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2024-09-10
Parigi spende, Berlino fa i muri. L’Europa alle prese con la realtà
Pierre Moscovici (Ansa)
Il governo di Michel Barnier non è ancora nato, ma c’è già chi invia dei «pizzini» per complicare la vita al neo premier, almeno in patria, mentre si auspicano «aiutini» dall’Europa.
Il primo a mettere in guardia l’ex Mr. Brexit, ora incaricato di formare il futuro esecutivo di Parigi, è stato Pierre Moscovici, attuale presidente della Corte dei conti francese nonché ex ministro delle finanze transalpino ed ex commissario Ue agli Affari economici e monetari. In un’intervista concessa al quotidiano Le Parisien, Moscovici ha usato parole gravi affermando «che la prossima legge di bilancio sarà senz’altro la più delicata della quinta Repubblica» e che la Francia deve «imperativamente» controllare il proprio debito perché un «Paese troppo indebitato è un Paese impotente».
Il presidente della Corte dei conti ha snocciolato delle cifre da incubo per coloro che saranno chiamati a governare la Francia: «Se non ci saranno cambiamenti» ha spiegato Moscovici, «nel 2024 la Francia avrà un deficit del Pil pari al 5,6%, invece del 5,1% previsto e del 6,2% nel 2025». Per l’ex ministro, il debito pubblico potrebbe toccare il 124%, per questo ci vuole una legge di bilancio «di rottura». La ricetta di Moscovici per ottenere questo elettroshock passa dalla realizzazione di tagli alla spesa ma anche dall’indulgenza dell’Unione europea. Già perché secondo l’ex commissario Ue «Bruxelles preferisce sempre i discorsi veritieri», così «se dobbiamo arrivare al 3% (rapporto deficit-Pil, ndr) nel 2029 invece che nel 2027, spieghiamo loro come puntiamo di arrivarci». Secondo l’ex ministro l’idea di tornare sotto il 3% entro tre anni non è più realistica perché servirebbe «risparmiare un centinaio di miliardi» nello stesso periodo di tempo, ma si tratta di un’impresa quasi impossibile. E Moscovici, questa volta a Repubblica, continua sullo stesso spartito: «Una cosa evidente è che l’Europa oggi ha problemi di competitività e che la sua crescita è troppo bassa: per risolvere i problemi, anche di finanza pubblica, dobbiamo aumentare crescita e competitività, investendo denaro pubblico per realizzare il Green deal e per rafforzare l’autonomia strategica, specie nel settore difesa. Comprendo e condivido le eventuali conclusioni del rapporto di Mario Draghi di aumentare il budget dell’Europa e gli investimenti pubblici e privati, anche completando l’Unione dei capitali».
Le parole di Moscovici sull’atteggiamento che Bruxelles dovrebbe tenere verso Parigi lasciano un po’ sorpresi se le si paragona a quelle che lui stesso, ma nella veste di commissario europeo, aveva rivolto a Roma nel settembre 2018 ai tempi del governo gialloblù di Giuseppe Conte. Nella zona euro «c’è un problema che è l’Italia» diceva Moscovici che, inoltre aveva sconsigliato al nostro Paese di superare il tetto del 3%. «Bisogna riformare l’economia» aveva anche affermato l’allora commissario Ue (arrivando pure a minacciare una procedura di infrazione contro il nostro Paese, ndr). Nel dicembre 2018, un mese dopo l’inizio delle proteste dei gilet gialli, Moscovici aveva ammesso che fosse «possibile sforare il 3% in modo limitato, temporaneo e in condizioni eccezionali», ovvero per non più di «due anni consecutivi» e senza andare oltre «il 3,5%». Tuttavia aveva chiuso la porta alla flessibilità richiesta da Roma; «All’Italia abbiamo dato molta flessibilità» in vari settori e «per l’1,5% del Pil, circa 30 miliardi». Sei anni dopo, la situazione è cambiata e, sebbene l’Italia abbia ancora un forte debito pubblico, la Francia attraversa un periodo economicamente complicato e, forse, inizia a pagare anche il conto di decenni di sprechi di denaro pubblico coperti dal funzionamento del famoso «motore franco-tedesco».
Un meccanismo che, però, sembra essere sempre più inceppato. Certo, Moscovici propone al futuro governo del suo Paese di fare tagli senza aumentare le tasse, sebbene anche questa opzione non sia un tabù. Ma verrebbe da chiedersi perché, quando era ministro delle finanze, non abbia attuato misure di questo tipo. Forse perché lui è un uomo di sinistra, del Partito socialista, mentre Michel Barnier viene dalla destra dei Républicains.
In ogni caso Barnier, altro ex commissario Ue, sentendosi forse sostenuto dalle parole di Moscovici volte a ispirare indulgenza a Bruxelles nei confronti della Francia sul deficit, ha già mandato una richiesta in Commissione Ue. Ovvero quella di concedere a Parigi più tempo per la presentazione di un piano di riequilibrio dei conti pubblici. Tale piano doveva essere presentato a Bruxelles il 20 settembre prossimo, ma il ministero delle finanze transalpino ha invocato disposizioni transitorie per ottenere una dilazione per «un periodo ragionevole», con l’accordo della Commissione.
Da quando c’è il «rischio» che al di là delle Alpi si insedi un governo tendente a destra, sembra che anche i macronisti abbiano scoperto che il Paese non corrisponde sempre a quella start up nation, tanto cara al presidente Emmanuel Macron. Sarà per questo che, anche dalle loro file, partono pizzini al futuro inquilino di Palazzo Matignon. In questi giorni i ministri uscenti dell’Economia e dei Conti pubblici, Bruno Le Maire e Thomas Cazenave, hanno mandato su tutte le furie gli amministrazioni locali accusando queste ultime di essere una delle cause dello sbandamento del bilancio dello Stato. Come dire al premier: non puoi dare contentini ai sindaci. Non dimentichiamo che, in Francia, per candidarsi alle elezioni presidenziali servono 500 patrocini firmati da sindaci, parlamentari o altri eletti. E se la fine del mandato di Macron arrivasse prima del previsto, il sostegno di questi patrocinanti locali sarebbe fondamentale per un qualsiasi candidato come il già dichiarato Edouard Philippe, che è pronto ad aiutare Barnier.
Pure la Germania blinda le frontiere.Controlli a raffica contro i terroristi
La coalizione semaforo guidata da Olaf Scholz non è mai stata così sotto pressione. La popolarità del cancelliere, dell’esecutivo e dei partiti che ne fanno parte (Spd, verdi e liberali) è ai minimi storici e la batosta rimediata alle elezioni regionali in Turingia e Sassonia ha fatto il resto. Tra i tanti motivi che hanno concorso alla crisi del governo, c’è senz’altro la bomba migratoria: innescata da Angela Merkel con la sua politica delle porte aperte, è deflagrata definitivamente negli ultimi mesi, peraltro riempiendo le pagine di cronaca nera. Basti pensare che, appena una settimana prima del voto in Turingia e Sassonia, l’opinione pubblica tedesca è stata scossa dall’efferato eccidio di Solingen: l’ultimo di una lunghissima serie.Insomma, la situazione è chiaramente sfuggita di mano. Ecco perché, dopo aver sostenuto per anni le politiche no border più indiscriminate, adesso le forze di governo tentano di mettere la proverbiale pezza al buco. Qualche giorno fa, Joachim Stamp (Fdp) ha evocato la possibilità che la Germania faccia proprio il Piano Rwanda, elaborato in Gran Bretagna dai Tories e abbandonato di recente dall’esecutivo laburista di Keir Starmer. Ovviamente le smentite si sono sprecate ma anche i socialdemocratici di Scholz si sono comunque messi in moto. Infatti, secondo quanto riferito ieri dagli organi di stampa tedeschi, il ministro dell’Interno, Nancy Faeser, ha intenzione di rafforzare i controlli alle frontiere e di adottare energiche misure per i respingimenti. L’obiettivo, fanno sapere fonti governative, è quello di affrontare con maggiore efficacia la minaccia del terrorismo islamico e di frenare la criminalità transfrontaliera. Le nuove misure, che in teoria sarebbero conformi al diritto dell’Unione europea, dovrebbero entrare in vigore il 16 settembre e avere una durata di sei mesi.Benché a scoppio ritardato, la sinistra teutonica sembra averlo capito: l’immigrazione illegale va combattuta senza più alcun tentennamento. Eppure, vista la poderosa giravolta - e anche per rafforzare la propria precaria posizione politica - il governo intende ottenere l’appoggio sia dei rappresentanti dei Länder sia della dirigenza dell’Unione (Cdu e Csu), ossia la prima forza d’opposizione del Paese: già ieri la Faeser ha comunicato le nuove misure del governo ai cristianodemocratici e ha pure in programma di incontrare i suoi delegati al ministero dell’Interno. La riunione potrebbe avvenire già oggi.Trovare un’intesa bipartisan, tuttavia, non sarà un’impresa semplicissima, anche perché la Cdu - nel difficile tentativo di recuperare gli elettori persi a favore dell’Afd - sull’immigrazione sta alzando i toni di parecchie tacche. Lo stesso leader dei cristianodemocratici, Friedrich Merz, è stato cristallino: i respingimenti devono essere attuati con estrema severità, senza perdersi in troppi distinguo. Tanto che il giurista Hans-Jürgen Papier, ex presidente della Corte costituzionale tedesca, gli ha dato ragione sulle colonne della Bild: «Non ritengo ammissibile la pratica attuale», ha detto, «che di fatto garantisce il diritto di ingresso a chiunque pronunci la parola “asilo”. La pratica attuale rappresenta una minaccia per la sicurezza e l’ordine pubblico». Ma anche Thorsten Frei, il presidente del gruppo parlamentare dell’Unione al Bundestag, ha dichiarato alla Frankfurter Allgemeine Zeitung: per appoggiare le nuove politiche del governo, «occorre respingere tutti i migranti, anche donne e bambini». Non proprio un vocabolario in linea con la retorica sinistrorsa del «restiamo umani»…
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Lo stesso Pierre Moscovici che da commissario contestava i conti italiani invoca investimenti pubblici per la Francia. E la corsa di Afd costringe il governo socialista tedesco a chiudere le frontiere contro clandestini e terroristi.Lo speciale contiene due articoli.Il governo di Michel Barnier non è ancora nato, ma c’è già chi invia dei «pizzini» per complicare la vita al neo premier, almeno in patria, mentre si auspicano «aiutini» dall’Europa.Il primo a mettere in guardia l’ex Mr. Brexit, ora incaricato di formare il futuro esecutivo di Parigi, è stato Pierre Moscovici, attuale presidente della Corte dei conti francese nonché ex ministro delle finanze transalpino ed ex commissario Ue agli Affari economici e monetari. In un’intervista concessa al quotidiano Le Parisien, Moscovici ha usato parole gravi affermando «che la prossima legge di bilancio sarà senz’altro la più delicata della quinta Repubblica» e che la Francia deve «imperativamente» controllare il proprio debito perché un «Paese troppo indebitato è un Paese impotente».Il presidente della Corte dei conti ha snocciolato delle cifre da incubo per coloro che saranno chiamati a governare la Francia: «Se non ci saranno cambiamenti» ha spiegato Moscovici, «nel 2024 la Francia avrà un deficit del Pil pari al 5,6%, invece del 5,1% previsto e del 6,2% nel 2025». Per l’ex ministro, il debito pubblico potrebbe toccare il 124%, per questo ci vuole una legge di bilancio «di rottura». La ricetta di Moscovici per ottenere questo elettroshock passa dalla realizzazione di tagli alla spesa ma anche dall’indulgenza dell’Unione europea. Già perché secondo l’ex commissario Ue «Bruxelles preferisce sempre i discorsi veritieri», così «se dobbiamo arrivare al 3% (rapporto deficit-Pil, ndr) nel 2029 invece che nel 2027, spieghiamo loro come puntiamo di arrivarci». Secondo l’ex ministro l’idea di tornare sotto il 3% entro tre anni non è più realistica perché servirebbe «risparmiare un centinaio di miliardi» nello stesso periodo di tempo, ma si tratta di un’impresa quasi impossibile. E Moscovici, questa volta a Repubblica, continua sullo stesso spartito: «Una cosa evidente è che l’Europa oggi ha problemi di competitività e che la sua crescita è troppo bassa: per risolvere i problemi, anche di finanza pubblica, dobbiamo aumentare crescita e competitività, investendo denaro pubblico per realizzare il Green deal e per rafforzare l’autonomia strategica, specie nel settore difesa. Comprendo e condivido le eventuali conclusioni del rapporto di Mario Draghi di aumentare il budget dell’Europa e gli investimenti pubblici e privati, anche completando l’Unione dei capitali».Le parole di Moscovici sull’atteggiamento che Bruxelles dovrebbe tenere verso Parigi lasciano un po’ sorpresi se le si paragona a quelle che lui stesso, ma nella veste di commissario europeo, aveva rivolto a Roma nel settembre 2018 ai tempi del governo gialloblù di Giuseppe Conte. Nella zona euro «c’è un problema che è l’Italia» diceva Moscovici che, inoltre aveva sconsigliato al nostro Paese di superare il tetto del 3%. «Bisogna riformare l’economia» aveva anche affermato l’allora commissario Ue (arrivando pure a minacciare una procedura di infrazione contro il nostro Paese, ndr). Nel dicembre 2018, un mese dopo l’inizio delle proteste dei gilet gialli, Moscovici aveva ammesso che fosse «possibile sforare il 3% in modo limitato, temporaneo e in condizioni eccezionali», ovvero per non più di «due anni consecutivi» e senza andare oltre «il 3,5%». Tuttavia aveva chiuso la porta alla flessibilità richiesta da Roma; «All’Italia abbiamo dato molta flessibilità» in vari settori e «per l’1,5% del Pil, circa 30 miliardi». Sei anni dopo, la situazione è cambiata e, sebbene l’Italia abbia ancora un forte debito pubblico, la Francia attraversa un periodo economicamente complicato e, forse, inizia a pagare anche il conto di decenni di sprechi di denaro pubblico coperti dal funzionamento del famoso «motore franco-tedesco». Un meccanismo che, però, sembra essere sempre più inceppato. Certo, Moscovici propone al futuro governo del suo Paese di fare tagli senza aumentare le tasse, sebbene anche questa opzione non sia un tabù. Ma verrebbe da chiedersi perché, quando era ministro delle finanze, non abbia attuato misure di questo tipo. Forse perché lui è un uomo di sinistra, del Partito socialista, mentre Michel Barnier viene dalla destra dei Républicains.In ogni caso Barnier, altro ex commissario Ue, sentendosi forse sostenuto dalle parole di Moscovici volte a ispirare indulgenza a Bruxelles nei confronti della Francia sul deficit, ha già mandato una richiesta in Commissione Ue. Ovvero quella di concedere a Parigi più tempo per la presentazione di un piano di riequilibrio dei conti pubblici. Tale piano doveva essere presentato a Bruxelles il 20 settembre prossimo, ma il ministero delle finanze transalpino ha invocato disposizioni transitorie per ottenere una dilazione per «un periodo ragionevole», con l’accordo della Commissione.Da quando c’è il «rischio» che al di là delle Alpi si insedi un governo tendente a destra, sembra che anche i macronisti abbiano scoperto che il Paese non corrisponde sempre a quella start up nation, tanto cara al presidente Emmanuel Macron. Sarà per questo che, anche dalle loro file, partono pizzini al futuro inquilino di Palazzo Matignon. In questi giorni i ministri uscenti dell’Economia e dei Conti pubblici, Bruno Le Maire e Thomas Cazenave, hanno mandato su tutte le furie gli amministrazioni locali accusando queste ultime di essere una delle cause dello sbandamento del bilancio dello Stato. Come dire al premier: non puoi dare contentini ai sindaci. Non dimentichiamo che, in Francia, per candidarsi alle elezioni presidenziali servono 500 patrocini firmati da sindaci, parlamentari o altri eletti. E se la fine del mandato di Macron arrivasse prima del previsto, il sostegno di questi patrocinanti locali sarebbe fondamentale per un qualsiasi candidato come il già dichiarato Edouard Philippe, che è pronto ad aiutare Barnier.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/parigi-spende-berlino-fa-muri-2669152733.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-la-germania-blinda-le-frontiere-controlli-a-raffica-contro-i-terroristi" data-post-id="2669152733" data-published-at="1725915804" data-use-pagination="False"> Pure la Germania blinda le frontiere.Controlli a raffica contro i terroristi La coalizione semaforo guidata da Olaf Scholz non è mai stata così sotto pressione. La popolarità del cancelliere, dell’esecutivo e dei partiti che ne fanno parte (Spd, verdi e liberali) è ai minimi storici e la batosta rimediata alle elezioni regionali in Turingia e Sassonia ha fatto il resto. Tra i tanti motivi che hanno concorso alla crisi del governo, c’è senz’altro la bomba migratoria: innescata da Angela Merkel con la sua politica delle porte aperte, è deflagrata definitivamente negli ultimi mesi, peraltro riempiendo le pagine di cronaca nera. Basti pensare che, appena una settimana prima del voto in Turingia e Sassonia, l’opinione pubblica tedesca è stata scossa dall’efferato eccidio di Solingen: l’ultimo di una lunghissima serie.Insomma, la situazione è chiaramente sfuggita di mano. Ecco perché, dopo aver sostenuto per anni le politiche no border più indiscriminate, adesso le forze di governo tentano di mettere la proverbiale pezza al buco. Qualche giorno fa, Joachim Stamp (Fdp) ha evocato la possibilità che la Germania faccia proprio il Piano Rwanda, elaborato in Gran Bretagna dai Tories e abbandonato di recente dall’esecutivo laburista di Keir Starmer. Ovviamente le smentite si sono sprecate ma anche i socialdemocratici di Scholz si sono comunque messi in moto. Infatti, secondo quanto riferito ieri dagli organi di stampa tedeschi, il ministro dell’Interno, Nancy Faeser, ha intenzione di rafforzare i controlli alle frontiere e di adottare energiche misure per i respingimenti. L’obiettivo, fanno sapere fonti governative, è quello di affrontare con maggiore efficacia la minaccia del terrorismo islamico e di frenare la criminalità transfrontaliera. Le nuove misure, che in teoria sarebbero conformi al diritto dell’Unione europea, dovrebbero entrare in vigore il 16 settembre e avere una durata di sei mesi.Benché a scoppio ritardato, la sinistra teutonica sembra averlo capito: l’immigrazione illegale va combattuta senza più alcun tentennamento. Eppure, vista la poderosa giravolta - e anche per rafforzare la propria precaria posizione politica - il governo intende ottenere l’appoggio sia dei rappresentanti dei Länder sia della dirigenza dell’Unione (Cdu e Csu), ossia la prima forza d’opposizione del Paese: già ieri la Faeser ha comunicato le nuove misure del governo ai cristianodemocratici e ha pure in programma di incontrare i suoi delegati al ministero dell’Interno. La riunione potrebbe avvenire già oggi.Trovare un’intesa bipartisan, tuttavia, non sarà un’impresa semplicissima, anche perché la Cdu - nel difficile tentativo di recuperare gli elettori persi a favore dell’Afd - sull’immigrazione sta alzando i toni di parecchie tacche. Lo stesso leader dei cristianodemocratici, Friedrich Merz, è stato cristallino: i respingimenti devono essere attuati con estrema severità, senza perdersi in troppi distinguo. Tanto che il giurista Hans-Jürgen Papier, ex presidente della Corte costituzionale tedesca, gli ha dato ragione sulle colonne della Bild: «Non ritengo ammissibile la pratica attuale», ha detto, «che di fatto garantisce il diritto di ingresso a chiunque pronunci la parola “asilo”. La pratica attuale rappresenta una minaccia per la sicurezza e l’ordine pubblico». Ma anche Thorsten Frei, il presidente del gruppo parlamentare dell’Unione al Bundestag, ha dichiarato alla Frankfurter Allgemeine Zeitung: per appoggiare le nuove politiche del governo, «occorre respingere tutti i migranti, anche donne e bambini». Non proprio un vocabolario in linea con la retorica sinistrorsa del «restiamo umani»…
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara