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2024-09-10
Parigi spende, Berlino fa i muri. L’Europa alle prese con la realtà
Pierre Moscovici (Ansa)
Il governo di Michel Barnier non è ancora nato, ma c’è già chi invia dei «pizzini» per complicare la vita al neo premier, almeno in patria, mentre si auspicano «aiutini» dall’Europa.
Il primo a mettere in guardia l’ex Mr. Brexit, ora incaricato di formare il futuro esecutivo di Parigi, è stato Pierre Moscovici, attuale presidente della Corte dei conti francese nonché ex ministro delle finanze transalpino ed ex commissario Ue agli Affari economici e monetari. In un’intervista concessa al quotidiano Le Parisien, Moscovici ha usato parole gravi affermando «che la prossima legge di bilancio sarà senz’altro la più delicata della quinta Repubblica» e che la Francia deve «imperativamente» controllare il proprio debito perché un «Paese troppo indebitato è un Paese impotente».
Il presidente della Corte dei conti ha snocciolato delle cifre da incubo per coloro che saranno chiamati a governare la Francia: «Se non ci saranno cambiamenti» ha spiegato Moscovici, «nel 2024 la Francia avrà un deficit del Pil pari al 5,6%, invece del 5,1% previsto e del 6,2% nel 2025». Per l’ex ministro, il debito pubblico potrebbe toccare il 124%, per questo ci vuole una legge di bilancio «di rottura». La ricetta di Moscovici per ottenere questo elettroshock passa dalla realizzazione di tagli alla spesa ma anche dall’indulgenza dell’Unione europea. Già perché secondo l’ex commissario Ue «Bruxelles preferisce sempre i discorsi veritieri», così «se dobbiamo arrivare al 3% (rapporto deficit-Pil, ndr) nel 2029 invece che nel 2027, spieghiamo loro come puntiamo di arrivarci». Secondo l’ex ministro l’idea di tornare sotto il 3% entro tre anni non è più realistica perché servirebbe «risparmiare un centinaio di miliardi» nello stesso periodo di tempo, ma si tratta di un’impresa quasi impossibile. E Moscovici, questa volta a Repubblica, continua sullo stesso spartito: «Una cosa evidente è che l’Europa oggi ha problemi di competitività e che la sua crescita è troppo bassa: per risolvere i problemi, anche di finanza pubblica, dobbiamo aumentare crescita e competitività, investendo denaro pubblico per realizzare il Green deal e per rafforzare l’autonomia strategica, specie nel settore difesa. Comprendo e condivido le eventuali conclusioni del rapporto di Mario Draghi di aumentare il budget dell’Europa e gli investimenti pubblici e privati, anche completando l’Unione dei capitali».
Le parole di Moscovici sull’atteggiamento che Bruxelles dovrebbe tenere verso Parigi lasciano un po’ sorpresi se le si paragona a quelle che lui stesso, ma nella veste di commissario europeo, aveva rivolto a Roma nel settembre 2018 ai tempi del governo gialloblù di Giuseppe Conte. Nella zona euro «c’è un problema che è l’Italia» diceva Moscovici che, inoltre aveva sconsigliato al nostro Paese di superare il tetto del 3%. «Bisogna riformare l’economia» aveva anche affermato l’allora commissario Ue (arrivando pure a minacciare una procedura di infrazione contro il nostro Paese, ndr). Nel dicembre 2018, un mese dopo l’inizio delle proteste dei gilet gialli, Moscovici aveva ammesso che fosse «possibile sforare il 3% in modo limitato, temporaneo e in condizioni eccezionali», ovvero per non più di «due anni consecutivi» e senza andare oltre «il 3,5%». Tuttavia aveva chiuso la porta alla flessibilità richiesta da Roma; «All’Italia abbiamo dato molta flessibilità» in vari settori e «per l’1,5% del Pil, circa 30 miliardi». Sei anni dopo, la situazione è cambiata e, sebbene l’Italia abbia ancora un forte debito pubblico, la Francia attraversa un periodo economicamente complicato e, forse, inizia a pagare anche il conto di decenni di sprechi di denaro pubblico coperti dal funzionamento del famoso «motore franco-tedesco».
Un meccanismo che, però, sembra essere sempre più inceppato. Certo, Moscovici propone al futuro governo del suo Paese di fare tagli senza aumentare le tasse, sebbene anche questa opzione non sia un tabù. Ma verrebbe da chiedersi perché, quando era ministro delle finanze, non abbia attuato misure di questo tipo. Forse perché lui è un uomo di sinistra, del Partito socialista, mentre Michel Barnier viene dalla destra dei Républicains.
In ogni caso Barnier, altro ex commissario Ue, sentendosi forse sostenuto dalle parole di Moscovici volte a ispirare indulgenza a Bruxelles nei confronti della Francia sul deficit, ha già mandato una richiesta in Commissione Ue. Ovvero quella di concedere a Parigi più tempo per la presentazione di un piano di riequilibrio dei conti pubblici. Tale piano doveva essere presentato a Bruxelles il 20 settembre prossimo, ma il ministero delle finanze transalpino ha invocato disposizioni transitorie per ottenere una dilazione per «un periodo ragionevole», con l’accordo della Commissione.
Da quando c’è il «rischio» che al di là delle Alpi si insedi un governo tendente a destra, sembra che anche i macronisti abbiano scoperto che il Paese non corrisponde sempre a quella start up nation, tanto cara al presidente Emmanuel Macron. Sarà per questo che, anche dalle loro file, partono pizzini al futuro inquilino di Palazzo Matignon. In questi giorni i ministri uscenti dell’Economia e dei Conti pubblici, Bruno Le Maire e Thomas Cazenave, hanno mandato su tutte le furie gli amministrazioni locali accusando queste ultime di essere una delle cause dello sbandamento del bilancio dello Stato. Come dire al premier: non puoi dare contentini ai sindaci. Non dimentichiamo che, in Francia, per candidarsi alle elezioni presidenziali servono 500 patrocini firmati da sindaci, parlamentari o altri eletti. E se la fine del mandato di Macron arrivasse prima del previsto, il sostegno di questi patrocinanti locali sarebbe fondamentale per un qualsiasi candidato come il già dichiarato Edouard Philippe, che è pronto ad aiutare Barnier.
Pure la Germania blinda le frontiere.Controlli a raffica contro i terroristi
La coalizione semaforo guidata da Olaf Scholz non è mai stata così sotto pressione. La popolarità del cancelliere, dell’esecutivo e dei partiti che ne fanno parte (Spd, verdi e liberali) è ai minimi storici e la batosta rimediata alle elezioni regionali in Turingia e Sassonia ha fatto il resto. Tra i tanti motivi che hanno concorso alla crisi del governo, c’è senz’altro la bomba migratoria: innescata da Angela Merkel con la sua politica delle porte aperte, è deflagrata definitivamente negli ultimi mesi, peraltro riempiendo le pagine di cronaca nera. Basti pensare che, appena una settimana prima del voto in Turingia e Sassonia, l’opinione pubblica tedesca è stata scossa dall’efferato eccidio di Solingen: l’ultimo di una lunghissima serie.Insomma, la situazione è chiaramente sfuggita di mano. Ecco perché, dopo aver sostenuto per anni le politiche no border più indiscriminate, adesso le forze di governo tentano di mettere la proverbiale pezza al buco. Qualche giorno fa, Joachim Stamp (Fdp) ha evocato la possibilità che la Germania faccia proprio il Piano Rwanda, elaborato in Gran Bretagna dai Tories e abbandonato di recente dall’esecutivo laburista di Keir Starmer. Ovviamente le smentite si sono sprecate ma anche i socialdemocratici di Scholz si sono comunque messi in moto. Infatti, secondo quanto riferito ieri dagli organi di stampa tedeschi, il ministro dell’Interno, Nancy Faeser, ha intenzione di rafforzare i controlli alle frontiere e di adottare energiche misure per i respingimenti. L’obiettivo, fanno sapere fonti governative, è quello di affrontare con maggiore efficacia la minaccia del terrorismo islamico e di frenare la criminalità transfrontaliera. Le nuove misure, che in teoria sarebbero conformi al diritto dell’Unione europea, dovrebbero entrare in vigore il 16 settembre e avere una durata di sei mesi.Benché a scoppio ritardato, la sinistra teutonica sembra averlo capito: l’immigrazione illegale va combattuta senza più alcun tentennamento. Eppure, vista la poderosa giravolta - e anche per rafforzare la propria precaria posizione politica - il governo intende ottenere l’appoggio sia dei rappresentanti dei Länder sia della dirigenza dell’Unione (Cdu e Csu), ossia la prima forza d’opposizione del Paese: già ieri la Faeser ha comunicato le nuove misure del governo ai cristianodemocratici e ha pure in programma di incontrare i suoi delegati al ministero dell’Interno. La riunione potrebbe avvenire già oggi.Trovare un’intesa bipartisan, tuttavia, non sarà un’impresa semplicissima, anche perché la Cdu - nel difficile tentativo di recuperare gli elettori persi a favore dell’Afd - sull’immigrazione sta alzando i toni di parecchie tacche. Lo stesso leader dei cristianodemocratici, Friedrich Merz, è stato cristallino: i respingimenti devono essere attuati con estrema severità, senza perdersi in troppi distinguo. Tanto che il giurista Hans-Jürgen Papier, ex presidente della Corte costituzionale tedesca, gli ha dato ragione sulle colonne della Bild: «Non ritengo ammissibile la pratica attuale», ha detto, «che di fatto garantisce il diritto di ingresso a chiunque pronunci la parola “asilo”. La pratica attuale rappresenta una minaccia per la sicurezza e l’ordine pubblico». Ma anche Thorsten Frei, il presidente del gruppo parlamentare dell’Unione al Bundestag, ha dichiarato alla Frankfurter Allgemeine Zeitung: per appoggiare le nuove politiche del governo, «occorre respingere tutti i migranti, anche donne e bambini». Non proprio un vocabolario in linea con la retorica sinistrorsa del «restiamo umani»…
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Lo stesso Pierre Moscovici che da commissario contestava i conti italiani invoca investimenti pubblici per la Francia. E la corsa di Afd costringe il governo socialista tedesco a chiudere le frontiere contro clandestini e terroristi.Lo speciale contiene due articoli.Il governo di Michel Barnier non è ancora nato, ma c’è già chi invia dei «pizzini» per complicare la vita al neo premier, almeno in patria, mentre si auspicano «aiutini» dall’Europa.Il primo a mettere in guardia l’ex Mr. Brexit, ora incaricato di formare il futuro esecutivo di Parigi, è stato Pierre Moscovici, attuale presidente della Corte dei conti francese nonché ex ministro delle finanze transalpino ed ex commissario Ue agli Affari economici e monetari. In un’intervista concessa al quotidiano Le Parisien, Moscovici ha usato parole gravi affermando «che la prossima legge di bilancio sarà senz’altro la più delicata della quinta Repubblica» e che la Francia deve «imperativamente» controllare il proprio debito perché un «Paese troppo indebitato è un Paese impotente».Il presidente della Corte dei conti ha snocciolato delle cifre da incubo per coloro che saranno chiamati a governare la Francia: «Se non ci saranno cambiamenti» ha spiegato Moscovici, «nel 2024 la Francia avrà un deficit del Pil pari al 5,6%, invece del 5,1% previsto e del 6,2% nel 2025». Per l’ex ministro, il debito pubblico potrebbe toccare il 124%, per questo ci vuole una legge di bilancio «di rottura». La ricetta di Moscovici per ottenere questo elettroshock passa dalla realizzazione di tagli alla spesa ma anche dall’indulgenza dell’Unione europea. Già perché secondo l’ex commissario Ue «Bruxelles preferisce sempre i discorsi veritieri», così «se dobbiamo arrivare al 3% (rapporto deficit-Pil, ndr) nel 2029 invece che nel 2027, spieghiamo loro come puntiamo di arrivarci». Secondo l’ex ministro l’idea di tornare sotto il 3% entro tre anni non è più realistica perché servirebbe «risparmiare un centinaio di miliardi» nello stesso periodo di tempo, ma si tratta di un’impresa quasi impossibile. E Moscovici, questa volta a Repubblica, continua sullo stesso spartito: «Una cosa evidente è che l’Europa oggi ha problemi di competitività e che la sua crescita è troppo bassa: per risolvere i problemi, anche di finanza pubblica, dobbiamo aumentare crescita e competitività, investendo denaro pubblico per realizzare il Green deal e per rafforzare l’autonomia strategica, specie nel settore difesa. Comprendo e condivido le eventuali conclusioni del rapporto di Mario Draghi di aumentare il budget dell’Europa e gli investimenti pubblici e privati, anche completando l’Unione dei capitali».Le parole di Moscovici sull’atteggiamento che Bruxelles dovrebbe tenere verso Parigi lasciano un po’ sorpresi se le si paragona a quelle che lui stesso, ma nella veste di commissario europeo, aveva rivolto a Roma nel settembre 2018 ai tempi del governo gialloblù di Giuseppe Conte. Nella zona euro «c’è un problema che è l’Italia» diceva Moscovici che, inoltre aveva sconsigliato al nostro Paese di superare il tetto del 3%. «Bisogna riformare l’economia» aveva anche affermato l’allora commissario Ue (arrivando pure a minacciare una procedura di infrazione contro il nostro Paese, ndr). Nel dicembre 2018, un mese dopo l’inizio delle proteste dei gilet gialli, Moscovici aveva ammesso che fosse «possibile sforare il 3% in modo limitato, temporaneo e in condizioni eccezionali», ovvero per non più di «due anni consecutivi» e senza andare oltre «il 3,5%». Tuttavia aveva chiuso la porta alla flessibilità richiesta da Roma; «All’Italia abbiamo dato molta flessibilità» in vari settori e «per l’1,5% del Pil, circa 30 miliardi». Sei anni dopo, la situazione è cambiata e, sebbene l’Italia abbia ancora un forte debito pubblico, la Francia attraversa un periodo economicamente complicato e, forse, inizia a pagare anche il conto di decenni di sprechi di denaro pubblico coperti dal funzionamento del famoso «motore franco-tedesco». Un meccanismo che, però, sembra essere sempre più inceppato. Certo, Moscovici propone al futuro governo del suo Paese di fare tagli senza aumentare le tasse, sebbene anche questa opzione non sia un tabù. Ma verrebbe da chiedersi perché, quando era ministro delle finanze, non abbia attuato misure di questo tipo. Forse perché lui è un uomo di sinistra, del Partito socialista, mentre Michel Barnier viene dalla destra dei Républicains.In ogni caso Barnier, altro ex commissario Ue, sentendosi forse sostenuto dalle parole di Moscovici volte a ispirare indulgenza a Bruxelles nei confronti della Francia sul deficit, ha già mandato una richiesta in Commissione Ue. Ovvero quella di concedere a Parigi più tempo per la presentazione di un piano di riequilibrio dei conti pubblici. Tale piano doveva essere presentato a Bruxelles il 20 settembre prossimo, ma il ministero delle finanze transalpino ha invocato disposizioni transitorie per ottenere una dilazione per «un periodo ragionevole», con l’accordo della Commissione.Da quando c’è il «rischio» che al di là delle Alpi si insedi un governo tendente a destra, sembra che anche i macronisti abbiano scoperto che il Paese non corrisponde sempre a quella start up nation, tanto cara al presidente Emmanuel Macron. Sarà per questo che, anche dalle loro file, partono pizzini al futuro inquilino di Palazzo Matignon. In questi giorni i ministri uscenti dell’Economia e dei Conti pubblici, Bruno Le Maire e Thomas Cazenave, hanno mandato su tutte le furie gli amministrazioni locali accusando queste ultime di essere una delle cause dello sbandamento del bilancio dello Stato. Come dire al premier: non puoi dare contentini ai sindaci. Non dimentichiamo che, in Francia, per candidarsi alle elezioni presidenziali servono 500 patrocini firmati da sindaci, parlamentari o altri eletti. E se la fine del mandato di Macron arrivasse prima del previsto, il sostegno di questi patrocinanti locali sarebbe fondamentale per un qualsiasi candidato come il già dichiarato Edouard Philippe, che è pronto ad aiutare Barnier.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/parigi-spende-berlino-fa-muri-2669152733.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-la-germania-blinda-le-frontiere-controlli-a-raffica-contro-i-terroristi" data-post-id="2669152733" data-published-at="1725915804" data-use-pagination="False"> Pure la Germania blinda le frontiere.Controlli a raffica contro i terroristi La coalizione semaforo guidata da Olaf Scholz non è mai stata così sotto pressione. La popolarità del cancelliere, dell’esecutivo e dei partiti che ne fanno parte (Spd, verdi e liberali) è ai minimi storici e la batosta rimediata alle elezioni regionali in Turingia e Sassonia ha fatto il resto. Tra i tanti motivi che hanno concorso alla crisi del governo, c’è senz’altro la bomba migratoria: innescata da Angela Merkel con la sua politica delle porte aperte, è deflagrata definitivamente negli ultimi mesi, peraltro riempiendo le pagine di cronaca nera. Basti pensare che, appena una settimana prima del voto in Turingia e Sassonia, l’opinione pubblica tedesca è stata scossa dall’efferato eccidio di Solingen: l’ultimo di una lunghissima serie.Insomma, la situazione è chiaramente sfuggita di mano. Ecco perché, dopo aver sostenuto per anni le politiche no border più indiscriminate, adesso le forze di governo tentano di mettere la proverbiale pezza al buco. Qualche giorno fa, Joachim Stamp (Fdp) ha evocato la possibilità che la Germania faccia proprio il Piano Rwanda, elaborato in Gran Bretagna dai Tories e abbandonato di recente dall’esecutivo laburista di Keir Starmer. Ovviamente le smentite si sono sprecate ma anche i socialdemocratici di Scholz si sono comunque messi in moto. Infatti, secondo quanto riferito ieri dagli organi di stampa tedeschi, il ministro dell’Interno, Nancy Faeser, ha intenzione di rafforzare i controlli alle frontiere e di adottare energiche misure per i respingimenti. L’obiettivo, fanno sapere fonti governative, è quello di affrontare con maggiore efficacia la minaccia del terrorismo islamico e di frenare la criminalità transfrontaliera. Le nuove misure, che in teoria sarebbero conformi al diritto dell’Unione europea, dovrebbero entrare in vigore il 16 settembre e avere una durata di sei mesi.Benché a scoppio ritardato, la sinistra teutonica sembra averlo capito: l’immigrazione illegale va combattuta senza più alcun tentennamento. Eppure, vista la poderosa giravolta - e anche per rafforzare la propria precaria posizione politica - il governo intende ottenere l’appoggio sia dei rappresentanti dei Länder sia della dirigenza dell’Unione (Cdu e Csu), ossia la prima forza d’opposizione del Paese: già ieri la Faeser ha comunicato le nuove misure del governo ai cristianodemocratici e ha pure in programma di incontrare i suoi delegati al ministero dell’Interno. La riunione potrebbe avvenire già oggi.Trovare un’intesa bipartisan, tuttavia, non sarà un’impresa semplicissima, anche perché la Cdu - nel difficile tentativo di recuperare gli elettori persi a favore dell’Afd - sull’immigrazione sta alzando i toni di parecchie tacche. Lo stesso leader dei cristianodemocratici, Friedrich Merz, è stato cristallino: i respingimenti devono essere attuati con estrema severità, senza perdersi in troppi distinguo. Tanto che il giurista Hans-Jürgen Papier, ex presidente della Corte costituzionale tedesca, gli ha dato ragione sulle colonne della Bild: «Non ritengo ammissibile la pratica attuale», ha detto, «che di fatto garantisce il diritto di ingresso a chiunque pronunci la parola “asilo”. La pratica attuale rappresenta una minaccia per la sicurezza e l’ordine pubblico». Ma anche Thorsten Frei, il presidente del gruppo parlamentare dell’Unione al Bundestag, ha dichiarato alla Frankfurter Allgemeine Zeitung: per appoggiare le nuove politiche del governo, «occorre respingere tutti i migranti, anche donne e bambini». Non proprio un vocabolario in linea con la retorica sinistrorsa del «restiamo umani»…
(IStock)
Così, mentre il reddito di cittadinanza usciva di scena con molti applausi, l’Italia scopriva di essere improvvisamente diventata un Paese più fragile, più claudicante, più psicologicamente provato. Non povero, attenzione: invalido. Civilmente invalido, per la precisione.
A sollevare il velo su questo prodigio statistico è l’ultimo rapporto dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che pone una domanda semplice: la cancellazione del reddito di cittadinanza ha aumentato il numero delle pensioni di invalidità civile?
La risposta ufficiale è un diplomatico «non si sa». Quella ufficiosa, invece, è un eloquente alzare di sopracciglia. I numeri, del resto, non gridano: strizzano l’occhio.
Al 31 dicembre 2024 le pensioni di invalidità erogate in Italia sono 4.313.351. Di queste, 899.344 sono prestazioni previdenziali, in calo netto (-14,5% tra il 2020 e il 2024). Le altre, 3.414.007, sono pensioni di invalidità civile, quelle non legate ai contributi ma allo stato di salute certificato. E qui la musica cambia: +7,4% nello stesso periodo, con una crescita concentrata soprattutto tra il 2022 e il 2024 (+6,2%).
Gli anni in cui, guarda caso, il reddito di cittadinanza veniva prima smontato, poi abolito. Coincidenze? Forse.
Ufficialmente le due misure non c’entrano nulla. Il reddito di cittadinanza doveva combattere la povertà e favorire l’inclusione lavorativa; la pensione di invalidità tutela chi ha limitazioni fisiche o psichiche riconosciute. Due mondi distinti, due universi morali separati. Eppure, abolito il primo, l’altro ha preso sempre più spazio. E così, in assenza di lavoro, politiche attive e servizi sociali efficienti, l’invalidità civile è diventata la soluzione.
Un salvagente da 501 euro al mese. Non una fortuna, certo. Ma meglio di niente. E soprattutto stabile, sicuro, indicizzato, non condizionato a corsi di formazione ancorchè farlocchi.
Il fenomeno non è distribuito in modo uniforme. Il Mezzogiorno, che ha tre quarti della popolazione del Nord, eroga 500.000 pensioni di invalidità civile in più. Una sproporzione che non può essere spiegata solo con il clima o con una misteriosa epidemia a sud del Garigliano. Tra il 2020 e il 2024 l’aumento più consistente si registra proprio nel Mezzogiorno: +8,4%, con un’accelerazione impressionante tra il 2022 e il 2024 (+7,2%). Nessun’altra area del Paese mostra incrementi simili. La popolazione meridionale è di 19,7 milioni di persone; quella del Nord di 26,3 milioni. Eppure gli invalidi civili sono di più al Sud. Scendendo nel dettaglio, il quadro diventa ancora più pittoresco. La Calabria guida la classifica: ogni cento abitanti poco più di tredici hanno problemi che impediscono di lavorare. Seguono Puglia (11,6), Umbria (11,3) unica eccezione a nord del Garigliano e Sardegna (10,7). In coda Piemonte, Lombardia e Veneto, inchiodate a un modesto 5,1%.A livello provinciale svetta Reggio Calabria: quasi 15 pensioni ogni 100 abitanti. Ora, qualcuno obietterà — giustamente — che invalidità non significa truffa. Ed è vero. Ma fingere che le truffe non esistano sarebbe altrettanto errato. Le cronache raccontano di frodi diffuse. L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani ha quantificato in quasi 48 milioni di euro le frodi accertate dalla Guardia di Finanza tra il 2020 e l’agosto 2021. E qui arriva il capolavoro del sistema: chi decide e chi paga. Le pensioni di invalidità civile, infatti sono a carico dell’Inps. Ma a stabilire chi è invalido sono le commissioni mediche delle Asl cioè strutture regionali. Le Regioni concedono, l’Inps paga. E il conto, come sempre, finisce sulle spalle di tutti i contribuenti. È il welfare clientelare perfetto: consenso politico a livello locale, spesa scaricata altrove. Un meccanismo difficilissimo da scardinare.
Nel 2024 la spesa complessiva per le pensioni di invalidità ha toccato 34 miliardi. Di questi, 21 miliardi solo per le invalidità civili. Quasi la metà — il 46,6% — finisce nel Mezzogiorno. La Campania guida la classifica con 2,73 miliardi, seguita da Lombardia e Lazio. E mentre la Puglia segna un +14,1% di assegni in quattro anni, Basilicata e Calabria non restano indietro. Dimostrare una correlazione diretta tra fine del reddito di cittadinanza e boom delle invalidità è difficile, ammette onestamente la Cgia. Mancano i dati comparabili, il tema è delicato, ci sono di mezzo diritti fondamentali e condizioni sanitarie reali. Tutto vero. Ma il dubbio resta. E in certe zone del Paese diventa quasi una certezza sociologica.
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Emmanuel Macron (Ansa)
I contorni delle iniziative promosse dai diplomatici anglofrancesi, tuttavia, rimangono piuttosto vaghi.
La Francia, in particolare, sta lavorando a un piano per l’invio di circa 6.000 soldati in Ucraina una volta raggiunto un cessate il fuoco. Questo contingente avrebbe il compito di fungere da forza di «rassicurazione» e stabilizzazione, dispiegata lontano dalla linea del fronte e concentrata nelle retrovie, con funzioni di deterrenza simbolica, supporto logistico e assistenza alle forze ucraine. Parigi insiste sul fatto che non si tratterebbe di una missione di combattimento, ma di una presenza militare volta a dare credibilità alle garanzie di sicurezza occidentali nel dopoguerra.
Pochi giorni fa, peraltro, il Times aveva rivelato che anche il Regno Unito starebbe valutando il dispiegamento di circa 7.500 militari nell’ambito di una forza multinazionale a guida franco-britannica. E ieri, non a caso, Londra ha deciso di stanziare 200 milioni di sterline per preparare le proprie forze a un’eventuale missione. Tuttavia, al di là dei numeri sbandierati e dei fondi messi a bilancio, l’impressione diffusa è che questi «sforzi» anglofrancesi siano il classico specchietto per le allodole utile sul piano interno e propagandistico, ma difficilmente in grado di incidere davvero sugli equilibri strategici senza un coinvolgimento diretto e sostanziale degli Stati Uniti.
Proprio questa narrazione europea, peraltro, è bastata a far scattare la dura reazione di Mosca. Con toni volutamente caustici, Dmitrij Medvedev ha liquidato il progetto come l’ennesima prova che «i governanti idioti europei continuano a cercare la guerra in Europa». In un messaggio pubblicato su X, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ha ribadito che il Cremlino non accetterà «né truppe europee né della Nato in Ucraina», attaccando direttamente Emmanuel Macron per aver rilanciato l’idea di una forza multinazionale nonostante i ripetuti avvertimenti di Mosca. Il post si è chiuso con una minaccia esplicita - «bene, lasciateli venire: ecco cosa li aspetta» - accompagnata da un video del bombardamento su Kiev costato quattro morti e una ventina di feriti, nel quale è stato impiegato anche un missile ipersonico Oreshnik. Un messaggio che chiarisce come, dal punto di vista russo, qualsiasi presenza militare occidentale su suolo ucraino - foss’anche etichettata come missione di stabilizzazione - verrebbe trattata non come garanzia di pace, ma come atto ostile.
Lo stesso Volodymyr Zelensky, del resto, pare abbia capito che, in questa fase, ha poco senso avventurarsi in ipotesi poco futuribili, che non fanno altro che ostacolare le trattative di pace. Ieri, infatti, il presidente ucraino ha fatto sapere che «continuiamo a comunicare con la parte americana ogni giorno», in particolare tramite il segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell’Ucraina, Rustem Umerov. «Questo è il nostro compito strategico: il dialogo con l’America», ha affermato Zelensky, «deve essere al 100% costruttivo. L’Ucraina non è mai stata e non sarà un ostacolo alla diplomazia, e la nostra efficienza nel lavoro con i partner è sempre al più alto livello. E continuerà a esserlo».
Nel frattempo, Kiev sta tentando di consolidare il legame con Washington anche in vista della ricostruzione. In un’intervista a Bloomberg, Zelensky ha rilanciato l’ipotesi di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, presentandolo come uno strumento capace non solo di accompagnare la ripresa postbellica, ma anche di offrire all’Ucraina una forma di sicurezza economica che possa rendere meno volatile il sostegno occidentale. L’obiettivo dichiarato è creare un regime a dazi zero che renda competitive le aree industriali devastate dal conflitto e che favorisca l’ingresso strutturale di capitali e imprese americane, riducendo la dipendenza di Kiev dagli aiuti straordinari.
Accanto a questa idea, in ogni caso, è allo studio un progetto di dimensioni ancora più vaste, anticipato dal Telegraph: un maxi accordo da circa 800 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Ucraina, distribuito su più anni e destinato a infrastrutture, energia e apparato industriale, con un coinvolgimento massiccio del settore privato americano. La firma dell’intesa potrebbe arrivare a Davos, a margine del Forum economico mondiale, in un incontro diretto tra Zelensky e Donald Trump. Nelle speranze dei diplomatici ucraini, questa mossa trasformerà sul lungo periodo la ricostruzione economica in una vera leva geopolitica, ancorando definitivamente Kiev agli Stati Uniti e all’intero Occidente.
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La protesta dei trattori a Milano contro il Mercosur (Ansa)
Un recente studio pubblicato sul sito del Parlamento europeo dal titolo «Un aggiornamento sugli effetti economici, di sostenibilità e regolamentari della parte commerciale dell’Accordo di partenariato Ue-Mercosur», fa sapere che «gli impatti economici per l’Ue-27 sono modesti. La simulazione prevede un aumento dello 0,1% del Pil e del benessere, insieme a una crescita marginale delle importazioni complessive (0,2%) e delle esportazioni (0,1%). I salari reali dei lavoratori qualificati e non qualificati aumentano leggermente (0,1%), con un effetto trascurabile sul rendimento del capitale. Tra gli Stati membri, i risultati variano. Belgio e Paesi Bassi registrano incrementi relativamente più elevati in termini di benessere e rendimenti del capitale rispetto ad altri paesi, probabilmente grazie alle loro economie fortemente orientate al commercio». Invece, si legge nell’analisi ufficiale dell’europarlamento, «Germania e Italia beneficiano di aumenti moderati dei flussi commerciali (le importazioni e le esportazioni crescono rispettivamente dello 0,3% e dello 0,2%), in linea con il loro ruolo di principali esportatori dell’Ue. Per economie più piccole come Portogallo e Slovenia, i guadagni sono trainati dalla specializzazione settoriale, in particolare nelle esportazioni, che aumentano rispettivamente dello 0,4% e dello 0,2%».
E qual è l’impatto sul Pil per i Paesi sudamericani? «Il Mercosur, considerato come blocco, sperimenta benefici economici relativamente maggiori rispetto all’Ue. La simulazione indica un aumento dello 0,3% del Pil e una crescita dello 0,2% del benessere (in percentuale del Pil). Tali guadagni sono principalmente trainati dall’espansione degli scambi, con importazioni ed esportazioni in aumento rispettivamente del 3,1% e del 3,6%. I lavoratori qualificati e non qualificati registrano aumenti dei salari reali pari rispettivamente allo 0,3% e allo 0,4%. Tra i singoli paesi, l’Argentina guida con un incremento del Prodotto interno lordo dello 0,4%. Il Brasile registra guadagni moderati in termini di Pil (0,3%) e commercio, mentre l’Uruguay beneficia di una crescita più elevata dei salari reali sia per i lavoratori qualificati (0,5%) sia per quelli non qualificati (0,6%). Il Paraguay, invece, sperimenta lievi diminuzioni del Pil (-0,1%) e del benessere (-0,2%».
Insomma, su un Pil della Ue che ammonta a 17.900 miliardi di euro (dati del 2024), il valore positivo dell’accordo col Mercosur vale 17,9 miliardi l’anno, appunto un più 0,1%. Ciò nonostante, Ursula von der Leyen ha promesso di rinforzare la dote di sussidi agli agricoltori, attraverso la Pac, a 293,7 miliardi per il bilancio 2028-2034. In sostanza sono circa 42 miliardi l’anno per il settennato del nuovo budget in favore delle aziende del primario europee. Anche un bambino della materna capirebbe che forse il gioco - ovvero l’accordo tra Unione Europea e Sudamerica - non vale la candela: per crescere di 17 miliardi di Pil l’anno si spendono 42 miliardi di soldi pubblici a conforto di chi sarà danneggiato dallo stesso accordo. È o non è un controsenso? Anche perché quei fondi Pac alla fine non servono per aiutare veramente gli agricoltori ma solo a compensare decisioni politiche sbagliate. Come accade con le politiche green: si impongono da Bruxelles divieti, aumenti di costi, nuove regole burocratiche e dopo si studiano ristori per chi viene colpito dal cambio di rotta.
Sul Mercosur il ministro Francesco Lollobrigida ha portato a casa più fondi Pac, una tutela maggiore per i prodotti agricoli Dop e Igp, ha ottenuto che la clausola di salvaguardia scatti dopo una variazione dei prezzi del 5% e non del 10%, nel senso che la Commissione Ue avvierà una indagine per tutelare produttori puniti da una concorrenza low cost se il prezzo importato è inferiore di oltre il 5% a parità di prodotto.
Il ministro dell’Agricoltura italiano ha pure incassato maggiori controlli doganali per evitare che – ad esempio – il riso uruguagio coltivato senza rispettare le norme green possa essere parificato a quello italiano, che invece è sottoposto a una marea di pratiche in nome dell’ambiente. Insomma, Lollobrigida, ha fatto il massimo con un dossier ereditato che è lì sul tavolo da oltre 20 anni. Il problema però, considerati appunto i numeri, è un altro: la Ue traccia linee irrealistiche, sigla alleanze, non calcola gli effetti negativi, tanto poi risolve tutto con sussidi o deroghe. Col risultato di sprecare soldi pubblici, aumentare i documenti da compilare per evitare multe e appesantire così le possibilità di crescita europea. Nel terzo trimestre 2025 la produttività dei lavoratori Ue è leggermente calata, mentre negli Usa è salita del 4,9%. I numeri, anche in questo caso, parlano chiaro su che fine stiamo facendo.
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