Parigi spende, Berlino fa i muri. L’Europa alle prese con la realtà
Pierre Moscovici (Ansa)
Lo stesso Pierre Moscovici che da commissario contestava i conti italiani invoca investimenti pubblici per la Francia. E la corsa di Afd costringe il governo socialista tedesco a chiudere le frontiere contro clandestini e terroristi.

Lo speciale contiene due articoli.

Il governo di Michel Barnier non è ancora nato, ma c’è già chi invia dei «pizzini» per complicare la vita al neo premier, almeno in patria, mentre si auspicano «aiutini» dall’Europa.

Il primo a mettere in guardia l’ex Mr. Brexit, ora incaricato di formare il futuro esecutivo di Parigi, è stato Pierre Moscovici, attuale presidente della Corte dei conti francese nonché ex ministro delle finanze transalpino ed ex commissario Ue agli Affari economici e monetari. In un’intervista concessa al quotidiano Le Parisien, Moscovici ha usato parole gravi affermando «che la prossima legge di bilancio sarà senz’altro la più delicata della quinta Repubblica» e che la Francia deve «imperativamente» controllare il proprio debito perché un «Paese troppo indebitato è un Paese impotente».

Il presidente della Corte dei conti ha snocciolato delle cifre da incubo per coloro che saranno chiamati a governare la Francia: «Se non ci saranno cambiamenti» ha spiegato Moscovici, «nel 2024 la Francia avrà un deficit del Pil pari al 5,6%, invece del 5,1% previsto e del 6,2% nel 2025». Per l’ex ministro, il debito pubblico potrebbe toccare il 124%, per questo ci vuole una legge di bilancio «di rottura». La ricetta di Moscovici per ottenere questo elettroshock passa dalla realizzazione di tagli alla spesa ma anche dall’indulgenza dell’Unione europea. Già perché secondo l’ex commissario Ue «Bruxelles preferisce sempre i discorsi veritieri», così «se dobbiamo arrivare al 3% (rapporto deficit-Pil, ndr) nel 2029 invece che nel 2027, spieghiamo loro come puntiamo di arrivarci». Secondo l’ex ministro l’idea di tornare sotto il 3% entro tre anni non è più realistica perché servirebbe «risparmiare un centinaio di miliardi» nello stesso periodo di tempo, ma si tratta di un’impresa quasi impossibile. E Moscovici, questa volta a Repubblica, continua sullo stesso spartito: «Una cosa evidente è che l’Europa oggi ha problemi di competitività e che la sua crescita è troppo bassa: per risolvere i problemi, anche di finanza pubblica, dobbiamo aumentare crescita e competitività, investendo denaro pubblico per realizzare il Green deal e per rafforzare l’autonomia strategica, specie nel settore difesa. Comprendo e condivido le eventuali conclusioni del rapporto di Mario Draghi di aumentare il budget dell’Europa e gli investimenti pubblici e privati, anche completando l’Unione dei capitali».

Le parole di Moscovici sull’atteggiamento che Bruxelles dovrebbe tenere verso Parigi lasciano un po’ sorpresi se le si paragona a quelle che lui stesso, ma nella veste di commissario europeo, aveva rivolto a Roma nel settembre 2018 ai tempi del governo gialloblù di Giuseppe Conte. Nella zona euro «c’è un problema che è l’Italia» diceva Moscovici che, inoltre aveva sconsigliato al nostro Paese di superare il tetto del 3%. «Bisogna riformare l’economia» aveva anche affermato l’allora commissario Ue (arrivando pure a minacciare una procedura di infrazione contro il nostro Paese, ndr). Nel dicembre 2018, un mese dopo l’inizio delle proteste dei gilet gialli, Moscovici aveva ammesso che fosse «possibile sforare il 3% in modo limitato, temporaneo e in condizioni eccezionali», ovvero per non più di «due anni consecutivi» e senza andare oltre «il 3,5%». Tuttavia aveva chiuso la porta alla flessibilità richiesta da Roma; «All’Italia abbiamo dato molta flessibilità» in vari settori e «per l’1,5% del Pil, circa 30 miliardi». Sei anni dopo, la situazione è cambiata e, sebbene l’Italia abbia ancora un forte debito pubblico, la Francia attraversa un periodo economicamente complicato e, forse, inizia a pagare anche il conto di decenni di sprechi di denaro pubblico coperti dal funzionamento del famoso «motore franco-tedesco».

Un meccanismo che, però, sembra essere sempre più inceppato. Certo, Moscovici propone al futuro governo del suo Paese di fare tagli senza aumentare le tasse, sebbene anche questa opzione non sia un tabù. Ma verrebbe da chiedersi perché, quando era ministro delle finanze, non abbia attuato misure di questo tipo. Forse perché lui è un uomo di sinistra, del Partito socialista, mentre Michel Barnier viene dalla destra dei Républicains.

In ogni caso Barnier, altro ex commissario Ue, sentendosi forse sostenuto dalle parole di Moscovici volte a ispirare indulgenza a Bruxelles nei confronti della Francia sul deficit, ha già mandato una richiesta in Commissione Ue. Ovvero quella di concedere a Parigi più tempo per la presentazione di un piano di riequilibrio dei conti pubblici. Tale piano doveva essere presentato a Bruxelles il 20 settembre prossimo, ma il ministero delle finanze transalpino ha invocato disposizioni transitorie per ottenere una dilazione per «un periodo ragionevole», con l’accordo della Commissione.

Da quando c’è il «rischio» che al di là delle Alpi si insedi un governo tendente a destra, sembra che anche i macronisti abbiano scoperto che il Paese non corrisponde sempre a quella start up nation, tanto cara al presidente Emmanuel Macron. Sarà per questo che, anche dalle loro file, partono pizzini al futuro inquilino di Palazzo Matignon. In questi giorni i ministri uscenti dell’Economia e dei Conti pubblici, Bruno Le Maire e Thomas Cazenave, hanno mandato su tutte le furie gli amministrazioni locali accusando queste ultime di essere una delle cause dello sbandamento del bilancio dello Stato. Come dire al premier: non puoi dare contentini ai sindaci. Non dimentichiamo che, in Francia, per candidarsi alle elezioni presidenziali servono 500 patrocini firmati da sindaci, parlamentari o altri eletti. E se la fine del mandato di Macron arrivasse prima del previsto, il sostegno di questi patrocinanti locali sarebbe fondamentale per un qualsiasi candidato come il già dichiarato Edouard Philippe, che è pronto ad aiutare Barnier.

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