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2024-09-10
Parigi spende, Berlino fa i muri. L’Europa alle prese con la realtà
Pierre Moscovici (Ansa)
Il governo di Michel Barnier non è ancora nato, ma c’è già chi invia dei «pizzini» per complicare la vita al neo premier, almeno in patria, mentre si auspicano «aiutini» dall’Europa.
Il primo a mettere in guardia l’ex Mr. Brexit, ora incaricato di formare il futuro esecutivo di Parigi, è stato Pierre Moscovici, attuale presidente della Corte dei conti francese nonché ex ministro delle finanze transalpino ed ex commissario Ue agli Affari economici e monetari. In un’intervista concessa al quotidiano Le Parisien, Moscovici ha usato parole gravi affermando «che la prossima legge di bilancio sarà senz’altro la più delicata della quinta Repubblica» e che la Francia deve «imperativamente» controllare il proprio debito perché un «Paese troppo indebitato è un Paese impotente».
Il presidente della Corte dei conti ha snocciolato delle cifre da incubo per coloro che saranno chiamati a governare la Francia: «Se non ci saranno cambiamenti» ha spiegato Moscovici, «nel 2024 la Francia avrà un deficit del Pil pari al 5,6%, invece del 5,1% previsto e del 6,2% nel 2025». Per l’ex ministro, il debito pubblico potrebbe toccare il 124%, per questo ci vuole una legge di bilancio «di rottura». La ricetta di Moscovici per ottenere questo elettroshock passa dalla realizzazione di tagli alla spesa ma anche dall’indulgenza dell’Unione europea. Già perché secondo l’ex commissario Ue «Bruxelles preferisce sempre i discorsi veritieri», così «se dobbiamo arrivare al 3% (rapporto deficit-Pil, ndr) nel 2029 invece che nel 2027, spieghiamo loro come puntiamo di arrivarci». Secondo l’ex ministro l’idea di tornare sotto il 3% entro tre anni non è più realistica perché servirebbe «risparmiare un centinaio di miliardi» nello stesso periodo di tempo, ma si tratta di un’impresa quasi impossibile. E Moscovici, questa volta a Repubblica, continua sullo stesso spartito: «Una cosa evidente è che l’Europa oggi ha problemi di competitività e che la sua crescita è troppo bassa: per risolvere i problemi, anche di finanza pubblica, dobbiamo aumentare crescita e competitività, investendo denaro pubblico per realizzare il Green deal e per rafforzare l’autonomia strategica, specie nel settore difesa. Comprendo e condivido le eventuali conclusioni del rapporto di Mario Draghi di aumentare il budget dell’Europa e gli investimenti pubblici e privati, anche completando l’Unione dei capitali».
Le parole di Moscovici sull’atteggiamento che Bruxelles dovrebbe tenere verso Parigi lasciano un po’ sorpresi se le si paragona a quelle che lui stesso, ma nella veste di commissario europeo, aveva rivolto a Roma nel settembre 2018 ai tempi del governo gialloblù di Giuseppe Conte. Nella zona euro «c’è un problema che è l’Italia» diceva Moscovici che, inoltre aveva sconsigliato al nostro Paese di superare il tetto del 3%. «Bisogna riformare l’economia» aveva anche affermato l’allora commissario Ue (arrivando pure a minacciare una procedura di infrazione contro il nostro Paese, ndr). Nel dicembre 2018, un mese dopo l’inizio delle proteste dei gilet gialli, Moscovici aveva ammesso che fosse «possibile sforare il 3% in modo limitato, temporaneo e in condizioni eccezionali», ovvero per non più di «due anni consecutivi» e senza andare oltre «il 3,5%». Tuttavia aveva chiuso la porta alla flessibilità richiesta da Roma; «All’Italia abbiamo dato molta flessibilità» in vari settori e «per l’1,5% del Pil, circa 30 miliardi». Sei anni dopo, la situazione è cambiata e, sebbene l’Italia abbia ancora un forte debito pubblico, la Francia attraversa un periodo economicamente complicato e, forse, inizia a pagare anche il conto di decenni di sprechi di denaro pubblico coperti dal funzionamento del famoso «motore franco-tedesco».
Un meccanismo che, però, sembra essere sempre più inceppato. Certo, Moscovici propone al futuro governo del suo Paese di fare tagli senza aumentare le tasse, sebbene anche questa opzione non sia un tabù. Ma verrebbe da chiedersi perché, quando era ministro delle finanze, non abbia attuato misure di questo tipo. Forse perché lui è un uomo di sinistra, del Partito socialista, mentre Michel Barnier viene dalla destra dei Républicains.
In ogni caso Barnier, altro ex commissario Ue, sentendosi forse sostenuto dalle parole di Moscovici volte a ispirare indulgenza a Bruxelles nei confronti della Francia sul deficit, ha già mandato una richiesta in Commissione Ue. Ovvero quella di concedere a Parigi più tempo per la presentazione di un piano di riequilibrio dei conti pubblici. Tale piano doveva essere presentato a Bruxelles il 20 settembre prossimo, ma il ministero delle finanze transalpino ha invocato disposizioni transitorie per ottenere una dilazione per «un periodo ragionevole», con l’accordo della Commissione.
Da quando c’è il «rischio» che al di là delle Alpi si insedi un governo tendente a destra, sembra che anche i macronisti abbiano scoperto che il Paese non corrisponde sempre a quella start up nation, tanto cara al presidente Emmanuel Macron. Sarà per questo che, anche dalle loro file, partono pizzini al futuro inquilino di Palazzo Matignon. In questi giorni i ministri uscenti dell’Economia e dei Conti pubblici, Bruno Le Maire e Thomas Cazenave, hanno mandato su tutte le furie gli amministrazioni locali accusando queste ultime di essere una delle cause dello sbandamento del bilancio dello Stato. Come dire al premier: non puoi dare contentini ai sindaci. Non dimentichiamo che, in Francia, per candidarsi alle elezioni presidenziali servono 500 patrocini firmati da sindaci, parlamentari o altri eletti. E se la fine del mandato di Macron arrivasse prima del previsto, il sostegno di questi patrocinanti locali sarebbe fondamentale per un qualsiasi candidato come il già dichiarato Edouard Philippe, che è pronto ad aiutare Barnier.
Pure la Germania blinda le frontiere.Controlli a raffica contro i terroristi
La coalizione semaforo guidata da Olaf Scholz non è mai stata così sotto pressione. La popolarità del cancelliere, dell’esecutivo e dei partiti che ne fanno parte (Spd, verdi e liberali) è ai minimi storici e la batosta rimediata alle elezioni regionali in Turingia e Sassonia ha fatto il resto. Tra i tanti motivi che hanno concorso alla crisi del governo, c’è senz’altro la bomba migratoria: innescata da Angela Merkel con la sua politica delle porte aperte, è deflagrata definitivamente negli ultimi mesi, peraltro riempiendo le pagine di cronaca nera. Basti pensare che, appena una settimana prima del voto in Turingia e Sassonia, l’opinione pubblica tedesca è stata scossa dall’efferato eccidio di Solingen: l’ultimo di una lunghissima serie.Insomma, la situazione è chiaramente sfuggita di mano. Ecco perché, dopo aver sostenuto per anni le politiche no border più indiscriminate, adesso le forze di governo tentano di mettere la proverbiale pezza al buco. Qualche giorno fa, Joachim Stamp (Fdp) ha evocato la possibilità che la Germania faccia proprio il Piano Rwanda, elaborato in Gran Bretagna dai Tories e abbandonato di recente dall’esecutivo laburista di Keir Starmer. Ovviamente le smentite si sono sprecate ma anche i socialdemocratici di Scholz si sono comunque messi in moto. Infatti, secondo quanto riferito ieri dagli organi di stampa tedeschi, il ministro dell’Interno, Nancy Faeser, ha intenzione di rafforzare i controlli alle frontiere e di adottare energiche misure per i respingimenti. L’obiettivo, fanno sapere fonti governative, è quello di affrontare con maggiore efficacia la minaccia del terrorismo islamico e di frenare la criminalità transfrontaliera. Le nuove misure, che in teoria sarebbero conformi al diritto dell’Unione europea, dovrebbero entrare in vigore il 16 settembre e avere una durata di sei mesi.Benché a scoppio ritardato, la sinistra teutonica sembra averlo capito: l’immigrazione illegale va combattuta senza più alcun tentennamento. Eppure, vista la poderosa giravolta - e anche per rafforzare la propria precaria posizione politica - il governo intende ottenere l’appoggio sia dei rappresentanti dei Länder sia della dirigenza dell’Unione (Cdu e Csu), ossia la prima forza d’opposizione del Paese: già ieri la Faeser ha comunicato le nuove misure del governo ai cristianodemocratici e ha pure in programma di incontrare i suoi delegati al ministero dell’Interno. La riunione potrebbe avvenire già oggi.Trovare un’intesa bipartisan, tuttavia, non sarà un’impresa semplicissima, anche perché la Cdu - nel difficile tentativo di recuperare gli elettori persi a favore dell’Afd - sull’immigrazione sta alzando i toni di parecchie tacche. Lo stesso leader dei cristianodemocratici, Friedrich Merz, è stato cristallino: i respingimenti devono essere attuati con estrema severità, senza perdersi in troppi distinguo. Tanto che il giurista Hans-Jürgen Papier, ex presidente della Corte costituzionale tedesca, gli ha dato ragione sulle colonne della Bild: «Non ritengo ammissibile la pratica attuale», ha detto, «che di fatto garantisce il diritto di ingresso a chiunque pronunci la parola “asilo”. La pratica attuale rappresenta una minaccia per la sicurezza e l’ordine pubblico». Ma anche Thorsten Frei, il presidente del gruppo parlamentare dell’Unione al Bundestag, ha dichiarato alla Frankfurter Allgemeine Zeitung: per appoggiare le nuove politiche del governo, «occorre respingere tutti i migranti, anche donne e bambini». Non proprio un vocabolario in linea con la retorica sinistrorsa del «restiamo umani»…
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Lo stesso Pierre Moscovici che da commissario contestava i conti italiani invoca investimenti pubblici per la Francia. E la corsa di Afd costringe il governo socialista tedesco a chiudere le frontiere contro clandestini e terroristi.Lo speciale contiene due articoli.Il governo di Michel Barnier non è ancora nato, ma c’è già chi invia dei «pizzini» per complicare la vita al neo premier, almeno in patria, mentre si auspicano «aiutini» dall’Europa.Il primo a mettere in guardia l’ex Mr. Brexit, ora incaricato di formare il futuro esecutivo di Parigi, è stato Pierre Moscovici, attuale presidente della Corte dei conti francese nonché ex ministro delle finanze transalpino ed ex commissario Ue agli Affari economici e monetari. In un’intervista concessa al quotidiano Le Parisien, Moscovici ha usato parole gravi affermando «che la prossima legge di bilancio sarà senz’altro la più delicata della quinta Repubblica» e che la Francia deve «imperativamente» controllare il proprio debito perché un «Paese troppo indebitato è un Paese impotente».Il presidente della Corte dei conti ha snocciolato delle cifre da incubo per coloro che saranno chiamati a governare la Francia: «Se non ci saranno cambiamenti» ha spiegato Moscovici, «nel 2024 la Francia avrà un deficit del Pil pari al 5,6%, invece del 5,1% previsto e del 6,2% nel 2025». Per l’ex ministro, il debito pubblico potrebbe toccare il 124%, per questo ci vuole una legge di bilancio «di rottura». La ricetta di Moscovici per ottenere questo elettroshock passa dalla realizzazione di tagli alla spesa ma anche dall’indulgenza dell’Unione europea. Già perché secondo l’ex commissario Ue «Bruxelles preferisce sempre i discorsi veritieri», così «se dobbiamo arrivare al 3% (rapporto deficit-Pil, ndr) nel 2029 invece che nel 2027, spieghiamo loro come puntiamo di arrivarci». Secondo l’ex ministro l’idea di tornare sotto il 3% entro tre anni non è più realistica perché servirebbe «risparmiare un centinaio di miliardi» nello stesso periodo di tempo, ma si tratta di un’impresa quasi impossibile. E Moscovici, questa volta a Repubblica, continua sullo stesso spartito: «Una cosa evidente è che l’Europa oggi ha problemi di competitività e che la sua crescita è troppo bassa: per risolvere i problemi, anche di finanza pubblica, dobbiamo aumentare crescita e competitività, investendo denaro pubblico per realizzare il Green deal e per rafforzare l’autonomia strategica, specie nel settore difesa. Comprendo e condivido le eventuali conclusioni del rapporto di Mario Draghi di aumentare il budget dell’Europa e gli investimenti pubblici e privati, anche completando l’Unione dei capitali».Le parole di Moscovici sull’atteggiamento che Bruxelles dovrebbe tenere verso Parigi lasciano un po’ sorpresi se le si paragona a quelle che lui stesso, ma nella veste di commissario europeo, aveva rivolto a Roma nel settembre 2018 ai tempi del governo gialloblù di Giuseppe Conte. Nella zona euro «c’è un problema che è l’Italia» diceva Moscovici che, inoltre aveva sconsigliato al nostro Paese di superare il tetto del 3%. «Bisogna riformare l’economia» aveva anche affermato l’allora commissario Ue (arrivando pure a minacciare una procedura di infrazione contro il nostro Paese, ndr). Nel dicembre 2018, un mese dopo l’inizio delle proteste dei gilet gialli, Moscovici aveva ammesso che fosse «possibile sforare il 3% in modo limitato, temporaneo e in condizioni eccezionali», ovvero per non più di «due anni consecutivi» e senza andare oltre «il 3,5%». Tuttavia aveva chiuso la porta alla flessibilità richiesta da Roma; «All’Italia abbiamo dato molta flessibilità» in vari settori e «per l’1,5% del Pil, circa 30 miliardi». Sei anni dopo, la situazione è cambiata e, sebbene l’Italia abbia ancora un forte debito pubblico, la Francia attraversa un periodo economicamente complicato e, forse, inizia a pagare anche il conto di decenni di sprechi di denaro pubblico coperti dal funzionamento del famoso «motore franco-tedesco». Un meccanismo che, però, sembra essere sempre più inceppato. Certo, Moscovici propone al futuro governo del suo Paese di fare tagli senza aumentare le tasse, sebbene anche questa opzione non sia un tabù. Ma verrebbe da chiedersi perché, quando era ministro delle finanze, non abbia attuato misure di questo tipo. Forse perché lui è un uomo di sinistra, del Partito socialista, mentre Michel Barnier viene dalla destra dei Républicains.In ogni caso Barnier, altro ex commissario Ue, sentendosi forse sostenuto dalle parole di Moscovici volte a ispirare indulgenza a Bruxelles nei confronti della Francia sul deficit, ha già mandato una richiesta in Commissione Ue. Ovvero quella di concedere a Parigi più tempo per la presentazione di un piano di riequilibrio dei conti pubblici. Tale piano doveva essere presentato a Bruxelles il 20 settembre prossimo, ma il ministero delle finanze transalpino ha invocato disposizioni transitorie per ottenere una dilazione per «un periodo ragionevole», con l’accordo della Commissione.Da quando c’è il «rischio» che al di là delle Alpi si insedi un governo tendente a destra, sembra che anche i macronisti abbiano scoperto che il Paese non corrisponde sempre a quella start up nation, tanto cara al presidente Emmanuel Macron. Sarà per questo che, anche dalle loro file, partono pizzini al futuro inquilino di Palazzo Matignon. In questi giorni i ministri uscenti dell’Economia e dei Conti pubblici, Bruno Le Maire e Thomas Cazenave, hanno mandato su tutte le furie gli amministrazioni locali accusando queste ultime di essere una delle cause dello sbandamento del bilancio dello Stato. Come dire al premier: non puoi dare contentini ai sindaci. Non dimentichiamo che, in Francia, per candidarsi alle elezioni presidenziali servono 500 patrocini firmati da sindaci, parlamentari o altri eletti. E se la fine del mandato di Macron arrivasse prima del previsto, il sostegno di questi patrocinanti locali sarebbe fondamentale per un qualsiasi candidato come il già dichiarato Edouard Philippe, che è pronto ad aiutare Barnier.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/parigi-spende-berlino-fa-muri-2669152733.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-la-germania-blinda-le-frontiere-controlli-a-raffica-contro-i-terroristi" data-post-id="2669152733" data-published-at="1725915804" data-use-pagination="False"> Pure la Germania blinda le frontiere.Controlli a raffica contro i terroristi La coalizione semaforo guidata da Olaf Scholz non è mai stata così sotto pressione. La popolarità del cancelliere, dell’esecutivo e dei partiti che ne fanno parte (Spd, verdi e liberali) è ai minimi storici e la batosta rimediata alle elezioni regionali in Turingia e Sassonia ha fatto il resto. Tra i tanti motivi che hanno concorso alla crisi del governo, c’è senz’altro la bomba migratoria: innescata da Angela Merkel con la sua politica delle porte aperte, è deflagrata definitivamente negli ultimi mesi, peraltro riempiendo le pagine di cronaca nera. Basti pensare che, appena una settimana prima del voto in Turingia e Sassonia, l’opinione pubblica tedesca è stata scossa dall’efferato eccidio di Solingen: l’ultimo di una lunghissima serie.Insomma, la situazione è chiaramente sfuggita di mano. Ecco perché, dopo aver sostenuto per anni le politiche no border più indiscriminate, adesso le forze di governo tentano di mettere la proverbiale pezza al buco. Qualche giorno fa, Joachim Stamp (Fdp) ha evocato la possibilità che la Germania faccia proprio il Piano Rwanda, elaborato in Gran Bretagna dai Tories e abbandonato di recente dall’esecutivo laburista di Keir Starmer. Ovviamente le smentite si sono sprecate ma anche i socialdemocratici di Scholz si sono comunque messi in moto. Infatti, secondo quanto riferito ieri dagli organi di stampa tedeschi, il ministro dell’Interno, Nancy Faeser, ha intenzione di rafforzare i controlli alle frontiere e di adottare energiche misure per i respingimenti. L’obiettivo, fanno sapere fonti governative, è quello di affrontare con maggiore efficacia la minaccia del terrorismo islamico e di frenare la criminalità transfrontaliera. Le nuove misure, che in teoria sarebbero conformi al diritto dell’Unione europea, dovrebbero entrare in vigore il 16 settembre e avere una durata di sei mesi.Benché a scoppio ritardato, la sinistra teutonica sembra averlo capito: l’immigrazione illegale va combattuta senza più alcun tentennamento. Eppure, vista la poderosa giravolta - e anche per rafforzare la propria precaria posizione politica - il governo intende ottenere l’appoggio sia dei rappresentanti dei Länder sia della dirigenza dell’Unione (Cdu e Csu), ossia la prima forza d’opposizione del Paese: già ieri la Faeser ha comunicato le nuove misure del governo ai cristianodemocratici e ha pure in programma di incontrare i suoi delegati al ministero dell’Interno. La riunione potrebbe avvenire già oggi.Trovare un’intesa bipartisan, tuttavia, non sarà un’impresa semplicissima, anche perché la Cdu - nel difficile tentativo di recuperare gli elettori persi a favore dell’Afd - sull’immigrazione sta alzando i toni di parecchie tacche. Lo stesso leader dei cristianodemocratici, Friedrich Merz, è stato cristallino: i respingimenti devono essere attuati con estrema severità, senza perdersi in troppi distinguo. Tanto che il giurista Hans-Jürgen Papier, ex presidente della Corte costituzionale tedesca, gli ha dato ragione sulle colonne della Bild: «Non ritengo ammissibile la pratica attuale», ha detto, «che di fatto garantisce il diritto di ingresso a chiunque pronunci la parola “asilo”. La pratica attuale rappresenta una minaccia per la sicurezza e l’ordine pubblico». Ma anche Thorsten Frei, il presidente del gruppo parlamentare dell’Unione al Bundestag, ha dichiarato alla Frankfurter Allgemeine Zeitung: per appoggiare le nuove politiche del governo, «occorre respingere tutti i migranti, anche donne e bambini». Non proprio un vocabolario in linea con la retorica sinistrorsa del «restiamo umani»…
Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 maggio 2026. La deputata della Lega Simona Loizzo ci spiega come le terapie digitali saranno prescrivibili anche in Italia.
Sono numeri da brivido. L’offensiva della macchina fiscale, come riportato dal Sole 24 Ore, ha bloccato in tre mesi 4,1 miliardi di frodi sotto forma di crediti inesistenti o irregolari, impedendo che venissero utilizzati in compensazione con F24, il che avrebbe reso impossibile o molto difficile recuperarli. L’impatto dell’operazione sui conti pubblici è importante. Senza il lavoro di intercettazione degli uomini del Fisco, queste frodi si sarebbero aggiunte alla mole degli 8,4 miliardi indicati nel Documento di finanza pubblica (Dfp) quali crediti di spesa per il 2025.
Il dato più impressionante emerso dall’analisi è il tasso di irregolarità riscontrato sulle nuove comunicazioni. Il 33% dei crediti è stato ritenuto a rischio e quindi non utilizzabile in compensazione. Praticamente un euro su tre dei crediti che emergono dalle ultime fatture per le spese 2025 è stato fermato per illeciti. Probabilmente questi furbetti hanno voluto cogliere al volo l’ultima opportunità offerta dall’agevolazione pur non avendo i requisiti. Con la chiusura delle finestre temporali e il decalage delle aliquote è scattata una corsa frenetica a salire sull’ultimo vagone del Superbonus.
Il Fisco ha seguito due piste: i controlli preventivi, che hanno consentito di scartare 1,8 miliardi di crediti, e le attività di analisi del rischio attraverso le quali sono stati individuati 2,3 miliardi di euro di crediti da Superbonus che rispondevano a un identikit di pericolosità. Si è arrivati così a 4,1 miliardi di illeciti intercettati e bloccati. Le irregolarità riguardavano anche fatture emesse per lavori che in realtà al 31 dicembre 2025 non sono stati realizzati in parte o del tutto. Le indagini del Fisco hanno dovuto tener conto di una variabile, ovvero che per le spese 2025 i lavori potevano essere completati entro il 31 dicembre dell’anno passato ma le opzioni per cessioni e sconto in fattura potevano essere comunicate all’amministrazione finanziaria fino al 16 marzo scorso. Questo vuol dire avviare un monitoraggio costante senza mai abbassare la guardia.
Il Fisco è impegnato dal 2021 nell’azione di monitoraggio di tutti i bonus edilizi, quindi non solo del Superbonus. Cinque anni fa, infatti, fu necessario intervenire d’urgenza con il decreto antifrodi per bloccare i fenomeni di irregolarità che si stavano verificando. Da allora la quantità dei crediti rifiutati per tutti gli interventi ha quasi raggiunto i 9,4 miliardi di euro. Il Superbonus si aggiudica l’Oscar delle truffe (circa 6,8 miliardi) ma anche il bonus facciate non è da meno: gli stop del Fisco agli utilizzi in compensazione sono arrivati a superare 1,3 miliardi nel corso degli anni in cui poteva essere utilizzato.
Emerge anche la realtà di 4.000 condomini che sono rimasti in una sorta di limbo. Cioè vittime di imprese spuntate dal nulla, dall’oggi al domani, dopo il 2021, per cavalcare l’onda del Superbonus. Hanno preso delle commesse, che in parte hanno eseguito, lasciandole poi a metà. I condomini, committenti di questi lavori, si trovano alle prese con detrazioni non maturate, somme da pagare in contanti, crediti fiscali fruiti in modo formalmente illegittimo, e possibili verifiche future da parte dell’Agenzia delle entrate.
Dai dati del ministero dell’Economia, dell’Istat e dell’Agenzia delle entrate, emerge che l’impatto complessivo del Superbonus sui conti pubblici è di 174 miliardi. Una cifra vicina all’intero valore del Pnrr, che tra fondi europei e nazionali vale 194 miliardi. Quindi una gigantesca misura di spesa pubblica. Un’onda che si è ingigantita nel tempo (all’inizio le previsioni parlavano di poche decine di miliardi), quando è parso chiaro che il provvedimento poteva anche essere cavalcato in modo illecito e non solo per utili e regolari interventi edilizi. Senza l’intervento della Guardia di finanza con le contestazioni e i sequestri dei crediti fiscali dichiarati in modo fraudolento, l’onere per il bilancio pubblico sarebbe stato di circa 183 miliardi, quindi ben superiore alla cifra di 174 miliardi a cui si è arrivati. Cifre che rendono chiaramente l’idea del peso del Superbonus sul deficit.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Il presidente francese ha annunciato investimenti per 23 miliardi di euro (27 miliardi di dollari) durante il vertice Africa Forward in Kenya, parlando di un partnership paritaria e con obiettivi comuni. Un significativo cambiamento di atteggiamento, che appare però palesemente ricalcato sul Piano Mattei per l’Africa, che dopo due anni di lavoro sta producendo i primi risultati. Parigi sta faticosamente tentando di recuperare terreno dopo aver visto la cacciata dei propri militari dalle basi africane, ad oggi presenti soltanto nella repubblica di Gibuti, e sostituiti dai russi che hanno orchestrato tutti i colpi di Stato a partire dal 2020.
Macron sa benissimo che il suo Paese è ad una svolta storica nei rapporti con il continente africano e la co-presidenza con il keniano William Ruto nasce con l’idea di proporre un nuovo modello di relazioni. Parigi ha organizzato vertici di questo tipo fin dal 1973, ma esclusivamente con le nazioni francofone che erano sotto la sua influenza. «L’Africa sta avendo successo. È il continente più giovane del mondo ed ha bisogno di investimenti per diventare più autosufficiente», ha ribadito il presidente francese, «non siamo qui semplicemente per investire insieme a voi, ma abbiamo bisogno che i grandi imprenditoriali africani vengano ad investire nel nostro Paese». Macron ha aggiunto che gli investimenti, fra pubblici e privati, creeranno 250.000 posti di lavoro sia in Africa che in Francia in settori come la transizione energetica, il digitale, l’intelligenza artificiale, l’economia marittima e l’agricoltura. Il leader francese vuole utilizzare il meeting di Nairobi per arginare l’influenza degli ex emerging powers come Russia, Cina e Turchia, ma per frenare anche l’Italia che sta investendo in molte nazioni.
L’inquilino dell’Eliseo ha pesato ogni parola durante il vertice, definendo l’Africa come un unico insieme e cercando di promuovere l’Europa come un partner commerciale più affidabile rispetto alla Cina ed anche agli Stati Uniti. In Kenya sono arrivati più di 30 leader africani e rappresentanti dell’Unione Africana, insieme all’imprenditore nigeriano Aliko Dangote, considerato l’uomo più ricco del continente, mentre da Parigi sono volati a Nairobi dirigenti di importanti aziende come TotalEnergies ed Orange. Macron ha parlato anche all’Università di Nairobi, dove ha sostenuto che l’Africa ha bisogno di investimenti per diventare più sovrana e che non ha più bisogno né vuole più sentire gli europei dire loro di cosa hanno bisogno. Parallelamente sta andando avanti il processo di restituzione delle opere d’arte africane saccheggiate durante l’era coloniale e il Parlamento francese ha approvato una legge per la restituzione dei manufatti.
Il Kenya ha reagito positivamente alle proposte di Parigi e il ministro degli Esteri Musalia Mudavadi l’ha definita come un’opportunità per l’Africa di iniziare a parlare all’unisono. Nairobi ha firmato un accordo quinquennale di difesa con la Francia che comprende anche l’intelligence e operazioni militari congiunte nell’Oceano Indiano e a marzo un contingente di 800 soldati francesi è arrivato al porto di Mombasa, oggetto di grandi investimenti del gruppo francese Cma Cgm . Sul tema della riduzione della presenza militare Macron ha detto che il ritiro delle truppe non è stato un’umiliazione, ma una risposta logica a una data situazione. «Quando la nostra presenza non era più gradita dopo i colpi di Stato, ce ne siamo andati e sono convinto che dobbiamo lasciare che questi Stati e i loro leader, persino i golpisti, traccino la propria strada». Nessuna delle nazioni africane in mano a giunte militari ha partecipato al vertice e la strategia intrapresa da Parigi appare debole e tardiva per cambiare gli equilibri continentali.
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