvazione «dei superiori». Però Umerov, citato dal Guardian, ha giudicato un «risultato importante» l’intesa sullo scambio di prigionieri. Persino sul cessate il fuoco si sono registrati progressi, visto che le parti «hanno scambiato alcune modalità» su come arrivare all’obiettivo e stanno lavorando per «scambiarsi i dettagli». Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Heorhii Tykhyi, ha ripetuto che i russi hanno espresso «una serie di cose che riteniamo inaccettabili», ma ha riferito che i mediatori di Kiev hanno gestito la situazione «con calma». Per arrivare alla tregua, adesso, «è necessaria la presenza di Putin. Il presidente Zelensky è pronto a incontrarlo direttamente».
La strada è lunga e in salita. Tutto sta a non sbarrarla.
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Erdogan mette a sedere russi e ucraini dopo anni: accordo lontano, ma il tavolo regge. Malgrado Von der Leyen e Kallas urlino contro Putin. Poi Macron, Merz, Starmer e Tusk vedono Zelensky e cercano di aizzare Trump.Russi «soddisfatti». Kiev: «Alcune proposte inaccettabili, però risultati importanti». Si valuta il faccia a faccia Zelensky-Putin.Lo speciale contiene due articoli.Sanzioni e truppe. Difficile comprendere la posizione europea in questo delicato momento di trattativa tra Mosca e Kiev. Dura, come spesso fin qui, Ursula von der Leyen: «Putin prima ha chiesto un cessate il fuoco attorno all’anniversario del 9 maggio, non lo ha mai rispettato. Poi l’Ucraina ha chiesto un cessate il fuoco di 30 giorni pieno e incondizionato, che Putin ha respinto, e infine ha offerto un incontro in Turchia. Non si è mai presentato. Questo dimostra che non vuole la pace». Reazione che non si limita alla condanna a parole: «Dobbiamo aumentare la pressione», ha continuato il presidente della Commissione europea, «con più sanzioni. La nostra priorità immediata è un cessate il fuoco completo e incondizionato», ha spiegato. «Ecco perché stiamo aumentando ulteriormente la pressione per portare Putin al tavolo dei negoziati. Stiamo imponendo sanzioni severe alla Russia, pacchetto dopo pacchetto. Vogliamo una pace giusta e duratura per l’Ucraina e una sicurezza duratura per tutta l’Europa». Tra le nuove misure, Von der Leyen ha annunciato «un embargo per il Nord Stream 1 e 2, l’inserimento in blacklist di ulteriori imbarcazioni della flotta ombra russa, sanzioni alle banche russe e alle banche dei Paesi terzi che alimentano la macchina da guerra russa e una piattaforma per abbassare i prezzi del petrolio grezzo». Provvedimenti contro «tutto ciò che finanzia la macchina militare russa», come caldeggiato da Zelensky, che entreranno in vigore martedì, una volta approvati formalmente dal Consiglio Affari esteri. Si tratta del diciassettesimo pacchetto di sanzioni: 75 persone, fisiche e giuridiche e quasi 200 navi appartenenti alla «flotta ombra» di petroliere, che la Russia utilizza per aggirare il price cap sul greggio.Intanto, l’Alto rappresentante Ue per la politica estera Kaja Kallas, fa sapere che si sta lavorando già al diciottesimo pacchetto. «Putin non è serio, sta giocando» ha spiegato, aggiungendo: «È importante mettere pressione sulla Russia in modo unitario e sono lieta che anche l’America voglia fare pressione su Putin: da Washington arriva un messaggio che anche loro sono con noi».Così anche il premier britannico Keir Starmer: «La tattica di Putin di tergiversare e temporeggiare, mentre continua a uccidere e a causare spargimenti di sangue in tutta l’Ucraina, è intollerabile». E ancora: «Dovrà pagare per il suo rifiuto alla pace». Infine ha chiarito: «Dopo l’incontro con il presidente Zelensky e la telefonata con il presidente Trump, stiamo allineando le nostre risposte e continueremo a farlo». Proprio ieri infatti ha partecipato alla sessione plenaria del summit del Cpe (Comunità politica europea), e ha incontrato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, con il capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, e il premier polacco, Donald Tusk. I volenterosi, a termine del vertice, hanno tenuto un colloquio telefonico con il presidente americano, Donald Trump. Secondo Macron, «la Russia non è disposta a concludere un cessate il fuoco»: per questo egli ritiene che in Ucraina sia necessaria una «maggiore pressione» nei confronti di Mosca.«Siamo uniti nel ritenere che la parte russa abbia avuto una buona opportunità di tenere colloqui iniziali su un accordo di pace con un precedente accordo di cessate il fuoco. Siamo molto delusi che ciò non sia avvenuto», il commento del cancelliere Merz. «La palla era esclusivamente nel campo della Russia. C’erano tutte le condizioni per un buon dialogo iniziale. Deve essere chiaro che stiamo da questa parte. L’Unione europea e la coalizione dei volonterosi sono determinate a continuare ad aiutare l’Ucraina affinché la guerra abbia fine. Gli sforzi diplomatici compiuti finora sono purtroppo falliti a causa della mancanza di volontà della Russia di fare i primi passi. Ma non ci arrenderemo. Continueremo e faremo bene a livello europeo e ci coordineremo anche con gli Usa». Il ministro della Difesa francese, Sebastien Lecornu, ha precisato: «Vorrei insistere su come possiamo rigenerare le forze ucraine tra il breve e medio termine perché tra le richieste russe c’è la smilitarizzazione dell’Ucraina. Questo impone una riflessione in termini di bilancio, e pensiamo all’uso dei beni congelati russi». Il collega britannico John Healey ha rilanciato la possibilità di inviare truppe sul terreno. «La pianificazione è condotta dai militari e include trenta Paesi: stiamo considerando piani per la sicurezza in mare e in cielo, perché una Ucraina forte è il deterrente contro Putin. Se è necessario siamo disponibili a mandare truppe in Ucraina, assieme ad altri attori. Non vorrei dare altri dettagli perché non vorrei informare anche Putin, ma ci sono delle pianificazioni che però dovrebbero rimanere classificate». La dichiarazione ha urtato Giorgia Meloni, cui la stampa nostrana ha rinfacciato di essere stata esclusa dal confronto con i leader europei e quello statunitense. «L’Italia ha da tempo dichiarato di non essere disponibile a mandare truppe in Ucraina», ha ricordato. Incalzato sul punto dai giornalisti, Macron l’ha rintuzzata: «C'è un errore di interpretazione, non abbiamo parlato di inviare truppe, la discussione era per un cessate il fuoco in Ucraina, domenica e oggi. Guardiamoci dal divulgare false informazioni, ce ne sono a sufficienza di quelle russe». Si rileggano le parole del ministro inglese: «Se è necessario siamo disponibili a mandare truppe in Ucraina, assieme ad altri attori». Sarà che il problema è di chi divulga il panico?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/parte-trattativa-kiev-mosca-2672031957.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scambi-di-prigionieri-e-ipotesi-di-armistizio-a-istanbul-si-aprono-spiragli-per-la-tregua" data-post-id="2672031957" data-published-at="1747432776" data-use-pagination="False"> Scambi di prigionieri e ipotesi di armistizio. A Istanbul si aprono spiragli per la tregua Se ieri i leader europei avessero taciuto, si sarebbe pensato che, a Istanbul, russi e ucraini, dopo due ore di colloquio, avessero compiuto qualche passo avanti. Elementi simbolici: come la restituzione di 909 cadaveri di soldati della resistenza. È rimasta la frattura sul cessate il fuoco: Kiev lo vuole immediato e incondizionato; per l’inviato dello zar, Vladimir Medinsky, si può trattare mentre si combatte. D’altronde, benché insistesse sull’armistizio, Volodymyr Zelensky chiedeva che si lavorasse a «costruire almeno un livello minimo di fiducia» reciproca, «rilasciando i prigionieri di guerra, restituendo i bambini ucraini catturati dalla Russia e liberando gli ostaggi civili». E a qualcosa si è arrivati: è stato concordato lo scambio di 1.000 detenuti per parte. Entrambe le delegazioni hanno presentato «la propria visione di un possibile cessate il fuoco» e hanno ritenuto che sia «opportuno continuare i negoziati», dei quali la parte russa si è detta «soddisfatta», nonché pronta a «continuare i contatti». Al solito, bisogna capire se Vladimir Putin intenda simulare una disponibilità al dialogo, per temporeggiare e massimizzare i guadagni sul campo. Di sicuro, sui colloqui in Turchia, che Mosca pretendeva di riprendere dal punto in cui si erano interrotti nel 2022, e Kiev contava di sganciare dalla puntata precedente, aleggiavano pressioni e interessi esterni ai belligeranti. In mattinata, Donald Trump aveva ripetuto di voler incontrare Putin «non appena possibile». Un bilaterale sarebbe «necessario», ammetteva il Cremlino, ma va preparato bene. In serata, Emmanuel Macron ha assicurato che The Donald si parlerà con l’omologo «nelle prossime ore o nei prossimi giorni». Gli ucraini, intanto, insistevano per un faccia a faccia tra il presidente della Federazione e quello del Paese invaso. Il loro ministro della Difesa, Rustem Umerov, l’ha confermato: «Stiamo potenzialmente preparando un incontro» degli arcinemici. Il tycoon se n’è tornato a Washington, senza aver dato l’impressione di fidarsi granché dell’iniziativa promossa da Recep Tayyip Erdogan, che si è svolta in due fasi: discussioni con funzionari turchi e americani su entrambi i lati, ma russi e ucraini separati; e poi il confronto, con gli uomini del sultano e gli inviati a stelle e strisce che affiancavano, divisi in due squadre, i delegati dello zar e del presidente in tuta mimetica. Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, oltre al gruppo ucraino, ha dialogato con i consiglieri per la sicurezza di Parigi, Berlino e Londra. Le intenzioni di Zelensky, come i disegni di Putin, sono un enigma. Il comandante in capo ha avuto una conversazione telefonica cui hanno partecipato i volenterosi (Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer e Donald Tusk) e l’inquilino della Casa Bianca. «La nostra posizione», ha detto l’ex attore, è che «se i russi rifiutano un cessate il fuoco completo e incondizionato e la fine delle uccisioni, devono seguire sanzioni severe. La pressione sulla Russia deve essere mantenuta finché la Russia non sarà pronta a porre fine alla guerra». In mattinata, Zelensky si è profuso in lodi dell’alleato statunitense: «Vuole la fine della guerra. Bisogna lavorare con lui». Ma sembra che il numero uno della resistenza stia giocando su più tavoli. E che, insieme agli europei, stia brigando per convincere The Donald a ridimensionare le sue aperture al Cremlino, se non a far saltare il banco e a foraggiare la prosecuzione delle ostilità. In effetti, mentre il ministro degli Esteri di Erdogan, Hakan Fidan, prometteva che Ankara avrebbe continuato «a compiere ogni sforzo per rendere possibile il raggiungimento di una pace duratura», sulla falsariga di papa Leone XIV, l’Europa si ostinava a soffiare sul fuoco, aggrappandosi alla prima dichiarazione degli ucraini: essi avevano accusato i russi di aver avanzato «proposte irrealizzabili» appositamente «per abbandonare l’incontro senza alcun risultato». Richieste «scollegate dalla realtà», che andavano «oltre qualsiasi termine precedentemente discusso». A trattative ancora aperte, Ursula von der Leyen ha annunciato nuove sanzioni; i volenterosi hanno denunciato le «condizioni inaccettabili» poste da Mosca, provando a vincolare Trump a una reazione alla risposta «in alcun modo costruttiva» di Putin; la Gran Bretagna, anticipando lo stesso Zelensky, ha liquidato la posizione russa («Inaccettabile», ha chiosato Starmer in persona), per poi tornare a minacciare l’invio di truppe a Est; il ministro della Difesa polacco, Wadysaw Kosiniak-Kamysz, ha tuonato contro la Federazione, che «non ha alcuna volontà di pace, ci sta prendendo in giro e sta cercando di allungare i tempi». Eppure, i toni degli ucraini non erano apocalittici. A Sky news, alcuni hanno svelato che l’équipe di Mosca avrebbe promesso «guerra eterna», rifiutando di affrontare i dettagli della tregua, in attesa dell’approvazione «dei superiori». Però Umerov, citato dal Guardian, ha giudicato un «risultato importante» l’intesa sullo scambio di prigionieri. Persino sul cessate il fuoco si sono registrati progressi, visto che le parti «hanno scambiato alcune modalità» su come arrivare all’obiettivo e stanno lavorando per «scambiarsi i dettagli». Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Heorhii Tykhyi, ha ripetuto che i russi hanno espresso «una serie di cose che riteniamo inaccettabili», ma ha riferito che i mediatori di Kiev hanno gestito la situazione «con calma». Per arrivare alla tregua, adesso, «è necessaria la presenza di Putin. Il presidente Zelensky è pronto a incontrarlo direttamente». La strada è lunga e in salita. Tutto sta a non sbarrarla.
Pietrangelo Buttafuoco (Ansa)
Ora però vediamo di non perdere di vista la situazione più generale e non sacrificare gli interessi nazionali sull’altare dell’Europa. L’opinione pubblica non ha più alcuna intenzione di veder indebolito ulteriormente il proprio potere d’acquisto: il caro petrolio non è soltanto lo sciacallaggio di alcuni alla pompa di benzina ma è pure l’incremento dei prezzi nei prodotti che mettiamo nel carrello della spesa.
Se l’America ha deciso di allargare le maglie verso la Russia rispetto alle sanzioni energetiche, non si capisce l’intransigenza europea nel tenerle strette. Non credo che l’Europa sia nelle condizioni di giocare una partita energetica con la forza negoziale degli States, quindi invitiamo il governo italiano a differenziarsi rispetto alla strategia di Bruxelles. Di sicuro l’atteggiamento ostile che il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha verso il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco non ci fanno ben sperare. La Biennale parla un linguaggio che è «oltre» la politica, è un ponte o se volete un by-pass che la politica usa per negoziare con registri differenti.
Se dall’inizio della guerra in Medio Oriente la Russia ha incassato 150 milioni di dollari in più al giorno dalla vendita di petrolio, non possiamo non considerare il peso del petrolio sugli scenari globali (alla faccia delle rivoluzioni green della Ue). Non so cosa vogliano fare a Bruxelles, ma so cosa vorrei che facesse questo governo di centrodestra: fare gli interessi degli italiani! Ecco perché lascerei perdere sbandamenti del tipo «Non diamo vantaggi a Putin»: se la Russia racimola poco meno di due miliardi nel giro di 14 giorni, è evidente che non ha bisogno di noi. Al limite siamo noi che tra poco faremo i conti con l’ammutinamento degli italiani spazientiti.
Ora, il ministro Giuli può anche giocare a indignarsi ma qui il gioco non regge: prima dell’attacco all’Iran e dopo l’invasione russa in Ucraina, fior di multinazionali (americane ed europee, anche italiane) non hanno mai smesso di operare sul mercato russo, lo sa? E hanno generato circa 41,4 miliardi di dollari di tasse versate all’erario russo tra il 2022 e il 2023, cioè una cifra equivalente a circa un terzo dell’intero bilancio militare della Russia per il 2025? Se volete qualche nome eccolo: la britannica Unilever, le francesi Total, Auchan, Leroy Merlin. Nell’elenco non mancano le italiane Ferrero, Barilla, Fenzi e Calzedonia tanto per fare qualche nome. Fanno bene? Assolutamente sì e infatti nessuno si sognerebbe di puntare l’indice contro di loro. A voler essere precisi - caro Giuli - quando si parlò di usare gli asset finanziari russi congelati in Belgio per finanziare la resistenza ucraina, il nostro presidente del Consiglio si oppose anche per difendere le aziende italiane in Russia. Ma andiamo oltre, facciamo sempre parlare i numeri, invece di una retorica che francamente mi ha anche stancato. Ebbene i numeri dicono che, a fronte dei vari pacchetti di sanzioni, l’Europa compra ancora direttamente o indirettamente energia da Mosca. Prendo per buono ciò che ha scritto Mattia Feltri pochi giorni fa sulla Stampa a proposito dell’acquisto europeo di gas russo, alla faccia dei venti pacchetti: «Dal nemico irriducibile, secondo logica, non dovremmo più acquistare nemmeno un barattolo di caviale da un triennio. E invece va così. Ma restate seduti perché non è finita. Tutto il gas naturale liquefatto estratto a febbraio nella penisola russa di Yamal è stato trasportato nei terminali dell’Unione europea. Non un po’, non tanto: tutto. Un milione e mezzo di tonnellate. E, già a gennaio, proprio tutto no, ma il 93 per cento ce lo eravamo accaparrati. E cioè: si è stabilito di non comprare più gas dalla Russia? Bene, nel frattempo compriamone più che si può». Non vi basta? Ecco cosa scriveva Federico Fubini qualche tempo fa sul Corriere della Sera: «Lo stretto fra la Danimarca e la Svezia in entrata e uscita dal Baltico misura appena quattro chilometri nel suo punto più stretto, tutto in acque della Nato e dell’Unione europea e dunque in teoria è controllato dalle organizzazioni più ricche e potenti che la storia abbia mai visto. Eppure continuiamo a far passare esportazioni di petrolio russo per decine di miliardi di euro all’anno: l’equivalente di quanto stiamo pagando ogni anno per cercare di difendere l’Ucraina dall’aggressione della Russia stessa, finanziata con quei fondi. […] Il risultato è che l’export di greggio e prodotti petroliferi, con cui Mosca sostiene la guerra, in volume sta aumentando: 21 milioni di tonnellate di export in gennaio scorso, 22 milioni in agosto, 23 a settembre e probabilmente ancora di più ottobre. La chiave è nel Mar Baltico». Prima dell’attacco americano e israeliano in Iran e prima della scelta Usa di allentare le sanzioni.
A fronte di questi dati vogliamo ancora giocare a fare i duri e puri con Buttafuoco, il quale almeno ha il merito di giocare a carte scoperte in nome del dialogo culturale?
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Ansa
I più pacati scandivano «governo Meloni dimissioni» o «cacciamo il governo dei fascisti guerrafondai», esibendo striscioni sui quali avvertono: «Non ci arruoliamo». Poi a comando saltellavano, intonando «chi non salta è un fascista», sulle note di Bella ciao, cercando goffamente di fare il verso alla premier che saltava con il ministro degli esteri, Antonio Tajani, lo scorso novembre in chiusura dell’intervento al comizio dei big del centrodestra a Napoli, mentre la folla intonava «Chi non salta comunista è».
Ma la violenza che percorre manifestazioni come quella del Comitato No sociale, ieri a Roma, dove ai presunti pacifisti si mescola ogni genere di attivisti avvolti in kefiah e sventolando pure la bandiera di Hezbollah, ha portato subito a bruciare con fumogeni due immagini. La prima, che raffigurava il presidente del Consiglio mentre teneva a guinzaglio e con la museruola il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, recava la scritta «No al vostro referendum».
Sulla seconda fotografia, con la stretta di mano tra Meloni e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, era scritto: «No al vostro genocidio, 75.000 civili uccisi, 2 milioni di sfollati». I manifestanti saranno denunciati per vilipendio delle istituzioni, anche attraverso l’analisi delle immagini registrate dalla Scientifica.
In piazza a Roma, Milano e Torino c’era un po’ di tutto, da Potere al popolo a collettivi studenteschi come Osa e Cambiare Rotta; da Movimento migranti e rifugiati di Napoli a No Ponte Calabria; da Global movement to Gaza a Unione democratica arabo palestinese; da Moschea Omar a Emilia por Cuba passando per Strasaffica e via con le sigle che fremono per avere visibilità. Tra i cartelli, «Giù le mani dall’Iran», «Nessuna base, nessun soldato. Fuori l’Italia dalla Nato» e anche «No al colonialismo». Dimostranti hanno esibito uno striscione con scritto «Contro le aggressioni imperialiste. Difendere Cuba socialista». L’Associazione nazionale magistrati è intervenuta sulla violenza di quelle fotografie strappate e del messaggio devastante che gesti simili vogliono trasmettere. «Esprimiamo la nostra solidarietà alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro della Giustizia Carlo Nordio per quanto accaduto al corteo di Roma. Il nostro invito ad abbassare i toni nel corso di questa campagna referendaria è sempre valso e sempre varrà per chiunque e a prescindere dai propri orientamenti personali e collettivi», ha fatto sapere.
Solidarietà è stata espressa dal presidente del Comitato Giusto dire No, Enrico Grosso. «Pensare che bruciare le immagini di Nordio e Meloni sia un atto che contenga un qualche senso è quanto di più distante dal nostro modo di intendere questa campagna referendaria», ha detto. Ed è stato costretto a pronunciare parole di condanna anche Giuseppe Conte, presidente M5s: «Questo governo deve andare a casa con la forza delle idee e della democrazia, non a colpi di odio e violenza. Mancano una manciata di giorni all’appuntamento del referendum, a chi scende in piazza oggi (ieri per chi legge, ndr) e nei prossimi giorni dico: continuiamo a spiegare e ribadire le ragioni del No democraticamente». Ringrazio di cuore chi ha manifestato la sua solidarietà, in particolare il presidente del Comitato per il No, Enrico Grosso, e l’Anm. Auspico anche io che nei prossimi giorni il dibattito si mantenga nei termini indicati da Sergio Mattarella, con pacatezza e lealtà, sui reali contenuti. Naturalmente questi eccessi aggressivi, lungi dall’intimorirmi, mi sollecitano a proseguire con sempre maggior determinazione e vigore», ha dichiarato Nordio.
Il corteo romano, partito da piazza della Repubblica, si era concluso a piazza San Giovanni dove zainetti rosa e fagotti bianchi cosparsi di petali volevano ricordare le 175 bambine della scuola elementare Shajareh Tayyebeh in Iran, uccise da un missile americano nel primo giorno di bombardamenti. Manifestazioni che si dichiarano contro la violenza, eppure la fanno entrare. Come è accaduto ieri a Milano, dove alcuni manifestanti hanno bruciato una bandiera di Israele lungo un corteo partito dall’Arco della Pace con lo slogan «Contro guerra imperialista e sionismo». Promosso da realtà antagoniste nell’ambito della tre giorni di eventi per ricordare Davide Cesare, «Dax», ucciso nel 2003 da militanti di estrema destra, è stato il pretesto per occupare ancora una volta il Palasharp. Anche a Torino, nel corteo regionale per la Palestina, sotto una pioggia battente è stata bruciata la bandiera di Israele.
Ieri Meloni ha rilanciato sui social un video in cui il costituzionalista (ed ex parlamentare del Pd) Stefano Ceccanti spiega le ragioni del Sì al referendum. «Il professor Ceccanti, sicuramente non tacciabile di essere un mio sostenitore o elettore, spiega in pochi secondi perché votare Sì al referendum. Un invito ad andare oltre appartenenze politiche e contrapposizioni ideologiche, guardando semplicemente al merito del quesito».
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Ansa
E perché avvistamenti satellitari, analoghi a quelli riportati adesso da Afp, erano stati registrati già l’11 gennaio e il 25 dicembre scorsi, senza contare che precedenti del genere si susseguono ormai da anni? La risposta è inquietante: gli esperti ritengono che si tratti di azioni coordinate, parte dei preparativi del regime di Pechino in vista di una crisi o di un conflitto regionale.
Le imbarcazioni civili formerebbero una milizia marittima, con diversi potenziali impieghi. Ad esempio, si prestano a costituire una muraglia galleggiante per rallentare o bloccare le rotte commerciali e complicare il passaggio delle navi militari. Non trattandosi di mezzi bellici veri e propri, per un nemico sarebbe problematico attaccarli. I pescatori sarebbero, in sostanza, uno scudo umano. Lo sciame potrebbe anche funzionare alla stregua di una rete di intelligence distribuita. Oppure, potrebbe fungere da base per rifornimenti di altri natanti, per il recupero di equipaggi e velivoli senza pilota, per la distribuzione di sensori e per il trasporto di strumentazioni. Ancora: la flotta potrebbe rafforzare eventuali rivendicazioni territoriali, assicurando una presenza permanente in alcune aree contese. Non mancano i precedenti: le autorità già pagano gli armatori per stazionare almeno 280 giorni alle isole Spratly, reclamate dal Dragone, dal Vietnam, dalle Filippine, da Taiwan, dalla Malesia e dal Brunei.
L’esercitazione, considerate le tempistiche, non è direttamente collegata alla guerra in Iran. Ma i dirigenti cinesi stanno di certo studiando con attenzione quello che accade in Medio Oriente. Sia perché hanno bisogno dei barili di petrolio; sia perché le difficoltà degli americani, finora incapaci di garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, lasciano supporre che, per la Marina statunitense, sarebbe pressoché impossibile opporsi a un atto di forza di Xi Jinping nel Mar Cinese meridionale e orientale. Questo rimette in discussione l’indipendenza di Taiwan e persino la sicurezza degli alleati dell’Occidente nell’Indo-Pacifico.
Al Politburo non sarà passata inosservata la notizia dello spostamento, dalle acque nipponiche al teatro bellico mediorientale, di una nave d’assalto americana, insieme a 2.000 marines. La redistribuzione degli assetti ha preoccupato le potenze asiatiche vicine agli Stati Uniti, anche alla luce delle indiscrezioni di stampa, secondo cui la Casa Bianca sarebbe intenzionata a trasferire alcuni componenti del sistema di difesa missilistica Thaad, attualmente situati in Corea del Sud, che ha necessità di proteggersi da Pyongyang. Si andrebbe ben oltre il grado di disimpegno che caldeggiano i prudentissimi esponenti della scuola del realismo difensivo: tre mesi fa, era uscito l’ultimo saggio di Charles L. Glaser, Retrench, defend, compete, che suggeriva di mollare Taipei per minimizzare il pericolo di uno scontro con il Dragone, ma al contempo prescriveva di confermare il sostegno Usa agli altri Paesi filoamericani della regione. Xi non morirà dalla voglia di aprire un altro vaso di Pandora. Ma il regime deve aver annotato tutti i segnali di debolezza dell’«Armada» a stelle e strisce, che pretende di aver «annientato il 100% delle capacità militari dell’Iran», come ha detto Donald Trump ieri, eppure non ha impedito a Teheran di interdire Hormuz. Si capisce come mai il presidente abbia invocato esplicitamente l’intervento dei cinesi, al fianco di Parigi, Tokyo, Seul e Londra, in un’ipotetica missione per liberare lo Stretto. Un tentativo di mettere in imbarazzo politico i rivali.
La partita che si gioca attorno al petrolio è molto complessa. Alcune immagini circolate in Rete mostrano code di vetture ai distributori nelle metropoli cinesi: gli automobilisti starebbero facendo incetta di carburante, in prospettiva di ulteriori aumenti dei prezzi. Si era appreso, nei giorni scorsi, che la Cina aveva provato a negoziare con gli ayatollah il passaggio del greggio. Poi è spuntata una nuova ipotesi: l’Iran sarebbe disponibile a lasciar transitare le petroliere, purché gli scambi siano condotti in yuan. Stando a quanto riferito dal South China Morning Post, il Paese asiatico rimane cauto, se non scettico: «Benché il piano possa simbolicamente promuovere l’uso della valuta cinese», ha scritto il quotidiano, «la sua attuazione fronteggerebbe sfide di sicurezza e fattibilità e potrebbe provocare strappi nelle relazioni Cina-Usa». Relazioni alle quali, evidentemente, il Partito tiene ancora. Specie alla vigilia dell’incontro tra il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, e il vicepremier di Pechino, He Lifeng. E in attesa del bilaterale Trump-Xi, previsto ad aprile. Un faccia a faccia decisivo per risolvere la disputa sui dazi. Anche se l’America, a questo punto, potrebbe arrivarci con le armi spuntate. In tutti i sensi.
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