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2020-06-18
Paradisi fiscali made in Ue. La denuncia resta chiusa nella scrivania di Gentiloni
Paolo Gentiloni (Simona Granati - Corbis/Corbis via Getty Images)
L'Unione europea traballa sul fisco. La mancata armonizzazione fiscale su diversi temi, come la tassazione per le imprese, genera gap normativi che alcuni Stati membri sfruttano a loro favore per attirare un maggior numero di investimenti diretti esteri. Non è infatti un mistero che all'interno dell'Ue ci siano diversi paradisi fiscali, che riscuotono successo anche a livello internazionale. E parliamo dell'Olanda, di Malta, di Cipro, del Lussemburgo, dell'Irlanda e (fino al completamento della Brexit) del Regno Unito. Paesi che mettendo in campo schemi elusivi sofisticati sottraggono entrate fiscali ad altri Stati membri.
Secondo diversi studi internazionali i Paesi maggiormente colpiti da questi meccanismi fiscali, all'interno dell'Ue, sono l'Italia (3,9 miliardi), la Francia (7 miliardi), la Germania (4 miliardi) e la Spagna (2,5 miliardi). In generale a livello europeo si perdono ogni anno circa 27 miliardi di dollari di imposte sulle società. E dunque i paradisi fiscali all'interno dell'Unione europea nel corso degli anni sono riusciti a racimolare un bel tesoretto sottraendolo agli alleati.
Ma cosa ha fatto la Commissione in merito? Nulla. Nel corso degli anni si è cercato di fare direttive per riordinare il caos fiscale tra i vari Paesi ma il risultato non è cambiato: continuano a esistere e a proliferare i paradisi fiscali Ue. Nel 2017, dopo i vari scandali fiscali internazionali che avevano visto coinvolti anche alcuni paradisi fiscali europei, si è tentato di dar vita a una lista nera. L'obiettivo era quello di sconfiggere una volta per tutti l'esistenza dei regimi elusivi e garantire più equità. Il problema è che si sono presi in considerazione solo i paradisi fiscali al di fuori dell'Europa. Più di una volta, durante le varie riunioni delle commissioni speciali, gli allora commissari Pierre Moscovici e Jean-Claude Juncker hanno sostenuto che all'interno dell'Ue non ci fossero paradisi fiscali e che tutti gli Stati membri fossero «compliant», ovvero conformi, dal punto di vista fiscale. E dunque da una parte si aprivano indagini su Apple e Irlanda o Fiat e Olanda e si concludevano sostenendo che fossero stati messi in campo degli schemi elusivi sofisticati, e dall'altra si negava l'esistenza di paradisi fiscali all'interno dell'Unione.
Per cercare di mettere una pezza a questa profonda ipocrisia la Commissione e il commissario dell'Economia di turno producono raccomandazioni sui vari Stati membri, evidenziando la presenza di sistemi fiscali problematici. L'ultimo arrivato è stato presentato da Paolo Gentiloni, commissario europeo all'Economia, che ha sottolineato come ci siano alcuni sistemi fiscali nazionali che sono ancora usati dalle aziende per fare pianificazioni aggressiva. E dunque ha anche ricordato il problema di una concorrenza fiscale sleale all'interno dell'Ue. Il riferimento è sempre ai soliti noti: Olanda, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Cipro. La Commissione ha dunque proceduto a evidenziare i vari «punti deboli» fiscali dei Paesi in esame. Tutto corretto, se non fosse che già nel 2018 si erano messe sotto osservazione queste giurisdizioni e che si tratta di mere raccomandazioni.
Report dove si mette nero su bianco l'esistenza di queste problematiche senza però procedere con delle misure sanzionatorie non hanno modificato in passato e non modificheranno di certo in futuro la situazione. A tutto questo si aggiunge anche il fatto che avere come partner europei dei tax havens rallenta, se non danneggia, tutte le iniziative fiscali che l'Ue aveva in mente. Questo perché per dare il via a qualsiasi tassazione comune a livello Ue (come la Web tax) ci vuole il consenso da parte di tutti gli Stati membri. Anche solo l'opposizione di uno solo rende l'iniziativa nulla. E caso vuole che con i progetti fiscali più ambiziosi sia finito tutto in un nulla di fatto, sempre a causa dei soliti noti.
L'ultimo esempio è la tassazione dei giganti del Web. La Commissione aveva addirittura avanzato due proposte. Dopo più di un anno di discussione nessuna delle due è stata approvata. E questo perché i paradisi fiscali all'interno dell'Ue sono contrari a una tassazione comune dei giganti del Web. Il motivo? Avrebbero perso, se la Web tax fosse stata approvata, le entrate che tutti gli anni vengono garantite in modo costante dalle multinazionali.
Con il Recovery fund, il piano da 750 miliardi di euro che ha l'obiettivo di cercare di salvare l'economia europea, il problema si riproporrà. Infatti, per poterlo finanziare, l'Ue sta pensando di spingere l'acceleratore sul progetto di fiscalità europea. E dunque sul fatto che l'Unione possa avere delle risorse proprie da spendere come meglio crede. Per creare una base di partenza di questi fondi si sta dunque pensando a riproporre la Web e carbon tax. Due progetti che erano stati accantonati e che probabilmente - visto l'attuale sistema di voto per le questioni fiscali, la prevalenza degli egoismi nazionali e la presenza di paradisi fiscali che non hanno alcun interesse nel far approvare queste tassazioni - naufragheranno a breve.
«Amsterdam ci restituisca i soldi invece di accusare e negarci aiuti»
In questi ultimi mesi l'Olanda più volte si è scagliata contro l'Italia a causa del suo enorme debito. Amsterdam, nonostante la pandemia globale, non ha infatti perso l'occasione per additare l'Italia come spendacciona e cicala. A giudicarci però è un Paese che è da sempre considerato a livello mondiale uno dei maggiori paradisi fiscale. Diversi gioiellini nazionali hanno deciso di trasferire la loro sede legale in Olanda «tra cui la Ferrari e anche la stessa Fca» sottolinea Marco Rizzo, segretario generale del Partito comunista, per godere dei benefici fiscali del Paese. Gli schemi elusivi hanno fatto sì che queste e altre imprese non pagassero le tasse in Italia ma in Olanda, andando a danneggiare le entrate nazionali.
Lei ha ricevuto una richiesta di colloquio da parte dell'ambasciatore olandese, dopo delle critiche fatte al Paese. Che cosa ha detto?
«Le mie critiche sono state molto semplici. Le ho tradotte in un post dove si diceva: “L'Olanda non è solo il Paese dei coffee shop e delle mignotte in vetrina, in realtà è anche un paradiso fiscale". Io ho detto quello che penso».
E dunque cosa pensa dell'Olanda?
«È un Paese che ha coperto il suo essere un paradiso fiscale con l'eufemismo dell'ottimizzazione fiscale e che ha fatto in modo da avere dei bilanci non carichi come il nostro, o quelli di altri Stati europei, grazie al fatto che le multinazionali hanno avuto la possibilità di spostare le sedi legali lì. Chiaramente non c'è solo l'Olanda ma anche l'Irlanda, il Lussemburgo… Questi hanno dunque attratto le multinazionali non solo per le aliquote sugli utili molto favorevoli, ma anche grazie a degli stratagemmi che di fatto hanno abbattuto ai livelli minimi le somme che sono state versate al fisco».
E come ha risposto l'ambasciatore a queste accuse?
«Lui mi ha detto che dal 2018 c'è un'attivazione della Comunità europea con direttive, che io conosco, che spingono queste nazioni ad avere un comportamento più corretto. Intanto è da 25 anni che l'Olanda sta facendo questo (mettendo in pratica schemi fiscali elusivi per attrarre investimenti esteri, ndr)».
Non mi pare che nel 2019 sia cambiato qualcosa a livello di paradisi fiscali all'interno dell'Ue e soprattutto in merito ai comportamenti fiscali dell'Olanda.
«Esattamente. Almeno però dovrebbero tacere. Adesso che c'è tutta questa vicenda sulla redistribuzione delle risorse della Comunità europea; loro ci danno delle cicale, ma sono diventate delle formiche grazie a questo meccanismo manipolativo, perché il sistema fiscale olandese non ha attirato solo multinazionali extraeuropee, ma anche comunitarie. Non è un caso che 2.000 aziende italiane abbiano preso sede legale lì. La mia critica è che l'Olanda ha incamerato entrate che sono state sottratte al fisco e quindi ai popoli di altri Paesi».
Come ha reagito l'ambasciatore all'accusa secondo la quale l'Olanda è un paradiso fiscale?
«Lui ha preso atto e mi ha detto che la situazione sta iniziando a cambiare. E io ho replicato che questa cosa è già mutata nel passato con gli Stati Uniti quando c'era la questione del sandwich olandese (schema elusivo che vedeva come protagonisti Olanda, Irlanda e un paradiso fiscale extra Ue e permetteva a una multinazionale di spostare gli utili facendoli rimbalzare tra questi Paesi, evitando le tasse, ndr)».
Tornando a quanto detto dall'ambasciatore, cosa intendeva con la situazione cambierà? Ci saranno novità fiscali per l'Olanda?
«Lui mi ha detto che dal prossimo luglio ci sarà il recepimento della direttiva del 2018 che imponeva di comunicare le operazioni transfrontaliere, che di fatto sono quelle che consentono di evadere le tasse. Ma se anche questo fosse vero, e lo vedremo più avanti, intanto l'Olanda ha fatto per 25 anni il paradiso fiscale dentro l'Europa. E quindi dopo aver preso tanto adesso è il momento non solo di tacere ma di iniziare a ridare».
E quindi, mi scusi, per scardinare l'ipotesi che l'Olanda sia un paradiso fiscale, l'ambasciatore le ha solo detto che da luglio 2020 si introdurrà nel Paese la direttiva Ue?
«Le cose dovrebbero cominciare a cambiare. Vedremo. Al di là di questa promessa, il governo olandese ha scaricato tuoni e fulmini su Stati tra cui l'Italia che hanno un debito alto non riconoscendo che il nostro Paese ha un debito più elevato di quello che dovrebbe avere perché molte aziende italiane, tra cui la Ferrari e anche la stessa Fca, hanno la sede lì. Hanno quindi fatto pagare meno tasse a queste aziende, invece di farle pagare da noi. Lo fanno da 25 anni, gli olandesi. Dovrebbero tacere e cominciare a restituire, invece succede il contrario. Si ergono a giudici».
Triangolazione per portare i profitti alle Cayman
L'Olanda è apprezzata dalle multinazionali americane perché grazie a diverse pratiche di ottimizzazione fiscale permette alle corporation di non pagare le tasse nel Paese in cui dovrebbero. Il tutto è nato con il sistema «Check the box» che consentiva alle multinazionali Usa di scegliere se registrare le loro operazioni locali come sussidiare o filiali. Questo schema permetteva dunque alle società di nascondere le operazioni ai governi americano e olandese, essendo imprese che potevano essere considerate soggette sia al fisco Usa sia a quello dei Paesi Bassi. Questo schema era talmente aggressivo da irritare Washington e costringere Amsterdam a fare un passo indietro. Venne allora la volta del «Dutch sandwich with double Irish». Questo sistema mette in atto una triangolazione tra Olanda,Irlanda e un paradiso fiscale extra Ue (Cayman). La multinazionale riesce quindi a far rimbalzare le attività che vuole sottrarre al fisco nazionale tra le varie società e a non essere tassata, eludendo le imposte. Infine l'Olanda è apprezzata anche per le norme favorevoli in tema di royalty, dividenti e pagamento di interessi. Nel solo 2018 queste hanno fruttato ben 37 miliardi di euro al Paese europeo. Inoltre, in Olanda, esistono circa 15.000 società di comodo con un bilancio di quasi 4.500 miliardi di euro. Queste servono alle multinazionali per far rimbalzare i propri profitti in altre giurisdizioni, abbassando la bolletta fiscale.
La corporate tax al 12,5% attira i colossi del Web
L'Irlanda dal punto di vista fiscale è molto simile all'Olanda. Viene infatti apprezzata dalle multinazionali perché ha gli stessi vantaggi sui dividenti, sul pagamento degli interessi e sulle royalty, e in aggiunta ha anche una corporate tax veramente bassa (12,5%). Questa ha attratto negli anni diverse multinazionali, specialmente i colossi del Web americani, che dovevano cercare una sede operativa all'interno dell'Ue. E infatti se si uniscono al fattore bassa corporate tax le agevolazioni sui dividenti, quelle sulle royalty e una normativa fiscale fatta ad hoc (se un'azienda sul suolo irlandese viene gestita completamente da un'altra residente in un'altra giurisdizione, la tassazione spetta all'altro Stato) si crea il paradiso fiscale per eccellenza. Questi stratagemmi hanno permesso alle corporation di abbassare ulteriormente l'aliquota nazionale del 12,5%. Il caso Apple, in questo senso, è stato emblematico, e ha portato la società a una multa di 13 miliardi di euro per aver beneficiato di una tassazione agevolata a seguito di un ruling fiscale. Il sistema messo in campo dall'Irlanda ha però dato il via a un problema di dipendenza delle multinazionali. E dunque si è andato a creare, nel tempo, un vero è proprio sbilanciamento a favore dei colossi del Web. Questo è uno dei motivi per cui Dublino non era entusiasta dell'iniziativa europea per tassare al 3% tutti i colossi del digitale.
Diritto societario flessibile e no alla doppia imposizione
Il Lussemburgo è sempre stato un paradiso fiscale, ma negli anni ha perso un po' di smalto, pur mantenendo un fisco che presenta notevoli vantaggi per le imprese e per gli individui. Il Paese ha un regime di «partecipation examption» sulle plusvalenze da cessioni di partecipazioni, che continua ad attirare diverse società anche dall'interno della stessa Unione europea. Ha norme vantaggiose sui fondi di investimento e sulla cartolarizzazione del capitale di rischio, oltre che una bassa imposta sul valore aggiunto (Iva) che fa comodo sia alle imprese sia ai singoli. C'è una norma molto agevole per il reddito derivante dalla proprietà intellettuale e un diritto delle società assai flessibile. Questo permette di poter gestire «in libertà» il proprio patrimonio se si adottano i giusti stratagemmi fiscali. A tutto questo si aggiunge che anche il Lussemburgo ha una corporate tax vantaggiosa che oscilla tra il 15 e il 17%. E, infine, il Paese ha siglato nel corso del tempo una serie di convenzioni contro le doppie imposizioni, in modo da evitare che i contribuenti siano tassati due volte se hanno affari in più Paesi. Sommando il tutto si ha un quadro fiscale molto fluido e attraente sia per le multinazionali (tipicamente americane) sia per gli individui che vogliono cercare di eludere il fisco nazionale.
Trucchi legali per non pagare né in patria né sull'isola
Malta si è aggregata alla coda dei paradisi fiscali mettendo in piedi un sistema di tutto rispetto. Il Paese presenta diverse agevolazioni per le società e i singoli. La nazione che più apprezza è l'Italia. Quando nel 2017 uscirono i Malta files si scoprì un elenco di società e persone pubbliche che avevano scelto l'isola per eludere il fisco italiano. Malta è riuscita ad attirare così tanti soggetti dall'estero perché ha creato un sistema che di facciata sembra in linea con i diversi standard internazionali, ma nella realtà non lo è. La corporate tax, per esempio, sulla carta è del 35% ma attraverso stratagemmi fiscali può arrivare al 5%. Oltre a questo viene apprezzata per il rischio di non imposizione. Questa permette alle società di non registrare la residenza fiscale a Malta, nonostante operino sul territorio, e che vengano concesse diverse agevolazioni fiscali. Il risultato è che la maggior parte delle volte si arriva a non essere tassati da nessuno Stato. Inoltre, il Paese ha anche iniziato a vendere i passaporti ai cittadini stranieri extra Ue in cambio di investimenti in immobili o nell'economia per non perdere colpi e riuscire ad attrarre altri soldi dall'estero. Infine non bisogna dimenticare che anche Malta ha siglato una serie di convenzioni contro le doppie imposizioni che permettono di non essere tassati due volte se si hanno attività in diverse nazioni, sempre che si paghino le imposte a Malta (opzione spesso aggirata).
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Bruxelles non ferma la concorrenza sleale fra Stati membri, che costa all'Italia 3,9 miliardi l'anno. Si susseguono studi inutili, visto che mancano le sanzioni.Il segretario del Partito comunista, Marco Rizzo, convocato dall'ambasciatore dei Paesi Bassi dopo un post online: «Ci danno degli spendaccioni perché abbiamo un debito alto, ma è anche colpa dei loro stratagemmi elusivi»Le triangolazioni dell'Olanda per portare i soldi alle Cayman.La corporate tax al 12,5% in Irlanda attira i colossi del WebDiritto societario flessibile e no alla doppia imposizione: la strategia del Lussemburgo.I trucchi legali adottati a Malta per non pagare né in patria né sull'isolaLo speciale contiene sei articoli.L'Unione europea traballa sul fisco. La mancata armonizzazione fiscale su diversi temi, come la tassazione per le imprese, genera gap normativi che alcuni Stati membri sfruttano a loro favore per attirare un maggior numero di investimenti diretti esteri. Non è infatti un mistero che all'interno dell'Ue ci siano diversi paradisi fiscali, che riscuotono successo anche a livello internazionale. E parliamo dell'Olanda, di Malta, di Cipro, del Lussemburgo, dell'Irlanda e (fino al completamento della Brexit) del Regno Unito. Paesi che mettendo in campo schemi elusivi sofisticati sottraggono entrate fiscali ad altri Stati membri. Secondo diversi studi internazionali i Paesi maggiormente colpiti da questi meccanismi fiscali, all'interno dell'Ue, sono l'Italia (3,9 miliardi), la Francia (7 miliardi), la Germania (4 miliardi) e la Spagna (2,5 miliardi). In generale a livello europeo si perdono ogni anno circa 27 miliardi di dollari di imposte sulle società. E dunque i paradisi fiscali all'interno dell'Unione europea nel corso degli anni sono riusciti a racimolare un bel tesoretto sottraendolo agli alleati. Ma cosa ha fatto la Commissione in merito? Nulla. Nel corso degli anni si è cercato di fare direttive per riordinare il caos fiscale tra i vari Paesi ma il risultato non è cambiato: continuano a esistere e a proliferare i paradisi fiscali Ue. Nel 2017, dopo i vari scandali fiscali internazionali che avevano visto coinvolti anche alcuni paradisi fiscali europei, si è tentato di dar vita a una lista nera. L'obiettivo era quello di sconfiggere una volta per tutti l'esistenza dei regimi elusivi e garantire più equità. Il problema è che si sono presi in considerazione solo i paradisi fiscali al di fuori dell'Europa. Più di una volta, durante le varie riunioni delle commissioni speciali, gli allora commissari Pierre Moscovici e Jean-Claude Juncker hanno sostenuto che all'interno dell'Ue non ci fossero paradisi fiscali e che tutti gli Stati membri fossero «compliant», ovvero conformi, dal punto di vista fiscale. E dunque da una parte si aprivano indagini su Apple e Irlanda o Fiat e Olanda e si concludevano sostenendo che fossero stati messi in campo degli schemi elusivi sofisticati, e dall'altra si negava l'esistenza di paradisi fiscali all'interno dell'Unione. Per cercare di mettere una pezza a questa profonda ipocrisia la Commissione e il commissario dell'Economia di turno producono raccomandazioni sui vari Stati membri, evidenziando la presenza di sistemi fiscali problematici. L'ultimo arrivato è stato presentato da Paolo Gentiloni, commissario europeo all'Economia, che ha sottolineato come ci siano alcuni sistemi fiscali nazionali che sono ancora usati dalle aziende per fare pianificazioni aggressiva. E dunque ha anche ricordato il problema di una concorrenza fiscale sleale all'interno dell'Ue. Il riferimento è sempre ai soliti noti: Olanda, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Cipro. La Commissione ha dunque proceduto a evidenziare i vari «punti deboli» fiscali dei Paesi in esame. Tutto corretto, se non fosse che già nel 2018 si erano messe sotto osservazione queste giurisdizioni e che si tratta di mere raccomandazioni. Report dove si mette nero su bianco l'esistenza di queste problematiche senza però procedere con delle misure sanzionatorie non hanno modificato in passato e non modificheranno di certo in futuro la situazione. A tutto questo si aggiunge anche il fatto che avere come partner europei dei tax havens rallenta, se non danneggia, tutte le iniziative fiscali che l'Ue aveva in mente. Questo perché per dare il via a qualsiasi tassazione comune a livello Ue (come la Web tax) ci vuole il consenso da parte di tutti gli Stati membri. Anche solo l'opposizione di uno solo rende l'iniziativa nulla. E caso vuole che con i progetti fiscali più ambiziosi sia finito tutto in un nulla di fatto, sempre a causa dei soliti noti. L'ultimo esempio è la tassazione dei giganti del Web. La Commissione aveva addirittura avanzato due proposte. Dopo più di un anno di discussione nessuna delle due è stata approvata. E questo perché i paradisi fiscali all'interno dell'Ue sono contrari a una tassazione comune dei giganti del Web. Il motivo? Avrebbero perso, se la Web tax fosse stata approvata, le entrate che tutti gli anni vengono garantite in modo costante dalle multinazionali. Con il Recovery fund, il piano da 750 miliardi di euro che ha l'obiettivo di cercare di salvare l'economia europea, il problema si riproporrà. Infatti, per poterlo finanziare, l'Ue sta pensando di spingere l'acceleratore sul progetto di fiscalità europea. E dunque sul fatto che l'Unione possa avere delle risorse proprie da spendere come meglio crede. Per creare una base di partenza di questi fondi si sta dunque pensando a riproporre la Web e carbon tax. 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E dunque cosa pensa dell'Olanda? «È un Paese che ha coperto il suo essere un paradiso fiscale con l'eufemismo dell'ottimizzazione fiscale e che ha fatto in modo da avere dei bilanci non carichi come il nostro, o quelli di altri Stati europei, grazie al fatto che le multinazionali hanno avuto la possibilità di spostare le sedi legali lì. Chiaramente non c'è solo l'Olanda ma anche l'Irlanda, il Lussemburgo… Questi hanno dunque attratto le multinazionali non solo per le aliquote sugli utili molto favorevoli, ma anche grazie a degli stratagemmi che di fatto hanno abbattuto ai livelli minimi le somme che sono state versate al fisco». E come ha risposto l'ambasciatore a queste accuse? «Lui mi ha detto che dal 2018 c'è un'attivazione della Comunità europea con direttive, che io conosco, che spingono queste nazioni ad avere un comportamento più corretto. Intanto è da 25 anni che l'Olanda sta facendo questo (mettendo in pratica schemi fiscali elusivi per attrarre investimenti esteri, ndr)». Non mi pare che nel 2019 sia cambiato qualcosa a livello di paradisi fiscali all'interno dell'Ue e soprattutto in merito ai comportamenti fiscali dell'Olanda. «Esattamente. Almeno però dovrebbero tacere. Adesso che c'è tutta questa vicenda sulla redistribuzione delle risorse della Comunità europea; loro ci danno delle cicale, ma sono diventate delle formiche grazie a questo meccanismo manipolativo, perché il sistema fiscale olandese non ha attirato solo multinazionali extraeuropee, ma anche comunitarie. Non è un caso che 2.000 aziende italiane abbiano preso sede legale lì. La mia critica è che l'Olanda ha incamerato entrate che sono state sottratte al fisco e quindi ai popoli di altri Paesi». Come ha reagito l'ambasciatore all'accusa secondo la quale l'Olanda è un paradiso fiscale? «Lui ha preso atto e mi ha detto che la situazione sta iniziando a cambiare. E io ho replicato che questa cosa è già mutata nel passato con gli Stati Uniti quando c'era la questione del sandwich olandese (schema elusivo che vedeva come protagonisti Olanda, Irlanda e un paradiso fiscale extra Ue e permetteva a una multinazionale di spostare gli utili facendoli rimbalzare tra questi Paesi, evitando le tasse, ndr)». Tornando a quanto detto dall'ambasciatore, cosa intendeva con la situazione cambierà? Ci saranno novità fiscali per l'Olanda? «Lui mi ha detto che dal prossimo luglio ci sarà il recepimento della direttiva del 2018 che imponeva di comunicare le operazioni transfrontaliere, che di fatto sono quelle che consentono di evadere le tasse. Ma se anche questo fosse vero, e lo vedremo più avanti, intanto l'Olanda ha fatto per 25 anni il paradiso fiscale dentro l'Europa. E quindi dopo aver preso tanto adesso è il momento non solo di tacere ma di iniziare a ridare». E quindi, mi scusi, per scardinare l'ipotesi che l'Olanda sia un paradiso fiscale, l'ambasciatore le ha solo detto che da luglio 2020 si introdurrà nel Paese la direttiva Ue? «Le cose dovrebbero cominciare a cambiare. Vedremo. Al di là di questa promessa, il governo olandese ha scaricato tuoni e fulmini su Stati tra cui l'Italia che hanno un debito alto non riconoscendo che il nostro Paese ha un debito più elevato di quello che dovrebbe avere perché molte aziende italiane, tra cui la Ferrari e anche la stessa Fca, hanno la sede lì. Hanno quindi fatto pagare meno tasse a queste aziende, invece di farle pagare da noi. Lo fanno da 25 anni, gli olandesi. Dovrebbero tacere e cominciare a restituire, invece succede il contrario. 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Questo schema permetteva dunque alle società di nascondere le operazioni ai governi americano e olandese, essendo imprese che potevano essere considerate soggette sia al fisco Usa sia a quello dei Paesi Bassi. Questo schema era talmente aggressivo da irritare Washington e costringere Amsterdam a fare un passo indietro. Venne allora la volta del «Dutch sandwich with double Irish». Questo sistema mette in atto una triangolazione tra Olanda,Irlanda e un paradiso fiscale extra Ue (Cayman). La multinazionale riesce quindi a far rimbalzare le attività che vuole sottrarre al fisco nazionale tra le varie società e a non essere tassata, eludendo le imposte. Infine l'Olanda è apprezzata anche per le norme favorevoli in tema di royalty, dividenti e pagamento di interessi. Nel solo 2018 queste hanno fruttato ben 37 miliardi di euro al Paese europeo. Inoltre, in Olanda, esistono circa 15.000 società di comodo con un bilancio di quasi 4.500 miliardi di euro. 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Questa ha attratto negli anni diverse multinazionali, specialmente i colossi del Web americani, che dovevano cercare una sede operativa all'interno dell'Ue. E infatti se si uniscono al fattore bassa corporate tax le agevolazioni sui dividenti, quelle sulle royalty e una normativa fiscale fatta ad hoc (se un'azienda sul suolo irlandese viene gestita completamente da un'altra residente in un'altra giurisdizione, la tassazione spetta all'altro Stato) si crea il paradiso fiscale per eccellenza. Questi stratagemmi hanno permesso alle corporation di abbassare ulteriormente l'aliquota nazionale del 12,5%. Il caso Apple, in questo senso, è stato emblematico, e ha portato la società a una multa di 13 miliardi di euro per aver beneficiato di una tassazione agevolata a seguito di un ruling fiscale. Il sistema messo in campo dall'Irlanda ha però dato il via a un problema di dipendenza delle multinazionali. E dunque si è andato a creare, nel tempo, un vero è proprio sbilanciamento a favore dei colossi del Web. Questo è uno dei motivi per cui Dublino non era entusiasta dell'iniziativa europea per tassare al 3% tutti i colossi del digitale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/paradisi-fiscali-made-in-ue-la-denuncia-resta-chiusa-nella-scrivania-di-gentiloni-2646193721.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="diritto-societario-flessibile-e-no-alla-doppia-imposizione" data-post-id="2646193721" data-published-at="1592420731" data-use-pagination="False"> Diritto societario flessibile e no alla doppia imposizione Il Lussemburgo è sempre stato un paradiso fiscale, ma negli anni ha perso un po' di smalto, pur mantenendo un fisco che presenta notevoli vantaggi per le imprese e per gli individui. Il Paese ha un regime di «partecipation examption» sulle plusvalenze da cessioni di partecipazioni, che continua ad attirare diverse società anche dall'interno della stessa Unione europea. Ha norme vantaggiose sui fondi di investimento e sulla cartolarizzazione del capitale di rischio, oltre che una bassa imposta sul valore aggiunto (Iva) che fa comodo sia alle imprese sia ai singoli. C'è una norma molto agevole per il reddito derivante dalla proprietà intellettuale e un diritto delle società assai flessibile. Questo permette di poter gestire «in libertà» il proprio patrimonio se si adottano i giusti stratagemmi fiscali. A tutto questo si aggiunge che anche il Lussemburgo ha una corporate tax vantaggiosa che oscilla tra il 15 e il 17%. E, infine, il Paese ha siglato nel corso del tempo una serie di convenzioni contro le doppie imposizioni, in modo da evitare che i contribuenti siano tassati due volte se hanno affari in più Paesi. Sommando il tutto si ha un quadro fiscale molto fluido e attraente sia per le multinazionali (tipicamente americane) sia per gli individui che vogliono cercare di eludere il fisco nazionale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/paradisi-fiscali-made-in-ue-la-denuncia-resta-chiusa-nella-scrivania-di-gentiloni-2646193721.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="trucchi-legali-per-non-pagare-ne-in-patria-ne-sull-isola" data-post-id="2646193721" data-published-at="1592420731" data-use-pagination="False"> Trucchi legali per non pagare né in patria né sull'isola Malta si è aggregata alla coda dei paradisi fiscali mettendo in piedi un sistema di tutto rispetto. Il Paese presenta diverse agevolazioni per le società e i singoli. La nazione che più apprezza è l'Italia. Quando nel 2017 uscirono i Malta files si scoprì un elenco di società e persone pubbliche che avevano scelto l'isola per eludere il fisco italiano. Malta è riuscita ad attirare così tanti soggetti dall'estero perché ha creato un sistema che di facciata sembra in linea con i diversi standard internazionali, ma nella realtà non lo è. La corporate tax, per esempio, sulla carta è del 35% ma attraverso stratagemmi fiscali può arrivare al 5%. Oltre a questo viene apprezzata per il rischio di non imposizione. Questa permette alle società di non registrare la residenza fiscale a Malta, nonostante operino sul territorio, e che vengano concesse diverse agevolazioni fiscali. Il risultato è che la maggior parte delle volte si arriva a non essere tassati da nessuno Stato. Inoltre, il Paese ha anche iniziato a vendere i passaporti ai cittadini stranieri extra Ue in cambio di investimenti in immobili o nell'economia per non perdere colpi e riuscire ad attrarre altri soldi dall'estero. Infine non bisogna dimenticare che anche Malta ha siglato una serie di convenzioni contro le doppie imposizioni che permettono di non essere tassati due volte se si hanno attività in diverse nazioni, sempre che si paghino le imposte a Malta (opzione spesso aggirata).
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
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